A’ cazzari!

E’ notizia di ieri che i servizi segreti ucraini hanno simulato l’omicidio di un giornalista anti-Putin per evitare, dicono loro, che venisse ucciso dai servizi segreti russi.

«A’ cazzari!» è stata la sobria risposta dei russi, quando la messinscena è stata svelata dagli stessi protagonisti; tra l’altro era già partito un coro di condanna unanime, come nel caso dell’avvelenamento delle ex-spie a Londra, che lascia perplessi sull’equilibrio sia di varie istituzioni che di parecchi media.

Fortunatamente gli ucraini hanno tenuto fede al detto “il bel gioco dura poco”, altrimenti avremmo potuto anche assistere alla scena del giornalista che ricompare dopo il proprio funerale, o addirittura durante, vedendo di nascosto l’effetto che fa come nella canzone di Jannacci.

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Comunque a me l’idea è piaciuta, e mi meraviglia che non sia già venuta in mente a qualcuno; in questo modo si sarebbero potuti prevenire un sacco di lutti, incolpando chi più ci sta sull’anima.

C’è anche da considerare però che se la cosa prendesse piede non si saprebbe più cosa credere, e di fronte ad un vero omicidio si rimarrebbe in attesa della ricomparsa del supposto defunto per parecchio tempo, creando un effetto Elvis Presley o Michael Jackson, dei quali fans increduli attendono ancora il ritorno.

Mi rallegra che in quanto a cazzaritudine ci sia qualcuno che ci batte, di questi tempi sono soddisfazioni!

p.s.
perché non si dica che sia prevenuto verso l’Ucraina:

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Attaccatevi a ‘sto spread!

La settimana scorsa ho avuto delle belle soddisfazioni.

La prima è stata che ho ricevuto una proposta di lavoro, che data l’età non verdissima fa sempre piacere; ho fatto dei colloqui con ragazzi che potevano essere tranquillamente miei figli (se avessi conosciuto a suo tempo le madri), ed ho avanzato la mia richiesta economica, sulla quale li ho lasciati meditare.
Veramente mi sono venuti parecchi dubbi, ed il principale è: ma io ho ancora voglia di lavorare? Mica tanto, mi sono risposto. E dunque a questi ragazzi, nel caso decidano di prendermi, potrò essere davvero utile? Considerando che miei coetanei si stanno già avviando ai campi di bocce, sfruttando i vari scivoli che generosamente gli istituti bancari concedono (in larga misura con soldi dei contribuenti, non illudetevi), non ne sono così sicuro.

Quest’estate avrei voluto andare in vacanza in Liguria. Poi si è alzato il coro “Savona no, Savona no!” e pur non comprendendo questa ostilità verso la simpatica cittadina dovrò cambiare destinazione.

La seconda soddisfazione è stata che una signora mi si è seduta in grembo. Preciso che eravamo tutti e due vestiti. Il fatto è successo in metropolitana; io ero seduto intento a sbirciare un interessante articolo sul giornale del vicino di posto, quando la signora, che evidentemente non aveva ancora trovato modo di attaccarsi ai corrimano, è stata sorpresa dalla partenza brusca e, inciampando nella mia borsa posata in terra tra le mie gambe, ha compiuto una strana rotazione e più che sedersi mi è caduta sopra. Ho solo fatto in tempo ad allungare un braccio per tentare di sorreggerla, ed un osservatore poco attento avrebbe potuto malignare sul fatto che la mano si è appoggiata su una parte molle, indugiandovi forse un secondo di troppo. Naturalmente, da gentiluomo, mi sono offerto di cederle il posto, ma la signora ha declinato l’offerta, non risparmiando una critica alla collocazione della mia borsa, responsabile secondo lei dell’inciampo. Non è mia abitudine polemizzare con le persone che mi siedono addosso, perciò avrei lasciato perdere, quando un’altra signora non so perché ha risposto in mia vece, consigliando alla signora di attaccarsi meglio invece di prendersela con gli altri, e che se proprio avesse avuto qualcosa da ridire avrebbe dovuto prendersela con quelli che in metro indossano lo zaino in spalla, ostacolando e infastidendo tutti gli altri passeggeri.

Le persone che indossano gli zaini sui mezzi pubblici sono effettivamente una piaga. Fosse per me vieterei l’accesso alle metropolitane a quelli che indossano zaini, anche per una questione di ordine pubblico. Tantissimi di loro ci trasportano computer, ad esempio.

La terza soddisfazione è che a settembre torneremo a votare.
La campagna elettorale, di cui abbiamo già le prime avvisaglie, sarà stucchevole e deprimente: una parte, sempre senza entrare nel merito, cercherà di accreditarsi come europeista-antifascista-antisovranista, insomma i migliori che sanno qual è il bene del popolo ma stranamente il popolo irriconoscente non ringrazia, contro i peggiori, i beceri, i puzzoni. A questi ultimi basterà dire che avevano avuto la maggioranza ma gli è stato impedito di governare, non dovranno nemmeno sforzarsi molto.
Per come si sono messe le cose, l’esito mi pare scontato e quindi si potrebbe anche fare a meno di andarci: stragrande vittoria del destra-centro ed in particolare di Salvini, sostanziale tenuta dei 5S, irrilevanza di tutto il resto dello schieramento politico.
Dopodiché, sempre che i manovratori dello spread lo consentano, si potrà avere un governo, che stavolta non farà prigionieri.

Comunque non si può negare che i tempi siano migliorati. Negli anni settanta per sbarrare la strada a chi voleva cambiare lo status quo si usavano le bombe. Oggi bastano lo spread e l’euro (per ora).

Una bella settimana, non c’è che dire!

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Belli e intelligenti

Da bambino capitava abbastanza frequentemente che a mia madre venissero rivolti dei complimenti verso la mia diligenza e acume: “Ma quant’è ‘ntiligente ‘ssu figliu tua!” che la inorgoglivano giustamente, perché è ovvio che se uno è intelligente deve aver preso da qualcuno come pensava anche Cornelia la madre dei Gracchi che come è noto erano tribuni del popolo romano e non corvi come per qualche tempo ho creduto, ed era tanto orgogliosa quanto io avrei voluto nascondermi sottoterra quando gli apprezzamenti venivano fatti con me presente. Inspiegabilmente non ho mai sentito elogi alla mia prestanza fisica, e mi chiedo ancora oggi quale ne sia stato il motivo. Sarà forse perché nelle foto delle elementari risultavo sempre il secondo diversamente alto, battuto solo dal poco più piccolo Claudio Caponi? Ma lui però non era nato settimino.

E’ di pochi giorni fa la notizia che il preside (pardon, dirigente scolastico) di una scuola  elementare di un  paese della Toscana ha vietato di fare qualsiasi foto a scuola, compresa la foto di classe, per questioni di privacy. Secondo me ai miei tempi c’era molta più privacy di adesso (e soprattutto pudore) ma la foto di gruppo _ solo quella _  la facevamo; la differenza è che non esistevano ne computer ne social media, ed è stata una bella fortuna esser stati giovani allora.

L’altro giorno mi è caduto l’occhio, del tutto involontariamente, su una ricerca dell’università di Oxford (gli stessi dell’osso del pene dell’uomo di Neanderthal, se non sbaglio) che sostiene che le donne con un lato B prominente sono non solo più resistenti alle malattie ma anche più intelligenti di quelle con un fondoschiena striminzito. Non mi sogno certo di contraddire questi scienziati, anzi la mia esperienza sorretta da evidenze empiriche mi inducono a confermare lo studio; del resto anche la grande attrice Liz Taylor sosteneva che, ad una certa età, per mantenere la pelle del volto liscia bisogna avere un bel sedere.

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Per tornare alle scuole, in poco tempo sono assurti al (dis)onore delle cronache: una professoressa sfregiata con un coltello da un alunno “problematico”, un’altra legata con dello scotch da un’intera classe, ed un altro insolentito da un bulletto. Poi, dove non arrivano i  figli ci pensano i genitori a dare il meglio di se stessi, non assegnando la giusta razione di legnate ai pargoletti ma andando a picchiare i professori che hanno la sfortuna di avere a che fare con i loro pargoletti. Con amarezza registro che spesso  la risposta della scuola è minimizzante, e comunque non ferma come dovrebbe essere. Una volta tanto la mania di postare tutte le stupidate si è ritorta contro gli autori, che si sono rivelati per quello che sono: dei perfetti coglioni. In un paese normale a scuola non dovrebbero più metterci piede, e dovrebbe essergli assegnata d’ufficio una bella zappa, con tanto di terreno da dissodare a forza di calci nel fondoschiena (nel loro caso però anche se dovesse ingrossarsi l’intelligenza non migliorerebbe).

sculacciata

Ad oltre quaranta giorni dalle elezioni ancora non è emersa una maggioranza di governo. Purtroppo non basta dire “ho vinto io” di fronte all’evidenza dei numeri, e certamente non è facile mettersi insieme, seppure con un contratto ben definito, con chi ci è scambiati insulti e insolenze fino al giorno prima. Comunque, poiché la politica è l’arte del possibile, qualche soluzione si troverà; nel frattempo mi pare interessante l’esperimento di aspettare le elezioni regionali di Molise e Friuli-Venezia Giulia per decidere con chi mettersi insieme. E’ senz’altro un passo avanti rispetto al tempo in cui gli aruspici avrebbero interrogato le interiora degli uccelli, e poi io degli amici molisani e friulani mi fido e mi affido volentieri al loro giudizio.

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Propongo di sciogliere l’Onu. A che serve ormai? Se tre compagni di merende possono decidere chi e quando bombardare prima di ogni risoluzione e verifica, non ne vedo l’utilità. Trovo ridicolo che nel momento in cui si ventila l’utilizzo di armi atomiche tattiche e solo in Siria la destabilizzazione con conseguente guerra civile è costata (finora) più di 400.000 morti e milioni di feriti e sfollati, ci sia qualcuno che si erga a giudice e boia sventolando il patentino di democrazia.

Lanceremo missili belli e intelligenti, ha minacciato mister Trump. Un missile per quanto bello rimane sempre un missile, e sull’intelligenza stenderei un pietoso velo.

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M’ama, non m’ama (II)

Pensavo che dopo una degustazione di pregevoli vini della Valpolicella mi si sarebbe schiarita la visuale riguardo chi votare domenica prossima, ma la dose è stata solo sufficiente a rallegrare lo spirito altrimenti depresso dallo sferzare del Burian e dai notiziari dei telegiornali.

A sentire il TG1 sembrerebbe di vivere nella florida Corea del Nord tanto le cose vanno bene: Pil in crescita, debito e deficit in diminuzione, poi all’annunciatrice deve essere scappato un lapsus perché ha accennato ad una impennata temporanea della disoccupazione. Su tutto svetta però la cronaca nera: ‘ndrangheta in Slovacchia (amici slovacchi, mica vorrete che vi delocalizziamo solo le aziende, vero?), carabiniere che spara a mogli e figli (l’arma dovrebbe fare più attenzione, non è il primo caso… come si deve sentire una donna che va a fare denuncia di stalking o peggio se nelle caserme ci sono di questi tipi?), Ricucci (ancora in giro?) accusato di aver corrotto un giudice a suon di donnine compiacenti.

Bho, vedremo, non mi è rimasta molta verza da sfogliare, questo no, quest’altro no, quest’altro no… per fortuna in cantina ho altre bottiglie, può darsi che prima di domenica l’illuminazione verrà.

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M’ama, non m’ama (I)

Le prime elezioni politiche nelle quali ho votato sono state quelle del 1979. Quelle precedenti, del 1976, erano state quelle in cui avevano debuttato al  voto i diciottenni (fino al 1975 la maggiore età si raggiungeva ai 21 anni), ed avevano visto un considerevole successo del Partito Comunista Italiano, che era giunto a pochi punti percentuali dalla Democrazia Cristiana. L’affluenza generale era stata del 93,4%.
Nel 1979 l’affluenza fu un po’ più bassa (90,95%), la Democrazia Cristiana mantenne più o meno i propri voti ed il PCI arretrò, perdendo qualche voto a sinistra ma soprattutto a favore dei radicali di Marco Pannella, di socialisti, socialdemocratici e cosiddetti “laici” (repubblicani e liberali).
L’esperienza di unità nazionale (il “compromesso storico”, sostanzialmente finito con l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro) venne accantonata, e dopo qualche governo centrista (Cossiga I e II, Forlani) e qualche sciagura e scandalo (terremoto in Irpinia, scoperta della loggia P2) nel 1981 prese vita il pentapartito, che portò il paese fino a Mani Pulite.

Allora non c’era bisogno di par condicio perché la televisione era solo pubblica e le varie forze politiche esponevano i propri programmi nelle tribune elettorali, confrontandosi civilmente con gli altri.

Dopo questo bignamino, giusto per far capire che i tempi non erano proprio di rose e fiori ma a mio avviso meglio di quelli di adesso, voglio ricordare i nomi dei segretari dei maggiori partiti che si contendevano i voti: Benigno Zaccagnini (DC), Enrico Berlinguer (PCI), Bettino Craxi (PSI), Giorgio Almirante (MSI-DN), Pietro Longo (PSDI, subentrato a Mario Tanassi, arrestato per lo scandalo Lockeed; a sua volta Longo venne arrestato qualche anno dopo per tangenti), Oddo Biasini (PRI, subentrato allo storico segretario Ugo la Malfa, morto da poco), Valerio Zanone(PLI).

Vediamo quali sono invece i principali partiti/movimenti che si sfideranno il prossimo 4 marzo:

  • Partito Democratico, segretario Matteo Renzi
  • Movimento 5 Stelle, candidato premier Luigi di Maio (non esiste un segretario nei 5S ma solo un capo, Beppe Grillo);
  • Forza Italia, presidente Silvio Berlusconi
  • Lega Nord, segretario Matteo Salvini
  • Liberi e Uniti, candidato premier Pietro Grasso

A questo punto  potrei anche mettermi a piangere e stracciare la scheda elettorale, ma voglio invece fare uno sforzo di fiducia e volontà, ed illustrare qualcuno dei punti qualificanti dei vari schieramenti.

  • PD: Comprereste un’auto usata dagli altri? E dai, siate seri, quelli fanno cagare. Votate noi! Non si interrompe un’emozione, continuiamo il cammino delle riforme. Come, quali riforme? Le riforme, no?
  • M5S: Comprereste un’auto usata da Renzi e Berlusconi? Allora siete rincoglioniti! Chi ha ridotto l’Italia così come siamo messi? Pensateci bene, non fatevi infinocchiare anche stavolta!
  • FI: Per una nuova rivoluzione liberale! Che vuol dire che sono tutti liberali? Siamo noi i più liberali di tutti! Ed in più 1000 euro di pensione minima, meno tasse per tutti i ricchi e meno controlli sulle costruzioni abusive! Italiani, in fondo in fondo lo so che mi volete bene e mi ammirate, se sono qui a rompermi le scatole invece di godermi la vecchiaia è solo per voi! Io vi amo! Basta coi populisti!
  • Lega Nord: Questa Europa ci ha rotto le scatole! A casa tutti i clandestini! Basta Fornero! Basta Berlusconi! Ah, no, Berlusconi va bene, ma solo se vinciamo noi!
  • LEU: Renzi ha rotto le scatole! Questo paese ha bisogno di più sinistra, infatti vogliamo più liberalizzazioni! Ma soprattutto Renzi ha rotto le scatole!

Non starò ad annoiarvi rivelando le mie personali preferenze, del resto sono abbastanza confuso perché ho appena fatto il test de “La Repubblica” e mi sono ritrovato posizionato dove non mi aspettavo, segno che evidentemente ho sempre sbagliato a votare.

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Dieci piccoli indiani

Che bei tempi viviamo amici!
E’ senza alcuna ombra di dubbio il periodo migliore dell’umanità.
La qualità della vita migliora giorno per giorno, e la stessa cosa vale per le relazioni umane.

Prendiamo ad esempio il lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare io, diciamo 35 anni fa più o meno, si iniziava come apprendisti e dopo poco tempo, quello necessario per imparare il mestiere e non oltre, si diventava operai o impiegati. Che noia! Che tristezza! Eravamo troppo rigidi, dicevano.
Ora si che si sta bene! C’è la flessibilità.
Contratti a tempo determinato, a chiamata, a somministrazione, co.co.co, voucher pardon “Presto”, partite Iva, società di comodo, cooperative fasulle, una cuccagna! E non dimentichiamo un tempo indeterminato che può finire a discrezione del padrone, dietro piccolo pagamento, che però detto così sembrava brutto e allora gli hanno dato un nome inglese, come una volta si parlava il latino per non far capire al popolino: jobs act. Volete mettere?

Ma poteva bastare tutta questa flessibilità per farci felici? Nossignore! C’è la globalizzazione, perbacco! E allora via alle esternalizzazioni, alle delocalizzazioni, con una rincorsa sempre più affannosa a chi costa di meno e accampa meno pretese: albanesi, rumeni, moldavi, indiani… gli indiani specialmente sono molto bravi in informatica, si dice, e parlano bene inglese. Uno magari si chiede per quale motivo se il lavoro è in Italia bisogna farlo fare agli indiani parlando in inglese, ma è ovvio che è la mentalità provinciale che tarda a scomparire. Chi non è contento di imparare le lingue, anche in tarda età?

Quando ero giovane pensavo che fosse un’ingiustizia dover lavorare negli anni più belli della vita, quando si sarebbe dovuto solo vivere spensierati; ed ora finalmente la mia aspirazione si è avverata, perché i giovani se va bene iniziano a lavorare a trenta anni, avendo tutto il tempo per godersela.
Purtroppo, poiché gli italiani si ostinano a non morire, la durata media della vita si allunga e per fare in modo che il sistema pensionistico sia sostenibile bisogna rimanere al lavoro più a lungo: quindi abbiamo legioni di vecchietti al lavoro, e questo se da un lato è un bene perché così non vanno a intasare le poste al sabato mattina dall’altro è un male perché non svolgono il loro compito istituzionale di controllare i lavori pubblici elargendo consigli non richiesti.

Ma in quale paese i governanti sono così immaginifici nel pensare soluzioni per i loro concittadini?

Dopo le prossime elezioni, chiunque vinca, avremo il Bengodi:
chi ci toglierà il canone Rai, dopo averlo inserito nella bolletta della luce per farlo pagare a tutti e dopo avere per anni insultato l’avversario che voleva fare la stessa cosa; chi ci darà il reddito di cittadinanza, spritz e salatini per tutti purché italiani; chi più orientato ai coetanei innalzerà le pensioni minime fino a 1.000 euro, indipendentemente dai contributi versati; chi toglierà le tasse universitarie, ottima cosa se non che il cammino per l’università è abbastanza lungo, e magari prima si potrebbe fare in modo che la scuola dell’obbligo sia gratuita, e che i bambini non debbano rimanere fuori dalle mense perché i genitori non hanno i soldi per pagare le rette.
Insomma, c’è di che essere fiduciosi!

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Personalmente vivo bene questo periodo. Dopo aver cambiato sei società rimanendo sempre seduto sulla stessa sedia e facendo lo stesso lavoro, sono rimasto sulla stessa sedia ma cambierò lavoro. Perché quello di prima lo faranno gli indiani. Mi sono chiesto a dire la verità cosa avessero tanto di meglio questi indiani, a parte parlare in inglese; più flessibili dubito, dato che i contratti anche qua li rinnovano ogni tre mesi; più bravi può essere, anche se di solito se uno è più bravo viene pagato di più e non di meno, altrimenti Messi al Barcellona dovrebbe guadagnare quanto Scaccabarozzi del Benevento; comunque per carità, niente contro gli indiani, anzi. Sono amante dell’India fin dai tempi del Giro del Mondo in Ottanta Giorni di Jules Verne, quando Phileas Fogg salvava la giovane vedova dal rogo dove avrebbe dovuto essere immolata; Kabir Bedi per me è un mito e rispetto, pur non condividendola,  la loro venerazione per le vacche. Insomma, amici indiani, se proprio volete il nostro lavoro prendetevelo pure, ma almeno lasciateci qualche giovane vedova da salvare, please.

(177 – continua)

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Niente sushi per Olena – 3

«Compagni, compagni! Un attimo di silenzio! Compagni, un po’ di attenzione, e che cazzo!»
Nel seminterrato del condominio di via Arbe, parallela di Viale Zara, a Milano, il presidente dell’assemblea autoconvocata, Attilio Trozzo, fa fatica a mantenere l’ordine.
Sono convenuti diversi gruppi della galassia antagonista, per una volta tutti uniti nella lotta.
«Lascio la parola al compagno Cazzaniga. Prego, Luisito, tieni il megafono»
Luigi Cazzaniga, nome di battaglia Luisito Lenìn, Luisito in onore di Luisito Suarez¹ e Lenìn in onore di Lenìn, è il leader del Partito degli Interisti per la Rivoluzione. Il programma prevede la costituzione delle società di calcio in Soviet, con la formazione domenicale eletta democraticamente e l’abolizione della figura dittatoriale dell’allenatore. Luisito si raschia la gola e attacca:
«Compagni!» ma il fischio del megafono non permette all’uditorio di decifrare la parola.
«Luisito, abbassa il volume che fischia!» gli suggerisce Ambrogio Cantaluppi, delegato del Sindacato Mimi di Strada e Falsi Bambini in Carrozzina. Luisito borbotta un “ma va a dà via ‘i ciap” e continua:
«Compagni! Quello che è stato compiuto è un grave atto di provocazione! Ma noi non dobbiamo cadere nelle trappole degli imperialisti!»
«Bravo! Giusto!» approva Alcide Remigi che gli amici chiamano Memo per via del cognome, presidente del Mo.Di.Ca. – Movimento per la Dignità del Cane – che sta raccogliendo le firme per una proposta di legge che metta al bando i cappottini per i cani. Il Mo.Di.Ca. sta inoltre finanziando un esperimento genetico per la creazione di una razza di cane completamente anaffettiva, in grado solamente di mangiare, bere, defecare sul divano e violentare le Pigotte abbandonate per casa, un incrocio tra Schnauzer nano, Yorkshire Terrier e Japanese Chin: lo Stronzerrier nano².
Luisito continua:
«E’ chiaro che cercheranno di addossare a noi la colpa di quanto è successo»
«Hai ragione! Certo! Ma noi non ci faremo incastrare!» urla Olindo Gervasoni, detto il Pinna per via di una accentuata scoliosi alla spalla sinistra. «Noi non c’entriamo niente!»
«Ma voi vi siete esposti troppo! Vi avevamo avvisato di non esagerare!» gli grida dietro Mirco Grattin, del “Comitato per la Solidarietà ai Volontari che Portano il Thè ai Senzatetto di Como” rinfacciando al Pinna, esponente dell’Unione No-Sushi, azioni dimostrative come quella di aver liberato blatte rosse nelle cucine di diversi Sushi-Bar dei Navigli; azione peraltro inutile dal momento che le blatte sono state catturate dagli scaltri cuochi, tritate e messe in tavola come salsina piccante, con grande apprezzamento degli avventori.
«Calma, calma, compagni!» esorta Luisito, vedendo il Pinna alzarsi e avanzare minaccioso verso Grattin. «E’ proprio questo che vogliono, dividerci e metterci uno contro l’altro! Del resto lo sapevamo, la scelta del loro obiettivo era troppo ovvia: interista e giapponese!»
Miguel Zapatero, osservatore internazione inviato dalla Federazione dei Massaggiatori di Prosciutti Patanegra, annuisce pensoso. Dalla tasca dell’eskimo spunta la Gazzetta dello Sport, con una foto a tutta pagina e un titolo a caratteri cubitali:

RAPITO YŪTO NAGATOMO!

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Chi può aver rapito il terzino Nagatomo? Qualcuno mesta nel torbido? Il Patanegra è solo un prosciutto o un collier di Cartier? Lo sapevate che Armando Cossutta era interista? Sapete almeno chi era Armando Cossutta? 

¹ Per i più giovani o quelli che non amano il calcio dirò solo che Suarez era il faro della Grande Inter. Mi fermo qua, i lucciconi mi impediscono di continuare.
² Amo i cani. Devo precisarlo per essere politicamente corretto e non incorrere nelle ire della Brambilla. Detesto i padroni. Sono stato padrone anch’io e spesso mi detestavo.

Natale con Olena (X) – the end

Gilda, ancora incredula, appoggia la cornetta dell’interfono sulla sua base.
«James?»
«Signora?»
«Tirami fuori qualcosa di comodo, caro, andiamo a prendere il signore.»
«Come desidera signora. Posso consigliare la sahariana cachi?» – chiede James, pensoso.
«Lascia stare i cachi, James. Meno formale, se mi sono spiegata»
«Benissimo, signora. Se vuol perdonarmi un attimo» – dice James rinculando, avviandosi al guardaroba di Gilda.

Svengard ripone il barile di aringhe fermentate nel magazzino che è anche la sua stanza. Si siede sul letto, un asse di quercia con sopra un pagliericcio, e ripensa alle parole del saggio cinese Po: “Pallale, o glande uomo del Nold, pallale!”. Si alza, deciso, e si avvia verso il laboratorio.

Gilda e James sono davanti all’ingresso del laboratorio, dopo aver preso il treno Maglev guidato dal puntuale Hidetoshi Nakata. Gilda indossa una tuta color rosso fragola in maturazione di D&G, abbinata a scarpine  scintillanti. James le è di fiancoi; la Calva Tettuta lo guarda pensosa, con la testa lievemente inclinata e l’indice appoggiato alle labbra, e osserva:
«Quel caftano ti dona, James, sfina» – indicando la tunica che James indossa sopra la divisa da maggiordomo.
«Troppo buona, signora. Ho preso il primo straccetto che mi è capitato in mano»
«Hai sempre buon gusto, James. James caro, che significa “Access denied”?» – chiede indicando la risposta del lettore di iride che controlla il personale autorizzato all’ingresso nel laboratorio.
«Temo che la signora sia stata disabilitata» – ipotizza un perplesso James.
«Disabilitata? Ma io sono la moglie!» – sbotta Gilda.
«Il signore deve essere corrucciato»
«Corrucciato dici? Bene, adesso vediamo» – e cominciando a tempestare di pugni la porta blindata intima al marito:
«Evaristo! Apri immediatamente questa porta! Evaristo ti avverto, se non apri questa porta entro tre secondi faccio uno sproposito! Uno… due… Evaristo!» – finalmente dall’altra parte il cavalier Rana risponde:
«Gilda, che sei venuta a fare qua? Vattene, per favore» – chiede con voce troppo calma il cavaliere.
«Evaristo, apri questa porta. Non so che stai combinando, ma è ora di finirla con questa storia. Facci entrare e libera immediatamente quei ragazzi!»
Dopo tre secondi di silenzio totale, si sente il lieve clic della serratura della porta blindata. Gilda e James entrano nel laboratorio, dove il cavalier Rana è solo, in piedi, vicino ad una delle caldaie.
«Evaristo, per l’amor del cielo, torniamo a casa. Tu stai male, devi farti vedere da un medico» – cerca di convincerlo una preoccupata Gilda
«Male dici? Ah, ah» – risponde Rana con una risata lievemente inquietante – «Male? Non sono mai stato così bene invece, mia cara! La vedi questa?» – dice indicando una chiavetta USB che tiene in mano – «questa ci farà diventare ricchi!»
«Ma Evaristo noi siamo già ricchi, non ti basta ancora? Quanto ricco vuoi diventare?»
«Immensamente ricchi, cara mia… qui dentro c’è la formula per una tecnologia che ci permetterà di controllare la mente delle persone… nanocomputer in grado di installarsi direttamente nel cervello umano, che possono agire in rete ed essere comandati a distanza… con questi possiamo condizionare le persone e costringerli a comprare solo e sempre da noi…»
«Caro, per quello non c’è già la televisione o internet? Lascia stare i nani, caro, noi facciamo tortellini!» – cerca di riportarlo alla ragionevolezza Gilda
«E’ proprio questo che ci permetterà di prendere il possesso delle loro menti! Glieli aggiungeremo negli impasti e li introdurranno senza saperlo! E convinceranno altri a farlo! E ne vorranno sempre di più, ne imploreranno sempre di più, sempre di più, sempre di più! » – delira ormai il cavaliere.
Gilda guarda con orrore l’uomo che pensava di conoscere.
«Evaristo, è ufficiale, tu sei pazzo. Apri subito la porta del centro e fai uscire i ragazzi. Poi andiamo a casa, che ti faccio una puntura e chiamo il dottore. James, dammi una mano per favore» – ordina Gilda, cercando appoggio nel maggiordomo per riportare il marito alla calma.
«Fermi! Non muovetevi o sparo!» – intima il cavaliere, estraendo dalla tasca una vecchia Beretta M34.
«Evaristo per l’amor del cielo, metti via quella pistola! Che tanto non la sai usare» – azzarda Gilda. Il cavaliere, beffardo, risponde: «Vogliamo provare, Gilda cara?» – poi, indicando il cartello dove campeggia la scritta “Attenzione – pericolo” dice: «Volevi liberare i precari, cara? Accomodatevi, tu e il tuo chauffeur!» – dice spingendo i due verso la porta serrata.
«Mi permetto di correggerla signore, si dice butler  non chauffeur» – puntualizza un forse poco tempestivo James.
«Ma vaffanculo te e il butler!» – è la risposta del cavaliere, che apre la porta stagna con il telecomando e, spingendo dentro Gilda e il maggiordomo, si congeda con: «E salutatemi i precari!».
Poi rimessa in tasca la pistola, si avvicina alle caldaie e mette tutte le manopole della pressione al massimo. Un ultimo sguardo indietro ed esce, chiudendo la porta blindata, con un ghigno sul volto.

Nella foresta domestica i pigmei sono in agitazione. Qualcuno è uscito dal laboratorio e si avvicina a passi veloci. Lo riconoscono, è l’uomo che li nutre con quelle ciufeche ma che ogni tanto gli permette di rosicchiare qualcuno. I pigmei gli si fanno incontro.
«Pigmei, ascoltate!» – richiama l’attenzione il cavaliere. «Io me ne vado per un po’, voi arrangiatevi. Ah, prima di andare potete mangiare Christian De Sica.» – concede un magnanimo cavaliere, provocando mugolii di apprezzamento.
Silenziosamente, da dietro il gruppo di pigmei appare Olena, statuaria, divisa mimetica e colbacco in testa, con a tracolla il fido lanciarazzi RPG-32 Hashim.
«Dove voi pensa di andare, signuore?» – chiede Olena. I pigmei, impressionati, si prostrano e commentano sussurrando “bona”, “bona bona”. Il cavaliere, sorpreso, al vedere la russa tira un sospiro di sollievo.
«Ah, sei tu Natascia? Come mai hai lasciato la nonna? Fammi passare, non ti interessa dove vado»
«Me non interessa voi. Interessa quello che avere in tasca» – mette in chiaro le cose Olena.
«Quello che ho…» – prende tempo il cavaliere, rendendosi conto solo in quel momento della situazione. – «Quello che ho in tasca dici? Questo ho in tasca, in alto le mani!» – intima estraendo la Beretta. Olena lo guarda, con un sorriso sardonico. «Attento, tu potere fare male te con quella» – dice guardandolo negli occhi. – «Tu consegna me pistola e chiavetta, e nessuno fare male» – in tono che non ammette repliche. Il cavaliere, non decifrando il linguaggio del corpo dei pigmei, avanza verso Olena: «Te lo faccio vedere io se qualcuno si fa male» – dice prendendo la mira. Mentre Olena continua a sorridere, per niente impressionata, i pigmei si rialzano e la coprono, mettendosi uno sopra all’altro salendogli sulle spalle. Poi, lentamente, con in testa Gnugnu, iniziano ad avanzare verso il cavaliere.
«Ma che… Toglietevi dalle palle, teste di cazzo!» – ordina il cavaliere ai pigmei, ma è ormai troppo tardi. Questi gli sono addosso, lo disarmano e lo buttano a terra.
«No, fermi! Maledetti… Natascia, diglielo tu, fermali! Natascia, tieni, ecco la chiavetta, qui c’è dentro la formula, ma per carità liberami. Natascia!» – urla il cavaliere, terrorizzato.
Olena sorride al cavaliere, prende dalle sue mani la chiavetta, poi sorride a Gnugnu e fa un cenno di assenso con il capo.

«Buon appetito» – concede ai suoi devoti fedeli.

Svendard è a metà strada, quando sente il rumore delle esplosioni. Si mette a correre, e quando arriva a vedere il laboratorio inorridisce, vedendo i bagliori delle fiamme dell’incendio che sta sviluppando dentro.
Dalla gola emette un grido fortissimo: «Tullsta! Tullsta!» – che in norreno sarebbe «Gilda! Gilda!» e si lancia verso le fiamme.
Olena sta tornando verso la villa, quando sente l’urlo di Svengard, e sente una fitta allo stomaco. L’unico uomo che le ha resistito ha bisogno di aiuto, e si lancia nella sua direzione. Arrivata a 100 metri lo vede, intento a cercare di sfondare la porta blindata. Si inginocchia con il fido RPG-32 Hashim in spalla, e lo chiama: «Svengard! Svengard!» – finché il norreno non la sente e si ferma.
«Giù la testa, coglione»¹ – sussurra Olena mirando la porta blindata, appena prima di premere il grilletto.
La porta blindata viene polverizzata e Svengard entra nel laboratorio incendiato. Dal fondo sente un richiamo: «Aiuto! Aiuto! Liberateci!» – e riconosce la voce di Gilda. Afferra un calorifero in ghisa e getta 120 chili di vichingo e 50 di calorifero contro la porta che lo separa dal suo amore. Sotto l’urto i cardini cedono e Svengard piomba lungo disteso nello stanzone dove sono rinchiusi Gilda, James e i dieci ricercatori precari.
Gilda gli si china sopra e lo guarda attentamente, finalmente riconoscendolo: «Ah, sì tu? Fréchete, quanto c’ì misso a svegliatte!» – e lo prende dolcemente per mano, aiutandolo ad alzarsi.

Epilogo

All’ultimo piano dell’hotel Best Moskow, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa, la cameriera del piano sta spingendo il vassoio della colazione che si appresta a portare nella suite presidenziale.
La ragazza, lunghi capelli neri raccolti in una coda, elegante nella divisa bianca e blu dell’albergo, bussa alla porta.
«Chi è?» – chiede una voce autoritaria dall’interno.
«Servizio in camera, signore» – risponde la cameriera
«Ah, si. Entri, lasci pure sul tavolo del salottino est»
La cameriera entra, apparecchia il tavolo del salottino scelto per la colazione, osserva la disposizione e poi chiede: «La colazione è pronta, signore. Ha bisogno di altro?» – e attende che dal bagno arrivi la risposta: «No, grazie, può andare».
La cameriera saluta ed esce, lasciando dentro il carrello con le bevande in caldo.
Nel bagno un uomo, disteso nella vasca Jacuzzi, sta parlando al telefono.
«Da, Da, John, ti ho detto che domani ce l’avrai. Che significa ci sono intoppi burocratici? John, guarda che la merce me l’hanno chiesta anche gli arabi… e quelli non hanno problemi di soldi. Ti sembrano troppi tre trilioni di dollari? Ma ti stai rendendo conto dell’importanza di questa scoperta? Ti rendi conto che significa poter controllare il cervello di chi è al potere nei vari paesi? John, non farmi perdere la pazienza!» – intima l’uomo all’interlocutore che sta tergiversando – «Se entro due ore non vedo il bonifico chiamo Kim. Vuoi che dia la scoperta a Kim? No? E allora muovi le chiappe, perdio! – e spegne il cellulare, gettandolo lontano con un gesto di stizza.
Solo allora l’uomo si accorge della figura in piedi nel vano della porta. La divisa da cameriera, ma i capelli biondi. Si gira verso di lei, paralizzato. La ragazza parla, la voce carica di delusione:
«E’ sempre stata una questione di soldi, vero? Solo soldi» – chiede Olena all’uomo nella Jacuzzi
«Ma chi… capitano Smirnoff! Come avete fatto a entrare?» – si guarda intorno cercando la pistola, rimpiangendo di averla lasciata nell’altra stanza. Olena coglie il suo sguardo.
«Cercate questa, colonnello Kutnezof?» – mostrandogli la Makarov a cui il colonnello è rimasto affezionato.
«Capitano, vi sapevamo ancora in Italia… come ha fatto…» – chiede il colonnello, preoccupato.
«Intende come ho fatto ad arrivare senza essere localizzata, colonnello?» – e gli mostra l’avambraccio, dove un cerotto copre i tagli del bisturi con cui Olena si è espiantata il chip. La ragazza continua, con disprezzo:
«Ideali, patria… soldi, solo soldi! Ho pulito il culo ad una vecchia per due anni, e si trattava solo di soldi!» – accusa Olena, sdegnata. Il colonnello abbassa la testa, sembra colpito. Poi la rialza, con aria di sfida:
«Ideali! Patria! Vieni a parlare a me di ideali! Questi sono i miei ideali!» – e così dicendo si alza in piedi, mostrando le cicatrici delle pallottole ricevute in Afghanistan e qualcos’altro che Olena valuta insufficiente. Il colonnello continua:
«Dov’erano gli ideali quando sono andati al potere mafiosi, papponi, ubriaconi, corrotti, quando si sono spartiti tutto, petrolio, gas, banche, quando hanno mandato sul lastrico milioni di famiglie! Dov’erano tutti questi difensori di ideali? Mi sono stancato di gente che si riempie la bocca di patria e manda gli altri a morire! Si, soldi, si tratta di soldi, adesso è il mio turno Olena, tocca a me far girare la giostra adesso! E anche tu puoi farne parte, se vuoi… possiamo dividere, ho già i compratori… dammi retta Olena!»
Olena ascolta colpita dalle parole del vecchio soldato, che nudo davanti a lei le spiattella una verità che non avrebbe voluto sentire.
«Questo non sarà mai, colonnello. Sedetevi, prego» – dice Olena, cercando di far recuperare un minimo di dignità al suo superiore. Ma il colonnello ormai non ha più freni:
«Sei una stupida Olena! Guardati intorno! La guerra l’abbiamo persa, lo vuoi capire, l’abbiamo persa! La loro bandiera sventola lì, sulla piazza Rossa, come la nostra sventolò un giorno sul Reichstag!» – proclama enfaticamente Kutnezov, indicando la bandiera di McDonalds.
«Noi non abbiamo perso.» – scandisce Olena – «Voi! avete tradito.» – e così dicendo, estrae la chiavetta USB e la schiaccia con il tacco dello stivale.
«No!!! Disgraziata, cosa hai fatto!!! Hai distrutto la nostra fortuna, la mia fortuna» – piange il colonnello, cadendo in ginocchio. Ma Olena ha già voltato le spalle. Il tempo di montare il silenziatore, si gira e spara.

«Увидимся в аду, полковник»² – saluta Olena, soffiando sulla canna della pistola.

Dalla porta girevole dell’albergo esce una donna alta, avvolta da un mantello violetto, con un cappuccio calato sugli occhi. Un’occhiata intorno senza alzare lo sguardo, e scende le scale che la portano al marciapiede. Di fronte all’albergo una Maserati con vetri oscurati.
Olena valuta la situazione. Troppo allo scoperto, scappare è impossibile. Stringe la Makarov del colonnello nella tasca del mantello, e avanza verso la macchina. Vede il finestrino abbassarsi, è pronta.
«Natascia!» – sente chiamare – «Natascia! Vieni qui, figlietta!»
Sbalordita, Olena si avvicina all’auto. Apre la portiera posteriore, e vede nonna Pina, in pelliccia di visone, fumare una sigaretta da un lungo bocchino. La vecchia sorride beffarda.
«E dai Natascia, sali, non abbiamo tutto il giorno» – la incita nonna Pina.
Natascia chiude la portiera e sta per fare il giro della macchina, quando dal posto di guida esce qualcuno che conosce bene. James, impeccabile nel suo completo da maggiordomo ma con in testa  un cappello da poliziotto ricevuto in dono dai Village People, scende e gli apre la portiera.
Gli sorride, e guardandola fissa negli occhi le dice:
«Si accomodi madame, benvenuta»
Olena si ferma un attimo. Guarda nonna Pina che ridacchia, e James che le sorride.
Alza gli occhi verso il cielo, ed il sole rimbalza nei suoi occhi blu e colpisce la visiera del cappello di James. Mentre un sorriso le illumina finalmente il viso, guarda James con qualcosa che somiglia ad affetto e gli dice:

«Fatti in là, finuocchietto. Guido io».

THE END

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¹ Confesso che ho scritto tutto questo solo per poter mettere da qualche parte questa citazione.
² “Ci vediamo all’inferno, colonnello”

Natale con Olena (V)

«Non essere assurda Gilda, certo che ti amo» – protesta il cavaliere, piccato – «e adesso te lo dimostro: vieni qua, chiudi gli occhi e apri la bocca»
Gilda, avvezza ai ghiribizzi del marito, non si scompone più di tanto.
«Mi piaci quando sei prepotente. Faccio la pecorella, caro?»
«Non c’è bisogno, Gilda cara»
Il cavaliere intinge un cucchiaio dal lungo manico in una delle padelle poggiate sui fornelli della grande cucina del laboratorio. Ne estrae una sostanza scurognola che inserisce nella bocca socchiusa di Gilda, da cui fuoriesce una puntina di lingua, provocandole un brivido. Il cavaliere osserva Gilda ruminare la poltiglia.
«Bhè, che ne pensi?»
«Speravo qualcosa di meglio, Evaristo, la consistenza è inquietante. Di che si tratta, di preciso?»
«Cachi e pagliata, in Giappone andrà a ruba, metterò al lavoro il marketing per trovargli un nome»
«Lascia stare caro, il cachi allappa. Dallo ai pigmei»
«Accidenti, glielo avevo detto a Svengard che li aveva raccolti troppo acerbi! A proposito, dov’è finito quel somaro, non risponde nemmeno al corno tibetano»
«Sai com’è fatto Svengard, è un vichingo, veleggia. Proviamo a sentire James» –  e senza dar tempo al cavaliere di obiettare, alza la cornetta dell’interfono. Il tempo di squillare due volte, e risponde una voce baritonale:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» – il cavaliere alza gli occhi al cielo. Gilda prende il controllo della situazione.
«James caro, non c’è bisogno di essere così formali all’interfono»
«E’ l’abitudine, signora»
«Cerca di superare questo complesso, il signore si irrita. Hai per caso notizie di Svengard?»
«Si signora, Svengard aveva esaurito la riserva di Surströmming¹, ha fatto un salto in Hälsingland per rifornirsi. Se desidera vado a recuperarlo, signora»
«Non importa caro. Ah senti James, hai visto per caso in giro i miei occhiali da sole? Devo averli appoggiati sul tavolino Luigi XVI dell’ingresso prima di scendere»
«No, signora, non li ho notati. Vuole che dia un’occhiata?» – risponde il maggiordomo, rimirando allo specchio le strass che costellano la montatura arancio che in quel momento sta inforcando.
«Lascia perdere caro, tanto tra cinque minuti sono lì» – e riattacca la cornetta. Da una ravviata al turbante, e considerando che il Rana si è rimesso a studiare muschi e licheni, lo saluta:
«Caro, io vado» – e vedendo che il marito non alza la testa dai libri, butta là con nonchalance: « Ah, mi stavo dimenticando, stamani ha chiamato Melania, ringrazia per il presente» – catturandone subito l’attenzione.
«Ah, bene. Che dice, Donald ha gradito?»
«Eccome, caro. Anzi, Meli domanda se possiamo mandargliene un altro pacco, chiede solo se nel porridge si può mettere un po’ meno ‘nduja. E’ senz’altro un ottimo rinvigorente, dice, ma ha qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale? Di che tipo?» – chiede Rana allarmato
«Sembra che provochi delle strane crisi mistiche. Donald continua a parlare di Gerusalemme»
«Ma l’hanno condito con sciroppo d’acero come mi ero raccomandato?»
«No caro, sembra che l’abbiano accompagnato con burro di arachidi»
«E grazie al cavolo, allora! Fanno di testa loro, e poi si lamentano! Va bene, dille pure che toglierò un po’ di ‘nduja, anzi quasi quasi ci metto un cachi per stemperare la ‘nduja…»
«Eviterei, caro»
«Tu dici? Si, forse hai ragione» – dice il cavaliere, non del tutto convinto. Gilda si guarda intorno, e specialmente la porta blindata sulla quale troneggia il cartello “Vietato l’ingresso – pericolo”, poi abbassando la voce chiede:
«Ehm, caro, e con “loro” che vogliamo fare?»
«Che vuoi dire Gilda cara?»
«Voglio dire che non possiamo tenerli là in eterno. Sono pur sempre esseri umani»
A questa affermazione il cavaliere si agita, Gilda ha toccato un nervo evidentemente scoperto.
«Sshh! Perché, qualcuno li ha cercati? Hai visto in giro polizia? Sindacati?»
«No caro, ma i pigmei cominciano a essere nervosi»
«Non posso liberarli ora! Proprio adesso che ormai… siamo a tanto così!» – avvicinando pollice e indice quasi a toccarsi.

James imbocca il corridoio che lo porta alla sua camera. Nella direzione opposta, una sgargiante Olena, in costume tradizionale e colbacco dell’Armata Rossa, gli viene incontro. Il maggiordomo cerca di ignorarla, ma al momento di incrociarsi lei lo squadra e sibila con disprezzo:
«Disgustevole… uocchiali da effieminato»
«Sarà bella la tua zucca! » – ribatte il maggiordomo, indicando il sospensorio pigmeo appeso alla cintura della siberiana. – «Che cos’è, un nuovo tipo di padella?»
Olena si ferma, si gira lentamente verso di lui e lo fissa glacialmente negli occhi. James resiste impavido, ma sente un brivido corrergli lungo la schiena. Dalle finestre entra il rumore dei tamburi pigmei e quella che sembra un’invocazione, un canto rituale: “bona!” “bona!”. La russa sorride, ed entra nella camera della vecchia.

Chi sono “loro”? E a che cosa il cavalier Rana è tanto così? Com’è l’alito di Svengard dopo aver mangiato aringhe marce? Lo scopriremo nelle prossime puntate.

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¹ E’ odioso dare spiegazioni per cose così ovvie ma si tratta di anatra fermentata, fatta marcire in barile e con un odore particolarmente forte. Se dovessero invitarvi ad assaggiarla, declinate.

Crapa pelada

Questa l’ha scritta un mio amico tempo fa, mi pare attuale e la ripropongo così com’è.

Teste rasate
(un elmetto di carne)
Teste senza cappello
(quello del nonno fatica ad entrare)
Teste senza cervello
(vuoti a perdere)
Teste pelate
(e questo sarebbe il meno)
Teste per piantar chiodi
(utili in certi frangenti)
Teste come arieti medievali
(entrano senza bussare)
Teste ripiene di sugna
(chissà se ci si ungono ancora gli scarpini)
Teste lisciate
(col fazzoletto nero)
Teste a palla di biliardo
(lucide, ma solo fuori)
Teste con bisogno di capo
(che un capo deve avere le palle)
Teste ignoranti
(che approfittano
delle strizzate d’occhio dei benpensanti)
Teste che difendono la purezza
(di una razza dai mille incroci)
Teste di pelle bianca
(caucasica)
Teste cristiane
(ma  Gesù non credo sarebbe d’accordo)
Teste di morto
(ma con meno dignità)

Chi ha più testa la usi
Che il nemico non sono i poveri
Ma chi li fa poveri
Se non capite questo
Sbatterete la testa contro il muro
Che l’uomo non va avanti a testate
Ma con quello che c’è dentro le teste

 

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