Mo’ me lo segno

Qualche giorno fa si è tenuta una Assemblea Generale dell’Onu dal titolo “Climate Action Summit 2019”, ovvero una conferenza sulle azioni da intraprendere per evitare la catastrofe ecologica prima che sia troppo tardi. Più di settanta paesi¹ si sono impegnati a ridurre progressivamente le emissioni di gas serra fino ad azzerarle del tutto entro il 2050: si può dare di più, come cantavano Tozzi Morandi e Ruggeri una trentina abbondante di anni fa.

Gli Stati Uniti, il più grosso consumatore di risorse e di conseguenza il più grosso inquinatore, non era nemmeno stato invitato dato l’atteggiamento di assoluto negazionismo di questa amministrazione (ma anche le precedenti, al di là di annunci di facciata, non è che abbiano brillato). Mr. Trump ha fatto una comparsata, giusto per far capire che quella è casa sua ed attirarsi il giusto biasimo di Greta Thunberg, la battagliera attivista che piaccia o non piaccia sta mobilitando milioni di giovani.

Guardiamoci in faccia, amici cari: questi impegni presi in nostro nome, ancorché blandi, vogliono dire in soldoni rinunciare progressivamente ai combustibili fossili, e specialmente al carbone; ridurre drasticamente gli allevamenti intensivi animali, specie bovini e suini, e dunque mangiare molta meno carne; combattere cementificazione, desertificazione e deforestazione; in sostanza un cambiamento culturale ed economico che va ad incidere sullo stile di vita e che dovrebbe riguardare innanzitutto chi più è responsabile della situazione attuale, ovvero i grandi paesi industrializzati.

E, dato che l’apparato militare è uno dei più grossi inquinatori, schierarsi decisamente per una riduzione degli armamenti.

Senza dimenticare che, se le disuguaglianze invece di diminuire crescono, è sommamente ingiusto pretendere gli stessi standard per tutti: e che facciamo, la flat tax dell’ambiente? Chi più ha avuto (e più inquinato) più deve dare, e casomai aiutare gli altri a non essere costretti ad inquinare a loro volta.

Ora, a parole siamo tutti d’accordo con Greta, ma quando poi si tratta di cambiare, convertire il proprio modo di vivere la faccenda è ben diversa.
Siamo disposti a fare questi sacrifici? A consumare meno energia, meno suolo, a mangiare diversamente? A viaggiare meno, a volare meno, ad usare meno gli apparecchi elettrici, a produrre in fin dei conti meno? E come la mettiamo con le merci che percorrono migliaia di chilometri, come la mettiamo con le consegne a domicilio così comode e pratiche?

No, perché se pensiamo che si tratti solo di abbandonare il petrolio (che prima o poi finirà, anzi non mi spiego come mai alcuni scienziati già anni fa lo davano per esaurito entro i primi anni del presente secolo e invece siamo ancora ad estrarre milioni di barili) e continuare a fare quello che facciamo adesso come niente fosse, sperando in un miracolo tecnologico che semplicemente sostituisca le fonti energetiche “sporche” con energia “pulita” siamo fuori strada, o meglio siamo dei grandi ipocriti: a quel punto allora è più onesto Trump a dire “me ne frego, lo stile di vita americano non si tocca, e gli altri si arrangino”…

Comunque nel 2050, se ci sarò _ e non è del tutto improbabile dato che la “razza” è abbastanza longeva (anche se in fondo non è che ci tenga così tanto) _ avrò 91 anni: mo’ me lo segno, come diceva Troisi in Non ci resta che piangere, il bellissimo film del ’85, ben prima che iniziassero le conferenze sui cambiamenti climatici.

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¹ I membri dell’Onu sono 196…

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Aliens. Ho perso i punti di riferimento (e anche le virgole)

Ma che ne so boh non ci capisco più niente anzi non ci ho mai capito niente vivo in mezzo a gente con la quale non ho niente in comune non abbiamo punti di contatto i nostri valori sono differenti le nostre visioni della vita e della società divergono anche quello che dovrebbe unirci quella forma di fratellanza e di appartenenza che potrebbe essere data dalla religione seppur la mia così tiepida ci divide e ci contrappone non so di che parlare con questa gente la cultura non aiuta il ragionamento non serve il richiamo ad una comune umanità non attacca vedo solo la gretta difesa di privilegi e interessi vivo in mezzo ad alieni ma con la sensazione di essere io l’alieno perché leggere libri perché informarsi è inutile tutto è inutile tutto è luogo comune e pregiudizio la dittatura del buonsenso che è conformismo bigotteria grettezza egoismo e hai voglia a dire che se crescono le ingiustizie e disuguaglianze bisogna andare a colpire le cause invece di prendersela con quelle che ne sono le vittime se si è perso l’orizzonte ideale e quando persino l’idea di ingiustizia è traviata quando si reputa giusto che i lavoratori si accontentino di un tozzo di pane senza diritti e continuamente ricattati ma sia ingiusto per i ricchi pagare le tasse e ancora di fronte all’evidenza dei danni che apportiamo alle relazioni alla convivenza civile alla natura si negano tutti i rapporti di causa-effetto di che ci meravigliamo signora mia è sempre stato così ma cosa ci siamo messi in testa la verità è che calpestiamo lo stesso suolo ma siamo di specie diverse io probabilmente un dinosauro voi sarete forse i nuovi sapiens che domineranno il mondo ma spero vivamente che un asteroide vi colpisca e vi stermini tutti alieni maledetti.

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La partita di pallone

Perché, perché
la domenica mi lasci sempre sola
per andare a vedere la partita
di pallone
perché, perché,
una volta non ci porti pure me?
¹

Fra qualche giorno, come ormai sanno anche le pietre del deserto, si svolgerà a Gedda, importante porto commerciale dell’Arabia Saudita con più di 3 milioni di abitanti, nota finora perché una tradizione popolare la riteneva sede della tomba di Eva, la sventata che diede la mela ad Adamo costringendoci a guadagnare il pane col sudore della fronte almeno fino all’avvento del reddito di cittadinanza, a Gedda dicevo si svolgerà la partita valida per l’assegnazione della Supercoppa Italiana di calcio.

Non potendomi fregar di meno ne della Supercoppa (questa specie di madonna pellegrina del calcio, dove due squadre italiane vanno a giocare in una località esotica qualsiasi per intascare qualche milioncino di diritti televisivi _ spettacoli pietosi che continueranno finché ci sarà gente disposta a pagare per vederli: fosse per me i proprietari di tv a pagamento andrebbero tutti accattoni sotto i ponti _ ) ne tantomeno dell’Arabia Saudita dove sono sicuro al 100% non metterò mai piedi in vita mia come in tutti i paesi limitrofi, avrei fatto a meno di occuparmi della questione se non fosse per la canea che è montata sui diritti delle donne saudite, ed in particolare sul fatto che possano andare allo stadio non accompagnate da un uomo.

Addirittura il nostro ineffabile ministro dell’Interno si è chiesto come mai non si fosse levata alta la voce delle femministe ed in particolare della ex presidente della Camera contro questo evidente sopruso.

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Che vi devo dire, trovo commovente questo slancio di vicinanza verso le donne arabe; qualcosina magari bisognerebbe fare anche a casa nostra, dove anche l’anno scorso sono state uccise 83 donne, e dove qualche subumano si diverte quotidianamente ad offendere e minacciare sui social le donne più impegnate, tra cui proprio la ex presidente della Camera la cui levatura culturale e umana è lontana anni luce dalla sottospecie umana di questi ipodotati.

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Accusare l’Arabia Saudita di non far entrare da sole le donne allo stadio a me personalmente fa sorridere, è come se qualcuno entrasse in casa nostra, si abbassasse i pantaloni e defecasse sul divano, pisciasse sul ragù e stuprasse la barboncina di casa e noi lo invitassimo a mettere le pattine.

Purtroppo in questo mondo a rovescio gli afflati umanitari si scontrano col fatto che il nostro paese è uno dei maggiori partner commerciali dell’Arabia Saudita (tra l’altro importiamo più di quello che esportiamo: il petrolio costa caro) e per essere credibili dovremmo smettere di trafficarci insieme: quindi di Yemen, finanziamenti ai terroristi, eliminazione di oppositori e giornalisti meglio star zitti, ed è ammesso solo auspicare donne in bicicletta (voglio vederle a pedalare con quel caldo…) o al volante (ma da noi non si è sempre detto “donna al volante pericolo costante”?) o al cinema (si sono risparmiate un sacco di boiate come quella che ho visto io a Capodanno) o allo stadio (dopo i recenti fatti di Milano lo chiuderei anche agli uomini, figuriamoci alle donne).

Per la cronaca, le squadre che si affronteranno sono Juventus e Milan… dovrei concludere con un “vinca il migliore” ma capitemi…

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¹ “La partita di pallone”, Vianello-Rossi, cantata da Rita Pavone nel 1962

 

Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!

Ci sarebbe voluta la voce stentorea di Bisteccone Galezzi per celebrare degnamente l’impresa dei nostri eroi, no, non i calciatori che oramai si fanno notare solo per i tatuaggi ed i fidanzamenti con veline e attricette, non per le pallavoliste brave si ma delle quali confesso non mi interessa conoscere i gusti sessuali nonostante qualcuna ci tenga particolarmente a spiattellarli, non i ciclisti, non i pugilatori e allora chi? Chi? Ma loro, i nostri mitici giocatori di bowling!

Degni discendenti di generazioni di giocatori di bocce, sport che ha avuto un forte calo di praticanti a causa della legge Fornero con conseguente innalzamento dell’età pensionabile, e appassionati fin da piccoli dei cartoni animati degli “Antenati”, emuli delle gesta di Fred Flintstone e Barney Rubble, al grido di Yabadabadù! hanno sgominato squadre agguerritissime, battendo in finale addirittura la selezione degli United States of America, che schierava un dream team di professionisti, che dei nostri volenterosi dopolavoristi pensava di fare un sol boccone.

Davide ha così ancora una volta sconfitto Golia; la tagliatella fatta a mano ha trionfato sull’hamburgher transgenico, e dopo aver dimostrato che non c’è bisogno di essere ‘sti gran professionisti per buttar giù qualche birillo, la nostra squadra ha strabattuto i palestrati statunitensi rimandandoli a casa con due pappine a zero sul groppone.

Se il nostro fosse un paese appena riconoscente i nostri eroi avrebbero dovuto sfilare in trionfo su un autobus scoperto lungo i Fori Imperiali, stando attenti ovviamente alle buche; ma i nostri non ci tengono ne ci tesero mai, per cui ci limitiamo a ringraziarli per il momento di vera goduria che ci hanno regalato.

E questo è niente! Vi è andata bene che abbiamo rinunciato ad organizzare le Olimpiadi 2024, altrimenti avremmo preteso di inserire nei giochi olimpici la ruzzola, ed allora si che vi avremmo fatto vedere ancora di più i sorci verdi!

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p.s. pare che mr. Trump, venutolo a sapere, abbia deciso l’embargo delle ruzzole all’Iran e fatto arrestare dai canadesi il presidente cinese della squadra di lancio della ruzzola di Pescocostanzo.

 

Dieci piccoli indiani

Che bei tempi viviamo amici!
E’ senza alcuna ombra di dubbio il periodo migliore dell’umanità.
La qualità della vita migliora giorno per giorno, e la stessa cosa vale per le relazioni umane.

Prendiamo ad esempio il lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare io, diciamo 35 anni fa più o meno, si iniziava come apprendisti e dopo poco tempo, quello necessario per imparare il mestiere e non oltre, si diventava operai o impiegati. Che noia! Che tristezza! Eravamo troppo rigidi, dicevano.
Ora si che si sta bene! C’è la flessibilità.
Contratti a tempo determinato, a chiamata, a somministrazione, co.co.co, voucher pardon “Presto”, partite Iva, società di comodo, cooperative fasulle, una cuccagna! E non dimentichiamo un tempo indeterminato che può finire a discrezione del padrone, dietro piccolo pagamento, che però detto così sembrava brutto e allora gli hanno dato un nome inglese, come una volta si parlava il latino per non far capire al popolino: jobs act. Volete mettere?

Ma poteva bastare tutta questa flessibilità per farci felici? Nossignore! C’è la globalizzazione, perbacco! E allora via alle esternalizzazioni, alle delocalizzazioni, con una rincorsa sempre più affannosa a chi costa di meno e accampa meno pretese: albanesi, rumeni, moldavi, indiani… gli indiani specialmente sono molto bravi in informatica, si dice, e parlano bene inglese. Uno magari si chiede per quale motivo se il lavoro è in Italia bisogna farlo fare agli indiani parlando in inglese, ma è ovvio che è la mentalità provinciale che tarda a scomparire. Chi non è contento di imparare le lingue, anche in tarda età?

Quando ero giovane pensavo che fosse un’ingiustizia dover lavorare negli anni più belli della vita, quando si sarebbe dovuto solo vivere spensierati; ed ora finalmente la mia aspirazione si è avverata, perché i giovani se va bene iniziano a lavorare a trenta anni, avendo tutto il tempo per godersela.
Purtroppo, poiché gli italiani si ostinano a non morire, la durata media della vita si allunga e per fare in modo che il sistema pensionistico sia sostenibile bisogna rimanere al lavoro più a lungo: quindi abbiamo legioni di vecchietti al lavoro, e questo se da un lato è un bene perché così non vanno a intasare le poste al sabato mattina dall’altro è un male perché non svolgono il loro compito istituzionale di controllare i lavori pubblici elargendo consigli non richiesti.

Ma in quale paese i governanti sono così immaginifici nel pensare soluzioni per i loro concittadini?

Dopo le prossime elezioni, chiunque vinca, avremo il Bengodi:
chi ci toglierà il canone Rai, dopo averlo inserito nella bolletta della luce per farlo pagare a tutti e dopo avere per anni insultato l’avversario che voleva fare la stessa cosa; chi ci darà il reddito di cittadinanza, spritz e salatini per tutti purché italiani; chi più orientato ai coetanei innalzerà le pensioni minime fino a 1.000 euro, indipendentemente dai contributi versati; chi toglierà le tasse universitarie, ottima cosa se non che il cammino per l’università è abbastanza lungo, e magari prima si potrebbe fare in modo che la scuola dell’obbligo sia gratuita, e che i bambini non debbano rimanere fuori dalle mense perché i genitori non hanno i soldi per pagare le rette.
Insomma, c’è di che essere fiduciosi!

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Personalmente vivo bene questo periodo. Dopo aver cambiato sei società rimanendo sempre seduto sulla stessa sedia e facendo lo stesso lavoro, sono rimasto sulla stessa sedia ma cambierò lavoro. Perché quello di prima lo faranno gli indiani. Mi sono chiesto a dire la verità cosa avessero tanto di meglio questi indiani, a parte parlare in inglese; più flessibili dubito, dato che i contratti anche qua li rinnovano ogni tre mesi; più bravi può essere, anche se di solito se uno è più bravo viene pagato di più e non di meno, altrimenti Messi al Barcellona dovrebbe guadagnare quanto Scaccabarozzi del Benevento; comunque per carità, niente contro gli indiani, anzi. Sono amante dell’India fin dai tempi del Giro del Mondo in Ottanta Giorni di Jules Verne, quando Phileas Fogg salvava la giovane vedova dal rogo dove avrebbe dovuto essere immolata; Kabir Bedi per me è un mito e rispetto, pur non condividendola,  la loro venerazione per le vacche. Insomma, amici indiani, se proprio volete il nostro lavoro prendetevelo pure, ma almeno lasciateci qualche giovane vedova da salvare, please.

(177 – continua)

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Viva la Svezia!

Non so se capiti anche a voi, mentre siete sdraiati sul divano sgranocchiando la matita con la quale prendete appunti per la vostra prossima commedia, di cadere in un’imboscata della consorte che con nonchalance chiede: “Caro, domani abbiamo qualcosa da fare?” e non riuscire ad inventare qualche scusa plausibile tipo una visita dentistica urgente o un corso di canto gregoriano¹.
Nei pochi secondi in cui tardavo a rispondere cercando di capire con quel “caro” dove si volesse andare a parare, scambiata la mia muta sorpresa per silenzio-assenso sono stato informato che il giorno seguente, festività di Ognissanti, saremmo andati all’Ikea.

Vista l’inutilità di ogni resistenza, mi sono disposto a contrattare le condizioni di resa che mi sono state magnanimamente concesse e sono consistite in:
a) se proprio dobbiamo andare andiamo per pranzo così mangio le polpette: – “Ok”;
b) mi servirebbe una scatola: –“Va bè, quella vediamo”, è stata la risposta possibilista.

Devo dire che il mio animo gentile era bendisposto dal fatto che, nonostante la contrarietà per la festività pagana di Halloween, ero stato intenerito dalla visita di quattro carinissime bambine cingalesi, che minacciandoci con dolcetto/scherzetto ci hanno estorto i cioccolatini che amo mangiare di quando in quando sdraiato sul succitato divano; mio figlio voleva far loro uno scherzetto minacciandole di spararle nello spazio ma l’ho distolto dal pur sano proposito.
Che bel mondo viviamo! Nei due anni precedenti la stessa visita ce l’avevano fatta due sorelline marocchine. La globalizzazione degli scherzetti!

E così, dopo la messa di precetto², ci siamo recati al più vicino dei magazzini della famosa compagnia svedese. Ma come, direte, dopo tutte le tirate contro il lavoro festivo, i centri commerciali, il consumismo, ti vai a infilare all’Ikea il primo novembre? Lo so, lo ammetto, non è una bella dimostrazione di coerenza e sarà senz’altro usata contro di me nel caso voglia pormi a capo di un movimento pauperista o anticapitalista. L’uomo è fatto anche delle sue contraddizioni! Diceva qualche filosofo di cui al momento non ricordo il nome.

Sia chiaro, non ho niente contro l’Ikea anzi sono un suo cliente da anni, ho montato personalmente  armadi, cassettiere, mensole e ripiani e sono stati i momenti in cui l’aggressività, data anche la presenza a portata di mano di utensili atti a contundere, avrebbe potuto portare a drammi familiari irreparabili; ho comprato nel tempo tonnellate di tovaglioli di carta che avrebbero potuto ricoprire il mediterraneo e mangiato quintali di polpette. Se anzi in ragione di questa fedeltà l’azienda volesse riconoscermi una fornitura di polpette o addirittura invitarmi ad una gita in Svezia gliene sarei grato.

Tra l’altro la Svezia mi piace molto (per non parlare delle svedesi, in senso platonico-estetico s’intende), ho visitato Malmö, Stoccolma e Goteborg e sono appassionato dei gialli svedesi, dai capostipite Siöwall-Wahlöö, a Henning Mankell, allo Stieg Larsson della trilogia Millenium, e poi un nutrito elenco di autori come Liza Marklund, Camilla Läckberg, Håkan Nesser, Åsa Larsson ed altri, per non parlare poi degli altri nordici, norvegesi, islandesi… un’industria del giallo in salsa scandinava.

Tornando all’Ikea devo dire che, pur sentendomi  un perfetto coglione (ma nessuno è perfetto, per chi ricorda l’ultima battuta di “A qualcuno piace caldo”) la visita periodica mi offre anche degli spunti di conforto, soprattutto la consapevolezza che i fondamentalisti non potranno mai vincere. Potranno investire qualche turista sulle piste ciclabili³ ma nulla potranno contro la naturale aspirazione delle persone, di qualsiasi etnia provenienza e colore, di  vivere in pace nella propria casa e per di più essere libero di arredarla esattamente uguale a quella di tutti gli altri, anche se di nazionalità religione o genere diversi.

Sospetto che ormai l’Ikea incassi più dal ristorante che dai mobili. Arrivati alle 12:20 c’era una fila chilometrica; abbiamo fatto il giro di un piano e ritornati al punto di partenza c’era ancora la fila chilometrica; rassegnati ci siamo accodati e dopo una mezzoretta di attesa abbiamo mangiato e alla fine c’era ancora la fila chilometrica. La parola magica è: bio e ecologico! Su ogni piatto è stato aggiunto il prefisso bio:  bio-lasagne, bio-penne, bio-hamburgher… le uniche rimaste bio free sono proprio le polpette, e quelle ho preso per un rigurgito di ribellione. Perfino quando andate in bagno vi diranno che siete ecologici perché vi state asciugando le mani con una macchinetta alimentata da fonti totalmente rinnovabili, addirittura idroelettriche! Ma l’Ikea ha proprie dighe e turbine per produrre elettricità? Mistero, qui ci vuole Giacobbo.

A questo punto sono sicuro che vi stiate chiedendo che fine ha fatto la mia scatola. Ebbene, la mia scatola di cartone dal nome strano (Smellsta? Spallska? bho) del prezzo di 2,99 euro non è stata reputata degna di considerazione. Nonostante le mie rimostranze le è stato preferito un contenitore di plastica del costo di 7,99. Una volta arrivati a casa ho avuto momenti di godimento perché nonostante le sollecitazioni il poco flessibile cestone si è rifiutato di entrare nell’armadio, sia in altezza che in profondità; ne è seguita una disperata e patetica richiesta di smontare e rimontare l’intero armadio pur di non ammettere lo sbaglio, ma ad onta dei tentativi di ricatto fisico e psicologico ho resistito impavido.
Anche se forse sarebbe stato meglio cedere, perché temo mi toccherà fare un altro viaggio.

(170 – continua)

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¹ A proposito di corsi di canto gregoriano a breve potrei sorprendervi, ma non anticipiamo troppo
² Da it.cathopedia.org: “Si usa l’espressione Festa di precetto per indicare quelle festività dell’Anno  Liturgico nelle quali la Chiesa cattolica fa obbligo ai suoi fedeli di partecipare alla Celebrazione dell’Eucaristia e di astenersi dai lavori o affari che impediscono di rendere culto a Dio e che turbano la letizia del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo.  Soddisfa il precetto chi partecipa alla Messa nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente”.
³ Che eroica impresa! Spero proprio che quando andrà dall’altra parte l’autore trovi il paradiso che merita, che non è proprio quello che si aspetta lui. Di vergini nisba, caro il mio uzbeko. Attento al didietro, piuttosto.

Ius soli (ed altre sòle)

Cosa c’è di meglio, quando si truffano i cittadini scippandoli di un referendum abolendo l’oggetto del contendere (l’utilizzo indiscriminato dei Voucher) e passato il pericolo infilandoli con un nuovo nome (PrestO) nella manovrina finanziaria correttiva ponendo la fiducia, che usare una bella arma di distrazione di massa sulla quale i cittadini si possano accapigliare senza disturbare il manovratore?

Mumble mumble avranno pensato i soloni: i matrimoni gay e la stepchild adotion l’abbiamo già usata, la legalizzazione della cannabis la teniamo per la finanziaria, perché non rispolverare lo Ius Soli che in questo momento può essere un bell’argomentino caldo, invece di parlare dei contenuti della manovra stessa (una per tutte: tolgono il centesimo e i due centesimi. Quindi si arrotonderà tutto ai cinque centesimi superiori, nella migliore tradizione euro. Poi dice uno li prende a calci nel didietro) o delle modalità con cui stiamo gestendo migliaia di migranti, pretendendo di salvare tutta l’Africa e caricandoci di ragazzi che teniamo a bagnomaria e non potrebbe essere diversamente dato che non sappiamo cosa far fare nemmeno ai ragazzi italiani?

Ma dell’industria dell’accoglienza parlerò un’altra volta. Ne penso tutto il male possibile ed ogni giorno c’è qualche episodio che conforta le mie convinzioni.

Sfatiamo due convinzioni dettate dall’ignoranza degli opposti schieramenti:

  • NON è vero che per un ragazzo straniero oggi non sia possibile diventare cittadino italiano;
  • NON è vero che la legge che si sta discutendo introduce l’automatismo per cui chi nasce in Italia diventa ipso facto cittadino italiano.

Quindi si confrontano due convinzioni, alimentate da un lato da pregiudizi e dall’altro da una “narrazione” di convenienza, entrambe false.

Per sostenere la necessità e anzi improcrastinabilità di questa legge si assiste allo sfruttamento di qualche storia patetica che coinvolge dei ragazzi, molto utili da usare quando si tratta di muovere a compassione e in modo da avere anche pronta l’accusa di cinismo, insensibilità, beceritudine o razzismo verso chi non fosse d’accordo.

Tattica mediatica standard, anche il Qatar sta usando delle famiglie divise tra Bahrein e Qatar per sensibilizzare sulla disumanità del blocco a cui sono stati sottoposti dai “fratelli” arabi; il bambino siriano morto su una spiaggia in Turchia ha fatto il giro del mondo ma purtroppo non è stato usato per chiedersi perché e da chi la Siria è stata ridotta così, è un esercizio troppo gravoso per le menti caritatevoli. Andava liberata da un “feroce dittatore” a costo di armare i peggiori tagliagole del pianeta e provocare centinaia di migliaia di morti e un esodo biblico ma tanto basta.

Mi si permetta una provocazione: l’altra sera Santoro ha trasmesso un programma sui ragazzi di Napoli che da quando nascono (già vecchi) a quando muoiono (di solito giovani) vivono da delinquenti in mezzo alla delinquenza. Quando questo Stato si deciderà a farli diventare cittadini italiani?

Ma torniamo ai ragazzi stranieri.

 “Può acquisire la cittadinanza italiana lo straniero nato e residente in Italia senza interruzioni fino ai diciotto anni e che dichiara, entro il compimento del diciannovesimo anno, di voler acquisire la cittadinanza italiana.
Si tratta di una forma “condizionata” di ius soli, suscettibile di trovare applicazione soltanto in presenza dei tre suddetti requisiti: nascita in Italia, residenza ininterrotta fino al compimento della maggiore età, dichiarazione entro un anno dal compimento della maggiore età.”¹

Quindi partirei dal fatto che chi non è diventato cittadino italiano, con le regole attuali,  o non ha fatto la domanda o non disponeva dei requisiti necessari .

Con la riforma in discussione si introducono, rispetto alla legislazione vigente, alcune novitಠche riguardano specialmente i minori ma non solo:

  1. Ius soli “temperato”, dove la cittadinanza per nascita è riconosciuta a chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, dei quali almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
  2. Ius culturae, quando il minore straniero sia nato in Italia o sia arrivato entro il compimento del 12° anno di età, ed abbia frequentato regolarmente per almeno 5 anni uno o più cicli di istruzione;
  3. Naturalizzazione, per lo straniero entrato prima della maggiore età, residente da almeno sei anni, che abbia frequentato regolarmente un ciclo scolastico e conseguito la qualifica.

In tutti e tre i casi l’attribuzione della cittadinanza non è automatica. Per i minori la domanda deve essere fatta da uno dei genitori; e nel terzo caso la concessione è discrezionale e dipende da diversi fattori, non basta certo essere andati a scuola. Se uno è pregiudicato, ad esempio, difficilmente potrà avere la cittadinanza.

Se la legge passerà, alcune stime ipotizzano che il numero dei possibili beneficiari immediati sia intorno agli 800.000, ed a regime saranno un 50-60 mila l’anno (ipotetici perché come detto non c’è automatismo, bisogna vedere quanti genitori chiederanno la cittadinanza, specialmente da quei paesi dove non è ammessa la doppia cittadinanza).

Che dire? Come cittadino italiano mi sento orgoglioso che tanti si sentano e vogliano diventare italiani, in un momento in cui tanti italiani sembrano vergognarsi di esserlo; spero ed auspico che le nuove forze,  fresche e vitali, diano piena completezza a quella cittadinanza che raggiungeranno, con intelligenza e impegno.
Giovani italiani, fatevi onore.

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p.s. Probabilmente se  vigesse ancora l’obbligo del servizio di leva il numero di aspiranti cittadini calerebbe vertiginosamente, ma questa è solo una mia illazione.

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¹ cit. https://www.cittadinanza.biz/cittadinanza-italiana-per-stranieri/

² cit. https://www.cittadinanza.biz/riforma-della-cittadinanza-italiana-ecco-il-testo-della-nuova-norma/

Apocalisse nàu

Non so se avete sentito della protesta dei dipendenti di un noto Outlet, che sarebbe un gruppo di negozi di marchi famosi che vendono la loro merce a prezzi sempre esosi ma un po’ più bassi di quanto fanno nei negozi “normali”, che scioperavano per la pretesa di farli lavorare per tenere i negozi aperti anche a Pasqua.

Chi ha la mia età, comunque la pensasse allora, constaterà con amarezza che se una simile richiesta fosse stata avanzata quarant’anni fa sarebbe scoppiata una rivoluzione.

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Oggi i pochi che hanno avuto il coraggio di scioperare, sacrificando lo stipendio già magro non dimentichiamolo, hanno dovuto combattere non solo con il ricatto di essere fatti fuori perché le tutele sono state sempre più assottigliate, ma anche contro l’ostilità della gente che voleva entrare a far shopping rinfacciandogli il fatto di essere già privilegiati a lavorare. Il giorno di Pasqua.

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E allora chiediamocelo onestamente: ma che società siamo diventati? Per quale motivo al mondo bisogna comprare jeans o magliette o mutande o qualsiasi altra cosa il giorno di Pasqua, o Pasquetta, o Natale, od anche in una domenica qualsiasi? E’ più vitale uno zombie o una persona che decide in coscienza (con rispetto parlando) di passare la domenica di Pasqua in un Outlet?

C’è una linea rossa che non si può oltrepassare, qualcosa che non si può immolare sull’altare del consumismo? La Pasqua, che nell’Italia del 90% di battezzati dovrebbe essere Santa e lo è sempre stata anche per i non credenti, non è una linea abbastanza rossa?
Perché bisogna arrendersi all’ineluttabilità di una settimana fatta da giorni tutti uguali e tutti da dedicare allo spendere?

Fosse per me, e lascio la lista a disposizione per implementazioni, adotterei dei provvedimenti di salute pubblica per chi venisse sorpreso a frequentare centri commerciali o outlet la domenica o nelle feste comandate, con aggravanti nel caso in cui si accompagnino figli minorenni:

  • revoca della patria potestà;
  • perdita del diritto di voto;
  • revoca della patente di guida;
  • obbligo di lavori socialmente utili.

Purtroppo so già che queste moderate proposte non verranno prese in considerazione da chi di dovere, in un paese dove l’arbitrio è spacciato per libertà e si tiene più agli agnellini che alla dignità delle persone.

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Allora rivolgo un appello all’unico che ci può salvare dallo stato di miseria morale in cui siamo caduti:

Mr. Trump, ne è avanzata ancora qualcuna di quelle bombone? Se ha qualche bombardiere o portaerei da queste parti, potrebbe cortesemente far radere al suolo Outlet e Centri Commerciali?

Cordiali saluti.

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“Lo dico ai responsabili… Verrà una volta il giudizio di Dio! Pentitevi!”
Giovanni Paolo II