Cronachette della fase tre (23 giugno – 1 luglio)

Questa settimana non ho seguito molto le vicende del mondo, è morto mio padre e tanto mi è bastato; certo rispetto ai miei genitori sono stato molto più fortunato perché mia madre è rimasta orfana di sua madre a cinque anni e mio padre del suo a sedici;  come orfano sono abbastanza attempato dunque, e sono grato a mio padre di aver aspettato la fine dell’emergenza per mollare gli ormeggi, altrimenti non avrei potuto andare nemmeno al funerale.

Funerale con mascherine, distanziamento, ma non ho potuto né voluto evitare gli sbaciacchiamenti di parenti e amici… ero un po’ timoroso perché consapevole che erano loro a rischiare di più, sono io quello proveniente dalla regione ancora infetta! Abbiamo reso onore alla vecchia cerqua¹, se fossimo stati a New Orleans avremmo chiamato anche la banda comunque abbiamo passato due giorni a bisbocciare con i miei fratelli e qualche parente rimasto, più che un lutto è stato un bel rito di esorcizzazione. Il prete mi ha detto che in quest’ultimo periodo sono morti un sacco di anziani (e me ne ero accorto dalla quantità di manifesti appesi sui muri) ma non di Covid, perché mica si muore solo di quello, ma semplicemente di vecchiaia. Mio padre è morto in poltrona, buffo per uno che le comodità le ha sempre schifate: ci metterei la firma, ma non su questa poltrona da smart working che è scomoda, come sapete.

Comunque l’economia riparte: in autostrada per 550 chilometri una fila ininterrotta di camion e il prezzo della benzina sta pian piano ritornando ai livelli pre-Covid. Nessuno metterà mai un freno a questa deriva, possibile che andiamo su Marte e non siamo capaci di far viaggiare le merci su rotaia anziché su camion? A proposito di merci su rotaia, sono già passati 11 anni dalla strage della stazione di Viareggio… riporto dal Fatto Quotidiano dell’altro giorno: “La prescrizione ha già cancellato i reati di incendio e lesioni colpose gravi e gravissime. Gli unici capi d’imputazione rimasti, ovvero il disastro ferroviario e l’omicidio colposo plurimo, sono legati al filo dell’aggravante dell’incidente sul lavoro.” e non commento, ma mi chiedo come possa esistere prescrizione per certi reati. O ci sono o non ci sono, la prescrizione è solo una beffa per le vittime, ma nel paese dei cavilli e degli avvocati tutto è possibile.

Visto che il frigorifero era vuoto ho anticipato la visita alla Coop e ho constatato ancora una volta che non esiste più l’alcool. Purtroppo non mi sono ricordato di farmene una scorta al paese, perché lì si trova, ma tutto sommato meglio così perché non sarei stato troppo tranquillo a viaggiare con una tanica nel portabagagli, ricordo la fine che fece il povero Scirea in Polonia, quando venne tamponato…

Per il resto non mi sembra sia cambiato molto durante la mia assenza: Berlusconi (anzi, di più i suoi a dire la verità) strilla al complotto dei giudici politicizzati, l’Iran ha spiccato un mandato di arresto contro Trump per l’assassinio del generale Soleimani, oggi a Salerno sono state sequestrate 14 tonnellate (!) di droga per un valore di oltre un miliardo di euro. Roba da non credere… che fine farà? L’altro giorno dopo il funerale ho rivisto un pezzo di “Quelli della San Pablo” con Steve Mc Queen, dove gli americani per far sparire un carico di oppio lo bruciavano nelle caldaie della nave, creando una nuvoletta stupefacente. Succederà la stessa cosa agli 84 milioni di pasticche o con qualche cavillo dovremo restituire pure quelle e con tante scuse?  Tanto qua liberiamo tutti..

Amiche e amici, basta mugugni, basta reprimende: chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza; per farmi compagnia mi sono comprato un nano da balcone, l’ho nascosto tra le piante ed ho aspettato che la giardiniera se ne accorgesse; dopo qualche giorno l’ha scoperto ed ha guardato in alto, forse pensava fosse caduto dal cielo, volevo lasciarglielo credere ma purtroppo mi è scappato da ridere, mi ha sgamato e ha riguardato in alto scuotendo stavolta la testa. L’ho chiamato Pappolo, un po’ mi assomiglia, tiene le mani dietro la schiena e gli piace guardare chi lavora, e anche lui racconta pappole…

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¹ Non è un errore: da noi la quercia si chiama così…

Cronachette dal paese dei migliori (15)

Ed eccoci tornati in zona bianca: gioia, gaudio, gaiezza, giubilo, goduria, godimento, gozzoviglia!  Queste le nostre G7, sigla usurpata dai Migliori dei Migliori che si sono riuniti per discutere e secondo loro decidere i destini del mondo prossimo venturo. Ormai questi signori, tra cui noi sia chiaro, rappresentano solo il 40% del Pil mondiale ed il 10% della popolazione ma pensano ancora di dettare legge a tutti: un piccolo Club l’ha definito la Cina, con non poche ragioni. Una minoranza ricca e ben armata, quello sì: infatti oggi si sono trasferiti armi e bagagli nel quartier generale della Nato, e speriamo non si inventino qualche guerricciola che quando c’è da ingrassare i fatturati fa sempre bene.

E’ scoppiato il caldo, due miei amici sono andati al mare in Liguria dove si sono visti chiedere 50 euro per ombrellone e due sdraio: alla faccia! Dovrei programmare le ferie ma non ho idee ne voglia; tra l’altro nella settimana passata ho dovuto sottomettermi ad un esamino fastidioso e sto attendendo l’esito, cosa che non mi ispira ulteriormente. Domenica per sfuggire alla folla ed al caldo mi sono rifugiato nei boschi circostanti in cerca di ombra, in coppia con mio figlio di cui sono diventato il coach: infatti si è finalmente messo in testa di dimagrire ed abbiamo riesumato una dieta che aveva fatto una decina di anni fa, molto equilibrata, che aveva avuto un ottimo risultato ma che è stata poi vanificata da svariati stravizi alimentari ed ha subito il colpo di grazia nell’anno pandemico. Per dimagrire come tutti sanno (a meno di avere problemi di metabolismo, tiroide, psicologici insomma roba seria che va trattata seriamente) la regola principe è: mangiare di meno e fare più movimento. Stiamo lavorando su entrambi i fronti e in un mesetto una decina di chili si sono persi ma c’è ancora parecchio da fare. Naturalmente non è che mentre lui si fa le insalatone noi possiamo mangiare lasagne, per il suo morale, quindi in pratica sto facendo dieta anch’io e devo dire che sono molto vicino al peso forma. Cioè, il peso va bene, la forma un po’ meno perché bisogna stare attenti a non infrollirsi che si devono perdere grassi, non muscoli… (che è poi quello che è successo a me con il Covid, ma in genere a tutti quelli che stanno male). Dopo questi accenni di dietetica for dummies dirò che ieri sera però sono andato a mangiare il primo gelato della stagione, in una gelateria di San Fermo della Battaglia in cui ci siamo recati a piedi, e che vi raccomando caldamente se doveste passare da quelle parti. La riconoscerete facilmente perché è l’unica e perché fuori c’è sempre coda di gente che aspetta. La zuppa inglese purtroppo ieri sera non c’era, mannaggia.

Intanto sono iniziati gli europei di calcio, ho visto la partita inaugurale degli azzurri che hanno vinto meritatamente, anche se il gioco di decine di tocchetti a me non piace.  Tra l’altro il pubblico turco fischiava ogni nostro passaggio, e si giocava a Roma, figurarsi se si fosse stati ad Istanbul; io squalificherei la squadra finché i tifosi non imparano l’educazione, ma capisco che se la regola dovesse valere per tutti sarebbero ben poche le squadre a giocare. Sabato sera si è sfiorato il dramma quando un giocatore danese, Ericssen, che gioca nell’Inter, ha avuto un arresto cardiaco ed è stato salvato per il rotto della cuffia. Temo che la sua carriera sia finita, peccato perché era un giocatore che mi piaceva; spero che facciano tutte le verifiche del caso, confesso che lì per lì il primo pensiero che ho avuto è stato: non avrà mica fatto il vaccino?

Perché nella mente c’era la vicenda della ragazza di Genova morta di trombosi a pochi giorni dall’essersi vaccinata con Astrazeneca. Io credo che chi ha permesso che ai ragazzi fosse somministrato un vaccino che era stato consigliato solo per gli over 60 debba rispondere delle proprie azioni in tribunale, a cominciare dal ministro e continuando con il generale e con le regioni, che se ne sono sbattute delle raccomandazioni dei vari comitati tecnico-scientifici anzi hanno indetto persino i Vaccination day, invogliandoli con il miraggio di poter tornare a fare quello che facevano prima… Non è accettabile rischiare di far morire i giovani per salvare i vecchi, che razza di costo-beneficio è questo? Se i vecchi sono a rischio che si vaccinino loro, basta con questa retorica guerresca che considera i morti come spiacevoli effetti collaterali, non è normale che un ragazzo muoia di vaccino quando se anche si fosse preso il Covid al massimo avrebbe avuto un’influenza un po’ più forte!

Concludo con una nota più leggera: l’altra sera credo si sia varcata un’altra frontiera della pubblicità serale, dopo il sanguinamento gengivale, il prurito vaginale, la flatulenza e il gonfiore intestinale, i problemi di prostata (e giustamente mio figlio dice: ma se la guardano solo i vecchi cos’è che devono trasmettere?) è comparso un ometto dispiaciuto per la sua compagna di non poter offrire la durata di attenzioni  a cui l’aveva abituata, ma per fortuna aveva trovato un rimedio straordinario che aveva rialzato di molto la sua curva di prestazioni. Cavolo mi sono detto, finora queste réclame arrivavano solo via mail, se adesso vengono sdoganate in prima serata sarà un’alluvione! Che bel mondo amici, e soprattutto amiche!

Se avesse anche la zuppa inglese sarebbe perfetta.

Tre stelle per Olena – 7

«Ma prima di introdurre l’ultimo sfidante permettetemi, amiche ed amisci, di presentarvi il presidente della giuria di qualità, il vinscitore della scorsa edizione del nostro concorso: un bell’applauso ad Auguste Trésomarie!»
Gli spettatori tributano il giusto omaggio all’uomo di mezza età con capelli e baffetti impomatati, non molto alto, pingue e azzimato che si alza lentamente dalla sua poltrona per andare alla ribalta vicino a Turchese e raccogliere gli elogi con degnazione.
«Vieni, vieni, Auguste» lo invita il presentatore. «Ricorderete amisci che Auguste Trésomarie è lo chef dello storico locale parigino “Le doigt d’honneur”, chiamato così in ricordo del fondatore Louison Trésomarie che preparando uno stufato di coniglio si tranciò di netto il dito medio e lo servì ai suoi clienti con tanto di unghia» svela Turchese, trattenendo un brivido di raccapriccio.
«Ma non temete amisci» continua il conduttore «le pietanze che vengono servite oggi sono delle prelibatezze, come il piatto vincitore dell’anno scorso: i cappelletti ripieni di escargots alle erbe di Provenza, che mi dicono abbiano avuto molto successo, non è vero Auguste?»
«Verissimo, Alexandre, la nostra creazione modestamente ha riscosso il favore della clientela, del resto composta da veri intenditori e amanti dell’arte culinaria. Non gestiamo mica una bettola, noi, come i locali di certi sedicenti colleghi. A proposito, ti ringrazio di averci invitato a presiedere la giuria di qualità, una soddisfazione personale ma anche un chiaro riconoscimento della superiorità della cucina francese, oserei parlare di superiorità tout-court, vogliamo dimenticare il vino, il formaggio, le donne, la cultura, la storia, la moda, la politica?» declama con enfasi Trésomarie usando come suo costume il plurale maiestatis. «Ci rattrista che quest’anno non ci sia un francese in finale » continua lo chef con un sorrisetto malizioso «ma del resto avete già scelto il migliore, s’est moi, gli altri sarebbero stati solo brutte copie»
Turchese interrompe la tirata del narciso francese trattenendosi signorilmente dal chiedere se tra i simboli di superiorità sia da considerare anche l’abitudine di trasportare delle baguette sotto le ascelle, specialmente in estate:
«Aspetta a ringraziarmi, Auguste, sono sicuro che anche quest’anno il lavoro della giuria sarà molto impegnativo, le tifoserie sono pronte a scatenarsi ed il vostro giudizio sarà sottoposto a dure critiche, dovrete affrontare accese discussioni e contestazioni, si potrebbe addirittura arrivare allo scontro fisico…» prospetta il presentatore con un filo di perfidia, mentre Trésomarie sbianca leggermente e fa un passo indietro.
«Ma ecco a voi il quinto e ultimo concorrente» annuncia Turchese, mentre il francese ritorna al suo posto.
«Dalla Cina, Li Wok!»

Il pubblico trattiene il fiato, impressionato dalla giovane donna che sale sul palco con grazia e leggiadria, vestita con una semplice divisa nera ed una cuffia che le copre parte dei capelli corvini raccolti in una lunga coda che termina con un fiocco rosso, divisa che ne accentua la magrezza atletica; la ragazza regge delicatamente un cestello in bambù e avanza a piccoli passi, quasi levitando, con la testa abbassata in un lieve inchino; le labbra atteggiate ad un sorriso discreto e pudico contrastano con gli occhi che lanciano di nascosto sguardi saettanti verso il presentatore. Anche Turchese sembra colpito dall’apparizione e, quasi perso in qualche suo pensiero, impiega qualche secondo prima di riacquistare la parola.
«Li… Li Wok è la chef di uno dei più famosi ristoranti yum di Hong Kong, The last Emperor, l’ultimo imperatore, e sebbene sia molto giovane è già considerata una maestra del dim sum» dice il presentatore, quasi con deferenza . «Li, sono sicuro che il nostro pubblico è curioso di saperne di più del tuo ristorante e dei piatti che prepari, vuoi parlarcene?» la invita Turchese con gentilezza.
«Volentieri caro Alessandro» risponde Li in perfetto inglese, subito tradotta. «Lo yum cha non è solo un pranzo, ma un’esperienza che deriva dalla nostra tradizione millenaria: non è solo il pasto principale della giornata ma un rito di sublimazione, di autoconsapevolezza: il tè viene servito insieme a piatti con tante piccole porzioni, i dim sum, che possono essere composti con carne, pesce, verdura o anche frutta, fritti, stufati, al forno, al vapore… pensa che sono state raccolte ben diecimila ricette diverse di dim sum. Tra questi non mancano certo i ravioli e sono proprio questi che ho ritenuto più appropriato portare al concorso, sperando possano essere apprezzati» conclude la cinese con modestia, facendo un piccolo inchino.
«Mi hai anticipato, Li, ed hai già annunciato il tuo piatto, ma vuoi anche dirci di cosa è composto il ripieno? Come dicevi c’è una vasta scelta, ma credo che per questa serata avrai scelto degli ingredienti speciali, sbaglio?»
«Non sbagli caro Alessandro ma per ora, se permetti, vorrei lasciarli segreti e svelarli solo al termine» risponde Li Wok, irrigidendosi leggermente.
«Credo che il regolamento non lo vieti» ipotizza Turchese, lanciando uno sguardo alla giuria che dà subito un cenno affermativo «ma vorresti almeno dirci il nome della tua pietanza?»
«Sì, questo posso farlo. Il mio piatto si chiama V.»
«V?» chiede il presentatore, confuso. «V e basta?»
La cinese rialza la testa, fissa Turchese negli occhi e più che rispondere pronuncia una sentenza:
«V come Vendetta, Alessandro. V come Vendetta»

Cronachette dal paese dei migliori (14)

Amiche e amici, grida di giubilo dei baristi e ristoratori hanno accolto le aperture di questa settimana, accompagnate da lamenti per la penuria di cuochi, aiuto cuochi, camerieri, assistenti di sala: e si scopre che la gente, stufa di farsi sfruttare per stipendi da fame, ha cambiato mestiere o è andata a lavorare dove offrono di più: avete voluto la globalizzazione, amici? E mo’ beccatevela. Il quotidiano di Confindustria, il Sole 24 ore, ha commissionato una ricerca per capire come mai negli ultimi otto anni c’è stato un 40% in più di ragazzi che sono andati a lavorare all’estero, in tutti i settori: e ci voleva uno studio? E si sono chiesti anche come mai gli spagnoli o i francesi o i tedeschi non vengono qua a lavorare: ma ci siete o ci fate? Se me lo chiedevate vi rispondevo io gratis: pagate di più la gente e vedrete che non se ne va in giro per il mondo!

Ma in un paese di padroni abituati alla botte piena e alla moglie ubriaca il discorso non fa breccia, continuate così allora però almeno non rompete le scatole. Volete sapere quanto la Svizzera paga per ogni figlio a carico fino alla maggiore età? 200 euro al mese. E volete sapere quanto prende mia nipote, andata a fare la receptionist in un albergo di Lugano, dopo aver fatto uno stage in una notissima casa editoriale a 220€ al mese per 15 ore al giorno di lavoro, e dopo un’altro stage (non sia mai che vengano assunti ‘sti ragazzi) a 600€ al mese e cara grazia? 3.200€ al mese. E poi non se ne devono andare? Ma che se ne vadano tutti, e ci lascino qui da soli, vecchi egoisti e avidi.

L’altra sera da Alberto Angela, prima di addormentarmi, ho captato una proiezione della popolazione italiana alla fine di questo secolo: 28-30 milioni, la metà di quello che siamo ormai da una trentina d’anni. Prendiamo il dato pure con le pinze ma cosa possiamo aspettarci se il tasso di natalità è ormai a livello di quello dei panda? E c’è chi ha il coraggio di essere pure contro al reddito di cittadinanza, che darebbe un minimo di respiro, non dico che ci si possa scialare: insomma, il lavoro per tutti non c’è, il salario è quello che è, che deve fare la gente, andare tutti a rubare? O magari vi aspettate che dopo averci rotto l’anima perché avevamo il tasso di laureati più basso d’Europa, questi vengano a fare i camerieri e per di più per due soldi?

Le vaccinazioni proseguono indefessamente, addirittura aperte ai ragazzi dai dodici anni: ma non si era parlato di costi-benefici? Ma quanti dodicenni si sono ammalati gravemente? Stiamo coscientemente mettendo a rischio i ragazzi per salvare ancora una volta i vecchi (che tra l’altro dovrebbero essere già tutti vaccinati) ma che razza di egoismo è? Certo, una parte di quei ragazzi è entusiasta, con la puntura vede l’occasione di poter tornare a fare quello che si faceva prima, ma gli effetti a lungo termine non si conoscono ancora e se si vanno a vedere i veri dati degli eventi avversi (che eufemismo), gravi o fatali, io se fossi nei loro genitori non sarei molto tranquillo. Perché dovrei mettere un figlio a rischio di sviluppare una miocardite quando quello che gli può succedere al massimo con il Covid è un’influenza più forte? Già non sono tranquillo con il mio di figlio, che di anni ne ha 28… e nemmeno per me sono tranquillo: l’ho già detto ma io prima di vaccinarmi rifarò il controllo degli anticorpi (nel primo li avevo altissimi!) perché nessuno ha ancora spiegato esaustivamente perché mai uno che è guarito debba vaccinarsi, e anzi tanti di quelli che hanno avuto reazioni forti erano proprio tra quelli che il Covid l’avevano fatto, magari a loro insaputa.

Però voglio spezzare una lancia a favore del vaccino: un mio conoscente ha rilevato un effetto Viagra, confermato anche dalla sua simpatica signora che lo classifica però sotto gli eventi avversi. Non ci si contenta mai!

Amiche e amici non voglio rubarvi altro tempo: la prossima volta niente vaccinazioni, prometto!

Tutti a vaccinarsi!

Tre stelle per Olena – 6

Dançando, dançando, dançando
Mi sono preso Fernando, dançando, dançando
Dan dan dan

Terminate le abluzioni Gilda, avvolta da un vaporoso sari indiano e da una nuvola di Moresque Fiore di Portofino, si affaccia alla terrazza della sala e assiste perplessa alle svogliate evoluzioni del giardiniere.
«James, mi sembra che il nostro Miguel non abbia la solita verve, non lo vedo entusiasta e sgargiante, anzi lo trovo stranamente abulico, se è la parola giusta. E’ successo qualcosa, per caso?»
«Niente di grave signora» la rassicura il maggiordomo «solo un po’ di delusione. Pare che durante la serata finale dell’Eurovision Song Contest Cristiano Malgioglio, che fungeva da co-presentatore, abbia espresso l’intenzione in caso di vittoria dei rappresentanti italiani di eseguire uno spogliarello come Sabrina Ferilli allo stadio Olimpico in occasione dello scudetto della Roma nel 2001, ma non abbia mantenuto la promessa»
«Che peccato, sarebbe stata di gran lunga la parte migliore dello show. Certo essere riuscito a veder vincere degli italiani dopo 31 anni dal trionfo della buonanima di Toto Cutugno, suo quasi coetaneo peraltro, deve essere stata una bella soddisfazione per il simpatico cantante. Ma a proposito James, siamo sicuri che siano proprio italiani quei saltamartini? Che fossero fuori di testa non c’è dubbio, ma mi è sfuggito il resto del testo»
«Assolutamente, signora, il gruppo ha scelto il nome danese Måneskin perché rende più l’idea di rock, ma i membri sono autoctoni e regolarmente iscritti all’anagrafe»
«Se non altro indossavano un costume sobrio, non come quello delle azerbaijane. Tra l’altro, ti risulta che l’Azerbaijan sia in Europa? Questa mania di cambiare anche la geografia, oltre che la storia, mi fa venire il mal di testa. La mia amica Loredana¹ ha elogiato il loro look definendole “scappate di casa”, prima di esprimermi vorrei però da te una rassicurazione: non è opera di tuo cugino, vero?»
James, sorpreso dal sentir chiamare in causa il suo stilista preferito nonché cugino di primo grado Jean Astolphe Girifalchi , nasconde l’imbarazzo dietro un leggero colpo di tosse ed un lieve inchino:
«Per la verità, signora, Jean Astolphe è stato ingaggiato per confezionare l’abito di Nikkie Tutorials², una delle presentatrici da Rotterdam: alla fine era esausto, capirà, la signorina ha delle misure notevoli ed ha dovuto abbondare con la stoffa.»
«Una ragazzotta deliziosa, non è vero James? Pensare che da piccola si dice fosse un maschiaccio. O era un maschietto?»
Ma, prima che James possa dissipare i dubbi della Calva Tettuta, l’attenzione di questa viene catturata da degli stridìi provenienti dal giardino.
«Non sembra anche a te di sentire degli strepiti, James? Spero che non si stiano di nuovo accapigliando, quei due!»

«Porco mondo, dalla padella alla brace. Scappo da una prigione per finire in un’altra. Tutto per colpa di quel parrocchetto!»
Flettàx, il pappagallo celtico, saltella amareggiato dentro la voliera nella quale è stato rinchiuso.
«Chi è causa del suo mal pianga sé stesso» sentenzia la saggia renna Riitta «Hai preso in ostaggio un bambino, dirottato una nave e infine, non contento, hai aggredito il dottor Spread: che ti aspettavi, che ti dessero una medaglia?»
«Craa!!» garrisce il fiero pennuto. «Dottore dei miei rognoni! Se quello è un dottore io sono uno scienziato, un astronauta, un premio Nobel! Potrà infinocchiare voi ritardate con le sue arie da damerino, ma a me non la dà a bere. Quello è falso, fasullo come una moneta del Monopoli! Ma appena esco di qua ve lo faccio vedere io dove gli infilo la laurea» dichiara Flettàx, accompagnando la minaccia con un eloquente gesto delle penne della coda.
«Sei il solito scurrile» lo apostrafa Riitta. «Dovresti prendere qualche lezione di buone maniere, non so proprio come faccia Kocca a sopportarti»
«Kocca mi ama così come sono, anzi proprio perché sono così come sono. Ma che potete capirne voi di amore libero e selvaggio, siete state allevate in cattività! A proposito, dove è finita quella benedetta gallina? Le avevo chiesto di passare in cucina a prendere un po’ di spagnolette da sgranocchiare, ma ancora non si vede. Fiona, tu che hai le gambe lunghe e non hai pesi e idee fastidiose in testa» ordina il pennuto alludendo alle corna di Riitta «vai a chiamarla, che ho un certo languorino»
«Ma certo Flettino, volentieri» risponde la servizievole cavalla, provocando una scrollata di disapprovazione della renna ma, prima che si metta in moto, dall’inizio del sentierino che si addentra nel bosco spunta la cresta della chioccia.
Kocca avanza infatti zompettando distrattamente, fermandosi ogni tanto a raspare in terra in cerca di qualche lombrico.
«Ehi!» protesta Flettàx quando la fidanzata arriva a tiro. «E le spagnolette?»
Riitta e Fiona si scambiano uno sguardo interrogativo, notando le penne arruffate della loro amica e lo sguardo sognante.
«Dico a te, femmina!» insiste il collerico pennuto. «Dove sono le mie spagno…?»
Ma la veemente recriminazione di Flettàx viene interrotta dalla scoperta di una presenza inaspettata.
«E quelle che mi stanno a rappresentare?» chiede confuso il pappagallo padano, riconoscendo sulla groppa della sua innamorata le forme ed i colori inequivocabili di due penne di Ara Macao.

¹ Loredana Bertè in collegamento telefonico con Cristiano Malgioglio, che ne ha approfittato per chiederle un paio dei suoi guanti.
² Nikkie Tutorials, o meglio Nikkie de Jager, alta un metro e novanta, recentemente ha fatto outing raccontando di essere passata dal genere maschile a quello femminile.

Cronachette dal paese dei migliori (13)

Amiche e amici, torno dalla breve vacanza veneziana ritemprato e dolorante: ritemprato perché ho sgombrato la testa dalle nuvole fosche che vi si stavano addensando, e dolorante perché ho camminato probabilmente troppo e mi fa male un’anca, oltre ad essermi sgarbellato un dito mettendo il trolley nella rastrelliera dell’Italo, per fortuna al viaggio di ritorno.

Girare Venezia senza la folla di turisti è bellissimo, quasi irreale: non so quanto tempo passerà ancora prima di vedere Piazza San Marco semivuota come era venerdì, forse ci vorrà un’altra pandemia. Già sabato e specialmente domenica l’affluenza era aumentata, quasi tutti italiani ma anche qualche straniero, in prevalenza tedesco. Anche a Como, leggevo oggi sul giornale locale, sono tornati i tedeschi: il tassista che ci ha portati a casa ieri sera dalla stazione minimizzava e poi si lamentava che i tedeschi spendono poco, insomma amico contentati, anche loro hanno avuto i loro problemi mi pare…

A Venezia ero stato diverse altre volte ma mai per più di un giorno e confesso che ero andato poco oltre i luoghi canonici come Piazza San Marco, il Palazzo Ducale, il ponte dei Sospiri ed il ponte di Rialto; tra l’altro c’ero stato un paio di volte in occasione della regata storica e non si riusciva nemmeno a camminare, mentre la primissima volta ero stato insieme al mio coinquilino siculo di Parma per il Carnevale: e incredibile tra le migliaia di persone presenti, fatti pochi passi fuori dalla stazione incontro una ragazza del mio paese, sorella di un mio caro amico, che era a Venezia a studiare architettura: fenomeni paranormali, serendipity, non so. Fatto sta che ci siamo dati appuntamento al pomeriggio, avrebbe dovuto portare un’amica ma non ci siamo più visti.

L’albergo era in posizione strategica, tra Piazza San Marco e Rialto, comodo per ogni spostamento, sia a piedi che ovviamente con il vaporetto. Che costicchia, ma è indispensabile e comunque il biglietto cumulativo si ripaga dopo pochi viaggi. Il distanziamento è aleatorio, viene fatto un controllo sul numero massimo (ridotto rispetto ai tempi normali ma pur sempre notevole). Certo che una volta quando a Venezia si parlava di maschere si pensava a tutt’altro… Sabato sera assembramenti a Rialto, ma non li posso biasimare perché sicuramente se avessi avuto venti anni e con tutte quelle ragazze intorno mi sarei assembrato anch’io.

Abbiamo visitato con tutta calma S.Maria della Salute, San Giorgio con il Campanile con visuale su tutta Venezia, Burano e Murano (Burano splendida con le sue casette colorate, sembra di essere a Copenaghen o forse viceversa); certo questi non vedono l’ora che si riempia di nuovo perché campano con i turisti, ma egoisticamente io sono stato molto contento di camminare senza essere spintonato.  A San Marco, che avevamo visitato in passato abbastanza bene, siamo entrati solo per ammirare la Pala d’Oro; l’arte ha avuto una buona parte con la Scuola Grande di S.Rocco con le sessanta tele del  Tintoretto e le Gallerie dell’Accademia, dove mi ha colpito il ciclo restaurato di S.Orsola. Ma naturalmente questa per me era solo una scusa: quello che cercavo era solo camminare all’aria aperta, mangiare e godere di altre attività ricreative sacrificate ai lockdown. L’aria aperta mi ha fatto bene, il colore bianco smart-working si è un po’ attenuato; per pranzare e  cenare abbiamo trovato diversi posticini dove mangiar bene senza svenarsi e per le altre attività non mi posso lamentare. I ristoranti erano abbastanza pieni; sabato ho fatto fatica a prenotare, ho richiamato anche quello dove eravamo stati il giorno prima che mi ha detto che all’esterno era tutto pieno però se avevo la partita Iva mi poteva far mangiare all’interno, facendo una specie di contratto di somministrazione. Io la partita Iva l’avrei ma mi è sembrato un po’ esagerato, considerato poi che da domani si potrà mangiare dentro; comunque siccome la sera minacciava pioggia (che non ha fatto) in un’altro ristorante ho chiesto di mangiar dentro e non hanno fatto un plissé, avranno applicato le regole della Repubblica Serenissima?

Rombo di 1,2 kg al forno con patate, pomodorini e olive taggiasche. Altro che Pfizer!

Mia moglie avrebbe voluto visitare la Biennale di Architettura ma non me la sono sentita; siamo arrivati solo fino all’Arsenale, dove c’è il Salone della Nautica, senza però entrare.  Una visita strana, perché casuale, è stata invece alla Chiesa di San Giovanni Battista dei Cavalieri di Malta o San Giovanni dei Furlani, dove il custode vedendoci avvicinare ci ha invitati ad entrare e ci ha raccontato tutta la storia. I Cavalieri di Malta avevano moltissimi possedimenti lì intorno, Napoleone glieli ha portavi via (non senza ragioni) ed una parte è poi ritornata. Contiene una bella pala d’altare di Giovanni Gentile recentemente restaurata (curiosità: siccome l’opera è ora dello Stato Italiano che l’ha data in usufrutto perpetuo ai Cavalieri di Malta il restauro si è dovuto fare completamente dentro il priorato).

Quando lavoravo per una ditta di Padova il fratello di un mio collega aveva abbandonato un posto fisso per mettersi a fare il gondoliere: chissà se l’avrà rimpianto in questo anno?

Abbiamo viaggiato con Italo, puntualissimo sia all’andata che al ritorno; il distanziamento viene mantenuto bene, le coppie o le famiglie possono viaggiare insieme facendo il biglietto apposito. Sul treno locale che ci ha riportato da Milano a Como una scena indicativa dei tempi: una signora continuava a tossire, ed un ragazzo che le sedeva davanti ad un certo punto si è alzato e l’ha giustamente apostrofata, dicendole di mettersi almeno le mani davanti alla bocca.

Ed eccoci qua, amiche e amici, ritornati al tran tran: domani avrà le sue pene, ma intanto questi giorni ce li siamo goduti. A presto!

E la mascherina?

Cronachette dal paese dei migliori (12)

Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso… e anche Burgnich, la roccia, se ne è andato. Meglio così, Tarcisio, e perdona se ti chiamo affettuosamente per nome ma per me sei stato come un amico più grande, uno dei miti della mia giovinezza: questo mondo non è più per persone come te, serie, dure ma corrette, gente di sostanza e di cuore, capace di risorgere dopo i tradimenti, di lottare sempre, di schivare e schifare i riflettori e le ruffianerie. Il calcio è diventato una merda, Tarcisio, e non solo quello: lassù ritroverai tanti compagni della squadra più forte del mondo, rimettiti in forma roccia, che quando sarà il mio turno verrò a cercarvi per applaudirvi ancora e magari, chissà, mi permetterete di palleggiare insieme, in paradiso tutto è possibile…

Nello stesso giorno i mercanti cinesi che hanno acquistato la “nostra” squadra si accordavano con l’allenatore per una buonuscita di sette milioni di euro, poco più della metà del suo stipendio di un anno: quanti milioni avreste dovuto guadagnare in proporzione voi, che avete vinto tutto? Tu e Giacinto, la coppia di terzini più forte della storia, cosa sareste stati oggi? O magari non vi avrebbero nemmeno fatto giocare, perché si preferisce prendere scarponi da tutto il mondo pagandoli anche a peso d’oro, con contorno di parassiti troie e ruffiani?

E a proposito di troie, pochi giorni fa era morto Franco Battiato. Povera Italia, aveva scritto, e come non riconoscersi nell’amarezza delle parole di quella canzone, quel “tra i governanti quanti perfetti e inutili buffoni”? Purtoppo con uno di quei buffoni ci era finito anche lui, quel Crocetta che lo volle come assessore nella sua giunta regionale siciliana (è ora di togliere l’autonomia alle regioni autonome, altro che darla anche alle altre) e poi, appena disse qualcosa di sgradito ai partiti ma verissimo, e cioè che in parlamento siedono decine forse centinaia di troie disposte ad ogni cosa per soldi, si affrettò a scaricarlo. Sessismo, che vergogna, rispetto delle istituzioni, si scatenarono le boldrine sciocche. Il rispetto bisogna meritarselo e le troie ci sono in tutti i sessi, ma certo è più facile alzare polveroni su una parola che condannare chi per soldi cambia casacca e fa cadere un governo. E  la vogliono far passare per politica?

Dichiaro qua, una volta per tutte, che non me ne frega niente di Lukashenko e di Navalny. Mi indignerò per i diritti umani dei paesi che ci stanno antipatici solo quando la stessa indignazione ci sarà per gli “amici”: Erdogan, i libici, gli sceicchi, gli egiziani… finché i  “dittatori che ci fanno comodo”, come ha detto il Migliore dei Migliori, possono fare  quello che vogliono, di Lukashenko me ne frego. Tra l’altro ho visto in tv una cosiddetta oppositrice democratica con alle spalle una bandiera vagamente nazista: anche questa una nostra amica? Ad esempio, vogliamo dire che l’amico Netanhjau per il suo esclusivo tornaconto ha creato ad arte una provocazione e all’ovvia risposta di Hamas ha mandato l’aviazione a spianare Gaza, facendo più di 200 morti per la maggior parte civili, contro i 10 che ha avuto Israele?  (Ricordo che la proporzione nazista per le rappresaglie era di 1:10, qui mi sembra siamo ben oltre, ma Israele è ovviamente democratico. Ma uno stato è democratico solo perché si vota? No, perché allora si vota anche in Bielorussia, che ci piaccia o meno).

E, giusto per essere coerente, non me ne frega niente nemmeno di ddl Zan: i cosiddetti diritti civili a buon mercato quando i diritti sociali vengono calpestati tutti i giorni non mi appassionano. Tanto per dire, dei 40 miliardi sbandierati ai destinatari di bonus e di reddito di emergenza non è ancora arrivato niente: ma come, non dovevano essere soldi pronti e “veri”, come se gli altri avessero dato quelli del monopoli? E come mai la nostra informazione così attenta ai Lukashenko non dice che il 74% degli aiuti finora è stato preso dalle aziende, che ogni giorno piangono miseria?

Piangono sempre, tutti… diamine, non riaprono le piste da sci, disastro nazionale: e poi succede che appena riaperta una funivia pur di non perdere qualche giorno di guadagno tolgono le sicurezze facendo morire la gente. Che poi purtroppo a volte i lavoratori, mi dispiace dirlo, ci mettono del loro: quanti  infortuni sono occorsi in fabbrica perché per fare più produzione gli stessi operai disattivano le sicurezze per sostenere i ritmi, o per compiacere i capetti o a volte solo per stupide gare?

Certo amiche e amici direte: ma che ti è successo oggi Giò che hai una parolina buona per tutti, ti ha morso la tarantola?

E’ che è morto anche un mio amico del paese, poco più giovane di me, ci chiamavamo l’uno l’altro “socio”, come di due che ne avevano fatte parecchie. E’ morto di Covid ma non di Covid, ovvero aveva dolori da qualche tempo ma tra esami rimandati e ricoveri impossibili si è ridotto che non stava più in piedi: andato al pronto soccorso l’hanno fatto aspettare in macchina perché mancavano letti, senza nemmeno guardarlo e con dolori lancinanti (una infermiera gli ha detto testualmente: “e che ci posso fare, mica posso prenderlo in braccio”); finché finalmente dopo ore l’hanno ricoverato e gli hanno fatto la morfina, e hanno congedato la moglie dicendogli che l’avrebbero avvisata loro, perché con il Covid non si può stare vicini ai propri cari, nemmeno se stanno malissimo. Infatti la mattina dopo l’hanno chiamata, ma solo per dirle che suo marito nella notte era morto: aveva un tumore in stato avanzato, l’oncologo ha chiesto alla moglie il permesso per fargli l’autopsia dato che “è strano perdere dei pazienti così velocemente”. La moglie è stata molto signorile ed ha solo detto che era meglio se l’avessero guardato quando era vivo piuttosto di indagare ora che era morto: a che serve, a chi? Tanto lo metteranno nelle statistiche Covid. Ecco, questo è come siamo ridotti dopo un anno di pandemia, non siamo nemmeno riusciti a separare gli infetti dai sani, grazie ai nostri ospedali pensati da cervelloni per il comodo dei dottori, non dei malati.

Adesso smetto, amiche e amici, perché la rabbia è troppo forte, mi serve una pausa:  ho prenotato un weekend a Venezia e spero che nel frattempo tutti i migliori se ne vadano a quel paese.

Cronachette dal paese dei migliori (11)

La scorsa domenica ho deciso di godere della libertà che il governo dei Migliori ci ha graziosamente accordato e così ho dato forfait al coro parrocchiale e aderito all’invito di una coppia di amici per andare a visitare l’Oasi Zegna, vicino Biella. Una delle coriste alla mia comunicazione tardiva e laconica ha risposto che pregherà per me: male non fa, anche se forse è un tantino prematuro.

L’Oasi Zegna prende il nome da Ermenegildo Zegna, che in quei luoghi impiantò all’inizio del secolo scorso il lanificio che fece la sua fortuna; un mecenate di altri tempi che decise di collegare i paesini sparsi per i crinali con una bellissima strada panoramica, diede impulso al turismo facendo costruire una funivia (tragico che mentre tornavamo a casa alla radio passava la notizia del disastro del Mottarone) e fece sistemare boschi, sentieri e belvedere per renderli fruibili ai posteri e dare ricchezza ai locali. Anni fa avevo una giacca Zegna che adoravo ed ho indossato fino allo sfinimento, ma questa è un’altra storia. Comunque sull’Oasi Zegna troverete tutte le informazioni sul web, quello che voglio riportare invece è stata la mia esperienza con la prima domenica di (quasi) liberi tutti. Tanta gente, direi rispettosa delle regole; mattinata di sole incerto, perciò siamo andati per prima cosa a visitare il giardino dei rododendri: purtroppo la fioritura è in ritardo, abbiamo potuto ammirare solo parzialmente i colori reclamizzati. Comunque camminando e ammirando si era fatta una certa e siamo andati alla ricerca di un posto dove mangiare. All’ufficio turistico (gentilissimi) ci avevano detto che non c’erano problemi e così speravamo ma non avevamo fatto i conti con la quantità di persone che si è messa in moto e col fatto che la capienza dei ristoranti è dimezzata, potendo servire solo all’aperto. Non avete prenotato? Ahi ahi, fino alle 14:30 tutto pieno… questo è stato il refrain che ci ha accompagnato; io avrei anche rinunciato a mangiare ma i nostri amici si erano fissati con un birrificio che avevamo visto all’inizio: così ci siamo seduti veramente alle 14:30 e abbiamo ordinato un tagliere di salumi e formaggi, per fare in fretta. Non l’avessimo mai fatto! Il tagliere si è materializzato alle 15:30 e dopo diverse sollecitazioni; mi sono offerto persino di andare personalmente ad affettare il salame che sono abbastanza esperto, ma niente. Qui apro e chiuso una parentesi: amici ristoratori, vi siete lamentati giustamente (forse) della sorte iniqua e ria, e quando c’è da lavorare fate aspettare un’ora per un tagliere? La prossima volta mi porterò i panini… insomma, siamo ripartiti alle 16:30. A quel punto era inutile continuare per l’Oasi, sarà per un’altra volta (con panini); ci siamo invece diretti a Ricetto di Candelo, poco lontano, un borghetto medievale ben conservato e benissimo tenuto: in origine dei magazzini fortificati, ora ospita artisti, botteghe di artigianato e ci si svolgono eventi. Tra l’altro se l’avessimo saputo prima saremmo venuti qua a mangiare, i locali sembrano non mancare.

Al ritorno coda in autostrada: quanto mi mancavano! Aggravate, secondo me, dal fatto che in auto non si può viaggiare in quattro se non si è conviventi: infatti noi siamo dovuti andare con due auto, raddoppiando spese e inquinamento: ha senso ciò? Non credo, forse i Migliori dovevano pensarci, invece hanno pensato bene di togliere il blocco ai licenziamenti dal primo luglio, all’inizio dell’estate: con che coraggio lo sanno solo loro. E c’è chi si balocca con la legge Zan…  

Dopo questa bella giornata sono arrivato a casa distrutto, non sono più abituato a stare in macchina tanto tempo e non mi piace nemmeno tanto guidare; datemi il mio divano, un libro e viaggio benissimo anche senza muovermi. Ermenegildo, saresti stato contento di tutto questo? Dubito. Se trovo un’offerta però un’altra giacca la comprerò, se dura come l’altra mi arriva minimo fino alla pensione… a presto, amiche e amici!

Tre stelle per Olena – 5

«Svengard, fratello, compagno di scorribande su e giù per i sette mari, come ti saltano in mente certe idee? Di certo il peso dell’elmo cornuto che hai portato in testa per troppo tempo si fa sentire. Ti dico che è una coincidenza!»
Seduto su un tronco posato sulla riva del ruscello che costeggia il bosco che ricopre un’ampia area della tenuta Uppallo I, il cantante norreno autore con il gemello minore Uppallo IV di canzoni popolari come Bejublad Äpplarö e Skarpö Brusen Ingmarsö¹, cerca di rassicurare l’agitato amico.
«Ma quale coincidenza, quella è venuta qua apposta, altroché! Ce l’ha ancora con voi, e lo credo bene dopo lo scherzo che le avete tirato!» insiste l’amico, con i lunghi capelli biondi scarmigliati dal vento.
«Se non avessimo esplorato insieme tutti i fiordi della Norvegia penserei che tu abbia dimenticato il vecchio detto vichingo “acqua passata non macina più”. Sono passati più di due anni…» minimizza il cantautore.
«Acqua passata un corno di bue muschiato! Il veleno l’hanno trovato proprio nel suo armadietto e non credo che ci volesse condire le aringhe. Dovete andarvene!»
«Ma chiunque avrebbe potuto metterlo lì, quegli armadietti sono chiusi con un lucchettino, basta una forcina per aprirlo. E poi la polizia ha detto di non allontanarsi» fa notare Uppallo I, esperto di effrazioni ma ligio alle regole.
«Tu pensala pure come ti pare, ma io ti dico che se siete furbi dovete stare lontani da quella donna come farò io, perché quella per colpa vostra ce l’ha anche con me!» e così dicendo Svengard si alza, abbranca il tronco lasciando appena il tempo al cantante di scendere e lo getta di slancio dall’altra parte del corso d’acqua.

Consumata con soddisfazione l’energetica colazione Gilda si dirige verso il suo Santa Sanctorum, dove la pratica di assumere tisane a base di erbe di mellifrace la sospinge con regolarità e dove nessuno è ammesso tranne l’anziana balia Serafina che l’ha vista nascere. Riscontrando una certa urgenza accelera il passo tacchettando sulle pantofole rosa, riuscendo comunque a scambiare qualche altro parere sulla serata precedente.
«James, chi ha scelto i candidati di quest’anno? Saranno dei bravi cuochi, ma certo non brillano per simpatia. Oddio, anche come cuochi non è che si siano sprecati: aringhe, cous cous, fagioli… e quell’altro, quel marcantonio di aborigeno, te lo raccomando. Per fortuna non ha portato il boomerang!»
«Il signor Timu è di origine māori, signora, il suo popolo per la caccia preferisce usare mazze ricavate da ossa di balena. Erano gli abitanti originari della Nuova Zelanda prima che arrivassero i coloni, li sottomettessero e li aggregassero alla Corona Inglese. Gli aborigeni abitavano invece l’Australia e…»
«James sei un divulgatore straordinario e starei volentieri ad ascoltare la tua puntata di Superquark» lo interrompe la Calva Tettuta, alla quale una fitta consiglia di accelerare il passo. «Mettiti in stand-bye, continuiamo più tardi. Potresti sondare con il māori se sa giocare a rugby? Vorrei ingaggiarlo per insegnare la haka² ai capiturno del pastificio, pensi che possa avere problemi sindacali?»

Dopo un breve stacchetto pubblicitario in cui vengono illustrate le proprietà benefiche di un preparato contro gonfiori intestinali e flatulenze, Alessandro Turchese riprende la presentazione:
«Signore e signori, una novità assoluta per il nostro concorso: dalla Nuova Zelanda, Amaru Timu! Amaru appartiene al popolo māori, pensate che discende addirittura dal capo Rewi Manga Maniopato che nel 1863 combattè contro gli inglesi. Amaru gira la Nuova Zelanda con il suo ristorante mobile, lo Hau Hau³, proponendo piatti della tradizione come l’Hangi di carne e verdure, o la Paua, la prelibata lumaca di mare, in brodo. Amaru, tu che sei considerato un ambasciatore della vostra cultura, potresti togliermi una curiosità?» chiede Turchese, con finto candore.
«Dici bene Alessandro, tramite i nostri piatti mi onoro di veicolare la nostra storia e la nostra cultura, che si impernia sull’amicizia tra i popoli e la tolleranza: sarò perciò lieto di rispondere alle tue domande» risponde il gigante dalla pelle bruna con un inchino.
«Mi domandavo, Amaru, e sono sicuro che anche i nostri spettatori se lo chiedano: visto che per preparare il vostro Hangi è necessaria una buca scavata nel terreno, come fate in scittà?» sogghigna il presentatore, suscitando l’ilarità del pubblico. Il fiero indigeno si erge in tutta la sua altezza e risponde con calma, mentre Turchese fa qualche passo indietro mettendosi a distanza di sicurezza.
«Ti ringrazio della domanda, Alessandro, che mi permette di chiarire un punto fondamentale della nostra cucina. Ma prima devo fare una premessa, e cioè che mio nonno Tangaroa mi ha sconsigliato di partecipare a questo concorso, perché sostiene che non avreste capito una mazza delle nostre usanze e pietanze. Ah, anche che il conduttore è un deficiente dice mio nonno, affermazione alla quale non ho ovviamente dato credito. Fino ad ora. Comunque, se proprio lo vuoi sapere, prendiamo un martello pneumatico e facciamo un buco nell’asfalto» conclude Amaru, seraficamente.
«Ehm, grazie Amaru. Vuoi presentarsci il tuo piatto?» taglia corto Turchese, rimanendo a distanza.
«Volentieri, sono qui apposta. La mia creazione sono gli agnolotti ripieni di kiwi ripieni di kiwi»
«In che senso, scusa?» chiede il presentatore, confuso.
«Nel senso che gli agnolotti sono ripieni di kiwi ed i kiwi sono ripieni di kiwi. Non è difficile capirlo, se uno ha un QI appena nella media» risponde Amaru, che comincia ad innervosirsi. «Mio nonno mi aveva avvisato che nel vecchio mondo siete de coccio, ma non immaginavo tanto. Il kiwi, hai presente il kiwi? L’uccello col becco lungo. Viene farcito con il kiwi frutto, il frutto, quello verde. V-E-R-D-E. Entrambi formano il ripieno per gli agnolotti. Ti è chiaro adesso?» chiude il māori, avviandosi verso la sua postazione scuotendo la testa.

¹ Obladì Obladà e Pa’ diglielo a Ma’.
² La Haka è una danza tipica māori resa celebre dagli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese.
³ Pace e Bene in lingua māori.

Cultura a fasci!

Amiche e amici, il weekend sebbene non abbia offerto un tempo bellissimo ha comunque permesso di svolgere le visite che ci eravamo prefissi ai beni aperti nell’ambito delle Giornate di Primavera del FAI, Fondo Ambiente Italiano: Villa La Clerici, a Erba, e Villa Casana, a Novedrate. Come già per le scorse Giornate di Autunno, le visite erano possibili solo su prenotazione e con gruppi di massimo 15 persone alla volta (con una piccola elasticità di 2-3 al massimo); visite aperte a soci Fai e non soci, con un piccolo contributo di 3€ a testa.  Siamo andati con due diversi gruppi di amici, sabato ad Erba e domenica a Novedrate; in provincia c’erano altri beni aperti, alcuni esclusivamente per questo evento ed altri invece già beni Fai, come ad esempio la stupenda Villa del Balbianello ad Argegno o la casa Fogazzaro-Roi, luoghi questi che abbiamo già visitato in passato, e che i soci possono visitare quando vogliono senza attendere le aperture straordinarie come queste.

Queste giornate erano state precedute da una polemica di una associazione di guide turistiche professionali, che si lamentavano di non essere state utilizzate. La polemica mi sembra fuori luogo, queste giornate servono per propagandare il Fai, raccogliere donazioni e sollecitare nuove iscrizioni; le attività si basano su una rete di volontari encomiabile, in gran parte giovani ed entusiasti (tra l’altro spesso sono coinvolte delle scuole, anche ad indirizzo turistico, in modo da dare ai ragazzi anche la possibilità di fare esperienza): se il Fai dovesse pagare le guide professionali queste aperture non sarebbero certo possibili. Senza contare che, nell’anno di pandemia, il Fai come tantissime altre associazioni ha avuto una netta diminuzione di donazioni, per cui tanti lavori sono stati sospesi come tanti nuovi progetti sono stati posticipati. Care guide, il bersaglio è sbagliato: rivolgetevi al ministro Franceschini!

Ma, dopo questa difesa da appassionato (che per la verità ho dovuto fare con qualcuno degli amici venuti in visita), illustrerò brevemente quello che siamo andati a vedere.

Siamo in Brianza, zona operosa per eccellenza, forse anche troppo: Villa La Clerici era infatti un antico filatoio e filanda; semplificando molto, il filatoio è la parte dove dai bozzoli del baco da seta si estrae il filo di seta e la filanda è la parte dove si lavora questo filo e si produce il filo per la tessitura. Le macchine erano molto grandi e richiedevano molto spazio, il lavoro era duro e le operaie erano per la quasi totalità donne (“Cos’è cos’è che fa andare la filanda, è chiara la faccenda, son quelle come me”, cantava Milva). Questi Clerici erano dei geniacci, dismessa la filanda uno degli eredi che aveva conosciuto personalmente Thomas Alva Edison si è messo a produrre lampadine, diventando uno dei maggiori produttori italiano e vendendo infine alla Osram. Infine la struttura, che comprendeva anche un piano di alloggi per le maestranze, è stata trasformata in residenza, ancora oggi abitata nei mesi estivi; c’è un bel parco all’inglese dove la vasca che serviva ad affogare i bachi (la prima parte della lavorazione, per prendere il bozzolo non si poteva aspettare che il baco ne uscisse, avrebbe rotto il filo) è stata trasformata in piscina. All’interno abbiamo visitato il teatrino, una biblioteca, la sala da pranza ed il salotto, con tanto di pianoforte fatto costruire probabilmente in occasione di una visita in Italia di Wagner, e dove il maestro avrebbe suonato. Nella biblioteca una simpaticissima giovane guida ci ha parlato del capostipite, un giudice, e dell’importanza che rivestiva possedere una biblioteca: “perché allora alla cultura ci si teneva” le è scappato detto ridendo… La Villa viene affittata anche per eventi, feste e matrimoni  e come set cinematografico. Chi fosse interessato… Finita la visita siamo saliti fino al monumento ai caduti della prima guerra mondiale, salendo una ripida scalinata: da lì si gode un bel panorama, e c’è uno spiazzo erboso dove sicuramente in estate sarà pieno di gente che prende il sole.

Al ritorno ci siamo fermati in un bar e ci siamo fatti il primo spritz della stagione: liberatorio ma deludente per quanto riguarda la consistenza alcolica. Amici baristi, meno ghiaccio e più prosecco!

Domenica come dicevo siamo andati a Novedrate, eravamo in nove quindi  il gruppo era quasi tutto nostro; questa apertura era stata organizzata dal gruppo giovani di Como, di cui sono orgogliosissimo perché i due promotori sono due ragazzi che facevano parte del gruppo teatrale che ho diretto e uno dei volontari è mio figlio. Il palazzo si affaccia nella piazza principale di Novedrate (paesino che ha poche altre attrattive per la verità); dal settecento ad oggi ha una lunga storia di passaggi di proprietà, dovuti quasi tutti a mancanza di eredi maschi e matrimoni (Traversa, Isimbardi, Casana e forse ne ho dimenticato qualcuno). Il Comune l’ha acquistato recentemente, con il grande parco annesso, ed ha intenzione di metterci gli uffici comunali: del resto è stato di proprietà dell’Ibm dagli anni ’70 fino al 2006, e c’erano gli uffici amministrativi. Lo stile che si nota di più è quello eclettico di inizio novecento; il Comune (amministrazione leghista ma secondo me in gamba) ha organizzato le cose per bene, ha mobilitato dei figuranti di una scuola di danza dell’ottocento del posto che hanno illustrato gli abiti dell’epoca, suscitandomi  un po’ invidia perché come forse qualcuno ricorderà qualche tempo fa mi ero dato anch’io al ballo dell’ottocento, perfetto per il mio aplomb; nelle poche sale visitabili un gruppo di merlettaie al tombolo, tradizione che si tramanda ancora oggi, e un gruppo di presepari. Una chicca, nel parco, la cappella privata ora sconsacrata che imita la chiesa di San Francesco di Paola in centro a Milano, in via Manzoni. Alla fine (ma noi ce ne eravamo andati) l’amministrazione comunale ha offerto un rinfresco a tutti i partecipanti, e non posso che applaudire. Così si fa!

Mi sono dilungato un po’ troppo, sarà l’emozione del riprendere le attività normali (anche se non normalmente); o sarà che non voglio pensare a quello che succede per il mondo…

Bella la vita nell’Ottocento!

Tre stelle per Olena – 4

«Dal Brasile, João do Patimento!» annuncia con entusiasmo Alessandro Turchese introducendo il terzo concorrente. «A Rio la sua taberna Um Toquiño de Bacalhau, a due passi dalla spiaggia di Copacabana, è un’istituzione dove ogni sera si possono incontrare seduti fianco a fianco sulle stesse panche perfetti sconosciuti e personaggi famosi, musiscisti e operai, casalinghe e Regine del Carnevale, tutti per gustare le spescialità dello chef. Ma qual è il tuo segreto, João?»
A dispetto del cognome, il cuoco brasiliano è un mulatto più largo che lungo: calvo, con due orecchini da pirata alle orecchie, due grandi incisivi che spuntano dalle labbra carnose stirate in un perenne sorriso, le mani grassoccie sempre in movimento, è la réclame dell’abbondanza.
«Muito obrigado, Alessandro! Il nostro segreto è la joia, la alegria do samba, che trasmettiamo nei nostri piatti, come le bolinhos de bacalhau, le nostre polpette, il bacalhau à Braz, con le patatine fritte, muito apreciado dai più giovani, ou bacalhau à portoguesa, al forno con patate e peperoni, o…»
«Immagino allora che sci proporrai qualcosa a base di baccalà, sbaglio João?» interviene Turchese, interrompendo lo sciorinamento dell’intero menu del carioca.
«Absolutamente não!» risponde allegro Patimento. «Ho voluto rendere omaggio a voi italiani, alla vostra fantasia, alla vostra apertura di vedute, voi che siete amanti delle nostre donne ma anche dei nostri travestiti, alla vostra generosità, voi che come noi siete pazzi per il calcio e ci comprate a peso d’oro campioni come Kakà ma anche sòle come Gabigol¹. Cum bacalhau troppo facile, avrei vinto a mani basse; quello che presento è um novo piatto, il tortellone con Feijoada, e lascio a voi il giudizio: sarà Gabigol o sarà Kakà?»
Turchese da perfetto professionista glissa evitando di fare facili battute e invita le due tortelline Lori e Dori ad accompagnare João alla sua postazione.

«Come parli bene, tu. Si sente che hai studiato tanto!»
Kocca, la gallina finlandese, accoccolata sotto il trespolo pende dalle labbra del pappagallo economista Spread.
«Oh, sai, sono stato fortunato. Il mio vecchio padrone, Pekko Korjalainen, strappava le pagine economiche del giornale locale, l’Eco di Kokkola, e le metteva nella mia voliera come tappetino. Mi è sempre piaciuto leggere mentre faccio i miei bisognini, così pian piano mi sono appassionato alla materia, borsa, investimenti, finanza… stavo progettando di lanciarmi nel mercato dei bitcoin quando Pekko mi ha venduto in cambio di un sacco di liquirizia salata e due barili di catrame vegetale²: dal suo punto di vista un affarone, anche se non ha tenuto conto che gli tenevo gratis i conti del negozio e poi gli sarebbe toccato assumere un contabile. E così, eccomi qua» conclude Spread con modestia.
«Ti manca Kokkola?» chiede Kocca, con un sospiro.
«Non molto» risponde il pappagallo «non avevo molti amici là. Tra studio e lavoro, capirai, non avevo tempo per le attività sociali. Certo, per te al parco era diverso, lì conoscevate tanta gente…»
«Oh sì, avevo tanti amici» crocchia la gallina «ed era divertente preparare gli spettacoli per i turisti. Pensa che l’ultima volta ero vestita da Calamity Jane! Ma poi è arrivato lui e sai com’è, l’amore…»
«Non capisco come tu possa stare con quel cavernicolo» sbotta Spread, scrollando le penne della testa in segno di disapprovazione.
«Non dire così, Flettàx è un buon pappagallo…» protesta Kocca senza troppa convinzione.
«E’ un selvaggio, un violento! Tu avresti bisogno di qualcuno che sappia apprezzare le tue doti, che ti porti a teatro, al cinema, che ti dedichi delle poesie…» declama suadente l’Ara Macao, scendendo dal trespolo.
«Poesie?» si schermisce Kocca. «Ma io sono soltanto una chioccia…»
«Tu sei molto di più, sei sensibile, dolce, intelligente… sì, soprattutto intelligente. Ho giusto qui una poesia che ho pensato per te»
«Per me? Davvero? Che emozione, recitamela, dai! » lo esorta la gallina, trepidante.
«No, qui non va bene, ci vuole l’atmosfera giusta, un luogo più intimo, raccolto… ecco, laggiù, lo vedi quel cespuglio? Lì è perfetto…» suggerisce l’astuto pennuto, appoggiando un’ala sulla schiena della gallina e spingendola nella macchia.

¹ Gabigol, al secolo Gabriel Barbosa Almeida, venne comprato dall’Inter nel 2016 a soli diciannove anni per la modica cifra di 30 milioni di euro. In realtà non era una sòla, come si dice a Roma, ma un buon calciatore: l’Inter però non lo fece giocare quasi mai e il ragazzo si intristì. Tornato in patria ha ricominciato a fare sfracelli, quindi tra non molto sarà ricordato come l’ennesimo campione che i nerazzurri si sono fatti sfuggire sotto il naso dopo averlo pagato a peso d’oro.
² cfr “Una birra per Olena”, 2020