Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

locandina2900

oktober-fest-20141

Annunci

Una birra per Olena (XVII)

Fritz Gunnerbaum grattandosi la testa guarda sbalordito la donna che occupa la sedia a dondolo del gatto Ringo e che sembra in confidenza sia con sua moglie Ursula che con il suo superiore, il commissario capo Horst Tupperware. Poggia infine sul tavolo il piattino di torta che Ursula gli ha messo in mano, e sbotta:
«Signorina, visto che nessuno si degna di informarmi, non sarebbe così gentile da dirmi chi accidenti è lei e che ci fa a casa mia?».
Olena sorride ad Ursula, e con un cenno del capo le lascia la parola:
«Accomodati Fritz, adesso ti racconto tutto…» poi, quando il marito finalmente si siede, comincia a raccontare:
«Ci siamo conosciute nel 1988, a Seoul…»
«A Seoul? Che ci facevi a Seoul?» interviene subito Fritz, sbigottito.
«Fritz, per piacere, non cominciare ad interrompere. Cosa dovevo fare a Seoul? Ero alle Olimpiadi, no? Con la squadra di atletica della DDR»
«Con la squadra di atletica…» ripete Fritz «Ma che c’entravi tu con la squadra di atletica,  non facevi mica  sollevamento pesi? Tra l’altro allora non c’era ancora il sollevamento pesi femminile alle Olimpiadi…»
Ursula continua a raccontare, senza nemmeno ascoltarlo, persa ormai nei ricordi:
«Avevamo una squadra fortissima in tutte le discipline… vi ricordate? Portammo a casa 102 medaglie, secondi solo all’Unione Sovietica che ne vinse 132… e davanti agli americani, che ne presero solo 94. Per noi non era solo una questione sportiva, si trattava di dimostrare la superiorità del socialismo nello sviluppo armonico della persona rispetto al capitalismo»
Olena conferma, annuendo.
«Stronzate» interloquisce Fritz, zittito da un’occhiataccia della moglie.
«Fin da giovanissimi eravamo sottoposti a ritmi di allenamento massacranti… specialmente con noi donne erano molto severi, noi dovevamo essere i simboli dell’emancipazione femminile, con risultati che si avvicinavano sempre di più  a quelli maschili»
«Donne toste…» commenta Olena.
«Si, toste, ma a che prezzo… hai ragione Fritz, io non avrei dovuto partecipare a quelle Olimpiadi. Ma una mia compagna, Heidi Schmidt, una lanciatrice di peso, si infortunò. O così ci dissero…»
«Che vuoi dire, non era vero che si infortunò? E che le capitò allora?» chiede Fritz.
«Nei campionati mondiali precedenti aveva conosciuto un saltatore canadese… aveva deciso di scappare e chiedere asilo politico approfittando delle Olimpiadi, ma fu scoperta. Tutto questo lo venimmo a sapere molto dopo, naturalmente… allora ci dissero che aveva avuto un attacco di appendicite acuta, avevano dovuto operarla d’urgenza e c’erano state complicazioni. Io ero la prima riserva e presi il suo posto, e feci anche la mia bella figura…»
«Sei modesta, Ursula, una medaglia d’argento non è solo una bella figura…» dice Olena, con sincera ammirazione «tu eri una campionessa!»
«Una campionessa…» ripete con amarezza Ursula. «Lo pensi davvero, Olena? Tu sai bene come stavano le cose»
Ma prima che Olena possa rispondere, Fritz interviene:
«Olimpiadi, medaglia d’argento? Ursula, ma che storia è questa? Quando ci siamo conosciuti facevi la cameriera in una birreria e mi hai detto che avevi praticato un po’ di sport… e questo lo chiami un po’ di sport? E lei?» chiede Fritz a Olena «Anche lei ha praticato “un po’ ” di sport? E dove è stata tutto questo tempo, Ursula non mi ha mai parlato di lei!»
Ursula interviene:
«Fritz, lascia stare, queste sono cose che è meglio non…»
«No, Ursula, tuo marito ha ragione, ha diritto ad una spiegazione» la ferma Olena, alzandosi in piedi con sollievo del gatto Ringo.
«Mi chiamo Olena Iosifovna Smirnova, all’epoca avevo diciannove anni e facevo parte dei servizi di sicurezza sovietici»
«Servizi di sicu… che mi venga un colpo, il KGB?» chiede Fritz, ormai totalmente stordito.
«Esatto, per la precisione ero sottotenente ed avevo l’incarico di agente provocatore. Dovevo fingermi interessata alla fuga in occidente, scoprire la rete che gestiva le diserzioni e neutralizzarla»
Fritz trasecola:
«Neutralizzarla? Ma in che senso, scusi, doveva denunciarli?»
«Eliminazione fisica, preferibilmente» continua Olena senza cambiare tono.
«Ufficialmente facevo parte della squadra di biathlon, come riserva. Potevo girare per il villaggio olimpico e fu così che conobbi Ursula…»

«Tu lo sapevi?» chiede esterrefatto Fritz.
«Ma certo che no, sciocco! Mica andava in giro a dire “ciao, sono un agente segreto!”. Ci siamo incontrate in palestra, Olena non passava inosservata, era sempre attorniata da maschietti diciamo, ehm, interessati»
«Faceva parte del mio compito quello di mettermi in mostra»
«E ci riuscivi parecchio bene…» ridacchia Ursula, e continua «Così bene che qualcuno pensò che se ne potesse approfittare. Una sera la squadra di pallanuoto turca la aspettò nel sottopassaggio che portava dalla palestra al villaggio. L’avevano studiata bene, avevano messo persino dei complici agli ingressi del sottopassaggio, per avvisare in caso di “disturbi”. Quella sera, uscendo dalla palestra, le cadde dal borsone la giacca della tuta… pensai che avrebbe dovuto rimborsarla, e così le corsi dietro per riportargliela» poi, notando l’occhiata di Fritz, puntualizza: «Pesavo ottantadue chili allora, ero un concentrato di muscoli, non come… adesso» constata Ursula con amarezza, indicando il suo corpo eccessivo. «Insomma, immagina ottantadue chili lanciati in velocità ed un cretino che ti indica di fermarti, e per di più brutto. E’ volato come uno straccetto senza nemmeno il tempo di dire “ahi” e sono piombata come un missile nel sottopassaggio e lì mi sono trovata davanti a quella scena…»

Olena a questo punto le si avvicina e le cinge le spalle con un braccio.
«La stavano spogliando… lei era incosciente, dalla testa le colava un filo di sangue, l’avevano colpita a tradimento quei maiali»
Fritz, a bocca aperta, non riesce a staccare gli occhi da sua moglie, cercando di trovare nella casalinga che ha davanti le tracce della sconosciuta che gli si sta rivelando.
«Indossavo ancora la cintura addominale, sai, quel cinturone che si usa nel sollevamento pesi, allora li avevamo in cuoio pesante con due grandi fibbie di ottone… quelli avevano già i pantaloni abbassati, cominciai ad urlare e a picchiare come una pazza, cercavano di scappare e cadevano, ed io picchiavo, e picchiavo, e picchiavo, per Olena, per la rabbia, per i miei allenamenti di merda, per il corpaccione goffo che mi ritrovavo, per Heidi…»
Ursula si interrompe, con le lacrime che le scorrono lungo il viso. Olena la abbraccia e le accarezza i capelli, sussurrandole all’orecchio:
«Basta, Schutzi, è tutto passato, è finito…»
Ursula alza il mento, tira su col naso, e sciogliendosi dall’abbraccio seguita:
«Per fortuna Olena si riprese e me li tolse dalle mani, sennò li avrei ammazzati tutti… Il giorno dopo furono rimpatriati, i loro dirigenti dissero che avevano avuto un incidente stradale…»
«Già, avevano avuto un frontale con il TIR Schutzentagger…» ride Olena.
«Incredibile… ma perché non me ne hai mai parlato, Ursula?» chiede Fritz, commosso, colto poi da un pensiero improvviso:
«La squadra di pallanuoto… non era una squadra turca quella che cadde con l’aereo, l’anno dopo? Erano partiti da noi, da Dresda, giusto? Che strana coincidenza…» dice Fritz, fissando intenzionalmente Olena.
Olena sostiene il suo sguardo, e arricciando le labbra in un sorriso beffardo, risponde:

«Il mondo è pieno di coincidenze, Herr Gunnerbaum»

Berlin, Junioren-Sportfest, Katrin Krabbe

Una birra per Olena (XVI)

«Vostro onore, mi dichiaro innocente!»
Il giudice istruttore, Walter Ritzenberg, uno scapolo quarantenne alto e magro con dei capelli rossi arruffati ed una barbetta rada dello stesso colore, abbassa la testa per osservare, dal di sopra degli occhialini alla Cavour che correggono la sua miopia e gli danno un certo tono autorevole, la donna che siede dall’altra parte della scrivania, assistita nella traduzione da quello che ha presentato come suo avvocato.
La donna, fasciata da un completo rosso Valentino impreziosito da un turbante Mantero in twill di seta, si  sventola con un ventaglio in madreperla e, accaldata per l’agitazione slaccia i bottoni della giacca, movimento che lascia intravedere un top che fatica a contenere i seni della quinta abbondante, come giudica il giudice ad un esame sommario, seni posti ancor più in risalto dal fatto che la donna è seduta sul bordo della sedia protendosi verso Ritzenberg come a chiedere protezione.
Il giovane giudice, che è tutt’altro che insensibile al fascino femminile, si premura di rassicurarla.
«Deve esserci un equivoco signora, lei non è assolutamente accusata di nulla. Glielo dica anche lei, avvocato, questo è solo un colloquio informativo, pura routine»

«James, avevi ragione tu, come sempre» dice Gilda all’uomo alle sue spalle. Poi, riallacciatasi la giacca e mettendosi più comoda sulla sedia, con delusione di Ritzenberg, passa subito all’attacco, recuperando la  grinta da padrona del vapore:
«Caro giudice, capirà che il mio tempo è prezioso. Ho diverse fabbriche da portare avanti e centinaia di lavoratori che dipendono da me e che aspettano che ci facciate riaprire al più presto, pertanto la pregherei di essere conciso. Di che si tratta?»
Walter Ritzenberg , sconcertato dal cambiamento di tono, fatica a riprendere il filo.
«Ehm… voi producete pasta ripiena, dico bene Frau Rana?»
«Bè,questo non mi pare sia un segreto, dico bene giudice? Siamo leader anche nel vostro paese, tra l’altro. Ma perché quest’interesse per la pasta, Herr Ritzenberg?»
«In realtà, signora, l’interesse più che per la pasta è per il ripieno»
«Ah davvero?» dice sorpresa Gilda.«Se ha qualche curiosità chieda pure, giudice, anche se forse sarebbe stato più adatto il nostro direttore della produzione»
«Già, l’ingegner…» il giudice cerca il nome tra le sue carte, e finalmente lo trova «Ingegner Jürgen Matthaeus. Ecco, l’abbiamo cercato in realtà, ma sembra essere irreperibile. Come peraltro il vostro direttore amministrativo… Ha lasciato per caso qualche messaggio, qualche recapito?»
Gilda,dopo aver lanciato di sottecchi un’occhiata all’imperturbabile James, risponde candidamente:
«Giudice, capirà che non sono la segretaria dell’ingegner Matthaeus…»
«Naturalmente, naturalmente signora. Lo chiedevo solo perché in realtà abbiamo già sentito la segretaria, ma non è stata in grado di darci indicazioni utili»
«Ah, peccato, sarà andato a pesca. Avete provato a cercarlo in qualche lago della foresta Nera? Ricordo che ogni tanto ne parlava. Potreste chiedere a sua cognata, Hilda, magari ne sa qualcosa» suggerisce Gilda maliziosamente.
«No, sua cognata dice che non si fa vivo da qualche giorno. »
«Mi dispiace allora, non saprei come aiutarvi» taglia corto la Calva Tettuta. «Possiamo andare adesso?»
«Un’ultima cosa, signora. Come sa la finanza ha ispezionato i magazzini ed i libri contabili…»
«A proposito di questo» dice Gilda che fatica a contenere l’indignazione, oltre che i seni «ce n’era proprio bisogno? E quand’è che toglierete i sigilli alle fabbriche?»
«Solo un attimo signora, mi permetta di spiegare… volevamo capire se c’erano stati degli ammanchi, qualche furto di merce, dei furti di materiale, e che i responsabili avessero interesse con gli incendi a far sparire le prove… per questo abbiamo verificato anche i riscontri con le bolle di consegna»
«Che ti dicevo James? Controllavano le bolle. E i contribuenti pagano… E cosa avete scoperto, caro giudice?»
«Voi avete diverse linee di produzione, giusto?»
«Ma certo che abbiamo diverse linee, noi diversifichiamo, cosa crede! Abbiamo le linee classiche, le stagionali… ad esempio a maggio ripieno fave e pecorino, in autunno prosciutto e fichi… poi ogni tanto lanciamo delle novità: adesso per esempio abbiamo un brasato al mojito che sta andando alla grande»
«Al mojito? Interessante» afferma il giudice con un brivido di raccapriccio. Poi poggia gli occhiali sul tavolo e fissa Gilda freddamente negli occhi:
«E, Frau Rana, che linea pensavate di lanciare con i trenta quintali di nandrolone che abbiamo trovato nei vostri magazzini?»

E’ la volta di Gilda a rimanere interdetta dal cambiamento di tono del giudice:
«Nandrolone, nandrolone… mi ricorda qualcosa ma su due piedi non saprei dire, ci vorrebbe il nostro direttore Ricerca e Sviluppo… » e, non badando ai colpetti di tosse di James, continua:
«E’ qualcosa di esotico? Il nome è evocativo, ricorda il merolone¹ e il nostro marketing potrebbe anche lavorarci su… So che in Nuova Zelanda stiamo per lanciare il kiuzzo, ripieno di kiwi e struzzo, ma non mi pare che c’entri questo nandrolone… James caro, per caso è uno dei tuoi caffè?»

jennifer lopez

¹ Valerio Merola è un conduttore televisivo, abbastanza conosciuto negli anni ’80 e ’90, che nel ’96 fu coinvolto in un’inchiesta per violenza sessuale accusato da alcune “soubrette” di aver preteso rapporti sessuali in cambio di apparizioni TV. In un caso si difese sostenendo che le dimensioni del suo pene (da qui il “merolone”) non gli avrebbero consentito di avere il tipo di rapporto che l’accusatrice sosteneva di aver dovuto subire. L’inchiesta, per la cronaca, non arrivò mai a processo, e servì solo a “sputtanare” i protagonisti ed a rovinare loro le carriere e, in qualche caso, ad accorciargli la vita (vedi Gigi Sabani).

Dammi una lametta che mi taglio le vene

Così cantava Donatella Rettore nel 1982, l’anno in cui la nazionale di calcio di Bearzot vinse il Campionato del Mondo e in cui la mafia uccise Carlo Alberto dalla Chiesa, l’anno della guerra delle Falkland (o Malvinas) tra Argentina e Gran Bretagna e di film come Rambo, E.T. e Blade Runner; la Olivetti presentava il Personal Computer M20, nato per far concorrenza al neonato PC IBM, a cui seguì l’anno dopo l’M24; in America il presidente era l’ex-attore Ronald Reagan, mentre in Unione Sovietica finiva l’era Breznev ma la perestrojka era ancora ben lontana (per fortuna); in Italia c’era un governo pentapartito (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) guidato da Giovanni Spadolini, il primo governo repubblicano guidato da un non democristiano (a dicembre però il governo cambiò ed i DC si ripresero la guida, con Fanfani). Nella pressochè totale indifferenza un certo Umberto Bossi, un perito elettronico con diploma preso per corrispondenza, fondava la Lega Autonomista Lombarda che alle successive elezioni politiche del 1983 nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio raccoglierà ben 157 voti.
L’Istat aveva appena certificato che, su tutto il territorio nazionale, erano presenti ben 321.000 stranieri, per cui si provvide a stabilire delle norme per regolarizzare quelli che non erano in possesso dei documenti.

Avevo allora 23 anni, e in ottobre mi trasferii a Parma per lavorare come programmatore in una giovanissima azienda informatica. Parma è una bellissima città dove la prima cosa che imparai fu che il salame di Felino non era fatto col gatto (quello lo fanno a Vicenza, mi canzonavano gli amici) e la seconda è che tutti vanno in bicicletta non importa che tempo faccia. Prendevo 800.000 lire lorde al mese, che facendo un po’ di conti, tenendo conto dell’inflazione, corrispondono a più di 1.400 euro attuali: non male anche se, dovendo mantenermi, ci stavo dentro a malapena ed a dicembre chiesi un aumento, che mi accordarono (ero bravo, modestamente): un milione.
Scoprivo, con meraviglia, di aver letto molti più libri della gran parte delle persone con cui lavoravo tra cui i miei capi, e di conoscere anche la situazione politica molto meglio di loro: meraviglia, dico, perché venendo da un paesino soffrivo un po’ di complessi di inferiorità e pensavo che la gente di città fosse più “avanti”, ma in fondo Parma era più un paesone che una città…

Ripensando a quei tempi non riesco a capacitarmi di come di quel mondo l’unica cosa che si è salvata sia la Lega e mi prende una botta di tristezza, una sensazione strana come di essere punito ingiustamente per qualcosa che altri hanno commesso: ma forse, come diceva l’altro Umberto, quello colto, il Tozzi, gli altri siamo noi e allora è giusto così, piglia su e porta a casa.
Rettore, ce l’hai ancora quella lametta?

donatellarettore_10-892x460

Una birra per Olena (XV)

Ursula Schutzentagger, che indossa un grazioso grembiule con disegni marini dove campeggia la scritta “Bellaria sole cuore e amore” ricordo del viaggio di nozze,  entra in soggiorno sorreggendo una teglia appena uscita dal forno, contenente il suo famoso stinco alla birra con patate arrosto.
Suo marito, l’agente scelto Fritz Gunnerbaum, la ammira orgoglioso mentre distribuisce generosamente pezzi di carne a lui ed ai loro ospiti, sua cugina Rose Zizzander ed il commissario capo Horst Tupperware.
Rose Zizzander, fresca vedova del terzo marito, è una spilungona segaligna sui sessantacinque anni, con i capelli biondo platino raccolti in uno chignon che la allunga ancora di più; l’invito non è stato fatto a caso, Fritz spera che l’esperta cugina riesca ad entrare nelle grazie del commissario capo, per il quale pur essendo più giovane si preoccupa come un fratello maggiore.

Rose, fattasi intraprendente dopo la terza bottiglia di birra, si rivolge civettuola a Horst:
«Non si sente bene, commissario? E’ così taciturno… e non sta mangiando niente, sta solo piluccando…».
In effetti Horst, distratto, sta sminuzzando la carne dello stinco in piccoli pezzi che impila con la forchetta uno sopra l’altro, e la voce della vedovella lo scuote:
«Oh, mi perdoni, frau Zizzander, sono un pessimo commensale. Questo caso che abbiamo tra le mani mi impegna molto…»
«Sgrumpf!» commenta Ursula, (“figurarsi”…), mentre il marito le lancia un’occhiata di supplica.
«Il caso dei tortellini, non è vero? Avete un’idea di chi possa essere stato?» chiede Rose, e continua senza attendere risposta: «Sicuramente qualche immigrato. Lo diceva sempre il mio povero terzo marito Hermann, pace all’anima sua: questo posto è diventato un casino» Poi, chinandosi verso il commissario mettendo in mostra lo scarso decolté e sfiorandogli con finta distrazione il ginocchio, gli chiede:
«Lei che ne pensa, commissario capo?»
«Ehm, a che proposito, signora?» risponde l’imbarazzato Tupperware.
«Ma commissario, non mi chiami signora, mi fa sentire vecchia… mi chiami semplicemente Rose… anzi non potremmo darci del tu?» incalza appoggiandosi ancor di più, e senza dar tempo di rispondere continua: «dicevo, cosa ne pensi, è stato qualche immigrato?»
«Purtroppo frau, ehm… Rose, non possiamo parlare delle indagini in corso, capirai, una parola fuori posto potrebbe compromettere le indagini… al momento comunque non abbiamo elementi per sospettare il coinvolgimento di stranieri»
«Umpf!» sottolinea Ursula, a voler dire “Non sapete niente, come al solito”.

In quel momento si sente suonare il campanello di ingresso. Ursula guarda interrogativamente il consorte, che appare sorpreso quanto lei. Dato che il campanello insiste, Fritz si stringe nelle spalle, si alza e va ad aprire.
Alla porta c’è una donna statuaria avvolta in una pelliccia violetta, che senza dire una parola gli mette in mano una Florentiner Torte della celebre Konditorei Widmann ed una magnum di champagne Brut Rosé Dame-Jane di Henri Giraud, dopodiché gli passa davanti ancheggiando senza degnarlo di uno sguardo.
«Buonasera a tutti» saluta i presenti, rimasti con le forchette in aria e le bocche aperte.
Poi si avvicina alla padrona di casa, immobilizzata dalla sorpresa, e le stampa in bocca un bacio alla russa:
«Buon compleanno, Schutzi» dice infine all’esterrefatta Ursula, che finalmente riacquista la parola:
«Olena Iosifovna Smirnova?» chiede incredula la tedesca. «Per la miseria Olena, a momenti mi fai venire un colpo. Che ci fai qua?»
«Sono venuta a trovare i vecchi amici, compagna Schutzentagger» e poi, rivolta ad Horst:
«A proposito, panzerotto, non ti avevo detto di chiamarmi? »
«Panzerotto?» chiede Rose a Horst «Tu conosci questa “signorina”, caro?»
«Ehm, ecco, la storia è un po’ lunga, cara Rose, non vorrei annoiarti… magari te la racconterò un’altra volta. Adesso però si è fatto tardi, e tu sarai senz’altro stanca, ti chiamo un taxi…»
«Ma io non sono affatto stanca! Sono appena le nove, e non abbiamo ancora mangiato la torta!»
Ursula a questo punto si alza, e con tutto il tatto di cui dispone si rivolge alla cugina del marito:
«Rose, hai dieci minuti per toglierti dalle palle»
«Che cosa?» strilla la vedova «Togliermi dalle palle? Non sono mai stata trattata così in vita mia! Fritz, tu non hai niente da dire?» chiede al cugino, che si guarda bene dal contrariare sua moglie.
«Ah, è così dunque! Non rimarrò in questa casa un momento di più, allora! Ma prima voglio dirvi cosa penso di voi» sbraita raccattando il suo soprabito e la sua borsetta.
«Tu!» dice a Fritz «sei un cacasotto senza palle e tu!» a Horst «sei un finocchio, “panzerotto”! E in quanto a te, brutta panzona, il tuo stinco fa caca… »
Fritz riesce appena in tempo a portare fuori di casa la cugina prima che Ursula, già lanciata, la usi come zerbino per le scarpe, e la accompagna beccandosene tutti gli improperi lungo i tre piani di scale che la portano all’uscita. Quando ritorna, Horst sta stappando lo champagne, Ursula taglia la torta ed Olena si è tolta la pelliccia e siede sulla sedia a dondolo in vimini di solito dominio del gatto Ringo, che ha ceduto il posto ad un felino più grosso.
Fritz si avvicina al tavolo in silenzio, prende il calice che Ursula gli porge e lo tracanna in un sorso.
«Adesso posso sapere anche io che cavolo sta succedendo?»

j_29e3acf81febbcaaeea36bc2bc802fb2_CDT161123_MG2102178

 

AAA Greta etiope cercasi

Il nuovo governo etiope ha lanciato una grande campagna di riforestazione con la quale si prefigge di piantare, nel solo 2019, oltre quattro MILIARDI di alberi.

L’altro giorno, giusto per far vedere che non stavano scherzando, ne hanno piantati in un sol colpo duecento milioni: e se la smettessimo di guardarci sempre l’ombelico, anzi di guardare quelli di Salvini e Di Maio, questa è la notizia che dovrebbe aprire i telegiornali, invece della cronaca nera o rosa o marrone che sia.

Mi ricordo quando, alle elementari, in uno dei primi giorni di scuola si festeggiava la giornata dell’albero: con i nostri grembiuli neri, inquadrati dai maestri, venivamo portati a piantare gli alberi, e c’era il sindaco con la fascia che faceva un discorsetto. Eravamo tutti orgogliosi di aver contribuito a rendere più bella la terra e sarò nostalgico ma, ripassando di là a distanza di decenni, un po’ orgoglioso mi sento ancora.

Gli etiopi (secondo me c’è anche qualche lontano cugino da quelle parti, sparso da mio nonno il conquistatore d’Abissinia…) stanno provando coraggiosamente a combattere la desertificazione (colpa delle siccità ma anche e soprattutto dei tagli indiscriminati) e non sarà di sicuro facile, considerando che di acqua non ne hanno tantissima ed i cambiamenti climatici non li aiutano di certo.

Queste sono le imprese a cui dovrebbe partecipare tutto il mondo, invece di curare ciascuno il proprio orticello (per restare in tema botanico) perché se rinascono le foreste in Etiopia staremo meglio tutti; anzi, secondo me si dovrebbe arrivare anche ad “espropriare” le foreste ai vari Bolsonaro & c.  che non solo negano l’evidenza del surriscaldamento globale ma giustificano e favoriscono il disboscamento…

Secondo me c’è bisogno, per pubblicizzare questa grandissima impresa, di un po’ di marketing: ci vorrebbe una Greta etiope, insomma…

634_MissUniverse_Ethiopia_mh_121912

Una birra per Olena (XIV)

«Natascia?»
Nonna Pina, arrivata a Monaco di Baviera da Cuba dove ha lasciato un inconsolabile Pepe Secundo, si chiude alle spalle, perplessa, la porta del bagno.
Olena, seduta vicino all’ampia finestra della suite del Grand Hotel Ludwig II che le ospita , sospende la preparazione del drone lancia-dardi a cui si sta dedicando e si volta verso la vegliarda.
«Si, babushka?»
«Natascia, tu sai che sono una donna di larghe vedute, vero? Non sono una che si scandalizza o formalizza»
«Certo, signora, voi siete donna di mondo»
«Puoi dirlo forte, figlietta mia. Ai miei tempi ne ho fatte più di Bertoldo in Francia¹»
«Bertoldo? Chi essere questo Bertoldo?» chiede Olena incuriosita.
Nonna Pina, rendendosi conto che la russa potrebbe non essere padrona della letteratura italiana del 1600, continua:
«Sorvoliamo su Bertoldo, per il momento, cara. Mi assicuri che quello che stai facendo non è pericoloso?»
«Assolutamente, babushka. Drone comandato a distanza, spara piccole frecce che fanno punturina come piccola zanzara. Certo, se punta avvelenata con tossina letale bisogna maneggiare con cura» spiega con naturalezza la russa.
«Natascia, non fare la finta tonta. Non mi sto riferendo alle punturine. Che mi dici di quel tizio nudo appeso al soffitto, incaprettato e bendato? Sei passata alla mafia russa, per caso? Non sarà mica uno di quelli che prende rubli a sua insaputa, vero?»
Olena arriccia l’angolo destro delle labbra in un sorriso:
«Niet nonna, niente rubli, per quelli abbiamo uffici preposti. Essere piccola trasgressione erotica, si tratta di bondage²… »
«Ma sei sicura che il gancio regga? » chiede preoccupata nonna Pina  «Oltretutto non è un bello spettacolo, mi sembra giù di forma, un po’ frollo… »
«Niente rischi nonna, tasselli fissati a calcestruzzo omologati fino a 400 chilogrammi di peso» risponde rassicurante Olena.
«Ah bè, quand’è così allora divertitevi pure, beata gioventù…»
Poi, abbassando la voce, chiede, curiosa: «Ma chi è, lo conosco? La fisionomia non mi è nuova…»
«Non credo, babushka» minimizza Olena «è un ingegnere»
«Un ingegnere, dici? Ma pensa te» commenta nonna Pina «Non sarà per caso uno di quelli che si occupa di computer? Nel caso, abbonda con le frustate. Anzi, ti dispiace se gliene appioppo qualcuna anch’io?»

Il cellulare posato sul grande tavolo ovale nella sala riunioni che si trova all’ultimo piano di un elegante palazzo che si affaccia sulla Karlsplatz inizia a vibrare.
Il relatore da un’occhiata al numero sul display e poggia la penna laser con la quale evidenzia i punti principali delle sue slides.
«Scusate un attimo, signori» dice, prima di uscire nel corridoio.
«Ti avevo detto di non chiamarmi al lavoro» sibila contrariato.
«Chiamo quando mi pare e piace. Si può sapere che state combinando? Perché diamine avete messo sotto sequestro gli stabilimenti?»
«Noi non c’entriamo… è stata la Finanza»
«Vedi di sbloccare al più presto la situazione, se non vuoi finire su tutti i giornali»
«Ma…»
«Niente ma, o devo pensare che vuoi tirarti fuori dall’affare? Non sarebbe carino da parte tua, lo sai vero?»
«No, assolutamente, ma ho bisogno di un po’ di tempo…»
«Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo abbia, e a te non ne è rimasto molto… pensaci. Ah, un’altra cosa»
«Si?»
«Jürgen è scomparso. Tu ne sai qualcosa?»

«James, ho una strana sensazione» dice Gilda al suo maggiordomo, nel taxi che li sta accompagnando dal Pubblico Ministero che l’ha convocata.
«Davvero, signora? Non dovrebbe preoccuparsi, si tratterà sicuramente di comunicazioni di routine. E poi la Compagnia ha fior di avvocati, per ogni evenienza. Per non parlare di tutte le donazioni alle varie associazioni culturali dei diversi partiti politici e le inserzioni pubblicitarie sui maggiori giornali del paese»
«Grazie James, sei rassicurante. In effetti spendiamo un sacco di soldi per tener buona tutta questa gente, mi chiedo se non sarebbe meglio pagare un po’ di più gli operai, invece. Ma lasciamo stare questi discorsi… no, la mia preoccupazione è un’altra caro James»
«Quale, signora?»
«E se al giudice non piacessero i tortellini?»

Oktoberfest 2013 - Opening

¹ Sebbene questo blog si proponga di diffondere cultura a 360° ed oltre, ritengo offensivo verso i lettori spiegare chi sia Bertoldo. Mi limiterò solo a riportare l’epitaffio che il re Alboino gli fece incidere sulla tomba:
In questa tomba tenebrosa e oscura
Giace un villan di sì deforme aspetto
Che più d’orso che d’uomo avea figura,
Ma di tant’ alto e nobil’intelletto,
Che stupir fece il Mondo e la Natura.
Mentr’ egli visse, fu Bertoldo detto,
Fu grato al Re, morì con aspri duoli
Per non poter mangiar rape e fagiuoli.
² Pratica sessuale in cui uno dei due partner, consenziente, viene immobilizzato e gli viene limitata la capacità sensoriale (vedere, sentire…). C’è chi lo trova divertente: è piuttosto pericoloso però, e ogni tanto qualcuno ci lascia le penne.

Orticello di guerra

Ieri mia madre, chiacchierando del più e del meno durante la telefonata domenicale, parlando dei fiori del mio balcone mi ha chiesto se non stessi curando il mio “orticello di guerra” e poi ha intonato una canzoncina chiedendomi se me la ricordassi. Considerando che la canzone è del ’41 non vedo come avrei potuto ricordarla, ma lei insiste che la cantavo da piccolo e quindi può darsi che qualcuno me l’abbia insegnata (secondo me si confonde un po’: nel ’41 aveva sei anni e mio nonno era in guerra, dunque senz’altro l’avrà cantata lei…).
In sottofondo ho sentito agitarsi allarmato mio padre al quale la canzoncina deve aver risvegliato ricordi non proprio piacevoli. Veramente non so se al mio paese gli orti di guerra ci fossero, dato che intorno era tutta campagna: loro quando avevano fame (sempre) cercavano di andare a rubare qualcosa ai contadini…
L’ho comunque cercata e la riporto, si intitolava “Caro papà” :

Caro Papà
ti scrivo e la mia mano
quasi mi trema, lo comprendi tu.
Son tanti giorni che mi sei lontano
e dove vivi non lo dici più.
Le lacrime che bagnano il mio viso
son lacrime di orgoglio, credi a me.
Ti vedo che dischiudi un bel sorriso,
e il tuo Balilla stringi in braccio a te.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio.

Caro Papà,
da ogni tua parola
sprigiona un “Credo” che non si scorda più
fiamma d’amore di patria che consola
come ad amarla mi insegnasti tu.
Così da te le cose ch’ho imparato
le tengo chiuse, strette nel mio cuor
ed oggi come te sono un soldato
credo il tuo Credo con lo stesso amor.
Anch’io combatto, anch’io fo la mia guerra,
con fede con onore e disciplina
desidero che frutti la mia terra
e curo l’orticello ogni mattina,
l’orticello di guerra
e prego Dio
che vegli su di te babbuccio mio

che vi devo dire, può darsi che l’abbia cantata veramente, perché ancora mi commuove…

7_Nemmeno_una_zolla

Culurgiones!

Lo so, eravate preoccupati che mi fossi perso per le strade della Sardegna. Per una decina di giorni mi sono imposto di non leggere giornali e non ascoltare notiziari e stranamente sono sopravvissuto senza saper niente di rubli padani (ma un capitolo di Olena ce lo dedicherò, siatene certi).

Ho visitato solo una piccola parte di quest’isola, un po’ di nord-est (con base a Cannigione) ed un po’ di nord-ovest (base a Stintino). Non voglio tediarvi con racconti o cronache, solo qualche foto e pensierino alla rinfusa.

  • A Stintino i nomi delle spiagge sono accattivanti: La Pelosa e La Pelosetta. Su queste spiagge girano delle guardie che controllano che non ci si porti via la sabbia, l’asciugamano non può toccare direttamente per terra ma deve essere posto sopra una stuoia. Con quello che ho pagato l’ombrellone avrei potuto caricare un camioncino di rena e nessuno avrebbe potuto biasimarmi, comunque.

WP_20190707_16_52_23_Pro

Spiaggia La Pelosa – ignoro perché si chiami così
  • Avete presente quelle escursioni in motonave dove vi fanno fare il giro delle isole con bagnetti e pranzo a bordo? Pittoresco, vero? Noi l’abbiamo fatto per visitare l’Arcipelago della Maddalena. Il paese de La Maddalena di per se stesso mi è sembrato troppo turistico, il giro in barca invece è stato bello se non ché questi ci sbarcavano in delle cale dove non c’era un filo d’ombra. Alla seconda cala (era l’una del pomeriggio!) ho cercato rifugio vicino all’unico muretto presente. Dopo il bagno però nell’asciugarmi non ho visto una roccia che sbucava dalla sabbia, sono caduto all’indietro (e per fortuna non ho sbattuto l’osso sacro) e mi sono sgarbellato tutto un gomito ed un polpaccio. La pasta in compenso era buona. Una signora si è lamentata perché i marinai gettavano gli avanzi in mare (i pesci non facevano nemmeno arrivare il cibo in mare, li mangiavano al volo). Ecco, questo lo definirei ambientalismo stupido, ma in quel momento il mio giudizio era condizionato dal male al gomito. Avrei gradito visitare le strutture create per il G8 del 2009 e mai usate (perché poi il G8 si tenne a L’Aquila, dove c’era stato il terremoto), così come le basi militari, ma non è stato possibile, mannaggia.

WP_20190704_13_25_48_Pro

Questa NON era la nostra barca
  • Porto Cervo: non pensiate che quanto dirò sia dettato da invidia o odio sociale. Ma questo paese finto a che serve? Si potrebbe radere al suolo con tutti i suoi frequentatori (con armi convenzionali, per non contaminare l’ambiente)? Le spiagge del Piccolo Pevero e del Grande Pevero meritano. Il prezzo degli ombrelloni è uno schiaffo alla miseria (l’ho già detto?).

WP_20190706_16_27_24_Pro

A Porto Cervo mi sono rifiutato di fare foto. Questa è dall’interno della Roccia dell’Orso a Capo d’Orso, non molto lontano
  • Caprera: non si può e non si deve passare da quelle parti e non visitare la casa-museo di Giuseppe Garibaldi. Tra l’altro il 4 luglio ricorreva il 212° anniversario della nascita dell’Eroe dei Due Mondi: non so nemmeno se si studi più a scuola, io ho un bel libro di Memorie dove mi colpì il suo feroce anticlericalismo (avrebbe volentieri mandato tutti i preti e suore a bonificare le paludi pontine). Sarebbe orgoglioso di come sono diventati gli italiani? Non credo, e del resto già l’unità non fu proprio quella che avrebbe auspicato lui.

WP_20190706_11_03_25_Pro

La casa di Garibaldi si intravede dietro un enorme pino della stessa età dell’Eroe dei Due Mondi
  • Isola dell’Asinara: questo è stato il giro che più mi è piaciuto. La storia dell’isola è affascinante, fino al 1885 ci vivevano 45 persone: poi lo Stato decise che l’Asinara diventasse Colonia Penale, e le persone furono “deportate” ed andarono ad insediarsi a Stintino. La storia dell’Asinara è quindi la storia dei suoi carceri: quello più “famoso” o meglio famigerato è il carcere di Fornelli, carcere di massima sicurezza, ma su tutto il territorio ce ne erano altri, più leggeri per detenuti con pene più lievi, dove in alcuni di questi i carcerati potevano uscire e coltivare la terra o accudire degli animali. Ora l’isola è Parco Naturale e le strutture, tra cui Fornelli, stanno andando in malora. La vicenda più interessante secondo me è quella dei prigionieri austro-ungarici della fine della Prima Guerra Mondiale: in origine 77.000, i serbi prima di imbarcarli a Valona, in Albania, li sottoposero ad una marcia della morte nella neve, e ne sopravvissero solo 27.000; questi furono internati all’Asinara, dove si dovettero preparare le strutture in fretta e furia, messi in quarantena per il tifo, tubercolosi etc., e se ne salvarono circa 20.000. C’è un bel libro su questo episodio, “I dannati dell’Asinara (ediz. Utet)”, che mi sono affrettato ad ordinare.  Tra le regole ferree del Parco (non prendere sassi, fiori etc…) bisognerebbe introdurre un’altra: evitare di emettere gridolini ogni volta che si avvista un asinello. Di mufloni, nemmeno l’ombra.

WP_20190708_11_39_47_Pro

Erba autoctona: il cuscino della suocera
  • Nuraghi: non abbiamo fatto dei gran giri archeologici e nemmeno gran visite a opere d’arte o musei a dire la verità. Come cittadine abbiamo visitato Alghero e Tempio Pausania, la prima meglio della seconda. Ma è a Tempio Pausania che mi sono reso conto di uno dei motivi per cui ho sempre vissuto la Sardegna con diffidenza: sono passati quarant’anni dal rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi (27 agosto 1979). Lo ricordo bene perché ero partito militare da poco, e quell’ennesimo rapimento ci colpì molto, come colpì tutta l’Italia. A proposito di quarant’anni alcuni miei commilitoni (di cui uno diventato generale!) si sono ritrovati a Sabaudia a festeggiare l’anniversario del nostro corso. Tutte le scuse sono buone per bisbocciare, amici!

IMG-20190710-WA0073

  • Ma, tornando al nuraghe, non potevamo tornare a casa senza averne almeno visto uno: vicino a Tempio Pausania c’è il Nuraghe Major, che tra l’altro ospita una colonia di pipistrelli. Che bel paese che siamo! Ripopoliamo pipistrelli, vietiamo di asportare sabbia, impediamo di raccogliere un fiore, ma i poveracci in carne e ossa ci disturbano. Una volta avrei detto “Ha da venì baffo’ “, ma è sicuro che non verrà più, i poveracci dovranno arrangiarsi da soli.

 

IMG-20190712-WA0001

Homo nuraghensis
  • Cibo: avrei voluto fare molto di più cari amici, ma i nostri pranzi erano frugali come si addice al turista che voglia rimanere leggero (la birra Ichnusa non filtrata comunque non è mai mancata) la sera abbiamo mangiato sempre pesce: perciò niente culurgiones, malloreddus, ciccioneddos, niente porceddu, vini rossi niente (Cannonau!) così come i bianchi (Vermentino!). Ci siamo buttati su dei buoni rosè: mi permetto di segnalare due ristoranti, uno vicino a Cannigione (L’Oasi, dove non si prenota e solo per questo merita un applauso) ed uno a Stintino (Opera Viva, dove c’è una signora che impasta i culurgiones a vista). Una sera ho mangiato una seadas, ma confesso di averne assaggiata una migliore in un ristorante di Como.

 

Amiche e amici, è finita! Da lunedì si torna al lavoro. Un po’ di mal di Sardegna mi è venuto, contro le mie aspettative: l’anno prossimo, chissà…

WP_20190710_13_05_43_Pro

WP_20190709_19_33_10_Pro

WP_20190708_14_41_19_Pro

 

 

 

 

Una birra per Olena (XIII)

«O saggio Po, svegliati, siamo arrivati!»
Dopo diversi chilometri in più di quelli indicati dal simpatico Pekko Karjalainen, Svengard e Po sono finalmente all’ingresso del parco Toivonen, sotto l’arco dove spicca la scritta “Tervetuloa”, il benvenuto finlandese.
Appena il tempo di posteggiare il carretto che subito si fa loro incontro una graziosa e procace contadinella che li accoglie calorosamente.
«Siete appena in tempo, signori, presto, lo spettacolo sta per cominciare! Venite, seguitemi!»
«Ma veramente noi siamo qui per…» prova a spiegarsi Svengard, ma l’energica ragazzotta li spinge in uno spiazzo dove è stata allestita una rudimentale gradinata inchiodando delle assi di peccio finlandese sulla quale si trova assiepata una cinquantina di persone, per la maggior parte famigliole con bambini.
La ragazza richiama il pubblico al silenzio.
«Signore e signori buongiorno e grazie di essere venuti a trovarci. Mi chiamo Piia Pihlajamåki e sono una delle guide che vi illustreranno le bellezze e particolarità di questo parco e museo contadino: la fattoria, le stalle, gli attrezzi di lavoro, i metodi di coltivazione… quest’anno per voi abbiamo riservato una sorpresa che vi piacerà sicuramente: il parco Toivonen è lieto di presentare il nuovo spettacolo dell’estate: “Animali selvaggi!”. Inizieremo con una coppia tutta particolare… gli alci innamorati!»
Finita la presentazione, dal boschetto alle spalle di Piia risuona un possente bramito: gli spettatori aguzzano lo sguardo per cogliere i movimenti di queste bestie, i bambini eccitati dalla possibilità di vedere da vicino questi animali di solito timidi, ed i genitori un po’ preoccupati perché gli esemplari più grandi possono raggiungere anche i sette quintali di peso e, pur essendo di indole pacifica, è meglio non farli arrabbiare.
Ed è davvero una bella sorpresa quella riservata agli ospiti del parco: al posto di due alci della Lapponia fanno il loro ingresso una renna camuffata da alce con in groppa un pappagallo Ara Macao a cui è stato applicato un piccolo palco di corna in testa, che imita perfettamente il verso dell’alce in amore.
I bambini divertiti applaudono freneticamente i due beniamini, che si lanciano in evoluzioni e versi e fingono di litigare e riappacificarsi, con Flettàx che canta Felicità! come Albano a Romina.
Svengard spalanca la bocca stropicciandosi gli occhi incredulo, e lancia uno sguardo smarrito a Po: Flettàx è diventato l’attrazione del parco!
Seguono altre scene: Flettàx vestito da cowboy in groppa alla cavalla Flora, che imita la voce di John Wayne e gli spari di una Colt 45; Flettàx che fa l’urlo di Tarzan ricoperto da una pelle di leopardo mentre la gallina Kocca truccata da scimpanzé fa la parte di Cita e gran finale con tutti gli animali della troupe vestiti da Village People che ballano sulle note di YMCA.
Pubblico in visibilio! Alla fine dell’esibizione, i protagonisti si concedono a qualche foto ricordo e ricevono la giusta ricompensa di noccioline, carote e sale, ed è in questo frangente che succede il patatrac.
Sfilando davanti al pubblico Flettàx si accorge della presenza di Svengard ed inizia a strillare:
«Craa!!! Non voglio!!! Aiuto! Mi vuole rapire!!! Craa!!! Mi maltratta, mi droga, mi costringe a prostituirmi!! Craa!!!» e svolazza fino ad abbracciare la presentatrice, che lo accoglie sull’ampio petto.
Un silenzio di tomba cala sullo spiazzo. Tutti gli occhi degli spettatori si puntano sul povero Svengard, dal quale il saggio Po si è saggiamente allontanato; gli animali si schierano a formare una barriera davanti al pappagallo, fremendo di indignazione.
Piia Pihlajamåki, con Flettàx in braccio, guarda il norreno con uno sguardo carico di disgusto e disapprovazione; ed è a questo punto che Svengard, vistosi perso, tenta il tutto per tutto: abbrancato un sacco di juta con il mangime per le galline, si lancia verso Flettàx con l’intenzione di infilarcelo dentro, lanciando un urlo di guerra vichingo: «Flettàaaax!!! Io ti spenno!». Nel parapiglia che ne segue Svengard viene scalciato dalla cavalla Fiona, preso a testate dalla renna Riitta mentre la tenera Piia gli rifila una ginocchiata nelle parti molli, non riuscendo nemmeno ad avvicinarsi al pappagallo che da parte sua riesce a becchettargli l’orecchio sinistro.
Quando infine tutto il pubblico scende in pista per compiere una giustizia sommaria, entra finalmente in scena Po che, recuperato il carretto, sottrae Svengard alla furia degli animalisti indignati e corre a perdifiato verso l’uscita.
Una volta in salvo, uno Svengard traumatizzato e ancora dolorante si rivolge all’anziano portantino.
«O saggio Po, perché mi hai salvato? La mia vita non ha più senso. E poi, se non riporto il pappagallo a Gilda mi ammazzerà lei stessa, perché sottopormi a quest’umiliazione? Sarebbe stato meglio per me morire con onore sul campo di battaglia!»
«A pagale e a molile c’è semple tempo» sentenzia Po. «L’uomo saggio impala dalle sconfitte più che dalle vittolie, pelciò tu avlai molto da impalale, o glande. Lasciamo questo lido insopitale,tolniamo alla nave e salpiamo velso il male apelto»
Così i due, modi e pensierosi, e Po per la verità anche affaticato dal dover trasportare un quintale di vichingo, ritornano all’emporio di Pekko Karjalainen, che li accoglie con la sua proverbiale bonarietà.
«Stranieri, vedo che tornate a mani vuote. Dunque il vostro uccello non si trovava al parco Toivonen? Mi dispiace di avervi mal indirizzati. Posso offrirvi un sorso di Kostenkorva in segno di rinnovata amicizia?»
«Sei gentile, amico» risponde un demoralizzato Svengard «e per quanto la Kostenkorva in questo momento potrebbe aiutarmi, non nutriamo nessun astio verso di te. Al contrario, avevi pienamente ragione: il pappagallo c’era, ma non ha assolutamente voluto seguirci»
«Ahi!» esclama il commerciante. «Brutto segno quando gli uccelli vogliono fare di testa loro. Ma forse posso aiutarvi lo stesso»
«Aiutarci, dici?» ripete Svengard, dubbioso. «E come? Disponi per caso di un pappagallo Ara macao scurrile e irriverente?»
«Ecco, il mio animale non ha proprio le caratteristiche che mi avete decantato, ma potrebbe fare lo stesso al caso vostro. Aspettata qua un momento» Pekko va nel retro nel negozio, dove ci sono delle grandi voliere; ne apre una, ne estrae il suo ospite e lo porta in visione ai due naviganti.
«E’ arrivato nel mio cortile tre mesi fa» lo presenta Pekko «è un uccello solitario e molto ordinato. Deve essere scappato a qualche economista tedesco: io mi faccio aiutare per la chiusura serale dei conti, non sbaglia un decimale!»
Po e Svengard guardano il pappagllo sbigottiti: la copia sputata di Flettàx!
«Amico, tu mi salvi la vita!» dichiara Svengard. «A quando lo vendi?» chiede pratico il norreno.
«Che fretta!» dice Pekko. «Capirete che per me è una grossa perdita, bisogna farci sopra una bella bevuta. Comunque direi che con un sacco di liquirizia salata ed un altro paio di barili di concime vegetale potrei separarmene»
«Ottimo!» esclama Svengard. «Allora sia, stappiamo subito la bottiglia e brindiamo all’affare. A proposito, ha un nome questo pappagallo?»
«O si che ce l’ha, ce l’aveva scritto su una medaglietta che portava al collo, guardate» e mostra ai due il collarino con la medaglietta.
«Spread?» legge Svendard sorpreso «Ma che razza di nome è “Spread”?»

Finland_sauna-1-400x300