Cronachette della fase tre (23 giugno – 1 luglio)

Questa settimana non ho seguito molto le vicende del mondo, è morto mio padre e tanto mi è bastato; certo rispetto ai miei genitori sono stato molto più fortunato perché mia madre è rimasta orfana di sua madre a cinque anni e mio padre del suo a sedici;  come orfano sono abbastanza attempato dunque, e sono grato a mio padre di aver aspettato la fine dell’emergenza per mollare gli ormeggi, altrimenti non avrei potuto andare nemmeno al funerale.

Funerale con mascherine, distanziamento, ma non ho potuto né voluto evitare gli sbaciacchiamenti di parenti e amici… ero un po’ timoroso perché consapevole che erano loro a rischiare di più, sono io quello proveniente dalla regione ancora infetta! Abbiamo reso onore alla vecchia cerqua¹, se fossimo stati a New Orleans avremmo chiamato anche la banda comunque abbiamo passato due giorni a bisbocciare con i miei fratelli e qualche parente rimasto, più che un lutto è stato un bel rito di esorcizzazione. Il prete mi ha detto che in quest’ultimo periodo sono morti un sacco di anziani (e me ne ero accorto dalla quantità di manifesti appesi sui muri) ma non di Covid, perché mica si muore solo di quello, ma semplicemente di vecchiaia. Mio padre è morto in poltrona, buffo per uno che le comodità le ha sempre schifate: ci metterei la firma, ma non su questa poltrona da smart working che è scomoda, come sapete.

Comunque l’economia riparte: in autostrada per 550 chilometri una fila ininterrotta di camion e il prezzo della benzina sta pian piano ritornando ai livelli pre-Covid. Nessuno metterà mai un freno a questa deriva, possibile che andiamo su Marte e non siamo capaci di far viaggiare le merci su rotaia anziché su camion? A proposito di merci su rotaia, sono già passati 11 anni dalla strage della stazione di Viareggio… riporto dal Fatto Quotidiano dell’altro giorno: “La prescrizione ha già cancellato i reati di incendio e lesioni colpose gravi e gravissime. Gli unici capi d’imputazione rimasti, ovvero il disastro ferroviario e l’omicidio colposo plurimo, sono legati al filo dell’aggravante dell’incidente sul lavoro.” e non commento, ma mi chiedo come possa esistere prescrizione per certi reati. O ci sono o non ci sono, la prescrizione è solo una beffa per le vittime, ma nel paese dei cavilli e degli avvocati tutto è possibile.

Visto che il frigorifero era vuoto ho anticipato la visita alla Coop e ho constatato ancora una volta che non esiste più l’alcool. Purtroppo non mi sono ricordato di farmene una scorta al paese, perché lì si trova, ma tutto sommato meglio così perché non sarei stato troppo tranquillo a viaggiare con una tanica nel portabagagli, ricordo la fine che fece il povero Scirea in Polonia, quando venne tamponato…

Per il resto non mi sembra sia cambiato molto durante la mia assenza: Berlusconi (anzi, di più i suoi a dire la verità) strilla al complotto dei giudici politicizzati, l’Iran ha spiccato un mandato di arresto contro Trump per l’assassinio del generale Soleimani, oggi a Salerno sono state sequestrate 14 tonnellate (!) di droga per un valore di oltre un miliardo di euro. Roba da non credere… che fine farà? L’altro giorno dopo il funerale ho rivisto un pezzo di “Quelli della San Pablo” con Steve Mc Queen, dove gli americani per far sparire un carico di oppio lo bruciavano nelle caldaie della nave, creando una nuvoletta stupefacente. Succederà la stessa cosa agli 84 milioni di pasticche o con qualche cavillo dovremo restituire pure quelle e con tante scuse?  Tanto qua liberiamo tutti..

Amiche e amici, basta mugugni, basta reprimende: chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza; per farmi compagnia mi sono comprato un nano da balcone, l’ho nascosto tra le piante ed ho aspettato che la giardiniera se ne accorgesse; dopo qualche giorno l’ha scoperto ed ha guardato in alto, forse pensava fosse caduto dal cielo, volevo lasciarglielo credere ma purtroppo mi è scappato da ridere, mi ha sgamato e ha riguardato in alto scuotendo stavolta la testa. L’ho chiamato Pappolo, un po’ mi assomiglia, tiene le mani dietro la schiena e gli piace guardare chi lavora, e anche lui racconta pappole…

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¹ Non è un errore: da noi la quercia si chiama così…

Tre stelle per Olena – 32

Una figura completamente vestita di nero, con il volto coperto da un passamontagna, entra silenziosamente nella stanza dove una ragazza in tuta mimetica sta vegliando un uomo addormentato su una branda, con la testa fasciata. La ragazza, che gira le spalle all’entrata, ha appoggiato il suo fucile AS Val al muro e si accinge a cambiare la bendatura all’uomo. Uno scricchiolio la mette in allarme; si protende verso l’arma ma non la trova più al suo posto, e girandosi se la ritrova puntata contro; ha l’impulso di reagire ma la persona che la imbraccia con un gesto le fa capire che è meglio sedersi. La persona in nero alza le braccia, mostrando di non avere cattive intenzioni, poi si passa l’indice sulle labbra, ad indicare di non far rumore, e infine si sfila lentamente il passamontagna.
La ragazza, sui vent’anni, capelli a caschetto neri e occhi verdi, rimane a bocca aperta, non riuscendo a credere a quello che vede.
«Mamma?! Che ci fai qua? Come hai fatto a entrare?»
Olena increspa leggermente le labbra, accennando un sorriso.
«Non importa come ho fatto io a entrare. La domanda è: perché tu sei qua, sei impazzita? Forza, seguimi, ce ne andiamo via»
Anastasia Smirnova scuote la testa, e lancia un’occhiata verso l’uomo addormentato.
«Non posso, mi dispiace»
«Nastya, non fare la stupida. Non capisci che se non esci di qua rischi di farti ammazzare dai nostri, oppure da loro» dice Olena indicando l’uomo disteso «o ti useranno per qualche scambio? E perché poi, per lui? E’ un nemico, sta con i nazisti, e magari anche lui è nazista! Ci penso io a sistemare questa faccenda» e così dicendo estrae un coltello dalla fondina legata alla coscia, e muove un passo verso la branda.
«No!» le sbarra la strada la figlia «Non è un nazista, è un giardiniere, e non sarà mai un nemico solo perché lo dice qualche politico con deliri di onnipotenza o qualche generale del cazzo. Guardalo mamma, ti pare un nazista? Possibile che non lo riconosci?» protesta Anastasia, avvicinandosi alla branda e mettendo una mano sulla fronte dell’uomo.
Olena, colpita dalla veemenza della figlia, si avvicina al giovane che geme febbricitante. Scruta attentamente il viso, con il naso leggermente schiacciato, gli zigomi alti, la carnagione chiara. Osserva le mani, da lavoratore, finché lo sguardo si posa sul mignolo della mano sinistra, dove manca un pezzo della falange. Stupita, guarda la figlia negli occhi, e si ritrova paracadutata nel passato.

Suzdal’,Oblast’ di Vladimir, agosto 2005.
«Nastya lascia in pace Misha, non è il tuo orsetto!»
Olena, in tuta da ginnastica, richiama la bambina, salita a cavalcioni del figlio dell’amica che le ospita nella piccola dacia in campagna.
«Olena non rompere, lasciala stare, non vedi come è contenta? Falla divertire intanto che sei qua, poi quando partirai starà male per giorni» la rimprovera l’amica.
«Sì, ma sta torturando il povero Misha! Ha una pazienza di santo quel bambino. Perché la mia deve essere così scatenata?»
«Ma che dici, a Misha piace essere torturato! Lo vedi? Ha sei anni, gioca a fare il fratello maggiore… e in quanto a essere scatenata, chissà da chi avrà preso»
«Che buffi che sono… Yulia, grazie ancora. Senza di te non so come farei.»
«Smettila! Lo faccio volentieri. La cosa che mi dispiace è che tra poco però non potrò più tenerla…»
«Già, dispiace anche a me. Oleg allora ha deciso?»
«Gli hanno offerto un posto di direttore a Zaporizhzhia… per un ingegnere nucleare come lui è il massimo, capirai, la centrale più grande d’Europa… Ho cercato di convincerlo a rimanere, in fondo stiamo bene, non ci manca niente, ma è rimasto troppo scottato dai licenziamenti del ’91, non vuole più trovarsi in quella situazione. Ce la siamo passata male, non dimentico quanto ci hai aiutato in quel periodo»
Olena fa un gesto con la mano, come ad allontanare quei ricordi, ma l’amarezza che è ancora viva in lei riaffiora:
«Da un giorno all’altro fabbriche chiuse, svendute o regalate agli amici degli amici… professori, maestri, dottori rimasti sul lastrico, pensioni da fame. Un paese allo sbando, in balìa di una banda di traditori e mafiosi. Arricchitevi, dicevano! Mentre la gente moriva letteralmente di fame. Ce ne è voluto per riportare un minimo di ordine… ma adesso basta rimuginare su quello che è stato. Oleg ha ragione, è una buona occasione e fate bene ad approfittarne. E poi in fondo non saremo così lontani, ogni tanto possiamo vederci… perciò non posso che farvi tanti auguri per la vostra nuova vita!»
«Grazie… ma tu come farai con Anastasia?»
«Non ci ho ancora pensato, e a lei non ho ancora detto niente. Sto cercando una famiglia fidata che possa occuparsene, hai qualcuno da consigliarmi?»
«Aahh!!»
Un urlo distoglie le due amiche dalla conversazione; si voltano e vedono la piccola Anastasia in piedi vicino a Misha, con una mano davanti alla bocca, mentre il bambino grida mostrando una mano sanguinante. Yulia accorre, si sfila la maglietta e tampona la ferita, mentre Olena raggiunge la figlia, bianca in volto.
«Che è successo, Nastya?» le chiede, accarezzandole i capelli. La bambina non risponde ma indica una macchia scura in terra, dove stavano giocando a cavalluccio e dove, su un coccio di vetro di una bottiglia rotta, c’è un pezzetto di carne, un pezzo della falange del dito mignolo di Misha.

Cambia il vento?

Amiche e amici, innanzitutto permettetemi di complimentarmi con gli odia i cugini milanisti ai quali graziosamente abbiamo concesso questo scudetto, dopo anni di vacche magre. Sono contento per l’allenatore Pioli, un signore, che ha allenato anche l’Inter per qualche mese nel 2016-2017 ma con poca fortuna. Ieri sera ho sentito pochi stanchi strombazzamenti: quanto manca l’entusiasmo di Galliani e Berlusconi!

E invece quante amarezze per quest’ultimo! Non basta esser diventato presidente del Monza, ma ora persino amazzoni miracolate della prima ora come Mariastella Gelmini, la ministra del tunnel di neutrini dal Cern al Gran Sasso, si permettono di criticarlo peraltro per una delle poche cose giuste che gli è scappato di dire, ovvero che se uno vuole che Putin si sieda al tavolo della pace sarebbe meglio non continuare a dargli del pazzo, del criminale o del macellaio come fa il suo coetaneo ma molto meno lucido (ed è tutto dire) presidente degli Stati Uniti.  Quanta ingratitudine a questo mondo!   

Eppure, come avevo suggerito fin dall’inizio, l’unico uomo sulla terra che avrebbe potuto impedire la guerra era lui, se solo fosse stato interpellato. Invece si è lasciato fare alle varie oche giulive Border Linen, Borrell, Stoltenberg (nomen homen), Michel, Guterres, Gentiloni (con rispetto parlando), per non parlare dei nostri ministri per caso che non voglio nemmeno nominare. Lui avrebbe scritturato Zelensky per una qualche fiction su Canale 5 (magari incentrata su una vicenda autobiografica di un uomo che suonava la pianola con l’uccello e si è ritrovato a fare il presidente continuando a ragionare con la medesima appendice) e rievocato con Putin i bei tempi dei lettoni a forma di cuore: un accordo si sarebbe trovato, eccome se si sarebbe trovato.

Mi sembra tuttavia che stia cambiando l’aria: ieri quei pericolosi sovversivi del New York Times hanno posto a Biden una semplice domanda: ma hai idea di quello che stai facendo? Perché la guerra sta costando caruccio, mr. President, e se il tuo obiettivo era quello di rovesciare Putin pare proprio che non stia funzionando. E che gli aiuti al governo ucraino non possono essere illimitati, bisognerà dirglielo perché se no quelli magari si fanno strane idee. Manco a farlo apposta dalla Francia un ministro si è fatto scappare che per l’ingresso dell’Ucraina nella UE ci vorranno 15-20 anni (la Border Linen poverina era pronta a farli entrare in settimana, ed anche il Migliore dei Migliori ha assicurato che appoggerà la richiesta, tanto per far capire quanto ci sta capendo di tutta la faccenda).  E anche la Germania ha detto che per l’ingresso nella UE le condizioni vanno vagliate attentamente. A questo punto un governo ragionevole dovrebbe capire che lo stanno usando e pigliando per i fondelli, e che dietro le grandi pacche sulle spalle lo stanno per far fuori: continuano a dire che negozieranno solo quando i russi se ne andranno ma non credo che questi ne abbiano la minima intenzione, hanno appena messo in linea anche i carriarmati Terminator… sempre un governo ragionevole dovrebbe affrettarsi a negoziare prima che gli chiudano l’accesso al mar Nero, dopo aver perso quello al Mar d’Azov, ma evidentemente non ci tengono molto. Pensano ancora di vincere la guerra? Non è mica l’Eurofestival…

Nel contempo Finlandia e Svezia, partite in tromba per entrare nella Nato, si stanno ponendo il piccolo problema che, finita la neutralità, la Russia gli piazzerà (lo sta già facendo) delle basi atomiche vicino alla frontiera, e si stanno rendendo conto che le prime bombe che eventualmente partiranno saranno per loro. Ma come mai, si sono chiesti, noi non intendiamo mica far mettere basi alla Nato nel nostro territorio! Ah, no? E allora che volete entrare a fare nella Nato, per giocare a carte con Stoltenberg? E noi che ci lamentiamo di Di Maio… l’unica speranza è che Erdogan tenga duro e continui a porre il veto, ma temo invece che in cambio dei curdi, di armi e di soldi alla fine acconsenta. Teniamo d’occhio la faccenda, perché se davvero dovessero barattare i rifugiati curdi in cambio dell’ingresso nella Nato sarebbe una delle più grandi porcate della storia: all’Irak, lo ricordo per chi ha poca memoria, è stata fatta una guerra devastante con false accuse di armi di distruzione di massa e per difendere i poveri curdi gassati da Saddam. Se li bombarda Erdogan invece va bene, o se li tiene in carcere decenni, come Ocalan (tradito da noi, ricordiamo anche questo, e dal governo “amico” di Massimo D’Alema).

Comunque il cielo è blu, il sole è sempre più caldo, non ho il condizionatore quindi non ho nemmeno scrupoli ad accenderlo; per risparmiare acqua mi lavo meno, tanto non devo andare in ufficio; la prossima volta sarò più leggero e vi racconterò dei progressi nei balli popolari, dei quali sono sicuro siete in ansia di conoscere gli sviluppi. A presto!

Onore al merito!

Nostradamus mi fa una pippa!

Amiche e amici, che vi dicevo? In fondo al mio penultimo post, Pallacanestro, pronosticavo per l’imminente Eurovision Song Contest, insomma quello che una volta era l’Eurofestival a cui invece ora partecipano cani e porci, la vittoria di una band il cui nome inizia con K e finisce con H con il presidente del proprio paese che gira per tutte le televisioni sfoggiando una maglietta verde. L’altra sera (giuro, l’ho visto su blob) era in collegamento con Bruno Vespa e si sono salutati cordialmente con grandi sorrisi parlando di spaghetti e pietanze varie. Io l’ho trovato di un’oscenità rivoltante, sarà che sono fatto male.

Comunque alla fine ho avuto o no ragione, chi ha vinto? La canzone, pietosa, ieri me la sono sciroppata quattro volte tornando a casa dal mare dove sono andato, lo dico chiaramente, alla faccia loro, perché se hanno intenzione di coinvolgerci in una guerra mondiale e atomica io almeno fin qua me la sarò goduta, loro non so. Alla terza volta ho cominciato a capire che c’era qualcosa di strano (un rap con parole inintelleggibili su una nenia balcanica) finché finalmente i dj hanno detto che era la canzone vincitrice dell’Eurostrazio, stravotata dalle giurie popolari dell’Europa e della galassia intera. Questo giusto per far capire che quando si fa decidere il popolo non è detto che non faccia cazzate, anzi. Sfido una persona qualunque a dire se ricorda una delle canzoni vincitrici di quella bojata che è diventato l’Eurofestival ( a parte i Maneskin, che come si possano considerare rappresentanti della canzone italiana non lo so) una volta alla radio: io ricordo solo la vittoria della donna barbuta di qualche anno fa, Conchita, che non per niente ho preso a prestito come madre del piccolo Chico nella telenovela inserita nel penultimo episodio di Olena: ma la canzone quella proprio no…

Poiché chi vince il festival comunque ha l’onore e l’onere di ospitare l’edizione successiva, il presidente in maglietta verde ha dato appuntamento a tutti a Mariupol; tutti si sono affrettati a toccarsi gli zebedei; non ho capito se è invitato anche Bruno Vespa.

Visto che questa profezia mi è riuscita mi esibirò allora in un’altra quartina (o quartino, che anche quello mi è congeniale, specie se rosso e un po’ frizzantino), vedete se riuscite a decifrarla:  Tronfie da nord si scontrano rombanti / sparate da milionari in calzoncini, palle rotolanti / sulle rovine della città operosa. / Il premio rimarrà a San Siro, è già qualcosa.

E poi non dite che non l’avevo detto!

Torna a casa, Chico è in pensiero!

Alla canna del gas

Ieri mi è arrivata la bolletta del gas, periodo gennaio-aprile: l’aumento rispetto allo scorso anno, a parità di consumi, è stato del 47,7%. Quasi il 50%, che mi aspetto verrà abbondantemente superato con la prossima bolletta, dato che si sentiranno anche gli effetti della guerra! Per fortuna il gas a me serve solo per cucinare e per farmi la doccia, ma comunque gli effetti si faranno sentire anche sul riscaldamento perché , pur essendo alimentati dal termovalorizzatore (quello che finalmente sembra si stiano decidendo a costruire anche a Roma) il prezzo che ci viene imposto non è quello del costo dell’incenerimento più un giusto guadagno, ma è indicizzato al costo di gasolio e gas: non è una stupidata?

Gli Usa hanno annunciato uno stanziamento di 40 miliardi di dollari per aiuti all’Ucraina, in gran parte armi: soldi di contribuenti americani sottratti ad utilizzi ben più utili, quando la loro inflazione è vicina al 9%; proprio stamattina la UE per bocca di Borrell ha annunciato altri 500 milioni di aiuti, sempre in armi (mi pento di aver sostenuto questa UE quando c’era chi voleva abbatterla. Sono degli irresponsabili patentati, dalla Border Line a Borrell a Michel a Gentiloni, quello che si alza al G20 quando parla il delegato russo: se devi andare in bagno almeno alza il dito. La UE così non solo non è utile, è dannosa e pericolosa); noi italiani nel nostro piccolo ne abbiamo messi sul piatto 150 milioni, ma non è mica finita qua. Io ritengo tutto questo osceno; chi fin dal primo momento giustificava l’invio di armi dicendo che avrebbe aiutato il raggiungimento della pace mentiva spudoratamente, e fesso chi gli ha creduto: non si sa invece quando e se finirà, e come andrà a finire. Come tanti Tafazzi ci stiamo facendo del male da soli, noi europei dico e noi  italiani in particolare. Miliardi di esportazioni al vento, miliardi da spendere in più per comprare gas e carburante, aumento delle spese militari e tutto questo perché? Per “l’integrità territoriale” dell’Ucraina? Ma se fino a due mesi fa non sapevamo nemmeno dove fosse il Donbass, nonostante ci fosse la guerra da otto anni! L’altro giorno parlavo con una amica della Caritas, che comincia anche lei a non sopportare più la situazione. Tutti gli aiuti si stanno dirottando verso l’Ucraina (e a volte non si sa nemmeno che fine fanno) mentre tutto il resto è stato ridotto drasticamente, persino gli aiuti alle missioni hanno raccolto pochissimi fondi.

E allora adesso devo dirlo, prima che sia vietato: basta con l’Ucraina. Facciamoci i fatti nostri, di italiani, di europei, difendiamo i nostri interessi, che di valori ne sono rimasti pochi. Se l’avessimo fatto da subito tutto sarebbe già finito da due mesi, la situazione sarebbe già stabilizzata, non si rischierebbe la guerra mondiale (atomica) e gli ucraini non avrebbero patito tanti lutti e distruzioni. Come De Benedetti dico: non m’importa chi ha torto e chi ha ragione. Se gli Usa e la Gran Bretagna vogliono fare la guerra la facciano ma non è nostro interesse seguirli su quella strada. Non è chiaro ai “migliori” che ci governano che la guerra la stanno facendo anche a noi?

Adesso vi lascio, amiche e amici. Spero di non tornare più su questo argomento, in realtà sono disgustato e scriverei solo di Olena, Nonna Pina & c. ; questi sono matti, cari miei, e ci stanno portando verso la guerra mondiale, ed il bello è che tanti incoscienti li seguono di buon grado, tutti allineati e coperti dietro ad un anziano cowboy p(erit)atetico e ad un clown dai capelli improbabili. A proposito di quest’ultimo, non credo che la regina Elisabetta non sia andata alle camere perché non riusciva a camminare. E’ perché a parlare con un coglione ne serviva un altro, perché si sa che vanno sempre in due. Adesso vado a fare la doccia, prima che ci stacchino il gas. A presto!

Nel bagno non ho trovato lei. Peccato!

Pallacanestro

Ieri sera per la prima volta in vita mia ho assistito ad una partita di pallacanestro dal vivo. A Desio, dove giocava il Cantù contro il Forlì. Confesso che a causa dell’altezza questo non è lo sport che più ho seguito nella mia vita: i ricordi di gioventù sono quelli in bianco e nero della televisione o quelli delle figurine Panini, con squadre leggendarie come Forst Cantù, appunto, o Ignis Varese, o Simmenthal Milano… mi aveva sempre incuriosito questa faccenda dello sponsor che compariva nel nome della squadra, come per il ciclismo, e reputavo il calcio più puro, allora lo sponsor non appariva nemmeno sulle magliette, e l’unica squadra con il nome dello sponsor era il Lanerossi Vicenza… Marzorati, Meneghin, Dan Peterson, ma oltre questo so veramente poco.  

La Ignis, fondata dal milanese Giovanni Borghi, con i suoi frigoriferi è stata uno dei motori del boom degli anni ’60, nel tempo è passata alla Philips ed ora è della Whirlpool, la multinazionale americana che ha fatto man bassa delle nostre aziende di elettrodomestici, salvo chiuderle a piacere per delocalizzarle dove il lavoro costa meno (che è tutto dire, considerando che gli operai italiani sono tra i meno pagati in Europa). La Forst incredibilmente è rimasta italiana (oddio, i fondatori erano di Merano, che allora non era ancora italiana, e gli stabilimenti stanno a Bolzano); sbaglio o non si vede molta pubblicità di questa birra? Eppure sembra che prosperi, e ne sono contento, anzi sapete che vi dico: da ora in poi alternerò anche la Forst alle Ichnusa e Menabrea che ogni tanto mi scolo degusto. Anche la Simmenthal era stata fondata da dei milanesi: a me le scatolette piacciono, mia moglie però le aborrisce e mi vieta di acquistarle perché sostiene che non si sa quel che ci mettono dentro. Io ribatto che se dovessimo sindacare su tutto quello che mettono dentro il cibo che mangiamo, o che danno da mangiare agli animali che mangiamo, o che assorbono i pesci dal mare, o che viene irrorato sulla frutta e verdura non dovremmo mangiare più niente, o farci ognuno il nostro orticello stando però attenti all’acqua che ci pioverebbe sopra. Insomma, di qualcosa bisogna morire, dico: e va bene, ma di Simmenthal no, mi vieta lei. Comunque anche la Simmenthal, dopo una parentesi in Kraft, è tornata ad essere di proprietà italiana (oddio, anche qua: della multinazionale Bolton, se vogliamo considerarla italiana: tra le altre cose possiede anche Manzotin e Rio Mare. Manzotin ha uno stabilimento in un paese qua vicino, e quando era ragazza mia moglie ci passava vicino e ne usciva una puzza micidiale, è da allora che diffida dalla carne in scatola…)

Come dicevo, Cantù è stata per decenni e fino a poco tempo fa una delle squadre italiane più forti; tra l’altro ci è cresciuto sportivamente un compagno di scuola di mio figlio, con i genitori di origine africana: il suo professore di educazione fisica lo dice sempre che lo sapeva che sarebbe arrivato in alto, e infatti ora è in nazionale… ma io lo ricordo ancora piccolo (piccolo: in prima media sia lui che mio figlio erano già più alti di me) all’uscita della scuola, alzare di peso due compagni che stavano litigando, uno per uno lui e mio figlio, per impedirgli di farsi male. L’ho rivisto l’altra sera, collegato  in videoconferenza dalla città dove gioca ora, ad una tavola rotonda sul tema Educazione, Famiglia e Sport, organizzata proprio da quel suo lungimirante professore di educazione fisica (adesso si dice motoria?); è maturato tantissimo, ha già una bambina, ed era giustamente orgoglioso di quanto è riuscito a fare.  C’erano diversi suoi vecchi maestri e professori, che ha salutato con rispetto e affetto, e ha solo fatto una raccomandazione pensando di sicuro alla sua esperienza: se magari vedete che uno fa più fatica degli altri aiutatelo un po’ di più, non si sa mai cosa c’è dentro quella testa…  Ma tornando a Cantù, patria del mobile d’arte, incredibilmente non ha un palazzetto dove giocare; quello che aveva, il mitico Pianella, doveva essere rinnovato e il presidente di allora (di origini ucraine possedeva la seconda acciaieria più grande della Russia, che ha visto bene di far fallire) sei anni fa promise che in un anno ci sarebbe stata la nuova struttura. Peccato che poi abbia avuto diverse traversie giudiziarie e finanziarie per le quali in Russia è ancora ricercato, ed ha ceduto la società (più che altro i debiti della società) a costo zero. Mi sa che ai bravi canturini gli toccherà costruirselo di legno il palasport…

Comunque la partita, tra l’Acqua San Bernardo Cantù e la Unieuro Forlì è stata abbastanza piacevole, combattuta fino al terzo tempo, poi nel quarto Cantù ha preso il largo, sostenuto dagli instancabili Ultras che hanno fatto un baccano infernale per tutta la partita facendomi uscire dal palazzetto intronato. Adesso però ne so molto di più su gara cinque, infrazione di passi, tiri liberi e bombe da tre punti, sono soddisfazioni.

A questo punto qualcuno si chiederà: ma che sei andato a fare? Devo confessare di essere stato attirato da mio cognato, che aveva dei tagliandi per il parterre che da quanto ho capito è la parte più prestigiosa della platea, a metà prezzo. Biglietti che davano il privilegio a metà partita di accedere all’area ristoro: dove il buffet è stato estremamente deludente, a parte il vino, e ci siamo dovuti arrangiare con una scaglietta di grana e qualche grissino e taralluccio. Se sapevo mi portavo una scatoletta di Simmenthal!

Amiche e amici, apprezzerete credo che non abbia parlato di guerra e di Ucraina: se ne parla già tanto e a sproposito, pare che ormai al mondo non esista altro che l’Ucraina, che ormai solo il pensiero mi urta e mi indispone. A proposito, volete scommettere su chi vincerà l’Eurosong Festival? A presto!  

Lei non partecipa, peccato. Vincerà una band. Il nome inizia con K e finisce con H. Il presidente di quel paese indossa sempre una maglietta verde.

Tre stelle per Olena – 31

«Lei dov’è?»
Gennadi Yagushinsky, assorto nello studio della mappa della zona, sta cercando di determinare i punti migliori dove piazzare l’artiglieria per l’imminente offensiva quando un rumore improvviso lo fa sobbalzare. Istintivamente porta la mano alla fondina della pistola e si volta di scatto, pronto a sparare. Alla vista della persona entrata nella stanza si rilassa, e un accenno di sorriso gli distende le rughe del volto.
«Capitano Smirnova, mi stava facendo prendere un colpo. Come ha fatto ad entrare? No, lasciamo stare, non lo voglio sapere, anche se per colpa sua dovrò punire le sentinelle. Come mai da queste parti, non era in congedo? Se l’hanno richiamata le cose devono andare davvero male… o è una visita di piacere? Le sono mancato?» chiede l’uomo in tono beffardo, invitando l’ospite inatteso a sedersi.
«Gennadi, non fare il cretino. Guardati, sei ancora colonnello e al fronte: a chi hai pestato i piedi stavolta? Non riesci proprio a tenere a freno la lingua. O la moglie di qualche generale si è lamentata dei tuoi… servizi?» lo provoca l’intrusa, rimanendo in piedi.
Il colonnello Yagushinsky, erede di una antica famiglia nobile, quando in Russia c’era ancora la nobiltà, fissa la donna che ha di fronte, con un filo di rimpianto.
«Sei sempre bella, Olena. Ancora non capisco perché non hai voluto sposarmi.»
«Te l’ho detto allora e te lo ripeto, Gennadi: non sei il mio tipo. E poi eravamo entrambi sposati, te ne sei dimenticato? Comunque smettila di tergiversare, non ho molto tempo: lei dov’è?»
Il colonnello, raddrizza le spalle e sistema l’uniforme che cade ancora bene sul corpo atletico, nonostante i sessanta anni suonati e il consumo non episodico di vodka. Corruccia le labbra, e guarda fuori dalla piccola finestra che illumina la stanza.
«Non lo so» risponde laconicamente.
«Non lo sai? Gennadi, non stiamo parlando di un mazzo di chiavi. E’ uno dei tuoi ufficiali, che vuol dire che non lo sai?»
«Vuol dire quello che ho detto, non lo so. E’ scomparsa, se ne è andata.»
«Ma che stai dicendo, scomparsa? Ha disertato? E’ stata catturata?»
«Non proprio Olena, non proprio»
Olena si avvicina all’uomo e gli sibila in faccia:
«Gennadi, parla o ti stacco le palle. Che è successo a Nastya?»
Yagushinsky inspira profondamente, indeciso se rispondere, ma lo sguardo glaciale che si trova davanti lo convince.
«Sembra che sia andata là sotto» dice indicando con un gesto della mano la direzione da cui arriva il rumore attutito di colpi di cannone.
«Là?» ripete Olena, incredula «Dentro l’acciaieria?»
«Sì, nell’acciaieria» risponde il colonnello, abbassando lo sguardo.
«Ma perché avrebbe dovuto andarci? E’ assurdo, perché non l’hai fermata?»
Le labbra di Gennadi si contraggono in una smorfia rassegnata.
«Fermarla, come se fosse facile. Ti ricordi com’eri tu a vent’anni, Olena? Ha preso tutto da te, sai? Gli occhi però sono di suo padre, l’italiano. A proposito, gliel’hai detto finalmente?»
«Non sono affari che ti riguardano» taglia corto Olena, e continua : «E quindi che hai intenzione di fare, hai attivato le ricerche, manderai le squadre speciali?»
«No. Niente da fare, è troppo pericoloso. L’ordine è di sigillare entrate e uscite ed aspettare»
«Cazzo, Gennadi, quindi la lasciate là sotto? Ma si può sapere che pensava di fare, voleva espugnare l’acciaieria da sola?»
Il colonnello fissa Olena negli occhi.
«Sapevi che il ragazzo di tua figlia è ucraino?»
«Che cosa? Ucra…» riesce appena a dire Olena, prima di sedersi tenendosi la testa tra le mani, e chiedere sgomenta «Ha tradito?»
«Per quanto ne sappiamo no, non ha tradito. Solo che sembra che lui sia stato ferito e lei si è messa in testa di tirarlo fuori. Peccato che i suoi compagni non facciano uscire nessuno, e del resto é probabile che lui nemmeno voglia saperne di uscire»
Olena lo guarda, quasi senza comprendere quello che dice. Infine chiede, conoscendo già la risposta:
«Quindi non farete niente per aiutarla, giusto?»
«No Olena, te l’ho detto. E’ stata una sua scelta, non possiamo rischiare altre vite per un colpo di testa. E poi…» inizia a dire Yagushinsky, fermandosi improvvisamente.
«E poi cosa? Cosa avete in mente di fare?»
«Bombe termobariche. Tra qualche ora là ci sarà solo un enorme cratere.»
Olena impiega qualche secondo a realizzare l’enormità di quello che il colonnello sta dicendo.
«E’ deciso?»
«Sì, è deciso»
«Fammi andare là sotto, Gennadi. Puoi fermarli per 48 ore?»
«No, Olena, non posso»
«24 ore Gennadi, dammi almeno 24 ore! Me lo devi!» supplica Olena, stringendo entrambe le mani al colonnello.
Gennadi Yagushinsky guarda la donna che ha davanti, ammirato.
«Non molli mai, vero? Va bene, del resto ti devo ancora un favore, ammesso che questo sia un favore. Vada per 24 ore, non un minuto di più.»
Olena sorride, riconoscente.
«Mi devi ben più di un favore, Gennadi. Ti ho salvato la vita almeno tre volte… » poi, scuotendo la testa, chiede al suo vecchio compagno:
«Come è successo tutto questo, Gennadi? Eravamo tutti sovietici, comunisti, eravamo fratelli!»
«Sovietici forse, comunisti evidentemente non molto. Di che ti meravigli, è dai tempi di Caino e Abele che i fratelli si ammazzano.»
«Non sei stanco di tutto questo? Ancora morti, e perché? Per far sventolare bandiere di colore diverso, quando la gente vorrebbe solo vivere in pace»
«Stai diventando sentimentale, cara mia. Te lo dicevo che era uno sbaglio tenere la bambina… Sono un soldato, tu più di tutti dovresti saperlo. Combatto per il mio paese, giusto o sbagliato che sia, comunque non sta a me giudicare le scelte politiche. Sono un professionista, è il mio mestiere e cerco di farlo meglio che posso. Non ci tengo a finire i miei giorni rincoglionito in un ospizio, meglio morire finché sono vivo.»
«E tu invece sei diventato cinico, Gennadi» constata Olena con amarezza.
«Disilluso, forse… ti ricordi quando credevamo che il mondo potesse cambiare? Questo è quello che è rimasto» dice il soldato, mostrando le macerie con un gesto stanco.
«Gennadi, dimmi una cosa. Almeno vinceremo?»
«Ascolta bene quello che ti dico Olena: qua nessuno vincerà. Nessuno.»

Il  mio 25 aprile

Amiche e amici, da reduce e resistente quale sono mi sembra naturale lasciare delle tracce su come ho festeggiato questa giornata di festa (“Il 25 aprile non è una ricorrenza, ora e sempre resistenza”, gridava un bel gruppo di ragazzi e ragazze che sfilava gioiosamente). Ma per non tediarvi butterò là solo qualche titolo, qualche impressione, qualche foto.

  • Milàn l’è un gran Milàn

In più di due anni è solo la terza volta che torno a Milano, dove prima del pandemonio mi recavo giornalmente: le prime due per bisbocciare con antichi compagni di merende, e questa per manifestare per la pace. Ah, dimenticavo le tre volte che sono andato a teatro, ma quelle non le considero nemmeno: il bus scarica il gruppone di pensionati con cui mi sono imbucato a pochi metri dal teatro, mangiamo velocemente, guardiamo lo spettacolo (spesso dormiamo) e ripartiamo. I banani di piazza del Duomo, di cui vi ho parlato qua, sono ormai rigogliosi.

  • Misteri di Trenord

Ho fatto i biglietti online; non so perché ma bisogna indicare l’orario in cui si intende viaggiare, ed hanno la validità di 3 ore a partire da quella che si è indicata. Le donne a 60 anni godono di uno sconto (anziani, o senior che è meno offensivo). Per scontare mia moglie, che tra l’altro non ne voleva sapere, mi sono sbagliato ed ho comprato il doppio dei biglietti. Così per risparmiare due euro ne ho spesi quindici in più: un affarone!  Su suggerimento del customer care ho fatto richiesta di rimborso: non ci spero molto, ma tentare era doveroso. Mia moglie veramente ha detto: ti sta bene. Ingrata.

  • Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano

Ogni volta che partecipiamo alla festa per l’anniversario della Liberazione (a occhio e croce da più di trenta anni) cerchiamo di abbinare l’utile col dilettevole: il piano prevedeva la visita ad una mostra al Palazzo Reale a cui far seguire il pranzo, in modo da essere in forze per affrontare il corteo. L’ideale di donna del Cinquecento veneziano con quelle curve accoglienti mi soddisfa, penso che mi sarei trovato bene. La mostra è stata interessante ma secondo me sconta il periodo incerto e non poteva essere grandiosa come altre del passato (ricordo Caravaggio, Antonello da Messina…); nel cortile un allestimento, libri che vanno a seppellire i carri-armati. Ma tra i governanti del mondo non sembra sia rimasta molta gente che legge libri.

  • Ma non c’era la crisi?

Per pranzo puntavamo alla Antica Focacceria San Francesco, piatti siciliani: purtroppo era piena, ed abbiamo dovuto ripiegare in un bar delle vicinanze. Che delusione! Uno spritz annacquato ed una pizza con ingredienti messi sopra a caso. Unica soddisfazione, nel tavolo di fronte due turiste (Russe? Ucraine? Comunque dell’est)  che evidentemente avevano molto più caldo di noi.

  • Il corteo

La partenza era prevista per le 14:30 dai giardini di Porta Venezia; raggiungendo il nostro gruppo abbiamo notato, in testa al corteo, le bandiere dell’Ucraina con qualche bandiera americana, che mi hanno creato perplessità; poi la sera ho saputo, dalla blogger Cambio d’Aria, che c’erano anche bandiere della Nato: evidentemente i radicali e Calenda non hanno trovato di meglio per far parlare di loro. Ci sono state contestazioni, come quasi tutti gli anni: ricordo la volta che la sindaca Moratti sfilò spingendo suo padre in carrozzella, trovai davvero stupidi quelli che la fischiarono, anche se il motivo era che era esponente di un partito che i post-fascisti li aveva sdoganati. Sono molto più solidale con chi quest’anno ha fischiato chi è d’accordo con l’aumento delle spese militari e l’invio di armi! Comunque c’era tantissima gente, siamo riusciti ad entrare in piazza solo alle 16:30, proprio in tempo per sentire il discorso del segretario della Cgil Maurizio Landini e di seguito la chiusura del presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo (entrambi attaccati furiosamente nei giorni precedenti per la loro contrarietà all’invio di armi: ormai chi non è allineato è considerato un nemico… addirittura per l’Anpi hanno coniato la disgustosa: Associazione Nazionale Putiniani d’Italia).

  • Rito?

Mentre in altre occasioni avevo il dubbio di stare partecipando ad un rito consolatorio, questa volta mi è sembrato invece di far parte di un popolo vivo; sarà stato che il giorno prima c’era stata la Marcia della Pace Perugia-Assisi, ma questa mi è sembrata la naturale continuazione: la mia impressione è che la stragrande maggioranza dei partecipanti, al di là della solidarietà con la povera gente ucraina, non credesse affatto che mandando più armi la guerra finirà prima e che fosse anzi preoccupata per l’allargamento con prospettive terribili; smarrita ed indignata per l’inazione dei governi che, appiattiti sulle direttive Usa e Nato, non si adoperano per cercare davvero la pace. Popolo vivo, insomma, ma rappresentato davvero male.

E finalmente siamo tornati a casa… a sera non mi sentivo più i piedi, e mi sono addormentato tutto storto sul divano, e così mi sono fatto venire pure il torcicollo. Cosa non si fa per la libertà!

Amiche e amici, ci avviciniamo al primo maggio, bei tempi quando si andava per prati a mangiare fave e pecorino.  Io lo farei anche, ma poi chi mi rialza? A presto!

Tre stelle per Olena – 30

Amaru Timu stenta a comprendere quello che l’anziana cuoca gli sta dicendo.
«Mia madre? Ma è assurdo, come fai a sostenere una cosa del genere, non mi vedi? Io sono maori, tua figlia è…» dice indicando la fotografia, con una strana inquietudine che gli sale alla gola.
Palmira lo guarda con tenerezza, cogliendo lo smarrimento negli occhi del gigante.
«Lascia che ti racconti questa storia, poi deciderai tu stesso se è assurda o meno» risponde Palmira, prima di iniziare il suo racconto.
«Sono nata nel 1949, mio padre volle chiamarmi Palmira perché l’anno prima c’era stato l’attentato a Palmiro Togliatti, il capo del Partito Comunista Italiano. I miei erano contadini, la vita era dura, non c’erano mica tutte le macchine che ci sono adesso, e noi bambini cominciavamo presto ad aiutare dove c’era bisogno, nei campi, nella stalla, nell’orto… adesso lo chiamano lavoro minorile, che fortunati. Da ragazzina mia madre per tirar su qualche soldo mi mandava a vendere le uova in paese; ero caruccia ed educata, così la moglie del farmacista mi notò e siccome aveva bisogno di qualcuno che tenesse in ordine la casa e curasse il bambino ed io ero già pratica con i miei fratelli, chiese ai miei genitori se potessi andare da loro qualche ora al giorno. Così, senza nemmeno chiedermi se io fossi d’accordo, i miei dissero di sì e così dalla settimana dopo iniziai ad andare a casa loro. In realtà io ero ben contenta, figurarsi, i signori erano molto gentili, il lavoro per niente faticoso, mi sentivo quasi in vacanza. Piano piano mi chiesero anche di fare qualche commissione, andare al mercato, consegnare qualche medicina a qualche anziano che faceva fatica a muoversi… per me era tutta una scoperta, abituata alla campagna la vita di paese mi sembrava tutta diversa, mi sentivo quasi una signora… mi davano solo un po’ fastidio, quando mi capitava di passare davanti al bar della piazza, gli sguardi degli uomini che stavano seduti ai tavolini a bere e giocare a carte, o dei ragazzi che facevano battutine parlando sempre a voce troppo alta. Tra questi però ce n’era uno che mi piaceva, e ogni volta che mi capitava di incrociarne lo sguardo mi faceva arrossire»
«Un giorno, mentre tornavo a casa dopo aver fatto la spesa, me lo trovai davanti nel vicolo che portava alla casa dei farmacisti. Mi sentivo il cuore in gola, e ricordo che mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcuno, ma eravamo soli… mi si avvicinò sorridendo, aveva qualche anno più di me, moro, abbronzato… mi disse solo: “Lo sai che Palmira era soprannominata la Sposa del Deserto?” Io rimasi inebetita, non mi aspettavo che mi rivolgesse la parola, non sapevo di che stava parlando e non sapevo nemmeno come facesse a sapere il mio nome. Arrossii come un peperone, e balbettai un “No” chiedendomi chi fosse la Palmira di cui parlava e cercando di scansarlo, ma si era messo davanti e non mi lasciava passare. Continuò a parlare: “Palmira deriva da palma, dalle palme delle oasi attorno a cui sorgeva la città… ci passavano le carovane che attraversavano la Siria, era una città importantissima, un regno addirittura”. Alzai gli occhi e vidi che stava sorridendo, mi stava prendendo in giro, parlava di una città, non di una donna! Allora presi un po’ di coraggio ed a mia volta gli chiesi: “E Torello allora da che deriva?”. Vidi che rimase colpito, non pensava che conoscessi il suo nome… sorrise ancora di più, e mi rispose “Quando sono nato pesavo 4 chili e duecento grammi, mi hanno chiamato Salvatore, come mio nonno, ma quando il prete mi ha battezzato si è mise a ridere “Salvatore Salvatorello… torello di nome e di fatto!” e da allora per tutti sono rimasto torello”. Poi si avvicinò ancora di più, sentivo il profumo della brillantina che aveva nei capelli, mi sentivo morire… mi chiese “Ti dispiace se quando torni a casa ti accompagno per un pezzo?” in un modo che non seppi dire di no… così da quel giorno mi aspettava fuori dalle mura del paese, e mi accompagnava fino alla stradone di casa mia, e facevamo la strada insieme stando attenti che nessuno ci vedesse insieme perché si sa, le voci corrono…»
«E brava Palmira» la canzona Amaru. «Quindi aveva un fidanzato… continuo però a non capire cosa c’entro io in tutto questo»
Palmira alza un braccio, a frenarne l’impazienza.
«Se hai ancora un attimo di pazienza, capirai»

«Porco mondo, quella pollastra mi sta facendo andare via di testa. Non capisco, non mi era mai successo…»
Fiona, la cavalla, si scrolla di dosso i rametti spezzati del cespuglio nel quale i due amanti clandestini si sono rifugiati.
«Non preoccuparti Flettino, sono cose che capitano…» dice muovendo la lunga coda.
«No che non capitano! O almeno, a me non era mai capitato, non sono mica un parrocchetto!» dice l’Ara Macao padano, con stizza.
«E va bene, non farne una tragedia adesso. Anzi, sai che ti dico: è meglio così»
«Meglio così un corno, non abbiamo fatto niente!» strepita il pappagallo innervosito.
«Appunto, non abbiamo fatto niente. Così almeno non dobbiamo sentirci in colpa con la povera Kocca, non l’abbiamo tradita. Non ti senti meglio?» chiede la cavalla, sbocconcellando un ciuffo d’erba.
«Sentirci in colpa, stare meglio? Ma che diamine stai dicendo, pezzo di equina, quella mi cornifica H24 e io dovrei sentirmi meglio se non riesco a renderle la pariglia almeno una volta? Ma questo è un mondo a rovescio!» arruffa le penne Flettàx.
«Allora venivi con me solo per ripicca!» lo attacca la cavalla. «Non era vero niente che ti affascinava il mio mantello, il mio incedere regale e la forma artistica dei miei quarti posteriori! Sei un bugiardo!» nitrisce Fiona, sdegnata.
«Ma no, non prenderla così… i tuoi quarti posteriori tra l’altro sono notevoli. Quello che volevo dire è che se lei vuole l’amore libero renderle pan per focaccia non è nemmeno da considerare tradimento» argomenta il pennuto, non rendendosi conto di aggravare la propria posizione.
«Ha ragione Kocca a metterti le corna, te le meriti tutte! Sei solo un prepotente, un maschilista, un buzzurro, un vanitoso, e pure impotente! Sei… sei… sei… una cocorita!» lo apostrofa Fiona, andandosene ondeggiando e lasciandolo a becco aperto.
Flettàx, inebetito dall’enormità dell’offesa, stenta a riprendere fiato, poi infine recupera un po’ dell’antico orgoglio e grida dietro alla cavalla:
«Brava, vattene, vattene, è meglio per te! Ronzina spelacchiata, porta il tuo tafanario lontano dal mio becco! E per tua norma e regola, io non sono per niente vanitoso!» garrisce il pappagallo sovranista, gonfiando le penne del petto.

What a great idea!

Amiche e amici, stavo sprofondando nella depressione più profonda quando il pirotecnico premier inglese ha lanciato l’ideona: deportare gli immigrati clandestini in Ruanda! Al modico costo di 120 milioni di sterline si toglie dai piedi una decina di migliaia di richiedenti asilo, che dice gli costano sui 5 milioni al giorno in alberghi e gozzoviglie come mangiare e bere. Il Ruanda, la cui accoglienza è proverbiale nell’universo creato, è ben lieto di ricevere gli ospiti forzati, e sostiene che userà i soldi ricevuti per far star meglio sia autoctoni che immigrati. Che afflato umanitario e altruistico! Gli altri paesi si stanno mordendo i gomiti, perché non ci hanno pensato prima? Anche se, a rifletterci, non è poi tanto diverso da quanto facciamo noi con la Libia, con la differenza che la Libia è più vicina e gli immigrati vengono fermati prima di partire. Forse a questi poveretti converrebbe essere mandati in Ruanda, piuttosto che nelle galere, pardon, nei centri di detenzione libici.

La guerra in Ucraina va avanti; ha voglia il Papa a sgolarsi che non è con le armi che si arriva alla pace, ma figurarsi se tra questi cristianoni che governano, sempre pronti a battersi il petto a favore di telecamera, ci sia qualcuno che gli dia retta. Qualche timido belato di protesta contro le decisioni americane di fomentare ancora di più la guerra inizia a levarsi, dalla Francia soprattutto (anche perché ci sono le elezioni), ma non certo dalle nostre parti. Anzi, noi per sostituire il gas russo stiamo prendendo accordi persino con Al-Sisi, insomma per Giulio Regeni i migliori non chiedono più la verità, ma il gas. Pecunia non olet, diceva quel tale. Nel frattempo sempre i migliori, dopo due anni di Covid (che non è ancora finito, e sta ancora facendo ogni giorno solo in Italia più morti della guerra) non hanno trovato di meglio che ridurre, in percentuale sul bilancio, le spese sanitarie. Ma ci sono o ci fanno? Mentre addirittura il concorso per medici di famiglia qua in zona è andato deserto, per mancanza di candidati. Con questi difensori della salute è meglio cercare di non ammalarsi…

L’altra sera all’Eredità hanno fatto domanda, sulla ricerca di non so che Istituto che ha studiato quale attività da fare prima di andare a letto impedisse di russare (a proposito: si può ancora dire russare? Non bisognerà dire ucrainare? E l’insalata russa è ancora russa?) e la sorprendente risposta è stata: cantare. Cioè, secondo questi ricercatori, che avranno passato giorni se non mesi e forse anni a studiare il fenomeno, se si canta prima di coricarsi non si russa perché si liberano le vie aeree. Mia moglie smentisce categoricamente questa ricerca e anzi sostiene che dopo che torno dalle prove del coro russo (o ucraino) come un mantice. Non posso smentirla perché a meno che la sua sia pura invidia del fatto che dormo come un angioletto ogni tanto sento qualche gomitata a tradimento che mi sveglia. La nonviolenta! Siamo anche andati alla marcia per la Pace, quindici giorni fa, e probabilmente andremo anche alla prossima Perugia-Assisi, non so che effetto sortirà ma se non altro servirà a smaltire le mangiate pasquali. Mi accusano di essere cinico, a me pare di essere tristemente realista, e spero naturalmente di sbagliarmi.

 Mio figlio dice che dobbiamo smetterla di pensare sempre alle cose brutte, e per dimostrare il suo ottimismo sta cercando una casa per andarsene finalmente a vivere da solo. Io alla sua età l’avevo già fatto da dieci anni e mi ero pure sposato, forse erano altri tempi. Comunque abbiamo iniziato a vedere delle case, anche perché ai “ragazzi” sotto ai 36 anni vengono fatte delle buone offerte per quanto riguarda i mutui, i tassi sono abbastanza favorevoli e una parte del prestito (o anche tutto, per i redditi Isee sotto i 40.000 euro) è garantito dallo Stato. Finora quello che ho registrato è: i bilocali costano un occhio della testa e sono perlopiù dei loculi; gli affari si fanno con le case vecchie, ma i costi di gestione poi sono alle stelle; gli affitti costano più dei mutui. In più la guerra e l’insicurezza sta spingendo chi ha due soldi da parte a buttarli come sempre sul mattone, per cui si sta creando una vera e propria bolla. Tra l’altro, non pensavo che ci fossero così tante immobiliari, sono tantissime. Alla fine sto meditando se lasciargli la nostra di casa, e andarcene via noi, magari al mare, non sarebbe una buona idea?

Amiche e amici, con questa vi saluto e auguro a tutti una serena Pasqua; tra i miei propositi, tra una cantata e una russata, ci sono quelli di spegnere la TV, mangiare e bere in compagnia, fare qualche passeggiata ed imbiancare il bagno ma quest’ultimo difficilmente lo realizzerò.

Fate l’amore, e non la guerra!

Le uniche bombe che ci piacciono

Odette è morta

Ieri sera al teatro Sociale di Como la compagnia del Balletto Classico Ucraino avrebbe dovuto rappresentare il celeberrimo “Il lago dei cigni”, capolavoro di Piotr Ilic Ciajkovskij, un’opera rappresentata in tutto il mondo da tutte le compagnie del mondo. Per un profano come me, dire ballo vuol dire Lago dei Cigni (o al massimo, Lo Schiaccianoci, sempre di Ciajkovskij) ma c’è un problema: Ciakovskij, morto nel 1893, era russo. Per la verità anche gli ucraini in maggior parte erano russi, ma questo è un dettaglio.

Gli artisti quindi hanno deciso di non rappresentare l’opera ma di eseguire Giselle, bel balletto per carità, tra l’altro pezzo forte di Carla Fracci. Sarebbe stato meglio un balletto di un autore ucraino, chissà come mai non ci hanno pensato.

La giustificazione della manager ucraina è stata la seguente (la riporto pari pari dal giornale locale):

«La situazione che si è creata è, per noi, molto dolorosa. Siamo stati costretti, nostro malgrado, a non rappresentare, nel vostro Teatro Sociale, “Il lago dei cigni” di Čajkovskij, sostituendolo con “Giselle”. Noi diciamo sempre che la danza non ha confini e che l’arte e la cultura non c’entrano con la guerra, ma in questo caso, benché possa sembrare assurdo, purtroppo c’entrano, eccome».

Poiché tra gli organizzatori della manifestazione c’era la Caritas chiedo a loro se questo sia il modo di favorire la pace, strumentalizzando perfino gli artisti e l’arte che dovrebbero invece essere ponti per la pace. Se questo è il modo di seguire le indicazioni di Papa Francesco! Sono comunque sollevato perché ero stato invitato ma per fortuna avevo altri impegni, altrimenti mi sarei alzato e avrei chiesto il rimborso del biglietto.

Oggi sentivo alla radio che il ministro degli esteri ucraino a Bruxelles ha chiesto alla UE, chiamandoli(ci) alleati, solo tre cose: armi, armi, armi. Perché è così che si arriverà prima alla pace.

Io comincio a sentire parecchia insofferenza tra amici e conoscenti verso questo atteggiamento, al di là della umana pietà verso la gente che soffre. Non si coglie una vera volontà di fare la pace, ma anzi quella di portare le cose all’estremo, verso la catastrofe finale. Il TG è ormai diventato Tele-Kiev, non si riesce più a guardare ed anche qui ormai si genera ripulsa. Vogliono abituarci alla guerra mondiale?

Io credo che cominci a diventare urgente, se davvero si vuol continuare a mandare armi, studiare il diritto di guerra (anche la guerra ha delle regole, anche se pare strano: ad esempio quando vedete un palazzo sventrato viene naturale pensare alla crudeltà ma bisogna chiedersi se ci fossero dentro dei militari che sparavano, ad esempio, o peggio dei civili_ dico peggio perché i civili combattenti hanno meno tutele dei militari, e per avere un trattamento almeno simile a quello dei militari in caso di cattura devono rispettare delle regole precise, non importa se si difendano o attacchino; insomma non si può pigliare il fucile e sparare dalla finestra a casaccio, bisogna essere riconoscibili e inquadrati in qualche formazione_ ; bisogna chiedersi se quelli che sparavano dal palazzo hanno fatto prima allontanare i civili che ci abitavano o li hanno usati come scudi _ anche questo sarebbe un crimine di guerra_ preciso che sono solo esempi, senza nessun riferimento all’attualità di cui NON sappiamo niente perché le informazioni arrivano solo da una parte) perché fino ad un certo punto mandare armi è ammesso, e solo certi tipi: ma manda e rimanda, è un attimo che ci si trova una bomba atomica nel giardino.

E intanto il mago Rothbart se la ride…