Cronachette della fase tre (23 giugno – 1 luglio)

Questa settimana non ho seguito molto le vicende del mondo, è morto mio padre e tanto mi è bastato; certo rispetto ai miei genitori sono stato molto più fortunato perché mia madre è rimasta orfana di sua madre a cinque anni e mio padre del suo a sedici;  come orfano sono abbastanza attempato dunque, e sono grato a mio padre di aver aspettato la fine dell’emergenza per mollare gli ormeggi, altrimenti non avrei potuto andare nemmeno al funerale.

Funerale con mascherine, distanziamento, ma non ho potuto né voluto evitare gli sbaciacchiamenti di parenti e amici… ero un po’ timoroso perché consapevole che erano loro a rischiare di più, sono io quello proveniente dalla regione ancora infetta! Abbiamo reso onore alla vecchia cerqua¹, se fossimo stati a New Orleans avremmo chiamato anche la banda comunque abbiamo passato due giorni a bisbocciare con i miei fratelli e qualche parente rimasto, più che un lutto è stato un bel rito di esorcizzazione. Il prete mi ha detto che in quest’ultimo periodo sono morti un sacco di anziani (e me ne ero accorto dalla quantità di manifesti appesi sui muri) ma non di Covid, perché mica si muore solo di quello, ma semplicemente di vecchiaia. Mio padre è morto in poltrona, buffo per uno che le comodità le ha sempre schifate: ci metterei la firma, ma non su questa poltrona da smart working che è scomoda, come sapete.

Comunque l’economia riparte: in autostrada per 550 chilometri una fila ininterrotta di camion e il prezzo della benzina sta pian piano ritornando ai livelli pre-Covid. Nessuno metterà mai un freno a questa deriva, possibile che andiamo su Marte e non siamo capaci di far viaggiare le merci su rotaia anziché su camion? A proposito di merci su rotaia, sono già passati 11 anni dalla strage della stazione di Viareggio… riporto dal Fatto Quotidiano dell’altro giorno: “La prescrizione ha già cancellato i reati di incendio e lesioni colpose gravi e gravissime. Gli unici capi d’imputazione rimasti, ovvero il disastro ferroviario e l’omicidio colposo plurimo, sono legati al filo dell’aggravante dell’incidente sul lavoro.” e non commento, ma mi chiedo come possa esistere prescrizione per certi reati. O ci sono o non ci sono, la prescrizione è solo una beffa per le vittime, ma nel paese dei cavilli e degli avvocati tutto è possibile.

Visto che il frigorifero era vuoto ho anticipato la visita alla Coop e ho constatato ancora una volta che non esiste più l’alcool. Purtroppo non mi sono ricordato di farmene una scorta al paese, perché lì si trova, ma tutto sommato meglio così perché non sarei stato troppo tranquillo a viaggiare con una tanica nel portabagagli, ricordo la fine che fece il povero Scirea in Polonia, quando venne tamponato…

Per il resto non mi sembra sia cambiato molto durante la mia assenza: Berlusconi (anzi, di più i suoi a dire la verità) strilla al complotto dei giudici politicizzati, l’Iran ha spiccato un mandato di arresto contro Trump per l’assassinio del generale Soleimani, oggi a Salerno sono state sequestrate 14 tonnellate (!) di droga per un valore di oltre un miliardo di euro. Roba da non credere… che fine farà? L’altro giorno dopo il funerale ho rivisto un pezzo di “Quelli della San Pablo” con Steve Mc Queen, dove gli americani per far sparire un carico di oppio lo bruciavano nelle caldaie della nave, creando una nuvoletta stupefacente. Succederà la stessa cosa agli 84 milioni di pasticche o con qualche cavillo dovremo restituire pure quelle e con tante scuse?  Tanto qua liberiamo tutti..

Amiche e amici, basta mugugni, basta reprimende: chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza; per farmi compagnia mi sono comprato un nano da balcone, l’ho nascosto tra le piante ed ho aspettato che la giardiniera se ne accorgesse; dopo qualche giorno l’ha scoperto ed ha guardato in alto, forse pensava fosse caduto dal cielo, volevo lasciarglielo credere ma purtroppo mi è scappato da ridere, mi ha sgamato e ha riguardato in alto scuotendo stavolta la testa. L’ho chiamato Pappolo, un po’ mi assomiglia, tiene le mani dietro la schiena e gli piace guardare chi lavora, e anche lui racconta pappole…

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¹ Non è un errore: da noi la quercia si chiama così…

Cronachette dal paese dei migliori (2)

Piove, governo dei migliori! Tempo del cavolo, ma c’era bisogno di acqua, il lago era pericolosamente basso, le rive troppo scoperte e saliva la preoccupazione per i raccolti. Speriamo che adesso non piova per quaranta giorni, ricordo che quando mi trasferii da queste parti Como era detta il pisciatoio d’Italia, ma da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia.

Da oggi la Lombardia torna in arancione: potrò andare a tagliarmi i capelli dall’amico Leo, che si ostina a rimanere aperto pur essendo in pensione da anni. Incredibile che la Sardegna, che era in zona bianca fino ad un paio di settimane fa, sia ora rossa: ma che avete combinato, amici sardi? E non era nemmeno aperto il Billionaire…

Pasqua è passata delicatamente: ci siamo lievemente assembrati da mia suocera, poca roba rispetto ai bei tempi; il nostro pranzo è stato abbastanza morigerato, quando ho chiamato i miei fratelli per gli auguri questi erano ancora ai primi, e noi già al dolce, e non solo perché al nord si va a tavola prima, ma per quello che c’era sulla tavola. Ricordo che l’ultima volta che ci siamo ritrovato con tutti i parenti, a Pasqua, mia nipote aveva portato il suo fidanzato di Napoli: praticamente tutto il nostro pranzo da loro sarebbe stato solo l’antipasto, cosa non si fa per amore!

Mia madre l’altro giorno è stata vaccinata, è andato in casa il suo dottore e le ha iniettato la prima dose di Moderna. Magari le farà ritornare anche la memoria! Lei non era molto convinta, ma i miei fratelli che la frequentano giornalmente hanno insistito, giustamente. Mia suocera invece ancora nicchia, ma la capisco, ha avuto dei problemi con il vaccino per l’influenza, figuriamoci se si fida di questi…

Anche perché la confusione invece di diradarsi aumenta; ad esempio una mia amica corista, infermiera, già vaccinata con entrambe le dosi, è stata trovata positiva: com’è questa faccenda, mi chiedo? Allora che senso ha obbligare a vaccinarsi, se tanto ce lo si può riprendere, e comunque bisogna continuare a tenere (e ci mancherebbe) tutte le precauzioni di prima? Comunque l’esito è che adesso è in isolamento lei, tutti i familiari e chi ha avuto contatti negli ultimi giorni; sorvoliamo sul fatto che è anche catechista e fino a sabato sera era in mezzo ai cresimandi: e se lo avesse preso da qualcuno di loro? Anche il nostro don è a rischio, è troppo espansivo: eppure di preti morti ce n’è stato un sacco, addirittura più di quelli che quest’anno sono stati ordinati sacerdoti: già ne sono rimasti pochi, se quei pochi non stanno attenti…

La settimana è stata dominata delle polemiche seguite alla visita dei vertici UE in Turchia; a mio avviso è sbagliato buttarla sul maschilismo, si tratta di uno sgarbo alle istituzione dell’Unione Europea, e come tale avrebbe richiesto una reazione concorde di tutti i paesi. Il povero Draghi ha detto quello che tutti pensano, ma non avrebbe dovuto dirlo perché se alle parole non seguono i fatti non servono a niente. Finché continuiamo a tenerlo nella Nato ed a farci ricattare sui profughi, di che parliamo? (senza contare che, tecnicamente, dittatore non è, o almeno non più di molti con  i quali facciamo abitualmente affari).

Giusto per stare tranquilli, in Ucraina si sta preparando un bel  can can;  il presidente parla di voler entrare nella Nato, evidentemente si sente spalleggiato dal nuovo corso Usa; la Russia come può capire chiunque sano di mente non può accettarlo, in ballo ci sono il Donbass con la maggioranza di abitanti russi, la Crimea già ripresa con un referendum con il quale la popolazione ha votato per tornare alla Russia al 96% ma chissà perché ai “democratici” non sta bene, ma soprattutto i missili puntati contro a due passi da casa. Per inciso, Israele è appena andato a bombardare in Iran, per legittima difesa preventiva, uno strano ossimoro; pensare che la Russia stia a guardare se gli si piazzano delle bombe atomiche nel cortile non mi pare una buona idea.

Bene, siamo passati dalla pioggia alla politica internazionale: capre e cavoli, per tornare al tempo. Ah, i migliori stanno facendo per ora le stesse identiche cose che avrebbero fatto i peggiori, ma questo si sapeva già. A presto!

Dottoressa pronta per vaccinazione a domicilio

Olena à Paris – epilogo

A Buenos Aires, e precisamente nello storico quartiere di San Telmo, è in corso una importante cerimonia a cui partecipano il ministro dei Beni Culturali Ramon Diaz, il governatore Fulgencio Sbandado, il sindaco Nestor Figueroa Alcorta, il vescovo Guillermo Colasanto ed altri esponenti politici, imprenditoriali e del mondo dello spettacolo e della cultura. L’occasione per il raduno è data dall’inaugurazione, a pochi passi dal MALBA, il Museo d’arte moderna latinoamericana, del nuovo Museo RANONE, progettato dall’archistar Alexandro Ciavapedra, che in onore delle committenti ha progettato un edificio a forma di vasetto di yogurt rovesciato al centro di un enorme tortellino.
L’evento, trasmesso in diretta dalla Televisión Pública, riguarda appunto l’apertura dell’avveniristico spazio multifunzionale destinato ad ospitare le opere d’arte ritrovate rocambolescamente in territorio argentino e che le due promotrici, Gilda Rana e Antonietta Talnone, hanno voluto dedicare alla memoria dei compianti mariti.
Gilda, appena conclusa l’intervista con l’anziano giornalista Bruno Mosquito, più interessato alla sua scollatura che alle sue dichiarazioni, scende dal palco dove l’orchestra “Las Vincisgraçias” sta accordando gli strumenti per il ballo che seguirà e si dirige al suo posto, aggrappandosi al braccio che l’elegante e premuroso accompagnatore gli tende.
«James, caro, come me la sono cavata, ti sono sembrata abbastanza compìta? Ho infilato quelle due paroline, come mi avevi suggerito, e mi è parso che perfino l’assessore approvasse, quel macaco, anche se in privato mi ha chiesto se non fosse possibile aggiungere al progetto un centro massaggi e una sauna. Gli ho detto che devo pensarci, tu pensi sia abbastanza multifunzionale?» chiede la Calva Tettuta, distribuendo sorrisi agli astanti.
«Accogliente ed inclusivo è un passepartout per tutte le situazioni, signora. In quanto alla sauna lascerei decantare la cosa, se posso permettermi. Le amicizie nate in quegli ambienti non sono delle più solide» risponde James, ripensando con un brivido ad un capanno nella tundra dove qualche anno prima si era trovato a tu per tu con Dimitri, il domatore di elefanti del circo Nikulin.
«A proposito James, sai che quegli occhiali ti donano? Il colore della montatura si intona con l’ematoma all’occhio destro. Ti hanno maltrattato quei bruti a Parigi? Ma quella ragazzotta, l’amica di Natascia, li ha sistemati per le feste. Peccato tu ti sia perso la scena madre, ma dov’eri finito? Siamo stati in pensiero»
«Desolato di avere involontariamente arrecato preoccupazione, signora, ma ho avuto un piccolo contrattempo. Vede, Serge…»
«Il tuo amico battitore?»
«Precisamente, signora. E’ stato quando gli ho confessato che non avrebbe avuto l’esclusiva per la vendita dei quadri, non l’ha presa molto bene. Mi ha dato dello spergiuro, del traditore, del matto da legare, finché non è passato alle offese inaccettabili»
«Davvero, James? Sembrava un armeno così a modo, chi l’avrebbe detto. Ma cosa ti ha detto, di preciso?» chiede Gilda, partecipe.
«Ha sostenuto _ faccio fatica a ripeterlo _ che ha visto attaccapanni più eleganti di me, il mio stilista dovrebbe essere carcerato e bisognerebbe istituire una lista nera di tutti i suoi clienti. Ed inoltre, e questo è quello che più mi ha fatto male, che il caffè che preparo è merde»
Gilda sbarra gli occhi e porta una mano alla bocca, inorridita dal racconto e commossa dalla lacrima che spunta dall’angolo dell’occhio pesto del suo maggiordomo.

«Oh, Gilda, eccoti qua, vieni, siedi vicino a me cara» li interrompe Antonietta Talnone, che affranta sorseggia un calice di Cruzat «Lascia che ti ringrazi ancora, non so cosa avrei fatto senza di te. Detto tra noi poi, quest’idea del museo è geniale: una pubblicità planetaria, sgravi fiscali per decenni, e diritti di sfruttamento di immagine… ho già dato disposizioni al nostro marketing di lanciare il Roquefort Caravaggio, ammuffito tre anni, sarà un successone!»
Gilda rabbrividisce all’idea e si affretta a ingollare a sua volta un calice dello spumante argentino, rimpiangendo peraltro il Franciacorta di casa; poi si stringe alla fresca vedova, e le confessa:
«In realtà l’idea non è stata mia, Antonietta. Lo vedi quello? » dice indicando una macchia variopinta.
«Ma chi, il pappagallo?» chiede Antonietta, sorpresa.
«Sshh, per l’amor del cielo, non farti sentire, è di un permaloso… Si chiama Flettàx, ma vuol essere chiamato Dottore. Pensa che una volta era un sovranista, poi ha avuto una crisi mistica ed è diventato commercialista. Ad essere sincera lo preferivo prima, era molto più divertente, anche se si rende molto utile. Per farlo divagare un po’ l’ho portato a vedere l’Amazzonia dove è nato, non si sa mai trovi la fidanzata»
«Ma Gilda, qui in Argentina non c’è l’Amazzonia, quella è in Brasile. Qui c’è la Patagonia» la corregge la francese, più ferrata in geografia.
«Ama, Pata, non stiamo a sottilizzare Antonietta. Ma piuttosto» e qui la Calva Tettuta avvicina il viso a quello della vedova Talnone, e abbassa la voce «hai avuto problemi dopo… l’incidente?»
«Assolutamente, tutto a posto. Le tue ragazze hanno fatto un lavoro perfetto: le impronte sulla pistola erano già quelle di Carlos, sul fucile hanno messo quelle di mio marito; le registrazioni delle telecamere di sicurezza sono state tutte cancellate, le nostre tracce nella stanza ripulite e l’ufficio messo a soqquadro a regola d’arte. Aggiungi che il capo della polizia è un mio caro amico e tutti gli anni faccio generose donazioni all’associazione delle famiglie dei caduti in servizio e insomma, il caso è chiuso. Sono libera come l’aria!»
«Libera, insomma… adesso ti toccherà prendere in mano le redini dell’azienda, ti assorbirà un sacco di tempo… » dice Gilda, ripensando alla sua esperienza.
«Non ci penso nemmeno!» risponde Antonietta, alzando le mani come ad allontanare un pericolo. «Hai presente la segretaria, Geneviéve, quella bruttarella? Lei conosce la ditta meglio di chiunque altro, ed erano anni che mio marito faceva fare a lei tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lui. Poverina, era innamorata, chissà quanto ha sofferto sperando che arrivasse il suo turno di essere sdraiata sul divano, ma ogni volta c’era una Chantal o una Juliette che aveva la precedenza. L’ho nominata direttore generale, ho fatto bene?» chiede la fresca vedova, guardandosi intorno con interesse.
«Furba! Hai fatto benissimo, così finalmente potrai dedicare del tempo a te stessa… ma c’è qualcosa che non va, cara?» chiede Gilda, vedendo l’amica distratta.
«Come? Ah, no, no… senti Gilda, pensi che qualcuno avrà da ridire se mi allontanassi per, diciamo, un paio d’ore? Sento che sto per avere un mancamento»
«Ti senti male Antonietta? Chiamiamo un medico, se vuoi…»
«No, no, non è necessario. Ecco, è che avrei un… ehm… appuntamento con quel ragazzo, quello laggiù…» indica Antonietta con un lieve cenno con la testa.
«Ma chi, Adalgiso?» chiede Gilda, scoppiando a ridere. «Stai attenta Antonietta che quello è rimasto disoccupato da poco, farà di tutto per farsi… apprezzare»
«Ah, ah, spero che sia all’altezza, perché non hai un’idea da quanto tempo non lo faccio…» confessa Antonietta che, vedendo il palestrato Adalgiso avvicinarsi si alza, si china su Gilda, le stampa un bacio sulla guancia e la saluta.
«Au revoir, mon ami» e si aggrappa al braccio muscoloso dell’uomo fingendo un malore; da sotto il ventaglio che sventola per farsi aria, dà disposizioni per il lieto proseguo.
«Suite Imperiale, caro. I muscoli non sono male, vedremo il resto… hai portato le manette? Bene, la frusta è in camera»

All’improvviso le luci si abbassano, e l’orchestra attacca Por me cabeza di Carlos Gardel, un classico del tango. Un occhio di bue illumina i due ballerini che, tenendosi per mano, avanzano regalmente dal fondo della sala verso lo spazio che si è creato sotto il palco: lei, affascinante, con il corpo inguainato in un lungo abito di seta nera, aperto ai lati per permettere i movimenti, lunghi guanti che le arrivano fin sopra il gomito, ed una rossa scarlatta fra i capelli candidi; lui, elegante in un completo immacolato di lino, che ben contrasta con la sua carnagione, emozionato ed orgoglioso di essere al fianco della sua partner.
Gilda, che sta addentando una empanada, allunga il calice verso James e rimane paralizzata, così come il maggiordomo, che per lo stupore continua a versare lo spumante finché non trabocca.
«James?» chiede sostegno Gilda, deglutendo.
«Signora?» risponde James, recuperando a fatica l’aplomb.
«Trovi che sia sveglia? Voglio dire, non sto sognando, è vero?»
«Lo escluderei, signora. Desidera che le dia un pizzicotto?»
«Lascia stare, casomai lo chiedo all’assessore. Stai vedendo anche tu quello che vedo io?»
«Temo di sì, signora» conferma il maggiordomo.
«Passi uno, ma due fantasmi mi sembrano un po’ troppi, non trovi? Non sarà un difetto di famiglia? Prima Evaristo, adesso nonna Pina. E guarda come balla! Sembra più in forma adesso di quando era viva»
«In effetti è inusuale anche per gli standard patagoni che una defunta balli il tango, a quanto ne so» dichiara James, ancora incredulo.
«Sarà colpa del 5G?» si chiede Gilda, che diffida delle novità tecnologiche. «Comunque direi che non è il caso di crucciarci, nel solaio di Villa Rana c’è un sacco di spazio, fantasma più, fantasma meno, basta che non si mettano a litigare tra di loro. Ma a proposito di fantasmi, dov’è sparito Svengard? Sempre il solito, la mondanità proprio non la sopporta. Senti James, come te la cavi col tango figurato?»
«Discretamente, signora. Mio cugino mi ha insegnato i passi fondamentali, anche se in cambio pretendeva che indossassi gli abiti di mia zia.»
«Ottimo, allora. Balliamo?»
«Con piacere, signora. Conduco io o conduce lei?»

«Chi sono quei due, capitano?» chiede Vassilissa, incuriosita dalla strana coppia che sta eseguendo una caminada. Olena guarda i due, intenerita, ed un raggio del faretto colpisce i suoi occhi blu e si riflettono in quelli della sua amica.
«Lei è Babushka Pina» dice lentamente, ammirando la donna alla quale ha fatto da badante per due anni.¹
«Lei è Leggenda» continua alzandosi in piedi, ed applaudendo la parada² dei due, che sembrano sospesi nell’aria. «Lui l’ha amata tutta la vita, ed è la prima volta che ballano insieme. E’ tango, Vassilissa, tango. Balliamo, vuoi?» le chiede, fissandola negli occhi.
«Temevo non me lo chiedesse mai, capitano» risponde la giovane, sostenendo lo sguardo, e alzandosi a sua volta.

«Juanito, mettici un po’ più di energia, per la miseria, non siamo ancora all’Ospizio. Hai paura di spezzarmi?» redarguisce il suo cavaliere nonna Pina.
«Ma querida, la ferita non è ancora cicatrizzata del tutto, il medico si è raccomandato, non devi sforzarti…»
«Ma chi se ne frega del medico, Juanito! Pensi che sarei ancora qua se avessi dato sempre retta ai medici?» chiede la centenaria, apprestandosi al molinete.
«Non ti ho ancora detto grazie per tutto quello che hai fatto» appoggiandosi più decisamente al ballerino.
«Grazie? E di cosa, sono io che devo ringraziare te. Questo è un regalo per me, un sogno che ho coltivato fin da ragazzo, ballare con la grande Wanda Del Rio…»
«Lascia stare quella là, Juanito» lo ferma l’antica diva. «Wanda è morta, lei sì, morta e sepolta da un pezzo. Ti ringrazio perché hai salvato me, nonna Pina, e non so ancora come hai fatto»
«Fortuna, solo fortuna» si schermisce l’anziano spasimante. «Quando ti ho caricata sul cavallo per riportarti a casa, non ho resistito alla tentazione, e ti ho voluto dare un bacio»
«Ti eri montato la testa, Juanito, pensavi di essere il principe azzurro? E se invece ti avessi trasformato in rospo?» ride la vegliarda, eseguendo i suoi adornos.
«La principessa sei tu, amada mia. Se non ti avessi dato quel bacio non mi sarei accorto di quel piccolo soffio, e non sarei corso al paese, dal dottore… il resto l’hai fatto da sola, con la tua tempra, il tuo temperamento…»
«Non essere modesto Juanito, tu mi hai salvato la vita. Anche se, sai, a pensarci mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto partecipare al mio funerale»
«Capisco, cara, ma quella donna, il Capitano, non ha voluto si sapesse che tu eri ancora viva, temeva che quelli che ti avevano sparato venissero a completare l’opera. Ma ti ha fatto fare una statua di cera, come quella di Evita»
«Tu l’hai vista, Juanito? Com’era, mi somigliava?»
«Si, querida, ti somigliava. Ma tu sei molto più bella»
La musica termina con i ballerini impegnati in un lento casquet; gli invitati sono tutti in piedi, e tributano ai due anziani innamorati un applauso scrosciante. Juanito e nonna Pina rispondono con un inchino, si rialzano e si abbracciano.
«E adesso, che ne sarà di noi?» chiede l’uomo, commosso.
«E chi lo sa, Juanito. Intanto viviamo, poi si vedrà»

E stavolta è davvero The End… ma non perdetevi i titoli di coda!

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017
² Caminada, Parada, Molinete, Adornos sono passi del tango argentino. L’autore ammira sconfinatamente i ballerini e soprattutto le ballerine di questo ballo affascinante, languido e sensuale.

Che fine ha fatto Le Hérisson?

Il blog è sparito… che sia finito sotto un’auto?

Mi manchi, riccetto, ci manchi. Ricompari sotto mentite spoglie, se non vuoi rotture di scatole, ma fatti viva. Stai bene? Mangi? Pettini le spine? La pandemia ha riempito tutti i pensieri e le parole, ma passerà, prima o poi.

Ti aspettiamo!

Se sei preoccupata perché il parrucchiere è chiuso, tranquilla! Da lunedì riapre.

Olena à Paris – 44

L’erede della fortuna dei Talnone si scioglie dall’abbraccio con Gilda, raddrizza la schiena, fa qualche passo verso il marito e gli parla, ma con lo sguardo perso oltre la grande vetrata.
«Sai, Jean, io devo ringraziarti»
«Ringraziarmi, Antonietta? Ma di cosa? Senti, cara, posso spiegarti tutto, non è come sembra, è tutto un equivoco…»
«Sshh, Jean, taci per favore» lo zittisce Antonietta. «Hai ragione, ho trascurato le attività della società, le avevo delegate ad un uomo che amavo, un uomo affascinante che mi aveva fatto sentire desiderata, una principessa, me, una ragazza insignificante…»
«Anch’io ti amo Antonietta, ma non potremmo parlare dopo di queste questioni? Sono sicuro che chiariremo questo malinteso…»
«Ti ho detto di tacere, Jean!» lo zittisce Antonietta, fredda. «Tu mi hai illusa, mi hai sfruttata, ti sei servito di me per la tua ambizione, mi hai tradito… come potevi amarmi, Jean? Tu ami solo te stesso… non mi hai mai amato, ma non pensavo che potessi arrivare a compatirmi, a disprezzarmi »
«Ma cosa dici Antonietta, non è assolutamente vero, se ti sono sembrato distante è per colpa del lavoro, le preoccupazioni…» cerca di giustificarsi Biscuit.
«Ma in fondo hai ragione, sai? Me lo meritavo» continua Antonietta, senza dare peso alle parole del marito «Sono stata debole. Mi accontentavo di vivere nella tua ombra, senza accorgermi che eri tu che stavi risucchiando la mia vita. Ma possiamo ancora cambiare, sai? Guarda, voglio farti vedere una cosa» dice la donna, aprendo la borsetta Kelly Classique di Hermès.
«Ma certo, cambierà tutto, te lo prometto cara, ma… che cos’è quella?» chiede Jean, fissando l’attrezzo che la moglie ha estratto dalla borsetta.
«Ah, questa? Oh, niente, una chiave inglese. Sai, da bambina mio nonno mi ha insegnato a smontare e rimontare il motore del suo trattore, l’avresti mai detto?»
«No, veramente no, Antonietta, ma qual è il punto, non capisco…» risponde Biscuit sorpreso e preoccupato.
«Vedi Jean, mio padre era come te. Ha portato mia madre all’esasperazione, alla disperazione, finché si è tolta la vita. Ma, e questo è il punto caro Jean, io non sono mia madre»
«Naturalmente, ma continuo a non capire, se potessimo uscire da qua…»
«Cosa non capisci di “stare zitto”, Jean?» lo gela Antonietta, dura, e continua:
«Aveva fatto in fretta a dimenticarla, dopo appena sei mesi si era risposato con la sua segretaria, che era stata la sua amante per anni» La Talnone si ferma, come persa nei ricordi, e poi prosegue, cambiando discorso.
«Hai un’idea di cosa sia un rotore di coda, Jean?»
«Un rotore… un pezzo di elicottero, sbaglio? Ma che c’entra?» chiede Biscuit, sempre più confuso.
«Bravo, Jean, serve a controllare il beccheggio ed il rollio dell’elicottero, in sostanza serve a stabilizzarlo. E sai cosa succede se, inavvertitamente, qualcuno ne allenta le viti con le quali è fissato alla sua trave?»
«Vuoi dire che… tu… sei stata tu? Tu hai provocato l’incidente in cui è morto tuo padre? L’hai ammazzato tu? Ma non è possibile, tu sei… pazza!» grida Biscuit, mentre un lampo di orrore gli attraversa il cervello nel momento in cui si rende conto che la moglie non è quella creatura innocua che aveva sempre creduto.
«Pazza sono stata ad aspettare così tanto» continua Antonietta, glaciale. «Sai Jean, niente mi farebbe più piacere che vederti chiedere l’elemosina vivendo sotto qualche ponte di Parigi. Potrei farlo, sai? Con il divorzio ti toglierei la pelle, e impedirei a chiunque di avere rapporti con te. Ma magari troveresti il modo di infinocchiare qualche poveretta e farti mantenere, ed io sinceramente sono stanca. E poi non l’hai sempre detto anche tu che il nero mi dona?»
«Il… nero?» si chiede Biscuit, che comincia a realizzare l’enormità degli sbagli commessi nel momento in cui vede la moglie avvicinarsi ad Olena, stendere verso di lei la mano guantata e farsi consegnare la pistola di Carlos.
«Antonietta, per l’amor di Dio, metti giù quella pistola, che vuoi fare? Ho sbagliato, me ne andrò, ti prometto che non mi vedrai più, Antonietta, ti prego…» piagnucola quello che fino a poco prima era a capo di un impero.
«Che sfortuna, Jean. Un ladro è entrato nel palazzo, cercava probabilmente la cassaforte, come poteva sapere che tu fossi rimasto a lavorare fino a tardi? Avete lottato, era armato e ti sei difeso con il tuo fucile, un’arma insolita da tenere in ufficio ma si sa, tu eri un appassionato di armi. Una tremenda casualità, vi siete uccisi a vicenda. Al funerale parteciperanno tutti i tuoi amici, i soci del Rotary, sicuramente ci sarà il Presidente della Repubblica, farà un bel discorso e forse mi consegnerà una medaglia alla tua memoria. Gilda, pensi che il tubino Armani possa andar bene per l’occasione?»
Prima che Gilda possa dare la sua approvazione Carlos, vista la piega che stanno prendendo gli eventi, interviene.
«Un attimo, un attimo, signora, io non c’entro niente in questa storia. Io sono solo un professionista, proprio come quelle due lì!» protesta, indicando Olena e Vassilissa.
Le quali si guardano e si scambiano un sorrisetto; dopodiché Vassilissa con un gesto veloce arma la cartuccia ed esplode un colpo verso il messicano, colpo che gli fa sfondare la vetrata e precipitare nel vuoto.
«Manda noi fattura, pruofessionista» lo saluta Olena, affacciandosi a guardare il corpo che cade, rimbalzando sulle pareti della Tour Bifidus.
Biscuit paralizzato, pallido come un lenzuolo, fissa tremando la pistola che la sua prossima vedova gli sta puntando contro.
Olena, Vassilissa e Gilda escono dall’ufficio, ma da dietro la porta riescono ad ascoltare il saluto di commiato che si scambiano i coniugi Biscuit:
«Jean, ti dispiacerebbe spostarti verso la finestra? Mi rincrescerebbe macchiare il Tactile Blue¹»
«Vaffanculo Antonietta, tu e il Tactile Blue» risponde Jean Biscuit, in un sussulto di dignità.
Poi uno sparo, ed è la fine.

Ma la storia non è ancora finita, resistete ancora un poco…

¹ Tactile Blue by Mohebban, tappeto fatto a mano in lana, seta di bambù, viscosa e iuta, prezzo €8.784,00 Iva inclusa.

Olena à Paris – 43

«Ma fammi capire, Jean, non potevi prenderli e portarli da qualche altra parte quei quadri? Solo tu sapevi cosa c’era in quel magazzino, non capisco che bisogno avevi di tutta questa messinscena…»
«Vedo che continui a non capire, mia cara. Io non avevo nessuna intenzione di spostarli»
«Natascia, tu ci capisci qualcosa? Io ci rinuncio» dichiara Gilda, incrociando le braccia.
Mentre Olena inarca un sopracciglio, incuriosita, Biscuit continua il suo racconto.
«Mi spiego meglio, allora» continua Biscuit «quelle opere erano state nascoste per più di settanta anni; quelli che ne conoscevano l’esistenza erano spariti da tempo, o fatti sparire, chi lo sa; e io non avevo nessuna intenzione di agitare le acque e ritrovarmi magari con i nazisti alle calcagna, o peggio il Mossad…»
«Ma che accidenti racconti Jean, ma di che nazisti vai cianciando? Quelli rimasti avranno più di cento anni! E il Mossad, poi… perché non gli extraterrestri allora, già che ci siamo?»
Biscuit scuote la testa, divertito.
«Il tuo candore mi commuove, Gilda. Glielo spieghi lei, capitano, se ci sono ancora in giro nazisti. No, non devi pensare a quelli con la testa rasata, con magari qualche croce uncinata tatuata, nostalgici, razzisti…»
«Perché, quelli cosa sono, boy scout?» chiede ironicamente la Calva Tettuta.
«Folclore, scenografia, fumo negli occhi. Certo, possono diventare pericolosi, ma non sono certo loro a tirare le fila… quelli devi cercarli nei consigli di amministrazione delle multinazionali, nelle segreterie dei partiti, nelle banche di affari, negli organismi internazionali che stabiliscono le regole del commercio…»
«Cos’è, Jean, mi stai diventando comunista? » lo provoca Gilda «Non mi sembri credibile nei panni di Che Guevara. E comunque vieni al dunque, che ci volevi fare con quei quadri?»
«Un attimo di pazienza, che ci arrivo. Mi ritrovavo tra le mani beni di un valore inestimabile, il problema era come farli fruttare. Sapevi che per il mondo c’è un giro di collezionisti disposti a spendere fortune per aggiudicarsi pezzi del genere, solo per il piacere di tenerli chiusi nel proprio caveau blindato e rimirarseli ogni tanto, magari in compagnia di amanti pagate anche loro profumatamente? »
E’ la volta di Gilda scuotere la testa, stavolta di delusione.
«La solita storia, quindi, soldi. Ne hai già più di quanti potrai mai godertene, a che diamine ti servivano anche questi?»
«No, non soldi cara mia, ma quello che si ottiene con i soldi: il potere. Il potere di far credere che il nostro è il miglior modo di vivere, e l’unico possibile; di mettere nei posti giusti chi può fare leggi che ci favoriscano, per approvvigionarci di materie prime a prezzi ridicoli lasciano ai produttori solo le briciole, per combattere legislazioni troppo restrittive sullo sfruttamento delle risorse e sull’inquinamento; per comprare giornali e televisioni, infiltrarsi nei social; per corrompere politici e sindacalisti, quelli che cercano di organizzare i lavoratori e li spingono a lottare per i loro diritti; e per eliminare quelli che non sono disposti a farsi pagare, gli idealisti; in definitiva il potere di garantirci che, per i prossimi cinquant’anni almeno, comanderemo ancora noi. Noto una smorfia di disapprovazione sul tuo visino, dovresti essermi grata invece, in fondo sto lavorando anche per te…»
«Per me?» grida Gilda, esasperata. «Hai fatto ammazzare persino la nonna di mio marito, e l’hai fatto per me? Tu sei matto, peggio di Evaristo, ecco perché andavate d’accordo voi due! Ma Antonietta è al corrente di questa storia? Perché, nel caso non la conosca, non vedo l’ora di raccontargliela, e poi vediamo come va a finire!» urla la Calva Tettuta.
Biscuit fa un respiro profondo, e si avvia verso la propria poltrona, dove si siede, poggiando i gomiti sulla scrivania e prendendosi la testa tra le mani.
«Lascia stare Antonietta, Gilda. Lei non sa niente, non si è mai interessata di niente di quello che succede qua dentro. L’unica cosa che interessa quella beghina sono le opere di carità e le feste, ed è bene che continui ad occuparsi di quelle. Ma ora, cara Gilda, veniamo al dunque, come dicevi tu stessa. Questo è il contratto, manca solo la tua firma.»
«E se non firmo che succede, mi fai sparare?» chiede la vedova Rana, protendendo il generoso petto.
«L’idea non è malvagia» risponde Biscuit «ma vorrei evitare ulteriori spargimenti di sangue, se possibile. Se hai bisogno di una spintarella, comunque, potremmo far fuori i tuoi amici che in questo momento sono nostri… ospiti, in modo molto doloroso, se rendo l’idea»
«James?» esclama Gilda «Avete preso James? Natascia, che devo fare?»
Olena risponde senza scomporsi, recuperando una lieve inflessione russa:
«Pistola puntata alla tiesta ottimo arguomento di convincimiento, signuora»
«Allora devo darla vinta a questi bastardi, devo firmare?» chiede Gilda, con una punta di amarezza.
«A meno che» continua Olena «chi punta pistola non ha fucile puntato su sua testa»
E, seguendo lo sguardo della russa, tutti quanti fissano incuriositi il puntino rosso che si è illuminato sulla fronte di Jean Biscuit.

Carlos è il primo a rendersi conto della situazione.
«Mister, non si muova. E’ sotto tiro di un fucile di precisione»
«Che cosa? Sotto tiro? Ma chi diavolo… fai qualcosa, Carlos!»
«Gliel’avevo detto che era una pessima idea quella del suo ufficio» risponde Carlos, e poi si rivolge ad Olena, con ammirazione. «Bel colpo capitano, devo riconoscerlo. Chi avete piazzato là fuori?»
«Tu conosce lui molto bene, Carlos, e sai che difficilmente sbaglia colpo. E’ Osvaldo.»
«Osvaldo? Figlio di… non vi riconosco più capitano, in altri tempi ad un traditore avreste ficcato una pallottola in testa, stavolta non solo l’avete lasciato vivo, ma l’avete ingaggiato di nuovo. State diventando sentimentale…»
«Osvaldo non ha mai tradito me. Ha finto di tradirmi, era modo più facile per entrare in deposito, hai presente Cavallo di Troia?»
«Di troie ne conosco parecchie…» risponde Carlos, con poca eleganza. «E a proposito, signori…» continua, costringendo Gilda a sollevarsi dal divano e facendosene scudo, sempre puntandole la pistola alla testa. «Vi pregherei di non seguirmi, se non volete costringermi a far scoppiare questa testolina deliziosa» e, camminando a ritroso per non voltare le spalle ad Olena, si avvia verso la porta dell’ufficio.
«Natascia! Fai qualcosa, per la miseria!» urla la Calva Tettuta, inviperita.
«Carlos! Torna qui, bastardo!» urla Jean, rimanendo per il resto immobile.
Olena fissa Biscuit stringendo leggermente le palpebre, e poi lo rassicura beffarda:
«Tranquillo, tuo amichetto tuorna subito»
E, come se le avesse letto nel pensiero, la porta si apre e rientra Carlos, stavolta però con le mani alzate e con un fucile a pompa Rys-K puntato alla nuca.
«Che diamine…» sfugge a Biscuit, incredulo nello scoprire la ragazza che segue Carlos imbracciando il fucile. «Chantal?! Ma che cazzo ci fai tu qui, e che stai combinando con quel fucile?»
«Bel nome, Chantal» osserva Olena, avvicinandosi alla sua amica e prendendo la pistola che la ragazza si è fatta consegnare da Carlos.
Chantal spinge Carlos verso la vetrata, e sempre tenendolo sotto mira risponde:
«Con quello che mi paghi, caro “zietto”, sono costretta a fare qualche straordinario. Inoltre, devo dirtelo, preparare caffè, fare fotocopie e succhiare il tuo uccello sotto la scrivania come prospettiva di carriera non era allettante»
«Chantal, non fare la stupida, cos’è che vuoi? Metti via quel fucile, ti coprirò d’oro…» implora Biscuit, sudando.
Chantal sorride maliziosa, poi si gira verso Olena.
«Glielo dice lei, capitano?»
Olena annuisce, poi fa cenno a Biscuit di alzarsi, e di mettersi vicino a Carlos.
Nel frattempo nella stanza è entrata anche Gilda, ancora rossa dalla arrabbiatura.
«E mò so’ cazzi vostri, e non dite che non vi avevo avvisato!» urla ai due.
Olena sorride, e rivela la vera identità di Chantal:
«Vassilissa Kutnezova è ufficiale di FSB, servizio federale per sicurezza di Federazione Russa, indaga su traffico di oggetti d’arte e finanziamento di organizzazioni terroristiche» poi incuriosita chiede alla collega:
«E’ vero che tu fatto lavoretto a lui sotto tavolo? Poi tu racconta me tutto»
«Io non c’entro niente con quella porcheria!» protesta Biscuit, prima di rimanere gelato alla vista della figura che varca la soglia dell’ufficio. Antonietta Talnone, pallida di rabbia nel tailleur Chanel a piccoli quadri della collezione primavera 2021, avanza lentamente verso Gilda, e la abbraccia.
«Avevi ragione tu, gli uomini sono tutti porci» le dice all’orecchio.
«Non generalizzare, Antonietta. Io parlavo dei mariti» la corregge Gilda, accarezzandole la testa.

Cronachette dal paese dei migliori (1)

Siamo nel pieno della Settimana Santa, ieri ci sarebbe dovuta essere la tradizionale lavanda dei piedi, che per ovvie ragioni di distanziamento non si è potuta tenere; superlavoro per il coro, impegnato quasi tutte le sere. Addirittura qualche talebano ha bissato la prova di martedì (le prove sono ammesse, con i dovuti distanziamenti. Mascherine, disinfettanti, e registro dei partecipanti; devono terminare prima del coprifuoco delle 22, cosa che obbliga ad essere concisi ed è a me molto gradita, per dire l’altra sera sono riuscito a tornare a casa in tempo per vedere il secondo episodio di Leonardo, storia molto romanzata per la verità ma sempre affascinante. L’ambientazione nei giardini di Villa d’Este a Tivoli di quelli che avrebbero dovuto essere i giardini degli Sforza è assolutamente non filologica ma decisamente affascinante) e proverà anche sabato; per me il troppo stroppia e poi non è che dobbiamo fare un concerto, si tratta di canti che conoscono anche i banchi della chiesa, potremmo far cantare loro…

Il governo dei migliori ha detto che fino a fine aprile esisteranno solo zone arancioni e rosse: se lo avesse stabilito Conte apriti cielo, mi immagino quante gliene avrebbero dette. L’europeista rinato Salvini si è incontrato con Orban e Morawiecki, sembra che vogliano lanciare insieme un nuovo Rinascimento Europeo: non è che guarderanno anche loro la fiction su Leonardo?

In settimana abbiamo avuto la portacontainer (mostruosa la grandezza di queste navi) che si è messa di traverso nel canale di Suez; per qualche giorno non cavavano un ragno dal buco, poi si è mosso un nostro mega rimorchiatore, la nave si è messa paura e si è messa in riga da sola. Chiacchierando con degli amici, domenica, durante la passeggiata che abbiamo fatto incontrandoci per caso, uno che lavora in una tessitura ha detto che hanno effettivamente dei problemi di approvvigionamento, ma non per colpa del canale di Suez, ma perché poiché tante attività si sono fermate i container sono rimasti pieni, e quindi c’è scarsità proprio di questi; addirittura per avere la sicurezza di forniture regolari i committenti pagano anche il ritorno a vuoto, pur di fare in modo che i container non vengano assegnati ad altri trasporti. Che mondo! Pare che ci sia penuria anche di vaschette di plastica per conservare i cibi: ma che cavolo, possibile che non siamo capaci di farcele da soli? Il fatto è che grazie alla globalizzazione tutto è stato delegato in posti del mondo dove la merce costa meno e quando il traffico per qualche motivo più o meno banale, come una pandemia, si blocca, non si è più attrezzati a far fronte alle richieste perché le industrie sono state smantellate.

C’è stato anche un caso, molto pubblicizzato (“atto gravemente ostile” l’ha definito il ministro per caso Di Maio) di spionaggio militare: mi chiedo che gran segreto possa valere 5.000 euro, roba da peracottari. Non sarà tutta una manfrina per non prendere lo Sputnik? A proposito di militari, la commissione difesa ha proposto di destinare parte del Recovery Fund alle spese militari. A me sembra una richiesta di una oscenità sfacciata; ma del resto qualcuno dei migliori, ma anche dei peggiori, sta dicendo qualcosa sulle bombe atomiche che gli americani ci stanno rimettendo in casa? Si sente parlare di riaprire Comiso, roba da rimpiangere la Prima repubblica; Pio La Torre, chi te l’ha fatto fare di farti ammazzare per le tue lotte e le tue idee, hai visto che cialtroni siamo diventati?

In questi giorni ho sentito un certo commissario straordinario ripetere: “siamo in guerra e ci vogliono regole di guerra”. Che io sappia nessuno ci ha dichiarato guerra e nessuno pensa di bombardarci (per ora): i danni che ci ha arrecato il virus ce li siamo fatti per la maggior parte da soli, quando abbiamo smantellato la sanità pubblica e costruito ospedali senza criteri; a livello mondiale non siamo nemmeno stati capaci di togliere i brevetti ai vaccini e fare in modo che chi può se li producesse da solo; abbiamo poi l’apoteosi dell’ipocrisia nel nostro maggiore alleato che i vaccini se li è tenuti per sé non rispettando nemmeno gli impegni presi, ma in compenso ci fa votare (e noi obbediamo da servi sciocchi come siamo) contro l’abolizione della sanzioni a Cuba, paese che nel marasma dell’anno scorso ci aveva mandato medici e infermieri ad aiutarci. Bel ringraziamento!

Infine voglio chiudere con quei cari connazionali che vanno in vacanza all’estero in aereo. Com’è possibile che uno non possa andare a trovare un amico fuori comune e questi se ne partano per le Canarie? Eh, però poverini, poi devono fare il tampone e mettersi in isolamento fiduciario. Ma chi se ne frega! Ma altro che spionaggio, è questo lo scandalo su cui dovrebbero fare le aperture i TG! Ma che diavolo di regole sono queste, sono le solite, quelle che ognuno fa il cavolo che gli pare! Cioè, un parrucchiere che ha messo in regola l’attività non può lavorare, un negozio deve restare chiuso, per poi fare andare in vacanza questi “migliori”? Ma qui siamo al delirio…

Fermiamoci qua, ci sarebbe anche la vaccinazione obbligatoria per i sanitari, ma ne parleremo più in là. Secondo me o l’obbligo c’è per tutti o per nessuno, vedremo cosa diranno i tribunali ai ricorsi dopo le prime sospensioni o demansionamenti, se mai ci saranno.

Amiche e amici, colgo l’occasione per formulare i migliori () auguri di Buona Pasqua e Buone Feste; ieri dal lavoro mi hanno chiesto se ho intenzione di prendere qualche giorno di ferie: e per fare che? Ci si diverte già un sacco così, non è vero?

Infermiera demansionata

Olena à Paris – 42

«E’ in ritardo, contessa»
Jean Biscuit, seduto alla sua scrivania, accoglie con un sorrisetto Olena, entrata nella stanza senza far rumore. La russa, fasciata da pantaloni in pelle neri ed un pullover a collo alto, sempre nero, tiene i lunghi capelli biondi raccolti da una fascia in tessuto stampato con motivi di piccole matrioske variopinte, capelli che ricadono su un giubbotto rosso con stampata sul dorso la scritta CCCP, si avvicina lentamente alla scrivania, tenendo d’occhio il divano laterale sul quale è seduta Gilda, imbavagliata e con la pistola puntata alla testa da Carlos, in piedi dietro di lei.
«Toglietele il bavaglio, prego» intima calma, sedendosi di fronte a Biscuit. «Le hanno fatto del male, signora?» si informa, ma appena libera Gilda la rassicura propompendo in un diluvio di improperi nel vernacolo nativo, linguaggio a cui ricorre sovente nei momenti di tensione.
«Moriammazzati, che ve pijasse un colpo! Natascia, spaccheje la faccia e quarcos’antro, pago tutto io, non te sta a preoccupà pe’ li danni! Jean, bruttu pezzu de merda secca de vacca, pozzi casca’ dentro un puzzu a testa per in gnó, se pò sapé che ti si missu per la testa? Che voli, che cerchi? Tutta ‘sta manfrina per compratte la ditta mia? Tu si’ scemu sulla testa, te l’agghio ditto ‘na orta e te lo ripeto: none! Rassegnete, la Rana non è in vendita, e piuttosto che vennella a te je dò focu! La bbruscio, ì capito?»
Jean Biscuit sorride divertito allo sfogo della Calva Tettuta di cui se pur qualche vocabolo gli è sfuggito ha afferrato il succo, ma anche ammirato dal seno generoso che, mosso dalla indignazione, ballonzola trattenuto a stento dal Wonderbra.
«Gilda, carissima, non è il caso di prenderla così. Se non avessi avuto la testa così dura adesso l’affare sarebbe concluso e non ci sarebbe stato bisogno di questa piccola, come definirla, spintarella…»
«Spintarella la chiami?» ribatte Gilda, che sta recuperando il controllo. «Prima hai provato a farmi chiudere “convincendo”, immagino con che mezzi, i fornitori…»
«Te n’eri accorta?» chiede Biscuit, intrecciando le mani dietro la testa, curioso di sentire il resto. «Be’, con qualcuno è stato facile, è bastato pagarli di più di quello che facevi tu. Con qualcun altro invece, lo ammetto, è stato più… complicato»
«Poi , all’improvviso, le banche che fino al giorno prima mi leccavano i piedi, mi chiudono le linee di fido. Ma che coincidenza! E con loro come hai fatto, Jean?»
«Anche i direttori di banca sono umani, Gilda, ed hanno le loro debolezze ed i loro punti deboli. Prendi quel, come si chiama? Renato Galbiati…»
«Tina?» chiede sorpresa Gilda. «L’hai ricattato? Ma se lo sanno tutti che frequenta i locali gay travestito da majorette. L’hai minacciato di fare uno scandalo?»
«No, in realtà no, della sua vita sessuale non ci siamo nemmeno interessati, se vuoi saperlo. Ma il fatto è che la cara Tina aveva fatto perdere un bel po’ di soldi alla sua banca con speculazioni sulle borse asiatiche, ed io mi sono gentilmente offerto di coprire il buco. Un do ut des, insomma»
«Non cominciare a parlare in marsigliese, eh! Poi ci hai provato con i sindacati»
«Già, anche se quello è stato un totale fallimento. Devo congratularmi con te, Gilda, i tuoi dipendenti sono molto più attaccati alla ditta di quanto lo siano i miei. Come fai, mi incuriosisce molto? Carota e bastone, immagino…»
«Lo sai, “caro” Jean, dove te li puoi infilare la carota e il bastone? Non siamo qui per parlare di relazioni industriali, giusto? Mi spieghi perché ti sei fissato con la mia azienda, non è nemmeno così grande, ho capito che è un mercato che non coprite, ma non siamo mica gli unici che fanno tortellini!»
Jean Biscuit scuote la testa, e si appoggia allo schienale della poltrona con le mani intrecciate dietro la testa.
«In realtà Gilda, e non prenderla come un’offesa, non so che farmene della tua azienda. Tra l’altro i tortellini nemmeno mi piacciono…»
«Che cosa?» chiede Gilda, confusa. «E allora cos’è che vuoi?»

Il presidente della Talnone si alza lentamente, va fino alla vetrata da cui si ammira la visione dell’Arc de La Defence e, spalle agli ospiti, inizia a raccontare.
«Io ed Evaristo avevamo una passione in comune, ti ricordi Gilda? Oltre quella per i soldi, intendo. La caccia, ci piaceva andare a caccia»
«Si, lo so, bambinoni che giocano ancora agli indiani e cowboy» commenta caustica la Calva Tettuta.
«Non mi aspetto che tu capisca o tanto meno approvi, naturalmente. Comunque uno dei posti migliori al mondo per cacciare è l’Argentina, questo lo sai vero?»
«Jean, vuoi farmi un trattato sulla caccia? Vieni al dunque, per favore»
«Dopo le prime volte che andammo laggiù, Evaristo pensò che avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole: comprare un terreno destinato ad allevamento, intestarlo alla società in modo da scaricare tutte le spese, ma in realtà tenerlo come riserva di caccia. L’appezzamento era molto grande, comprendeva perfino una vecchia fattoria in disuso, una hacienda come la chiamano loro, che aveva in mente di ristrutturare e farne una struttura di lusso per cacciatori come noi, e diverse stalle e magazzini diroccati. E fu proprio in uno di questi magazzini che una mattina ebbi la… sorpresa»
«La sorpresa?» chiede Gilda, sorpresa a sua volta.
«Vicino a questo paesino, Tres Lomas, c’è un laghetto che è un vero paradiso… c’è il passaggio di un’infinità di uccelli, il codone delle Bahamas, il Cicero, la Netta peposaca, lo streppolo ed, ovviamente, il beccaccino.¹»
«Ovviamente» interviene Gilda, ironica.
«Avevo intenzione di appostarmi in un casotto che avevo preparato qualche giorno prima, ma lungo la strada si scatenò un violento temporale e così, visto quell’edificio seminascosto dalla vegetazione, decisi di ripararmi lì in attesa che passasse»
«Ma Evaristo dov’era, non eravate insieme?»
«Tuo marito ogni tanto spariva, diceva di andare a visionare dei calciatori per la vostra squadra di calcio; ad un certo punto ho perfino pensato che avesse un’amante…»
«Un’amante?» scatta Gilda, punta nel vivo. «Se scopro che è vero, lo ammazzo! Ah, no, è morto, peccato. Ma ne sei sicuro?»
«Su questo punto era molto riservato, se non era un’amante era comunque qualcosa che non voleva io sapessi… ad ogni modo, quella mattina ero solo; mi feci largo tra gli sterpi e mi trovai di fronte qualcosa che non mi aspettavo: un portone blindato, lì, in mezzo al niente! La curiosità era troppo grande, corsi in paese a cercare un fabbro e mi feci aprire. Mi aspettavo una struttura fatiscente, e invece mi ritrovai all’interno di un magazzino ben conservato, ordinato, che all’apparenza non era stato aperto da molto tempo… aprii un paio di casse, e rimasi di stucco. Tutto mi aspettavo tranne che di trovare dei quadri nella pampa!»
«E naturalmente dicesti tutto a Evaristo, giusto?» chiede Gilda, incuriosita.
«Be’, pensai, perché disturbarlo? Lui aveva il suo piccolo segreto, quello sarebbe stato il mio… richiusi tutto, e una volta tornati a casa, presi un esperto di arte e lo portai in Argentina; alla vista dei quadri gli venne quasi un colpo, non riusciva a credere ai suoi occhi… gli chiesi di rimanere, di verificare tutto e di fare un inventario, senza dare nell’occhio naturalmente; per sicurezza gli misi alle costole un sorvegliante per controllarlo. Le sue ricerche portarono a risultati stupefacenti, quei pezzi erano tutti autentici ed originali; parecchi risultavano rubati durati la seconda guerra mondiale, altri addirittura distrutti; era come impazzito, diceva che erano opere di un valore incommensurabile, erano un patrimonio dell’umanità, bisognava restituirli ai proprietari, o renderli pubblici. Un idealista… mi dispiacque dover fare a meno della sua competenza»
«Che gli è successo, l’hai fatto fuori?»
«Ebbe un brutto incidente, purtroppo cadde dall’elicottero che lo stava riportando a Buenos Aires» risponde Biscuit. «Non aveva allacciato la cintura di sicurezza»
«Che sfortuna» commenta ironica la Calva Tettuta.
«Già, una vera disdetta. Cominciai a far la corte a tuo marito, se mi avesse venduto la proprietà avrei potuto gestire la situazione senza destare sospetti; ma lui svicolava sempre, diceva di essercisi affezionato; alla fine però mi contattò lui, e mi disse che era disposto a cedermi la proprietà»
«Davvero? Io non ne sapevo niente» dice Gilda, sorpresa.
«Mi disse che gli servivano dei fondi extra per un progetto che stava portando avanti; voleva essere pagato in nero, per buona parte, ma purtroppo non facemmo in tempo a concludere l’affare, perché Evaristo poco dopo morì»
«Pace all’anima sua» commenta Gilda, ripensando al progetto al quale suo marito stava lavorando, niente meno che inserire nei ripieni dei tortellini delle nanoparticelle programmate in modo da controllare il cervello di chi le avesse ingerite² .

¹ Scoprite l’intruso.
² cfr. Natale con Olena, 2017

Cronachette dell’anno nuovo (20)

Mi sono comprato dei bastoni da trekking, o da nordic walking, insomma per appoggiarcisi quando si cammina. Mi porto avanti per quando ne avrò veramente bisogno, penseranno i più irriverenti; in realtà sembra che camminare con questi appoggi apporti dei benefici alle articolazioni delle spalle, alle braccia ed alla colonna vertebrale: e non vogliamo approfittare di tanti vantaggi?  Certo, si potrà apparire un po’ originali, specialmente se invece di andarsene per sentieri di montagna si battono le strade del quartiere; da parte mia non mi preoccupo tanto dell’opinione dei vicinati quanto di schivare le cacche di cane che infestano i marciapiedi, mai tante come in questo periodo, segno inequivocabile di un imbarbarimento generale.

Sono stato redarguito, per l’occasione, perché ho fatto l’ordine proprio il giorno dello sciopero dei dipendenti di Amazon. Mea culpa mea culpa mea maxima culpa, me ne ero dimenticato: comunque gli articoli sono stati recapitati alla velocità della luce, spero in generale che lo sciopero sia riuscito, così come quello dei riders, ovvero i fattorini che consegnano il cibo a domicilio (a proposito: ho scoperto che anche un supermercato non  molto lontano ha attivato il servizio di delivery di piatti pronti, appoggiandosi ad una di queste società, finirà che non usciremo più di casa anche quando la pandemia sarà finita…): lavorare va bene, ma essere schiavi no.

Nella regione dove vivo, la Lombardia, e specialmente nella città dove vivo, Como, c’è ancora caos per le vaccinazioni. Chiamate mai arrivate (ieri parlavo con un vicinato, che ha più di ottant’anni: ha fatto la prenotazione lo stesso giorno della moglie, quasi coetanea _ con l’aggravante che lei ha avuto un tumore poco tempo fa _ e lui è stato chiamato ed ha avuto la prima dose, la moglie ancora no: avrebbero voluto andare nel paesello in cima al lago dove hanno una casetta, ma dovranno aspettare qua), gente chiamata a vaccinarsi a chilometri di distanza, altri chiamati prima che i centri vaccinali siano aperti, altri convocati tutti alla stessa ora con conseguenti assembramenti… insomma, i migliori non mi pare siano tanto migliori, hanno buttato tutta la colpa sul “povero” Gallera ma i nuovi non mi pare che brillino. Figura barbina anche della società di informatica Aria, un elefante; defenestrato il Cda (bene) hanno lasciato il direttore generale (male). Ma non succederà niente, non preoccupatevi, cane non mangia cane…

 A proposito di cani, Bertolaso è venuto a Como per visionare delle possibili località per impiantare i centri vaccinali. Che prima si sia strillato perché non c’erano i vaccini ma non ci si sia preoccupati di stabilire dove farli, mi pare demenziale; e sia chiaro questa è esclusiva responsabilità delle regioni, che naturalmente cercheranno di scaricare sul governo, che secondo me ha avuto una sola colpa ed è stata quella di non sfruttare l’emergenza per riprendere in capo allo Stato tutta la Sanità. Bertolaso ha visionato, non molto lontano da dove abito, la Piazza d’Armi ovvero una spianata dove venivano i Circhi ed i Luna Park; il suo commento è stato “fa schifo” ed ha preferito Villa Erba, una location senz’altro più suggestiva, attrezzata con padiglioni a vetro, dove in primavera si svolgeva Orticolario, una grande fiera di piante e fiori e attrezzature per giardinaggio, e dove per un certo periodo si è svolto il mercato delle vacche, pardon, dei calciatori. L’amministrazione comunale, toccata sul vivo (almeno l’erba avrebbero potuto mandare qualcuno a tagliarla però, se volevano evitare la figuraccia) ha replicato indignata, Bertolaso si è scusato per i toni ma non per la sostanza. Io credo che la sostanza invece sia che il posto, che andava certo ripulito, era più che idoneo; è adiacente a due grandi parcheggi, vicino alla fermata di due bus (che, se ritenuti insufficienti, avrebbero pututo essere supportati da navette), ed in quanto all’allestimento la protezione civile ci avrebbe messo un amen a piazzare i tendoni necessari, o al limite si potevano chiedere in prestito a Nando Orfei… a pensar male si fa peccato, ma stranamente Villa Erba è privata e quindi bisognerà pagare un affitto, poca roba si è premurato di rassicurarci l’ineffabile consulente. Comunque io in fondo sono contento, non mi sarebbe piaciuto che avessero poi preso la palla al balzo per costruire qualcosa anche in quell’area: che rimanga a disposizione di chi ci porta a spasso il cane e di chi ci va ad esercitarsi a far volare i droni, come ho visto passando, l’altro giorno. I cani che correvano mi hanno messo un po’ di nostalgia, ho ripensato a quella volta che ci avevo portato il mio e questo si era rotolato su della paglia lasciata dal circo, dove c’era evidentemente l’odore dei leoni: non so quanto tempo e quanti bagni sono occorsi per togliergli di dosso quel profumo…

Chiudo con un ricordo triste, venti anni fa moriva un amico, più giovane di me di qualche anno, fratello di un amico di infanzia; aveva sempre avuto la passione del teatro, iniziò l’attività nelle recite di paese, nei varietà  a cui partecipavamo con la nostra orchestrina, poi decise di fare sul serio, frequentò l’accademia a Roma e divenne professionista; quella sera aveva recitato a Padova il Re Lear con la compagnia di Glauco Mauri, e mentre tornava in albergo venne investito da un tram. Quando ripenso a questo incidente assurdo non posso fare a meno di pensare che, in fondo, è il caso che guida e gioca con le nostre vite.

L’altro giorno, il 25 marzo, è stato il Dantedì ovvero la giornata dedicata a Dante Alighieri, nella data che gli studiosi riconoscono come inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. La Rai ci ha propinato la replica di Benigni che legge un canto; purtroppo a me Benigni come attore è piaciuto solo in due occasioni, nel Piccolo Diavolo (perché c’era un enorme Walter Matthau) e in Non ci resta che piangere (con un grande Massimo Troisi); tralascio l’Oscar per La vita è bella, su cui secondo me hanno influito più valutazioni politicamente corrette che di merito, ma a me sinceramente sentire Benigni leggere la Divina Commedia o la Costituzione e l’elenco telefonico fa, come a Fantozzi la corazzata Kotiomkin, cagare.

Detto ciò, care amiche e cari amici, la rubrichetta si interrompe qua; ormai l’anno nuovo è ben avviato, ci governano i migliori e quindi possiamo dormire tra due guanciali; prendendo esempio da loro troverò un altro titolo, per fare esattamente quello che facevo prima… a presto!

Olena à Paris – 41

«Non mi sembra una buona idea, mister» dice l’uomo al telefono.
«A me sembra ottima, invece. Una riunione di lavoro fuori orario, senza impiegati e segretarie tra i piedi. Cosa potrebbe succedere? La donna è in mano nostra, i tuoi uomini saranno pronti qua fuori, ed abbiamo gli altri due ostaggi a Saint Sulpice. Cosa non ti quadra?»
«Lei sa benissimo che se anche la signora firmerà la vendita, senza testimoni e senza notaio potrà impugnarla in ogni momento. Senza contare che appena uscita di qui andrà direttamente a denunciarla»
«Per le, diciamo, formalità burocratiche, non devi preoccuparti, a quello penso io. Il resto invece è compito tuo…»
«Cioè?»
«La signora avrà un terribile incidente d’auto, tipo Lady Diana, hai presente? La colpa naturalmente sarà dell’autista ubriaco. Che sfortuna, la donna era depressa da tempo, provata dalla morte del marito, non sopportava più la responsabilità e proprio per questo aveva appena affidato l’azienda nella mani della Talnone, con cui aveva rapporti di stima reciproca. Proprio stasera aveva deciso di festeggiare insieme a mia moglie, una disgrazia…»
«Sua moglie? Questo le costerà di più, non era nei patti.»
«Ho mai fatto problemi di soldi? E non c’era nessun bisogno di ammazzare Calderon, sai bene che avrei pagato, come sempre»
«Giusto per essere sicuri, mister, giusto per essere sicuri. Proprio un bel film, non c’è che dire. Posso fare solo un piccolo appunto?»
«Appunto? Di che tipo?»
«Ha pensato anche alla parte per la contessa?» chiede Carlos, ironicamente.
«Ah, già, la tua amica… mi sembra che abbiate un vecchio conto in sospeso, dico bene? Sono fatti tuoi, l’unica cosa che ti chiedo è di non sporcare di sangue gli uffici, gentilmente. Ah, usate l’ascensore riservato per salire, non ci sono telecamere lì. Il codice è 15081944, la liberazione di Parigi, merde»

Per l’ultima puntata di Lacrime e Laterizio, i koala ed il piccolo Chico si sono agghindati e si sono muniti, con la complicità delle cuoche di Villa Rana, di una buona scorta di riso da tirare al televisore al momento della uscita dalla chiesa della coppia di sposi, e si preparano a lottare per aggiudicarsi il bouquet che la sposa, secondo tradizione, lancerà alle sue spalle. Miguel, che ai matrimoni si commuove sempre, tiene a portata di mano un pacchetto di Kleenex, e si rigira tra le dita l’anello che aveva regalato alla sua ex-fidanzata, il transessuale cubano Paio Pignola¹, e che questi gli aveva restituito insieme ad una congrua dose di schiaffi alla scoperta che l’innamorato aveva avuto un figlio dall’attrice di telenovelas Conchita, la donna barbuta. La quale, nelle vesti di Rosa, giovane ingenua sedotta dal gagliardo capomastro Ramon, accompagnata dal suono della marcia nuziale di Mendelsshon, percorre ora la navata centrale della basilica minore della Purissima Concezione di Maria di Monterrey, meglio nota come Virgen Chiquita, al braccio di suo padre, per raggiungere l’altare dove l’aspetta l’anziano Don Carlos, suo promesso sposo.
ROSA (tra sé) Madre de Dios, aiutami tu.
PADRE PINEDA Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti per celebrare le nozze di questi due giovani… ehm, di questa giovane e questo… ehm, di questi due innamorati!
DON CARLOS (sottovoce) Come sei bella, Rosa, non vedo l’ora…
DONNA TERESA (al marito) Guarda come sta sbavando quel caprone. Se tua figlia ci sa fare, quello schiatta stanotte stessa. Volesse la Vergine Misericordiosa! (si fa il segno della croce)
PADRE PINEDA Volete voi, Don Carlos Almeyda y Azulgrana, prendere in sposa la qui presente Rosa Granjero, e promettete di amarla, onorarla e rispettarla, finché morte non vi separi?
DON CARLOS Lo voglio! (sottovoce a Rosa) Eccome, se lo voglio…
DONNA TERESA (tra sé) Spara le ultime cartucce, mummia, che tra poco sarò la madre della vedova Almeyda e Azulgrana…
PADRE PINEDA (accelerando) Volete voi, Rosa Granjero, prendere in sposo il qui presente Don Carlos eccetera eccetera, e promettete di amarlo onorarlo eccetera, finché morte non vi separi?
ROSA (si guarda intorno sgomenta)
PADRE PINEDA Figliola, hai capito la domanda? Vuoi tu eccetera eccetera? Non è difficile, su, che fa caldo e ci aspetta il rinfresco.
ROSA Ecco, padre, io…
DONNA TERESA (al marito) Che sta combinando quella disgraziata? Quant’è vero Dio, se fa la matta la ammazzo con le mie mani.
DON CARLOS Rosa, Rosetta, hai sentito quello che ti ha chiesto Padre Pineda? Capisco, sei emozionata, e chi non lo sarebbe nel diventare la nuova baronessa Almeyda y Azulgrana. Ora fai così, respira a fondo, e poi rispondi alla domanda.
ROSA Don Carlos, devo dirvi una cosa…
Mentre sulla faccia di Don Carlos si dipinge una smorfia di disappunto e Donna Teresa si alza in piedi pronta a balzare sulla figlia, dal sagrato arriva il rumore di una marmitta scoppiettante di una vecchia Gilera, seguito dal suono prolungato del clacson. Un sorriso illumina il volto di Rosa, con le due mani alza la gonna dell’abito da sposa, scalcia via le scarpette e corre scalza verso l’uscita.
DONNA TERESA Torna qua, assassina! Don Carlos, sposate me al posto suo! Chi se ne frega se sono sposata! Rosa! Rosa!!!
Ma Rosa è già uscita ed è arrivata alla moto; il guidatore scende, apre il cavalletto, si toglie il casco e rivolge alla mancata sposa un gran sorriso.
ROSA Cominciavo a pensare che non saresti venuta.
SUOR MATILDA Non mi partiva la moto, ho dovuto convincere le altre suore a spingere.
ROSA E adesso?
SUOR MATILDA E adesso baciami, scioccona.
Gli invitati, sulla scalinata della chiesa, restano basiti a guardare la scena; infine le due infilano i caschi e si preparano a partire, seguite dalle urla disperate di una madre dal cuore spezzato.
DONNA TERESA Rosa! Lesbicaccia, torna qua! Rosa! Io ti maledico!
E, prima di svenire, l’ultima cosa che vede della figlia è il dito medio alzato in segno di affettuoso saluto.

“Io ti maledico, io ti maledico!” urlano i koala, rincorrendosi con il dito medio alzato e lanciandosi pugni di riso mentre Miguel, intenerito dalla vista della madre di suo figlio che scappa con una suora, si soffia il naso rumorosamente.

Olena à Paris – 40

«Ottimo, ottimo, bel lavoro!»
Jean Biscuit, seduto sulla sua poltrona presidenziale, sottolinea la esclamazione di soddisfazione picchiando la mano libera sulla scrivania in legno di mogano. Il dolore che il palmo della mano gli rimanda, nonché il picchiettìo lieve alla porta dell’ufficio, lo inducono a chiudere la telefonata.
«Avanti!» grida verso la porta con malagrazia, salvo ricomporsi alla vista di chi sta entrando.
«Antonietta! Che sorpresa cara, come mai da queste parti?» chiede Biscuit alla moglie, non abituato ad averla tra i piedi al lavoro, e per la verità nemmeno a casa.
«E’ tutta la mattina che sto cercando di parlarti» risponde Antonietta «il tuo telefono è sempre occupato, così dato che ero qua vicino ho pensato di venirti a trovare di persona»
«Ma amore, che bisogno c’era? Potevi lasciar detto a Geneviéve, ti avrei richiamata io…»
«Sì, figurarsi, te ne saresti dimenticato e poi avresti accampato qualche scusa, come al solito. Ah, vedo che sei solo, dove hai mandato Chantal, a fare fotocopie?» chiede Antonietta, con un lieve sarcasmo nella voce.
«Chantal? Non so, mi ha chiesto una settimana di permesso, doveva accudire una vecchia parente venuta a visitarla, o almeno così mi ha detto. Ma dicevi, cara, mi cercavi per…?» chiede Jean, cambiando discorso.
«Avevo intenzione di invitare Gilda Rana alla settimana della moda, ma non riesco a rintracciarla. Tu sai per caso se c’è in giro qualche fiera alimentare, del tortellino o roba del genere?»
«Fiere? No, non mi sembra che ci siano manifestazioni in calendario al momento. Ma scusa se te lo chiedo, cara, come mai questo invito?» chiede Biscuit, sospettoso. «Lo sai come la penso in questi casi, mai legarsi troppo a quelli che potrebbero diventare concorrenti. Negli affari le amicizie sono una bella cosa, ma possono anche diventare pericolose…»
«Fammi capire Jean, io ho mai avuto niente da ridire quando te ne andavi in Argentina a sparacchiare con suo marito? E io non dovrei essere libera di invitarla quando voglio? Guardami negli occhi, Jean, e stammi bene a sentire. Gilda è una mia amica, conosci questa parola? Amica. Spero che ci siamo capiti, “amore” » e Antonietta lascia l’ufficio senza dar tempo al marito di rispondere. Jean guarda la moglie allontanarsi, stringe le mascelle e batte ancora una manata sul tavolo, stavolta di rabbia.

Il cicalino dell’interfono lo riporta alla calma.
«Dottore, c’è una chiamata per lei, è molto insistente» comunica Geneviéve.
«Chi è?»
«Una certa contessa Kasprowicza, dice di essere una sua vecchia amica.»
«Passamela» dice Jean sorridendo, e saluta l’interlocutrice con esagerata deferenza «Contessa, i miei più sentiti omaggi».
«Monsieur Biscuit, che piacere sentirla. Volevo dirle che ho ricevuto il suo messaggio e naturalmente sarò lieta, per quanto mi è possibile, di aderire alla sua squisita proposta»
«Ne sono onorato, “contessa”» continua Biscuit, sempre recitando. «Le va di vederci stasera al Ritz, in Place Vendôme, per discutere diciamo i… ehm, dettagli?»
«Lei è un diavoletto, Biscuit. Ma non voglio incomodarla, sono sicura che la sera avrà di meglio da fare che discutere di affari con una anziana signora»
«Da quanto mi risulta lei è tutt’altro che anziana, madame…»
«Lei è molto galante, monsieur, ma non deve scomodarsi. Aspetti lì, verrò a trovarla io dopo la chiusura degli uffici. Ah, Biscuit, non si azzardi a chiamare la sicurezza o fare qualche altro scherzo, non vogliamo scandali, non è vero? Chiami il suo scagnozzo e gli dica di portare la signora. Da solo»
«Non credo che lei sia in grado di dettare condizioni, contessa o capitano o chi diavolo è» minaccia Biscuit, sprezzante. Dall’altro capo una voce carica di delusione risponde scandendo lentamente le parole.
«Biscuit, tu mi sembri una persona intelligente, perciò te lo dirò una volta sola. Fai quello che ti dico, e nessuno si farà male. Fai qualcosa di stupido ed io ti strappo le palle, te le trifolo e te le servo con gli champignons. M’avez-vous bien compris?»