Una birra per Olena (XXXI)

In un modesto appartamento sulla Max-Joseph Strasse, non distante dalla Karolinenplatz, la confusione creata da quattro ragazzini urlanti è rotta dal suono insistente del campanello d’ingresso; la padrona di casa, una quarantenne energica, dopo aver lanciato un grido di ammonimento e aver distribuito scapaccioni a quelli meno lesti ad allontanarsi, va ad aprire la porta.
Alla vista dei due visitatori, una bella donna non molto alta con un gran seno e con in testa un turbante di seta ed il suo maggiordomo con in mano una valigetta ventiquattr’ore, il viso le si illumina in un sorriso.
«Frau Rana, che sorpresa! Entrate, entrate, prego… scusate il disordine» li invita la donna.
«Non preoccuparti, Hilda» dice Gilda cercando di evitare le pozze di liquido non definito sparse sul pavimento «anzi scusa se non ci siamo annunciati ma passavamo da queste parti con James, ricordi James vero cara? E ci siamo detti: “qui vicino deve abitare quella cara Hilda, perché non andiamo a trovarla?” Ed eccoci qua, spero di non disturbare…»
«Al contrario, mi fa molto piacere che siate venuta, è molto bello da parte vostra»
«Ma figurati, cara. Come vanno le cose, i bambini stanno bene? E lo stato di famiglia l’abbiamo sistemato, o quello scavezzacollo di Helmut si rifiuta ancora di riconoscere i suoi figli?» si informa Gilda, premurosa.
«Oh no Frau Rana, Helmut è cambiato, negli ultimi tempi ha avuto quasi una metamorfosi, sembra un’altra persona!»
«Davvero, cara? Roba da non credere, non è vero James? Deve essere una specie di miracolo!»
«Si, è proprio un miracolo, ed è tutto merito vostro!» concorda Hilda.
«Merito mio, dici? Non vorrei intestarmi meriti che non ho, cara. Devo avere dei vuoti di memoria, ma non mi sembra di aver fatto niente di particolare…»
«Voi siete troppo modesta, Frau Rana! Se non aveste assunto Helmut nella vostra fabbrica, nonostante i fastidi che vi ha dato in passato… un gesto di grande generosità da parte vostra! Mi ha anche detto che non volevate farlo sapere in giro perché non ci tenete ad essere ringraziata… ma io invece voglio che sappiate quanto vi siamo grati»
«Ah ecco, io l’ho assunto in fabbrica…» ripete Gilda lanciando a James uno sguardo di intesa «ma non c’è bisogno di ringraziarmi cara, sai com’è, quando si può dare una mano… e poi devo dire che anche Jürgen ha messo una buona parola per il suo fratello gemello»
«Davvero? Questo mi sorprende… quei due non vanno proprio d’accordo, non si parlano da anni… tutta colpa di Helmut e del suo caratteraccio»
«Anche nelle migliori famiglie possono esserci incomprensioni… so io quante ne ho passate con il povero Evaristo, pace all’anima sua. Ma non voglio farti perdere ulteriore tempo Hilda, in realtà avrei proprio bisogno di parlare con tuo marito, è in casa?»
«Oh si certo, ma purtroppo non si sente molto bene, infatti oggi non è potuto venire al lavoro…»
«Ti prometto che lo disturberò il minimo indispensabile cara, ma è abbastanza importante che io possa parlargli, pensi sia possibile?»
«Ma certo signora, ci mancherebbe altro… Venite, faccio strada»
Hilda si dirige verso la camera seguita da Gilda e James, apre la porta lentamente, mette dentro la testa e annuncia:
«Helmut, indovina chi è venuto a trovarti?»

Il piccolo bilocale al secondo piano in piazza Karlsplatz è insolitamente animato. Una pelliccia violetta è appesa nel corridoio a coprire il poster dell’Ispettore Derrick, e diversi indumenti sparsi qua e là per la casa testimoniano di una certa frenesia nel liberarsene, che solo un osservatore poco attento potrebbe imputare ad un sovra-funzionamento del riscaldamento condominiale.
Olena, in négligé nero, è seduta sul divano con le lunghe gambe distese e sorseggia un calice di Franciacorta accompagnandolo con delle tartine al burro artigianale e caviale del Volga, mentre Horst Tupperware, in boxer giallorossi e canottiera di cotone, sbocconcella un bratwurst con una fetta di pane di segale.
«Complimenti Panzerotto, sei stato davvero bravo» proclama Olena, alzando il calice alla salute del padrone di casa.
«Bè, insomma, considera che era parecchio che non lo facevo…»
«Non mi riferivo a quello, stupido. Sei stato bravo a intervenire al momento giusto… come hai fatto a capire tutto?»
«Diciamo che è stato un colpo di fortuna…» si schermisce Horst.
«Di questo non avevo dubbi ma come è successo, racconta…»
«Lo scorso dicembre, alla festa annuale della polizia, mi capitò di inciamp… ehm, conoscere la moglie di Muller. La festa era davvero noiosa, ed ero appena uscito in giardino a fumare una sigaretta…»
«Non sapevo che tu fumassi…» lo interrompe Olena.
«Ehm, in realtà stavo rollandomi una canna, ma non è questo l’importante. Ero lì a farmi i fatti miei, quando si avvicina la moglie di Muller, un po’ traballante dal troppo spumante bevuto; mi giro per salutarla, nascondendo lo spinello, quando questa inciampa, mi si aggrappa addosso e mi tira giù. L’ho aiutata prontamente a rialzarsi ma come ha riacquistato la posizione eretta ha pensato bene di liberarsi di tutto quello che aveva mangiato e soprattutto bevuto vomitandosi addosso… una situazione davvero imbarazzante. Ho cercato di aiutarla a ripulirsi e stavo per andare a chiamare il marito ma lei mi ha pregato di non farlo, non voleva metterlo in imbarazzo, e mi ha chiesto se potevo accompagnarla a casa a cambiarsi…»
«Un po’ imprudente da parte tua, non credi?»
«In quel momento l’unica mia preoccupazione era che la moglie di Muller non mi vomitasse in macchina… una volta arrivati, l’ho aiutata con le chiavi di casa e a salire le scale per andare al piano di sopra; mi ha pregato di aspettarla un attimo, l’ho sentita fare una telefonata e poi sbattere la cornetta violentemente, dopodiché è scomparsa e pensavo si fosse addormentata, infatti me ne stavo andando quando… »
«Quando?» incalza la russa, partecipe.
«Quando è uscita dalla camera aveva ripreso totalmente il controllo di sé: aveva fatto una doccia e si lasciava dietro una scia di profumo… è venuta verso di me coperta solo dall’accappatoio, e mi ha chiesto di scusarla per la scena alla quale avevo assistito, e se avesse potuto fare qualcosa per farsi perdonare…»
«Scommetto che qualcosa l’hai trovato» ipotizza Olena, ironica.
«Erica, ehm… la signora Muller, era estremamente dispiaciuta, mi sembrava brutto lasciarle dentro un senso di colpa»
«Lo immagino. Non mi sarei aspettata niente di meno da un gentiluomo come te»
«Abbiamo fatto una chiacchierata molto interessante… avevo sempre creduto che Dieter Muller fosse un vanesio, un opportunista ed un arrivista, ma il ritratto che ne fece la moglie andava ben oltre… era un corrotto, un vizioso, un violento; Erica aveva paura a denunciarlo e mi chiese se potevo fare qualcosa per aiutarla. Cominciai a metterlo sotto controllo ed in breve scoprii il suo coinvolgimento in diversi affari sporchi; misi sotto controllo anche i suoi scagnozzi, Bodo e Lutz…»
«A proposito di quei due, perché non sei venuto ad aspettarmi all’aeroporto?» chiede Olena,
«Oh, ma io c’ero… quando però ho visto che quei due ti avevano avvicinata ho ritenuto più prudente non farmi notare. Tra l’altro nel manganello di Bodo avevo messo una microspia, non so se mi spiego» butta là Horst, accennando all’uso improprio a cui il suddetto manganello era stato destinato nell scontro all’aeroporto.
«E le teste di cuoio, come hai fatto a convincerle? Hai bluffato, dì la verità…»
«Assolutamente no!» risponde Horst, scandalizzato. «Ho solo fatto una chiamata ad una vecchia amica…»
«Ma come fai ad avere il numero della cancelliera? Non vorrai dirmi che…» chiede Olena, sbalordita.
«Top secret. E comunque acqua passata…» poi, vedendo che si sta ingenerando un equivoco, continua:
«Ma che vai a pensare? Ci siamo conosciuti a Lipsia, ai tempi della DDR… lo sapevi che è figlia di un pastore che si è trasferito dalla Germania Ovest alla Germania Est? Ero molto amico del fratello, e della sorella… ogni tanto facevamo il bagno nudi nell’Elba, tutto qua. Ma perché mi guardi in quel modo?» chiede Horst, disorientato dallo sguardo sornione di Olena.
«No, niente… hai finito il salsicciotto?» e lo invita a sedersi sul divano, indicandogli il posto libero. Horst si avvicina titubante, e Olena gli sussurra all’orecchio:
«Vieni qua, che ti canto Lili Marleen…»
«Per la miseria Olena, è la quinta volta, non so se…» mette le mani avanti Horst, preoccupato.
«Sshh…» lo zittisce Olena, mettendogli un dito sulle labbra. Poi si alza, lascia cadere a terra la sottoveste, si siede sulle gambe di Horst ed inizia a cantare con voce roca:
“Vor der Kaserne,
Vor dem großen Tor,
Stand eine Laterne.
Und steht sie noch davor,
So woll’n wir uns da wieder seh’n,
Bei der Laterne wollen wir steh’n
Wie einst, Lili Marleen.
Wie einst, Lili Marleen.“

«Caro Helmut, come stai? Hilda mi stava giusto dicendo che non ti senti molto bene»
«Cough, cough…» tossicchia Helmut «Niente di grave, solo qualche linea di febbre, Frau Rana… forse un’infreddatura…»
«In effetti non ha una bella cera, non è vero James?» chiede Gilda al maggiordomo.
«Trovo il signor Matthaeus notevolmente pallido, signora. Più che un raffreddore, ritengo possa trattarsi di una costipazione» diagnostica James.
«Helmut, Helmut, tu devi riguardarti. Per fortuna ci siamo qua noi… James, procedi»
Sotto lo sguardo preoccupato del padrone di casa, James estrae dalla valigetta una sacca di plastica contenente un liquido chiaro, ed un lungo tubo di gomma.
«Ehm, che volete fare con quella… cosa?» chiede Helmut, sospettoso.
«Oh, niente caro, è solo un clistere di saliscardo. E’ un toccasana, vedrai che ti sentirai immediatamente meglio»
«Ma io non voglio fare il clistere!» protesta Helmut.
«Mi meraviglio di te» lo rimprovera Gilda «Vuoi forse mettere in dubbio la competenza di James?»
«No, ma io non…»
«Ah, ma forse sei timido e sei restio a mettere in mostra il tuo didietro » ipotizza la Calva Tettuta «Lo capisco, forse sei in imbarazzo per via di quel piccolo inestetismo…»
«Inestetismo? Ma di che…»
«Ma si, quella buffa voglia… e comunque Helmut insomma, non sarà mica la prima volta che mostri a qualcuno le chiappe! Su, forza, poche storie, James, insuffla!»
«Noo!!»
Gilda e James, a braccia conserte, sostano perplessi guardando l’uomo che, aggrappato alla testiera del letto, fa i capricci rifiutandosi di abbassare i pantaloni del pigiama.

Finalmente Gilda rompe il silenzio e sblocca la situazione:
«Jürgen Matthaeus, quanto deve durare ancora questa commedia? Ti avverto che mi prudono le mani. O preferisci che chiami Hilda?»
«No, vi prego, Hilda no!» implora l’uomo in pigiama, mettendosi seduto sul letto.
«Oh, così va meglio. Vuota il sacco e vedi di non tralasciare niente» intima Gilda.
«Si, ehm, ecco… non so se avete presente Baldegunde, la cameriera del Paulaner am Nockherberg»
«Quella simpatica ragazzona? Ma certo, ma che c’entra Baldegunde adesso?»
«Ecco, ero riuscito a convincerla a venire a visitare, ehm, la mia collezione di farfalle, ma sfortunatamente avevo dimenticato le chiavi di casa in ufficio… così arrivai di notte allo stabilimento, e con mia grossa sorpresa trovai il cancello socchiuso, e un reparto con le luci accese. Come sa, signora, noi non lavoriamo su turni di notte, così andai a controllare se qualcuno non avesse dimenticato le luci accese, anche se i controlli spettano al custode»
«Il custode lo sistemiamo dopo, vai avanti adesso» ordina la Calva Tettuta.
«Avvicinandomi sentii dei rumori di macchine, e delle voci… così mi nascosi e li vidi! C’era mio fratello, Helmut, che sembrava il capo, ed una squadra di operai che stavano facendo andare le macchine non per produrre il nostro impasto ma una loro sostanza che alla fine mettevano dei tortellini… arrivarono addirittura due camion con le insegne Rana per caricare la produzione. Sentii Helmut parlare con un suo complice di quantità e consegne da rispettare, e che nei giorni seguenti si sarebbe dovuto lavorare ancora di più… ero frastornato, mio fratello stava organizzando qualcosa di brutto nella mia fabbrica, ma era pur sempre mio fratello… nei giorni seguenti riuscii a capire che avevano modificato le macchine, allora ne ordinai di nuove falsificando la sua firma.»
«Lo sapevo di non essere stata io!» dichiara Gilda «e nemmeno Flettàx!»
«Pensavo che, togliendo dalle linee le macchine vecchie, non avrebbero più potuto operare… ma loro diedero fuoco alle nuove macchine. A quel punto non sapevo più cosa fare, e mi procurai una quantità di nandrolone che portai nel magazzino ed avvisai con una telefonata anonima il giudice Ritzenberg»
«Che ci ha messo sotto sequestro gli impianti» conclude Gilda «Ma dico, non era più facile denunciare tuo fratello? Non mi pare che ci fosse questo gran legame tra di voi!»
«Avrei dovuto farlo, ma volli operare una piccola vendetta» confessa Jürgen. «Ricorderete la scenata che Hilda mi fece all’Hofbrauhaus, vero?»
«Eccome se lo ricordiamo» risponde Gilda, mentre James rabbrividisce.
«Non riuscivo a capire come Hilda potesse scambiarmi per mio fratello… ma poi mi resi conto che, in effetti, a parte quel piccolo particolare, siamo identici. Così la sera successiva passai allo stabilimento, vidi Helmut al lavoro e andai a casa sua, spacciandomi per lui. Hilda fu abbastanza sorpresa, perché mio fratello le aveva raccontato di fare il turno di notte; ma riuscii a convincerla, anche grazie ad una bottiglia di champagne ed ad un gioiellino…»
«Insomma, hai sedotto tua cognata! Sei un porcellino, te l’avevano mai detto? E Stielike?»
«Stielike lavorava per Helmut, teneva una contabilità parallela… le spese per l’acquisto delle loro sostanze le affogava nelle spese generali, ma quando la Finanza è venuta a fare i controlli si è spaventato… ha minacciato di confessare tutto e ha chiesto una grossa somma di denaro per riparare all’estero… così Helmut lo ha fatto uccidere, ma i suoi scagnozzi non hanno avuto il tempo di nascondere il corpo ed i registri»

«Jürgen, mi dispiace ma ti devo licenziare» dichiara Gilda, alla fine della storia.
«Capisco, signora» dice Jürgen, mortificato. «Sono a sua disposizione per una confessione piena »
«Confessione, Jürgen, ma di che stai parlando? Ti sembro per caso un prete? Spiegaglielo tu, James»
«La signora vuol dire che siccome lei, Jürgen Matthaeus, è stato arrestato, verrà licenziato in tronco. Ma nulla osta che sempre lei, Helmut Matthaeus, venga assunto, cosa del resto di cui la sua “consorte” Hilda è già convinta»
«Volete dire che potrò continuare a…» dice Jürgen-Helmut, indicando se stesso e la stanza intorno.
«Non mi sono spiegata, evidentemente» precisa Gilda. «Tu non “potrai”, ma dovrai continuare ad essere Helmut. E vedi di non farti mai scappare una parola su questa faccenda, o che Hilda abbia a lamentarsi, ci siamo capiti?»
«Certo, certo, io non so davvero come ringraziarvi…»
«Naturalmente» lo ferma Gilda «permetterai che facciamo una piccola verifica. Sai com’è, una formalità»
«Ma certo signora, tutto quello che volete!» concede Jürgen, confuso ma sollevato.
«Ottimo, allora. James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, infilandosi dei guanti.

«Vai con l’acquaragia»

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Ed è (finalmente) THE END! Ma non andate via, Miguel ci aspetta alla sua festa!

 

 

Una birra per Olena (XXX)

Tornati al riparo all’interno della palestra, i nostri cercano di organizzarsi per respingere l’imminente attacco della trentina di poliziotti che circondano l’edificio.
All’esterno un Dieter bruciacchiato dal razzo che gli ha indirizzato nonna Pina e solo per un pelo non l’ha mandato all’altro mondo osserva nervosamente l’avvicinarsi delle troupe televisive che, attirate dalle segnalazioni di spari, si sono dirette verso la zona.
«Ci mancavano solo i giornalisti… » dice Dieter a Franz. «Tienili lontani, per l’amor del cielo!»
«E’ una parola! Non siamo mica a Mogadiscio…» risponde Franz, sempre più preoccupato.
Infatti in poco tempo il cronista Leo Breitner supera i cordoni di sicurezza e si avvicina al capo della polizia:
«Herr Muller, può informarci su quello che sta succedendo?»
Muller risponde nervosamente:
«Signori, questa zona è vietata, è molto pericoloso stare qua, dovete allontanarvi. Quello che posso dire è che nella palestra sono asserragliati dei pericolosi terroristi, stiamo decidendo il da farsi»

Nonna Pina prende la parola:
«Natascia, io dico di andare di sotto, prendere quei quattro e poi andarcene via»
«Giusto, babushka, bello giuoco dura poco, andiamo»
«La fa facile lei! Come facciamo ad andarcene, siamo circondati!» protesta Fritz ma si ferma subito, sentendo il rumore di pale di elicotteri in avvicinamento. Dà una sbirciata fuori e poi sentenzia:
«Ecco, adesso siamo proprio fottuti»

Allontanato il giornalista, Dieter e Franz osservano interdetti la formazione di elicotteri Eurocopter EC-135 in avvicinamento.
«La squadra GSG-9? Ma chi li ha chiamati?»
«Perché guardi me?» chiede Franz, polemicamente. «Che ne so io? Comunque meglio così, ci penseranno loro»
Gli elicotteri atterrano e da quello di testa scende il leggendario comandante Karl Heinz Ziegenkäse, che con passo deciso si presenta al capo della polizia.
«Buonasera, Herr Muller»
«Comandante Ziegenkäse, è una sorpresa vederla qui. Non mi sembra di aver richiesto il vostro intervento, i reparti locali sono pienamente in grado di fronteggiare la situazione»
«Non lo metto in dubbio, Herr Muller» risponde scettico Ziegenkäse guardandosi intorno «anche se non mi risulta che i poliziotti della stradale siano addestrati per affrontare terroristi in procinto di far esplodere una bomba sporca…»
«Bè, pericolosi terroristi… bomba sporca… ah, ah,» ridacchia nervosamente Dieter minimizzando «qualcuno deve avere un po’ esagerato, si sa com’è questa stampa… eh, Franz, pensa te, bomba sporca!»
Franz ridacchia a sua volta nervosamente, sotto lo sguardo impassibile del comandante delle teste di cuoio.
«Comunque, signori, non è per la vostra bomba sporca che sono qui»
«Ah, no? E per che cosa allora?» chiede Dieter, sinceramente confuso.
«Ho ricevuto una chiamata dalla cancelliera, che mi chiedeva di recarmi da voi immediatamente»
«Frau Merkel l’ha chiamata?»
«La cancelliera, si. Mi ha chiesto di venire a vedere quello che stava succedendo, pregandomi di accompagnare un suo amico che deve consegnarle una cosa importante»
« Consegnare qualcosa… a me? Che cosa?» chiede Dieter frastornato, notando con meraviglia che le teste di cuoio stanno disarmando i poliziotti, ed addirittura stanno ammanettando Franz, accorso a porgere le sue rimostranze.
«Ma che significa?» urla Dieter, riprendendo il controllo di sé. «Questo è oltraggioso, esigo una spiegazione! Io sono il capo della polizia, esigo che lei mi…» ma le proteste di Dieter si spengono dato che la mascella rimane aperta nel vedere chi scende dalle scalette dell’elicottero e si dirige con passo tranquillo verso di lui.

«Ma… ma… ma…» si incanta Muller «Tupperware? Ma che cos’è, uno scherzo?»
E’ infatti Horst Tupperware quello che scende dall’elicottero delle teste di cuoio, ed è sempre Horst quello che, con andatura tranquilla ed un sorrisetto beffardo stampato sul viso, si avvicina al capo della polizia.
«Commissario capo Tupperware, vuole spiegarmi che sta succedendo?» chiede Dieter cercando di recuperare una parvenza di autorità.
Horst, con calma olimpica, estrae dalla tasca dell’impermeabile un plico. «Mi scuso per l’intrusione Herr Muller, ma devo consegnarle questa busta. E’ da parte del giudice Ritzenberg»
«Dal giudice?…» ormai inebetito, Dieter prende la busta che Horst gli porge, la apre, ne estrae il documento che contiene e impallidisce.
«Un mandato di arresto… per me? Ma… che vuol dire?»
«Vuol dire esattamente quello che c’è scritto, Herr Muller. Lei è in arresto per corruzione, complicità in traffico di droga, intralcio alla giustizia ed abuso di ufficio. E, sinceramente…» bisbiglia Horst all’orecchio di Muller «le consiglio di vuotare il sacco e ammettere tutto. No, perché ci sarebbe anche quell’altra cosetta e guardi che ci metto poco a dare la registrazione alla stampa»
«Cosetta? Registrazione? Ma di che sta parlando, ma dico, è impazzito commissario capo?» protesta Muller.
«Io no di certo Herr Muller. Non sono io quello che frequenta i bordelli di Bangkok vestito da SS insieme al suo amichetto, e si intrattiene con minorenni»
«Bangkok? E’ assurdo, nego tutto, si tratta di una montatura, una macchinazione, è stato lei ad organizzare tutto questo, è vero Tupperware? Ma io la distruggerò, la farò pentire di essersi messo sulla mia strada, la rovinerò…»
Karl Heinz Ziegenkäse, disgustato, tronca la sfuriata di Muller.
«Portatelo via» ordina ai suoi uomini; poi, mentre Muller sale le scalette dell’elicottero, si sente la voce di Horst chiamare:
«Herr Muller!»
Dieter Muller si gira, schiumante di rabbia:
«Che cosa vuoi ancora, maledetto?»
«Di che colore sono i calzini che indossa? »

«Aprite, polizia! » intima Fritz.
«Col cavolo!» risponde Jürgen. «Vogliamo prima i nostri avvocati, siamo stati sequestrati da dei pazzi, io voglio sporgere denuncia! »
«Signor Matthaeus per favore non complichi le cose, non mi costringa a far saltare la porta. Le do la mia parola che nessuno le torcerà un capello »
La porta si apre lentamente ed esce per primo Jürgen, il quale alla vista di nonna Pina rabbrividisce e cerca di rientrare nel caveau, intralciato però da Bodo e Lutz Piccolo, terrorizzati da Olena e soprattutto dal manganello che la russa fa roteare con nonchalance.
«E’ colpa sua!» grida Jürgen indicando Sparwasser. «Ha organizzato tutto lui, io ho cercato di oppormi ma lui mi ricattava… »
Fritz osservando il completino dell’uomo non può non alzare un sopracciglio in segno di perplessità, finché non è la volta di Sparwasser a parlare:
«Ah, colpa mia! Brutto maiale, è lui che ha organizzato tutto, ha messo a disposizione i laboratori della ditta dove lavora per produrre droga sintetica che vende alla mafia serba… io non sapevo niente dei loro maneggi, sono solo un consulente d’affari, non c’entro niente…»

Richiamata dalle voci, Ursula scende le scale ed impallidisce trovandosi di fronte Sparwasser.
«Certo, tu non c’entri mai niente, solo un esecutore… come allora, vero, bastardo?» e fa per avventarsi sul prigioniero, trattenuta a stento da Fritz, suo marito.
Hans impiega un po’ di tempo per inquadrare la nuova arrivata, poi finalmente riconosciutala raddrizza le spalle, un sorrisetto di scherno gli si dipinge in faccia e le si rivolge con voce sprezzante:
«Ma guarda guarda, la “piccola” Schutzentagger … cosa ci fai in palestra, sei venuta a metterti in forma? Vorresti tornare forte e potente? Mi dispiace cara, quelle pilloline blu che ti piacevano tanto le ho finite…»
«Assassino! Hai ammazzato un sacco di gente con le tue porcherie!» gli urla in faccia Ursula.
«Io non ho ammazzato nessuno» sibila Hans «Nessuno vi costringeva. Eravate liberi di prendere o non prendere le medicine, era vostra facoltà diventare degli dei o rimanere delle nullità… che scelta difficile, vero Ursula?»
«Noi non sapevamo cosa mettevi in quelle pillole, dicevi che erano integratori!»
«Oh ma certo, poveri innocenti, ingannati da quel cattivone del dottor Sparwasser. Certo fa comodo pensarla così adesso, ma quando salivate sul podio dell’Olimpiade era diverso, non è vero? Si, qualcuno non ha tollerato le cure, qualcuno si è ammalato, effetti collaterali! Ma se anche l’aveste saputo, avreste rinunciato, avresti rinunciato? Sii onesta con te stessa Ursula! Guarda come ti sei ridotta, ne valeva la pena lasciare tutto, eh, ne valeva la pena?»
Ursula, sconvolta, prende la pistola di Fritz e gliela punta contro, con la mano tremante dalla rabbia; Fritz cerca di fermarla ma è Olena, ponendosi tra lei e il dottore, che la blocca.
«Shutzi no, questo davvero non ne vale la pena. Non sporcarti le mani con questa feccia»
Ursula, piangente, abbraccia l’amica ma Sparwasser, approfittando della distrazione, fa un balzo verso Olena e le sfila la pistola dalla fondina. Con un ghigno feroce la punta verso Ursula:
«Brutto ammasso di lardo, ti faccio vedere io adesso se ne valeva la pena» e preme il grilletto, ma il rumore dello sparo non si sente; la bocca di Hans si contrae in una smorfia, pronuncia delle parole inintelleggibili, sbarra gli occhi e crolla a terra.
«Cazzo, ma è morto!» esclama Fritz «che gli avete fatto?»
«Giustizia divina» dice Olena, ben sicura che l’autopsia non troverà traccia della tossina letale che Sparwasser si è iniettato da solo, con la punturina al dito che si è procurato con l’ago fuoriuscito dal grilletto della pistola scarica.

Risaliti al piano terreno, Olena e nonna Pina guardano Horst e Fritz consegnare Jürgen ed i fratelli Piccolo alla squadra speciale.
Karl Heinz Ziegenkäse si avvicina a Gilda e la saluta con galanteria.
«Frau Rana, le porgo le scuse dell’intero corpo di polizia, e le assicuro personalmente che i colpevoli verranno puniti molto severamente. La cancelliera la invita a mettersi in contatto con il Ministero del Commercio, dove sicuramente si troverà un modo per superare questi incresciosi episodi in una maniera soddisfacente per tutti. Se posso esserle utile in qualsiasi modo, non esiti a contattarmi…»

Mentre i due conversano, sulla scena irrompe smarmittando un maggiolino Volkswagen decappottabile guidato da un anziano cinese; in piedi sul sedile posteriore svetta un vichingo con un pappagallo sulla spalla.
«Lasciate stare quella donna!» urla Svengard, scendendo al volo dal maggiolino.
«Lei non c’entra! Abbiamo scoperto tutto, i conti erano truccati, il contabile è morto, il direttore imbrogliava! Lasciatela vi dico, o per Odino preparatevi a combattere!»
Ziegenkäse squadra divertito il pittoresco individuo che si avvicina minaccioso armato di ascia bipenne.
«Lo conosce, signora?»
«Il pappagallo si. Lui invece non l’ho mai visto prima»
«Capisco. Che mi consiglia di farci, Frau Rana?»
«Potreste strapazzarlo un po’, senza fargli troppo male?»
«Cercheremo di non apportare danni permanenti» ridacchia la testa di cuoio. «E’ un uomo fortunato… va bene se glielo rimandiamo tra due giorni?»
«Perfettamente, comandante, perfettamente. L’importante è che sia contrito, giudichi lei.»

Gilda si volta verso James, con un sospiro.
«Non è un amore, James? E’ venuto a salvarmi quando tutto è finito. Lo terrò un po’ a bagnomaria, poi lo consolerò. Che pazienza che ci vuole!»

Mentre Adalgiso, sotto la benevola sovrintendenza di James, raccoglie armi e munizioni sparpagliate in giro, arriva Po spingendo il carrettino di nonna Pina, la quale ridacchiando gli fa un riassunto delle vicende:
«Lo sospettavo da tempo che quel tedesco fosse uno sporcaccione ma non sai che impressione, generale Po, trovarsi di fronte quel depravato di uno Jürgen con un costumino in lattice e le chiappe di fuori, con quella ridicola voglia a forma di castagna matta…»

Gilda e James si bloccano, sul viso un’espressione di incredulità.
E’ la Calva Tettuta la prima a riscuotersi:
«James?»
«Signora?» risponde il maggiordomo, ritrovando il consueto aplomb.
«Sento che il mio sistema nervoso sta per collassare. Non avresti a portata di mano qualcuna delle tue pozioni magiche?»
«In albergo dovrei avere un paio di confezioni di Malongo Blue Mountain, un caffè della Giamaica. Ha proprietà decisamente tonificanti»
«Ottimo, andiamo a raggiungere la Giamaica, allora. Ah, James?»
«Si, signora?»
«Se lungo la strada avvisti un ferramenta fermati, per favore.»

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Una birra per Olena (XXIX)

Gilda, in tuta mimetica Marc Jacobs e stivaletti leopardati con zeppa, incita Adalgiso a legare e imbavagliare meticolosamente i frequentatori della palestra, compito che il personal trainer assolve con solerzia, motivato dall’elegante Beretta Px4 Storm che la Calva Tettuta gli punta alle parti basse.

Ursula e Fritz intanto sorvegliano l’ingresso, con Fritz critico sulla piega che stanno prendendo gli eventi.
«E adesso come usciamo di qua?» chiede polemicamente alla consorte, la quale non si fa certo pregare per attaccar lite:
«Si può sapere che sei venuto a fare? Se sei qui solo per criticare potevi rimanere a casa, o in birreria! Datti da fare, insomma, prendi un mitra, un bazooka, insomma non stare con le mani in mano come al solito! Tra l’altro quelli là fuori sono amici tuoi, non miei, e vorrei proprio sapere chi li ha invitati…» sbotta Ursula, fissando con sospetto il marito.

James, nel suo impeccabile completo Girifalchi impreziosito da un giubbetto antiproiettile D&G e da un casco da aviatore in cuoio, è a rapporto. Olena gli rivolge delle parole di sprone e incoraggiamento:
«Io sempre sottovalutato te, tu essere vero genio!»
James, percependo una lieve nota sarcastica, fornisce la propria versione dei fatti:
«Se ti riferisci al fatto che un drone armato di esplosivo ad alto potenziale svolazza libero nei cieli di Monaco, declino ogni responsabilità. Sarebbe stato carino, da parte tua, avvertirmi che i comandi erano in iraniano e che il telecomando era stato concepito per piloti mancini»
«Tu non inventa scuse, si? Anche bambino può far vuolare druone. Ma tu troppo occupato a stirare tuo vestito, tu pensa di pensa di essere a corte, a ballo di debuttanti?»
«Questa è la mia divisa, carina, se qualcuno ci tiene ad essere sciatto» risponde impavido il maggiordomo, riferendosi alla tenuta della russa «faccia pure. Certo se avessi saputo che avremmo dovuto sostenere l’assedio di Stalingrado, mi sarei attrezzato con una pelliccia d’orso» continua James.
«Ma io adesso non voglio litigare con te» taglia Olena. «Quando dico tu genio io non scherzo. Guarda dove finito druone…»
Olena apre un tablet, sul quale vengono riportate le immagini trasmesse dalla telecamera del drone.
«Ma questo è l’ingresso della palestra!» esclama James «allora è davanti a noi!»
«Precisamente tra quei cespugli, giusto dietro linee nemiche»

«Capo, e se tentassimo una sortita?» chiede Bodo Piccolo, senza troppa convinzione.
«Se vuoi andare prego, accomodati, non fare complimenti!» ironizza Jürgen «Dai retta a me, è meglio che ce ne stiamo qua buoni e aspettiamo la cavalleria.»
«Comunque capo, io ancora non capisco» dice Hans Sparwasser. «C’era veramente bisogno di dar fuoco alle macchine nuove?»
«Tu avevi un’idea migliore? Se avessimo avuto più tempo… ma quei maledetti serbi volevano la consegna subito, non avevamo il tempo di modificare le macchine nuove, dovevamo usare per forza quelle vecchie…»
«Certo è stato un bel danno…»
«Ma chi se ne frega del danno! Vuoi che mi preoccupi se si fabbricano meno tortellini? A me nemmeno piacciono i tortellini, poi! L’importante è che riusciamo a produrre il nostro impasto, quello vero…»
«Droga sintetica nell’impasto dei tortellini… geniale!» dice Hans.
«Una combinazione perfetta, un chimico come te con la possibilità di produrre a livello industriale… nessuno poteva sospettare che gli impianti producessero di giorno tortellini e di notte droga… se solo a quella nanetta pelata non fosse venuto in mente di aumentare la produzione! Adesso dobbiamo trovare il modo di uscire di qua e poi ricominceremo da un’altra parte, in Sudamerica magari, apriamo una bella fabbrica di Tacos… ma mi dici perché diamine hai messo  il nandrolone nel magazzino, per colpa tua ci hanno messo tutto sotto sequestro!»
«Io?! Guarda che io con c’entro niente! Non sono stato io, nemmeno mi serve il nandrolone… ne tengo solo un po’ per quegli esaltati che si vogliono pompare i muscoli, ma non l’ho mai portato negli stabilimenti, giuro! Anzi, io pensavo che fossi stato tu per dare la colpa a Frau Rana… ma allora, se non sei stato tu, chi…Muller?»
«Muller è impossibile, ha tutto da perdere… sa benissimo che se tenta qualche scherzetto è finito…»

Dieter Muller, il giovane capo della polizia federale, in piedi su un rialzo del terreno controlla con un binocolo lo schieramento di poliziotti intorno alla palestra. Vicino a lui il comandante della polizia stradale di Monaco di Baviera torce nervosamente il fazzoletto col quale si asciuga il sudore.
«Dieter, sei proprio sicuro di…» inizia, ma viene subito bloccato dal superiore.
«Certo che sono sicuro, Franz! Dovete entrare in quel posto e fare fuori tutti. La colpa poi la daremo a Jürgen ed alla russa…»
«Ma ci deve essere un altro modo… non so nemmeno se gli uomini ci seguiranno…»
«Sarà meglio per te che lo facciano, caro mio. O ci tieni a comparire in televisione vestito da SS mentre ti sollazzi a Bangkok con le bambine, peggio di un cardinale americano con i chierichetti? Io no, grazie… e quindi entra in quella fottuta palestra e fai quello che devi fare»
«Ma se quelli hanno nascosto le registrazioni da qualche parte?»
«Poi le cercheremo, l’importante è che da lì non esca nessuno…»

Franz, riluttante, si appresta a dare l’ordine di assaltare la palestra, quando la porta si apre e ne esce un uomo, sventolando una bandiera bianca costituita da una maglietta della salute legata ad un manico di una scopa.
«Dieter, ma quello non è uno dei tuoi uomini?»
«Chi?» chiede Muller, puntando il binocolo sull’uomo. «Ma quello è Gunnerbaum, l’aiutante di Tupperware, che diamine ci fa lì? Ho assegnato apposta il caso a quei due deficienti, ero sicuro che non avrebbero scoperto niente. Pensa che tutto quello che sono riusciti a partorire finora è che deve essere stato per forza un tedesco per via dei calzini bianchi»
«Bè, non è che ci siano andati molto lontano, però… » riflette Franz «comunque adesso che facciamo con quel Gunnerbaum?»
«Che dobbiamo fare? Te lo faccio vedere io che dobbiamo fare…» e Dieter strappa di mano il fucile a uno dei poliziotti, e lo punta su Fritz.
Fritz guarda sorpreso il puntino rosso che gli si è illuminato sul petto, ma prima di capire di che si tratti si trova tre metri più in là, dove Ursula l’ha fatto volare con uno spintone.
«Ma che cavolo…» dice il capo della polizia deluso, non vedendo più nel mirino la faccia del suo sottoposto, sostituita da una donna corpulenta che, brandendo una mitragliatrice poggiata su di un treppiede, gli fa l’occhietto e inizia a sparare su di lui e sul cordone di poliziotti.
«Giù, giù, al riparo!» urla Franz ai suoi uomini, che iniziano a chiedersi se la missione sia davvero congeniale a gente più abituata a fare multe per divieto di sosta che combattimenti con armi pesanti.
Dieter, trovato riparo dietro una cunetta, cerca di trovare il momento per alzare la testa per dare qualche ordine; non si accorge così di una figurina esile che esce tranquilla dal portone, poggia a terra un ginocchio e punta verso la sua posizione un lanciarazzi.
«Attenta a rinculo, Babushka»
«Preocupes no¹, Natascia. Se c’è qualcuno che deve preoccuparsi del rinculo non sono io»

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¹ “Non preoccuparti” in milanese. Probabilmente derivato dallo spagnolo “no te preocupes”.

Una birra per Olena (XXVIII)

«Non muovetevi, stiamo arrivando…»
«E chi si muove! Ma datti una mossa, che quella ci sta addosso…»
«Ma chi, la vecchia?»
«Ma che vecchia! La russa, cazzo, la russa! Quella che i due deficienti che hai mandato all’aeroporto si sono fatti scappare…»
«Ma per la miseria, Jürgen, voi siete in quattro, chi sarà mai questa russa, Rambo?»
«Non dire stronzate, questa a Rambo gli fa mettere le pattine e il grembiulino, e poi gli fa asciugare i piatti! Sbrigati, ti dico…»

Dieter Muller, il capo della polizia, rientra nel proprio ufficio. Riflette un attimo, e poi ordina all’uomo che lo aspetta in posizione di riposo:
«Comandante, la situazione è peggiorata. Sono appena stato informato che i terroristi progettano di far esplodere una bomba sporca¹, bisogna intervenire immediatamente»
«Herr Muller, con tutto il rispetto… non potremmo tentare una trattativa? Almeno fino all’arrivo del GSG-9²… non posso garantire sull’incolumità degli ostaggi»
«Comandante, forse non mi sono spiegato bene. Qui sono a rischio decine di migliaia di persone, non possiamo permetterci di aspettare che arrivino le teste di cuoio da Bonn e non possiamo preoccuparci per un pugno di ostaggi! Danni collaterali, ci siamo capiti?»
«Perfettamente, Herr Muller»
E il comandante della polizia stradale, dopo aver eseguito un impeccabile saluto militare, fa dietro front, esce dall’ufficio ed inizia ad impartire ordini.

«Non so di che stai parlando» risponde Uwe Schelenz, il proprietario della palestra, fissando la canna della pistola che Olena gli sta puntando alla fronte.
«Che peccato,» dice Olena stringendo appena gli occhi per il disappunto «risposta sbagliata».
Lo sguardo della russa avrebbe indotto un uomo assennato a considerare se l’atteggiamento adottato fosse stato il più opportuno alla situazione ma questo non è evidentemente il caso in questione ed Olena, preso atto della chiusura ostinata alle proprie ragionevoli proposte, fa un passo indietro e gli spara ad una coscia.
Il rumore attira un capannello di salutisti con tutine di vari colori, con in prima fila Adalgiso, che guarda stralunato il suo principale rotolarsi urlando ai piedi della nuova cliente.
«Ma che sta succedendo qui?» chiede sbigottito.

La risposta arriva tuttavia non da Olena, intenta a soffiare nella canna della pistola, ma da un inserviente delle pulizie, che avanza spingendo un carrellino con sacchi, stracci, scope e detersivi.
«E no, belli, fermi dove siete! Ho appena lavato il pavimento, non voglio vedere pedate³ in giro!»
La recriminazione del lavorante, in tuta blu e cappellino in tinta che ne copre il volto, lascia interdetti gli astanti.
«Ma non vedi che c’è un ferito? Chi se ne frega del pavimento, bisogna soccorrerlo!» proclama Adalgiso, preoccupato, avanzando verso Uwe.
«Sempre così voi signorini, ve ne sbattete del lavoro degli altri…» sbuffa il lavoratore, estraendo dal sacco della rumenta³ un fucile d’assalto H&K G36.
«Oh, oh, buono, buono, non scherzare con quello…» dice Adalgiso, rinculando a mani alzate, con uno stile approssimativo che difficilmente avrebbe meritato l’approvazione di James.
«Aahh!! Aiuto, chiamate un’ambulanza!» implora Uwe, sperimentando a sue spese quanta poca solidarietà possa ispirare il trovarsi davanti un fucile spianato.
Il labbro di Olena si increspa in un sorriso di tenerezza al vedere il nuovo arrivato togliersi il cappellino e buttarlo a terra, raschiare la gola e lanciare uno scaracchio tra i piedi di Adalgiso.
«Babushka tu scusa me, io sporcato un poco per terra»
«Non fa niente Natascia, dopo pulisco con la varechina. Ah, lo sai» dice nonna Pina, indicando Uwe «che quello voleva pagarmi in nero? Che ne dici se gli sparo sull’altra gamba?»
Olena, pur simpatizzando con le rivendicazione salariali dell’ultracentenaria, nega l’autorizzazione.
«Magari più tardi, babushka, prima finiamo lavoro» ed estrae la micro radiotrasmittente nascosta nell’asciugamano.

«Gatta a gattini, gatta a gattini, passo»
«Qui gattino uno, passo» risponde Ursula.
«Qui gattino due, passo» risponde Gilda, mentre James in sottofondo commenta “io preferivo sorcini”.
«Comunicate situazione, passo»
«Stanno arrivando le teste di cuoio!» risponde concitato Fritz, che ha strappato l’apparecchio dalle mani di sua moglie.
«E James ha perso il drone» spiffera gattino due, mentre un affranto maggiordomo insegue con lo sguardo il drone sfuggito al controllo del telecomando.

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¹ Una bomba sporca è un’arma che sfrutta un esplosivo convenzionale per diffondere materiale radioattivo, come ad esempio scorie nucleari. Il danno che si vuol ottenere non è il numero delle vittime, che può essere consistente ma non paragonabile a quello di un ordigno nucleare, ma la contaminazione del territorio e dell’ambiente circostante.
² Teste di cuoio tedesche (GSG 9 der Bundespolizei)
³ Pedate sta per orme, e rumenta per spazzatura, immondizia. Anche se non sembra, sono parole italiane.

Una birra per Olena (XXVII)

Nel grande parco Forstenrieder, alla periferia sud-ovest di Monaco, non distante dalla piscina Bad Forstenrieder Park ma  nascosta da un boschetto alla vista delle ultime abitazioni della Forstenrieder Allee si trova una palestra esclusiva, ritrovo di avvocati rampanti, attricette in cerca di pigmalione, rampolli sfaccendati della buona società, vecchie entraîneuses con labbra a canotto e sportivi d’antan riciclati come commentatori televisivi: parassiti, insomma, a cui tengono compagnia professionisti di mezza età che coltivano l’illusione di cancellare gli effetti di decenni di trincate con qualche minuto di tapis roulant nonché mogli e amanti intente a difendere glutei e cosce, ovvero il proprio reddito, dagli attacchi dell’età e della forza di gravità.

Si sta facendo sera e Gilda e James, appostati a guardia dell’uscita di emergenza, commentano la situazione con preoccupazione.
«James, caro, temo di non essermi coperta abbastanza, non vorrei portarmi a casa un raffreddore. Se Natascia non ci avesse ordinato di attendere il suo segnale ti direi di lanciare qualche razzo, così, tanto per scaldarci. Chi l’avrebbe mai detto che Jürgen fosse coinvolto? Confesso che mi ha sorpreso, l’ho sempre considerato incapace di prendere qualsivoglia iniziativa. Ma per quale motivo, poi? Recentemente gli avevo persino dato un aumento, nonostante il flop del raviolo al ripieno di sanguinaccio. L’animo umano è davvero un mistero insondabile, come sostiene del resto Augusto Propoli nel bestseller “Sondare l’uomo con le erbe di mellifrace” dove viene riportato lo studio fatto su una tribù di aborigeni australiani sottoposti per un anno a lavaggi intestinali… ma non vorrei annoiarti, tu ti intendi di sonde, non è vero James?»
«Abbastanza, signora» risponde James «anche se non potrei definirmi un esperto…»
«Sei troppo modesto, James. E a proposito, sei riuscito a capire come funziona quel trabiccolo?» chiede Gilda, riferendosi al drone che il maggiordomo dovrebbe azionare.
«Credo di aver afferrato i principi fondamentali, signora; tempo fa ebbi modo di essere introdotto ai rudimenti dell’aeromodellismo da un caro amico che…»
Ma James non ha modo di finire il suo racconto, perché Gilda lo ferma con un gesto della mano, portandosi il cellulare all’orecchio.

«Sven, alla buonora!» sbotta sottovoce. «Si può sapere dove ti eri cacciato? No, non adesso, caro, non ho tempo. Ah, Sven, ti sei ricordato di depositare il testamento biologico? Dona il cervello alla scienza, è praticamente inutilizzato. Alla Rana Tower? Che ci fai alla Rana Tower? E che significa che hai trovato Stielike, che diamine ci fa lì? Mummia? Con libri contabili? Ma che c’entrano le mummie adesso? Svengard ti avviso, non è il momento di tirare in ballo gli egiziani, se ti aspetti di giocare a Cleopatra e Marcantonio ti sbagli di grosso! Adesso apri bene le orecchie, ti offro l’ultima possibilità per evitare una morte lenta e dolorosa: chiama un taxi e precipitati immediatamente qui» dopodiché la Calva Tettuta interrompe la comunicazione e si riposiziona di vedetta.

Nel solaio del Rana Tower, al 34° piano, Svengard guarda perplesso il contabile incellofanato e nascosto in un cestone della biancheria e la pigna di scatoloni contenenti faldoni di registrazioni contabili. Spread, visibilmente felice, sta studiando la movimentazione delle entrate ed uscite, ed ogni tanto emette un grido:
«Craa!! Apperò! E me cojoni, alla faccia del ripieno!».
Il norreno, grattandosi la testa, si rende conto di mancare di una informazione importante, perciò riprende in mano il telefonino e digita un messaggino per la sua amata:
«Si, ma qui dove?».

Dentro la palestra una nuova iscritta, una bella bruna con i capelli a caschetto, sta eseguendo gli esercizi per i pettorali sotto la guida del personal trainer Adalgiso, che le corregge la posizione indugiando forse un po’ troppo con le mani sui suoi fianchi. Le signore presenti scrutano invidiosette il corpo statuario della bruna, cercando invano di individuare qualche segno di smagliatura o cellulite.
Finiti gli esercizi la donna si asciuga il sudore, si butta al collo l’asciugamano di spugna bianco, saluta Adalgiso schioccandogli un bacio e si avvia verso gli spogliatoi; nel corridoio incontra il proprietario, che la saluta cordiale e interessato.
«Allora, signora, si è trovata bene nella nostra palestra? Spero di si, sarebbe un piacere poter contare sulla sua presenza…»
«Sicuramente, avete un’attrezzatura e del personale di prim’ordine» risponde «e l’ambiente è molto tranquillo, proprio come piace a me»
«Me ne compiaccio, la tranquillità e la riservatezza della clientela è uno dei nostri punti di forza. Capirà, abbiamo uomini d’affari, professionisti, politici, la privacy è importante… lei, signora, se non sono indiscreto, di che cosa si occupa?»
La donna gli si avvicina guardandolo negli occhi, poi gli mette una mano sulla nuca e gli sussurra all’orecchio, con voce roca:
«Vedo gente, faccio cose. E ammazzo i bugiardi» dice Olena, che per rendere meglio l’idea con l’altra mano gli preme la canna della sua Tokarev TT-33 sulla pancia.
«Dove li hai nascosti?»

«Ursula, per l’amor di Dio, che stai facendo con quella mitragliatrice?».
Fritz Gunnerbaum, sbigottito, guarda sua moglie, in tuta mimetica e passamontagna nero in testa, puntare una mitragliatrice Heckler & Koch Mg 4  verso l’ingresso della palestra, appostata dentro ad un cespuglio sempreverde di Amorpha.
«Fritz? Che cavolo ci fai qua, rompiscatole? Vattene immediatamente, non vedi che ho da fare?» intima Ursula, visibilmente contrariata.
«Ma che avete intenzione di combinare? No, lascia stare, non voglio saperlo» si arrende Fritz, alzando le mani.
«Ecco, bravo, non impicciarti. Vai a casa e metti in forno le patate, che tra poco arrivo»
«Mi dispiace disturbarti, amore, ma devi andartene. Insisto. E’ stato diffuso l’allarme terrorismo, stanno arrivando le teste di cuoio»
«Le teste di cuoio? Ma chi diavolo li ha avvisati? E tu come hai fatto a trovarmi?»
«Dal gps del telefonino, cara. I commando di solito li spengono»

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Affidiamo Venezia agli olandesi!

L’Olanda, o per meglio dire i Paesi Bassi, ha più di un terzo del proprio territorio sotto il livello del mare (e non di poco: di metri e metri) e quindi si può ben dire che gli olandesi siano all’avanguardia nei sistemi di sicurezza, altrimenti sarebbero sommersi da un bel po’.

Solo la diga ‘Afsluitdijk’ è lunga 32 chilometri, quando per chiudere l’intera laguna veneta ne basterebbero una ventina; certo noi siamo più fantasiosi e abbiamo pensato di sfruttare le dighe naturali già presenti, ovvero l’Isola di Pellestrina, l’Isola di Lido e la penisola di Cavallino, chiudendo solo le imboccature: la Bocca di porto di Chioggia, la Bocca di porto di Malamocco, e la Bocca di porto di Lido.

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Il tutto con delle paratie mobili, che dovrebbero attivarsi solo in caso di acqua alta eccezionale; sul concetto di eccezionale sarà bene mettersi d’accordo al più presto, perché ormai l’eccezionalità sta diventando la norma.

Come è noto, più le cose sono complicate più sono delicate e costose, e più è difficile gestirle; e il famoso Mose (che qualche delinquente pensava di replicare sul lago di Como, progetto fortunatamente sventato _ per ora _ da un pensionato uscito per “pisciare” il cane) per ora, dopo aver divorato 5,3 miliardi di euro (di cui una buona fetta è stata davvero mangiata, come nelle nostre migliori tradizioni) non è ancora finito, e quello che più preoccupa è che non si sa se mai funzionerà.

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Poiché cincischiando cincischiando finirà che Venezia la faremo affondare, e dato che Venezia è ormai una Disneyland mondiale, propongo di fare con la laguna quello che vorrei fare con l’Amazzonia di Bolsonaro: internazionalizzarla, e farla gestire a chi è più capace di noi e, soprattutto, mangia di meno.

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Una birra per Olena (XXVI)

«Aahh! E fai piano, cazzo!»
L’ingegner Matthaeus, prono su di un lettino per massaggi, ancora vestito della tuta in lattex infilatagli a forza da Olena, urla dal dolore.
«Abbi pazienza Jürgen, hai il sedere come un puntaspilli…» cerca di calmarlo Hans Sparwasser, con in mano una tenaglia e nell’altra un batuffolo di cotone idrofilo imbevuto di mercurio-cromo.
«Ci vorrebbe una puntura di antibiotico, non vorrei che ti venisse un’infezione» suggerisce l’improvvisato paramedico.
«Puntura? Aahh! Non ti sembra che me ne abbiano fatte abbastanza di punture per oggi? Voi due idioti, perché non l’avete fatta fuori quella maledetta vecchia?»
Bodo e Lutz Piccolo, i liberatori, assistono alle operazioni chirurgiche con partecipazione ed apprensione. Entrambi hanno ancora vivo il ricordo dell’incontro di qualche giorno prima con Olena all’aeroporto, soprattutto Bodo, il possessore dello sfollagente, ed è proprio quest’ultimo ad abbozzare una giustificazione:
«Capo, ma chi lo sapeva che c’era la vecchia! Quando abbiamo visto la russa uscire abbiamo pensato che la stanza fosse vuota, come facevamo a immaginare…»
«Vuota! Deficienti, e controllare con una sonda, un microfono, no eh? Quella vecchia mi ha fatto patire le pene dell’inferno! Prima mi ha frustato cianciando di programmatori e obsolescenza programmata e poi … no, è troppo, non ce la faccio a raccontarlo… A un certo punto per fortuna ha ricevuto una telefonata, ma quando ha riattaccato mi ha guardato come un topo guarda un pezzo di formaggio, ha stretto gli occhietti e mi ha detto “Ah si? Adesso gliela preparo io una bella sorpresina ai tuoi amichetti”… evidentemente il palazzo era sorvegliato, la russa avrà piazzato delle telecamere, mica come voi cogli… aahh!!» strilla Jürgen, all’ennesima freccia.
«Ecco qua, con questa abbiamo finito. Ventisei dardi tutti a segno, complimenti!» dichiara Hans, ammirato, strappando un grugnito al suo paziente, che continua:
«Quella matta ha messo sottosopra tutte le stanze e si è costruita una barricata, poi ha portato il drone in bagno e si è messa ad aspettarvi»
«E’ vero capo, quando siamo entrati la camera era oscurata, le tende tirate… Abbiamo provato ad accendere le luci ma la vecchia aveva tolto la tesserina che serve da contatto per la corrente elettrica… non si vedeva un accidente, ma lei invece ci vedeva benissimo, aveva un visore agli infrarossi! Ha cominciato a sparare, e per fortuna ci eravamo messi i giubbetti antiproiettile, altrimenti ci avrebbe fatto secchi. Poi abbiamo sentito i tuoi lamenti, e siamo corsi in bagno.»
«Quel maledetto drone si è alzato ed ha cominciato a girarmi intorno, poi ha cominciato a sparare freccette: cazzo, che male!»
«Per fortuna erano solo freccette, e nemmeno avvelenate» lo tranquillizza Sparwasser.
«La vecchia deve essere scappata quando siete venuti a slegarmi» continua Jürgen, girandosi a fatica su di un fianco. «Da non credere, due uomini battuti da una vecchia… adesso dobbiamo assolutamente trovarla, glielo faccio vedere io! Aahh! » geme ancora, cercando di alzarsi.
«Oh, oh» sillaba Hans Sparwasser, tenendo in mano l’ultima freccia.
«Che hai da dire “oh oh”, chi ti credi di essere, Santa Klaus? Hai finito finalmente, su, andiamo!»
«Ehm, tu volevi trovare la vecchia, vero?»
«Certo che la voglio trovare! E quando ce l’avrò tra le mani rimpiangerà di esserci impicciata di faccende che non la riguardano, oltre a…» si interrompe Jürgen, rabbrividendo al ricordo di nonna Pina in guêpière.
«Ehm, Jürgen, potrei sbagliare ma se questo è quello che penso» e mostra un rilevatore GPS montato sulla capocchia dell’ultimo dardo, «mi sa che non ci sarà bisogno di cercarla…»
«Porca vacca, un GPS? Brutti coglioni, non potevate controllare prima? Via di qui, fuori, subito, di corsa, via, via!» strilla Jürgen, lanciandosi con le natiche in bella vista su per le scale che dagli scantinati portano al piano superiore della palestra.

Svengard, in piedi davanti all’ingresso del Rana Tower di Monaco di Baviera, fissa perplesso i sigilli che ne bloccano l’entrata, grattandosi la testa libera dall’elmo vichingo che ha lasciato sul drakkar con il quale i gemelli Uppallo I e Uppallo IV in compagnia della bella violinista Anastasija sono ripartiti alla volta delle Isole Svalbard per partecipare al prestigioso Festival di musica artica.
Il cinese Po lo osserva estrarre di tasca un cellulare e formare un numero, dal quale però non ottiene risposta. Preoccupato, il norreno si rivolge al vecchio orientale:
«O saggio Po, la mia amata non risponde. Temo non sia bendisposta nei miei confronti, che mi consigli?»
«O glande uomo del nold, se così fosse chi potlebbe biasimalla? Hai scollazzato in lungo e lalgo, sei in litaldo di una settimana e non ti sei nemmeno fatto vivo con una telefonata. Non mi melaviglielei se nutlisse cattivi sentimenti. Ti consiglio di inginocchialti, piangele e implolale pietà»
«Certo che per essere un confuciano praticante sai come rassicurare le persone» constata il vichingo. «Non è stata colpa mia, come facevo a immaginare quello che sarebbe successo?»
«Tla tutte le qualità che un uomo può avele tu ne hai scelta una delle più utili» lo elogia Po «la testa vuota. Che bisogno c’ela di tlattenelsi su quell’isola spelduta e maledetta?» chiede infine, polemicamente.
«Come facevo a saperlo? Tutte le guide lo descrivevano come un posto paradisiaco… e poi avevo bisogno dell’addestratore di pappagalli!»
«Giuseppi Tlonfionalo… che blutta fine, povelaccio»
«E’ stato orribile… quando sono apparsi Riccardo del Turco, Nico Fidenco e Michele¹, ho pensato per un attimo di essere capitato sull’Isola dei Famosi…»
«Elano spaventosi, in bianco e nelo, affamati…»
«Tutta colpa del pianista! Gliel’avevo detto di smetterla, è stata la sua musica a risvegliarli!»
«Il blasiliano è stato cattulato subito… ha celcato di difendelsi insultando in tutte le lingue e appellandosi alla salvagualdia della biodivelsità ma gli zombie non hanno sentito lagioni»
«Poi è arrivata quella donna indemoniata…»
«Mikako, la ex fidanzata del pianista… povelino lui ha anche celcato di falsi mangiale dagli zombie pul di non cadele nelle sue mani, ma non ce l’ha fatta»
«Già, ha anche cercato di salire in barca, ma non so perché Uppallo l’ha ributtato giù…»
«Lo so io pelché…» dice Po, ripensando al sorrisetto che Uppallo I e Anastasija si sono scambiati prima di calare il remo in testa allo sventurato Oreste Cardamomolis.
«Comunque tutto è bene quel che finisce bene, ola siamo qua e vedlemo di… Splead?»
I due guardano Spread alzarsi in volo, all’inseguimento di una traccia che solo lui sente.
«Oh no, pure Sprea no…» dice Svengard, inebetito. «Po, fai qualcosa, abbattilo! »
Ma Spread si è ormai allontanato, e in preda ad una frenesia incontrollabile lancia il suo grido di battaglia:
«Craa!! Partita doppia! Porca troia, arrivo!»
Svengard e Po, sconcertati, lo vedono entrare nell’edificio da una finestrella dell’ultimo piano.
«Che ha detto?» chiede Svengard.
«Polca tloia?» ipotizza Po.
«No, prima… va bene, fa niente» e, presa una decisione, Svengard rompe i sigilli e con una spallata abbatte la porta di ingresso.

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¹ Cantanti famosi negli anni 60 costretti a vagare per l’eternità ogni volta che qualche loro vecchia canzone viene riesumata da qualche programma di revival.

Una birra per Olena (XXV)

Gilda, vestita con un abito Elena Calò della collezione Assunta Incaminada, in ecopelle ricavata dalla lavorazione delle vinacce¹ arricchito da una sobria cintura in fibre di cocco intrecciate con linguette di alluminio riciclate, attraversa il corridoio del Grand Hotel Ludwig II che collega la propria suite a quella dove sono alloggiate Olena e Nonna Pina.
Arrivata davanti alla porta della camera si accinge a bussare con la manina stretta a pugno quando un pensiero la trattiene.
«James, sinceramente, che ne pensi di questo completino? Ho paura che tutto questo vegan friendly e leather-free² trasmetta messaggi sbagliati » domanda la Calva Tettuta, sistemandosi intanto la bandana Mantero in seta stampata con motivi autunnali di foglie cadenti, marroni e chicchi di melagrana.
Il maggiordomo, reprimendo un sottile filo d’invidia per la benda da pirata tempestata di Swarovski con cui Gilda copre il suo occhio sinistro, risponde rassicurante:
«Au contraire, madame, ritengo il suo abbigliamento perfettamente appropriato per esprimere decisione ed un pizzico di spietatezza. Se mi è consentito, consiglierei di completarlo con un frustino in tinta»
«James, sei un portento. Lasciati dire che poche volte ho sentito pronunciare Madame con un accento così perfetto. Nemmeno Renato Zero nel ’76 era arrivato a tanto, hai preso ripetizioni? Non mi dire che hai rivisto Serge³, il tuo amico battitore d’aste…» insinua Gilda, ammirata.
«Effettivamente, signora» ammette James «Serge si trovava in città per una importante vendita ed abbiamo avuto un veloce rendez-vous in ricordo dei bei tempi. Purtroppo è dovuto ripartire velocemente, oggi stesso doveva volare in Italia per battere le opere d’arte di un collezionista caduto in disgrazia, un bancarottiere»
«Ma chi, Calisto? Poverino, era un buon amico della buonanima di Evaristo. Una storia tragica, pensa che ha iniziato vendendo latte, è diventato stramiliardario ed è finito in galera e in mutande»
«Sic transit gloria mundi» chiosa James, compìto.
«Ancora francese, James? Non sarà meglio riservarlo per le occasioni importanti?» chiede Gilda dubitativa, prima di riprendere:
«Ma torniamo a noi, caro. Decisione e spietatezza…» ma la vedova Rana rimane subito interdetta, perché al primo toc dei due o tre di solito necessari la porta si apre lentamente con un lieve cigolio e persino l’imperturbabilità di James viene messa a dura prova alla vista dello stato pietoso in cui si trova la stanza.
«James?»
«Signora?»
«Non sembrano anche a te i residui di un rave party di cinghiali? Per essere un cinque stelle superiore le pulizie in camera lasciano a desiderare, me ne lamenterò con il direttore. Ma… e nonna Pina?»

«Allora? L’avete liberato?»
La voce che esce dall’apparecchio è dura, autoritaria. L’uomo che risponde si alza dalla scrivania ed esce dall’ufficio, scusandosi con il collega con cui stava discutendo.
«Hans, ti ho già chiesto di non chiamare al lavoro, e soprattutto a questo numero!» protesta soffocando la voce.
«E tu non fare nomi, idiota! Rispondi alla mia domanda: l’avete liberato, si o no?»
«Si, ma…»
«Ottimo. Dove l’avete portato?»
«Senti, qui è pericoloso… non possiamo parlarne dopo?»
«Dov’è?» insiste l’uomo al telefono.
«Al magazzino» cede infine, con un sospiro.
«I sigilli quando li tolgono? Hai fatto quel lavoretto?»
«Ancora no, ma…»
«Stai dicendo un po’ troppi “ma” per i miei gusti, lo sai? O mi togli di mezzo quel giudice o ci penso io, ci siamo capiti?» scandisce l’uomo con freddezza, prima di riattaccare.
L’uomo rimane un attimo a guardare il telefonino, poi si raddrizza sulle spalle e si specchia sulla porta a vetri dell’ufficio, asciugandosi il sudore.
«Dove cazzo sarà finita la vecchia?» si chiede, prima di rientrare.

«Cuosa successo qvi?»
Olena, rientrata alla base, scansiona con lo sguardo la stanza. Gilda, ancora scossa, è allungata sulla chaise longue con James che le sta offrendo conforto con una coppa di champagne “Héritage – Prince Henri d’Orléans” e un panino con porchetta di Ariccia importata di contrabbando; tutto intorno segni di lotta, con lampade e tavolini rovesciati, sedie rotte, quadri staccati dalle parete e specchi infranti. In un angolo riconosce la pistola Baikal Viking MP-446 di nonna Pina, la raccoglie, annusa la canna per controllare se ha sparato e controlla il caricatore, vuoto. Entra nel bagno, e constata che il suo ospite non c’è più; qua e là tracce di sangue, non tante però da far pensare ad un conflitto a fuoco. Nella camera da letto trova il suo drone, distrutto; in una parete è conficcato uno dei suoi dardi, che infilza un bigliettino pubblicitario. Olena lo stacca delicatamente e lo guarda, mentre la mascella si irrigidisce.
«Brava, Babushka…» mormora tra di sé. Poi prende il telefonino e fa una chiamata.
«Ursula, sei pronta? Bene… non muoverti di lì, sto per arrivare. Sei armata? Lascia stare, ci penso io»
Gilda poggia la coppa di champagne, si rialza e si rivolge alla russa:
«Natascia, dimmi solo una cosa, senza complimenti. Servono i reparti corazzati?»
Per tutta risposta Olena si volta lentamente verso James, lo squadra beffarda e gli chiede:
«Tu sa pilotare druone, si?»

AAFYdFZ

¹ Non è una fantasia dell’autore. Distogliendo le vinacce dal loro uso naturale, che è quello di fermentare, venir distillate e infine diventare grappa, qualche stilista innovativo e astemio ha pensato di farle diventare ecopelle.
² Sigle che oggigiorno aprono ogni porta. Il mondo può andare a rotoli, basta farlo vegan fiendly.
³ cfr. Ferragosto con Olena

Bollettino della Vittoria

«Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12; Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.»

(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

Per carità, in tempi di nazionalismi crescenti si rischia di dar fuoco alle polveri, ma pare quasi che ci vergognamo di averla  vinta, quella guerra… non so se quelli che l’hanno combattuta sarebbero molto orgogliosi di noi e di come è diventato questo paese. E pensare che l’Italia era unita da poco più di cinquant’anni,  Diaz era napoletano e magari senza Garibaldi sarebbe diventato un generale borbonico, vallo a sapere…

Qui un mio vecchio post con un ricordo del Quattro Novembre

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Una birra per Olena (XXIV)

Sulle note di sottofondo dell’allegra Trink, Brüderlein trink¹  eseguita dall’orchestrina Otto un seine kurze Hose, Horst continua il suo racconto:
«Con un incoraggiamento simile capirai, Fritz, come mi fosse difficile rifiutare. Olena mi mise in mano una copia dei verbali delle indagini, senza dirmi naturalmente da chi e come li avesse avuti; mi misi a studiarli ma non ci trovai nessuna stranezza, anzi mi convinsi che i sospetti su una fuga volontaria fossero fondati: il diplomatico, secondo alcuni collaboratori, negli ultimi tempi mostrava un certo nervosismo e si muoveva con circospezione, come se volesse nascondere qualcosa; il sopralluogo nel suo appartamento non aveva mostrato segni di colluttazione, tutto era in ordine e mancavano solo una valigia e qualche effetto personale, oltre al passaporto, esattamente come se Sobolev dovesse partire per un breve viaggio. Feci allora alla signora le domande di rito: se avesse notato qualcosa di insolito nei recenti comportamenti del marito, come fossero i  rapporti tra di loro, che cosa le facesse pensare che fosse stato fatto sparire, se suo marito avesse ricevuto minacce, intimidazioni…»

Horst si ferma un attimo per sorseggiare un’altra boccata di birra, imitato dal suo sottoposto, e riprende:
«La signora mi disse che i loro rapporti erano buoni e non aveva notato stranezze nel comportamento del marito; di lavoro però non parlavano mai, quindi non sapeva se ci fossero problemi su quel versante; però riferì di un elemento molto interessante.»
«Ah si? E cosa?»
«Sobolev era un eroe di guerra; durante la difesa di Stalingrado era stato ferito alla gamba destra, che era rimasta leggermente più corta dell’altra e per questo nella scarpa doveva portare un plantare che gli permetteva di non zoppicare. Questo plantare Sobolev lo riponeva ogni sera nella scarpiera, e lì la signora lo trovò»
«Mi pare un po’ poco come prova… può essere che nella fretta l’abbia dimenticato, o che ne abbia avuto un altro…» osserva Fritz.
«Così pensai anch’io e la mia intenzione, quando congedai le due promettendo di occuparmi del caso, era quella di far passare un po’ di tempo attendendo la comparsa di nuovi elementi…»
«Quello che fa sempre, insomma…» bofonchia Fritz, da sempre ammiratore dei metodi del commissario.
«Esattamente, Fritz. Le prove hanno bisogno di sedimentare, di maturare, come il vino, bisogna lasciare che la pula si depositi sul fondo, che il torbido si schiarisca. Ad ogni modo ebbi una botta di cu… ehm, un colpo di fortuna che accelerò molto la soluzione del caso»
«Davvero, commissario? Di che tipo?»

«Mi era rimasto in mano quel plantare, ed un po’ infastidito lo tirai sul tavolo della cucina. La foga fu forse eccessiva, tant’è che il supporto cadde a terra e, con mia grande sorpresa, si aprì. Dentro c’era una chiave! A questo punto la faccenda cambiava prospettiva, e l’ipotesi che Sobolev l’avesse lasciato lì apposta non era peregrina… si trattava solo di capire che diamine aprisse quella chiave. Che fare? Stando alle regole, avrei dovuto riferire tutto ai miei superiori, ed è quello che avrei senz’altro fatto se non che…»
«Ha pensato che fosse meglio prima parlarne con la russa» ipotizza Fritz con un filo di malizia.
«Fritz, sorvolerò sulle tue meschine insinuazioni. Mi sembra di averti già detto che Olena lavorava all’ambasciata, ed io proprio all’ambasciata ero stato messo di sorveglianza: dunque era più facile incrociarci casualmente. Le dissi che avevo delle informazioni; fece un sorrisetto e mi disse che si sarebbe liberata in serata, di aspettarla a casa. E così feci…»
«E?»

«Si presentò indossando una cuffia che nascondeva i capelli biondi ed un lungo impermeabile che nascondeva tutto il resto… nell’attesa avevo preparato qualcosina da sgranocchiare, e le chiesi se avesse voglia di mangiare. “Dopo”, mi disse, liberando i capelli e lasciando scivolare a terra l’impermeabile»
«Dopo che, commissario?» chiede Fritz, ancora incredulo.
«Già, dopo che…» risponde Horst «devo capirlo ancora adesso, caro Fritz. Venni travolto da un ciclone, più o meno; per fortuna ero in buona forma fisica, altrimenti avrei anche potuto lasciarci le penne. Alla fine mi disse “non male, per essere un panzerotto” il quale panzerotto capii solo più tardi fosse riferito ai nostri carrarmati, e non alle pizze fritte ripiene di cui gli immigrati del sud Italia vanno ghiotti.»

«E poi com’è finita, commissario, avete risolto il caso, vi siete rivisti?»

«Te la farò breve, caro Fritz, anche perché la birra è finita e l’autore comincia a spazientirsi. Come saprai Dresda nel ’45 venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti inglesi e americani; furono distrutti monumenti, palazzi e chiese di valore storico e artistico inestimabile… la Gemäldegalerie Alte Meister, ad esempio, la stupenda pinacoteca che si trovava nel palazzo dello Zwinger, venne gravemente danneggiata, ma per fortuna gran parte delle opere d’arte erano state messe in salvo. Queste opere d’arte alla fine della guerra furono trasferite in Russia e vennero poi restituite nel 1956, quando eravamo ormai diventati “amici”… Sobolev aveva scoperto che non tutte le opere restituite erano state consegnate al museo e c’era un traffico che coinvolgeva funzionari russi ed ex-nazisti; i primi approfittando dell’immunità diplomatica facevano espatriare le opere ed i secondi, rifugiati perlopiù in sudamerica, le piazzavano presso ricchi compratori. Sobolev stava per denunciare tutto, ma venne zittito prima: si era fidato di qualcuno di cui non avrebbe dovuto…»
«Chi era, commissario? E cosa avete fatto, li avete arrestati?»
«Non proprio, Fritz. Olena mi intimò di non dire niente a nessuno; dopo qualche giorno i funzionari coinvolti sparirono, e pensai che fossero stati rimossi e riportati in Russia. In realtà non si mossero mai da Dresda… a proposito, sapevi che a Dresda c’è uno degli zoo più antichi della Germania?»
«No, ma che c’entra adesso lo zoo?»
«C’entra, caro Fritz, c’entra, chiedilo ai leoni se c’entra… »
«Vuol dire che?…»
«Non lo vidi coi miei occhi, ma Olena mi raccontò tutto per filo e per segno. Non è una ragazza molto tenera con i traditori, quella. Continuammo a vederci per un po’, finché, nell’assalto all’ambasciata dell’anno seguente, aiutai lei ed il suo capo ad evacuare l’edificio…»
«Ricordo quell’episodio, capo, la folla era inferocita, non sapevo che anche lei fosse lì… Olena le sarà stata riconoscente, le ha salvato la vita!»

«Non hai capito, Fritz» risponde Horst, scuotendo la testa. «Non è a lei che ho salvato la vita. A quelli che volevano entrare, l’ho salvata»

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¹ Bevi, i fratelli bevono
² Otto e le sue braghe corte