Drupi è d’accordo

Drupi, che non è lo scomparso cantante di successi indimenticabili come Sereno è e Sambarió ma la mascotte della famiglia, ha detto: si. mi piace! E anche il vostro umile cronista si accoda e, vincendo le perplessità iniziali, promuove l’oasi beduina di piazza Duomo. Sono testimone che oggi c’era più gente a guardare le palme che il prospiciente Duomo; rendiamo allora merito all’amministrazione Sala per aver saputo creare questo nuovo richiamo turistico. Di seguito, come i migliori reporter, ve ne offro un resoconto fotografico.

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Veduta di Piazza Duomo – In primo piano la ruspa di Salvini pronta ad entrare in azione.

Come dicevo, tantissima gente era incuriosita dal palmeto:

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Un turista siculo entusiasta dell’opera.

 

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Una turista con un bel cappellino sbaglia la direzione del selfie e lo orienta verso le palme anziché verso il Duomo.

 

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Rendering vivente – Prospettiva su Via Torino

 

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Ma lui che ne penserà?

Ho cercato poi il bananeto, che sarebbe il naturale completamento del giardino esotico, mi sono quindi avventurato in Galleria Vittorio Emanuele II ma non l’ho trovato. Tanti turisti, come sempre, in fila per schiacciare i testicoli del povero toro.

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Testicoli o no, la Galleria è sempre uno spettacolo.

Sono quindi arrivato in Piazza della Scala, ma anche qui nessun banano. Rassicurati ma anche un pò delusi ci siamo concessi qualche ora di cultura alle Gallerie Italia, dove è in corso una pregevolissima mostra su Bellotto e Canaletto che consiglio a tutti, anche quelli semidigiuni di arte come il sottoscritto, di andare a visitare.

Tornati a casa, il TG regionale ha trasmesso la notizia che dei vandali nella notte avevano dato fuoco ad una delle palme. Ragazzi, vi avviso, lasciate stare le palme. Poi Drupi si arrabbia e non lo trattengo, sono cavoli vostri.

(125 – continua)

 

 

Raccoglieremo banane in Piazza Duomo!

L’operosa amministrazione comunale meneghina, senza voler fare antipatici paragoni con quelle di altre città, come al solito ispirata dalla celebre canzone O mia bela Madunina, e specialmente al pezzo di strofa: “se sta mai coi man in man”, che per qualcuno più portato alla riflessione sta per “una ne fa e cento ne pensa” ha deciso di piantare degli alberi di palma in Piazza del Duomo.

Ricorderete che qualche tempo fa avevo inventato la cronaca della corsa di cammelli attorno al castello Sforzesco. Datemi pure del Verne¹, ma mi ero portato avanti e l’amministrazione l’ha capito. Ed ecco quindi allestito lo spazio per l’abbeveraggio dei simpatici quadrupedi!

Non si può certo dire che Milano non sia una città verde. Dopo il bosco verticale dell’architetto Boeri, gli orti urbani di Pisapia, ecco ora l’oasi desertica di Sala, per la gioia dei numerosi turisti mediorientali e dei pensionati che stazionano in Piazza Duomo, che a questo punto gradirebbero che l’opera venisse completata con almeno un paio di campi da bocce.

Ricordo che qualche anno fa l’allora presidente libico Muammar Gheddafi, poi democraticamente linciato², venne in visita in Italia e pretese di accamparsi in una tenda sulla Cassia con tanto di amazzoni al seguito. Il nostro presidente del consiglio era mr. Berlusconi, al quale avversari politici e stampa ‘libera’ non lesinarono critiche, per un modo di accogliere l’ospite da loro reputato troppo servile. Ha rapporti con un dittatore, orrore! Strillavano indignati. Espressi a chi mi era più vicino sorpresa per tali attacchi secondo me ingenerosi, in primo luogo perché rapporti col defunto li avevano avuti tutti e di tutti i colori e non è che uno diventa buono o cattivo a seconda di chi governa, ed in secondo luogo perché tanti ci avevano fatto affari ed anche lucrosi. Quando i soldi libici servivano alla Fiat o ad altri industriali decotti o a banche in crisi non facevano schifo, mi pare. A proposito, forse qualche esperto di flussi finanziari potrà rispondere: ma i soldi dei fondi sovrani libici sono stati restituiti al popolo libico dopo la dissoluzione della Libia? Oppure, come ci è congeniale, ci siamo cantati una bella tarantella, “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato”? Così, solo per curiosità. Si è trattato di rivoluzione araba, insomma, o di rapina a mano armata?

Ma tornando alla palma. qualche botanico potrà contraddirmi, ma non mi sembra che essa sia una varietà autoctona della Lombardia. Comunque sempre meglio le palme, che al massimo faranno cadere qualche cocco in testa ai passanti, di quei fastidiossimi pioppi che in primavera specialmente, con le loro fioriture simili a nevicate, causano starnuti e allergie a non finire, si infilano negli occhi e nel naso e fanno venir voglia di munirsi di sega elettrica

Io, dico la verità, mi sarei aspettato piuttosto dal sindaco Sala, l’eroe dell’Expo, che in piazza Duomo venisse trasferito l’albero della Vita. Quale rifugio sicuro sarebbe stato per i grassi piccioni della piazza! E che manna per i borseggiatori avere tutte quelle persone col naso all’insù! Le palme saranno pure decorative, ma non offrono questi vantaggi.

Mi sono chiesto quale sia lo scopo di questo giardino. Se in tempo di guerra e di autarchia era auspicabile che ogni pezzo di terra diventasse orto, e nessuno più di me come sapete è favorevole ad un uso intensivo della zappa³, anche sforzandomi oggigiorno non ne trovo ragioni sufficienti. Sarà perché i cagnolini del centro non sanno dove fare i bisognini? Sarà per non far soffrire troppo di nostalgia i numerosi migranti? In questo caso però credo che i leghisti avranno da ridire, e la sega elettrica di cui sopra troverà altri utilizzi.

Domani andrò ad indagare sul posto, aspettatevi un resoconto particolareggiato!

(124 – continua) 

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¹ Ho detto Verne, non verme.

² Intendiamoci, non ho niente in contrario sul fatto che un singolo od un popolo decida di abbattere un tiranno, vero o presunto, e giustiziarlo. Da Giulio Cesare in poi è un continuo. E’ persino doveroso, e anche comodo, in primo luogo perché non può più parlare, e poi perché i complici possono addossargli tutte le colpe, e poi perché non ce lo si ritrova sempre tra le scatole.

³ Specialmente per sapete chi.

Spurghi di comune sentire

Sono immerso completamente nell’era Trump. Pensieri repressi nel profondo della coscienza addomesticata da decenni di condizionamenti politico-religiosi fuoriescono come magma bollente o altra materia meno nobile, con baldanzosa arroganza. La scimmia che è in me, nuda e senza vergogna, è pronta a brandire un nodoso bastone su chiunque non la pensi a modo mio. L’ipocrisia ed il politicamente corretto sono messe finalmente al bando, l’uomo qualunque è finalmente al potere e pronto a diventare casta. Le energie liberate hanno bisogno di una copertura ideologica che solo intellettuali de noantri come il sottoscritto, organici al nuovo corso, sono in grado di dare. La direzione, la barra e quant’altro vanno tenute ben dritte. Apriamo e chiudiamo subito un congresso di indirizzo, che ponga le basi per un sistema dove uno valga uno e tutti gli altri valgano zero. A tal proposito, ho preparato un elenco di argomenti sui quali si potrebbero  intavolare discussioni proficue, in modo da ricevere apprezzamenti bipartizan dalle persone dotate di buon senso così come rifiuto sdegnato dai soliti moralisti-buonisti-fricchettoni . Ad averne tempo e voglia, ma non è il mio caso, per ciascun punto si potrebbe organizzare un cineforum.

  • Sussidiarietà: nuovo oppio dei popoli.
  • Rapporto banche-politica: era meglio quando era peggio.
  • Mettere fuori legge tutte le Ong o tollerare che sparino dati a capocchia?
  • Gli antigrillini compulsivi sono fastidiosi quanto i grillini o di più?
  • Nazionalpopolare è chic.
  • Gli imperi prima o poi crollano. Quello romano è stato fiaccato dal cristianesimo e abbattuto dai barbari. Che fine hanno fatto i cristiani e chi saranno i nuovi barbari?
  • Ormai a criticare il capitalismo c’è rimasto solo il Papa, ma dove sono le sue divisioni?
  • Siamo sicuri che gli intellettuali che trattano gli appassionati di Sanremo come minus habens capiscano qualcosa al di fuori dei loro libri?
  • Problema: dato che il Messico è uno dei maggiori esportatori di droga al mondo ed uno dei paesi dove si compiono i delitti più efferati ai danni delle donne, è proprio sbagliato costruirgli un muro intorno?
  • Se l’homo sapiens fosse stato vegano staremmo ancora a dondolarci sugli alberi.
  • A brigante, brigante e mezzo.
  • Le novelle Marie Terese di Calcutta prima di fare le volontarie dovrebbero dimostrare di essere capaci di mantenere in ordine la cameretta e lavarsi le mutande. Altrimenti lascino fare agli adulti.
  • Comodo fare gli alternativi con i soldi di mammà.
  • Il modo sicuro per limitare il numero di richiedenti asilo è quello di sistemarli in alberghi o agriturismo? E se poi, per dire, chi è senza casa si incazza, è da considerarsi razzista?
  • Chi va al mulino s’infarina.
  • I figli li fanno gli uomini con le donne. Tutti gli altri incroci, se proprio vogliamo considerarli naturali, sono sterili. Senza tirare in ballo le farfalle, che non c’entrano niente poverine.
  • Quando si mettono i cappottini ai cani e l’uomo arriva a smaltarsi le unghie è segno che la civiltà occidentale è alla frutta.
  • Nel lungo termine, saremo tutti morti.

(124 – continua)

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L’algoritmo (piovono mufloni)

Ieri pomeriggio, nella ridente cittadina lacustre dove vivo, è accaduto un fenomeno che definire curioso è dir poco: un condominio si è ritrovato sul tetto un muflone.
L’anziano che lo ha avvistato, dalle finestre di fronte, sulle prime è stato redarguito dalla consorte ed invitato a limitare i bicchieri di vino a pasto e soprattutto fuori pasto; ma alla fine le sue vibranti proteste hanno convinto la moglie a dare un’occhiata dall’altra parte della strada, e a qual punto la bocca si è spalancata e la dentiera è fuoriuscita dalla sede naturale.
Avevamo già assistito a scorribande di cinghiali, ormai numerosi grazie a meritorie opere di ripopolamento, forse persino troppo numerosi che forse il ripopolamento è sfuggito di mano; ma finora i mufloni se ne erano stati al loro posto, e tantomeno si erano improvvisati antennisti o lattonieri.
I vigili del fuoco intervenuti non hanno ancora saputo spiegare come l’animale sia salito fin lassù; si tratta pur sempre di un arrampicatore, ma sembrano mancare i necessari appigli.
Potrebbe essere che, in mancanza di una scimmia¹, sia stato addestrato ad arrampicarsi sulle grondaie, o sui tubi del gas, come certi ladri di appartamento; e immagino lo stupore che si potrebbe provare nel ritrovarsi in casa un muflone con in bocca l’argenteria.

Sembra che Mr.Trump abbia intenzione di usare le prerogative presidenziali per ripristinare la Ius Primae Noctis. Personalmente non ci trovo niente di male, è la democrazia.

I miei colleghi pendolari che hanno la (s)ventura di dover pendolare tra regioni diverse hanno appreso di aver pagato per anni parecchio in più di quel che sarebbe stato dovuto. La colpa ci fanno sapere i giornalisti, che come è noto hanno la missione di far capire le cose, è dell’Algoritmo.
Ricordo quei bei tempi, all’inizio della mia carriera di programmatore, in cui a fronte di un nostro sbaglio potevamo sempre dire agli utilizzatori: ha sbagliato il computer. C’era un timore reverenziale verso quelle macchine, erano considerati come organismi dotati di vita propria e pertanto soggetti a sbalzi di umore e bizzosità: se mi stai simpatico ok, ma se non mi sfagioli o mi tratti male, peggio per te.
Poiché oggi i computer sono dappertutto e tutti li conoscono bisogna inventare nuove divinità a cui dare la colpa, ed ecco pronto il nostro signor Malaussène², il comodo capro espiatorio: il bieco Algoritmo. Già il nome incute diffidenza e repulsione, quell’Algo che richiama algidità, freddezza, distanza; e poi quel ritmo, che scandisce a sua volontà le ore del destino, distribuisce premi e punizioni e stabilisce a capocchia le tariffe dei treni.

La Kasta degli informatici mi odierà e mi emarginerà per questo, chiamatemi pure infame ma sento di dovere svelare tutto quello che so. Ebbene, l’Algoritmo non esiste. E’ una mistificazione. La cupola responsabile del pastrocchio è composta da:

  1. un pool di funzionari regionali e delle ferrovie che hanno deciso, dopo numerosi incontri, meeting e brain storming che hanno comportato cospicui  rimborsi a pié di lista, senza avere alcuna idea che non fosse quella di estrarre più soldi possibile dalle tasche dei cittadini, una regola ad minchiam;
  2. degli analisti informatici, in genere dipendenti di multinazionali e vestiti rigorosamente di nero, che a digiuno della materia ancor più dei funzionari di cui sopra, e senza porsi alcuna domanda sulla giustezza delle istruzioni ricevute, facendosi pagare a peso d’oro hanno trasformata le due righette di regole ricevute in un sacro Totem;
  3. dei programmatori informatici, pagati giustamente poco, spesso inutilmente laureati e con scarsa igiene personale, che come le tre scimmiette non vedo non sento non parlo hanno eseguito pedissequamente gli ordini ricevuti.

Dopodiché per 10 (dieci!) anni nessuno si accorge dell’imbroglio, della truffa, del latrocinio. Qui c’è da dire che noi pendolari siamo stati abituati a subire ogni sopruso, a viaggiare in carri bestiame con 15 gradi d’estate e 42 d’inverno, che ci hanno smantellato le stazioni ma applicato televisori dappertutto; hanno diminuito le frequenze dei treni ma non i tempi di percorrenza e non ci siamo mai lamentati, quindi un po’ ci sta bene che ci freghino. Voglio dire, se uno glielo mettono in quel posto una volta, e due, e tre, e non si lamenta, vuol dire che un po’ gli piace.

Sembra che il sindaco di Roma sia affiliato alla banda della Magliana. Anche i manifesti contro Papa Francesco li ha fatti affiggere lui. Inoltre il cugino è stato assunto come bidello nella scuola media di Tor Pignattara. Non vedo dove sia il problema, è la democrazia.

A proposito di sindaci di Roma, non sono rimasto invece sorpreso nel sentire che l’ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, a coronamento della sua carriera istituzionale possa diventare il prossimo presidente della Figc. D’Alema della Figc³  era stato segretario 40 anni fa, figuriamoci se lui poteva rimanere indietro. Il calcio italiano, a vocazione maggioritaria, ne aveva bisogno. A Mr. Veltroni si riconosce universalmente una buona capacità di inventare slogan come quella di affondare quello che tocca: fosse la volta buona che il nostro calcio vada finalmente a scatafascio! Vai Uolter, facce sognà!

(122. continua)


1 L’immagine inquietante del muflone arrampicatore oscura quella dell’orango assassino di Edgar Allan Poe nei delitti della Rue Morgue.
2 Chi non conosce il signor Malausséne di Daniel Pennac smetta di leggermi, per favore.
3 Erano altre Figc, ma a D’Alema roderà lo stesso.

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Alluci ed altre estremità

La suprema intelligenza che presiede all’invio delle e-mail dopo avermi bersagliato per mesi, come vi ho informato, di profferte da educate e benintenzionate signorine dell’Est Europa, visto che non c’era trippa per gatti ha iniziato a bombardarmi con proposte commerciali di altro tenore.

Le offerte coprono un ampio spettro di bisogni, e vanno da:

  1. cura miracolosa dell’alluce valgo; ci ho messo un po’ a capire cosa fosse questo alluce valgo e ora che l’ho capito temo che le mie estati in spiaggia non saranno più le stesse e sarò ossessionato da questi fastidiosi inestetismi;
  2. cura miracolosa della micosi delle unghie, di questo sono abbastanza informato, purtroppo è una delle complicazioni della chemioterapia, promettere soluzioni miracolose mi pare azzardato;
  3. prolungamento miracoloso dell’erezione con garanzia di durata congrua;
  4. allungamento miracoloso dell’organo riproduttivo (dell’uomo, specifichiamo), fino a 7 (sette!) centimetri, con metodi naturali, grazie ad un ritrovato dal nome evocativo di Penirium.

Sorvolando sui punti a) e b), per i punti rimanenti non so se qualche rimostranza o lamentela sul mio conto sia giunta all’orecchio della suprema intelligenza di cui sopra, nel qual caso me ne corruccerei.

Tra l’altro, in epoca in cui tutti sono diventati medici e ognuno dice la sua sulla validità e l’opportunità delle vaccinazioni, questi mi sembrano i mali minori.
Io ricordo che a noi ci vaccinavano contro il vaiolo (debellato grazie alle vaccinazioni) e la poliomielite; la vaccinazione era obbligatoria ed era una specie di iniziazione, specialmente quella del vaiolo, con quel pennino che andava a incidere il braccio. Ora fanno i tatuaggi, ridicoli! Noi si che avevamo un tatuaggio come si deve. Il mio assomiglia vagamente ad un teschio, e ne vado molto fiero.

L’altro giorno ho visto un filmato, non so se di bufala si tratti, in cui delle operose operaie cinesi iniettano nei  gamberi destinati all’esportazione una strana sostanza gelatinosa. L’operazione serve ad aumentarne artificialmente il peso ottenendo quindi un guadagno truffaldino. D’ora in poi me ne guarderò bene dal frequentare quegli allettanti all-you-can-eat a 9 euro e 90 centesimi!

Il procedimento di gonfiaggio dei gamberetti, forse complici le bottiglie di Falanghino e Barbaresco che ci siamo scolati abbiamo degustato la sera stessa con degli amici, non mi ha lasciato dormire serenamente creando delle strane associazioni; mi attanagliava il dubbio che l’aumento del volume avvenisse a scapito, come dire, della consistenza; a meno che il liquido iniettato non abbia un funzionamento analogo a certi termostati, per chi è pratico di idraulica, nei quali la cera contenuta all’aumentare della temperatura si scioglie espandendosi e andando ad aprire la valvola dell’acqua fredda. Un’informazione corretta dovrebbe evidenziare che un conto è iniettarsi la sostanza al polo ed un’altra all’equatore.

Per la durata, invece,  la pillola miracolosa promette, a seguito di seri studi, di allungarla fino al 76% in più e beneficiare quindi di una svolta di 180° nella vita di coppia. Tenendo presente che il 76% di zero resta sempre zero, avrei anch’io dei rimedi naturali da suggerire: il primo consiste nel ripassare le tabelline partendo da quella dell’undici e andando avanti; anche il pensare alle bollette di fine mese può aiutare ma non al mutuo, che lì c’è il rischio che la fantasia avvizzisca, per così dire.

A proposito di cazzoni, voglio vedere con che faccia gli amici americani continueranno a dare del patetico pagliaccio all’illuminato e moderato presidente della Corea del Nord, dopo quello che si sono messi loro in casa.

Letta la lista dei paesi messi al bando, mi sorprende che manchino Arabia Saudita ed Emirati Arabi, da dove proveniva la maggior parte degli attentatori delle Torri Gemelle. Mi preoccupa anche che in cima alla lista sia stato posto l’Iran: non vorrei fosse il preludio ad una bella campagna di bombardament esportazione della democrazia di cui non mi pare abbiamo il bisogno.

Concluderei con un appello ai tanti italo-americani, soprattutto a quelli che grazie a Tremaglia hanno ottenuto la possibilità di mettere il becco anche nelle faccende di casa nostra: ma insomma, dal 1994 in poi le nostre vicende non vi hanno insegnato niente? E cavolo, state un po’ più attenti!

(121 – continua)

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Beato te che non capisci un cavolo

Chi l’avrebbe detto appena qualche anno fa che in poco tempo avremmo avuto gli strumenti per collegarci in tempo reale con vecchi compagni di asilo, commilitoni di cui avevamo perso le tracce, compaesani sparsi per il mondo e parenti desaparecidos?

Ricordo che un giorno il mio vecchio capo, di fronte all’esplosione dell’Internet, mi chiese che ne pensassi e che cosa ci avremmo potuto fare. Con la mia consueta sagacia risposi come nella réclame del Chinamartini: “Düra minga, düra no”. Con questo si capisce perché io sono io e Zuckerberg è Zuckerberg.

Gente di cui non abbiamo sentito la mancanza per decenni, cordialmente ricambiati, ricompare nella nostra vita grazie alla potenza del social network, reclamando per ciascuno un pezzo della nostra esistenza: ti ricordi la maestra tale?  ti ricordi il professor talaltro? ed il capitano tizio? e il collega sempronio?
Gente di cui avevamo perso le tracce, che magari già all’epoca non sopportavamo, riemerge dall’angoletto polveroso in cui era stata relegata per chiederci l’amicizia. Tutti si aspettano che tu sia rimasto uguale a quello che loro ricordano tu fosti; cosa impossibile, perché anche ammettendo che  lo avessero capito veramente bisogna vedere se lo ricordano correttamente, e cosa ricorderebbero poi? Quello che apparivi o volevi apparire, la tua immagine in un’epoca in cui forse nemmeno tu lo sapevi, chi eri.

Io ad esempio ho attraversato tutte le superiori fregandomene dei compagni di classe. Esclusi due o tre, gli altri mi stavano tutti o antipatici e nemmeno cordialmente, o francamente sulle scatole. Cosa pensassero di me non mi tangeva; non vedevo l’ora di prendere il mio trenino e di tornarmene a casa alla mia vita vera. Erano alieni, come io lo ero per loro: contenti reciprocamente. Che amicizia volete chiedermi, che quando era l’ora di essere amici veramente ci siamo schifati?

Così si ha a che fare con degli sconosciuti; con persone con le quali si è condiviso un tratto di strada ma delle quali si ignora tutto.
Si cerca così di capire come la pensano dai post, dai commenti, ma l’esercizio diventa impegnativo perché anche dall’altra parte scatta lo stesso meccanismo; per non sbagliare ci sono degli argomenti che è meglio evitare in assoluto, me ne sono fatto un elenchino come promemoria al quale cercherò di attenermi il più possibile.

Argomenti di cui assolutamente non parlare per non perdere le amicizie:

  • Politica
  • Grigliate di carne
  • Omosessuali
  • Ruberie della Juventus
  • Immigrati
  • Gnocca (con le donne)
  • Religione
  • Libri (per non apparire troppo intellettuali)
  • Teatro (vedi Libri)

Argomenti di cui si può parlare senza paura di perdere amicizie:

  • Gatti
  • Cani
  • Vacanze preferibilmente al mare
  • Gnocca (con gli uomini)
  • Cibo (limitandosi agli antipasti, primi e dolci; secondi a base di carne e pesce da evitare)
  • Vittorie dell’Inter (non molto spesso)
  • Malattie esantematiche dei bambini
  • La Casta
  • Musica, fingendo competenza
  • Allarme caldo / Allarme freddo a seconda della stagione

Seguendo questo semplice vademecum si avrà la certezza di apparire un perfetto coglione, come del resto tutti ricordano si fu stati: ma le amicizie saranno salve.

(110 – continua)

p.s.:
mi sono cimentato con forme verbali di cui non sono sicuro al 100%. Spero di averne sbagliate almeno la metà, anche questo aiuterebbe nella considerazione e stima generale.

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Sarà vero? (che dopo miss Finlandia avremo un Papa nero?)

Stamattina mi stavo recando, come di consueto, a prendere il trenino che mi avrebbe portato al lavoro (per quanto si possa definire lavoro il digitare su di una tastiera, c’è gente che lo fa tutto il giorno gratis e ci si diverte pure), con il cervello in stand-by a causa del freddo pungente che imponeva di attivare la modalità risparmio energetico, modalità peraltro cara come ormai saprete agli ingegneri informatici di cui mi glorio di non far parte, quando con la coda dell’occhio notavo una sagoma rosa che stava accelerando per raggiungermi.

Essendo della generazione obbligata meritoriamente, alle elementari, ad indossare il fiocco blu, non amo avere gente ansimante alle spalle, perciò ho aumentato l’andatura rendendomi conto però che anche l’inseguitore allungava il passo. Un po’ infastidito ho allora rallentato, e mi sono girato per vedere se fosse qualcuno di mia conoscenza: il volto che è apparso mi era sconosciuto, ma vi ho visto impresso sopra il sollievo. “Mi scusi, stazione andale bene?” ha chiesto educatamente la faccetta cinese presente sotto il cappuccio rosa.

Non escludo mi sia sfuggito involontariamente un sorrisetto, essendomi passata fugacemente in mente la patata dell’altro giorno; la ragazza l’ha preso come un segno di cordialità, e si è predisposta per percorrere l’ultimo pezzo di strada insieme. Ho cercato di intavolare un discorso ma il suo vocabolario di italiano, sebbene più ampio del mio di cinese, non permetteva grossi dialoghi; ho capito comunque che andava a Milano e non per studiare ma per lavorare. Notando con il mio abituale acume che continuava a guardarsi intorno, ed a un certo punto le ho chiesto se cercasse qualcuno.

La ragazza annuendo decisamente come chi dice no in cinese, ha provato a spiegare ma la mia bocca aperta nonostante il freddo deve averla convinta che non stessi afferrando il nocciolo del discorso; allora ha brandito il telefonino ed ha iniziato a digitare vorticosamente; mi ha fatto vedere quello che aveva scritto, ma li per lì per mia ignoranza non sono riuscito a decifrare gli ideogrammi, e quando ho fatto presente che il cinese non era nelle mie disponibilità la ragazza mi ha fatto notare che sotto c’era la traduzione: ah, google transletol! La frase risultante tuttavia era incomprensibile quasi come i segni : “correre per pista nera”. Le ho chiesto se dovesse andare a sciare, anche se mi sembrava priva della necessaria attrezzatura; a gesti più che a versi ho capito allora che era contenta di fare la strada insieme perché aveva paura di essere seguita da una brutta faccia, una faccia nera.

Quando eravamo bambini, per spaventarci, ci si diceva che se non facevamo i buoni sarebbe venuto l’Uomo Nero a prenderci e portarci via. Ora, data la dimestichezza con genti di tutti i colori, credo che la minaccia non sortirebbe più alcun effetto; non sapevo comunque che persino in Cina l’uomo nero fosse brandito come minaccia contro i fanciulli.

Nel ’76 Paolo Villaggio interpretò “Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure”, una boiata pazzesca come avrebbe ammesso anche il suo Fantozzi, che tuttavia aveva il pregio di mostrare una statuaria Zeudi Araya nei panni di una Venerdì con cui tutti avremmo voluto condividere un’isola deserta.

Se non ne fosse stata impedita dal fatto di essere cittadina eritrea, nessuno di noi avrebbe avuto da ridire se la signora Araya si fosse presentata al concorso di Miss Italia; come nella boxe, l’arbitro avrebbe interrotto l’incontro e le avrebbe assegnato la vittoria per manifesta superiorità!

Tale manifesta superiorità invece non era così evidente, almeno per i miei gusti, nella ragazza di origine nigeriana che ha vinto il concorso di Miss Helsinki (non Miss Finlandia come avevano esagerato autorevoli giornali. Una parolina ai giornalisti: spesso non sembra che vi prendiate la briga di verificare le notizie che pubblicate. Così perdete ancora più di credibilità, però: a prendere un’Ansa e rilanciarla sono buoni tutti). Tralascio dietrologie politiche, e ricordo che in Italia una miss Italia nera l’abbiamo avuta nel ’96, la bella dominicana Denny Mendez, molto meglio di Miss Helsinki ma molto al di sotto di Zeudi, nella mia personale classifica.

Mi è poi venuto un dubbio: ma da che giuria è stata eletta miss Helsinki? Non sarà mica stata votata telematicamente? Non ci sarà lo zampino degli hacker russi? Oppure è stata votata da un campione registrato, sulla falsariga delle parlamentarie dei pentastellati, dove con una manciata di voti di parenti ci si può candidare a deputato o senatore? Se è così, credo che le elezioni vadano immediatamente invalidate, e mi candido insieme ad un manipolo di obiettivi e incorruttibili esperti per presenziare alla rinnovata tenzone. Helsinki, aspettaci!

(119 – continua)

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Globalizzati sul pianerottolo di casa

Quando sono arrivato nel quartiere dove abito, nell’87, c’erano parecchi negozietti. Macellerie, frutta e verdura, alimentari, formaggi, fotografo; sono spariti quasi tutti, resiste qualche bar di cui una buona metà dei  gestori è cinese, qualche lavanderia, un barbiere e qualche parrucchiera che fanno sempre più fatica a resistere alla concorrenza orientale. In compenso sono fioriti i centri massaggio, tutti cinesi, dove prima o poi dovrò decidermi a fare una capatina, giusto per rendermi conto.

Riguardo questi centri, una amica mi ha raccontato di una sua amica che, entrata per farsi massaggiare, si è sentita proporre dalla cortese addetta, tra le varie opzioni a listino, un “leccàle patata” che l’ha lasciata interdetta. Tra l’altro sono negozi aperti 24 ore su 24, anche di notte a chiamata, non si sa mai uno abbia bisogno di un massaggio all’improvviso, è un servizio molto utile a mio avviso.

In piazza spicca un fiorentissimo negozio di parrucchiere unisex, dove per 8 euro ti tagliano i capelli e per 10 fanno anche lo shampoo con tanto di massaggio della cute. Il turnover degli addetti è molto elevato; la formazione, abbastanza approssimativa, consiste nel mulinare il più velocemente possibile la macchinetta elettrica; ciononostante l’ultima volta che sono andato sono stato fortunato perché mi ha servito una signora che doveva avere un background da sarta, perlomeno le forbici le sapeva usare. I parrucchieri cinesi conoscono solo due parole: colto o lungo. In genere però prima partono a tagliare e poi chiedono che misura si vuole, ma a quel punto è tloppo taldi.

Un generi alimentari a dire la verità è rimasto, lo gestisce un turco. Ha una politica di prezzi aggressiva e concorrenziale anche se sospetto che adotti un doppio listino, uno per i connazionali ed uno per gli stranieri che saremmo noi. A volte fa finta di non capire, come quando gli chiedi uno sconto; ultimamente si è messo anche a vendere tappeti, diversificando così il business. Mi ha sorpreso la sua ignoranza riguardo il sapone di Aleppo, che pure avevo acquistato ad Istanbul; ma forse da loro si chiama in un altro modo.

La nostra chiesa è semivuota e frequentata per lo più da anziani; in compenso c’è un vivace centro islamico, frequentato più che altro da maghrebini, da dove i suddetti turchi si tengono alla larga perché loro con gli arabi non vogliono avere niente a che fare e quindi per non dare confidenza si sono fatti il loro, di centro islamico.
L’unico sprazzo di vita che si manifesta nella nostra chiesa è quando, una volta al mese, vi si ritrovano due comunità africane, congolesi e ghanesi: il nostro coretto partecipa entusiasta, spaziando dal lisanga allo swahili senza problemi ne vergogna.

C’era un forno, che ha chiuso i battenti l’anno scorso. Faceva anche pizze e focacce; ora per quello ci sono due pizzerie da asporto, entrambe di egiziani, che affiancano alla produzione della vera pizza napoli dei succulenti panini al kebab. Vendono alcolici senza problemi e maneggiano senza imbarazzi prosciutto e salame: nessun imam avrà da ridire? No, perché giusto ieri leggevo di un telepredicatore che in Turchia si è scagliato contro il gioco degli scacchi, dichiarandolo più peccaminoso del gioco d’azzardo. Di scacchi so poco, ma non immaginavo che portassero all’inferno. Mentre invece, e qui non posso che concordare riallacciandomi alla patata di cui sopra, lo stesso telepredicatore sostiene in polemica con un suo collega che l’Islam non vieta il sesso orale.

Un mio vicino, leghista della prima ora, ha sposato una ucraina, che gli ha portato in casa anche il fratello. Padroni a casa nostra! Sosteneva da celibe. Sarà ancora dello stesso avviso? A giudicare dal cagnolino che porta a spasso tutte le sere, c’è da dubitarne.

Un coetaneo di mio figlio e compagno di elementari e medie, figlio di genitori africani, è un campione di basket ed è in nazionale. Il suo professore di ginnastica lo diceva che sarebbe arrivato in alto, ha avuto l’occhio lungo.

Un altro mio vicino è italiano ma rastafariano. Il nostro anziano parroco rimase un po’ confuso quando si presentò a benedire casa, vicino Pasqua, e questi gli disse: “No guardi, sono di un’altra religione, Rastafariano”. Sconcertato rispose : “Piacere, io sono il parroco”, e mi sa che sia ancora convinto che Rastafariano sia il cognome di quel bizzarro signore.

E sono passati solo trent’anni! Chissà tra altri trenta come saremo, spero di esserci per vederlo. Intanto sento un dolorino alla schiena, quasi quasi vado a farmi fare un massaggio.

(118 – continua)

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Pure i chirghisi ci si mettono?

Pare che l’autore della strage di Capodanno a Istanbul sia un chirghiso. Non è arrivato in Turchia con un barcone ma con un regolare volo di linea dalla Chirghisia, con tanto di moglie al seguito.

Chi, come me, fino ad oggi era ignaro dell’esistenza del Kirghizistan e tutto sommato aveva vissuto discretamente bene, poteva essere scusato dal fatto che fino al 1991 questa repubblichetta faceva parte dell’Unione Sovietica; e come tante altre di quelle repubblichette non si capisce cosa ci abbia guadagnato dall’indipendenza.

Una volta, in una partitella di allenamento, contendendo la palla ad un amico un po’ robustino gli diedi una spallata che lo fece cadere lungo disteso. Il volo fu abbastanza comico e invece di continuare l’azione mi fermai a ridere con le mani sui fianchi; al che il mio amico si mise a sedere, mi guardò addolorato e mi rivolse una domanda che mi fece quasi vergognare: “O Giò, pure tu te ce mitti?” che voleva dire che da me non se lo sarebbe mai aspettato.

Ora la stessa domanda la rivolgo ai chirghisi: Pure voantri ve ce mettete? E mo’ basta! Tra ceceni, afghani, kazaki, uzbeki, ossezi, transnistriani, non se ne può più! Allora aveva ragione la buonanima di Iosif Vissarionovič Džugašvili in arte Stalin a prendervi tutti a mazzate in testa!

In Italia abbiamo vissuto una lunga stagione del terrore. Stragi fasciste, lotta armata (o terrorismo rosso, a seconda della parte da cui si guardava), attentati palestinesi, stragi mafiose. Spesso intrecciate tra di loro, e con gli altri “misteri” non ancora chiariti e che mai si chiariranno. Per destabilizzare, si diceva, quando al contrario servivano a stabilizzare.

In giugno ed in novembre 2015 in Turchia ci sono state due elezioni. Nella prima il partito di governo aveva perso la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Nella seconda l’ha riconquistata. Nel mezzo ci sono stati due grandi attentati rivendicati dall’Isis, che hanno colpito stranamente soprattutto giovani e oppositori, e la ripresa dei bombardamenti contro il Pkk quando si pensava piuttosto che si arrivasse a qualche accordo; la reazione ottenuta, prevedibile, è stata di altri attentati.

La lezione, insomma, la conosciamo. La Turchia, non c’è bisogno che lo dica io, è un paese bellissimo. Storia, cultura, arte, natura, mare, c’è tutto quello che si può desiderare. Istanbul è meravigliosa. Quando tutta questa follia finirà, e spero di non essere troppo vecchio allora, mi piacerebbe davvero molto tornare. Chirghisi permettendo.

 

stalin

Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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