Cielo a pecorine!

Sono convinto che il marketing epistolare sia guidato da un’intelligenza che, sebbene artificiale, segue il ritmo naturale delle stagioni.
Dopo avere infatti passato autunno, inverno e primavera a scassarmi i cabasisi propormi prodotti per tonificare il corpo e soprattutto una certa parte del corpo ecco che, ritenendomi pronto e pienamente operante, hanno ricominciato ad arrivare letterine da simpaticissime signorine dell’Est, incaricate forse dalle ditte di integratori miracolosi di testare i risultati raggiunti.

Ne riporto a titolo di esempio una delle più carine, della mittente della quale se appena fossi stato un pochino più grave sarei anche potuto essere, come lei auspica, un buon penna-amico:
“Ehi ci mio grande penna-amico Il mio nome e Natalya. Sono della Russia, nella citta che si chiama Ezhva, regione di Komi. Ho trentaquattro anni. Non ci conosciamo ancora, ma voglio diventare tua amica e conoscerti meglio. In realta sono una donna davvero modesta e timida. Sull Internet mi sento un po piu rilassata. Ti invio una mia fotografia, spero che ti piacera. Ho intenzioni sincere, e quindi ti chiedo di scrivermi solamente se anche tu vuoi stabilire una amicizia significante. Ti chiedo inoltre di allegarmi un altra tua foto. Spero che sei interessato in me e mi scriverai presto. Non vedo l ora di leggere le tue mail e le tue domande. Saluti, Natka!“

Modestia davvero di altri tempi, cara Natka! E discrezione, soprattutto. Non come quei rompicoxxxoni telefonisti della Tim che ieri sera, all’ora di cena, hanno chiamato 10 (dieci!) volte a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, finché alla fine ormai alla frutta mi sono deciso a rispondere e, facendo davvero uno sforzo sovrumano per non fracassare il cordless contro la parete del soggiorno, ho ascoltato un operatore che mi proponeva un’offerta imperdibile grazie alla quale avrei navigato a non so quanti mega e risparmiato non so quanti euri. A fronte di questi immeritati vantaggi, avrei solo dovuto acconsentire a cambiare il numero di telefono. Tutti sanno quanto rispetto io abbia del lavoro e dei lavoratori, tuttavia all’ora di cena tendo a dimenticarmene e fortunatamente delle mani pietose mi hanno strappato la cornetta di mano, altrimenti starei ancora sbraitando e insolentendo l’incolpevole testa di rapanello lavoratore del call center.

Stamattina, mentre ero intento a leggere le notizie del giorno precedente da un quotidiano cartaceo, attività che mi qualifica come intellettuale de sinistra¹ agli occhi degli assonnati compagni di viaggio, un trafiletto ha attirato la mia attenzione più degli altri:
un avvocato tedesco ha denunciato che nel coro di voci bianche di Ratisbona nell’arco di tempo che va dal 1945 al 1992 i sistemi educativi non siano stati dei più teneri ed oltre 500 giovani cantori siano stati oggetto di violenze fisiche e psicologiche, e nei casi più gravi anche sessuali.
Sulle violenze fisiche, escluse quelle sessuali, spezzo una lancia a favore dei severi maestri di coro bavaresi. Non c’è direttore che conosca, professionista o dilettante che sia, che non abbia mai desiderato, almeno una volta in vita sua, di frustare o bastonare o perché no strozzare tutti o parte dei suoi coristi, o musicisti in caso di bande od orchestre (il nostro coro non fa eccezione, come avrete appreso dalle mie cronache). Quanto avranno cantato male questi piccoli coristi, siamo proprio sicuri che non se le siano meritate?²

Tra l’altro una fin troppo procace viaggiatrice, mentre ero intento ad informarmi, continuava a sventolarsi la gonna distogliendomi dalla necessaria concentrazione. Si premuniva anche di passarmi davanti un paio di volte l’abbonamento, senz’altro involontariamente, con su riportato nome e cognome; purtroppo la distanza focale non mi ha permesso di prenderne nota, in assenza degli occhiali  che inforco solo davanti al computer. E comunque l’avrei dimenticato.

Prepariamoci per le ferie! Sembra che quest’anno milioni e milioni di turisti si riverseranno sulle nostre coste, montagne e città d’arte: il nostro destino di Disneyland planetaria si sta avverando. Se mi dovrò trasformare in imbonitore da fiera, come sembra ormai probabile, lasciate almeno che invii loro il più cordiale benvenuto: Venghino siore e siori! Più gente entra più bestie si vedono!

(153 – continua)

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¹ Come non sfugge a chi mi è più vicino, l’attuale mia collocazione politica è abbastanza incerta, per usare un eufemismo, e su certi argomenti agli antipodi dei giornali che leggo.
² Teniamo anche conto che in Germania le punizioni corporali in ambito scolastico sono state abolite del tutto solo nel 1983; personalmente lo ritengo un cedimento inaccettabile.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (V)

Nonna Annunziata, o meglio Nunziata come veniva chiamata, era la prima di sei sorelle.

L’altro giorno ho fatto lo spiritoso sui nigerini: ma anche noi non scherzavamo, qualche annetto fa. Ora tanti figli pare che li facciano solo i ricchi ed i ciellini: avremo quindi un futuro di ricchi ciellini e di poveri nigerini?

Suo padre voleva un figlio maschio: provava e riprovava ma niente, non c’era niente da fare: solo femmine uscivano. Ada era la più piccola e Nunziata, data la differenza di età, si era trovata a farle più da mamma che da sorella.

Faceva caldo, quel luglio; la notte prima i tedeschi se ne erano andati, di sorpresa, senza sparare, e si diceva che si fossero spostati al fiume più a nord, per difendere Ancona e il suo porto.

Ad Ada toccava andare a prendere l’acqua, alla fonte che era appena fuori dal paese; lo faceva volentieri, insieme alla sua amica Luisa, perché così potevano svagarsi un po’ dalle faccende di casa, chiacchierare e scambiarsi intimità, sogni, fantasie e progetti per il futuro.
Ada non era una bellezza: minuta, timida, a sedici anni aveva appena un accenno di seno ed i denti davanti un po’ troppo pronunciati; aveva dei bei capelli neri, che teneva legati in due trecce che usava arrotolare come appoggio per la brocca dell’acqua, ed un sorriso dolcissimo che gli illuminava il viso. Luisa invece si che era bella; alta, slanciata, un petto sodo, faceva girare la testa a tutti i ragazzi. Ma lei non guardava nessuno: era già fidanzata, ma il suo promesso era al nord a fare la guerra con Mussolini, e così lei non sapeva se essere contenta per la sconfitta dei tedeschi o dispiaciuta per il suo Mario. Che ne sapevano loro di politica! Loro volevano solo che quella guerra maledetta finisse al più presto e che si tornasse a vivere normalmente, a divertirsi, a ballare, a godersi i giorni di sole insieme alle famiglie, alle amiche.
Nei giorni precedenti avevano avuto paura ad uscire, con tutti quei soldati intorno; ma adesso per fortuna era finita, e si sentivano più tranquille; dicevano che sarebbero arrivati i liberatori, anche se non immaginavano bene da cosa le avrebbero liberate: dalla miseria, forse, o dalla fame?

Sprechiamo tanta di quella acqua che forse farebbe bene anche a noi doverla andare a prendere alla fonte con la brocca in testa. Riusciremmo contemporaneamente a chattare su Whatsapp?

Camminando affiancate così, con la brocca in equilibrio sulla testa, arrivarono all’ultima curva prima della fonte. Accovacciati a lato della strada, sull’erba, videro quattro uomini armati. Soldati sembrava, ma non come quelli che se ne erano andati; questi apparivano più dei predoni del deserto, almeno a sentire i racconti dei grandi, in testa avevano delle specie di turbanti, ed al posto delle divise sembravano indossare delle tuniche da beduini. Scuri di pelle, fumavano e discutevano tra di loro in una lingua che non riconoscevano.
Ada rimase paralizzata dalla sorpresa, Luisa invece più pronta capì subito che era meglio togliersi da quella situazione, la prese per un braccio e in silenzio cercò di spingerla a tornare sui loro passi.

Ma era troppo tardi. Dietro di loro comparvero altri quattro uomini, con un ghigno disegnato in faccia, come quello delle jene che fiutano la preda, facendo segno di non aver paura, invitando intanto i loro compagni ad alzarsi, a partecipare anche loro al banchetto.
“Scappa!” fece appena in tempo a dire Luisa. Poi, le brocche caddero.

Il numero di donne stuprate selvaggiamente e spesso uccise dalle famigerate truppe marocchine, al seguito dell’Armata Francese, è solo stimato, si parla addirittura di 60.000. Nemmeno le vecchie e le bambine vennero risparmiate; e nemmeno uomini e bambini, che i marocchini non guardavano in faccia a nessuno.

Solo alla sera Luisa riuscì a rialzarsi, e ad avviarsi verso casa. Aveva pregato Dio di farla morire, ma non era stata esaudita; chiamava piangendo “Ada! Ada!” ma quella non rispondeva.
Ada forse aveva fatto una preghiera diversa, era là ma non c’era più; la sua mente si era rifiutata di partecipare all’orrore, lasciando solo il corpo a subire gli affronti di quegli animali. Sul volto insanguinato aveva un sorriso; dalle labbra le usciva una cantilena, una nenia che sua madre usava per farla addormentare da piccola.

Passò due anni in manicomio. Nonna Annunziata, che era stata nominata sua tutrice, ogni tanto andava a trovarla; ad un certo punto i medici videro dei miglioramenti, e dopo un po’ pensarono che le avrebbe fatto bene passare un periodo a casa.

Così Ada, sempre con il sorriso dolce in faccia, tornò alla sua casa, dove i genitori non c’erano più ed erano rimaste solo due sorelle; queste la abbracciarono, e vedendola stanca la accompagnarono nella sua vecchia stanza, al piano di sopra; lei le salutò con gli occhi, ripose la piccola valigia di cartone, aspettò che tornassero in cucina e salì in soffitta. Alzò la scaletta di legno, impolverata, che giaceva per terra vicino ad un vecchio baule che conteneva i ricordi di famiglia; aprì la finestrella dell’abbaino e si trovò sul tetto; fece tre, quattro passi, forse sorrise ancora chissà, e si buttò.

(152 – quinta puntata)

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Nota.
La storia qui narrata è vera. Ada, la sorella più piccola di mia nonna, venne violentata da un gruppo di soldati, impazzì, fu ricoverata in manicomio e poco tempo dopo essere stata dimessa si suicidò.  Il luogo non dovrebbe essere quello, perché le truppe marocchine sfogarono le loro bestialità tra la Ciociaria e la Toscana, e non risulta che fossero stanziate anche nelle Marche. Quindi o Ada era altrove o non furono truppe marocchine; ma la sostanza non cambia. Luisa l’ho invece inventata io, in omaggio alla Ciociara di Alberto Moravia ed all’immensa Sofia Loren, classe 1934, quasi coetanea di mia madre.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

Pakistonia

Mi dissocio da quanto me stesso ha scritto. Lo penso ma non dovrei dirlo, o forse lo dico ma non dovrei pensarlo. La mia parte destra piglia a mazzate quella sinistra, e viceversa; l’ateo bastona il credente, e tutte e due bastonano l’agnostico. Il Titanic affonda e all’orizzonte non c’è nemmeno una Ong; il giorno di ordinaria follia si sta avvicinando e allo specchio vedo Michael Douglas, purtroppo senza Catherine Zeta-Jones, accarezzare la mazza da baseball. La solita scimmia nuda urla “E ‘mó basta!” e l’infermiere in camice bianco gli liscia la testa. Che si fotta!  

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Non molto distante dal mio paese natale c’è un paese che si chiama Corridonia. Il nome è abbastanza recente, in quanto gli fu attribuito nel 1931 in onore di una personalità illustre, quel Filippo Corridoni socialista e sindacalista rivoluzionario, interventista, morto durante la prima guerra mondiale ed arruolato post-mortem tra i numi tutelari del fascismo.

Simpaticamente gli abitanti dei paesi vicini, data la folta comunità Pakistana presente, l’hanno recentemente ribattezzata Pakistonia.

Nel mio paese, che lo ricordo è in collina, c’è un vecchio asilo di infanzia, non più utilizzato, situato in una posizione invidiabile, al posto di un pezzo di antico muro di cinta, con un’enorme terrazza da cui si può godere il panorama fino alle montagne. C’era un vecchio progetto di riconversione in mini-appartamenti per anziani, necessità estremamente sentita dato il continuo allungamento dell’aspettativa di vita. I lavori sono stati fermi per anni e sono ora ripresi; gira però la voce che il progetto non sia più quello originario ma si stia lavorando per apprestare un centro di accoglienza per immigrati; mio padre non ne era a conoscenza, e un po’ scettico mi ha chiesto: “ma dove vanno a pigliarli tutti questi immigrati?” e quando ho ipotizzato che fossero quelli che arrivano con i barconi, ridendo mi fa: “e le barche dove le mettono?”.
Ma tutto può essere, vedremo presto se l’asilo che mi ha visto presente per soli tre giorni nella vita riprenderà vita per richiedenti asilo e non solo.

Il governo l’altro giorno sembrava aver avuto una idea che, essendo di buon senso, è stata subito accantonata: se tu, nave che non fai parte di missioni internazionali e che batti bandiera francese o inglese o panamense, insomma non italiana, ti metti a due passi dalle acque territoriali libiche (quando non dentro) a soccorrere barconi, sfidando le accuse di fare da taxi ai clandestini e persino di essere in combutta con gli scafisti, i passeggeri te li porti a casa tua. Apriti cielo! Attacchi a non finire, ci si accanisce con i deboli, si va contro i trattati internazionali, si va contro il diritto del mare, si è disumani.
Ma nessuno aveva mica detto di ributtarli in mare. Solo che se vieni dalla Nuova Zelanda per salvare persone è giusto che le porti nel tuo paese, dove potrai accudirle meglio.
Avrei voluto vedere cosa avrebbe fatto, ad esempio, la Francia, a trovarsi le navi di Médecins Sans Frontières ripiene di migranti a Mentone; li avrebbe ammassati a Ventimiglia?

Ricordiamo a Macron che è stato il suo paese, guidato da quell’altro tappetto di Sarkozy, ad andare a far casino in Libia, tirandosi poi dietro la Nato; che la Libia di Gheddafi era un collettore di immigrazione e conteneva per conto di tutta l’Europa e non solo nostro, con le buone o le cattive, quelli che adesso Macron rifiuta di prendersi.

A Madrid ho visto un palazzo dove c’era un enorme striscione: Refugees Welcome.
E’ il classico modo di fare gli accoglienti col didietro degli altri; perché se fossero così contenti di accogliere rifugiati potrebbero rimuovere i muri a Ceuta e Melilla, e si vedrebbe poi quanti striscioni comparirebbero.

Sono ormai convinto che questa spinta migratoria non sia spontanea ma manovrata per almeno due motivi: a) l’introduzione di persone disposte a lavorare per due lire e senza diritti b) l’islamizzazione della società.
In tutti e due i casi gli alleati sono quelli che più avrebbero motivi per opporsi e più hanno da perdere: nel primo tutta la sinistra e specialmente quella radicale, ovviamente in nome dei diritti umani; ma che diritto umano è quello di venir qua a raccogliere pomodori, quando va bene, a 3 euro all’ora? Ma uno sforzo di realismo quando si vorrà fare? Quante persone siamo in grado di accogliere e di far vivere dignitosamente? Altrimenti di che accoglienza parliamo, quella che dà profitto a chi accoglie?

Non stendo, anche se sarebbe meglio, un pietoso velo sulle ultime esternazioni di Boeri sulla necessità dei lavoratori immigrati. Ma che c’entra? Chi la nega? Abbiamo cinque milioni di stranieri residenti in Italia, qualcuno pensa di buttarli fuori? Cosa c’entrano con l’immigrazione incontrollata? Se si chiede piuttosto a loro cosa pensano del sistema attuale, magari a quelli che sono arrivati trent’anni fa, la risposta è unanime: siamo deficienti. E Boeri, perché non pensi ai voucher, e perché non dici che dei milioni di voucher utilizzati nei due anni passati ai beneficiari non andrà una lira di pensione, e i contributi se li intasca l’Inps a fondo perduto? Come peraltro per i nuovi voucher che il governo truffaldinamente ha reintrodotto?

Nel secondo caso chiamo in causa, genuflettendomi, la Chiesa cattolica. Mi chiedo, non per fare il Salvini, perché tutti gli Sceicchi, Emiri, Sultani musulmani straricchi, invece di finanziare guerre sante per la barba di Maometto, non aiutano i loro “fratelli” a casa loro? Sono stufo di sentire che dobbiamo risarcire l’Africa per il colonialismo! Gli arabi l’hanno depredata per secoli, quelli che raccoglievano schiavi erano loro, e la schiavitù qualche paese l’ha avuta fino alla seconda guerra mondiale. Quando mio nonno è andato a conquistare l’Etiopia di Hailé Selassié (sbagliando, per carità, ma se hanno uno straccio di strada e ferrovia è perché gliel’abbiamo costruita noi…), vigeva ancora la schiavitù, lo sappiano i beati rastafariani! Questi figli di negrieri vogliono sparpagliare musulmani in Europa ma si guardano bene dal condividere le loro ricchezze, vogliono sfruttare il buon cuore, le code di paglia e gli stati sociali di quelle società che poi disprezzano per la loro lassezza ed i costumi troppo liberali.
E chiedo, a queste società arretrate, perché questo sono: quando vi libererete di questi parassiti?

Temo che la chiesa, in grave crisi di fedeli vocazioni e identità, operando in maniera indiscriminata stia lavorando contro se stessa e favorirà non la sua parte migliore ma i gruppi più radicali al suo interno; che la politica del “poverini” e della pacca sulla spalla senza progetti avrà come sbocco l’islamizzazione della società; che i laici avranno da rimpiangere la chiesa bigotta di cui tanto si lagnano; l’ecumenismo è un’utopia, per non dire una stupidaggine, che può forse funzionare tra chiese cristiane (tutto da dimostrare) ma non certo con i musulmani.
Ad essere troppo buoni si passa per coglioni, e noi temo stiamo superando abbondantemente quel limite.

L’Africa ha tanti problemi, siamo d’accordo. Tanti li abbiamo causato noi e tanti li alimentiamo, può essere. Ma sono passati più di settant’anni dalle loro indipendenze. Per fare un esempio, in Niger che è uno dei paesi più poveri del mondo, ogni donna partorisce quasi sette figli a testa. Devo andare io a dirgli che forse è meglio fare un po’ meno figli e cercare invece di mettersi insieme per star meglio? Ma pensate che le vostre rivoluzioni debbano farvele gli altri? Il Che è morto da un pezzo, cercate di darvi una svegliata care risorse, che qualche problemino cominciamo ad avercelo pure noi.

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Ki ti foi atesso?!?

Nel febbraio del 1968, quando Paolo Villaggio¹ comparve in televisione in “Quelli della domenica” con i suoi personaggi, il Professor Otto von Kranz e Giandomenico Fracchia, non avevo ancora 9 anni.
C’erano solo due canali ed in bianco e nero; sul primo canale, dopo la Tv dei ragazzi e prima della partita di calcio, c’era questo nuovo varietà, con comici che avrebbero segnato tutta un’epoca come Cochi e Renato, Ric e Gian, e appunto Paolo Villaggio.
Solo per dare un’idea del livello di certi spettacoli, la regia era di Romolo Siena ed i testi erano scritti da Marcello Marchesi, Terzoli & Vaime e Maurizio Costanzo; l’orchestra era diretta da quel mostro sacro che era Gorni Kramer. Gli ospiti musicali erano bravissimi.

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Mi piaceva guardare la partita di calcio con mio padre, seduti al tavolo della cucina, un tavolo con il piano in fòrmica rossa che serviva per il pranzo e per lo studio, nella casetta di cui vi ho già parlato, in uno di quei pochi momenti di complicità tra “uomini”, che allora i genitori facevano i genitori, mica gli amici dei figli; non avevamo divani, sedevamo sulle sedie normali, babbo con il gomito appoggiato al tavolo e le gambe accavallate, io con i piedi che non toccavano terra, con le mani sotto le cosce, a tenerle calde, tutto contento di essere lì.
Nell’aria c’era l’odore della cena che mamma stava preparando; mia sorella, 4 anni, sgambettava intorno come una donnina e l’ultimo arrivato reclamava la sua parte di attenzione.
Quest’ultimo fratello, il terzo della serie, aveva appena compiuto un anno, e l’anno dopo sarebbe nato il quarto (e ultimo); mia madre lo ebbe a nemmeno 34 anni, età alla quale oggi la maggior parte delle donne non ha avuto nemmeno il primo.

Qualche settimana più tardi sarebbe iniziato lo Zecchino d’Oro, presentato da Cino Tortorella alias Mago Zurlì, con il Piccolo Coro dell’Antoniano diretto da Mariele Ventre; l’anno prima aveva vinto Popoff, quell’anno avrebbe vinto Quarantaquattro gatti, e grande successo ebbero Il valzer del moscerino cantata da Cristina D’Avena, che assomigliava vagamente a mia sorella, e il Torero Camomillo.

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Il festival di Sanremo era appena finito, l’aveva presentato Pippo Baudo e le canzoni si cantavano in coppia; vinse Canzone per te, cantata da Sergio Endrigo e Roberto Carlos; i concorrenti erano artisti formidabili, basti pensare che tra gli stranieri in gara c’erano Louis Armstrong, Wilson Pickett, Paul Anka, Shirley Bassey, Dionne Warwick e gli italiani non erano da meno: Celentano, Milva, Ornella Vanoni, Ranieri, Modugno, Al Bano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Marisa Sannia, Little Tony, Johnny Dorelli….

Ma non fatevi trarre in inganno, non pensate che passassimo tutto il tempo a guardare la televisione! Anzi, la televisione era una concessione, ed andava presa a dosi parsimoniose. E poi, mica avevamo tanto tempo per guardare la televisione. Scuola, doposcuola, catechismo, compiti, e solo quando tutto era fatto si poteva uscire a giocare con gli amici… da soli, mica coi grandi sempre tra i piedi a controllare! A giocare a pallone, a palline, a figurine, a nascondino ad acchiapparella insomma tutti giochi che non si facevano da soli contro un computer e soprattutto che non costavano niente e non dovevano costare niente.
E i libri… non che in casa avessimo una gran biblioteca, ma quelli che c’erano li leggevo e rileggevo fino a consumarli.

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Tornando a Villaggio, le maschere che proponeva, viste da un bambino, ricordavano quelle delle comiche; personaggi improbabili alle prese con situazioni ridicole, Fracchia sulla famosa poltrona, Kranz che si batte con il martello per dimostrare di non sentire dolore, e va poi a urlare nei camerini… e le avventure di Fantozzi, per noi quasi aliene, perché raccontavano di un modo di lavorare che da noi era sconosciuto (nella zona c’era molta agricoltura, artigianato, qualche fabbrichetta ma grandi industrie non ce n’erano, gli impiegati erano in banca o al comune, e non erano considerati delle nullità ma erano ben considerati) se non per sentito dire dai parenti emigrati al “nord”.

Solo dopo qualche anno riuscii a capire di che si parlava. Fantozzi l’ho amato molto, mia moglie invece l’ha sempre odiato, lei sindacalista, perché rappresentava quanto di peggio c’è in un lavoratore: la mancanza di spina dorsale, il servilismo verso il potente, la rassegnazione ad ogni sopruso, la prepotenza verso i più deboli (in questo caso la moglie, la signora Pina), accomunando in questa avversione maschera e attore, Fantozzi e Villaggio.

“Quelli della domenica” finì in giugno; in quel giugno si svolsero in Italia i campionati Europei di calcio, che vincemmo contro la Jugoslavia, per la prima ed unica volta, nella seconda partita di finale, dato che la prima era finita in parità; ed alla finale eravamo arrivati dopo aver pareggiato contro l’URSS, grazie alla scelta fortunata della monetina da parte del nostro capitano Giacinto Facchetti².

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Ma non era mia intenzione fare una cronologia del 1968, solo di cercare di riportare alcune delle sensazioni di un bambino di allora: eravamo più semplici, più ingenui, più poveri se si intende la mancanza di un certo benessere, ma non certo più poveri di sogni, di volontà e di speranze; anzi, avevamo una speranza illimitata nel futuro, l’anno successivo l’uomo sarebbe arrivato sulla luna e nulla ci sembrava impossibile.

Quello che avevo allora non lo avrei cambiato, e non lo cambierei, per niente al mondo; e sono abbastanza sicuro che parecchie delle cose di cinquant’anni fa che ho raccontato, tra cinquant’anni saranno ricordate ancora; di quello che c’è in giro oggi, non credo proprio.³

(148 – continua)

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¹ Quando l’altro giorno hanno dato la notizia della morte di Paolo Villaggio mi sono meravigliato. Pensavo lo fosse già da anni.
² Mi rendo conto che la maggior parte delle persone che ho citato è morta. Qualcuno però campa ancora e quando morirà mi darà modo di ricordare i bei tempi. Cavoli vostri.
³ Sicuramente se oggi le donne fanno figli ad oltre 35 anni, se le trasmissioni televisive fanno pena, se un cantante dura lo spazio di un mattino e poi viene bruciato, se per vedere una partita bisogna farsi l’abbonamento a Sky, se Urss e Jugoslavia non esistono più, se le magnifiche sorti e progressive dell’umanità all’orizzonte non si vedono, se la disoccupazione giovanile è vicina al 40% e noi dobbiamo lavorare fino a settant’anni abbiamo sbagliato qualcosa. Siamo stati dei Fantozzi: quando era il momento di ribellarsi ad un mondo che andava dove non ci piaceva, siamo stati delle merdacce.
³ E’ morta anche Solvi Stubing, la bionda spumeggiante della pubblicità Peroni. Quelli della mia generazione quando immaginavano una tedesca pensavano a Solvi; quelli di adesso ad Angela Merkel. Poi dite che siamo andati avanti?

Cupio dissolvi

Abbandono per un attimo le cronache di famiglia per altre cronache, di attualità e molto meno interessanti. Si parla di politica, chi non è interessato soprassieda.

Qualcosa non funziona, lo dico con preoccupazione. L’acqua dello scarico sta ormai trabordando, sta superando il galleggiante per chi si intende di idraulica.

Riporto solo una parte di una conversazione avuta stamattina in treno, giusto per far capire che aria tira. Attenzione perché non sono casapaundini, fratelliditaliani, leghisti o grillini. Li si potrebbe annoverare tra i moderati, anche se non si direbbe.

“Porca pu♦♦♦na, ma questo ha il coraggio di definirsi un governo di sinistra, ma che ca♦♦o di sinistra che continua a tirar fuori soldi pubblici per regalarli ai privati?

E l’Alitalia, che prima quel cog♦♦♦ne¹ la spacchetta e la privatizza (la volevano i francesi, ma lui no: gli abbiamo dato tutto ai francesi, banche, assicurazioni, alimentare, acqua: ma Alitalia per carità, teniamocela sul groppone, con i soldi delle Poste, cioè i nostri) e adesso questi qua dopo aver sbraitato per anni contro berlusconi che fanno: ancora soldi, ma non era privata? Che li tiri fuori la marcegaglia i soldi! E gli sgravi fiscali per le assunzioni, così hanno fatto licenziare i vecchi per prendere quelli nuovi che costano meno, e adesso licenziano pure quelli; miliardi e miliardi alle banche: quei soldi sono anche miei, a me mi mandate in pensione a 70 anni e i miei soldi li regalate a banca Intesa? Quando ancora dovete mandare le casette ai terremotati? Figli di buone donne, vigliacchi e disonesti!

Pure con i voucher hanno avuto il coraggio di prenderci per il c♦♦o!

Poi vi lamentate che la gente vi schifa? Ringraziate Dio che la gente non vi piglia a schiaffi appena vi vede o peggio!

Le banche che sono fallite o quasi erano gioiellini: chi le ha svuotate? Pretendo prima di dargli i miei soldi di vedere i responsabili impiccati nello stadio di San Siro², perché ormai mi sono rotto i co♦♦♦♦ni di questi ladri e malfattori!³

Bisogna salvare lavoratori e risparmiatori, dicono i farabutti! I lavoratori quali, anche quelli che hanno venduto merda ai loro clienti, e magari hanno preso anche i premi? Ma se i bancari cascano sempre in piedi! I correntisti fino a 100.000 euro erano già salvi, non bastavano? No, dobbiamo preoccuparci pure degli azionisti e gli “investitori”! Ma ca♦♦o, quelle banche dovevano fallire perché i miei soldi servono a pagare le scuole e gli ospedali, non ad ingrassare Intesa o a rimborsare qualche pensionato credulone! Questi qua se era ancora vivo Sindona³ salvavano pure quello!  Ca♦♦o, io vado avanti da anni con contratti a tre mesi per volta, e devo rimborsare quelli che hanno buttato la pensione nelle obbligazioni subordinate? Ma voi siete fuori di testa!

Quelli che si sono suicidati perché sono rimasti senza lavoro li avete aiutati? Cornuti! Dovevano far fuori a voi, altro che suicidarsi!”

Poi per carità di patria non riporto quello che è ormai il comune sentire sulla gestione dell’accoglienza. E’ un sistema che non ha sbocco, solo persone intellettualmente disoneste possono affermare che vada bene così. Scaricando vagonate di migranti sulle periferie ingrassando cooperative più o meno caritatevoli, e poi accusando i residenti di essere razzisti perché si stancano di vedere gente ciondolare o spacciare dalla mattina alla sera.

Se volete prenderla come una piccola parziale analisi sulle cause del voto fate pure; io me la vedo brutta, una spintarella ancora e casca tutto, mi sa.

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¹ Si riferiva ad un anziano politico che scambiò una marocchina per la nipote di Mubarak.
² Veramente si chiamerebbe “Stadio Giuseppe Meazza” ed è lo stadio dove giocano quelle due squadre cinesi. I cinesi sono sicuro che non avrebbero problemi ad usare lo stadio per scopi educativi.
³ Come è noto a causa di scrupoli morali la pena capitale non è prevista nel nostro codice penale. A volte me ne dolgo. Nel merito, a parte il linguaggio troppo forbito per i miei gusti, mi trovo abbastanza d’accordo con l’esternatore. Poi mi spiegheranno che così si è evitato un rischio sistemico, che il contagio si sarebbe potuto allargare, che è il male minore. Si parla di 15 miliardi pubblici: quattro volte il gettito dell’Imu! Almeno nazionalizzarle! Invece no: nazionalizziamo i debiti (come con Alitalia, e come abbiamo fatto 100 volte con la Fiat nel passato _ e si è visto il ringraziamento _) e regaliamo i crediti.
³ Probabilmente in pochi si ricorderanno di Sindona. Oggi non avrebbe passato nemmeno un giorno in galera. Anzi, l’avrebbero fatto presidente dell’Abi, tipo Mussari del Monte dei Paschi. In tempi più civili invece in prigione gli venne servito un caffè senza zucchero che gli causò problemi digestivi.
³ Ho ripetuto più volte il 3 perché non sono stato capace di trovare il carattere speciale 4

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (III)

Una pagina della seconda guerra mondiale poco conosciuta è quella dei prigionieri di guerra o degli internati civili nei campi di concentramento alleati.

Ci è stato raccontato della tragedia dei militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre del ’43; le pene dei quali vanno interamente addossate al re ed al governo Badoglio che vigliaccamente prima li lasciarono senza ordini, e poi invece di dichiarare la resa annunciarono che la guerra continuava, ma al fianco di quelli che fino al giorno prima erano i nemici. Era ragionevole pensare che i tedeschi avrebbero accolto i soldati italiani con rose e fiori? Non credo, e infatti così non fu.

Ma poco o niente ci è stato raccontato del trattamento che i nostri militari e civili subirono nei campi alleati e specialmente francesi, e ancor più in quelli francesi nelle colonie d’Africa; incarogniti contro quella che avevano vissuto con ragione come una maramalderia, usarono sovente l’internamento come vendetta, accanendosi contro quelli che sicuramente erano nemici, ma che non erano certo andati in guerra, tranne poche eccezioni, per loro diletto. Andò meglio a quelli che finirono nei campi inglesi o americani. Ma avevamo perso la guerra, anche se facemmo finta di averla vinta, e dunque Vae Victis; avevamo la coda di paglia lunga chilometri, e queste vicende rimasero solo nelle memorie dei reduci, che non ne parlavano volentieri, e man mano in quelle degli storici: poi basta.

Mio nonno era del 1911; in quell’anno suo zio partì per l’Argentina, in cerca di lavoro e fortuna; l’intenzione era forse quella di tornare, ma un paio di guerre mondiali e le vicende familiari glielo impedirono. Ma lasciamo stare anche gli zii argentini, per adesso.

Gaetano aveva un gemello che si chiamava Torello. Non so se Torello fosse il diminutivo di Salvatore o fosse proprio il suo nome; fatto sta che quando fu il momento di andare sotto le armi, a 21 anni, di due gemelli che erano la Patria magnanima ne richiedette solo uno. Seguendo l’ordine di trascrizione all’anagrafe sarebbe toccato andare a mio nonno ma Torello, considerando che Gaetano era sposato e aveva un figlio, generosamente si offrì di andare al suo posto.

Al tempo la ferma di leva era di 18 mesi; ma se quello era un problema relativo, le conseguenze si sarebbero viste più tardi, e non delle più piacevoli. Torello infatti fu richiamato alle armi, e nel ’41 venne spedito in Russia con l’Armir a spezzare le reni a Stalin. Torello di nome e di fatto, fu tra i fortunati che riuscirono a scampare alla disfatta ed a tornare a casa con tutti i pezzi al loro posto; certamente i suoi sentimenti non erano benevoli nei confronti di chi l’aveva mandato là, a combattere contro i russi con gli stivali di cartone; ma ancora di più ce l’aveva con quella testa di cavolo del suo gemello, che dopo esser stato salvato dalla leva era andato ad arruolarsi volontario per l’Africa, con un figlio di 3 anni ed un’altra, mia madre, che era appena nata.

Da quanto so non gli parlò più; per lui il suo gemello era morto là, in Russia, insieme ai suoi compagni congelati nella ritirata dell’8° Armata e poi nei campi di concentramento; al ritorno si trasferì a Civitavecchia, e si persero definitivamente di vista.¹

Questi erano i tempi, insomma; eroici o tragici a seconda dei punti di vista, o entrambi se vogliamo; contadini andavano ad ammazzare contadini, operai ad ammazzare operai, senza nessuna ragione al mondo se non quella delle ideologie malate dei loro capi; ed è facile ora dire “si potevano ribellare”: un cavolo si potevano ribellare, bisognerebbe provare a stare una ventina d’anni sotto dittatura per vedere quanto ci si può ribellare, e forse basta vedere anche quello che succede oggi, quando si prova a ribellarsi, qui ed in qualsiasi posto nel mondo.

Quanti sindacalisti, ambientalisti, giornalisti, oppositori politici vengono uccisi o imprigionati  tutti i giorni in paesi che in teoria sarebbero democrazie, come Colombia, Brasile, Messico, per opera di squadroni della morte? Per dire i primi tre che mi vengono in mente. Voglio dire, è difficile battersi per la verità e giustizia in regimi democratici, figurarsi in dittatura. Ma quando una democrazia è effettiva, se ci pensiamo? La caratteristica delle democrazie non dovrebbe essere garantire il rispetto delle minoranze, la libera associazione politica, il diritto al dissenso e la libertà di informazione e stampa? E se non c’è questo di che democrazia parliamo, di quella che ogni tanto concede di andare a votare per miliardari che si assomigliano sempre di più o che garantisce il diritto all’happy hour? Chiusa parentesi.

In mezzo a queste tragedie collettive Ida viveva la sua tragedia personale; suo padre non c’era e non si sapeva quando e se sarebbe tornato; sua madre era morta, ed era tempo di diventare grande, un po’ troppo in fretta per i suoi gusti e per quello che sarebbe stato giusto.

(146 – terza puntata)

¹ Se avessi tempo andrei a ricercare i fogli matricolari dei due, ed anche i documenti dell’internamento, anche per verificare se la memoria di chi mi racconta queste storie falla (senza offesa). In qualche armadio di qualche ministero ci saranno sicuramente.

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Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (II)

Ma per adesso lasciamo stare le suore, le riprenderemo più tardi.

Nei momenti peggiori, quando da mangiare c’era poco o niente, la nonna Giulia girava per le campagne portandosi dietro la piccola Ida, cercando di muovere a compassione i rudi campagnoli. La piccola doveva fare la faccia più sofferente possibile, parte che le risultava odiosa e la spinse a fare la promessa che da grande non avrebbe più chiesto niente a nessuno. Sembra che la nonna non fosse usa ad indossare mutande, cosa di cui nessuno si poteva accorgere dato che i vestiti arrivavano fino ai piedi; e che fosse capace di fare la pipì in piedi senza farsi accorgere dai vicini. Una bella abilità!

In un paese vicino c’era un parente alla lontana, Boezio, che aveva fama di essere un vero tirchio. Una sera la nonna, con la fame che superava di gran lunga l’orgoglio, andò a bussare alla sua porta. Questo parente aveva dei possedimenti, terreni, case, e viveva da solo con una governante, senza moglie ne figli.
Lo Scrooge accolse le due questuanti con malagrazia, e dopo avergli fatto fare il giro della dispensa, guardare e non toccare, invitò le due a tornare da dove erano venute.
“Ma piove, ed è notte, dove vuoi che vado con la bambina piccola?” – cercò di farlo ragionare Giulia.

La risposta gliela diede con versi che a Ida ancora bruciano:
“Piòe e mal tempè,
a casa d’altri non ce se vè,
se io stessi a casa d’altri
come l’altri sta a casa mia
piglirío la strada e me ne glirío via”¹

Incurante delle suppliche e rimostranze le mandò via; ed anzi, quando Giulia gli passò davanti, le intimò di posare la forma di cacio che si era nascosta sotto il vestito.

Questo Boezio, non avendo eredi, aveva fatto testamento a favore della sua devota governante. Un giorno conobbe però, non si sa come, una donna, una avventuriera romana; si può immaginare con quali arti la maliarda riuscisse a fare breccia tra le difese del misantropo. Sta di fatto che in poco tempo la Circe riuscì a far allontanare la governante, bruciò il testamento e stava per farsi impalmare dal rinvigorito Ganimede. Ma vuoi gli sforzi a cui non era abituato, vuoi l’aver troppo allargato le ante della dispensa, all’improvviso Boezio morì.

Una sera Giulia e Ida erano a teatro, a vedere una commediola della compagnia dialettale del paese, quando ecco presentarsi a loro l’ufficiale giudiziario con tanto di divisa. La vista le spaventò a morte: che voleva da loro?
L’uomo non aveva cattive intenzioni: doveva solo consegnare una lettera del notaio che curava l’eredità del Boezio. Non essendo stato possibile rintracciare eredi diretti, le ricerche avevano stabilito che la consanguinea più prossima fosse Giulia, e pertanto le spettava l’intera eredità! E fu così che Giulia, dopo essersi vista rifiutare una semplice caciotta, divenne proprietaria della fortuna di Boezio: che fortuna davvero era, perché solo per pagare la tassa di successione occorsero dieci milioni di lire, che dovettero naturalmente essere ricavati vendendo parte del patrimonio; l’altra parte fu venduta per pagare i debiti e qualcosa rimase anche da dividersi tra i figli. A mio nonno rimase un gruzzoletto, che va detto a suo onore non sperperò ma tenne da parte per i figli e per la vecchiaia; mia mamma ricorda ancora quelle 250.000 lire che costituirono la sua dote e con la quale anni dopo poté sposarsi.

Ma questo successe un po’ di anni dopo; voglio tornare invece al ’41 e spezzare una lancia a favore di nonno Gaetano.

Innanzitutto rettifico: nel ’41 non era partito volontario per la guerra. Era partito sì volontario nel ’35, quando si doveva andare a conquistar l’Impero; ma nel ’40 si trovava in Francia, per dei lavori che una impresa edile del paese aveva preso in appalto. Quando dichiarammo guerra alla Francia (i francesi non la presero molto bene: la “coltellata alla schiena”, la definirono) gli italiani che erano di là non si trovarono in una buona posizione, cercarono tutti di tornare il più velocemente possibile a casa. Purtroppo lui e i suoi amici vennero bloccati, com’era da immaginarsi, alla frontiera; vennero rinchiusi in un campo di concentramento, nel quale le condizioni erano terribili ma dal quale per fortuna si salvò; quando tornò a casa del bel Gaetano non c’era rimasto molto: pesava meno di 40 chili, aveva perso tutti i denti ed anche i capelli si erano diradati e ingrigiti. Aveva nemmeno 35 anni ma era già vecchio, la malaria se l’era già beccata in Africa, insomma di Amedeo Nazzari ormai c’era rimasto solo il baffetto.

Meglio malandato che morto, tuttavia; forse suo gemello Torello non la pensava allo stesso modo, ma questa è una storia che vi racconterò la prossima volta.

(145 – seconda puntata)

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Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (I)

Qualche settimana fa vi ho raccontato dello sfortunato incidente domestico di cui è stata vittima mia madre. Assurdo, come capita spesso: nel bellissimo film di Manfredi del ’71,  “Per grazia ricevuta”, c’era un farmacista ateo, interpretato da Lionel Stander, che raccoglieva ritagli di giornale dove si riportavano disgrazie improbabili, o addirittura ridicole, per dimostrare che non da un dio ma dal caso siamo governati, o se di dio si tratta è un dio burlone o quantomeno distratto.
Ma non vorrei addentrarmi in questioni teologiche, per le quali tra l’altro non sarei attrezzato.

Nel ’41, come i più informati di voi sapranno, c’era la guerra. Raffaella, la mia nonna materna naturale, aveva tre figli, la tisi ed un marito che aveva avuto la bella idea di partire volontario per la guerra per seguire  i suoi amici, dopo aver già partecipato alla conquista d’Africa.
In questi casi di solito subentrano le zie o le cugine; ma Raffaella era stata adottata, di sorelle o cugine non ne aveva e così i figli, che dovevano essere allontanati per evitare il contagio, furono momentaneamente divisi: il maggiore, Alfonso, di 12 anni, e la piccolina Emanuelita di 3 anni restarono con la nonna, Giulia; mia madre invece, che non aveva ancora 6 anni, fu spedita a Forlì, nel centro sanatoriale di Vecchiazzano, che era stato inaugurato nel ’37 da Rachele Mussolini ed all’epoca era all’avanguardia nella prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie polmonari. A Ida pur nella pena dell’allontanamento quel posto sembrò un paradiso.
Comunque per un po’ anche lei era rimasta con sua nonna, Giulia, che tra le altre cose “’rcuglìa li lumi”², ovvero era specie di chiropratica o fisioterapista: se qualche donna si bloccava per mal il mal di schiena, caso non infrequente, lei era pronta a salirle sulla schiena e a stirargli muscolatura e ossa con l’aiuto del matterello. Inoltre prestava mia madre, dietro piccola ricompensa, per far compagnia alle donne anziane di notte; ce n’era una dalla quale assolutamente non voleva andare perché aveva la camera sopra alla stalla dei cavalli ed i letti erano infestati di pulci.

Forse, se Raffaella fosse rimasta viva, a mio nonno sarebbe convenuto non tornare perché l’avrebbe ammazzato lei: purtroppo così non fu, e le toccò andare all’altro mondo col pensiero dei tre figli soli e del marito a cui doveva lasciarli.

Gaetano, mio nonno, corse subito ai ripari: rendendosi conto che con tre figli da solo non ce la poteva fare, si predispose a trovare velocemente un’altra moglie. Mio nonno, c’è da dirlo, era abbastanza bello: abbronzato, capelli impomatati all’indietro e baffetti, ricordava alla lontana Amedeo Nazzari¹. Ma di donne nubili disposte a farsi carico di tre figli non è che ce fossero così tante; così, saputo che in un paese vicino c’era una signorina ormai non più giovanissima, di buona famiglia e con una marea di sorelle, in quattro e quattr’otto fece in modo che il matrimonio venisse combinato, e nonna Annunziata arrivò a prendere le redini della famiglia e della casa.
Credo di averlo già detto, ma per me e per tutti i miei fratelli e cugini nonna Annunziata fu “la” nonna; ci voleva un bene dell’anima ed era orgogliosissima di tutto quello che facevamo; per mio nonno aveva una venerazione, lo accudiva come un pascià e non gli permetteva mai di uscire di casa se non fosse meno che in ordine.

Nei paesi di una volta si dormiva con le chiavi alle porte. Anzi, non c’era bisogno nemmeno delle chiavi; quella dei miei nonni ad esempio si apriva semplicemente alzando il chiavistello; nessuno però si azzardava ad entrare senza aver bussato ed aver ricevuto il permesso di entrare. I nonni avevano la stanza da letto al primo piano, e nel pomeriggio facevano sempre il riposino; mi è capitato qualche volta di doverli andare a disturbare, magari per salutarli perché dovevo partire, e ho ancora viva la tenerezza che provavo nel vedere mia nonna alzarsi, in vestaglia e con i capelli sciolti, lei che portava sempre la “crocchia”, e salutarmi scusandosi per mio nonno che “stava riposando”.

Immaginiamo cosa avrà pensato mia madre quando, tornata a casa dall’Istituto, invece della sua vecchia madre se ne trovò una nuova, sconosciuta e più vecchia di quella di prima. La sorpresa non deve essere stata molto piacevole; sensibile ma di carattere abbastanza ribelle non fece molto per rendere la vita facile alla nuova arrivata.
A proposito di nuove arrivate, dopo poco tempo nonna Annunziata pur in un’età a quei tempi non più consona, rimase incinta; ed alla piccola, con tatto sopraffino, fu dato il nome di Raffaella.

Ma giudicare con gli occhi di oggi quello che succedeva 80 anni fa è un esercizio che non porta a niente: vorrei vedere adesso, a parità di condizioni, che succederebbe. Anzi, basta pensare a quello che succederebbe se mancasse la corrente per un paio di giorni… ma non divaghiamo.

Attaccato al vicolo dove c’era la casa dei nonni c’è un convento di Clarisse. A quell’epoca, complice la fame e la condizione generale delle donne, le vocazioni erano senz’altro più frequenti di adesso, e di suore ce n’era un bel drappello; ora ne sono rimaste una decina, di cui diverse in età avanzata. Cantano benissimo comunque, qualche anno fa animarono proprio la messa per il 50° anniversario di matrimonio dei miei e mi era quasi venuta voglia di unirmi a loro (nel canto dico, non nel convento). In questo momento purtroppo la chiesa è inagibile a seguito del terremoto.

(144 – prima puntata)

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Note

¹ “E chi non beve con me pèste lo cólga!”, avete presente? No? Mah, non so che parlo a fare

² Letteralmente sarebbe  “raccogliere i lumi” ma detto così non si abbina immediatamente al matterello. Ne ignoro l’etimologia, insomma, se qualcuno può darmi dei lumi lo ringrazio.

Leggere fragranze estive

Non so se vi sia mai capitato di andare ad acquistare un profumo. Non per voi stessi, dico, che come è noto l’omo pe esse omo ha da puzzà, ma per ingraziarvi qualcuna dell’altro sesso o per farvi perdonare qualcosa.
Io ci vado, di rado ma ci vado. Alla Rinascente, per chi è pratico di Milano.
Innanzitutto le commesse mi intimidiscono.
Hanno quel modo di squadrarti dall’alto in basso, con la puzza al naso forse per l’abitudine a sniffare essenze, con quell’occhiata che la contessa di Windsor riserva di solito all’addetto alla sostituzione del pannolone del nonno, come a dire: “figurati ‘sto morto di fame che profumo che verrà a prendere”. E poi, quando apri bocca, fanno un sorrisino alla vicina come a dire: “che ti avevo detto?”.

Per non sentirmi troppo in soggezione, nel vederle così schierate in attesa di clienti, riporto alla mente l’immagine di quelle donnine allineate nelle vicinanze del porto di Amburgo; non che sia un frequentatore di donnine e specialmente del porto di Amburgo, ma mi è capitato qualche anno fa di passare da quelle parti e mi aveva colpito molto l’ordine teutonico di queste lavoratrici. Si limitavano a stare in mostra ed aspettare, da quanto potetti osservare mentre, fingendo di essere scandalizzato e forse persino bofonchiando “è una vergogna!”, resistevo agli spintoni della mia signora che mi tirava lontano; credo fosse per non incorrere nel reato di adescamento, loro dico non la mia signora; la sicurezza comunque era garantita dalla presenza, poco distante, di un paio di auto della polizia.

Fortunatamente non devo chiedere consiglio alle venditrici, perché altrimenti mi appiopperebbero senz’altro quello che più fa comodo a loro; purtroppo la mia forza di volontà non è rocciosa e se una bella ragazza, per puro interesse, mi fa un complimento, sono propenso a comprare qualsiasi cosa.
Mi succede regolarmente con i pantaloni: vado per comprarne uno e ne porto a casa due; vado per un maglioncino e porto a casa un vestito completo (che come sapete non metto per non sciuparlo).

Il profumo che compro è sempre lo stesso da anni, e sembra che lo vendano solo alla Rinascente; l’unico problema è che dimentico regolarmente nome e marca, e ritrovarlo diventa ogni volta laborioso.
Mi accosto allora ad una delle commesse e spiegando il mio problema chiedo se può aiutarmi; al che vedo che la luce dei suoi occhi, che già presagiva un fatturato benché piccolo, si spegne; ma di solito l’istinto materno (o della crocerossina) prevale, e cerca di capire dalle mie poche stentate sillabe quello che accipicchia cerco.
“Non si ricorda la marca?”
“Non so, mi pare Trudeau… Tromò?”
“No guardi non esiste… ma è francese?”
“No, io sono marchigiano… ah, il profumo dice? Potrebbe essere benissimo, aveva un nome di donna mi pare…Chantal? Cochon?”
“Chantal? Ma non sarà per caso Chanel?”
“No Chanel no signorina è l’unico nome che conosco me lo ricorderei”
“Ma non ricorda almeno che confezione aveva? Che colore?”
“La boccetta mi pare che fosse un po’ panciuta, a botticella”
“Come questa?” (ne tira fuori una a botticella)
“No non mi pare proprio… forse era più squadrata”
“Ah… ma il profumo com’è? Innanzitutto è un’eau de toilette o un’eau de parfum? E’ muschiato, fruttato, fresco, dolce… non se lo ricorda?”
“Guardi è dolce sicuramente, a mia moglie piace dolce il profumo…”
“Ah è per sua moglie? Allora sarà un profumo classico…”
“No no non è classico si vende solo qui è un profumo stranissimo…”
“Moniiii!!!” (alla sua collega) “che profumi abbiamo che vendiamo solo qua?”
“Non lo so Lori, forse nel reparto speciale giù in fondo”
“Ah si ecco, forse era nel reparto speciale, allora vado a vedere là”

(a questo punto però la commessa è travolta dalla curiosità e non se la sente di farmi andare da solo)

“L’accompagno perché a questo punto sono proprio curiosa ”
“Grazie ma non si disturbi”
“No no si figuri nessun disturbo, per di qua”

Al reparto speciale un’altra commessa mi rifà tutte le domande a cui ho già risposto. Ad un certo punto ho l’illuminazione:
“Danielle! La donna si chiama Danielle!”
“Danielle? Non mi risulta. Intende forse Eau De Daniel?”
“Eh, io che ho detto? Danielle! Esiste Danielle?”
“Si esiste ma no, non può essere.”
“Ah non può essere? Eppure mi pare proprio quella… perché non può essere?”
“Innanzitutto perché Daniel non è un nome di donna” (la mia bocca si apre involontariamente) “e poi perché Eau De Daniel non è affatto dolce! Non è classico!” (sospettosa) ”Ma è proprio sicuro che sia per sua moglie?”
“Signorina, per favore, certo che è per mia moglie! Ma almeno la boccetta è a botticella?”
“Si, quella è a botticella, ma non credo proprio sia quella che cerca”
“Senta, non potrei dargli un’occhiata? Magari vedendola…”
“Mah, proviamo… Jenniiiii!!! Mi porti una boccetta di Eau De Daniel?
“Parfum o Toilette?”
“E’ lo stesso è per farla vedere a uno… un cliente. (rivolta a me) Comunque non è quella”
“E perché non può essere quella?”
“Perché…” (occhiata di compatimento) “…è… costosa.”

A questo punto la voglia di brandire la carta di credito e sbatacchiarla a mò di mazza chiodata diventa irrefrenabile, e cado nel tranello:
“Non m’importa quanto costa! Voglio quel profumo!”
“Ma certo… Parfum o Toilette?”
“Pa… Parfum! No Toilette! Qual è che costa di più?”
“Parfum. Vuole la confezione da 50 o da 100 emmeelle? Con quella da 100 risparmia, sa?”
“Da 100, da 100, certo che voglio quella da 100! Non c’è più grande?” (che cacchio sono questi emmeelle?)
“Ottima scelta, signore,” (sottolinea “signore” ammiccando alla collega) “eccola qua.” (sbircio il prezzo e rabbrividisco) “Qualcos’altro?”
“No!”
“Qualcosa per lei, vuole dei campioncini?”
“No!”
“Facciamo un pacchetto regalo?”
“No! Cioè, si!”

Finalmente, se Dio vuole, ottengo il sospirato profumo. Le commesse mi salutano lisciandosi i baffi. Sono fuori e mi auguro di aver scelto il profumo giusto. Tra l’altro sono tutto sudato ed avrei davvero bisogno di profumarmi, ma ho rifiutato i campioncini. Era davvero Danielle?  Lo scoprirò stasera.

(144 – continua)

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