Macachi ed altri animali

Ho appreso con divertimento ma anche sconcerto che nei giorni scorsi un tribunale (americano) è stato chiamato in causa da una associazione ambientalista che non a caso si chiama Peta per dirimere una questione vitale: se i diritti d’autore su una foto scattata da un macaco siano attribuibili al macaco stesso.
Questo macaco curioso qualche anno fa si è impossessato della macchina fotografica che il fotografo aveva momentaneamente lasciato incustodita e ne ha approfittato, già che c’era, per farsi l’autoritratto.
Fortunatamente ha posizionato l’obiettivo all’altezza della faccia e non di altre parti, anche se non ci sarebbe stato niente di sconveniente considerato che tanti umani fanno anche di peggio per esibizionismo e nessuno se ne scandalizza.
Già nel 2016 la corte federale della California aveva sentenziato che le leggi sul copyright non si possono applicare alle scimmie; non contenta la Peta ha fatto ricorso ed ha perso ancora.
I diritti sono del fotografo; mi permetto di dissentire dal momento che non capisco quale sia il merito del fotografo nello scatto fatto dal simpatico macaco, e credo che la Brambilla dovrebbe dire la sua sulla questione.

Non sono un simpatizzante di Clemente Mastella, anzi. Però apprendere che dopo 10 anni è stato assolto dalle accuse che l’avevano portato a dimettersi dal governo Prodi (non a lasciare del tutto la politica, anche se si è accontentato di fare il sindaco di Benevento, che tra l’altro quest’anno ha la squadra di calcio in serie A: sarà un caso?) mi ha amareggiato. Mi è capitato qualche anno fa di essere chiamato come testimone oculare in una causa civile di una cittadina che chiedeva i danni al Comune perché, inciampata su un marciapiedi dissestato, si era rotta un piede. Mi hanno convocato dopo tre anni e a tutt’oggi non so come sia finita. Comunque diciamocelo, Clemente Mastella se l’è cercata. Con tutti gli anni che è stato al governo o nelle vicinanze, se la giustizia è in questo stato la responsabilità è anche sua.

Il sindaco di Firenze, pervaso dalle migliori intenzioni non esenti da influssi savonaroliani, ha deliberato di multare i clienti delle prostitute. Probabilmente pensa che solo la minaccia di vedersi recapitata a casa la multa per fornicazione non autorizzata faccia desistere dei padri di famiglia dal frequentare professioniste dell’amore¹; a mio avviso sottovaluta la funzione sociale di queste operatrici: ricordo che quando lavoravo a Milano, in Via Porpora, nelle ore pomeridiane c’era sempre una signora di all’incirca una settantina d’anni che aspettava clienti, e va bene che gallina vecchia fa buon brodo ma ci chiedevamo chi mai avesse bisogno di tali brodini; ed invece l’attempata esercente manteneva una fedele clientela che evidentemente si sentiva rassicurata dall’esperienza e dal garbo della intrattenitrice. Si pensa di colpire la domanda per stroncare l’offerta?

A proposito di domanda e offerta, in vicinanza delle elezioni i media ci bombardano con la supposta ripresa (più supposta che ripresa, secondo me). Peccato che la domanda interna sia ancora debole, dicono. E graziealcà, se i contratti medi sono a tre mesi e gli stipendi non ne parliamo, che domanda interna deve risalire?

Non so se nel resto d’Italia lo sappiate, ma il prossimo ottobre in Lombardia e nel Veneto voteremo per l’autonomia! Referendum propositivo il cui succo è: volete che i soldi dei lombardi e dei veneti rimangano in Lombardia e Veneto? Il presidente Maroni chiede anche maggiori poteri, specialmente nella sicurezza; spero che non si riferisca alla polizia regionale perché abbiamo visto i risultati in Spagna, dove la polizia catalana non parlava con quella nazionale, e poi sinceramente nel momento in cui lo statista Salvini afferma che se vincerà le elezioni darà mano libera alle forze dell’ordine non mi sento tranquillo… chi si crede di essere, Duterte²? Alcuni sindaci PD comunque si sono pronunciati a favore del referendum, a testimonianza della lucidità che vige in quel partito. Da parte mia contraddirò tutto quello che ho finora sostenuto sui referendum e per l’occasione rispolvererò il motto tanto caro ai nostalgici tra i quali, seppur non politicamente, mi annovero: me ne frego!

Ieri ho partecipato alla sfilata finale del Palio del Baradello. Il Borgo di cui faccio parte è arrivato secondo, con onore; abbiamo preso dei punti aggiuntivi nel tiro alla fune perché abbiamo fatto tirare dei residenti doc: un ucraino e due salvadoregni. Lunga vita all’Imperatore!

(160 – continua)

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¹ Spero che ai più colti non sfugga la citazione di Julio Iglesias.
² L’attuale presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, conosciuto per la sua bonomia, equanimità e tolleranza.

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In nome del popolo italiano

Segnalo la trasmissione di stasera, In nome del popolo italiano, su Rai Uno alle 23:35. Si parla di servitori dello Stato, di eroi veri morti per noi, il popolo italiano.

Tra tante stupidaggini, non dimenticare è necessario.

Saluti a tutti.

 

Per Oggi (giovedì ) mi è stato comunicato che questa sera intorno 00.30,se ho ben capito, la RAI sulla prima rete dovrebbe trasmettere un film o inchiesta, sul Capt De Grazia, che ho ben conosciuto. Invito chi ha la cortesia di seguirmi, a vedere il programma. Una sola considerazione,questo programma ha come protagonisti uomini dello […]

via Avviso per i lettori  — Blog di Aldo Anghessa

Cultura a mazzi! (II)

Giove pluvio, come ama citare la compianta speaker del Palio del Baradello¹ (compianta non perché sia defunta ma perché non speakera più), è stato benigno ed ha regalato una domenica soleggiata, dopo un sabato decisamente bruttarello.
E così, rifocillati e riposati, ci siamo armati delle migliori intenzioni ed abbiamo proseguito il tour cultural-turistico affrontando il

Secondo giorno: Lago di Como

Il lago di Como è uno dei più belli d’Italia e del mondo, tant’è che arrivano da ogni parte del globo per soggiornare nei lussuosi alberghi e nelle ville che costellano i bei paesini rivieraschi. E’ molto suggestivo con la sua caratteristica forma a Y rovesciata², cinto dalle prealpi in ogni suo lato; è il lago più profondo d’Italia e se intendete compierne il giro completo in auto percorrerete più di 160 chilometri e trascorrerete qualche oretta lieta in coda, specialmente di domenica.

Quando misi piede per la prima volta a Como, nel 1985, il lago più grande che avevo visto era il Trasimeno e mi aspettavo una cosa simile, rimasi quindi molto colpito da quanto fosse diverso e posso capire ora il motivo per cui George Clooney ha comprato la villa sul lago di Como e non sul Trasimeno.

Dopo questo incipit, per cui chiederò qualcosina alla azienda di soggiorno e turismo di Como, è ora di passare al racconto che comincia con il:

Battello!

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Il giro del lago si può fare in tanti modi ma quello più caratteristico è senz’altro quello con il battello. Ben consci che in un solo giorno è impossibile vedere tutto, ci siamo limitati ad un giro del ramo di Como e nemmeno tutto, circa due ore di battello all’andata e due al ritorno. Alla biglietteria c’è stata la solita pantomima sull’età dei minori; ligio come sono alle regole ho dichiarato l’età corretta dei nipoti, 11 e 13, venendone mal ricompensato in quanto il maggiore è stato considerato adulto ed ha pagato il biglietto pieno: un eccesso di onestà di cui mi sono pentito. Purtroppo nel subconscio mi è rimasto il trauma di quando mia nonna Annunziata, nel primo viaggio fatto in treno per andare a trovare i parenti a Martinafranca, mi costrinse a dichiarare il falso al controllore autocertificandomi di 5 anni anziché 7; la cosa mi sembrava improbabile ma il controllore abboccò. In quei tempi dovevo frequentare il catechismo dove insegnavano che dire le bugie era peccato e non erano contemplate eccezioni per i controllori ferroviari, quindi il peccato veniale in cui ero stato indotto mi bruciò per un bel po’.

Il battello fa diverse fermate nei vari paesini dell’una e l’altra riva, tutti belli, ne cito solo alcuni: Cernobbio, con la celebre Villa d’Este dove per combinazione era riunito il Gotha dell’imprenditoria, economia e politica, con guest stars del giorno gli onorevoli Salvini e Di Maio; se il munifico e illuminato Kim Jong-il, segretario generale eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea, avesse qualche razzo che gli avanza, lo potrebbe lanciare su questa compagnia di giro senza che da parte nostra si leverebbero particolari obiezioni; Moltrasio, Torno, caro quest’ultimo per ragioni affettive: qui abbiamo pranzato dopo le nozze, nel giorno della finale dei campionati Europei Olanda-Russia, con fantagol di Marco Van Basten; Laglio, reso famoso come detto dal bel George, meta di frotte di ammiratrici in estasi; Nesso; Argegno, da dove una piccola funivia in pochi minuti vi porterà nel paesino di Pigra; Sala Comacina e poco più su Ossuccio, con il Sacro Monte ed il famoso campanile romanico-gotico, e proprio di fronte:

L’Isola Comacina!

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Quest’isolotto è di proprietà dell’Accademia di Brera, che vi ha edificato delle case per la residenza degli artisti. Posta in posizione strategica fu in passato potente e prospera finché, essendo alleata dei milanesi contro i comaschi alleati dell’Imperatore, fu rasa al suolo nel 1169 ed il Barbarossa promulgò un editto per vietarne la ricostruzione, pena la morte.

Per accedere all’isola si paga un biglietto (mi era capitato lo stesso sull’Isola di Mozio, in Sicilia, anche quella privata); dall’imbarcadero si sviluppano tre percorsi, uno archeologico, uno verso le case degli artisti ed uno nel boschetto; ma l’attrazione migliore è senz’altro il panorama e la vista sulla costa. Sebbene l’odore di fritturetta di pesce di lago che si spandeva dal locale ristorante solleticasse le narici e stimolasse i succhi gastrici, abbiamo atteso il passaggio del successivo battello diretti alla prossima tappa:

Lenno!

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Il bel paesino è famoso per la vicinanza della Villa del Balbianello, dimora FAI³ e set naturale per scene di alcuni film famosi come Casino Royale in cui James Bond vi va a passare la convalescenza dopo essere stato preso a mazzate sugli zebedei; ogni tanto vi staziona il cantautore Davide Van De Sfroos, che dalle parti del lago ha molti ammiratori tra i quali non mi posso annoverare non capendo una cippa di quello che canta; passeggiando sul lungolago si può vedere spesso passare gente con bastoni da nordic walking, e in genere sono persone che si fanno l’intera Greenway4, che è un percorso di una decina di chilometri che costeggia e passa sopra a diversi paesini del lago e va da Colonno a Cadenabbia (con la stupenda Villa Carlotta).
Il solo guardarli mette appetito, e quindi ci siamo fermati a mangiare in uno dei numerosi locali che affacciano sul lago, per un hamburger (stavolta non di scottona) patatine e birra weiss. Stavolta niente maxi schermo e addirittura niente carta di credito ne bancomat: si esagera dal verso opposto!

Stimolati però dai camminatori abbiamo deciso di percorrere almeno un pezzo della Greenway a retromarcia, cosa piacevole da un lato perché ci ha permesso di passare in viuzze che dalla strada nemmeno si vedono, e dall’altra pericolosa perché in certi tratti siamo passati rasente la Strada Regina, che di marciapiedi ne ha pochi e stretti; il caldo era tanto ed abbiamo avuto modo di invidiare gli amanti del sole che nelle varie spiaggette o parchi attrezzati (uno anche a Ossuccio) erano stesi ad abbronzarsi; e quando ormai la compagnia stava maturando verso il sottoscritto sentimenti poco amichevoli siamo arrivati finalmente a:

Sala Comacina!

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Dove abbiamo avuto la sorpresa di scoprire che il prossimo battello non sarebbe passato prima di un’ora; un pezzo del gruppo ha allora deciso di mettere a bagno i piedi bollenti, ed i più accorti, adocchiato un vicino bar-ristorante, si sono disposti all’attesa sorseggiando un bel bianchino fresco. Nonostante la goduria momentanea devo dichiarare che sei euro per un calice di bianco, fosse pure d’annata, non è un prezzo da paese civile; che se avessi saputo me ne sarei portata una bottiglia da casa e me la sarei scolata alla faccia loro, tanto al ritorno non avrei dovuto guidare. Ma bando alle recriminazioni, chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza! come cantava Katyna Ranieri su parole di Lorenzo De Medici.

Con una mezzoretta di ritardo è arrivato il battello, ed abbiamo scoperto che la cameriera che ci aveva rapinato faceva anche funzioni di marinaio, in quanto riceveva la cima che gli veniva gettata dal battello e la assicurava al molo. Diavoletta di una ragazza! Salita in questo modo nella nostra considerazione la abbandonavamo tuttavia senza rimpianti, questa volta con destinazione:

Como!

Consiglio per chi voglia passare ore sottocoperta di munirsi di un bel mazzo di carte; ho visto una famiglia cinese tirar fuori all’improvviso un cubo di Rubik con 6x6x6 tesserine per ogni faccia, quando io in vita mia non sono mai riuscito a completare quello 3x3x3 ed ho tremato pensando al momento in cui i cinesi possiederanno tutto e ci chiederanno come test di ingresso di completare il cubo; si può passare del tempo anche bevendo, così come ha fatto una coppia di giovani amici, di cui uno con grazioso ciuffo e dei bei calzini a righine colorate che metteva orgogliosamente in mostra arrotolando i pantaloni, coppia dicevo che abbiamo incontrato sia all’andata che al ritorno e non li abbiamo mai colti senza bicchiere in mano. L’arrivo è stato sul molo di fronte alla Funicolare che porta a Brunate (dove mio padre fu preso prigioniero dai partigiani e passato fortunatamente agli inglesi, secondo la versione in mio possesso) e a poca distanza dal nuovo monumento dell’archistar Libeskind, che non si sa bene cosa rappresenti ed era stato realizzato per San Pietroburgo; se non che ai russi non dev’essere molto piaciuto e ce lo siamo preso noi, ed ora è pieno di russi che vanno ad ammirarlo.

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Due giorni pieni, amici, faticosi anche, ma davvero belli. Spero che questa piccola cronaca sia stata piacevole e invogli chi non l’ha mai fatto a visitare questi bei luoghi, così come chi l’ha già fatto a riscoprirli. Presidente Maroni, a fine mese emetto la fattura.

(159 – continua)

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¹ Il Palio del Baradello è una manifestazione di rievocazione medievale che si svolge a Como nella prima quindicina di settembre. Gare tra borghi, sfilata storica, minestra di cipolle e cervogia. Tante comparse tra cui me portano in giro abiti più o meno filologicamente corretti (epoca del Barbarossa) atteggiandosi ad improbabili soldati o signorotti o contadini del tempo andato. Mi è vietato fare il frate, non so perché.
² I due rami della Y sono quello di Como e quello di Lecco. Lisander Manzoni quando si riferiva a “quel ramo del lago di Como” si riferiva al ramo di Lecco,  sappiatelo per non fare figuracce
³ Fondo Ambiente Italiano. Nelle settimane del FAI la villa viene aperta al pubblico, e d’estate vengono organizzate serate a tema. A proposito del FAI, in Lombardia ci sono tante dimore curate dal FAI e vale davvero la pena fare la tessera per sostenere queste attività.
4 In tempi non molto antichi la Greenway si sarebbe chiamata Strada Verde ed i bastoncini da nordic walking semplicemente bastoncini da camminata; a quei tempi Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.

Cultura a mazzi! (I)

Terminato finalmente l’odioso ozio estivo, è ora di riaccendere i cervelli rimasti in modalità risparmio energetico: è arrivata l’ora della qultura con la Q maiuscola!

Il mio fratellino, sua moglie ed i loro due figlioletti sono venuti a trovarci nello scorso weekend, e da vero Cicerone ho preparato un programmino culturale di tutto rispetto, sul quale sono sicuro nemmeno Sgarbi e Philippe Daverio avrebbero da ridire. Piero Angela sappia che ho depositato il copyright, nel caso voglia usare lo spunto per una delle sue puntate di Superquark, nelle quali spesso si passa dall’accoppiamento delle scimmie del Suriname alla pigiatura dell’uva nel Canavese senza soluzione di continuità.

Prima giornata: Milano e i suoi tesori

Innanzitutto le due giornate sono state caratterizzate da spostamenti totalmente ecologici, ovvero abbiamo usato solo mezzi pubblici e piedi privati (i nostri). Deploro il ritardo culturale verso le maggiori città europee che spesso e volentieri propongono tariffe famiglia o piccoli gruppi parecchio vantaggiose. Mi offro di fare da consulente agli assessori ai trasporti della regione Lombardia e delle città di Milano e Como, dietro lauto compenso visto che loro non ci arrivano, per ridisegnare offerta e  tariffe. Sospetto che tutta questa gente che decide come si debba viaggiare non abbia mai preso un mezzo pubblico in vita sua. Mi tormenta inoltre un dubbio: come mai un ragazzo dell’età di 13 anni per pagare il biglietto è considerato adulto ed invece per lavorare è considerato minore? E udite udite questa considerazione l’hanno anche i preti che decidono le tariffe per entrare in Duomo, alla faccia della tutela della famiglia.¹

La prima tappa vede la netta separazione della componente maschile da quella femminile. Inseguiti da considerazioni del tipo: “Ma lasciali stare quei due scemi!” due anzi tre diversamente adulti ed un minore si sono diretti verso il tempio del calcio mondiale:

Lo stadio di San Siro!

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Che sempre San Siro rimarrà, con tutto il rispetto per il buon Peppino Meazza al quale lo stadio è intitolato da qualche annetto.

Incuranti della pioggia battente ci siamo diretti al Museo di San Siro! Che contiene magliette dei vari campioni della beneamata nerazzurra ed odiata rossonera, nonché di leggende che hanno calpestato l’erba di San Siro: Pelè, Maradona, Eusebio… corridoio delle interviste, e poi visita agli spogliatoi del Milan e dell’Inter con tanto di magliette appese; purtroppo i componenti della mia squadra mi erano all’80% sconosciuti, a testimonianza di quanto stia seguendo le vicende pallonare; infine accesso al campo! Dove un solerte addetto azionava il trattorino tagliaerba, attività che nella vecchiaia svolgerei volentieri, anche gratis. Valeva la pena pagare questo biglietto (salato), per sedersi sulla panchina del Mou e rivolgergli un pensiero grato, con accenno di lacrimuccia: 50 euro biglietto famiglia, cosa incontestabile dato che eravamo 2 coppie di fratelli.

Siamo passati poi nello Shop, dove una maglietta originale viene posta in vendita alla ragguardevole cifra di 141 euro. Sono rimasto un po’ a guardarla per vedere se, all’improvviso, si mettesse a correre da sola, e mi sono chiesto se indossandola funzionasse come un esoscheletro e fornisse al possessore le capacità di uno dei campioni che l’hanno indossata prima. Ma non succedeva niente, abbiamo salutato e ci siamo indirizzati verso la nuova attrazione di Milano:

La metropolitana lilla!

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La metropolitana lilla o linea cinque (ignoro che fine abbia fatto la linea quattro) è l’ultima costruita ed avveniristica, carrozze panoramiche che funzionano senza conducente. Questo impedisce che qualche autista si metta ad inforchettare spaghetti mentre guida, come successo recentemente a Roma, non accorgendosi di una turista rimasta appesa allo sportello di una carrozza; ed inoltre non dovendo rispettare orari sindacali il passaggio è molto frequente.² E’ così bella che avremmo continuato ad andare su e giù da capolinea a capolinea ma, come si dice, il tempo è tiranno! E le nostre signore ci stavano aspettando in Piazza Duomo minacciando che se non ci fossimo presentati subito a rapporto avrebbero iniziato ad usare le carte di credito. Così ci siamo fiondati all’appuntamento e dato che si era fatta una certa ora siamo andati a mangiare al

Bistrot della Galleria!

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Dove vi consiglio, se dovete andare in bagno, di andarci prima di mangiare perché il costo è di un euro (1936,27 lire del vecchio conio, per chi lo ricorda; se qualcuno quindici anni fa mi avesse chiesto 2000 lire per fare pipì l’avrei preso a schiaffi) ma vi danno un buono di 50 centesimi per la consumazione successiva. Se invece andrete dopo, il buono ve lo daranno lo stesso ma non saprete come usarlo perché avrete già speso un botto.

In questo luogo il bello non è mangiare e bere (dove comunque non si mangia male) ma l’ordinazione che potrete fare da computer con grandi schermi. Praticamente facendo da soli impiegherete 3 o 4 volte tanto che andando alla cassa, ma volete mettere che soddisfazione? Dopo quella mezzoretta passata a scorrere i menu e superato il panico del pagamento contactless con carta di credito (contanti schifati) ci siamo seduti su quegli alti sgabelli che poco si addicono a gente normolinea come me. In questo bel posto fanno anche hamburger di scottona! Che per chi non lo sapesse non è una varietà di mucca, tipo la chianina per capirci, ma una classificazione della carne: di femmina giovane e ben nutrita. Allo stesso prezzo dal kebabbaro vi daranno tutto l’intero rotolone di kebab, regolatevi voi. Comunque dalle finestre si gode una vista imperdibile della stupenda galleria Vittorio Emanuele (secondo), ed è con animo lieto e pio che ci siamo diretti al:

Duomo!

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Pioveva e faceva un freddo biscio ma intrepidi ci siamo messi in coda per accedere alla maestosa cattedrale. Mi fanno ridere quelli che dicono “non cambieremo le nostre abitudini”. Sveglia amici! Le abitudini le abbiamo cambiate e già da un pezzo. Vi  pare normale avere in giro esercito da ogni parte, manco fossimo nella Turchia degli anni ’70, trovare barriere di new jersey dappertutto (almeno in piazza Duomo il compito di frangiflutti è svolto con dignità e decoro dal nuovo bananeto) e impiegare 45 minuti per fare una trentina di metri di coda? E soprattutto: per entrare in Duomo si paga! Qualcuno dirà che così ci allineiamo alle città europee, la manutenzione costa etc etc. Tutto vero, non discuto. Ma mi chiedo come mai in questi anni di aumento delle ricchezze per i già ricchi non si riesca a togliere qualcosa a questi parassiti invece di saccheggiare le tasche delle persone normali. Sappiate, o giovani, che una volta in Duomo si entrava gratis. Adesso se volete entrare gratis dovete andare a messa, che male tra l’altro non vi fa.

Dentro al Duomo c’è la riproduzione a grandezza naturale della Madonnina posta sul tetto, la statua che due anni fa era all’Expo; mi manca l’Expo! Quasi in incognita quest’anno ce n’è stato uno in Kazakistan sull’energia, ma chi se l’è filato?

Per un attimo ho avuto la tentazione di spiegare ai nipoti il funzionamento della meridiana ma mi sono accorto di avere qualche lacuna in proposito. Che importa! Via verso la nuova tappa, il clou della giornata:

Il Museo di Scienze Naturali!

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Uno dei fiori all’occhiello dell’offerta museale milanese, meta obbligata di famiglie con bambini; quando mio figlio era piccolo ci siamo stati tantissime volte, ed era gratis (forse proprio per questo). Ora si paga 5 euro, però solo i maggiorenni. Farfalle, insetti, granchi, conchiglie, fossili, riproduzioni di animali in scala reale, animali impagliati (stranamente la Brambilla non ha ancora protestato), dinosauri, balene! Rispetto ad anni fa è stato riorganizzato, rinnovato, ed è molto meno dispersivo e molto più piacevole. Dopo aver considerato che l’evoluzione per alcuni non si è compiuta del tutto, o forse è addirittura in atto una regressione (l’argomento erano gli stupri di Rimini), abbastanza stanchini come direbbe Forrest Gump ci siamo diretti verso casa, non prima di una puntatina alla:

Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore!

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La Cappella Sistina di Milano, con pareti affrescate e dipinti pregevolissimi, con un coro che lascia davvero a bocca aperta. E’ tenuta aperta dai volontari del Touring Club Italiano, che ringraziamo sentitamente.

E basta! Il giorno seguente lago, dove non mancherò di segnalare altri luoghi imperdibili.

(158 – continua)

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¹ Per entrare nel Duomo di Milano la tariffa minima è di 3 euro per gli adulti (!) e 2 euro i ridotti per bambini da 6 a 12 anni (si sono sforzati tutti con la riduzione).
2 La domanda a questo punto è: ma se automatizziamo tutto, che accidenti faranno gli umani?

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (VI)

Torniamo indietro un attimo, vi va? Quando i ricordi arrivano bisogna coglierli al volo.

Cento anni fa, nel 1917, come i più informati di voi sapranno infuriava la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra. Nel giugno di quell’anno arrivò in Europa, a dare manforte alla Triplice Intesa, il Corpo di Spedizione Americano che portò in dote, oltre ad una buona dose di uomini all’inizio non supportati da preparazione adeguata e mezzi cospicui, anche l’influenza spagnola.
Ma facciamo come Carlo Lucarelli in Blu Notte e per adesso lasciamoli là: la Grande Guerra e l’epidemia di spagnola.

Mia madre, come sapete, si chiama Ida. Suo fratello maggiore, di 3 anni più grande, si chiamava Alfonso, io lo ricordo solo in una fotografia bellissima, un viso ed un sorriso da attore di cinematografo, un po’ Rodolfo Valentino ed un po’ Tyrone Power; una storia bella e commovente anche la sua, che però non racconterò adesso: una tragedia alla volta.

I loro nomi non erano stati scelti a caso. Erano i nomi dei genitori della mia nonna naturale, Raffaella. Solo che lei si chiamava Raffaella Secondi, e i genitori invece Alfonso Nobili e Ida Mengoni. Come mai?

Alfonso e Ida, i bisnonni che non ho mai conosciuto, avevano avuto sei figli, quattro femmine e due maschi. Erano abbastanza benestanti anche se non ricchi, lui era capomastro e sapeva costruire le case; la casa dove poi nacque e visse mia madre era loro, così come quella adiacente che nel corso del tempo fu venduta.

Raffaella era una trovatella. Era stata abbandonata alla nascita, cosa frequente a quei tempi; il cognome era stato assegnato dall’Ufficiale di Stato Civile, il quale non aveva vincoli da rispettare se non quello di non mettere a tutti i bambini lo stesso cognome  (come si faceva ad esempio un tempo a Napoli per gli Esposito _ da esposto, ovvero depositato nella ruota degli esposti _ ) perché li avrebbe fatti individuare facilmente come bambini abbandonati, cosa che avrebbe costituito un marchio di infamia in quanto frutto di amori illeciti (lecito era solo il figlio di rapporto coniugale!) o di violenze.

La vita era al contrario generosa con Alfonso e Ida: il lavoro non mancava, una bella famiglia, l’orizzonte si prospettava roseo; le figlie erano ormai delle signorine, un paio stavano già parlando di matrimonio, i figli avviati verso un mestiere sicuro.

Ma poi arrivò la guerra.

Il loro figlio maggiore, Mario¹, fu richiamato alle armi. Una notte, mentre era di sentinella, passò lì davanti un cane nero. Il cane si avvicinò e lui, forse intenerito o forse semplicemente annoiato, si chinò ad accarezzarlo. Sfortuna volle che l’ufficiale in comando passò e lo vide; sospettoso si avvicinò, e brusco gli chiese che stesse facendo; lui cercò di giustificarsi in qualche modo, ma l’ufficiale agguantò il cane e scoprì qualcosa che lo fece rabbrividire: sotto il collare, piegato, c’era un bigliettino. Probabilmente il cane era utilizzato dal nemico per passare ordini da una trincea all’altra, come un piccione viaggiatore; chissà perché si era fermato da quel soldato italiano, forse aveva perso la strada, forse non aveva riconosciuto la divisa, o forse quel soldatino gli stava simpatico.
Mario fu imprigionato immediatamente; l’accusa era quella di tradimento e di intesa con il nemico, la pena prevista la fucilazione. Mario era disperato, cercò di difendersi in ogni modo, anche i compagni testimoniarono per lui e gli appelli servirono solo ad alleggerire la pena in mancato rispetto della consegna: carcere e condanna ignominiosa, con interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Mario alla vergogna ed al disonore non sopravvisse, e morì di crepacuore.

Nel frattempo la spagnola, questa maledetta influenza² che uccise nel mondo 50 milioni di persone, cinque volte tanto la guerra stessa, aveva falcidiato la sua famiglia. Suo fratello e le sue sorelle, tutti morti. Solo i genitori si erano salvati, increduli che tanta sfortuna si potesse concentrare su di loro.

Avrebbero potuto essere travolti dalla sciagura, dalla disperazione, e sicuramente si chiesero quale Dio o quale Re meritasse tanti sacrifici. Ma poi, da gente concreta, gente abituata a costruire, a non lamentarsi, realizzarono che valeva la pena, nonostante tutto, di andare avanti. Erano ancora relativamente giovani anche se non potevano più avere figli, ma di figli senza genitori ce n’erano tanti, e bisognava solo avere il coraggio e la voglia di andare a prenderli.

Discussero tra di loro, e decisero che avrebbero cercato un maschio, che li avrebbe aiutati a superare la perdita dei figli e soprattutto di Mario, quello su cui avevano rivolto le speranze maggiori.
Così una mattina partirono sul loro calesse ed andarono al vicino brefotrofio. La direttrice, una suora arcigna, dopo una breve introduzione dove spiegò loro le modalità per l’affidamento, li portò a fare un giro per le camerate.

Alfonso girava tra i lettini come un compratore in un mercato, cercando di valutare quello che potesse essere il più forte, il più meritevole, quello che avrebbe potuto essere il bastone della loro vecchiaia. Ida si sentiva a disagio. Vedere tutti questi bambini soli, senza nessuno che potesse dargli quell’affetto che meritavano, le opprimeva il cuore. Mentre suo marito entrò nell’ultima camerata non ce la fece, la commozione la stava vincendo e si sentiva venir meno; si fermò in corridoio, dove aveva visto una panchina di quelle in ferro bianche, smaltate, come quelle che c’erano negli ospedali dove aveva visto morire i propri figli. E pianse, tenendo sugli occhi uno dei fazzoletti che avrebbe dovuto far parte della dote di sua figlia, pianse pensando che non avrebbe più potuto, mai più, voler bene a qualcuno come l’aveva voluto ai suoi figli.

Non vide nemmeno quella bambina che, in silenzio, le si era seduta vicina. Avrà avuto quattro, cinque anni; stava lì seria, composta, paziente, e dolcemente mise una manina sulla mano libera di quella signora che piangeva.

Ida trasalì, risvegliandosi come da un sogno.
– “Mamma, perché piangi?” – le chiese quella bambina, Raffaella, e Ida l’abbracciò.

(157 – sesta puntata)

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¹ Nome di fantasia, il vero nome non lo conosco. Il reato per cui è stato condannato l’ho dedotto in base alla pena comminata, leggendo il Codice Penale del Regio Esercito: tradimento non poteva essere, altrimenti l’avrebbero fucilato.
² Se ci fosse stato un vaccino non credo che qualcuno avrebbe avuto qualcosa in contrario a farlo somministrare ai propri figli

Code a tratti

Uno dei misteri più impenetrabili della nostra epoca è quello del formarsi e sciogliersi delle code a tratti. Un attimo prima si viaggia tranquilli e l’attimo dopo zac! ci si ritrova fermi senza alcun motivo apparente. Una mezzoretta di prima, massimo seconda marcia e poi come per magia si riparte come niente fosse. Anche uno dei più noti scienziati del nostro secolo, Roberto Giacobbo, ha provato a spiegare il fenomeno ma non c’è riuscito. Sono un suo estimatore fin dagli esordi, e ricordo una puntata del programma che conduceva, Stargate, dove riuscì a dimostrare, grazie allo studio della precessione degli equinozi¹, che la nostra civiltà fiorì ben prima di quanto si pensi e che le piramidi non furono innalzate dagli egizi ma da popoli ben più progrediti vissuti migliaia di anni prima². Nonostante questa consapevolezza, tra Faenza e Imola vi ritroverete in coda senza sapere perché e nulla potrà fare il buon Giacobbo.

Il recente terremoto a Ischia ha evidenziato una certa debolezza strutturale del nostro territorio. Sembra che alcune case si rifiutino di rimanere in piedi anche dopo una scossetta. La causa è al momento sconosciuta.

La coda a tratti è una metafora della vita: si procede spediti, anche troppo a volte, quando all’improvviso si è costretti a fermarsi, bloccati, imbottigliati. Che sarà successo là davanti? Un incidente, una deviazione, staranno facendo dei lavori? I più impazienti iniziano ad agitarsi, facendo lo slalom tra una corsia e l’altra, rimanendo perlopiù allo stesso punto. I furbi si lanciano sulla corsia di emergenza. Spesso si rimpiange di non essersi fermati al casello precedente al primo stimolo di pipì, e se l’attesa si protrae di aver buttato via la bottiglia vuota dell’acqua, che avrebbe fatto comodo.

In America, potenza di Trump! c’è stata una eclisse di sole. Il presidente ed i suoi congiunti indossavano dei bellissimi occhiali da eclisse. Io nell’ultima eclisse per schermarmi ho usato una lastra dei raggi X, non altrettanto elegante ma che forniva comunque una buona protezione. Ma a proposito di America: ma cos’è questa fregola di abbattere statue sudiste? Sono state lì per decenni, perché adesso danno così fastidio?

In una delle ultime code a tratti in cui sono incappato sono stato tamponato. Il danno sembrava abbastanza lieve ed ho proposto di stilare la constatazione amichevole; al che il tamponatore ha nicchiato, insinuando persino che il bozzo nel mio paraurti fosse precedente all’urto. In questi casi è utile avere a portata di mano un cric ed accarezzarlo amorevolente; questo e l’uscita dal veicolo della mia boby guard³, 192 cm x 105 kg, ha convinto il conducente distratto ad assumersi la propria responsabilità.

Il nostro attuale ministro dell’Istruzione ha in mente di proporre l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni. Perché cavar sangue dalle rape, dico io? Si adoperi piuttosto il ministro affinché la Costituzione venga applicata: che le scuole private non siano a carico dello stato, che i meritevoli possano andare avanti negli studi senza che le famiglie si debbano svenare. E chi non ha voglia di studiare, o non riesce, che abbia un percorso professionale e possa trovare un lavoro dignitoso che non venga retribuito, quando va bene, in voucher.

Tuttavia nessuna notte è infinita, come insegna il poeta Renato Zero, e dalle code prima o poi si esce; per tornare alla vecchia vita ed intrupparsi felici da qualche altra parte: al lavoro, al supermercato, in discoteca, in metropolitana, sette miliardi di code in giro per il mondo.

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¹ Se non avete idea di cosa sia la precessione degli equinozi non vi date pena. Nessuno lo sa.
² Che fine poi abbiano fatto questi popoli è un altro discorso.
³ Mio figlio. Innocuo, figurarsi, un artista. Ma l’altro non lo sapeva.

E’ lui o non è lui? Potrebbe essere.

I suggerimenti più acuti ricevuti nonché qualche ricerca storica portano a pensare che il ragazzo sia uno scout, magari del Corpo Nazionale dei Giovani Esploratori ed Esploratrici? Se tra di voi c’è qualche storico dello scoutismo è il momento di palesarsi.

La data ipotetica in cui la foto è stata realizzata, 1910-1920, sarebbe compatibile con la nascita dello scoutismo in Italia; così come le perplessità sulla presenza di fucile e baionetta sono fugate dal fatto che nei gruppi originari veniva effettivamente impartita una istruzione premilitare. Poi i cattolici si fecero i loro gruppi e forse quelli i fucili non li usavano, ma non ne sono sicuro.

Sarà proprio così? Quel ragazzo dalla carnagione un pò scura e dallo sguardo serio, forse un pò triste, è davvero quell’Ernesto di cui rimangono poche tracce? Cosa pensava, come si sentiva, senza padre e senza madre, e persino senza patria essendo apolide (eppure per la patria morì, seppure dalla parte sbagliata)? Viene voglia di abbracciarlo, di dirgli: “Ernesto lascia stare quel fucile, vieni via dai che andiamo a giocare a pallone”.

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Credo che a nonno farebbe piacere sapere che, nonostante siano passati più di settant’anni dalla sua sparizione, i nipoti e bisnipoti in qualche modo lo ricordano ancora. Mia madre ha raccontato che, quando nacque mio fratello il terzogenito, nel ’67, per lui aveva scelto un altro nome ma la notte prima del battesimo gli comparve in sogno mio nonno, di spalle, come per andare, che le disse: “Di me non si ricorda più nessuno”. Così mio fratello si chiama Ernesto, e anche lui avrà una bella storia da raccontare ai nipoti.

 

E’ lui o non è lui?

Questo è un esperimento, per vedere se almeno i social ogni tanto servono a qualcosa. La foto che allego dovrebbe essere stata scattata tra l’inizio del secolo ed il 1920 (dal 1910, più probabilmente). Mostra un ragazzo, diciamo avrà al massimo 14 anni? con una divisa che sembra da esploratore, da scout, ranger?

Alcuni mi hanno detto che potrebbe essere una divisa da esploratore in qualche colonia, qualcuno una divisa statunitense. Ha anche un fucile, sembrerebbe un qualche campo militare (di addestramento?) ma sono solo mie supposizioni.

So solo che dovrebbe essere mio nonno, ed a quell’età avrebbe già dovuto essere in Italia (dall’Argentina), ma le fonti storiche scarseggiano e l’alternativa sarebbe chiederlo a lui con un tavolino a tre gambe ma servirebbe una buona medium.

Qualcuno ha qualche indizio, o magari qualche foto simile che possa aiutare a capire che cosa stesse facendo il giovane Ernesto (sempre che fosse il giovane Ernesto)?

La foto (un ingrandimento d’epoca) ha delle scritte a matita sul retro, illeggibili, ci vorrebbero gli strumenti del Ris ma non è il caso di scomodarli per quesiti di famiglia.

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Thanks in advance!

p.s.
se anche dovessi scoprire che non è mio nonno pazienza. Ormai è stato adottato come nonno e come tale passerà nei cimeli di famiglia.

Tutti ar mare

“Tutti ar mare,
 tutti ar mare
 a mostra’ le chiappe chiare,
 co’ li pesci,
 in mezzo all’onne,
 noi s’annamo a diverti’”

Così cantava Gabriella Ferri nel 1973: uno sberleffo, una canzonatura, che in poche righe descriveva quel proletariato fantozziano che, compresso nelle utilitarie Fiat, arrivava sudato e caciarone alla agognata spiaggia dove, dopo aver installato ombrelloni, sdraio e non di rado tavolini e sedie, non appena tolti i vestiti e rimasto in costume si tuffava subito in acqua; pochissimi sapevano nuotare e i più rimanevano a riva, dove si toccava.

Vi ho già detto che al mare mi annoio? In compenso in montagna mi stufo. Me ne sto bene a casa mia e non sentirei nessun bisogno di staccare la spina o ricaricare le pile, giacché cerco di ricaricarmi in altri modi che non siano quelli dell’oziare sotto un ombrellone pagato a caro prezzo soppesando fondoschiena femminili protetto dalla riservatezza degli occhiali da sole. No, no, datemi un divano o una sdraio in terrazza, una birretta, un libro, un quaderno ed una biro e mi ricarico da me.

Quando ero bambino ed ancora figlio unico, nei primi anni ’60, qualche volta andavamo al mare con i nostri vicini, Antonio e Rosa, che avevano due figli, Stelvio mio coetaneo e caro amico e Vania, che a dispetto del nome non era uno zio ma la sorella appena più grande. Partivamo al mattino e tornavamo la sera, mai andato in vacanza con la famiglia, e chi poteva permetterselo? Per i bambini c’erano le colonie, mare o montagna a seconda dei bisogni. Forse è per questo che ancora oggi quando vado al mare ho la fastidiosa sensazione di sprecare tempo e soldi.
Ma, tornando a quelle spiagge, le donne erano di corporatura tradizionale, cosa che oggi è raramente riscontrabile se non nella protagonista dei romanzi di Alexander McCall Smith, Precious Ramotswe, ambientati però in Botswana, ed indossavano il costume rigorosamente intero.

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In testa avevano dei fazzoletti colorati, o degli ampi cappelli di paglia; sopra il costume portavano un vestitino leggero con i bottoni sul davanti, di tessuto stampato con fantasie floreali, e lo toglievano con pudore, anche perché la depilazione brasiliana era sconosciuta, ma forse la depilazione tout-court; noi avevamo degli slippini, maschi e femmine, ed anche i padri avevano dei costumi a slip, sempre gli stessi per anni e anni, simili a quelli di Johnny Weismuller in Tarzan.

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C’è da dire che, trattandosi di lavoratori, i fisici non erano da disprezzare: spalle larghe, torace ampio e ricoperto di virile peluria (uomini depilati non esistevano o almeno nel mio piccolo mondo erano sconosciuti, con l’eccezione dei ciclisti), gambe e braccia muscolose.
Altro che crema solare, altro che protezione 50! In genere si tornava a casa tutti arrossati e venivano applicati degli impacchi lenitivi a base di amido, che toglievano l’infiammazione.

Tempi beati! Il buco dell’ozono non esisteva ed il sole non era un nemico da temere; non si contavano le calorie col bilancino perché tanto tutto quello che si metteva dentro in poco tempo si bruciava.

Mi accorgo ora che più passa il tempo più sviluppo senili forme di insofferenza, e delle vacanze al mare mi danno fastidio cose che ieri mi lasciavano indifferente:
a) ci sono troppi cani in giro o forse troppi padroni di cani; a me i cani piacciono ma quando vengono trattati come bambini non lo sopporto, non è nemmeno dignitoso per loro;
b) ci sono troppi tatuaggi ed alcuni decisamente assurdi;
c) gli ombrelloni costano troppo (l’ho già detto?);
d) ci sono troppi ragazzi che vanno in bicicletta parlando al cellulare; diventeranno degli adulti che guideranno l’auto guardando il cellulare e causeranno incidenti: propongo in via preventiva di non concedergli la patente;
e) le biciclette in dotazione agli alberghi hanno le selle troppo dure, già pedalare stando attenti ai cani al guinzaglio ed ai ragazzi con i cellulari è faticoso, perché aggiungere altra pena;
f) sarei favorevole a comminare il daspo dalle spiagge a chi tira i gavettoni a ferragosto.

Avrete capito da questo breve elenco come al mare non sia propriamente socievole. E quella cavolo di sella mi da un fastidio del diavolo. Buone vacanze!

(155 – continua)

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Nota.
Le miss della foto di copertina sulle nostre spiagge, molto più morigerate, non esistevano. O almeno io non le ricordo, o forse allora non ci facevo caso?

E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’

Nell’estate del 1980, quando Gianni Togni spopolava con la canzone “Luna”, io stavo felicemente servendo la patria cercando di essere il più possibile credibile, per non farmi sopraffare da militari coetanei e spesso più vecchi per niente disposti a farsi comandare da uno come me, e soprattutto a cercare di non fare troppo la figura del fesso con i marescialli del reparto, i veri dominatori della caserma.

Per sembrare più autorevole mi ero fatto crescere una bella barbetta, che mi donava qualche annetto in più e secondo me non stava male, correggendo anche una piccola sfuggevolezza del mento.¹
Dopo i sei mesi di addestramento a Sabaudia, ero stato mandato in servizio, che durava nove mesi, in una sede alquanto disagiata: Rimini.
Credo immaginiate tutti come le estati a Rimini possano essere un inferno; specialmente poi se alle 17, se non si era in servizio, si poteva andare in spiaggia; ed ancora di più la sera, fino al contrappello di mezzanotte, che per chi non è pratico è la conta dei presenti. Chi non si presentava in tempo veniva messo in punizione, che consisteva di solito  nella consegna ovvero  nell’obbligo di non uscire dalla caserma, o nei casi più gravi dalla camerata.²
Come ufficiali, dirlo adesso mi fa un po’ ridere, rispetto alla truppa eravamo privilegiati; innanzitutto il nostro stipendio non era di quelle striminzite 1000 lire al giorno che spettavano ai soldati di leva, ma era decente tanto che mi permise di mettere da parte qualche soldino (che poi spesi tutto nei primi mesi di lavoro a Parma per pagarmi vitto e alloggio) e godevamo di altri privilegi, come il circolo e la mensa Ufficiali; quest’ultima era situata nella caserma dell’Aeronautica, che era abbastanza lontana dalla nostra; gli aviatori ci squadravano un po’ con la puzza al naso, specialmente quelli di complemento come me che erano solo di passaggio, ed eravamo considerati un po’ dei parvenu.
Nella mensa ufficiali imparai a sbucciare la frutta con il coltello senza prenderla in mano; abilità utilissima in società ma che, non praticando da decenni, ho perso. Adesso se devo sbucciare un’ arancia prima la mordo e poi la sbuccio con le mani, tipo Manfredi in Pane e Cioccolata.

Tanti amici mi hanno chiesto nel tempo perché avessi fatto domanda per fare l’ufficiale. Non ero di certo un militarista, e anzi non avevo nemmeno grandi attitudini militari, in realtà credo di essere risultato agli ultimi posti del mio corso. Non lo sapevo nemmeno io: per la paga, senz’altro; ma soprattutto perché ingenuamente pensavo che se proprio dovessi essere comandato da un coglione, tanto valeva che quel coglione fossi io; non avevo considerato che nella catena di comando di coglioni se ne possono trovare ad ogni gradino ed a iosa; questo vale ovviamente anche nella vita civile, ma se capita da militare non c’è sindacato a cui appellarsi.³

Il 2 agosto 1980 era una giornata normale, una domenica. Il nostro unico pensiero era quello di arrivare a sera, toglierci la divisa ed andare in spiaggia, quando arrivò la notizia: alla stazione di Bologna era scoppiata una bomba.

Ricordo il senso di sbigottimento, lo sbalordimento davanti alla barbarie che era stata commessa, le notizie arrivavano a sprazzi ed i morti e feriti aumentavano sempre più: colpiti ragazzi, famiglie, turisti, gente normale che andava in vacanza o tornava a casa; ricordo la preoccupazione per i commilitoni, che non ne fosse stato colpito qualcuno che andava in licenza; l’angoscia delle persone care, ricordo che mi chiamarono da casa per sapere se stessi bene, io che non avevo nessuna ragione di trovarmi là, figurarsi la trepidazione di qualcuno che aveva una persona cara in viaggio.
Avevo appena vent’anni, come i miei compagni di Bologna che furono chiamati a prestare i soccorsi, soldatini di leva sbalzati in mezzo all’orrore ed alla distruzione; si rimboccarono le maniche piangendo, fecero quello che c’era da fare, avremmo potuto essere tutti lì ed avremmo fatto tutti le stesse cose. Li ringrazio e li abbraccio, dopo tanti anni.

Non mi addentro nella storia, che come tutte le stragi di quella troppo lunga stagione italiana è costellata di depistaggi, connivenze, omertà; di pezzi dello stato che operavano contro lo stato; a distanza di quasi trent’anni si è riusciti ad avere una sentenza giudiziaria definitiva per gli esecutori, ma è notizia di pochi giorni fa che la procura inquirente ha deciso di archiviare l’indagine sui mandanti.

Io non lo trovo giusto. In questi casi non si può ballare tarantelle di “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Uno Stato degno di questo nome deve avere la forza di andare fino in fondo e scovare le verità “vere”, non quelle di comodo per chiudere la vicenda purchessia.
Lo deve in primo luogo alle vittime ed alle loro famiglie, a tutti quelli che ne furono colpiti direttamente e indirettamente, a tutti quelli che si prodigarono negli aiuti e si videro cambiare la vita, a quelli che si trovarono a scavare tra le macerie sentendo che solo per caso non era toccato a loro. Lo si deve a tutti quelli che hanno servito questo paese, anche se per un brevissimo tempo, e vogliono continuare ad essere orgogliosi di essere Italiani.

(154 – continua)

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Note.
¹ Purtoppo alla mia consorte non piace altrimenti me la farei ricrescere.
² O almeno credo che fossero quelli gli orari, ma la parte di neuroni relativa a quel periodo si è cancellata come una scheda SD difettosa.
³ A mio avviso qualcuno di noi avrebbe potuto essere utilizzato nell’amministrazione dello Stato, non necessariamente militare, anche alla fine del servizio. Tipo una scuola per funzionari statali, tipo quella francese. Mi sembra uno spreco non sfruttare le risorse quando ci sono.
³ La foto allegata potrebbe essere del mio collega Riccardo Malagigi. Lui c’era, e non credo che lo dimenticherà più.