Holidays!

Per qualche giorno sarò assente per ferie. Andrò al mare, in Sardegna, tutti continuano a dirmi e com’è bella la Sardegna di qua e quant’è bella la Sardegna di là, e va bene, andiamo a vedere. Come sapete, il mare mi annoia e la montagna mi stufa, perché solo i manufatti dell’uomo mi danno godimento: la natura non ha nessun merito, è stata semplicemente creata (o per qualcuno si è fatta da sé, ma secondo me è meglio credere che sia stata creata da qualcuno un po’ più competente di noi), noi dobbiamo solo stare attenti a conservarla, ma volete mettere un bel ponte come quello sullo stretto di Messina?

Ad ogni modo, per non lasciarvi del tutto orfani dalle mie stupidaggini, riposto un articolo di qualche tempo fa ma sempre valido:

Allarme caldo

e naturalmente la tredicesima puntata di Olena è già in stampa per metà settimana…

a presto!

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Una birra per Olena (XII)

«Che cosa? Gli impianti sono sotto sequestro? Ma siamo impazziti, Jürgen, che diamine sta succedendo? Noi siamo la parte lesa, ma come ragionate qua in Baviera? Lo sanno i tuoi amici quanto ci costa ogni giorno di fermo produzione? E quale sarebbe il motivo, si può sapere? Non hanno già fatto tutti i rilievi del caso? Questo è ridicolo, ridicolo! »

Nella suite del Grand Hotel Ludwig II, situato sulla riva destra del fiume Isar a due passi dal Deutsches Museum, una Gilda infuriata e sbuffante lancia improperi girando per la stanza come una leonessa in gabbia, urlando contro il suo direttore della produzione.
James, preoccupato ma allo stesso tempo ammirato dalla mise della sua padrona, un lungo camicione in canapa e cotone biologico con frange in macramè, osserva in disparte pronto a fornire il necessario supporto di generi di conforto.
Jürgen Matthaeus siede sul bordo della squadrata poltrona dal design essenziale, affranto, scomodo e con la testa tra le mani.
«Sembra che la Guardia di Finanza abbia riscontrato delle irregolarità amministrative…» risponde con un soffio di voce.
«Irregolarità amministrative?» ruggisce Gilda «ma che stanno cercando quelle teste vuote? Ci danno fuoco ai macchinari e vanno a spulciare le bolle di consegna? Non ci posso credere! Ma non bastava convocare il nostro direttore amministrativo e farsi spiegare tutto da lui? E’ stato sentito, almeno?»
«Ehm, ecco signora, purtroppo il dottor Stielike è sparito, e con lui sono spariti anche i registri contabili ed il contenuto della cassaforte della sede centrale»
Gilda rimane per un attimo senza parole, e poi da fuoco alle polveri:
«Pezzo di somaro, quando pensavi di dirmelo? Vuol dire che la Finanza sta spulciando i nostri conti senza che sia presente nessuno dei nostri? Che ha combinato quell’idiota di Stielike, non avrà usato qualche nostro armadio per infilarci qualche scheletro? Me lo sentivo che non dovevo fidarmi di un commercialista e per di più tedesco! E’ stata denunciata almeno la scomparsa? Oddio, mi sento male» dichiara Gilda, accasciandosi melodrammaticamente sul divano, portando alla fronte il dorso della mano. James accorre prontamente, accostando al nasino della Calva Tettuta una fialetta di essenza di salicandro.
«Grazie, James, sei l’unica ancora di salvezza in questo mondo ingiusto e crudele»
«Faccio solo il mio dovere, signora» si schermisce il maggiordomo.
«Non essere modesto James, tu vai sempre oltre. Per non parlare del gusto squisito per gli accessori» dichiara Gilda, riferendosi alla cravatta Girifalchi sette pieghe con motivi marinari che il butler sfoggia con naturalezza.
«James caro, mi faresti un favore?» chiede sofferente la vedova Rana, indicando la porta della suite.
«Certamente signora, dica pure»
«Chiama Natascia e dille di prendere in consegna il qui presente ex-direttore»
«Subito, signora. Con permesso» e con un lieve inchino James esce, rinculando professionalmente.
«Ma, signora…» prova a protestare l’ingegner Matthaeus.
«Jürgen, Jürgen, non fare i capricci. Sai bene che quanto ti sta per capitare è giusto e meritato. Ti sei comportato da emerito coglione, affidati con letizia alla punizione redentrice»
«Noo!!!» urla Jürgen tentando di lanciarsi verso la porta finestra, prontamente bloccato da Olena, entrata silenziosamente.
«Qvanta fretta, finuocchietto! Se tu piace volare, più tardi io faccio volare te. Adesso tu segue me senza protestare, prego, schizzi sangue su tappeto difficili da lavare»
Gilda e lo rientrato James osservano la russa trascinare il piagnucolante Jürgen Matthaeus verso l’ampia stanza da bagno, fino a chiudersi la porta alle spalle.
«Credi che soffrirà molto, James?» chiede Gilda, in fondo affezionata all’ex sottoposto.
«Non credo, signora. Nell’attesa, gradisce un caffè? Ho portato qualche confezione di San Cristobal delle Isole Galapagos, completamente biologico»
«Biologico, James? Guardami negli occhi» dice Gilda dubitativa. «Beh, peggio del caffè tedesco non potrà essere, preparalo pure, caro»

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Una birra per Olena (XI)

Dedicated to Arto Paasilinna

Kokkola è una graziosa cittadina finlandese dell’Ostrobotnia Centrale, che si affaccia sul tratto di mare che separa la Finlandia dalla Svezia, il golfo di Botnia; fu fondata dal re svedese Gustavo II Adolfo il Grande nel 1620, nei tempi in cui la Svezia era una grande potenza e dominava il Mar Baltico: anni movimentati quelli, quando in Europa cattolici e protestanti se le suonavano di “santa” ragione e, tra guerre e pestilenze, ci vollero trent’anni e qualche milioncino di morti per farli smettere.
La cittadina crebbe e prosperò grazie al commercio ed ai carichi di catrame vegetale; i contatti e gli scambi le hanno permesso di maturare una vocazione internazionale che si è mantenuta fino ad oggi e che si manifesta nella dimestichezza con le lingue, l’affabilità e la distinzione dei suoi abitanti.
Kokkola è anche una città culturale, che attira visitatori con i suoi musei, come il K.H. Renlund, che illustra la storia della città e le sue tradizioni e mette in mostra le collezioni d’arte del fondatore in un ambiente piacevolissimo dove d’estate si può anche prendere il sole e bere una tazza di caffè, il Kieppi, il museo di storia naturale in cui si possono ammirare impagliati quasi tutti i mammiferi ed uccelli presenti in Finlandia, e persino un museo della pesca ed un altro dei pompieri.
Non c’è quindi da meravigliarsi se Pekko Karjalainen, il proprietario dell’omonimo emporio situato nei pressi del canale navigabile Sundet, all’altezza del Palazzetto dello Sport, non si sorprenda dell’apparizione di un drakkar sul cui ponte troneggia un vichingo con tanto di elmo in testa.

Il timoniere, un concentrato Svengard, accosta permettendo così all’amico Uppallo IV, il più agile dei gemelli cantanti, di saltare sulla banchina e fissare con una cima l’imbarcazione ad una bitta¹.
Pekko osserva la manovra con compiacimento, e con la cordialità che lo accomuna ai propri concittadini esprime ai nuovi venuti il proprio apprezzamento:
«Bella manovra, stranieri! Noi leghiamo la cima anche alla barca, ma c’è sempre da imparare a questo mondo» li elogia, mentre Uppallo IV tiene in mano perplesso l’altro capo della cima che il gemello gli ha gettato. « Scendete prego, facciamoci un goccetto di Kostenkorva² in segno di fratellanza fra popoli»
Svengard, rifilato un pedatone ad Uppallo I che si affretta a gettare un’altra cima al gemello, si affaccia al parapetto di dritta³ e risponde al commerciante:
«Niente ci farebbe più piacere che brindare con te con vodka alla liquirizia salata» dice il norreno rabbrividendo «ma purtroppo siamo di fretta, caro amico. Siamo in pena per un nostro animale, un pappagallo colorato: è scappato e temiamo che sebbene siate estremamente ospitali il vostro clima possa nuocergli fino a lasciarci le penne. E’ passato di qua per caso?»
Pekko Karjalainen rimane qualche istante pensoso, strofinandosi le mani con il grembiule che indossa sempre, poi si illumina e risponde :
«Quell’elmo ti rende giustizia, straniero! Se le corna che porti in testa testimoniano la tua sfortuna in amore, la fortuna ti bacia su tutti gli altri fronti. Il tuo pappagallo è passato di qua due giorni fa, tra l’altro mi ha mangiato un sacco di noccioline tostate e di caramelle alla liquirizia e aspettavo proprio qualcuno che me li risarcisse»
Svengard, leggermente piccato, risponde:
«Per tua regola, cordiale autoctono, io sono estremamente fortunato in amore e questi amici possono testimoniarlo» poi, vedendo che i due Uppalli scantonano e persino il vecchio Po si allontana tossicchiando, prosegue:
«Ma tralasciando questo argomento, sarò ben lieto di risarcirti delle spese se mi indicherai la direzione presa dal pappagallo»
«L’ho visto svolazzare con una certa premura verso nord-est. Suppongo si sia diretto verso il parco Toivonen: sapete, è un’area protetta dove è stata ricostruita la vita di campagna del secolo scorso, ed anche se un pappagallo non è certo un animale tipico di queste latitudini può aver sentito qualche richiamo che lo ha attirato»
«Lo so io cosa lo ha attirato…» pensa tra sé e sé Svengard. «E’ lontano questo parco?»
«No, straniero, non molto lontano. Con la barca però dovrai tornare indietro fino al golfo, costeggiare verso nord e rientrare seguendo il fiume Peronjoki. Oppure potete lasciar qui la barca e andare a piedi: sono appena quattro chilometri, un ragazzone come te anche se gravato da quelle protuberanze in mezz’oretta ce la può fare»
«Seguiremo il tuo consiglio allora, gentile nativo. Po, preparati a sbarcare, e voi due» intima ai due Uppalli «restate qua e vedete di non farvi smontare la barca»

Scesi dal drakkar, Svengard e Po adocchiano un carretto nei pressi dell’emporio di Pekko, per il quale Svengard intavola una trattativa alla conclusione della quale i nostri ottengono in prestito il carretto in cambio dell’acquisto di 2 barili di catrame, dieci confezioni sottovuoto di aringhe del Baltico e una dozzina di pregevoli riproduzioni del vaso Savoy di Alvar Aalto.
Svengard, notando l’anziano guidatore di risció prendere posto alle stanghe del carretto, lo ferma con un ordine affettuoso:
«Sali a bordo, saggio Po. Ho bisogno di fare una corsetta e sgranchirmi le gambe ed ho bisogno della tua sapienza e del tuo sostegno»
«Con piacele, glande uomo del nold. Il sindacato guidatoli di lisció non salebbe d’accoldo, ma del lesto non pago la tessela da tlent’anni, e dunque chi se ne flega? Ma dimmi, o glande, come posso aiutalti, che pene ti affliggono? Amole, salute, soldi?»
«Po, hai ancora a disposizione quella spada cerimoniale, vero? Perché temo che se non ritroverò Flettàx il mio onore sarà perduto e sarà meglio per me fare harakiri piuttosto che affrontare Gilda. Che posso fare?»
«Pel plima cosa allontana da te questi pensieli negativi. I pensieli negativi poltano allo scolamento, e dallo scolamento alla deplessione è un attimo. Ogni cosa a suo tempo e mai fascialsi la testa plima di esselsela lotta, questo è il succo della civiltà olientale»
«Si, ma queste sono che si dicono anche da noi, non ci vuole mica questa gran filosofia!» protesta Svengard.
«Se è pel quello da voi si dice anche “non dile gatto se non ce l’hai nel sacco” ma è una glossa stupidaggine. Vai con fiducia, o glande, colli come il vento e libela la mente: nel flattempo io falò una pennichella, ehm, lifletterò sul tuo caso, svegliami quando salemo allivati»

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¹ E’ una colonnina dove si legano i cavi di ormeggio.
² Vodka finlandese. Aromatizzata al salmiakki, la liquirizia salata, prende il nome di Salmiakki Koskenkorva ed è bandita come arma chimica dalla convenzione di Ginevra.
³ dritta=destra manca=sinistra. In effetti di questi tempi si sente la mancanza di una sinistra degna di questo nome.

 

Una birra per Olena (X)

Riassunto delle puntate precedenti:
Qualcuno ha preso di mira, con attentati e sabotaggi, gli stabilimenti Rana in Germania. Gilda, ritenendo che il direttore Jürgen Matthaeus non sia in grado di fronteggiare gli eventi, vola a Monaco con James, convocando la truppa: ma solo Olena li raggiunge dopo aver liberato il cantante Tom Jones rapito da un gruppo di stagionate fans, mentre Svengard veleggia dietro al pappagallo Flettàx scappato per amore, Miguel è in Messico per presentare Paio Pignola ai genitori e di Nonna Pina si sono perse le tracce. Incaricato delle indagini è il commissario capo Horst Tupperware con il suo aiutante Fritz Gunnerbaum, una strana coppia che più che indagare sembra tirare a indovinare con ipotesi campate per aria. Un passato comune sembra legare Olena ed Horst: per ora, comunque, a casa tutti bene.

«Pepe, mi sto annoiando»
Nonna Pina, seduta ad un tavolo della Bodeguita del Medio, a L’Avana Vecchia, sorseggia distrattamente un mojito, facendosi aria con un ventaglio brisé in avorio dipinto. Il suo accompagnatore e spasimante, Pepe Secundo, fratello minore di Compay Secundo, la guarda incredulo.
«Ma Wanda, come puoi annoiarte! Non te gusta hesta musica?» riferendosi all’orchestra sul palco, i ricostituiti Adelante Compañeros con il rientrante bassista Giorginho Torres che stanno eseguendo un pezzo dei Pupy y Los que Son Son, “Nadie Puede Contra Eso”.
«Ma no Pepe, non c’entra niente la musica. Anche se, salsa oggi, salsa domani, anche un Peppino di Capri tanto per cambiare non sarebbe male»
«Mi querida, non siente la magia de hesto locale historico?» chiede Pepe, indicando gli scaffali pieni di bottiglie di rhum e le foto in bianco e nero che tappezzano le pareti. «Aquì passava le serate Ernest Hemingway…»
«Non mi parlare di quel sacripante!» sbotta nonna Pina.
«Perché, tu e…» chiede sorpreso il cubano. Nonna Pina annuisce, beve un sorso di mojito e inizia a raccontare.
«E’ passato un bel po’ di tempo, caro Pepe… se non ricordo male doveva essere il cinquantadue. Dopo la guerra mi ero dovuta ritirare dalle scene, troppo compromessa col regime mi dicevano gli impresari… mi ero sposata con Camillo, un brav’uomo, ma i riflettori mi mancavano; così quando capitò l’occasione di questa tournée accettai senza pensarci due volte. Avevo trentotto anni, una bella voce, bella presenza…»
«Tu sei bellissima ancora oggi» dichiara l’adorante Pepe.
«Non dire sciocchezze Pepe, e fatti controllare la cataratta» ribatte la vegliarda, e riprende:
«Da Las Vegas a Miami… un successo enorme, pensavamo di tornare a casa dopo qualche settimana, rimanemmo sei mesi, e alla fine…L’Avana! Tu eri piccolo, Pepe, ma ti ricordi com’era L’Avana a quei tempi?»
«Seguro che me recuerdo! Ma non ero affatto piccolo, avevo già sedici anni e lavoravo in una fabbrica di sigari… è stato l’anno che Fidel iniziò la revolucion contro la dittatura, per abbattere Fulgencio Batista e portare il popolo al potere!»
«Pepe caro, non buttarla sempre in politica. Intendevo dire gli spettacoli, i ristoranti, la vita! C’era tuo fratello che impazzava, al Buena Vista… ti ricordi tutte le auto americane che giravano?»
«Eravamo diventati un parco divertimenti por los gringos, Wanda…»
«Oh si, era proprio un gran bel luna park per chi poteva permetterselo! E Ernest non si tirava certo indietro… allora era sposato con la quarta moglie, che aveva lasciato in Europa, e girava con la sua barca a vela, il Pilar, andava a pesca, e poi la sera lo trovavi sempre in qualche bar a bere e far baldoria con gli amici. Io cantavo al Tropicana… che spettacolo Pepe!»
«Verdad, mi querida… tu brillavi, eri una estrella, una stella… e che ballerine! Pensa che yo me arrampicavo sulla grondaia per arrivare fin alla ventana, la finestra dei camerini por mirar tanta bellezza…»
«Ah, ecco chi era quel porcellino. Le ballerine se ne erano accorte, sai, Pepe? Facevano apposta a lasciare scoperta qualche tetta, l’intraprendenza va premiata. A un certo punto però non ti hanno più visto, che ti era successo, gli inservienti ti avevano scoperto?»
«No, niente inservienti, Wanda… una sera Lola Montalvo si è voltata verso di me come mamma l’ha fatta, presi uno spavento che me caì dal cornicion… »
«Ah, ah, ma Pepe! Non avevi mai visto una donna nuda?» chiede ridendo nonna Pina.
«E’ proprio questo il punto, Wanda! Lola non era affatto una donna, cara mia, teneva un pitón sotto le sottane! Caddi abajo, e mi ruppi una gamba: da allora mai più cornicioni!»
«Lola un travestito? Questa mi esce da un fianco Pepe, comunque noi non nutriamo pregiudizi, non è vero caro? Ma dov’eravamo rimasti? Ah, si, il Tropicana» riprende la centenaria.

«Una sera dopo lo spettacolo eravamo a cena al Floridita al solito tavolo, con Ernesto Pintabal il regista, Flora Maricones la costumista e Alvaro Temblón Jr. il direttore d’orchestra. Ad un certo punto Hemingway, che aveva già fatto il pieno di daiquiri, si avvicina al tavolo e senza nemmeno salutare mi chiede se il giorno dopo voglio andare a pesca di Marlin insieme a lui»
«Che sfrontato! Tipico dei gringos» commenta Pepe. «E tu?»
«Lo squadrai come un insetto… poi gli chiesi se pensava di avere una canna adatta per quella pesca. Scoppiò in una risata poderosa, e se ne andò dicendomi di farmi trovare al molo la mattina seguente. Figurarsi, io ero abituata ad alzarmi alle due del pomeriggio… ma che ti devo dire, Pepe… beveva troppo, era trascurato e sovrappeso, aveva una quindicina d’anni più di me, ma era indubbiamente affascinante… andai all’appuntamento»
«Es incredibile… e poi?»
«Passammo un periodo di sogno… al mattino andavamo al largo con la sua barca, pescavamo e facevamo l’amore.. poi al pomeriggio mi riportava a terra, e mi preparavo per lo spettacolo. Lui iniziò a scrivere un libro su un vecchio che va a pesca, diceva che ero la sua musa; voleva lasciare la moglie e sposarmi! Ma, a parte che io ero già sposata e a quei tempi non si poteva divorziare, non avevo nessuna intenzione ne di diventare la quinta signora Hemingway ne di abbandonare le scene… e così lo lasciai»
«Non deve essere stato facil para él accettare il tuo rifiuto, Wanda…»
«Seppi poi che era caduto in una profonda depressione, e le bevute non lo aiutavano di certo. Si è sposato un’altra volta, ma non si è più ripreso… quando seppi del suo suicidio mi sentii molto in colpa, Pepe. Chissà, se le fossi rimasta accanto…»
«Esta es la vida, mi querida. Non si può prevedere il futuro…»
«Ecco, a proposito di futuro, Pepe, ho deciso di partire. Qui il clima è buono, la compagnia ottima, il cibo delizioso ma francamente non ne posso più. Mi manca quella brigata di scombinati, le scazzottate, il tirassegno ai pensionati e il prosecco: adios, Pepe!» e così dicendo nonna Pina si alza, stampa un bacio in fronte a Pepe Secundo, ed uscita dal locale con un fischio alla pecorara ferma al volo un taxi e si fa portare all’aeroporto.

Pepe Secundo rimane seduto, con la testa bassa. Una lacrima si incunea in una della profonde rughe che gli solcano il viso; quando rialza la testa seduto vicino a lui c’è un giovane che conosce bene.
«E tu?» chiede Pepe, sorpreso. «Perché sei tornato?»
Giorginho Torres poggia lentamente sul tavolo la bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che apre solo per le occasioni speciali e due bicchieri colmi di cubetti di ghiaccio. Versa il rhum e porge il bicchiere al vecchio socialista.

«Volevano pagarmi con i minibot, nonno. Fottuti capitalisti»

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Qualche anno fa, d’estate, con la famiglia facemmo un salto in Olanda, passando prima da Colonia e da Bruxelles. A Rotterdam, appena arrivati, ci recammo in un ufficio turistico vicino alla stazione ferroviaria con l’intenzione di prenotare i biglietti per il traghetto che portava a Kinderdijk, dove c’è il complesso degli storici mulini a vento, ben diciannove, patrimonio dell’umanità.
Sfoggiando il mio migliore inglese, chiesi al perplesso impiegato: “Excuse me, may I buy the ticket for the bottle¹?”
Mio figlio intanto dietro sghignazzava, e questo avrebbe dovuto insospettirmi. Ma io, non cogliendo i segnali, insistetti: “The battle! The battle to Kinderkijk!” meravigliandomi di quanto poco gli olandesi conoscessero l’inglese.

Una scena analoga si era già verificata a Londra, quando in un Mc Donald’s mi ostinavo a chiedere una birra, ed il ragazzo dei panini mi guardava con gli occhi sgranati: a beer, a biir, a biar, ecomecazzosidicebirra, a’ birra! Vaffanculo, una coca cola! (il fatto è che in Inghilterra da quanto ho poi capito la birra nei Mc Donald’s non la vendono: hai voglia a sfiatarmi). Il tutto ovviamente con mio figlio sempre sghignazzante, e mia moglie che scuoteva la testa.

Ma tornando a Rotterdam, ad un certo punto l’impiegato mosso a compassione mi mise davanti i biglietti per i mulini, dicendo “I presume the boat to Kinderdijk, sir?” e fu solo l’abbronzatura a nascondere parte del rossore che mi imporporò il volto mentre la mia autostima scendeva pericolosamente di livello.
Alla fine comunque tutto è bene quel che finisce bene, prendemmo quel battello e ci toccò sorbirci anche uno spettacolino folcloristico dove due attori recitavano la storia dell’Olanda in olandese: non mi azzardai a chiedere niente, limitandomi di quando in quando ad annuire gravemente.

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Quest’episodio mi è venuto in mente in questi giorni, in cui si fa un gran parlare di minibot, ma io credo si tratti solo di un grosso equivoco: non volevano dire minibot ma minibottle, minibottle!

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Questa foto non c’entra niente con il post ma anche l’occhio vuole la sua parte

¹ Mi vergogno un po’ a mettere questa nota: bottle=bottiglia – battle=battaglia – boat=barca

Una birra per Olena (IX)

Horst Tupperware passeggia avanti e indietro nel suo ufficio, al terzo piano nella sede della Landespolizei, in Ettstrasse. Seduto davanti alla sua scrivania c’è un agitato Jürgen Matthäus, che si asciuga il sudore con un fazzoletto a quadrettoni.
«Ingegner Matthäus» chiede finalmente Horst «confermate quindi di non aver ricevuto nessuna minaccia? Nessuna offerta di protezione, nessuna richiesta di pagamento?»
«Ma no, ma no!» protesta Jürgen, per la quinta volta. «Quante volte devo dirvelo? Vi siete fissati con questa storia della mafia!»
«Che rapporti avete con i sindacati?» chiede a bruciapelo il commissario capo.
«I sindacati?» chiede Matthäus, preoccupato. «Cosa c’entrano i sindacati? Comunque i rapporti sono buoni, non abbiamo nemmeno vertenze aperte in questo momento. Ma perché me lo chiede?»
«Herr Matthäus, non dobbiamo sottovalutare nessuna pista. C’è qualche dipendente che potrebbe aver motivo di rancore? Qualcuno licenziato senza giusta causa? Abbiamo saputo che volevate incrementare la produzione, questo può aver creato malumori? Potrebbe essere una forma di luddismo?»
«Assolutamente, assolutamente! La cogestione¹ da noi funziona benissimo. I rapporti sono ottimi, e non per vantarmi commissario ma anche le condizioni economiche per il nostro personale sono più che soddisfacenti. Escludo che qualcuno dei nostri dipendenti possa avere a che fare con una cosa del genere, col rischio di far chiudere la fabbrica e rimanere tutti sulla strada! Piuttosto…» e qui l’ingegnere fa una pausa significativa «state indagando sui nostri concorrenti?»
Horst lancia un’occhiata del tipo “stiamo indagando sui concorrenti?” a Fritz Gunnerbaum, che seduto ad una scrivania alle spalle di Matthäus sta verbalizzando il colloquio. Fritz svicola, incassando la testa tra le spalle e concentrandosi sui suoi due indici che picchiano sulla tastiera; Horst continua allora senza rispondere:
«Herr Matthäus, lei lo sa che l’80% di chi indossa calzini bianchi è malvagio? Ha mai riflettuto su questo punto?» chiede Horst, fissando intenzionalmente l’intimo che sbuca dai calzoni del direttore.
Jürgen Matthäus, che stava bevendo un sorso d’acqua dal bicchiere in plastica che Fritz gli aveva porto, si strangozza². «Ma che diavolo c’entrano i calzini bianchi, adesso?» chiede paonazzo.
«Ma lasciamo stare questo punto» continua Horst con noncuranza. «Chi poteva entrare nei vostri stabilimenti? Come mai la vostra sicurezza non si è accorta delle violazioni?»
«Commissario capo, ma quale sicurezza, noi facciamo tortellini!» sbotta Jürgen, ormai violaceo. «Abbiamo un guardiano, che serve più che altro per aprire i cancelli se arriva qualche fornitore… ci sono le telecamere… e un’auto della Vedetta Bavarese che fa un paio di giri per notte»
«Lei dunque ritiene che si sia trattato di una semplice coincidenza il fatto che in tutte e dieci le vostri sedi quei personaggi si siano introdotti senza che nessuno se ne sia accorto e senza dar modo alle telecamere di fornire qualche elemento alla identificazione? A me sembra parecchio strano, lei che ne dice Herr Matthäus?»
Jürgen Matthäus sentendo che la pressione sta arrivando a livelli di guardia fa un respiro profondo, si alza dalla sedia e, ripiegando il fazzolettone, dice:
«Commissario, sinceramente non capisco lo scopo delle sue domande e delle sue insinuazioni. Cosa pensa, che ci sabotiamo da soli gli stabilimenti? Sono venuto qui per sapere se ci sono novità nelle indagini, e lei mi parla di calzini! Quello che a me sembra strano è che invece di indagare lei stia qui a perder tempo con queste ipotesi campate per aria. Santo Dio, il luddismo! E perché non gli alieni, già che ci siamo! Mi sembra che stiate prendendo questa cosa sotto gamba, caro commissario: ne parlerò con i suoi superiori! Buon giorno!»
E così dicendo Jürgen Matthäus se ne va, seguito dallo sguardo per niente preoccupato di Horst Tupperware che poco dopo, con un sorrisetto, chiede al suo aiutante:
«Che ne pensi, Fritz? Illuminante, non credi?»
«L’ingegnere mi è sembrato parecchio arrabbiato, capo. Ma mi tolga una curiosità, se non sono indiscreto»
«Dimmi pure Fritz»
«Che diamine è questo lubbismo?»
«Luddismo, Fritz, luddismo. E’ stato un movimento di protesta operaia che si è sviluppato all’inizio del XIX secolo in Inghilterra: in pratica sabotavano i telai meccanici perché li incolpavano di fargli perdere il lavoro»
«Bè, non avevano tutti i torti, dal loro punto di vista, no?»
«Caro Fritz, il problema non sono i telai, ma i padroni dei telai» chiude Horst Tupperware, accarezzando la medaglia dell’Ordine al merito per la patria³ che porta sempre in tasca.

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¹ In Germania, i lavoratori e le rappresentanze sindacali hanno un potere significativo nella gestione dell’azienda. Partecipano alle decisioni delle società attraverso due organi, il Betriebsrat (consiglio di fabbrica) e l’Aufsichtsrat, il consiglio di sorveglianza, che possono influire sulle decisioni del consiglio di amministrazione (Vorstand) aziendale.
² L’Accademia della Crusca è ancora indecisa se ammettere questo termine nel vocabolario. Io sarei favorevole perché rende bene l’idea di uno che tossisce perché gli è andato per traverso qualcosa.
³ Decorazione della Repubblica Democratica Tedesca assegnata a chi si era distinto per servizi speciali allo Stato e alla società.

Altro che tempi bui!

Amici cari, come si fa a dire che il mondo è brutto quando accadono fatti come questi?

  • Durante il banchetto nuziale, vicino Abbiategrasso, gli sposini si sono azzuffati con i cognati per un apprezzamento poco simpatico del cognato sul vestito della sposa. Apriti cielo! Botte e cognati portati al pronto soccorso: che goduria! Peccato non essere stato tra gli invitati. Si prevedono bis per le feste di Pasqua, Natale e compleanni vari.
  • Una ragazza francese si è tuffata nuda nella fontana dell’Apple Store in piazzetta Liberty, a Milano: “non pensavo fosse vietato, in Italia”, si è giustificata, rivelando così una grande considerazione della nostra apertura mentale. E pensare che qualcuno ci considera dei bigotti!
  • Ho visto solo oggi purtroppo le foto della ragazza che a Madrid, durante la finale della Champions League, ha fatto invasione di campo correndo in costume da bagno e scarpe da tennis. Per il poco che ho visto della partita, il suo spettacolo è stato senz’altro migliore di quello che hanno offerto le due squadre: la coppa (ben meritata) l’avrebbero dovuta assegnare a lei!

Enjoy!

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Un uomo, un mito!

Grazie Andy Ruiz per aver vendicato tutti gli uomini con pancetta e maniglie dell’amore suonandole senza risparmio al superfigo palestrato!

Da oggi in poi la tua foto riposerà nel mio altarino personale insieme all’immagine di Mourinho (santo subito), alla palla di vetro con la neve finta di Mosca, al dromedario Drupi ed al libro immortale “Tre uomini e una barca (per non parlare del cane)”.

Se passerai in Italia, cena pagata (all-you-can-eat).

Viva la ciccia!

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Why do Italians live so long?

It’s universally acknowledged as Italy, this lovely place kissed on the forehead by Dea Fortuna, was the most beautiful country in the world.
About this topic I must reject any objection, my dear friends, and, if you don’t feel like my humble belief, take a look to the UNESCO report: fifty-five sites (since today) recognized as World Heritage, between natural, historical, architectural, even culinary… the largest quantity on the planet.
But, my devoted readers, it’s not my intention to talk about obvious thing.
Instead, I want introduce to you the Italians, firstly by refuting and rejecting annoying cliché and also to show some aspects of our way of life that I am sure are poorly known.

If you are some of that guys that imagine Italians busy all day (including holydays) eating pizza and spaghetti _ about this I had an embarrassing welcome in a restaurant in Stockolm, but I’ll tell it again, if you have curiosity _  and playing mandolino, I must disappoint you: i.e. I play guitar and not mandolin, and not all the day.

After this brief introduction, I would like to begin with an important, quite fundamental argument: why do Italians live so long?

This is why Italians live so long
Please friends, avoid easy answer: yes it’s true, we have sun, sea, lakes, mountains, temperate climate, lot of water, good and sometimes excellent public healthcare, charming towns and villages, aptitude for socializing, expansiveness and an excellent art of getting by. It’s not so true all over the whole country, but in most part of it yes.
Open your ears and mind because I’ll now reveal to you the real reasons why we live more than other peoples:

  • Mediterranean diet;
  • Sex.

About diet you could consult thousands of sites and all of them will recommend to you a correct mix of carbohydrates, protein, fats and sugars for improve health and wellness; yes all true, but I ask to you: What about ingredients? What about cooking? What about the taste of eating? (à propos of cooking, I’ll talk about this in a future episode “Why Italians love their moms so much”) And, of course: what about wine? You know, we produce great quantity of wine and personally I offer a substantial contribution to domestic consumption, as you can guess from this few rows.

But, once you have well eaten, my dears, how to spend the rest of the time?
You have surely heard the names of famous latin lover of the past: Giacomo Casanova, Rodolfo Valentino, Silvio Berlusconi, but what you don’t know is that inside each Italian you could find a latin lover, even in late age.

Take me, for example, I have sex five times a day: 1) just woke up, with my wife 2) middle morning, with my colleague Virna; 3) at noon, in the company canteen, with chi c’è c’è; 4) in the evening, bis with my colleague Virna; 5) during dinner, with my wife again. Never during the night, sleeping is necessary to restore potency.
Unbelievable, isn’t it? Considering my age, moreover.

I have only a little problem, added to my poor knowledge of English, my memory: what is precisely sex, stuff you can eat?

Sophia-Loren_Marcello-Mastroianni_filmIeri-oggi-domani

Una birra per Olena (VIII)

Nella sala d’aspetto di prima classe dell’aeroporto Franz Josef Strauss di Monaco di Baviera una donna bionda, alta ed elegante, avvolta in una pelliccia di colore violetto, con un largo paio di occhiali neri che ne nascondono buona parte del viso, sfoglia distrattamente l’ultimo numero di Vogue in versione russa.
Due uomini, in divisa della sicurezza, si avvicinano.
«Signora, ci può seguire per favore?» chiede gentilmente ma con fermezza quello dei due che sembra il più alto in grado.
La donna non dà segno di aver sentito, e continua indifferente a sfogliare la sua rivista. I due uomini si guardano, poi quello più impulsivo fa ancora un passo avanti, si china verso di lei e le sibila in un orecchio: «Sei sorda, bella? Non hai sentito quello che ti ha detto il collega? Vedi di alzarti subito, prima che diventi nervoso»
Finalmente la donna chiude il giornale, si raddrizza sulla poltroncina e alza gli occhi verso l’interlocutore. Si toglie gli occhiali e allarga i suoi splendidi occhi blu, poi con un’espressione leggermente annoiata, risponde.
«Voi agenti muolto gentili, volete perquisire me, si?» chiede alzandosi e allargando braccia e gambe scostando la pelliccia che nascondeva, sotto una minigonna succinta, due lunghe gambe accavallate avvolte fino alle ginocchia da stivali neri in pelle.
«Noi andiamo in camera riservata, si? Io faccio voi bua su culetto, cattivi cattivi bambini»
I due si scambiano uno sguardo interrogativo, indecisi se rispondere per le rime alla provocazione; ma poi il sorrisetto malizioso e soprattutto la prominenza del seno che la donna mette in mostra li convincono a rimandare a più tardi le discussioni.
«Prego, “madame”… sei una professionista, vedo» constata l’uomo, prendendo la donna per un braccio.
«Tu non sa quanto…» risponde lei, passandosi la punta della lingua sui denti superiori; poi, notando il manganello che pende dalla cintura dell’uomo, continua: «Bello giuocattolino, dopo proviamo con tuo amichetto, si?»
I due deglutiscono e guidano la donna verso un ufficio defilato. Appena entrati, la spingono verso il centro della stanza e chiudono la porta a chiave; il sospetto di aver commesso un terribile errore li coglie quando Olena, lasciata cadere in terra la pelliccia violetta, si rivolge loro con un sorriso beffardo:
«Speravo tanto voi fare questo, finuocchietti»

Gilda e James, recuperati i bagagli, sono appena entrati nella sala degli arrivi dei voli internazionali. Gilda si guarda intorno, poi con un lieve disappunto si rivolge al suo maggiordomo:
«James caro, la prima convocazione sembra andata buca, come una assemblea di condominio a ferragosto. Non avrei preteso un picchetto d’onore ne banda e pennacchi, se mi spiego, ma qualche volto amico ad attenderci mi sarebbe stato di conforto»
«Sono costernato, signora, avevo avuto le più ampie rassicurazioni. Mi informerò immediatamente»
«Lascia stare, James, ci penso io. Adesso chiamo Svengard, non sarà riuscito a parcheggiare la barca» ed immediatamente estrae il cellulare dalla borsetta di Hermès e chiama il suo uomo. Dopo qualche secondo finalmente si ode la voce del norreno:
«Ehm… Pronto? Gilda, sei tu? Dove sei, amore?»
Gilda prende un profondo respiro prima di rispondere. «Svengard, mi sembrava di essere stata abbastanza chiara l’altro giorno. Dove diavolo ti sei cacciato? Noi siamo appena arrivati, viene a prenderci!»
Un silenzio di piombo cala sulla linea. Gilda, che ha in orrore il vuoto, riprende: «Sven? Sei ancora lì? Insomma, si può sapere che stai facendo?»
«Sei arrivata, cara?» chiede finalmente il vichingo. «Ma anch’io sono arrivato, amore. Sono qui che ti aspetto»
«Sven, mi stai prendendo in giro? Qui non c’è nessuno, che stai blaterando?»
«Ma certo che ci sono cara, sono qui che ti aspetto, a Monaco»
Un sospetto si insinua nel cervello della Calva Tettuta che, con tutta la calma di cui è capace, chiede:
«Svengard, tesoro caro… in quale Monaco sei, di preciso?»

James accoglie con sollievo la vista della donna che gli si fa incontro ancheggiando e che lo saluta sbracciandosi.
«Scusa ritardo, amuoruccio, eri in pensiero?» chiede la russa statuaria, con un lampo di malizia negli occhi.
«Per fortuna sei arrivata, Natascia, mi serviva giusto uno scaricatore di porto che mi aiutasse con le valigie. Ma dove ti eri andata a cacciare?» chiede il maggiordomo provocatoriamente.
«Mi si era spezzata unghia» risponde Olena con un sorrisetto malizioso, giocherellando distrattamente con un manganello.

lady-gaga