Niente sushi per Olena – 18

«Evaristo, per l’amor del cielo, si può sapere che c’entri tu con i cinesi? Che tra l’altro ce li copiano pure, i nostri tortellini!»
E’ una Gilda ancora incredula quella che si rivolge al suo ex-defunto marito abbigliato da cinesina.
«Ah, ah, c’entro, c’entro, eccome se c’entro, cara mia!» risponde il cavaliere, con una risata sinistra.
«Ho lavorato anni per conquistare la loro fiducia… tonnellate e tonnellate di ravioli sottocosto… dove pensavi che andassero a finire i nostri scarti, eh? Negli all-you-can-eat, dove la gente si va a sfondare di monnezza a 9 euro e 99 centesimi… gamberoni a 9,99! Pesce che arriva dai posti più inquinati del mondo, e gonfiato di gelatina… siamo diventati un popolo di deficienti, te lo dico io…» continua amaramente il Rana.
«Ha ragione, lo diceva sempre il povero Olindo!» commenta a bassa voce Memo verso il vicino Ambrogio.
«I cinesi si adattano a tutto, comunismo o mercato per loro non fa differenza, basta che possano fare i loro affari… lavorano senza tregua e si accontentano di poco, e mentre sorridono ti fottono… è la razza superiore, sono gli scarafaggi umani, occupano tutti gli spazi, non si vedono ma stanno dappertutto…»
«Sapevo che eri diventato matto, ma adesso pure razzista? Ma ti senti come parli? Che c’entrano gli scarafaggi?» protesta Gilda.
«Razzista io? Gilda, come al solito non capisci niente» afferma categoricamente il cavaliere scuotendo la testa, e prosegue:
«Io li ammiro, altro che razzista! Siete voi che non sopporto più. Ma guardatevi!» e così dicendo lancia uno sguardo di compatimento verso le pantofole col pelo della non più vedova.
«Io! Li ho aiutati a infiltrarsi dappertutto… ristoranti, bar, barbieri, centri massaggi… divani, stamperie, tessiture, mercerie… ah, ah, e poi siamo arrivati con la tecnologia, e ci siamo comprati le banche, costruiamo quartieri, pure le squadre di calcio ci siamo presi! »
«Ma perché parli al plurale, tu non sei cinese anche se sei vestito da cinese!» sbotta Gilda.
«Io sono più cinese dei cinesi, cara mia! Io sono il capo dei cinesi! E tra poco avrò l’esclusiva per i ravioli al vapore… un miliardo e mezzo di persone che mangeranno i miei ravioli! Fabbriche da migliaia e migliaia di operai! Diventerò un eroe della Repubblica Popolare!»
«Compagno cavaliere, non credo che quello che stiate facendo vada a favore del popolo!» interviene Luisito.
«Popolo? Mi parla di popolo, lui. Ma che ne sapete voi di popolo? Non avete più dignità, non avete più vigore, non avete più ideali… siete un organismo in cancrena, una piaga dell’umanità! Dovete estinguervi, come i dinosauri! E se continuerete a mangiare nei nostri sushi bar lo farete di sicuro, ve lo garantisco!»

«Ma chi ti credi di essere, pazzo fanatico?» insorge nonna Pina. «Che cos’è, hai avuto una crisi mistica? Questa “casetta” l’hai comprata tu, te ne sei scordato? Gli operai che ti hanno reso ricco sfondato li hai sfruttati tu, non i dinosauri! Per cinquant’anni hai pensato solo agli affaracci tuoi, e adesso vieni qui a farci la morale? Ma va’ all’inferno!» conclude  nonna Pina, imbracciando il fucile e puntandolo verso il nipote.
«Tsk, tsk, io le to sconsiglio» dice il cavaliere, muovendo l’indice come ammonimento. «La vedi questa?» Il cavaliere si alza la tunica e svela una specie di corazza che lo protegge.
«Bello il costumino, peccato che dovrò farci un buco» dichiara dispiaciuta la nonna.
«Questo costumino, cara, è un esoscheletro a rivestimento magnetico» spiega il Rana. «Ha la brutta abitudine di respingere le pallottole e rimandarle al mittente. Considerala pure la mia piccola contraerea portatile. E adesso basta, facciamola finita!» e al battito di mani del cavaliere le porte del laboratorio si aprono ed entra una squadra di venti ninja in assetto da combattimento.
«Mi dispiace dovervi lasciare, miei cari. Se vi consola, diventerete involtini primavera» e così dicendo volta le spalle agli astanti e si dirige verso l’uscita, mentre i ninja si avvicinano minacciosamente.

«James, qualche idea?» chiede Gilda speranzosa.
«Se ai signori non disturba» dice riferendosi a Memo, Ambrogio e Luisito «proporrei una formazione a testuggine»
«Vada per la testuggine allora, speriamo che gli animalisti non abbiano da ridire» approva Gilda.
Il gruppetto, circondato dai cinesi, si avvicina al pentolone dove è immerso Toshiro; con una spinta decisa lo rovesciano buttando il contenuto, Toshiro compreso,  addosso agli assalitori, dopodiché sollevano il pentolone e se lo infilano in testa.
Quindi, come un grande paguro, si spostano lentamente verso l’uscita, con i cinesi che urlano e cercano di trattenerli, colpendoli alle gambe con dei bastoni .
Finalmente al più sveglio dei ninja viene in mente di legare con una corda le gambe dei nostri, ed in breve questi, intralciati nei movimenti, inciampano e cadono a terra, con il pentolone che rotola lontano.
«Tagliateli a fette!» urla il capo.
I ninja circondano i nostri che si dibattono in terra, pronti a tagliuzzarli, quando la parete in fondo del laboratorio scompare in un boato, e dopo che la polvere si è diradata se ne scopre la causa: Svengard, ai comandi di una ruspa Caterpillar, è entrato senza chiedere permesso.

«Hållefold Tullestund!»¹ intima Svengard ai cinesi in norreno.
Ma gli incappucciati, evidentemente digiuni dell’antico linguaggio, non comprendono l’avvertimento ed in men che non si dica, nonostante la resistenza del vigoroso vichingo, lo estraggono dal bulldozer.
«E’ Svengard! E’ venuto a salvarmi, non è un amore?» cinguetta Gilda al vicino James, che annuisce affermativamente.
Ma i cinesi, per niente inteneriti, legano Svengard, lo sollevano e si apprestano a buttarlo in un altro pentolone bollente. In quel mentre dalla breccia aperta nel muro compare una figura nota, che avanzando lentamente intima in cinese:

«Fermi, uomini senza onore. Liberate immediatamente quelle persone!»
L’uomo si sfila il passamontagna, lo getta in terra e poi, dopo aver battuto con una mano sulle corde della racchetta, si mette in posizione di combattimento.
I cinesi, sorpresi, guardano la figura che li fronteggia senza credere ai loro occhi. Finalmente, impaurito, uno di loro indicando col dito dice:
«Ma è… è… è il generale Po!»
I cinesi realizzano di trovarsi di fronte ad una leggenda vivente, il generale Po, l’ultimo rimasto della guardia personale dell’Imperatore Pu Yi, colui che gli rimase fedele fino alla fine, persino quando l’imperatore ormai decaduto fu impiegato come giardiniere nell’orto botanico di Pechino²: la metà di loro si ferma, getta a terra le armi e si prostra toccando la terra con la fronte. Gli altri, dopo un attimo di smarrimento, avanzano verso Po, che rimanendo impassibile li guarda, e quasi senza muovere le labbra dice:
«Se così dev’essere, sarà. Oggi è un buon giorno per morire³»

In breve i ninja lo circondano e lo attaccano con le loro katane; Po si difende mulinando con maestria la racchetta elettrica, ne abbatte diversi ma è costretto a retrocedere e infine, incalzato da più parti, viene ferito e la racchetta gli cade di mano.
«Dovevi morire insieme al tuo imperatore» sibila con disprezzo il capo dei ninja, alzando la spada per colpirlo.
«Prima tu» dice una voce dall’alto; tutti alzano la testa, giusto il tempo per veder cadere una fune da una delle travi del soffitto, ed un attimo dopo i cinesi capiscono quanto sia fastidioso trovarsi sulla traiettoria di una raffica di Zastava M70.
Olena si avvicina a Po e gli rivolge un piccolo inchino, al quale il cinese ferito risponde. Poi si gira e va verso Svengard, lo libera e guarda l’unico uomo che le ha resistito correre verso Gilda ed abbracciarla.  Un attimo di distrazione, che le impedisce di accorgersi dell’unico ninja rimasto vivo, che con le ultime forze rimaste si rialza sulle ginocchia e le lancia contro uno shaken.

Il gruppo intanto è uscito dal laboratorio e si affretta ad allontanarsi; i nostri, dirigendosi verso la casa  scorgono una sagoma distesa sotto il grande cedro del Libano che la sovrasta; si avvicinano e riconoscono il cavalier Rana che sembra riposare finalmente tranquillo, con il piccolo particolare della testa girata sul collo di centottanta gradi.

 

Epilogo

In Finlandia, nella cittadina di Sarajärvi, sul lago omonimo, per la finale del campionato del mondo degli snipers sono presenti i migliori tiratori scelti di sette paesi. L’Italia è rappresentata dal sergente maggiore Lojacono, del Battaglione Col Moschin; c’è il turco Hussein Hasman, il britannico Mike Hoswell, il norvegese Pierl Hostrund, l’israeliano Moshe Rabin, ed il favorito, l’americano Paul Bradley, ciascuno con un assistente per il puntamento.
Il bersaglio è a tre chilometri, un tiro che qualunque piccolo movimento può far sbagliare, e che in azione comporta il fallimento della missione con la possibilità concreta di diventare da cacciatore a cacciato.

Una postazione è ancora vuota, e gli arbitri stanno consultando i cronometri per decidere se dare il via procedendo con la squalifica del concorrente mancante.
Dalla strada che collega il campo di tiro alla caserma si vede arrivare un pick-up, e i concorrenti si rialzano per accogliere l’ultimo arrivato.
Il guidatore, un impeccabile James con una divisa immacolata da ufficiale di marina, si ferma facendo derapare il mezzo. Poi scende di corsa dal posto di guida ed apre la portiera posteriore: ne discende una russa statuaria, con un braccio bendato e legato al collo, ed il suo assistente, in divisa da aviatrice ausiliaria della seconda guerra mondiale.

Il turco Hasman, il più vicino, squadra la coppia con curiosità, poi con un cenno di approvazione del capo si rialza e si mette sull’attenti, in un perfetto saluto militare:
«Bentornata, capitano Smirnoff» e ad uno ad uno tutti i concorrenti salutano la coppia appena arrivata. Anche l’americano, sebbene riluttante, si rialza e saluta, non perdendo l’occasione per lanciare una frecciatina alla russa. «E un po’ difficile sparare con un braccio solo, capitano. Se serve una mano, non fare complimenti…» completando la frase con una risatina provocatoria.
Olena rialza la testa, alza gli occhi blu verso il cielo ed un raggio colpisce l’americano in fronte. Lo squadra dall’alto in basso e poi dice:
«Non credo tu reggere ritmo, yankee.»

In tribuna, tra addetti ai lavori, giornalisti e militari, si può distinguere una pattuglia rumorosa e variopinta, con Gilda, Svengard, il cinese Po, Uppallo I e Uppallo IV, e con un Miguel abbigliato da cheer leader, leggermente eccessivo nel contesto. Tutti hanno un binocolo al collo , per poter osservare i tiri.

«Comunque tu non devi preoccupare di me, tenente» continua Olena «il nostro campione è un altro» e passa il fucile, il fedele SVD Dragunov modificato, a nonna Pina, che lo prende con delicatezza e si distende in posizione di tiro. I concorrenti sono sorpresi, l’americano rimane in piedi con il suo McMillan TAC-50 non riuscendo a credere a quel che vede.

«Ma che cos’è, uno scherzo? Ma è una vecchia!» esclama, chiedendo comprensione agli altri tiratori. Poi, non trovando appoggio, si rivolge direttamente a nonna Pina:
«Ehi, nonnina, guarda che hai lasciato la calza a casa! Attenzione che quello è un fucile, non è un retino da farfalle! Ah, ah, ah…»

Olena serra impercettibilmente la mascella e fa un passo verso l’americano. Gli altri concorrenti rialzano la testa, prevedendo il peggio.
Nel silenzio assoluto si sente come un raspare di lima su un ferro arrugginito, e subito dopo lo scaracchio di nonna Pina va a posarsi tra i piedi di Bradley.
Nonna Pina sorride ad Olena, a rassicurarla, poi si gira verso Bradley e lo fissa negli occhi, con un sorrisetto, finché l’americano non abbassa lo sguardo, scuotendo la testa. Poi abbassa gli occhiali antiriflesso e punta verso il bersaglio, il dito appoggiato leggermente sul grilletto.

Trattiene il respiro, e spara. E ancora prima di incrociare lo sguardo di compiacimento di Olena e di sentire gli urli di Miguel, si avvicina a Bradley e gli sussurra in un orecchio:

«Ti è piaciuto, carino? E adesso baciami il culo, finocchietto»

THE END

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¹ trad. “Lasciateli stare o è peggio per voi!”
² La storia dell’imperatore Pu Yi è vera.
³ cit. dal film “Piccolo grande uomo” del 1971, a mio parere uno dei più bei film di tutti i tempi.

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Niente sushi per Olena – 17

Nonna Pina, ancora incredula, fissa il nipote, il redivivo Evaristo Rana, che travestito da cameriera cinese spinge in fondo ad un pentolone di ripieno di agnolotti il corpo di un uomo a testa in giù.
Gilda, la vedova tutt’altro che inconsolabile, James il maggiordomo, i tre compagni nostalgici Luisito, Memo e Ambrogio, sono a bocca aperta. Persino Olena, per quanto avvezza ad ogni sorta di colpi di scena, arriccia il sopracciglio sinistro.
E’ nonna Pina che si incarica di rompere il ghiaccio:
«Evaristo, spostati da quel pentolone o quanto è vero Dio ti sparo in testa. Per la miseria, non sei nemmeno capace di morire senza rompere le scatole?»
Gilda, con gli occhi ancora sgranati dalla sorpresa, riesce a dire:
«Evaristo? Ma sei proprio tu, Evaristo? Ma che ci fai vestito da cinese? E soprattutto, che ci fai qua? Tu sei morto! E che cavolo, ti abbiamo pure seppellito!» e così dicendo si volta verso James, chiamandolo a testimone.
«Effettivamente, signore, i pigmei vi hanno mangiato, dovreste ricordarvene. Abbiamo trovato la vostra carcassa nel bosco, a meno di una tibia che Gnugnu deve aver portato via per ricordo» conferma James.

«Ah, ah, ah, poveri idioti!» E’ una risata insana quella che esce dalla bocca della cinese, che dopo aver tolto i denti sporgenti e la parrucca nera a caschetto si rivela per quello che è: il Cavalier Rana in carne ed ossa (non proprio con tutte le ossa a dir la verità). Che svela il mistero della sua ricomparsa:
«Quello che avete seppellito, cari miei, era Desmond, la terza riserva della squadra sudanese di curling. Quei maledetti pigmei mi hanno rosicchiato solo una gamba» e così dicendo mostra la gamba destra, dove appena sotto al ginocchio spicca una protesi al titanio. «Li ho supplicati, e gli ho dovuto promettere che li avrei rimandati in Africa e li avrei fatti lavorare come attrazioni per i turisti nei villaggi Ranatour, dove avrebbero potuto mangiare gli istruttori di zumba e pilates… oltre ad un bel gruzzoletto… così ho salvato le penne, ed ho potuto preparare in tutta calma la vendetta! Ah, ah,ah…»
«Evaristo, chi hai messo in quel pentolone? Toglilo subito di là, se arrivano i Nas ci fanno chiudere!» chiede una Gilda preoccupata per i risvolti occupazionali della pazzia del non più fu-marito.
«Toshiro era una mia creatura, gli avevo insegnato tutto!» sbotta il Rana, con disprezzo. «Tra di noi c’era un patto, ma all’ultimo momento si voleva tirare indietro, quel cacasotto! Non voleva essere complice di un crimine, diceva. Ah, ah, un crimine! Come se preparare ripieni al pollo tandori e gorgonzola non fosse già un crimine!»
«Effettivamente…» scappa detto ad Ambrogio, subito redarguito da Luisito e Memo.

«Ma che cos’è che ti passa per la testa stavolta?» chiede una frastornata Gilda. «Non sarà ancora quella storia dei manometri, vero? E’ una fissazione la tua, lasciatelo dire»
«Nanometri, non manometri, quanto ci vuole a farselo entrare in testa? Ah, ah, ma già, tu hai ben altro per la testa… a parte i capelli, che quelli invece grazie al tuo bellimbusto non li hai più da un bel pezzo!» dice con perfidia il cavaliere, facendo riferimento allo sfortunato incidente nel quale Svendard rovesciando in testa a Gilda un pentolone di ripieno le causò una calvizie permanente.¹
«Ti proibisco di parlare di Svengard in quel modo! Sven vale almeno dieci volte te!» urla a questo punto Gilda infuriata. «E’ forte e sensibile, non è un pazzo come te!»
«Ah, ah, pazzo, si, pazzo… anche il tuo amichetto, cara nonna, diceva che ero pazzo… peccato per quella brutta indigestione…»
«Che cosa? Sei stato tu? Ma per quale motivo, Emilio non faceva male a nessuno!»
«Il tuo Emilio mi aveva scoperto e per non parlare pretendeva che mi facessi da parte e lasciassi tutto a suo nipote, quel calciatore da strapazzo»
«Ehi, piano con le parole!» interviene Memo. «Nagatomo è nazionale giapponese, mica pizza e fichi come i vostri ripieni!» e poi, facendo mente locale: «Nipote? Ma come nipote, se è giapponese!»
«Adesso questo non interessa, è una storia lunga» tronca nonna Pina. «Che gli hai fatto, mostro?»
«Il Cynar non sempre fa digerire, cara nonna… specialmente se nella scorzetta di limone si aggiunge qualche goccia di tetrodotossina²…»
«Il cameriere! Eri tu, assassino! Sei un assassino!» urla nonna Pina tremante di rabbia. «E a Nagatomo cosa hai fatto?»
«Stai tranquilla, è un po’ ammaccato ma vivo. Almeno per ora… se succede qualcosa a me i miei uomini lo tagliano a pezzetti e lo mettono nel ripieno.»
«E Hidetoshi, il macchinista?» chiede una sempre più confusa Gilda.
«Uno sfortunato incidente. Ho preso il treno per andare in laboratorio senza farmi vedere, che ne sapevo che quello aveva l’abitudine di ispezionare i binari? Era una persona troppo coscienziosa!»
«E Olindo? Ha assassinato anche Olindo, vero? Perché?» chiede Ambrogio.
«E no, quello non sono stato io. Si era insospettito e mi ha seguito in cucina, ma sono stati i cinesi a farlo fuori. Col suo movimento no-sushi aveva proprio rotto le scatole.»
«Hai visto? Che ti avevo detto?» fa Memo a Luisito, ancora non convinto.
«E’ stato uno sbaglio, il piano era rapire Nagatomo e far ricadere la colpa su di voi» ammette Evaristo.
«Vedi che avevo ragione io?» dice Luisito ai due amici.
«Solo che quel coglione del vostro amico è venuto a chiedere informazioni proprio a me, e i cinesi si sono innervositi» conclude infine il Rana.
«Ma per l’amor del cielo Evaristo, a che pro tutto questo? Perché? Per i soldi? Ma ne avevi a bizzeffe! Potere? Vendetta?»
«Ah, ah, ma che soldi, ma che potere! Io sono al di sopra di queste quisquilie. E’ la GLORIA! Quella che inseguo e che merito. I libri di storia mi ricorderanno come il benefattore che ha salvato la civiltà occidentale dal declino!»

«James, la situazione è troppo ingarbugliata per il mio attuale abbigliamento. Qualche idea?» chiede sottovoce Gilda al fido maggiordomo.
«Al momento ne sono sprovvisto, signora.»
«Capisco. Bè, sarà quel che sarà³, mi pare cantasse quella tale. Te l’ho già detto che il fondotinta olivastro ti dona, James?»
«Grazie signora. Ho pensato che una nuance calda fosse appropriata.»
«Hai ragione, come sempre. Ah, James» dice Gilda con noncuranza «non vorrei allarmarti, ma Natascia è sparita. Pensi che a breve dovrai buttartimi ancora addosso? »
«E’ possibile, signora. Spero di non essere troppo di disturbo»

 

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¹ vedi  “Natale con Olena” – episodio IX.
² Tossina letale estratta dal fegato del pesce palla.
³ “Sarà quel che sarà”, cantata da Tiziana Rivale, è stato il brano vincitore del festival di Sanremo 1983.

Niente sushi per Olena – 16

«James caro, chi è quella gente laggiù? Non mi sembra di conoscerla. Sono operai in pausa? Non saremo un po’ troppo liberali con le maestranze? Non vorrei che se ne approfittassero, si sa come vanno a finire queste cose. Dagli un dito, prendi un braccio, quelle cose lì insomma»
Gilda, la Calva Tettuta, in divisa mimetica leopardata e babbucce foderate di pelo, in testa un foulard di seta Mantero ed in spalla un sovrapposto Beretta Imperiale Montecarlo con il quale il defunto cavalier Rana si esercitava nella caccia ai pigmei, osserva dal limite del bosco domestico un gruppetto di persone discutere animatamente all’ingresso del laboratorio.
«Tenderei ad escluderlo, signora, gli operai non possono uscire prima della fine del turno» risponde il maggiordomo abbigliato come Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia, mostrando di essere ben al corrente delle regole aziendali. «Le fisionomie di alcuni di loro non mi sono nuove, potrebbero essere fornitori. Vuole che spari un colpo di avvertimento, signora?» continua James, non vedendo l’ora di provare un vecchio fucile Mauser trovato in soffitta. Gilda lo guarda interessata.
«James, sei un birichino. Dove hai trovato quel costume? Ti dona, dovresti vestirti più spesso da beduino. Niente spari però per adesso, non vorrei mi si risvegliasse l’emicrania»
«Come vuole, signora» dice James, leggermente deluso.

Se James nel ristorante cinese in cui era stato condotto da Olena non fosse stato distratto da un colpo di karatè all’orecchio ed un pugno nell’occhio, probabilmente nel capannello antistante il laboratorio avrebbe riconosciuto Luisito, Ambrogio e Memo come tre degli altri avventori di quella serata, e nei cinesi alcuni degli aggressori; anche se per quanto riguarda i cinesi bisogna ammettere che occorre essere più che fisionomisti per riuscire a cogliere sfumature somatiche. Non capita anche a voi di essere colti dal dubbio che la stessa persona tagli i capelli e contemporaneamente arrotoli involtini primavera, e che pratichi persino massaggi rilassanti? Ma non divaghiamo.

«Compagni lavoratori delle lavanderie!»
La voce di Luisito esce metallica dal megafono portatile da manifestazione, mentre si avvicina al gruppetto di cinesi vestiti di nero che sorvegliano l’entrata. Dietro di lui Memo e Ambrogio sorreggono uno striscione del Sindacato Unitario Lavoratori Lavanderie Industriali, il Sulli, realizzato con un lenzuolo di un letto king size espropriato dall’hotel Villa d’Este di Cernobbio.
«Compagni!» continua Luisito «Mi meraviglio di voi! In questo momento in cui il padronato ci vuole schiavi delle politiche neoliberiste e della globalizzazione, ed è stata trovata una intesa per una piattaforma unitaria di lotta, contro la precarizzazione ed il ricatto occupazionale, ed il vostro sindacato ha proclamato quattro ore di sciopero, voi che fate? Siete qui come cani alla catena a lavorare, contro i vostri stessi interessi! Vergogna! Crumiri!»
I cinesi, sorpresi dall’apparire del corteo, osservano interdetti i tre personaggi che avanzano verso di loro. Alla fine quello che sembra essere il capo, riavutosi dalla sorpresa, fa qualche passo in avanti e alzando un braccio con gesto autorevole intima:
«Felmi! Divieto di inglesso»
Al che Memo, facendo finta di niente, chiede ad Ambrogio: «Katanga, l’hai portata la chiave del 18?»
«Fidati, Zagor» risponde Ambrogio, recuperando parte della baldanza di quando entrambi facevano parte del servizio d’ordine alle manifestazioni sindacali.
«E allora mena!» e così dicendo Memo inizia a mulinare l’asta del cartello per crearsi un varco verso la porta, mentre Ambrogio estrae da un tascone dei pantaloni una chiave inglese e si accinge a picchiarla in testa al cinese più vicino.
Il generoso tentativo scatena un tafferuglio nel quale i nostri, digiuni di arti marziali, stanno avendo la peggio, quando uno sparo interrompe la lotta:
«Fermi tutti e alzate le mani! La prossima palla la pianto in testa al primo che si muove»

E’ un James impavido quello che esce allo scoperto, fiero del suo bel turbante e seguito da una fiammeggiante Gilda, anch’essa con turbante, e avanza verso il gruppetto spianando il vecchio Mauser 1903.
Ad un cenno del capo, uno dei cinesi si stacca dal gruppetto e va verso il maggiordomo. «Spala pule, tanto noi cinesi essele un milialdo quattlocento milioni, hai voglia a spalale» è la sfida che il cinese lancia a James. Questi, punto sul vivo, mira ad una spalla anziché alla testa, preme il grilletto ma al posto del rassicurante “bang” si sente solo un misero “clic”: il fucile si è inceppato. Cavallerescamente James si pone tra il cinese e Gilda, e brandendo il fucile per la canna si appresta ad usarlo come mazza, quando due ninja lo attaccano contemporaneamente e James è costretto a parare con l’occhio sano.
«All’anima e ci t’è stramuert’» scappa detto al maggiordomo in dialetto gallese. Mentre i cinesi iniziano a tempestarlo di colpi si sente una voce sbarazzina:
«Uhuh! Amuoruccio! Smetti te giocare con tuoi amici. C’è qui tua gattina per fare giuochetti insieme, da? Vieni casa e metti body in lattex, che poi io frusto te come piace tanto»

Una russa statuaria, in pantaloncini e maglietta attillati, stivali di pelle fino al ginocchio, occhiali neri e berretto da baseball in testa avanza tranquilla verso di loro.
«Grazie a Dio, Natascia. E mó è cazzi vóstri» proclama una inviperita Gilda, mani ai fianchi, recuperando l’idioma familiare.
Arrivata a tre passi il sorriso di Olena si trasforma in una smorfia, getta occhiali neri e berretto a terra, e dal fodero nascosto dietro la schiena compare una katana. Gli occhi di ghiaccio fissano i cinesi, e quasi senza muovere le labbra sibila:
«Finuocchietto, togli te da mie palle»

James, recepito il messaggio cifrato, si volta verso Gilda.
«Con permesso, signora» e senza attendere risposta si getta sulla Calva Tettuta buttandola a terra e coprendola col proprio corpo.
«Babushka, la finestra a destra» indica Olena a nonna Pina, piazzata al limitare del bosco con il fucile di precisione. Un attimo dopo si sente un colpo ed un cinese che vi era appostato vola di sotto.
«Che mi venisse un colpo, l’ho beccato!» esulta la centenaria.
Nel frattempo quattro teste stanno rotolando per il prato, e Olena ripulisce la lama della katana sul kaftano di James. Questi si rialza, con una mano sull’occhio dolorante, si avvicina ad Olena e senza farsi sentire dagli altri le chiede:
«Perché dovevi tirare in ballo il body in lattex? E’ roba da zoccola»
«Fatto bua all’occhietto, piccolino? Poi mammina da bacino te »
«Vaffanculo!» e James aiuta Gilda a rialzarsi. Quest’ultima, ancora un po’ stordita, si sistema il turbante in testa, poi recuperando un minimo di padronanza, dichiara:
«Non ho capito che sta succedendo ma adesso mi sono proprio rotta le scatole! Mo’ entro e li faccio neri» e, imbracciando il sovapposto, avvicina l’occhio al lettore di iride fino a quando sente, con soddisfazione, il clic attutito dell’apertura della porta blindata.

Nel buio del laboratorio una cinese claudicante si sta affaccendando attorno ad un pentolone dal quale spunta un paio di gambe.
«Toshiro!» un urlo strozzato esce dalla gola di Gilda.
«Nagatomo!» urlano Luisito, Memo e Ambrogio.
«Ma è la cameriera!» indica James ad Olena.
Nonna Pina entra per ultima, puntando il fucile sulla sagoma zoppicante. La squadra un attimo, e poi esclama:

«Evaristo, allontanati immediatamente da quel pentolone!»

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Niente sushi per Olena – 15

«Luisito, ma non era meglio chiamare la polizia?» chiede preoccupato Ambrogio, dal cespuglio nel quale lui, Luisito e Memo sono nascosti e dal quale osservano un gruppetto di cinesi scaricare da un furgoncino di una lavanderia industriale un sacco di consistente pesantezza.
«Niente polizia Ambrogio, questo affare ce lo smazziamo da soli. Lo dobbiamo al compagno Olindo! Che non sarà stato questa gran cima, ma non meritava di finire così. Dico io, non gli basta aver riempito Milano dei loro puzzolentissimi locali, adesso devono anche tappare la bocca a chi si oppone alla loro invasione! Il Pinna è stato fatto fuori perché evidentemente si stava avvicinando a verità scomode, il movimento No-Sushi dava fastidio ai poteri forti…»
Ambrogio e Memo si guardano perplessi, per niente convinti dalla tirata complottista del loro amico.
«Dì un po’» chiede Ambrogio a Luisito «non è che cominci anche tu a vedere le scie chimiche? Non sappiamo nemmeno se Olindo sia stato ammazzato o è morto per fatti suoi!»
«Per fatti suoi? Ma sentilo!» Luisito cerca comprensione da Memo, il quale però da buon migliorista non si sbilancia più di tanto.
«Altro che per fatti suoi!» continua Luisito infervorato «Olindo deve aver capito qualcosa, ve lo dico io, e l’hanno eliminato con qualche veleno strano… come quelle spie russe a Londra!»
«Luisito, da quando hai smesso di leggere Il Capitale e ti sei dato ai gialli svedesi non sei più tu» osserva Ambrogio, il pragmatico, e continua:
«Comunque facciamo così: andiamo a vedere che combinano ‘sti cinesi, e se c’è qualche movimento strano chiamiamo la polizia, ok?»
«Va bene, d’accordo, ma adesso sbrighiamoci, dai, che quelli sono entrati!» e i tre emergono dal cespuglio e si dirigono rapidi verso l’ingresso del fabbricato.

«O saggio Po, nonostante tu non abbia tirato il carretto nemmeno per un metro, devo ringraziarti» dice un accaldato Svengard al sornione Po, maestro di caccia alle zanzare con la racchetta elettrica e dispensatore di consigli di cuore.
«Fatica fisica è semple buona consigliela!» osserva Po, con gli occhi semichiusi da gatto mammone. «Dai letta a questo saggio, o glande uomo del Nold: la zappa è la migliole amica dell’uomo! Altlo che cani»
Svengard, ripensando alla predisposizione dei compaesani di Po nel fare stufato dei simpatici quattrozampe, scuote perplesso la testa.
«Sia come sia, Po, ci ho pensato e ripensato, nei limiti delle mie possibilità»
«Non cluccialti noldico, scienziati affelmano che uomo usa solo quindici pelcento del potenziale della mente. Tu sei un po’ sotto la media, ma se ti splemi qualcosa puoi tilale fuoli»
«Non interrompermi che sennò perdo il filo» dice Svengard spazientito «ecco, vedi, che dicevo? Ah, si, ci ho pensato»
Il cinese fissa Svengard, notando in lui uno sforzo creativo non proprio congeniale.Dopo un po’, lo sollecita a continuare:
«Bè, e allola? Che hai pensato?»
«Ho pensato… ho pensato…» Svengard tormenta l’elmo cornuto, torcendolo tra le mani.
«Ho pensato… ma chi se ne frega se Gilda vuole solo il mio corpo? Non le interessa quello che penso? Ma se nemmeno io mi interesso a quello che penso! Sai invece che ti dico, caro Po?»
«Tu essele su via di illuminazione! Vai a pallalle, dunque?»
«Ma che parlarle, Po! Mi pare di essere stato chiaro, io non sono capace ne di pensare ne di parlare!»
«Non posso contladdilti su questo punto, ma allola che vuoi fale glan.. ehm glosso uomo del Nold!»
«Farò quello di cui sono più capace! Adesso vado là, la sollevo di peso e la porto a letto. Chiamami tra una settimana, Po!» e così dicendo, Svendard apre il cancello della grande villa e si appresta ad entrare. Po lo guarda allontanarsi con passo deciso. Poi il cinese si alza, si guarda intorno circospetto e controlla che nessuno veda, prende il risció e lo nasconde in un cespuglio. Vede qualcosa brillare per terra, e incuriosito la raccoglie.
«Una tessela dell’Alci ghei? Chi è che lascia in gilo tessele? Luigi Cazzaniga… chissà chi è questo pilla» e così dicendo straccia la tessera. Poi apre il baule posto sul retro del risció, ne estrae la fida racchetta elettrica, si cala in testa un passamontagna ed entra nella villa, richiudendo il cancello lasciato aperto da Svengard dietro di sé.

«James caro, non potremmo prendere il treno per andare al laboratorio, come al solito?»
«Mi dispiace, signora, non è possibile» risponde un impassibile maggiordomo.
«Ah, no, caro? E come mai, c’è qualche sciopero? Non sapevo che il nostro macchinista aderisse a qualche sindacato. Se voleva un aumento, bastava chiederlo, no?»
«Non si tratta di rivendicazioni  salariali, signora. L’autista è stato trovato sotto il treno»
«In che senso “sotto” il treno, James? Stava controllando qualcosa, il motore, le pastiglie dei freni?»
«La dinamica non è ancora chiara, signora, tuttavia Hidetoshi è stato trovato schiacciato sotto il treno. Sembra che si stesse allacciando le scarpe sui binari indossando delle cuffiette per l’I-Pod, quando il treno si è messo in moto da solo»
«Ma santo cielo, e si che non era più un ragazzino! Ed ora che facciamo, James?»
«Ora andiamo a piedi, signora» poi si ferma, notando un dettaglio fuori posto nell’abbigliamento di Gilda.
«Signora?»
«Si, James, che c’è? C’è qualcosa che non va?» risponde Gilda sulla difensiva, già sapendo dove il suo maggiordomo vuol andare a parare.
«La tuta leopardata mimetica è ottima, signora, tra l’altro si intona con la doppietta. Però…»
«Però che, James?» poi seguendo la traiettoria dello sguardo di James, ne previene l’obiezione:  «No James, gli anfibi non li metto! Mi dispiace ma su questo punto sono ir-re-mo-vi-bi-le. O le babbucce col pelo, o niente» e con la bocca imbronciata, esce dalla grande portafinestra e si avvia nel giardino.

«Come vuole, signora» sussurra con un sospiro James, apprestandosi a seguirla.

Svengard ha sfruttato davvero tutta la potenzialità della sua mente? Cosa ha in mente Po, oltre al passamontagna? Le babbucce col pelo saranno davvero adatte per aiutare Toshiro? Lo scopriremo alla prossima puntata?

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Niente sushi per Olena – 14

Il biondo e aitante Svengard, reduce dai campionati internorreni di Laivaniemi dove ha dominato nella specialità della corsa con il barile, è in piedi pensieroso sul molo di Varazze. Ha appena lasciato gli  amici Uppallo I e Uppallo IV, che prima di dirigere il loro agile drakkar verso le terre dell’Aurora Boreale l’hanno salutato con il virile canto vichingo: “O-oh! O-oh! Gurli Korken! Proppmätt Arv! Flitighet o Ofantligt? O-oh? A-Ah!”.
Guardandosi in giro si gratta la testa, dopo aver scostato l’elmo cornuto ricevuto come premio, quando ode una voce amica che lo chiama:«O glande uomo del Nold, avele bisogno di passaggio?»
Svengard non crede ai propri occhi. Po il cinese? Ma se l’aveva lasciato su un catamarano azionato dal suo risciò!
«O saggio Po!» esclama meravigliato il vichingo «A parte che mi pare di averti già detto un po’ di volte di non chiamarmi glande, ma lasciamo stare, come diavolo hai fatto ad essere già qui se ti ho lasciato indietro di mille leghe?»¹
«Glan… ehm, glosso uomo del Nold, mio catamalano molto veloce!» dice con orgoglio il cinese.
«Non lo metto in dubbio, o membro della tua dinastia, ma dato che lo spingevi col tuo risció permettimi un po’ di stupore. Hai un motore fuoribordo, per caso?» chiede uno scettico norreno.
«No, ma avele cugino con glande motoscafo che avele tlainato me fino a liva.» Poi il cinese, ritenendo di aver concluso i convenevoli, passa agli affari:
«Andiamo in Blianza, uomo del Nold? Plezzo buono, venti euli.»
«Perché venti euri?» chiede un indispettito Svengard. «L’altra volta abbiamo fatto 15, ed ho tirato quasi sempre io.»
«Va bene, allola quindici euli ma consigli di amole a palte»
«Eh no, così allora ci rimetto. Ok, facciamo venti euri e non se ne parli più. Togliti da lì, che vai troppo piano» e così dicendo Svengard solleva il cinese e lo mette seduto a cassetta, e posizionandosi alle stanghe del risció comincia a correre verso casa.

«Ma bando ai sentimentalismi» dichiara nonna Pina tirando su col naso rumorosamente:
«Allora, come è andata coi cinesi?»
Olena guarda la nonna, con una certa ammirazione per la capacità di questa di lasciarsi tutto alle spalle. Poi sistema un ciuffo di capelli biondi che il vento le ha scompigliato, e risponde:
«Babushka voi aveva ragione, locale cinese è copertura. Appena arrivati, due scagnozzi hanno provato a fermare noi. Dentro notato cose molto interessanti, prima di arrivo di altri quattro finuocchietti di Triade. Sushi da schifo, comunque» puntualizza Olena, precisa.
Nonna Pina sbotta: «Ma possibile, Natascia mia, che con tutti i delinquenti che abbiamo in Italia dobbiamo importarli pure dalla Cina? Non mi pare logico. Che bei tempi quando ai cinesi bastava un pugno di riso e un libretto rosso… Credevano in qualcosa, cara mia. Adesso in che credono, me lo sai dire? Nel comunismo non penso proprio. In che cosa allora, nei soldi, nell’arricchitevi tutti? Un miliardo e mezzo di ricchi? Illusi… alla fine si ritroveranno con un pugno di milionari e milioni di poveracci, ne più ne meno che da noi, ma almeno noi non lavoriamo 24 ore al giorno stipati come topi. Chissà che ne penserebbe Mao? Si rivolterebbe nella tomba, secondo me»
«Pochi riescono a rimanere fedeli a ideali» osserva Olena, e la mascella le si serra leggermente. Poi continua:
«Dopo avere neutralizzato finuocchietti, maggiordomo andato a casa, io tornata indietro. Visto la cameriera ed una squadra di ninja portare via un uomo imbavagliato. Potevo provare fermare loro ma rischio per sicurezza prigioniero troppo alto. Messo segnalatore Gps sotto loro furgone, e ora so dove loro andati.»
«Natascia, sei una bomba figlietta mia! Che facciamo adesso, chiamiamo la polizia?»
Olena fa un sorrisetto divertito, prima di rispondere «Polizia, Babushka? Niet, non c’è bisogno di polizia. Andiamo noi a prenderli» e presa in spalla nonna Pina, inizia la discesa verso terra.

«James, sarà prudente recarci da soli nel laboratorio? Toshiro non sembrava essere del tutto in sé. Non sarà meglio aspettare che torni Sven?» dice una preoccupata Gilda.
«Temo non ce ne sia il tempo, signora. Ho preso comunque qualche precauzione» e così dicendo porge alla Calva Tettuta un giubbetto antiproiettile ed una Smith & Wesson M&P22. Gilda solleva il giubbetto con due dita, e chiede scandalizzata:
«Non vorrai che indossi questo orrore, vero James? Dico, se mi vedesse qualcuno?»
«C’è anche in verde oliva, la signora preferisce?» chiede premuroso James.
«Ma non si tratta del colore» protesta Gilda «E’ che mi… mi… ingrassa!» sbotta la Calva Tettuta, restituendo il giubbetto al maggiordomo.
«E poi, James, questa da te proprio non me la aspettavo» accusa Gilda, rigirandosi la pistola tra le mani.
«Una calibro 22? Ma per chi mi hai preso? Tira fuori la doppietta della buonanima di Evaristo, altro che pistoletta!»

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¹ Alzi la mano chi sa  a quanti metri corrisponde una lega. Anzi, esistono le leghe come unità di misura? Jules Verne oggigiorno si sarebbe guardato bene dallo scrivere “Centomila leghe sotto i mari”, sarebbe stato reputato politicamente scorretto. Per i curiosi comunque dirò che la lega nautica è pari a tre miglia nautiche.

M’ama, non m’ama (II)

Pensavo che dopo una degustazione di pregevoli vini della Valpolicella mi si sarebbe schiarita la visuale riguardo chi votare domenica prossima, ma la dose è stata solo sufficiente a rallegrare lo spirito altrimenti depresso dallo sferzare del Burian e dai notiziari dei telegiornali.

A sentire il TG1 sembrerebbe di vivere nella florida Corea del Nord tanto le cose vanno bene: Pil in crescita, debito e deficit in diminuzione, poi all’annunciatrice deve essere scappato un lapsus perché ha accennato ad una impennata temporanea della disoccupazione. Su tutto svetta però la cronaca nera: ‘ndrangheta in Slovacchia (amici slovacchi, mica vorrete che vi delocalizziamo solo le aziende, vero?), carabiniere che spara a mogli e figli (l’arma dovrebbe fare più attenzione, non è il primo caso… come si deve sentire una donna che va a fare denuncia di stalking o peggio se nelle caserme ci sono di questi tipi?), Ricucci (ancora in giro?) accusato di aver corrotto un giudice a suon di donnine compiacenti.

Bho, vedremo, non mi è rimasta molta verza da sfogliare, questo no, quest’altro no, quest’altro no… per fortuna in cantina ho altre bottiglie, può darsi che prima di domenica l’illuminazione verrà.

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Niente sushi per Olena – 13

Dedico questo pezzo ad un amico alpino, classe 1932.

Nonna Pina scruta le lontane montagne innevate. Un velo di tristezza le offusca per un attimo la vista, ma subito si riprende e rischiara la voce, sciogliendo il groppo che le si è formato in gola. Lentamente, a voce bassa, si rivolge ad Olena:
«Natascia, te l’avevo mai detto che ho un fratello in Russia?»
Lo straccio con il quale Olena sta pulendo la sua arma rimane a mezz’aria e la russa, sorpresa, si  volta verso la centenaria.
«Davvero, Babushka? Non sapevo voi avete fratello, dove trovare lui?»
Nonna Pina ignora la domanda, e seguendo il filo dei suoi pensieri inizia a raccontare:
«Eh sì, sono già settantacinque anni che è in Russia»
«Settantacinque anni Babushka? Deve essere molto anziano anche lui, allora»
«Al contrario Natascia, il mio fratellino è molto giovane»
«Non capisco, signora, come può essere giovane? Deve avere…» – Olena, confusa, fa due calcoli – «… deve avere almeno cento anni!»
«E pensare che non volevo farlo partire… come è buffa la vita»

Olena si siede in silenzio, con le gambe incrociate, per non disturbare nonna Pina nei suoi ricordi.
«Mario è più piccolo di me di cinque anni… io del ’14, lui del ’19. Quando entrammo in guerra, fu arruolato negli alpini. Io mi offrii di fargli ottenere un posto al sicuro qua, in Italia, sfruttando le mie conoscenze… ma lui niente, non volle, testardo. “Con che faccia potrei guardare i miei amici”, mi disse… dovevi vederlo che figurino, con la sua bella divisa ed il cappello con la penna nera in testa! A quel tempo si era anche fatto crescere un pizzetto, le ragazze ci andavano pazze, ma lui non si voleva legare, troppo presto diceva, mi voglio godere la vita…» Pina prende fiato, e sospira.
«La guerra doveva durare poco… e invece… qualche mese dopo la sua divisione venne mandata in Albania, e da lì in Grecia. E poi in Russia…»
Pina, ormai persa nella sua storia, continua quasi parlando a se stessa:
«Alpini in Russia… che follia! Loro che amano le montagne, a combattere nelle sterminate pianure russe…»
Olena annuisce, ripensando ai racconti dei suoi genitori.
«E’ stata grande tragedia per tutti, Babushka…»
Pina muove una mano nell’aria con fastidio, a scacciare parole che suonano ormai vuote.
«Gli alpini sul Don… il crollo del fronte, la ritirata, l’accerchiamento…»
«Soldati italiani si batterono come leoni, ma quella era nostra Patria, Babushka…» osserva Olena con rispetto.
«Ah, lo so, lo so!» dice orgogliosamente nonna Pina «Non ce l’ho mica con i tuoi compagni, sai, Natascia? Hanno fatto quello che andava fatto, quando c’è chi ti vuole imporre la sua presenza con le armi. E nemmeno il mio Mario ce l’aveva con loro, sai? Combatteva perché doveva, per portare a casa la sua pelle e quella dei compagni»
«Guerra brutto affare, Babushka…»
«E poi venne quel 26 gennaio del ’43… russi dietro, russi davanti… dovevano sfondare, o sarebbero morti tutti. Che potevano fare? E la divisione del mio Mario, la Tridentina, attaccò…a Nicolajevka»

Pina si ferma, gli occhi appena visibili sotto la fitta rete di rughe delle palpebre. Fissa Olena negli occhi, cercandovi un riflesso del gelo di quel gennaio.
«Sei mai stata a Nikolajevka, Natascia?»
«No, Babushka. Io vengo da Siberia, quattromila chilometri lontana»
Nonna Pina sorride amara:
«Quattromila chilometri… e noi pensavamo di invadervi…» poi con un tono dolce, fragile:
«Natascia, ti posso chiedere un favore?»
«Certo Babushka, tutto quanto volete»
«Quando quest’affare sarà finito, mi accompagni da Mario? Mettiamo un fiore e torniamo»

Olena alza il volto al sole, con gli occhi blu straordinariamente lucidi.
«Io prometto voi di si, Babushka»
La nonna, soddisfatta, sorride, si batte una mano su una coscia e dice:
«D’accordo, allora. Ah, e naturalmente viene anche James. Lui ci sa fare con i fiori»

 

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Niente sushi per Olena – 12

Olena e nonna Pina stanno salendo in cima alla ciminiera in disuso del vecchio laboratorio Rana. Da lontano vederle arrampicare usando le vecchie scalette metalliche è uno spettacolo, la russa con la nonna attaccata alla schiena e questa a sua volta con un fucile di precisione a tracolla.
Arrivate alla piccola piattaforma, mentre la nonna scruta i dintorni con un binocolo, Olena monta con calma il cannocchiale ed assicura il fucile, un DSV Dragunov modificato, al suo treppiede.
La nonna prende posizione e punta verso la bocciofila, distante un paio di chilometri. Nel mirino inquadra perfettamente il pensionato Osvaldo Mazzoleni che si sta grattando la testa pensando all’effetto da dare alla boccia per spostare quella dell’ amico Beppe Calderoli e accostare la sua al pallino.
«Babushka, appoggiate bene calcio fucile, o fare voi male» suggerisce premurosa Olena «e attenzione, ultima volta quasi preso piede. Pensa sempre che da partenza ad arrivo pallottola passano più di due secondi»  ricorda  con pazienza all’anziana tiratrice.
«Ok, ok, sshh, adesso zitta Natascia che mi deconcentri» protesta la nonna. Mira al pallino; aspetta che Osvaldo prenda lo slancio, e quando è certa che il movimento del giocatore non si possa più fermare, trattiene il respiro e preme delicatamente il grilletto. La pallottola parte, seguita un attimo dopo dalla boccia.
«Uno, due…» conta mentalmente nonna Pina, e prima del tre si vede il pallino sparire in una nuvoletta, polverizzato.

Osvaldo osserva incredulo la boccia dirigersi nel punto dove fino a un attimo prima c’era il pallino. Con la bocca ancora aperta, si volta verso Beppe.
«Come cazzo hai fatto? Rimettilo immediatamente a posto!» al che l’amico, più meravigliato di lui e nondimeno offeso dall’accusa rivoltagli, risponde per le rime:
«Ma sei scemo? Come cacchio facevo a spostarlo, gli sparavo?» non immaginando di essere alquanto vicino alla realtà.

Olena, osservato il colpo con il binocolo, sorride e commenta a bassa voce:
«Oтлично»¹
Nonna Pina osserva i due pensionati litigare, poi si mette seduta, si batte una mano sulla coscia e scaracchia di sotto. Infine, ridendo, esclama:
«Ah, ah, che mi venisse un colpo! Guarda quei due rincoglioniti, tra poco se le suonano! Quasi quasi gli sparo, che dici eh, Natascia?»
«Babushka…» scuote la testa Olena, come si fa con i bambini un po’ discoli.
«E va bene, va bene…» concede a malincuore la ultracentenaria. Poi, mettendosi più comoda, e facendo cenno ad Olena di avvicinarsi, chiede:
«E dimmi Natascia, coi cinesi come è andata?»

Gilda, seduta in soggiorno nella sua poltrona preferita, sta sfogliando l’ultimo numero di Vogue, incuriosita da un completino di Girifalchi ispirato al signor Bonaventura², con la variante di un paio di pantofole di pelo. In piedi al suo fianco James, reduce dalla seduta mattutina di capoeira con Miguel.
«Sobrio questo giovane stilista, dicono sia l’erede di Armani. Mah, sarà, a me pare che debba ancora mangiarne di pagnotte. Tu che ne pensi, James?»
«Una rivisitazione particolare, se posso esprimere la mia opinione. I pantaloni a pinocchietto sono molto estivi»
«Suvvia, James, chi mai si metterebbe quel cappellino in testa? Opprime» constata l’esperta Gilda.
«In una giornata assolata e con i giusti accessori potrebbe avere il suo perché» dice James, maledicendo tra sé e sé il cugino Tano Lomuscio, in arte Girifalchi, per non aver ascoltato il suo consiglio riguardo la sostituzione dell’orrendo cappellino con una bandana in seta stampata.

In quel mentre, a rompere la tranquillità della conversazione si ode lo squillo dell’interfono. Gilda sobbalza, ripensando a quando era il suo defunto marito, il cavalier Rana, a far squillare imperiosamente l’apparecchio. James va al ricevitore:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» rendendosi immediatamente conto, dall’occhiata che Gilda gli rivolge, di essere ricaduto nel suo vecchio vizio. Dall’altro capo del filo si ode una voce concitata:
«Noo! Questo no, non posso! Mi lasci stare, vada via, via!»
«Lasciarti stare? Ah, ah, te lo faccio vedere io come ti lascio stare!»
«Aahh…»
James rimane un attimo pensieroso con la cornetta in mano, cercando di mettere a fuoco quanto ha sentito. Poi, scuotendosi, si rivolge alla Calva Tettuta:
«Mi dispiace disturbarla, signora, ma temo dovremo recarci al laboratorio. Toshiro non mi sembra in forma»
«Toshiro? Cos’ha, mal di pancia? Non sarà stata la sua ultima creazione, papaya e cozze?»

«Tenderei ad escluderlo, signora»

Che è successo al povero Toshiro? E’ la giusta punizione per aver abbinato papaya e cozze? Girifalchi sarà davvero l’erede di Armani?

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¹ Ottimo
² Famoso personaggio di un fumetto del Corriere dei Piccoli. L’autore, pur non essendo un bambinetto, non ha mai letto questo giornalino, comunque.

Niente sushi per Olena – 11

«Compagni, facciamo il punto della situazione» dice Luisito a Memo, Ambrogio e Olindo, seduti insieme a lui ad un tavolo del ristorante Wang Chung, in via Paolo Sarpi a Milano.
«Questo è l’ultimo posto dove è stato visto Nagatomo prima di sparire. Che era venuto a fare? C’è una relazione con la sparizione?»
«Magari è venuto anche lui a mangiare gli involtini primavera» suggerisce Ambrogio, dubitativo.
«O magari aveva un appuntamento con qualcuno» insinua Memo per poi uscirsene con una domanda off-topic: «Ma secondo voi i cinesi ce li hanno i cani da compagnia?»
«Memo, non romperci i coglioni adesso con i tuoi cani» dice Luisito attenendosi all’ordine del giorno.
«Per me è stata la mafia cinese» afferma convinto Olindo.
«Ma perché mai la mafia cinese dovrebbe interessarsi a Nagatomo, me lo spieghi? Tra l’altro quello è giapponese, mica cinese!» argomenta Ambrogio con competenza.
«Cinesi, giapponesi, sempre gialli sono» ribatte Olindo
«Pinna, non dire vaccate, che mi sembri un leghista» lo redarguisce Luisito. «Cerchiamo di agire con discrezione e capire che gli è successo. Ah, ecco che arriva la cameriera»

La cameriera, sorridente con gli incisivi prominenti e lievemente claudicante, arriva al tavolo sorreggendo un vassoio con i piatti ordinati dal quartetto.
«Signorina, la salsa wasabi l’ha portata?» chiede Memo, da uomo di mondo.
«E’ in quella ciotolina, signoli» risponde con grazia la cameriera.
«Ah, è quella verde? E senta, compagna, lei ha visto per caso questa persona qua?» continua Memo, tirando fuori dalla tasca della giacca la foto del terzino giapponese in divisa da trasferta. La cameriera rimane un attimo interdetta, dà un’occhiata alla foto e poi, scuotendo la testa, risponde:
«Mi dispiace, non mi intendele di calcio» e poi con un inchino torna in cucina.
I quattro si guardano. Luisito rompere il ghiaccio:
«E questo me lo chiami agire con discrezione?» chiede a Memo «Ci mancava solo che ti mettessi a ballare sul tavolo!»
Memo sta per rispondere per le rime, quando dall’altra parte della sala nota un trambusto che lo distrae.

«Ammorree! Mmhh, io aduoro pesce crudo tagliato a striscioline fini fini. Mangia raviolone piccante, poi io graffia tutto te come piace tanto, micione mio» e così dicendo Olena mostra le unghie ad un James non del tutto a suo agio.
«Natascia, per la miseria, quando finisce questa recita?» chiede il maggiordomo, al quale il pesce crudo non va troppo a genio.
«Sshh, tu zitto e sorridi» intima Olena avvicinandosi pericolosamente al lobo dell’orecchio  destro del maggiordomo «ora inizia divertimento»
Fingendo di abbracciare James, Olena tiene d’occhio l’ingresso, dal quale sono entrati quattro cinesi vestiti di nero. La solita cameriera si fa loro incontro premurosa. Questi le chiedono qualcosa   bruscamente, al che la cameriera irrigidendosi fa un cenno verso l’interno della sala e si ritira in cucina. I quattro si avviano decisi verso il tavolo di Olena e James.

Olindo detto il Pinna ha seguito la scena. Si batte una mano sulla fronte, poi appallottola il tovagliolo e lo butta sul tavolo.
«Aspettate qua, torno subito» dice alzandosi con decisione, diretto alla toilette.
«Pinna, ma dove vai? Ti si freddano gli involtini!» lo richiama Ambrogio, ma Olindo ha già varcato la porta dei servizi.
«Sono i diuretici che prende» rivela Memo, «quando scappa scappa»

«Temo che abbiate sbagliato locale, signori» dice il più atletico dei quattro ad Olena e James, ostentando un impeccabile accento italiano. Olena, giocherellando con i bastoncini, si guarda intorno meravigliata, e poi dice a James:
«Ammorre! Ma questo non essere Ritz! Dove tu hai portato me! Cattivo, cattivo bambino» picchiando James con i bastoncini.
«Esatto, questo non è il Ritz e adesso voi vi togliete dai piedi» e afferra Olena per un polso, con l’intenzione di farla alzare. La russa rimane inchiodata al suo posto e protesta verso James:
«Ma amuoruccio! Vedi cosa fanno questi brutti a tua Natascia… tu difende me, prego!» al che James, punto sul vivo, si alza in piedi con fierezza vestito del suo changshan e intima al cinese, scandendo bene le sillabe:

«To-gli-le su-bi-to le ma-ni di dos-so»

Un attimo di silenzio, poi i quattro cinesi scoppiano a ridere, e quello più arretrato parte con un destro di taglio diretto verso l’orecchio del maggiordomo.
La vecchia saggezza cinese non frequenta evidentemente il Wang Chun, perché nei dieci secondi successivi succede che:

  • James para l’attacco del cinese, gli blocca il braccio e con una torsione di judo lo fa volare sopra al tavolo;
  • Olena conficca le bacchette nel naso del cinese che la tiene per il polso, facendolo somigliare ad un indigeno della polinesia;
  • James para anche l’attacco del terzo cinese, ma stavolta con un occhio;
  • Olena afferra il quarto cinese per la cintura dei pantaloni ed il collo del maglioncino girocollo e lo usa come clava per abbattere il terzo;
  • Olena controlla l’occhio di James e gli fa segno che non è niente;
  • Olena infila a testa in giù il quarto cinese nel portaombrelli finto Ming dell’ingresso, lasciandolo fuori dalle ginocchia .

«Andiamo amuoruccio, questo non è locale di classe» dice Olena rimettendosi la pelliccia.
«Lo segnalerò a Tripadvisor» promette James premendosi un fazzoletto sull’occhio, prima di chiudersi la porta alle spalle.

I nostri tre hanno osservato la scena paralizzati. Si scambiano un rapido sguardo e prendono la decisione.
«Ragazzi, è meglio smammare prima che ci sgamino» suggerisce Memo.
«D’accordo, vado a chiamare Olindo che così ce ne andiamo» si offre Ambrogio.
«Signorina! Signorina, ci porta il conto? Signorina? Ma dov’è finita la cameriera?» chiede Luisito, che tiene la cassa comune, a Memo. «Vai un po’ a vedere, che se no facciamo notte»
Memo si alza e va fino in cucina. Dopo qualche secondo torna indietro confuso:
«Di là non c’è più nessuno!» ed in quel mentre Ambrogio rientra dal bagno, dove ha approfittato per liberare la vescica, e dichiara:
«Il Pinna è sparito!»

Dove sono finiti Olindo e la cameriera? Come mai James pratica il judo? I cani di compagnia dei cinesi si sentono tranquilli? Vi infilereste un bastoncino nel naso? Eppure c’è qualcuno che lo fa, ed anche gratis!

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M’ama, non m’ama (I)

Le prime elezioni politiche nelle quali ho votato sono state quelle del 1979. Quelle precedenti, del 1976, erano state quelle in cui avevano debuttato al  voto i diciottenni (fino al 1975 la maggiore età si raggiungeva ai 21 anni), ed avevano visto un considerevole successo del Partito Comunista Italiano, che era giunto a pochi punti percentuali dalla Democrazia Cristiana. L’affluenza generale era stata del 93,4%.
Nel 1979 l’affluenza fu un po’ più bassa (90,95%), la Democrazia Cristiana mantenne più o meno i propri voti ed il PCI arretrò, perdendo qualche voto a sinistra ma soprattutto a favore dei radicali di Marco Pannella, di socialisti, socialdemocratici e cosiddetti “laici” (repubblicani e liberali).
L’esperienza di unità nazionale (il “compromesso storico”, sostanzialmente finito con l’assassinio del presidente della DC Aldo Moro) venne accantonata, e dopo qualche governo centrista (Cossiga I e II, Forlani) e qualche sciagura e scandalo (terremoto in Irpinia, scoperta della loggia P2) nel 1981 prese vita il pentapartito, che portò il paese fino a Mani Pulite.

Allora non c’era bisogno di par condicio perché la televisione era solo pubblica e le varie forze politiche esponevano i propri programmi nelle tribune elettorali, confrontandosi civilmente con gli altri.

Dopo questo bignamino, giusto per far capire che i tempi non erano proprio di rose e fiori ma a mio avviso meglio di quelli di adesso, voglio ricordare i nomi dei segretari dei maggiori partiti che si contendevano i voti: Benigno Zaccagnini (DC), Enrico Berlinguer (PCI), Bettino Craxi (PSI), Giorgio Almirante (MSI-DN), Pietro Longo (PSDI, subentrato a Mario Tanassi, arrestato per lo scandalo Lockeed; a sua volta Longo venne arrestato qualche anno dopo per tangenti), Oddo Biasini (PRI, subentrato allo storico segretario Ugo la Malfa, morto da poco), Valerio Zanone(PLI).

Vediamo quali sono invece i principali partiti/movimenti che si sfideranno il prossimo 4 marzo:

  • Partito Democratico, segretario Matteo Renzi
  • Movimento 5 Stelle, candidato premier Luigi di Maio (non esiste un segretario nei 5S ma solo un capo, Beppe Grillo);
  • Forza Italia, presidente Silvio Berlusconi
  • Lega Nord, segretario Matteo Salvini
  • Liberi e Uniti, candidato premier Pietro Grasso

A questo punto  potrei anche mettermi a piangere e stracciare la scheda elettorale, ma voglio invece fare uno sforzo di fiducia e volontà, ed illustrare qualcuno dei punti qualificanti dei vari schieramenti.

  • PD: Comprereste un’auto usata dagli altri? E dai, siate seri, quelli fanno cagare. Votate noi! Non si interrompe un’emozione, continuiamo il cammino delle riforme. Come, quali riforme? Le riforme, no?
  • M5S: Comprereste un’auto usata da Renzi e Berlusconi? Allora siete rincoglioniti! Chi ha ridotto l’Italia così come siamo messi? Pensateci bene, non fatevi infinocchiare anche stavolta!
  • FI: Per una nuova rivoluzione liberale! Che vuol dire che sono tutti liberali? Siamo noi i più liberali di tutti! Ed in più 1000 euro di pensione minima, meno tasse per tutti i ricchi e meno controlli sulle costruzioni abusive! Italiani, in fondo in fondo lo so che mi volete bene e mi ammirate, se sono qui a rompermi le scatole invece di godermi la vecchiaia è solo per voi! Io vi amo! Basta coi populisti!
  • Lega Nord: Questa Europa ci ha rotto le scatole! A casa tutti i clandestini! Basta Fornero! Basta Berlusconi! Ah, no, Berlusconi va bene, ma solo se vinciamo noi!
  • LEU: Renzi ha rotto le scatole! Questo paese ha bisogno di più sinistra, infatti vogliamo più liberalizzazioni! Ma soprattutto Renzi ha rotto le scatole!

Non starò ad annoiarvi rivelando le mie personali preferenze, del resto sono abbastanza confuso perché ho appena fatto il test de “La Repubblica” e mi sono ritrovato posizionato dove non mi aspettavo, segno che evidentemente ho sempre sbagliato a votare.

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