Ferragosto con Olena (XVII)

«Animali che non siete altro, avete portato la suora a casa mia? In modo che la polizia possa collegare a me tutta questa faccenda? Voi siete dei pazzi, dovrei spararvi seduta stante e sciogliervi nell’acido! Vi ha visto qualcuno arrivare fin qua?» chiede il russo, esasperato.
«Nessuno, capo…» risponde Ivan, a testa bassa «siamo andati direttamente nel parcheggio sotterraneo, e da lì abbiamo preso l’ascensore»
«Il parcheggio…» pensa il capo, ripromettendosi di cancellare le registrazioni delle telecamere di sicurezza. Prende un grosso respiro, resistendo all’impulso di far fuori su due piedi i suoi scagnozzi, e poi ordina:
«Adesso voi due, idioti, statemi bene a sentire e fate esattamente quello che vi dico. Tu, Petr, raduna immediatamente la squadra, andiamo al convento»
«La squadra?» chiede Petr preoccupato. «Tutti quanti? Ma signore, sono solo delle suore!»
«Non discutere i miei ordini!» urla il russo alzandosi in piedi e sbattendo le mani sulla scrivania. «Non voglio sorprese, hai capito? Deve essere un lavoro pulito, non dobbiamo lasciare niente al caso, sorvegliare le entrate, bonificare l’area, e alla fine niente testimoni, è chiaro adesso? Quel maledetto mi ha preso in giro, ma adesso la pagherà cara! Muoversi, scattare! E tu invece…» dice rivolto a Ivan
«Fai sparire la vecchia. Non voglio sapere come, non voglio sapere dove, ma deve sparire!»
«Ma capo, ehm, signore, devo farlo qui? Proprio qui?» chiede Ivan guardandosi intorno.
Il loro datore di lavoro alza gli occhi al cielo.
«Parola mia, non posso crederci. Allora, ti dico per filo e per segno quello che devi fare: prendi la vecchia, la porti in garage, la metti nel portabagagli, poi vai in un posto disabitato, le spari e le dai fuoco. Ci vuole tanto?»
«Ah, ecco. Così è chiaro» conclude Ivan. Poi un dubbio gli attraversa la mente:
«Ehm, e con Ljudmila che dobbiamo fare, capo… signore?»
«Ljudmila? Che c’entra Ljudmila, adesso?» ringhia il capo.
«Ljudmila l’ha vista, signore…» si giustifica Ivan.
Il russo fissa il suo sottoposto, indeciso se usare la Beretta che ha poggiato sul tavolo, poi decide per il momento di soprassedere. Scuotendo la testa, sospira: «Ljudmila… è laureata in astrofisica, da non credere, vero? E adesso per colpa di due deficienti dovrò far fuori anche lei…» poi riprendendo il suo tono autoritario chiama:
«Ljudmila!»
Dopo pochi secondi compare la ragazza.
«Si, zietto?» risponde la bielorussa cinguettando.
«Ljudmila vestiti, che devi accompagnare la vecchia suora nel bosco con questo mio amico»
«Con babbo natale?» chiede maliziosa la ragazza. «Ma certo zietto, devo vestirmi da Cappuccetto Rosso? »
«Non c’è bisogno, sarà una cosa veloce, Metti sopra una maglietta e vai»
«Come vuoi tu, zietto» risponde Ljudmila, corrucciata per non poter dare sfoggio ad una delle sue mise.

Il vescovo Ardizzone varca finalmente la soglia della cantina magnificatagli dall’amico abate, e trova ciò che vede buono e giusto. Decine di botti perfettamente allineate seguite da una sfilza di bottiglie messe ad invecchiare: il paradiso!.
«Visto superiora, ci voleva tanto?» dice a suor Matilda con aria soddisfatta. Le suore, sorprese, si scambiano uno sguardo interrogativo.
«Dove diavolo sono finiti tutti?» chiede sottovoce suor Matilda a suor Emerenziana, mentre l’assistente del vescovo inizia a controllare l’inventario.
Un luccichio in un angolo attrae l’attenzione del Vescovo. Si china a raccogliere l’oggetto e se lo passa davanti agli occhi, sorpreso:
«E questo che ci fa qui?» mostrando alle suore il bossolo di un proiettile calibro 9.
«Porca miseria non li avrà mica davvero infilati nelle botti» pensa tra sé suor Matilda, che tuttavia recupera immediatamente il sangue freddo e risponde al suo superiore:
«Oh, questo? Non ci faccia caso, Eccellenza, ogni tanto ne salta fuori qualcuno. Sa, qui durante la guerra sono passati i tedeschi, battaglie scaramucce attacchi ritirate, capisce? Ogni tanto esce fuori un vecchio bossolo. Dia qua, ci penso io» e così dicendo toglie di mano il bossolo al Vescovo e se lo mette in tasca.
Il Vescovo, sconcertato, risponde:
«Lo tenga pure suor Matilda, ma siete sicura che questi siano gli unici reperti bellici, avete controllato bene? Non vorrei che ci fossero in giro anche armi o bombe inesplose o qualche altra diavoleria. Forse è meglio chiamare i carabinieri a controllare, loro hanno gli strumenti adatti, i cani…»
«Ma no eccellenza, perché disturbare le forze dell’ordine, che hanno già tanto da fare? Probabilmente questo era conficcato nel muro, e qualche assestamento l’avrà fatto cadere…»
«Assestamento dice?» si chiede dubitativo Ardizzone. «Si, può essere.» poi pensando alla Zuppa Imperiale, richiama l’assistente:
«Don Martino, qui allora abbiamo finito, giusto? Direi di passare alle celle, adesso» e prima che l’assistente possa protestare si avvia verso l’uscita.
In quel momento il silenzio è rotto dal suono anacronistico di una sirena antiaerea. Le due suore si guardano strabuzzando gli occhi ed a suor Emerenziana scappa un «Ca…volo, il segnale…»
Il Vescovo, frastornato, chiede:
«Che cos’è questo pandemonio suor Matilda? Che vuol dire tutto questo?»
«Niente di cui preoccuparsi, Eccellenza, è la suora vivandiera che avvisa che il pranzo è pronto. Vogliamo appropinquarci? Magari le celle le visiterete più tardi» improvvisa suor Matilda.
«Si, andiamo, andiamo, ma faccia cessare questo fracasso!» ordina il Vescovo.
«Subito, Eccellenza, faccio strada, con permesso». La Superiora si avvia per le scale seguita da suor Emerenziana e prima che il Vescovo e don Martino escano dalla cantina quest’ultima, con una manata, chiude la pesante porta.
Il Vescovo, superato il primo momento di stupore, urla con il suo vocione: «Suor Matilda! Che scherzi sono questi, aprite immediatamente questa porta!»
«Mi scusi Eccellenza, è stata una corrente d’aria, apro subito» risponde suor Matilda, poi armeggia con la chiave finché non si sente un “tac” sospetto.
«Suor Matilda, ci tiri fuori di qua, ho detto!»
«Sono mortificata, Eccellenza, ma la chiave si è spezzata nella serratura… dovremo far intervenire un fabbro, andiamo immediatamente a chiamarlo…» e sale verso il piano superiore, lasciando il Vescovo esterrefatto a declamare una sfilza di improperi in latino.

Miguel, Paio Pignola, il pappagallo Flettàx ed il camionista ceco Pavel Zatopek stanno percorrendo la litoranea verso Capalbio dove il camionista deve consegnare, per conto della ditta Svoboda, una partita di liquore Becherovka molto amato dai frequentatori di quelle spiagge.
L’autotrasportatore osserva con interesse le lunghe gambe di Paio che sbucano dalla succinta minigonna, cercando di capire il legame tra la stangona mulatta ed il frivolo accompagnatore. I due infatti, da quando li ha fatti salire perché il loro camioncino della lavanderia era in panne, non hanno fatto che litigare e l’autotrasportatore considera se tra i due litiganti non ci sia modo di godere. Peccato che la lingua non gli consenta di capire quello che i due si dicono, altrimenti avrebbe sentito i due insolentirsi:
«Miguel, ora mi sono ricordata perché ti avevo lasciato. Sei un deficiente, e non solo dal punto di vista fisico» dice Paio, squadrandolo in maniera poco lusinghiera, e continua: «Perché non hai fatto il pieno, si può sapere?»
«Mia querida,» risponde i l giardiniere «siamo partiti così in fretta che ho dimenticato tutto, e tra l’altro ho lasciato a casa anche il portafoglio con soldi e patente.» Poi, notando gli sguardi del camionista, suggerisce: «Però vorrei chiederti, mia querida, di non sventolare così il gonnellino, altrimenti l’autista potrebbe insospettirsi»
«Ma che stai dicendo?» insorge la cubana. «Io sventolo quanto mi pare e piace! Non ho niente da nascondere, io!» dimenticando forse il particolare non proprio secondario di non essersi ancora sottoposta all’operazione di cambiamento di sesso.
Pavel comunque non sospetta niente, è solo leggermente confuso, quasi affascinato, dai lunghi piedi della mulatta, 44 o giù di lì, ed ogni tanto con la scusa di cambiare marcia allunga le mani verso le cosce muscolose della salsera.
Miguel osserva mortificato i maneggi del ceco ed i sorrisetti che Paio gli lancia di traverso: il suo sangue ribolle, ma essendo sprovvisto di documento di guida è costretto a sopportare.
«Cornuto!» gracchia Flettàx, con tutto il tatto di cui dispone un Ara Macao padano.

«James caro, il tuo outfit da cappellano militare è perfettamente azzeccato. Mi ricordi Henry Fonda in “C’era una volta il West” ma con molti più bottoni. E’ vero che i bottoni non sono comodissimi in caso di necessità urgente, ma l’insieme è molto elegante. »
«La ringrazio signora, l’ho trovato nella sagrestia e per combinazione è proprio della mia misura. Anche il suo abito è appropriato, se posso esprimere la mia opinione» dice il maggiordomo, ammirando la tuta mimetica in sfumature autunnali della Calva Tettuta, completata da un paio di stivali con la zeppa di Vivienne Westwood.
«Grazie James, temevo che fosse troppo quaresimale» poi si guarda intorno con circospezione e cambia discorso:
«Senti James, volevo chiederti una cosa»
«Dica signora, se posso essere d’aiuto»
«Ma questa cosa» e così dicendo si guarda intorno indicando il convento «non sarà un tantino al di sopra delle nostre possibilità? Voglio dire, le suore in quanto a preparazione militare lasciano un po’ a desiderare. Tra l’altro tendono ad empatizzare con il nemico, ama il prossimo tuo, porgi l’altra guancia non so se mi spiego, forse era meglio chiamare dei professionisti»
«Natascia è stata scrupolosa nella preparazione, signora, non dovrebbero esserci intoppi»
«Si James, ma Natascia è Natascia… ad esempio, prendiamo te, James. Sei un ottimo maggiordomo, direi anzi perfetto, ed in più di una occasione hai mostrato di avere coraggio da vendere, ma sei addestrato per queste evenienze? Voglio dire, hai un curriculum vitae adeguato?»
James annuisce con modestia.
«In effetti signora mi rendo conto di aver omesso una piccola parte del mio excursus professionale, un periodo che ho ritenuto non significativo rispetto alle mansioni da svolgere»
«Ah davvero James? E quale sarebbe questo excursus su cui hai, diciamo, sorvolato?» chiede Gilda con una punta di rimprovero.
«Ecco, signora, ho svolto il servizio militare come guardiamarina. Diciotto mesi di ferma, addestramento alla navigazione ed agli armamenti, mesi passati a battere il mare in lungo e largo» rimembra il maggiordomo sognante.
«Guardiamarina? James, tu non finisci mai di stupirmi. Per la divisa bianca, vero? Elegante, non c’è che dire. Tuttavia James vorrei farti notare un piccolo particolare che forse ti è sfuggito»
«Davvero, signora? E quale?»
«Non vedo acqua qua intorno, James. Potrebbe essere difficoltoso veleggiare.»
«Oh, senza dubbio signora, ma volevo solo dire che la disciplina militare non mi è sconosciuta»
«Ottimo allora, mi sento più serena, e ad ogni modo tra poco vedremo come andrà a finire. Prendi comunque questo biglietto, è il numero della Delta Force Rana, in questo momento quei ragazzotti si trovano in Arabia Saudita per indagare sullo strano caso di giornalisti scomodi usati come ripieno per tortellini, ma in un paio di orette possono essere qua operativi»
«Davvero tranquillizzante, signora. A proposito di arabi, preparerei un caffè con una miscela fifty-fifty, la gradisce?»
«Grazie James, sei un tesoro»

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Mimì e Cocò

Finalmente la Seleçao brasiliana ha trovato i degni eredi del trio delle meraviglie Didì, Vavà e Pelè: i formidabili Mimì e Cocò sono pronti a scendere in campo e far rivivere i sogni dei tifosi verdeoro.

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Segnati dall’ondata di suicidi avvenuta in seguito all’umiliazione subita nei mondiali del 2014, dove la squadra di casa venne brutalizzata dagli spietati germanici, sono stati sguinzagliati per tutto il mondo degli osservatori per segnalare i migliori talenti in circolazione: altro che il sopravvalutato Neymar, altro che l’evanescente Coutinho!

Qui si sta parlando di giocatori di classe limpidissima, una spanna sopra i Kakà e Dudù ai quali l’anziano ex-presidente di una delle due squadre di calcio milanesi, quella con la maglietta più brutta, soleva inculcare i rudimenti dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam.

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Il festoso popolo brasiliano dunque potrà tornare tranquillo a ballare la samba e passeggiare per la spiaggia di Copacabana, abbandonando le tristezze della bossa nova e della deforestazione dell’Amazzonia, degli omicidi di attivisti politici e sindacali, di rappresentanti degli indios e di propugnatori delle libertà civili: grazie a Mimì e Cocò si alzerà il velo sulla propaganda disfattista, Marielle Franco non è stata uccisa ma è morta di freddo, come del resto Gesù, e la foresta pluviale amazzonica non è una meraviglia ecologica ma solo un enorme rottura di coglioni.

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La prima partita della nazionale rinnovata dovrebbe essere giocata contro il combattivo Venezuela, sulla carta il risultato è scontato in quanto il divario tecnico è notevole ma nel calcio non si sa mai, la palla è rotonda ed a volte rimbalza addosso a chi la tira: non è sicuro ad esempio se sabotare le reti delle porte possa minare il morale dei giocatori venezuelani o piuttosto spingerli a giocare con più determinazione.

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Nell’attesa, che sta diventando spasmodica, le scuole di ballo stanno preparando per il prossimo Carnevale nuove coreografie, ispirate ai due palleggiatori; via al trenino con il duo delle meraviglie:
A-E-I-O-U-ipselon,
A-E-I-O-U-ipselon,
Fio Maravilha, nós gostamos de você
Fio Maravilha, faz mais um pra a gente ver!¹

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¹ Quando suonavo ai veglioni questa non mancava mai… che bei tempi ragazzi.

Tutta colpa di Marco Polo! (come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati)

L’altra sera, aiutato da un paio di bicchierini di melogranello, mi sono trovato a riflettere su qual è stato il preciso momento in cui i cinesi sono passati ad essere, anziché risorsa come ci è stato ripetuto per decenni, una minaccia mortale nientemeno che per la nostra libertà.

Il melogranello è un liquore a base di melagrana¹ che ho acquistato alla Fiera dell’Artigianato a Milano; per i miei gusti è troppo dolce ma mi tiene compagnia nei momenti di nostalgia verso il paese natale, che addirittura ha il melograno nello stemma comunale.

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Nel coro degli allarmisti si distingue l’anziano ex premier che si candida al parlamento europeo con lo scopo dichiarato di arginare la penetrazione gialla: mi sono detto che se è preoccupato persino lui, che pure con i cinesi ha fatto fior di affari non ultimo la vendita della sua titolatissima squadra di calcio, evidentemente qualcosa di vero deve esserci e devo affrettarmi a capirlo, anche perché la bottiglia sta finendo.

A proposito di penetrazioni, una delle partecipanti alle famose cene eleganti del suddetto ex premier nonché testimone al processo contro di lui sembra sia stata avvelenata con materiale radioattivo, come nelle peggiori spy-story. Una deputata marocchina dello stesso partito dell’ex premier invita con indubbio tempismo a ricercare mandanti ed esecutori tra i propri connazionali. Non risulta comunque che siano sospettati i cinesi.

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Può essere stato per le squadre di calcio? Non credo. Per l’incetta di bar, di negozi di parrucchiere e barbiere, di centri estetici e massaggi? Per l’invasione di all-you-can-eat e sushi bar? Fastidiosi certo, ma non a livello di minaccia mortale (anche se sugli avvelenamenti sarei possibilista). Sarà perché hanno preso in mano gran parte del settore del divano (altro che artigiani della qualità!) e della stoffa, nonché delle tintorie? Sarà per i negozi di cover e di pile per i cellulari?

Il mio quartiere si è trasformato a poco a poco in una dependance cinese, molto discreta peraltro: finanziano persino la parrocchia, in quanto hanno in uso alcuni locali dell’oratorio altrimenti inutilizzati, e li usano per insegnare il cinese ai bambini cinesi nati qua; magari quando andrò in pensione mi iscriverò anch’io. Ed il ristorante cinese ha preso in affitto il piazzale della chiesa per usarlo come posteggio per i clienti, esclusi naturalmente gli orari delle messe. Il nostro parroco non deve aver colto la minaccia mortale: invece è più sensibile al destino del Venezuela, in quanto l’altra domenica ci ha invitati a pregare per i poveri bambini venezuelani ai quali il loro presidente non vuole bene.

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E’ strano però che finché i cinesi ci servivano per produrre merci a costo basso ci andavano bene, anche se contribuivano ad abbassare sia la qualità dei prodotti che gli stipendi degli addetti di qua: è la globalizzazione, ci dicevano, magari all’inizio porta qualche disagio a qualcuno, ma vedrete che alla lunga ci sarà benessere per tutti.
Peccato che questa “narrazione” era un po’ come la storia nella nipote di Mubarak: una bugia bella e buona, e quelli che ci si sono trovato in mezzo, perdendo posti di lavoro e diritti, non l’hanno presa molto bene. Ci hanno guadagnato, e moltissimo, in pochi: tutti gli altri si stanno ancora chiedendo come mai tutto questo benessere non si è riversato su di loro; finora il giochetto di mettere i poveri contro i più poveri sta funzionando, anche se qualcuno ogni tanto sbrocca: che possa durare per sempre però non ci giurerei.

Sabato sono stato a teatro, al Piccolo Teatro di Milano, imbucato con una benemerita associazione di pensionati. La storia, ben recitata dal bravo Silvio Orlando, era di una malinconia così struggente che mi ha fatto sperare in una prossima rivoluzione mondiale che sfoltisca le fila dell’umanità. Sono sicuro che io sarei nelle fila degli sfoltiti in quanto facente parte di quelli con la pancia piena che vanno a teatro a Milano al Piccolo Teatro a riflettere sui mali dell’esistenza: tra di loro c’è sicuramente anche qualcuno che ai suoi tempi è stato maoista ed aveva in mente di cambiare il mondo ma adesso è contrario al reddito di cittadinanza perché così i giovani non hanno lo stimolo per cercar lavoro.

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Diciamocelo francamente amici: ma cosa sarebbero gli italiani se Marco Polo non avesse portato dalla Cina gli spaghetti? Saremmo rimasti in balia della polenta (per la quale peraltro avremmo dovuto aspettare più di un secolo Cristoforo Colombo) ed avremmo litigato furiosamente, ci si sarebbe divisi tra chi la preferisce molle con la salsiccia in mezzo, chi abbrustolita, chi taragna, chi cuncia con il formaggio filante ed il burro: ed hai voglia a suonare il mandolino! Perciò ben venga quel miliardo e mezzo di cinesi a visitare la nostra Disneyland mondiale; ben vengano i loro container zeppi di cianfrusaglie; ben vengano parrucchieri improvvisati e massaggiatrici volenterose. Speriamo solo che dopo averci comprato le squadre di calcio non imparino pure a giocare a pallone…

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¹ La pianta si chiama melograno. Il frutto si chiama melagrana. In questo blog come sapete si dispensa cultura a mazzi e soprattutto a gratis.

Volevano il salame e gli hanno dato la democrazia

Da bravo cittadino mi sto preparando alle prossime elezioni del parlamento europeo che dovrebbero tenersi il 26 maggio.
Come apprendista statista, non certo peggiore di quelli che abbiamo a disposizione, voglio dire la mia su queste elezioni e contribuire con suggerimenti di buon senso al funzionamento di questa Europa.

Dovrebbero votare 27 paesi (sempre che la Gran Bretagna si decida ad uscire, che ormai hanno oltrepassato la soglia del ridicolo), con una tendenza inesorabile di calo dei votanti che è sconfortante: le percentuali dei votanti infatti sono passate dal 61,99% del 1979 (Europa a 9) al 42,61% del 2014 (Europa a 28).¹
La bistrattata Italia in questa classifica è tra i primi, dietro solo a Belgio, Lussemburgo (interessati a mantenere gli uffici europei, più che altro), Malta e Grecia e ben prima di tutti quelli che ogni giorno alzano il ditino a darci lezioncine.

La mia prima proposta dunque è:

  • assegnare i rappresentanti non solo tenendo conto della popolazione ma di quanti si prendono la briga di andare a votare. Se non vai a votare non è che ti becchi quello che hanno deciso gli altri per te, altrimenti è come l’8*1000 dell’Irpef: no, ti tolgo semplicemente i rappresentanti e li do a qualcuno che ci tiene di più.

Sono stato molto critico sull’allargamento dell’Europa da 15 a 25 (ed oltre) ed i fatti ogni giorno mi danno ragione: lo dimostra soprattutto il fatto che questi nuovi entrati per la maggior parte dell’Europa se ne infischiano allegramente.

Prendiamo ad esempio tutti i paesi dell’ex area comunista: Estonia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Bulgaria, Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Croazia.
Tra questi, 2 paesi (Repubblica Ceca e Slovacchia: la ex Cecoslovacchia) sono rimasti al di sotto del 20% di votanti; altri 4 sotto al 30% (Slovenia e Croazia _ la ex Jugoslavia _, Polonia e Ungheria); infine gli altri hanno superato il 30% ma rimanendo sotto il 40% tranne la Lituania con un lusinghiero 47,35 (ma veniva dal 20,98 precedente).

Di conseguenza le altre due mie proposte sono:

  • prevedere una soglia di sbarramento del 25%. Se in uno stato non va a votare nessuno, vuol dire che dell’Europa non gli frega niente, quindi i seggi vengano ripartiti tra gli altri paesi e si rivedano tutte le convenzioni con quel paese.
  • la presidenza di turno deve essere data solo a paesi per i quali si è espresso almeno il 40% dei votanti. Voglio dire, come ci si può sentire rappresentati dal presidente slovacco se nel suo stesso paese ha votato solo il 13,05% ?

Mi viene da dire: ma cari amici, non volevate la democrazia per poter votare ed esprimere liberamente le vostre opinioni politiche? E adesso che questa benedetta democrazia ce l’avete, che ci fate?
Non è che, in fondo, avere qualcuno che scelga per voi vi sta bene adesso come allora?
Se è così mi dispiace, ma vi hanno fregato: volevate solo il salame nei supermercati, ve l’hanno incartato con la democrazia…

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Barbara Matera, una delle nostre più valide rappresentanti

¹ http://www.europarl.europa.eu/elections2014-results/it/turnout.html

Felicità! (Счастье)

Grazie Ucraina!
Lo sospettavamo da tempo, ed ora ne abbiamo l’autorevole conferma: Al Bano è un pericoloso sovversivo!

Personalmente sono stato testimone dell’affetto e persino della devozione di cui è oggetto il nostro cantante in Russia, tanto da indurlo a richiamare in servizio l’ex moglie Romina per una rentreé memorabile, evento che come italiano mi ha inorgoglito anche se sinceramente non mi capacitavo di come potesse essere possibile, ma adesso tutto è chiaro: Al Bano è un amico di Putin, e prova ne sia che ha cantato più volte con il coro dell’Armata Rossa, una volta diretto persino da Toto Cutugno!

Basta e avanza per ritenerlo persona non grata e metterlo al bando: ma non illudetevi, amici ucraini! Il nostro cantante è immortale e sarà qua per fortuna anche quando il vostro governo sarà morto e sepolto: tra l’altro se aveste chiesto il parere delle circa 230.000 connazionali presenti nel nostro paese, non credo che tra i problemi maggiori dell’Ucraina vi avrebbero elencato ai primi posti Al Bano.

Ma tant’è, in questi tempi bui è sempre un piacere potersi fare una risata, e dopo mesi che qua ci triturano i cabasisi con tunnel si – tunnel no come se ne andasse dell’intera civiltà occidentale (e divido le responsabilità tra governo e opposizione, anche quando il governo l’opposizione se la fa da solo: ci avete rotto le scatole. Il mondo non casca ne col tunnel ne senza tunnel, di cose da fare in questo paese ce ne sono a bizzeffe anche senza tunnel quindi finitela e cercate di essere seri).

Dunque grazie ancora, Ucraina! Ci avete regalato un momento di vera felicità, più ancora della nomina di Lino Banfi all’Unesco; da parte mia prenoto il prossimo concerto del mio idolo al Cremlino: Al Bano, ti amo!

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Perché non si dica che sia affetto da pregiudizi verso il popolo ucraino!

Abend

Nel gergo dei dinosauri informatici come me, l’acronimo abend sta per “abnormal end” ed indica la fine inaspettata di un programma, che può avere diverse cause: in genere si tratta di dati in input non corretti e non controllati (esempio tipico: un dato alfabetico dove ci si aspetta un numero) ma si può trattare anche di errori di analisi o di programmazione che inducono il programma a percorrere strade non previste finché non si imbatte per pura fortuna in una via d’uscita oppure, più frequentemente, si schianta: Abend.

Proprio ieri è precipitato un aereo in Etiopia; e quando si parla di Corno d’Africa non posso fare a meno di pensare a mio nonno attorniato da negretti a piedi scalzi, che immagino correre spingendo aerei fatiscenti fino al faticoso decollo.
Niente di tutto questo: l’aereo caduto era un nuovissimo Boeing 737-Max8, un aereo del costo di oltre 100 milioni di dollari, vendutissimo in tutto il mondo.
Poco più di tre mesi fa un aereo simile era caduto in Indonesia, con le stesse modalità: poco dopo la partenza, con grossi problemi di stabilità della altezza e velocità.

Si parla di un sensore non funzionante, o calibrato male, che ha considerato la normale ascesa del velivolo per raggiungere la quota di crociera come il pericolo dell’aereo di andare in stallo, cioè di precipitare a causa della mancanza di aria sotto le ali: per cui il sistema automatizzato (il programma) ha abbassato repentinamente la punta verso il basso, e si è innescata una lotta tra il pilota umano che cercava di rialzare l’aereo ed il sistema che lo riabbassava. Ha vinto, purtroppo, il sistema.

Nonostante i test siano sempre più sofisticati, sia hardware che software, è risaputo che i problemi più grandi nella messa in produzione di un progetto si hanno all’inizio, perché si scopre appunto di non aver considerato proprio tutte le possibilità, o di aver sottovalutato la resistenza di certi elementi agli stress, o di non aver previsto il funzionamento sotto determinate condizioni: si corre allora ai ripari, con releases (rilasci) di nuovo software, aggiornamenti, eventualmente richiami di modelli per cui si riconosce il difetto di fabbrica.
Pensate a Windows: quante fix (correzioni) o upgrade (miglioramenti) vengono fatti dopo il rilascio?

E’ ovvio che un conto è fare programmi per contabilità, dove al massimo si possono confondere dei numeri ma non si ammazza (in genere) nessuno, ed un conto è fare programmi per far volare gli aerei: nel secondo caso ci si schianta veramente.

Nelle ultime settimane, in metropolitana a Milano, ci sono stati degli incidenti dovuti a frenate troppo brusche che hanno causato cadute di passeggeri, con ferimenti e fratture. In questi casi bisognerebbe tener d’occhio compagne di viaggio dotate di congruo airbag e tentare di appigliarcisi, ma se la decelerazione è troppo brusca nemmeno questo può garantire dal non subire seri danni.
Anche in questo caso si è parlato di sensori che dovrebbero accorgersi di ostacoli lungo la linea e rallentare la velocità per evitare o ridurre l’impatto: ma di ostacoli sembra che non ce ne fossero, e dunque i sensori hanno inviato gli impulsi sbagliati, oppure il programma che ha ricevuto l’impulso non si è comportato come avrebbe dovuto.

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Nel 1974 Roberto Vacca, un ingegnere, scrisse un profetico libro di fantascienza: La morte di Megalopoli, che parlava della fragilità delle società tecnologiche in cui un piccolo incidente poteva portare ad una reazione a catena devastante, fino al crollo della civiltà.
Il libro mi ha impressionato così tanto che da allora nutro una seria diffidenza verso la tecnologia: in auto ho il cruise control ma non lo attivo mai perché ho paura che poi non si disattivi: fa ridere, lo so, però ripenso ad un incidente di qualche tempo fa, quando un ragazzo ad un casello autostradale andò a travolgere a 150 all’ora un’auto con una coppia che stava pagando il pedaggio, e non si è mai capito se sia stato lui a sbagliare oppure il cruise che non si è disattivato.

Viviamo in un mondo dove la tecnologia e l’informatica sono sempre più pervasive: con il prossimo 5G saremo del tutto immersi in una rete globale, e non ci sarà più apparecchio elettronico che non sarà collegato ed accessibile.
Fino all’ultimo mi rifiuterò di sostituire gli elettrodomestici: non vorrei che si mettano d’accordo tra di loro, perché se la bilancia segnalerà che ho superato il limite, il frigorifero non si aprirà più…

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Vieni tu o vengo io?

L’ultima che ci siamo visti, con il mio amico Vincenzo e sua moglie, è stato una decina di anni fa. Mio figlio partecipava ad una manifestazione di rievocazione medievale a Quattro Castella, non distante da Parma, e così ne abbiamo approfittato anche noi per una rimpatriata. Ci siamo sempre tenuti in contatto, ogni tanto ci sentivamo per telefono, ed ogni volta ci promettevamo: “dai, a primavera vengo su” oppure “dopo Pasqua veniamo a fare un giro”…
Il tempo è passato, amico mio, e tutte quelle discussioni sull’Inter, sulla politica (sui 5S ci avevi visto meglio di me, ma tu avevi avuto l’esperienza di Pizzarotti…), del lavoro che non era più quello che avevamo vissuto noi, non le faremo più; a forza di “vieni tu o vengo io” non ci siamo più incontrati: pensavamo di avere tutto il tempo del mondo e invece no, Big Ben ha detto stop, fine delle trasmissioni.

Quando sabato la moglie Rosanna mi ha chiamato non volevo crederci: ma che si fa così, all’improvviso, con questo male che ti tenevi dentro senza saperlo o senza volerlo sapere, senza lasciare il tempo di promettersi di vedersi ancora, da me o da te? E sono rimasto così, stupido, pensando a che diavolo avevamo di più importante o urgente da fare che non venir giù io e berci insieme una bella bottiglia di malvasia o venir su tu a farci una bella pizzoccherata…

Però ci siamo divertiti, eh, Vince? Chissà se dove sei andato ci sono tavoli da ping pong…

Sassofono e ping pong

 

Ferragosto con Olena (XVI)

«Eccellenza, non vorrebbe iniziare l’ispezione dalle cucine? La nostra suor Germana sta preparando la zuppa imperiale, ci farà l’onore di restare a pranzo con noi?» chiede suor Matilda, cercando di prendere tempo. Il Vescovo Aliprando, tutt’altro che insensibile alle tentazioni culinarie, sentendo attivarsi la salivazione, si informa con finta indifferenza:
«Zuppa Imperiale? Con il brodo di carne, intendete?»
«Certamente, eccellenza» risponde la Superiora «secondo la ricetta originale della Vecchia Scuola Bolognese» lanciando un sorrisetto speranzoso alle altre suore.
Il vescovo si rischiara la gola, propenso ad accettare immediatamente l’invito, ma un’occhiata del segretario lo richiama agli obblighi della sua funzione.
«Ebbene, cara suor Matilda, dite pure alla cuoca di aggiungere un posto a tavola… ma prima il dovere, su, fatemi strada verso le cantine»
«Non vorreste magari cominciare dalle celle delle suore?» propone speranzosa la suora.
«Suor Matilda, per la miseria!» intima il Vescovo con il suo vocione «se ho detto cantine sono cantine, su, non fatemi perdere tempo! Sembra quasi che non vogliate farmele vedere, le vostre cantine! Ah, ah, non ci avrete mica nascosto qualche scheletro?» chiede Ardizzone scherzando, non cogliendo gli sguardi preoccupati delle monache. Suor Matilda cede:
«Come vuole Eccellenza, lo dicevo solo perché nelle cantine c’è fresco, e non vorrei… come non detto, le faccio strada. Suor Emerenziana, potete accompagnarci per favore?» chiede la badessa, pensando che un paio di mani abituate a distribuire sberloni possano essere utili.
L’anziana suora alza gli occhi al cielo ed annuisce, seguendo i due per le scale che portano al piano inferiore, non mancando di farsi un segno della croce rivolgendo un appello al Beato Turoldo.

Nell’ampia sala dell’attico di un elegante palazzo in stile Liberty in viale Tiziano, nel quartiere Flaminio a Roma, un uomo seduto ad una scrivania su una poltrona in pelle del costo superiore al minimo Isee necessario ad ottenere il reddito di cittadinanza, scuote la testa e la cenere del sigaro Davidoff Nicaragua Toro che stringe tra le dita. Con una smorfia di disappunto si rivolge alla ragazza presente nella stanza, che solo un occhio poco allenato potrebbe scambiare per la sua segretaria.
«Ljudmila, portaci una bottiglia di vodka, e poi vai di la a pitturarti le unghie» le ordina l’uomo.
Ljudmila Attikova, ventottenne bielorussa, stiracchia il suo metro e ottanta di sensualità e si alza dal divano dove, in shirt e reggiseno, stava distesa sfogliando l’ultimo numero dell’edizione russa di Vogue.
«Subito, zietto» mormora con voce roca all’orecchio dell’uomo, e si avvia ondeggiando verso la cucina dove si trova il capiente frigobar.
«E ti ho detto di non chiamarmi zietto» le grida dietro l’uomo seduto alla scrivania, scuotendo ancora la testa.
«Come vuoi, zietto» risponde la bellezza, con un sorrisetto impertinente.

L’uomo alza lo sguardo verso le due persone in piedi dall’altra parte della scrivania, incredulo.
«Si può sapere che vi è successo, deficienti? E il vostro compare, dove lo avete lasciato?»
Ivan Kozlov e Petr Prostakov, l’uno con una mano fasciata e l’altro con un vistoso cerotto sul naso ed entrambi gli occhi neri, in piedi a capo chino, con le mani dietro la schiena, si scambiano un’occhiata preoccupata.
«Abbiamo avuto un incidente stradale…Victor è all’ospedale» cerca di giustificarsi Ivan.
«Degli idioti, siete degli idioti!» urla l’uomo. «E cos’è che vi siete messi, perché diavolo vi siete vestiti da Santa Klaus? E’ una tua idea, vero caporale?»
Ljudmila rientra, reggendo un vassoio con sopra una bottiglia di Pertsovka ghiacciata e tre bicchieri, lo poggia sulla scrivania, e dopo aver lanciato uno sguardo malizioso ai due ospiti commenta:
«Carini i tuoi amici, quest’anno il rosso va molto di moda» ed ancheggiando lascia la stanza, spargendo dietro di sé una scia di Black Opium e feromoni.

Ivan deglutisce e continua:
«Ecco, boss, siamo stati al convento come voi ci avete ordinato, ma…»
L’uomo sbatte il palmo della mano che non regge il sigaro sul tavolo e urla:
«Ma? Che significa, ma? Non tollero ma! Vi ho affidato un compito, l’avete portato a termine, si o no? Non voglio sentire scuse, e non ammetto fallimenti, mi conoscete! E chiamami signore, che boss sa di mafioso! Ti sembro un mafioso, io? Io sono un uomo di affari!»
Petr, al quale sotto al costume il sudore ha cominciato a scorrere lungo la schiena, viene in aiuto del suo compagno:
«Signore, è andata così… ci siamo presentati al convento, fingendo di essere incaricati del gas… »
«Del gas? Vestiti in quel modo?» chiede sospettoso il capo.
«Ehm, abbiamo detto che c’era una promozione speciale, le suore ci hanno fatto entrare senza sospettare niente. Molto simpatiche le suore, ci hanno anche firmato un contratto»
L’uomo d’affari, non soddisfatto dalla piega del colloquio, estrae dal cassetto una Beretta APX Combat, con la quale inizia a giocherellare. Capita l’antifona, Ivan decide di vuotare il sacco:
«Signore, abbiamo dovuto torchiare un po’ le suore…»
«Oh, adesso si ragiona. Continua, su!» lo invita l’uomo col sigaro, con un cenno di approvazione.
«Non volevano parlare, ossi duri… così abbiamo dovuto sparare alla più vecchia»
«Danni collaterali, vai avanti»
«Così si sono ammorbidite… e abbiamo saputo che quello che ci avete mandati a cercare non c’è, ma tornerà questo fine settimana»
«Ottimo! E troverà una degna accoglienza…» sibila l’uomo. Poi un pensiero gli attraversa la mente , e chiede ai sui sottoposti:
«Vi siete assicurati che i testimoni non possano parlare?»
«Ecco, boss, ehm, signore… abbiamo pensato che far sparire tutte le suore sarebbe stato un po’ sospetto… allora abbiamo preso un ostaggio» dice Ivan, sperando la loro iniziativa sia gradita.
«Un ostaggio? Si, può essere una buona idea… e dove l’avete nascosto?»
Ivan e Petr si guardano, rendendosi conto di non aver considerato un piccolo particolare. Il capo poggia il sigaro sul portacenere, si alza lentamente dalla poltrona appoggiandosi alla scrivania e, fissando negli occhi i due babbi natale, li interroga:
«Non lo avrete mica portato…»

In cucina intanto Ljudmila ha stappato una bottiglia di Blanc de Blanc, ed ha riempito due calici. La sua ospite, una suora minuta dall’aspetto centenario, raschia la gola, solleva il calice ed osserva la fontanella di bollicine salire dal fondo, e con un cenno di approvazione dice:
«Grazie figliola, io veramente preferisco il Franciacorta, ma se non c’è di meglio…come hai detto che ti chiami, figliola?»
«Mio nome Ljudmila… e vostro nome, sorella?» chiede la ragazza, curiosa.
La suora sorride stringendo gli occhi e, prima di buttare giù il bicchiere di champagne tutto d’un fiato, risponde:
«Chiamami pure Pina. Nonna Pina»

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Moderata proposta per mettere i padroni fuori legge

Una trentina di anni fa andavo a portare la mia sapienza informatica¹ in una piccola società che, per conto di alcune aziende farmaceutiche, stampava le etichette per le riviste che venivano distribuite ai loro clienti.
Da allora la mia sapienza informatica non è cresciuta di molto e quella società, nella quale lavoravano delle gentili e simpatiche signorine, ha chiuso i battenti da un pezzo. Ignoro se ancora oggi qualcuno riceva quelle riviste, ma non credo.

Una volta per sbaglio inserii anche il mio indirizzo nell’anagrafe dei destinatari e ricevetti una copia di “Donna e mamma” o giù di lì, che nonostante le evidenze mise in allarme quella che si accingeva a diventare mia moglie.

Una mattina, dopo essermi liberato dall’impermeabile e sorseggiato il caffè che mi veniva offerto amorevolmente, mi sistemai nella scrivania che mi veniva riservata ed estrassi il fido block notes per iniziare a prender nota dalla viva voce della giovane responsabile della produzione, Enza, le richieste del giorno.
Dopo pochi secondi iniziai a sentirmi a disagio, e cominciai a sbirciare di traverso la mia vicina. Non nego di essere sensibile al fascino femminile, limitato naturalmente ad una pura contemplazione estetica², ma quel giorno mi sembrava di essere capitato in una savana dove un qualche tipo di scimmia stava lasciando dei richiami odorosi per attirare i maschi refrattari della specie: non so se avete mai sentito l’odore che lasciano i circhi quando tolgono le tende, io lo conosco perché il mio cane si rotolò sopra a quella paglia, che era probabilmente nella gabbia delle tigri: mi ci volle un mese per fargli andar via l’odore.
Cominciammo comunque a stilare l’elenco dei lavori, ed in breve non potei non notare che anche Enza non era a proprio agio. Stava un po’ sulle sue, tendeva ad allontanarsi; sul momento pensai che avesse capito di avere un problema quantomeno di traspirazione pesante, e si spostasse per non darmi fastidio, ma io cavallerescamente feci finta di niente, e anzi avvicinai di più la mia sedia alla sua.
Solo in quel momento, incrociando il suo sguardo preoccupato, mi resi conto che il problema non era suo, ma mio; guardai in basso, e sotto la sedia vidi delle strisciate inequivocabili: avevo pestato una cacca di cane con le suole a carrarmato.
“cxazzo!” mi scappò detto, e balzammo tutti e due in piedi. “Ma te n’eri accorta?” le chiesi. “Si” mi rispose lei, “ma non volevo offenderti, pensavo te ne accorgessi da solo”.
“Ah, meno male” risposi io non proprio galantemente, “pensavo che fossi tu…”

Tutto è bene quel che finisce bene, messa in quarantena la sedia, disinfestata la scarpa e lavato il pavimento con l’alcool denaturato ricominciammo il lavoro, stavolta con maggior fiducia nella reciproca igiene personale.

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Stamattina entro in ufficio, in realtà un Open Space contenente circa 200 “risorse” che ai tempi in cui eravamo un popolo virile sarebbero state impiegate con maggior utilità sociale nella bonifica delle paludi Pontine, accendo il PC e mi accingo a leggere i messaggi di posta elettronica.
Abbiamo già parlato della stima che ho riguardo il livello di educazione e pulizia degli Ingegneri Informatici, la cui evoluzione è l’anello mancante tra la Cita di Tarzan e il Bluto Blutarsky³ di John Belushi, perciò non mi sono meravigliato eccessivamente dell’effluvio che aleggiava nell’aere.
Purtroppo, e credo sia voluto dai progettisti per evitare che in occasione di progetti falliti interi team di sviluppo si catafottano di sotto, i finestroni non si possono aprire, per cui l’unico modo per smaltire gli odori, si tratti di Chanel n° 5 o stabbio di mucca, è che quel grande filtro che sono i polmoni umani li assorba e renda inoffensivi.

Mentre digitavo un bel “niet” al mio capo che mi chiedeva di accelerare il rilascio di un pacchetto di programmi che avevo stimato in 30 giorni/uomo, ma che tra appaltatore-subappaltatore-sub-subappaltatore-sviluppatore indiano-multinazionale di consulenza dove tutti vestono di nero era lievitato a 90 giorni, ho avuto un flash della faccia della mia dirimpettaia mattutina.

Ero infatti seduto casualmente davanti a questa ragazza, solitamente elegante, credo turca dai libri che ogni tanto maneggia, e mi ero sorpreso nel captare un effluvio non proprio rinfrescante. Ho passeggiato lungo il Gran Bazar di Istanbul e non ricordo che emanasse odori simili, anzi: è vero che ogni mattina è un’esperienza nuova, può essere curry, possono essere scarpe da tennis, può essere olio fritto, è la lotteria del pendolare, ma oggi questa incongruenza tra aspetto e odore mi aveva colpito particolarmente.
Ed allora mi sono reso conto che il lieve arricciamento del naso e la sottile increspatura delle labbra non indicavano concentrazione o peggio indisposizione, ma assomigliavano molto di più al disgusto.
Altro che Gran Bazar!

Mi sono guardato sotto le scarpe, e “cxazzo!” ho pestato un’altra merda, va bene porterà pure fortuna secondo credenze protostoriche ma mi è ovviamente partita la scheggia contro cani, proprietari di cani e chi li difende senza se e senza ma, Brambilla compresa.

Allora le mie modeste proposte, che giro per competenza al ministro della Salute e per conoscenza al ministro dell’Interno, che tanto si impiccia di tutto, sono:

  • ripristinare la tassa sul possesso dei cani. Una volta c’era, e giustamente, perché i proventi servono a coprire parzialmente le spese per la pulizia che i padroni non fanno;
  • istituzione del patentino per il possesso di cani (a pagamento, ovviamente). Con diversi livelli, fino al possesso di animale da difesa (con la stessa logica della patente di guida, un esame più facile per i chihuahua ed uno più difficile per i pittbull);
  • obbligo di circolazione per i possessori di cani con sacchetti per la raccolta delle deiezioni, un po’ come l’obbligo di catene per le auto. I vigili urbani possono e devono fermare, controllare, e redigere multe: in casi estremi obbligo di rieducazione per padrone e cane.
  • obbligo di lavori socialmente utili per i padroni beccati a far defecare il cane senza raccogliere la cacca. Lavori che consisteranno ovviamente nel raccogliere la cacca che altri padroni menefreghisti come loro non raccolgono.

Potrei continuare, ma mi fermo qua. Ho posseduto per anni un cane, ma è più corretto dire che ho vissuto per anni con un cane, che era educatissimo e cercava di farla solo se vedeva uno spicchio d’erba; uscivo mattina e sera con i miei sacchettini senza per questo sentirmi menomato nella mia virilità, e mi vanto che nessun piede umano abbia pestato qualche ricordino lasciato dal mio cane.
Perché, dovreste ricordarvelo teste di rapanello che pensate che il vostro cane e soprattutto voi siate il centro del mondo, sul marciapiede non passano solo brontoloni come me, ma anche donne con le carrozzine, anziani che magari faticano a camminare e si appoggiano a dei bastoni, invalidi che spingono la sedia a rotelle: e un giorno potreste essere voi, e non vorreste ritrovarvi merda di cane, e non d’autore, tra le mani.

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¹ In quei bei tempi se qualcosa non funzionava si dava senza problemi la colpa alla “macchina”. Ora la si può dare all’”algoritmo” ma la sostanza non cambia di molto: e cioè che chi dovrebbe risolvere il problema non ha la minima idea di quello che sta succedendo.
² Come disse Paolo Panelli a Nino Manfredi nell’indimenticabile “Questo e Quello” del 1983, la ciccia baffetta piace a tutti ma bisogna mangiarci il pane.
³ John “Bluto” Blutarsky, indimenticabile personaggio del film Animal House del 1978 interpretato da John Belushi

Aprono la bocca e gli danno fiato!

Un bel tacer non fu mai scritto, come disse il sommo Poeta o chi per lui, e quanto è lontano il tempo in cui quei bei politici democristianoni parlavano per ore senza dir niente e specialmente senza farsi capire da nessuno!
Ora invece il vanto del politico è parlare come si mangia, pane al pane e vino al vino, parlare come il “popolo”: ma il popolo che scimmiottano e solleticano è la plebaglia, perché il vero popolo ha decenza, educazione ed orgoglio; ed eccoli allora esprimersi come avvinazzati al bar, o ultras delle curve degli stadi, e allora l’insulto e il turpiloquio invece di qualificare come buzzurri diventano bandiere da agitare ai propri supporters, e manca solo che ci si metta a fare delle pernacchie in stile Bombolo o la gara di rutti come alla sagra della birra di Pontellazzo sul Manubrio.

In questa deriva quelli che dovrebbero essere i “moderati” rincorrono i “barbari”, in un corto circuito verso il degrado generale: così è possibile che il signor Guy Verhofstadt, rappresentante europeo di un partito che nel suo paese, il Belgio, rappresenta poco più dell’11% degli elettori, si senta autorizzato ad insolentire il Primo Ministro Italiano che rappresenta un governo i cui partiti che ne fanno parte sono stati votati, piaccia o non piaccia, da oltre la metà dei nostri concittadini¹, chiedendogli (in un italiano peraltro apprezzabile) quando la smetterà di essere il burattino di Salvini e Di Maio, invitandolo poi a prendere riferimento da italiani illustri come Spinelli, Ciampi, Mario Draghi e Napolitano.

verhofstadt

Non mi è assolutamente piaciuto che il pessimo presidente del Parlamento Europeo, l’italiano antonio tajani (il minuscolo è voluto), uno dei miracolati da Berlusconi, non abbia battuto ciglio durante l’esibizione del guappo fiammingo, che tra l’altro non si capisce a che titolo, essendo un noto liberista, sia andato a citare Spinelli: gli va bene che è morto, perché sennò gli farebbe mangiare il Manifesto di Ventotene, lui e il suo tatcherismo.

Il premier Conte ha incassato con abbastanza signorilità, ricordandomi il Rocky Balboa di “Non fai male! Non fai male!”, rispondendo che burattino è chi risponde alle lobby, ma poteva anche dire che “stupido è chi lo stupido fa” come Forrest Gump, sarebbe andata bene lo stesso.

La cosa che mi sembra che non capiscano, questi fustigatori di altrui costumi, è che mettendosi sullo stesso piano di chi contestano non li indeboliscono, anzi: personalmente quando sento parlare un Verhofstadt o un Dombrovskis o altri vattelapesca mi viene solo da pensare “senti da che pulpito viene la predica”, e penso che se avessero un minimo di umiltà (ma avrei potuto dire di intelligenza) invece di riempirsi la bocca di Spinelli (con la S maiuscola)  dovrebbero fare un mea culpa sulle ragioni per cui l’idea di Europa si è ridotta così come l’hanno ridotta, e ragionare sul fatto che la crescita di quei movimenti che condannano indignati in gran parte è colpa loro e delle loro stupide politiche.

Dedico pertanto a Verhofstadt & c., a conclusione di questo sfogo, una canzone di uno dei nostri rappresentanti più illustri, che meglio di tutti ha saputo rappresentare gli italiani in casa e nel mondo:

“Te c’hanno mai mannato a quer paese?
Sapessi quanta gente che ce sta’
a te te danno la medaja d’oro e noi te ce mannamo tutti in coro.
E va… e va….. chi va co’ la corente e’ ‘n’baccala’
io so’ salmone e nun me mporta gnente a me me piace anna’ contro corente….
E va….. e va….. che piu’ sei grosso e piu’ ce devi anna’
e t’aritroverai ner posto giusto e prima o poi vedrai ce provi gusto….”
Alberto Sordi

sordi

¹Come questo sia stato possibile sono fatti nostri, e non è certo un belga che deve venircelo a spiegare. Tra l’altro il Belgio è stato per anni senza governo e nessuno se ne è accorto, a dimostrazione di come sono utili i politici da quelle parti.