Niente sushi per Olena – 6

Svengard il vichingo, elmo cornuto in testa,  è in piedi a prua del suo drakkar, assorto, con le braccia conserte. L’erede di una lunga stirpe di guerrieri scruta l’orizzonte con aria pensierosa.
Dietro di lui echeggia un canto virile, una antica melodia che rievoca l’epopea di quei popoli avventurosi:
«Trulla-llà! Trulla-llà! Trensum Storjorm Silverån! Karmsund Rågrund Soknedal! Trulla-llà! Trulla-llà!»
Svengard, distogliendo lo sguardo dal mare, volta lentamente capo ed elmo annesso, e rivolge un pensiero affettuoso agli autori di testi e musica, i suoi amici Uppallo I e Uppallo IV, gemelli monozigoti.
«O amici, compagni di innumerevoli bisbocce! Spero non prendiate queste mie parole come una critica, lungi da me questa intenzione. Ma sono due ore che cantate ‘sta lagna, non potreste cambiare disco? Ve ne sarei riconoscente»
«O Svengard, vecchio alce scornacchiato» – qui Uppallo IV rifila al gemello maggiore Uppallo I una gomitata nelle costole, per fargli notare l’indelicatezza del suo preambolo, ma quest’ultimo non se ne avvede –  «Finalmente hai parlato!» continua il maggiore degli Uppalli «Pensavamo che avessi inghiottito una lisca di balena, è dalla partenza che non apri bocca! Si può sapere che ti è successo?»

I tre erano salpati all’alba da Laivaniemi. Nella simpatica cittadina lappone si era svolto il campionato internorreno dei giochi vichinghi: le specialità più spettacolari erano come sempre la corsa con il barile, in cui Svengard aveva primeggiato, il lancio dei pigmei, la camminata sulle braci ardenti e la gara dei tagliaboschi ad occhi bendati.
Quest’anno era stata ammessa una nuova competizione, il salto della corda con la figlia in groppa, ma era scoppiato uno scandalo in quanto il vincitore, Kronon da Svartöstaden, si era rivelato essere un certo Cosmo da Bitonto¹, pugliese, che grazie all’affinità del suo dialetto con il norreno era riuscito ad intrufolarsi e vincere con largo margine. Una volta scoperti, Cosmo e figlia erano stati portati nel bosco dei taglialegna bendati e di loro non si era saputo più nulla.
Uppallo I e Uppallo IV avevano allietato i convenuti con tutto il loro repertorio di canti tradizionali e moderni, favorendo brindisi e mescolanze di generi.
Solo Svengard, nonostante le sollecitazioni, si era tenuto lontano dai baccanali, con il volto corrucciato.

«Insomma, si può sapere che hai?» insiste Uppallo I, il meno discreto dei due gemelli. Lentamente, Svengard risponde:
«O amici, fratelli, sedetevi, per quanto possa sembrare strano ho bisogno di un vostro consiglio.»
I due, colpiti dalla serietà del loro amico, si siedono su due ceppi dove sogliono tagliare le teste delle aringhe prima di salarle.
«Ci ho pensato tanto, amici, e sono arrivato ad una conclusione: Gilda non mi ama»
I gemelli spalancano gli occhi e si guardano increduli. Che cosa? La Calva Tettuta, la donna per la quale il loro amico ha spasimato una vita ed è ora finalmente diventata sua compagna, non lo ama, ma che storia è questa?
«Che cosa? Gilda non ti ama? Ma che storia è questa?» ripete a pappagallo Uppallo I.
«Ma non è possibile!» dice il gemello, più fantasioso. «Ma se dici sempre che passate tutto il tempo a fare l’amore! Allora millanti!» insinua Uppallo IV tra lo stupore dei due che ignorano il significato del verbo millantare.
«E’ proprio quello il problema, caro Uppallo» scandisce gravemente Svengard «Lei ama solo il mio corpo, non la mia mente!»
A questa rivelazione i due gemelli seduti sui ceppi, uno a destra e l’altro a manca, fissano sbalorditi l’amico. Poi, partecipando del suo struggimento, si guardano e scoppiano contemporaneamente a ridere, così forte che sono costretti a reggersi le pance ed appoggiarsi ai parapetti per non rotolare a terra. Svengard, offeso, stacca l’ascia bipenne dall’albero maestro a cui era appesa, pronto ad usarla sulla zucca dei suoi amici, quando sente una voce:

«O glosso uomo del nold, che vuoi fale con quell’ascia?» Svengard si gira verso la voce e chi vede? Po il cinese, il cacciatore di zanzare con la racchetta elettrica, su un catamarano spinto con un ingegnoso sistema di trazione dal suo risció; approfittando della momentanea distrazione dei norreni  si è avvicinato al drakkar senza essere visto.
«Glan… glosso uomo, leggo nella tua anima soffelenza e colluccio. Cosa ti tolmenta? Dillo a Po»
Svengard, sollevato nel sentire una voce amica, ripone l’ascia bipenne con gran sollievo dei gemelli e risponde al cinese:
«O saggio Po, la mia donna mi ama solo per il mio corpo, ma io voglio essere amato anche per la mia mente, che posso fare?» chiede al cinese.
Po scruta a lungo il vichingo: fronte non particolarmente spaziosa, mani come due badili e spalle come un armadio a due ante, ed infine dando mostra di aver compreso perfettamente il problema rivolge a Svengard parole di consolazione:
«O possente uomo del nold, te lo dico flancamente: lascia stale. Lassegnati, è meglio. C’è chi è nato pel fal andale le mani, chi la testa e chi qualcos’altlo. La testa non fa pel te»
«Ma io devo sapere, o cinese, se sto vivendo con una donna che mi ama solo parzialmente!» sconfina nella poesia un ispirato Svengard.
«Sapele è soplavvalutato» dice il saggio cinese. «Non c’è bisogno di sapele quando due cuoli sono in sintonia. Anzi molto meglio non sapele» dice Po rivolto all’elmo; poi scrutando di nuovo in viso il vichingo: «Pelché voi siete in sintonia, velo glan… glosso uomo del nold? O pel tutti questi anni ti eli fatto tutto un cinema sbagliato?»
«Non so più niente, o saggio» risponde un confuso vichingo
«Hai messo a nudo i tuoi sentimenti, come già ti dissi tempo fa?»
«Fosse facile, o mandarino! Ogni volta che mi metto a nudo quella esclama “Frèchete!” e mi tappa la bocca! »
«Allola, o glan… glosso, non c’è che una soluzione: pallale! Adesso devo andale, ma mi laccomando: pallale!» e così dicendo il catamarano di Po, preso il vento e sospinto dalla corsa del cinese, si allontana dal drakkar dei norreni.

Svengard guarda malinconicamente il saggio Po allontanarsi. Poi prende una decisione, e drizzandosi sulla schiena annuncia:
«E così sia, Uppalli! Rotta a Varazze!»

Serviva proprio questa puntata? Vogliamo arrivare al dunque che la minestra si fredda? Che c’entrano i crucci amorosi di Svengard con il sushi, sempre che c’entrino qualcosa?

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¹ Per quanto possa sembrare strano Cosmo da Bitonto esiste veramente, l’ho visto con i miei occhi in televisione, e saltava la corda con in groppa la figlia venticinquenne di 53 chili. Si ignorano i motivi per i quali lo faccia.

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Dieci piccoli indiani

Che bei tempi viviamo amici!
E’ senza alcuna ombra di dubbio il periodo migliore dell’umanità.
La qualità della vita migliora giorno per giorno, e la stessa cosa vale per le relazioni umane.

Prendiamo ad esempio il lavoro.

Quando ho iniziato a lavorare io, diciamo 35 anni fa più o meno, si iniziava come apprendisti e dopo poco tempo, quello necessario per imparare il mestiere e non oltre, si diventava operai o impiegati. Che noia! Che tristezza! Eravamo troppo rigidi, dicevano.
Ora si che si sta bene! C’è la flessibilità.
Contratti a tempo determinato, a chiamata, a somministrazione, co.co.co, voucher pardon “Presto”, partite Iva, società di comodo, cooperative fasulle, una cuccagna! E non dimentichiamo un tempo indeterminato che può finire a discrezione del padrone, dietro piccolo pagamento, che però detto così sembrava brutto e allora gli hanno dato un nome inglese, come una volta si parlava il latino per non far capire al popolino: jobs act. Volete mettere?

Ma poteva bastare tutta questa flessibilità per farci felici? Nossignore! C’è la globalizzazione, perbacco! E allora via alle esternalizzazioni, alle delocalizzazioni, con una rincorsa sempre più affannosa a chi costa di meno e accampa meno pretese: albanesi, rumeni, moldavi, indiani… gli indiani specialmente sono molto bravi in informatica, si dice, e parlano bene inglese. Uno magari si chiede per quale motivo se il lavoro è in Italia bisogna farlo fare agli indiani parlando in inglese, ma è ovvio che è la mentalità provinciale che tarda a scomparire. Chi non è contento di imparare le lingue, anche in tarda età?

Quando ero giovane pensavo che fosse un’ingiustizia dover lavorare negli anni più belli della vita, quando si sarebbe dovuto solo vivere spensierati; ed ora finalmente la mia aspirazione si è avverata, perché i giovani se va bene iniziano a lavorare a trenta anni, avendo tutto il tempo per godersela.
Purtroppo, poiché gli italiani si ostinano a non morire, la durata media della vita si allunga e per fare in modo che il sistema pensionistico sia sostenibile bisogna rimanere al lavoro più a lungo: quindi abbiamo legioni di vecchietti al lavoro, e questo se da un lato è un bene perché così non vanno a intasare le poste al sabato mattina dall’altro è un male perché non svolgono il loro compito istituzionale di controllare i lavori pubblici elargendo consigli non richiesti.

Ma in quale paese i governanti sono così immaginifici nel pensare soluzioni per i loro concittadini?

Dopo le prossime elezioni, chiunque vinca, avremo il Bengodi:
chi ci toglierà il canone Rai, dopo averlo inserito nella bolletta della luce per farlo pagare a tutti e dopo avere per anni insultato l’avversario che voleva fare la stessa cosa; chi ci darà il reddito di cittadinanza, spritz e salatini per tutti purché italiani; chi più orientato ai coetanei innalzerà le pensioni minime fino a 1.000 euro, indipendentemente dai contributi versati; chi toglierà le tasse universitarie, ottima cosa se non che il cammino per l’università è abbastanza lungo, e magari prima si potrebbe fare in modo che la scuola dell’obbligo sia gratuita, e che i bambini non debbano rimanere fuori dalle mense perché i genitori non hanno i soldi per pagare le rette.
Insomma, c’è di che essere fiduciosi!

COP7

Personalmente vivo bene questo periodo. Dopo aver cambiato sei società rimanendo sempre seduto sulla stessa sedia e facendo lo stesso lavoro, sono rimasto sulla stessa sedia ma cambierò lavoro. Perché quello di prima lo faranno gli indiani. Mi sono chiesto a dire la verità cosa avessero tanto di meglio questi indiani, a parte parlare in inglese; più flessibili dubito, dato che i contratti anche qua li rinnovano ogni tre mesi; più bravi può essere, anche se di solito se uno è più bravo viene pagato di più e non di meno, altrimenti Messi al Barcellona dovrebbe guadagnare quanto Scaccabarozzi del Benevento; comunque per carità, niente contro gli indiani, anzi. Sono amante dell’India fin dai tempi del Giro del Mondo in Ottanta Giorni di Jules Verne, quando Phileas Fogg salvava la giovane vedova dal rogo dove avrebbe dovuto essere immolata; Kabir Bedi per me è un mito e rispetto, pur non condividendola,  la loro venerazione per le vacche. Insomma, amici indiani, se proprio volete il nostro lavoro prendetevelo pure, ma almeno lasciateci qualche giovane vedova da salvare, please.

(177 – continua)

Miss India 2017 contest winners

 

Sole ed Aria

Ospito la poesia di un amico, appassionato di Baudelaire ed autore di un libro su Antonio Pigafetta, nonché discreto pianista ed ahimé ingegnere (non informatico per fortuna). Mi sembra che un pò di Baudelaire ne risenta, e la riassumerei in “vanità, vanità, tutto quanto è vanità”.  

Sole ed Aria
La vita è un respiro, in una giornata di sole e di aria fresca, che ti gonfia il petto e l’anima; quando il pensiero, libero e vivace, sovrasta orgoglioso l’orizzonte e trova sicuro compiacimento nell’amore di cui è colmo.
Vengano le ambizioni e la ricerca del successo. Si attui la soddisfazione nel plasmare il creato. Si aneli all’incessante futuro. Effimere chimere.
Ma è solo la pura e feconda consapevolezza che dal sovrannaturale e dagli affini cari giunge copioso il fiotto di bene, dell’amore frutto squisito, a riempire di luce il sole e a rinfrescare la sfavillante aria.

 

Il paese dei campanelli

Ieri sono stato a teatro per vedere la Vedova Allegra. Una bella rappresentazione, con un’impostazione un pò troppo lirica e delle ballerine un po’ troppo castigate, almeno per i miei gusti. E mi sono reso conto che sono passati più di quarant’anni dai fatti che raccontavo qua sotto; così la vedova era allegra, ma io mica tanto.

L'uomo che avrebbe voluto essere grave

D’estate la Pro Loco “Corporazione del Melograno” organizzava le operette. Anzi, il Festival delle Operette. Compagnie di grido, mica scalzacani. L’avvenimento richiamava pubblico da tutto il circondario, ed era motivo di orgoglio per tutto il paese.

Per un paio d’anni venni ingaggiato come mascherina. Sapete, quelli che accompagnano le persone ai posti. Eravamo un bel gruppetto, carinissimi: i maschi con una divisa azzurro avio, che era poi quella della banda (sospetto che fosse quello il motivo principale per cui venivamo chiamati) e le femmine con una divisa da hostess, con gonna a plissé.

Non venivamo retribuiti, già il fatto di esserci solleticava la nostra vanità; ci godevamo comunque gratis lo spettacolo, e magari riuscivamo a raggranellare qualche mancia. Io all’inizio feci il ritroso, mi sembrava poco serio accettare dei soldi per accompagnare al suo posto qualcuno che sapeva benissimo dove andare ma dopo un po’, vedendo che i miei amici…

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Niente sushi per Olena – 5

E’ una Gilda preoccupata quella che è di fronte all’ingresso sotterraneo del rinnovato laboratorio, dove si è recata con il treno MagLev guidato da Hidetoshi Nakata che fa la spola con la villa. Al suo fianco il fedele maggiordomo James, imperturbabile come sempre.
Gilda accosta l’occhio al lettore di iride e la porta si apre con un clic appena percettibile. Appena il tempo di entrare, e la coppia si rende conto che qualcosa non va.
«Toshiro, che stai facendo? Per l’amor del cielo, posa quella spada!» è il condivisibile appello che la Calva Tettuta rivolge al suo sottoposto.
Infatti Toshiro Laganà, che ha preso la direzione della divisione R&S¹ dopo la prematura scomparsa del cavalier Rana, è inginocchiato di fronte ad un altarino allestito su una delle cucine degli impasti, con sopra allineate le immagini di Carmela Laganà e Toshiro Mifune, suoi genitori naturali, e José Mourinho suo padre spirituale; indossa un kimono rituale, con una benda bianca in testa, e stringe in mano un coltello tantō  con il quale si appresta verosimilmente a praticare il seppuku.
Toshiro, concentrato nelle ultime orazioni, non sembra accorgersi dei nuovi arrivati.
Gilda si rivolge allora al maggiordomo:
«James caro, saresti in grado di addormentare Toshiro stringendogli l’attaccatura del collo, come il dottor Spock dell’Enterprise?» chiede una proattiva Gilda.
«Sono desolato signora, ma il mio addestramento non lo prevede. Posso essere utile in altro modo?» risponde  un mortificato maggiordomo.
«Lascia stare James, era solo una mia idea. Chissà perché mi ero messa in testa che insieme ai cocktails vi insegnassero anche a stringere i colli»
«Ma casualmente ho in tasca questa, signora, che potrebbe fare al caso nostro.» Così dicendo James estrae da una tasca interna della giacca una cerbottana in buona efficienza.
«L’hai presa ai pigmei, James? Una bella fortuna. Ma non sarà pericolosa? Altrimenti soprassiedi»
«Assolutamente, signora. L’ho provata inavvertitamente su Miguel, mi è scappato un colpo»
«Scappato un colpo, James? Guardami negli occhi» chiede dubitativamente Gilda.
«Glielo assicuro, signora. Stavo soffiando per controllare che non ci fosse polvere, ed è partito un dardo. Miguel passava per caso ed è rimasto infilzato, ma dopo dieci minuti si è ripreso ed è tornato come nuovo»
«Quand’è così, James, procedi pure»

Olena attraversa il corridoio che la porta nella camera di nonna Pina, dove la vegliarda è andata a riposare dopo il lutto che l’ha colpita. Ha in mano una busta consunta, ed in spalla una balestra. All’improvviso si apre una porta e ne esce un uomo dal colorito olivastro con una tutina di raso verde. L’uomo ha in mano una padella.
«Chi tu essere, finuocchietto?» chiede Olena, togliendo la sicura alla balestra che ha prontamente imbracciato.
«Yo soy Miguel Gutierrez, il nuovo badante!» dichiara il messicano. Poi notando lo sguardo di disapprovazione della russa, si lascia sfuggire una excusatio non petita: «Soy un sorcino, esta è la tuta di Renato ai tempi del Triangolo…»
Olena a malincuore rimette la sicura alla balestra.
«Tuorna in tua camera e non uscire finché io non dico. Suorcino…»
Scuotendo la testa Olena arriva alla camera della nonna e bussa lievemente. Poi entra, e chiude dietro di se la porta a chiave.
«Babushka, nelle tasche di vostro amico trovato questa» dice mostrando la busta. Nonna Pina prende la busta tra le mani, sorpresa e commossa. Olena continua:
«Qualcuno avvelenato scuorza di limone» dice la russa, cercando di capire l’effetto che la notizia ha sulla centenaria. Poi, fissandola in viso: «Adesso, babushka, deve dire me tutto»

Come James aveva previsto, dopo dieci minuti di incoscienza Toshiro si riprende. Smarrito cerca il coltello rituale che i due hanno provveduto a far sparire.
«Ma dico, Toshiro, sei impazzito? Come ti viene in mente di suicidarti nel laboratorio?» lo rimbrotta una empatica Gilda.
Toshiro si prende la testa tra le mani, e tra i singhiozzi riesce a proferire qualche suono:
«Ho fallito, fallito, è tutta colpa mia, devo pagare…»
«Povero Toshiro, non fare così! Non è commovente, James?» chiede al vicino maggiordomo.
«Non è usuale veder piangere un direttore, effettivamente» concorda James.
«Su, Toshiro, adesso soffiati il naso e raccontaci che ti è successo. Problemi di cuore?» chiede Gilda, pronta ad empatizzare ulteriormente. Toshiro libera le vie aeree e con fatica risponde:
«Signora, non ha letto il rapporto delle vendite dell’ultimo trimestre?» chiede lo sconvolto direttore. «Meno trenta per cento! Vendite in picchiata… e la nuova linea di prodotti… un flop!» e Toshiro si accascia, abbattuto.
«Toshiro, non puoi fartene un cruccio. Le idee per i nuovi ripieni erano ottime: pizza e fichi, fave e pecorino, lardo e miele… tradizione e novità, dolce e salato…»
«Lei è troppo buona signora»
«Lo so Toshiro, era solo per non deprimerti ulteriormente, sei un emerito coglione. Se ti può sollevare comunque potrei licenziarti su due piedi» dichiara una comprensiva Gilda.
«Gliene sarei grato signora, anzi mi trattenga anche il TFR». Ma Gilda, dando mostra di non averlo nemmeno ascoltato, continua parlando più a se stessa che ai presenti:
«Purtroppo il problema è ben più grande… abbiamo venduto un terzo in meno su tutte le linee, non solo sulle nuove, e le previsioni per questo trimestre non sono migliori. Sembra che nessuno voglia più comprare i nostri tortellini!» Poi, prendendo sempre tra se e se una decisione, chiama:
«James!»
«Signora?»
«Qui gatta ci cova. Concordi?»
«Le circostanze sono sospette, in effetti»
«Bene. Allora sai quel che c’è da fare»
«Certamente signora. Ristretto o Lungo?»

Chi ha raccomandato Toshiro Laganà? Chi ha avvelenato la scorzetta di limone? La tutina è davvero di Miguel? Ma Miguel è quello della scimmietta? Oppure gatta ci cova?

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¹ Ricerca & Sviluppo. E’ pieno di gente inventiva: parecchi cazzeggiano, molti inventano acqua calda, ma qualcuno ha  davvero idee geniali che possono cambiare le sorti delle aziende per le quali lavorano, ed a volte anche le proprie anche se più di rado.

Niente sushi per Olena – 4

Se ne è andata anche Marina Ripa di Meana, ex Lante Della Rovere. Le sue battaglie contro le pellicce ci mancheranno.

In un tavolino del Bar Calindri, in Piazza San Babila, siedono due persone distinte, di una certa età. L’uomo veste un abito inglese a quadretti, con panciotto, ed ha in testa un cappello da caccia; la donna una pelliccia di visone ed un turbante fiorato in seta Mantero.
Due tavoli più indietro una donna avvolta da un mantello con cappuccio viola, con all’orecchio un auricolare ed in tasca una Tokarev TT-33.
Un cameriere, lievemente claudicante, serve ai due un Cynar con una scorzetta di limone ed un prosecchino.

«Fa freschino, non è vero?» esordisce l’uomo, scrutando le nuvole che si stanno addensando.
«Emilio, dopo settant’anni non vorrai parlarmi del meteo, vero?» interviene impaziente nonna Pina, l’altra avventrice. «Non abbiamo tutto il tempo del mondo, mi pare» con riferimento velato alla circostanza che in due fanno duecento anni.
«Naturalmente, naturalmente, cara Eusebia, dicevo così, tanto per rompere il ghiaccio»

Olena tocca l’auricolare per essere sicura di aver sentito bene: Eusebia? Chi diamine è questa Eusebia?

«Emilio, ti ho detto un sacco di volte di non chiamarmi Eusebia. Nessuno mi chiama più così da un secolo! Sono Pina e basta»
«Ma mia cara, lo sai che Eusebia mi attizza» dichiara l’uomo con ardore.
«Bè, calma i bollenti spiriti. Non c’è trippa per gatti, se ci siamo capiti»
«Capisco Euse… ehm, Pina. Hai un altro uomo? Non te ne farei una colpa, una donna affascinante come te» indaga l’attempato corteggiatore.
«Emilio, senza offesa ma devo chiedertelo: sei scemo per caso? Mi hai lasciato settant’anni fa senza dire ne “a” ne “ba” e mi vieni a parlare di attizzatoi? Su, forza, sputa il rospo, perché mi hai voluto vedere? Ti servono soldi?» chiede una pratica nonna Pina.
«Soldi?» Emilio respinge sdegnato l’accusa. «Ma quali soldi Pina, certo che non ho bisogno di soldi» poi, dopo essersi guardato intorno con circospezione, continua: «Ho bisogno di aiuto Pina, qui sta per succedere qualcosa di grosso…»
«Grosso? Ma Emilio, in cosa sei invischiato? Non è il caso di chiamare qualcuno un po’ più giovane? Guardati, sei nonagenario!»
«L’età non c’entra, Pina… ho scoperto un complotto, una faccenda che può cambiare le sorti dell’umanità…»
«Addirittura? Emilio, non sarà la tua fantasia nonché l’arterisclerosi che sta galoppando un po’ troppo? E se è così grave, perché non sei andato alla polizia?»
«Perché…» Emilio sembra perdere il filo «… perché…» l’anziano amico di nonna Pina si ferma, prende aria, si slaccia il colletto della camicia.
«Ti senti male Emilio? Vuoi che andiamo all’interno caro?» chiede una preoccupata Pina.
«No, non è niente…» continua affannosamente «la cosa ci riguarda entrambi Pina, tutto è cominciato da… da… off…» con un rantolo Emilio si accascia sul tavolino.
«Emilio! Emilio!» lo scuote Pina, cercando di farlo reagire. «Oddio, sta male! Aiuto! Aiuto!»

Olena comprende subito la gravità della situazione e si precipita al tavolo dei due. Distende Emilio sul pavimento e gli controlla i battiti.

«Eusebia, Eusebia…» sentendo il flebile richiamo dell’uomo che un tempo ha amato, Pina si avvicina e gli si inginocchia vicino.
«…sci… sci…» riesce ancora a farfugliare Emilio, poi reclina il capo.

Olena si china sull’uomo, e dopo avergli tastato il polso gli chiude gli occhi.

«Mi dispiace babushka, vostro amico muorto»

Nonna Pina si rialza da terra, sorretta dalla russa, e rivolge un’ultimo sguardo al suo antico amante. Una lacrima sta per farsi largo tra le rughe del viso, ma la vecchia la reprime con una energica soffiata di naso. Poi rivolge all’uomo l’ultimo saluto:

«Ma vai all’inferno Emilio! Sei sempre stato un buono a nulla! Non mi hai nemmeno detto perché mi hai lasciato, che ti venisse un colpo!»

Cosa voleva dire Emilio a Pina? Che c’era stato tra quei due settant’anni prima?  E perché oggi li avrebbe riguardati entrambi? Di che è morto Emilio? Che vuol dire nonagenario? 

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p.s.

sono quasi sicuro che con questa foto FB mi bloccherà l’account. Vi farò sapere.

 

 

Niente sushi per Olena – 3

«Compagni, compagni! Un attimo di silenzio! Compagni, un po’ di attenzione, e che cazzo!»
Nel seminterrato del condominio di via Arbe, parallela di Viale Zara, a Milano, il presidente dell’assemblea autoconvocata, Attilio Trozzo, fa fatica a mantenere l’ordine.
Sono convenuti diversi gruppi della galassia antagonista, per una volta tutti uniti nella lotta.
«Lascio la parola al compagno Cazzaniga. Prego, Luisito, tieni il megafono»
Luigi Cazzaniga, nome di battaglia Luisito Lenìn, Luisito in onore di Luisito Suarez¹ e Lenìn in onore di Lenìn, è il leader del Partito degli Interisti per la Rivoluzione. Il programma prevede la costituzione delle società di calcio in Soviet, con la formazione domenicale eletta democraticamente e l’abolizione della figura dittatoriale dell’allenatore. Luisito si raschia la gola e attacca:
«Compagni!» ma il fischio del megafono non permette all’uditorio di decifrare la parola.
«Luisito, abbassa il volume che fischia!» gli suggerisce Ambrogio Cantaluppi, delegato del Sindacato Mimi di Strada e Falsi Bambini in Carrozzina. Luisito borbotta un “ma va a dà via ‘i ciap” e continua:
«Compagni! Quello che è stato compiuto è un grave atto di provocazione! Ma noi non dobbiamo cadere nelle trappole degli imperialisti!»
«Bravo! Giusto!» approva Alcide Remigi che gli amici chiamano Memo per via del cognome, presidente del Mo.Di.Ca. – Movimento per la Dignità del Cane – che sta raccogliendo le firme per una proposta di legge che metta al bando i cappottini per i cani. Il Mo.Di.Ca. sta inoltre finanziando un esperimento genetico per la creazione di una razza di cane completamente anaffettiva, in grado solamente di mangiare, bere, defecare sul divano e violentare le Pigotte abbandonate per casa, un incrocio tra Schnauzer nano, Yorkshire Terrier e Japanese Chin: lo Stronzerrier nano².
Luisito continua:
«E’ chiaro che cercheranno di addossare a noi la colpa di quanto è successo»
«Hai ragione! Certo! Ma noi non ci faremo incastrare!» urla Olindo Gervasoni, detto il Pinna per via di una accentuata scoliosi alla spalla sinistra. «Noi non c’entriamo niente!»
«Ma voi vi siete esposti troppo! Vi avevamo avvisato di non esagerare!» gli grida dietro Mirco Grattin, del “Comitato per la Solidarietà ai Volontari che Portano il Thè ai Senzatetto di Como” rinfacciando al Pinna, esponente dell’Unione No-Sushi, azioni dimostrative come quella di aver liberato blatte rosse nelle cucine di diversi Sushi-Bar dei Navigli; azione peraltro inutile dal momento che le blatte sono state catturate dagli scaltri cuochi, tritate e messe in tavola come salsina piccante, con grande apprezzamento degli avventori.
«Calma, calma, compagni!» esorta Luisito, vedendo il Pinna alzarsi e avanzare minaccioso verso Grattin. «E’ proprio questo che vogliono, dividerci e metterci uno contro l’altro! Del resto lo sapevamo, la scelta del loro obiettivo era troppo ovvia: interista e giapponese!»
Miguel Zapatero, osservatore internazione inviato dalla Federazione dei Massaggiatori di Prosciutti Patanegra, annuisce pensoso. Dalla tasca dell’eskimo spunta la Gazzetta dello Sport, con una foto a tutta pagina e un titolo a caratteri cubitali:

RAPITO YŪTO NAGATOMO!

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Chi può aver rapito il terzino Nagatomo? Qualcuno mesta nel torbido? Il Patanegra è solo un prosciutto o un collier di Cartier? Lo sapevate che Armando Cossutta era interista? Sapete almeno chi era Armando Cossutta? 

¹ Per i più giovani o quelli che non amano il calcio dirò solo che Suarez era il faro della Grande Inter. Mi fermo qua, i lucciconi mi impediscono di continuare.
² Amo i cani. Devo precisarlo per essere politicamente corretto e non incorrere nelle ire della Brambilla. Detesto i padroni. Sono stato padrone anch’io e spesso mi detestavo.

Niente sushi per Olena – 2

«Non credo pruoprio, finuocchietti»

In un vicoletto di Josefov, il quartiere ebraico di Praga, vicino al vecchio cimitero, un gruppetto di quattro sudamericani sta minacciando due persone. Uno dei quattro ha in mano un machete, altri due dei coltelli ed il quarto, quello che da ordini, è disarmato ma ha accucciata sulla spalla destra una piccola scimmia.
«Saca el dinero, puta!» intima il più istruito dei quattro, quello con la scimmietta.
La donna a cui si rivolge, alta, capelli biondi a caschetto, occhi blu, stivali di pelle che le arrivano al ginocchio, lo fissa freddamente, strizzando appena le palpebre. Poi punta lo sguardo sull’uomo col machete e gli dice:
«Tu metti via limetta per unghie, puoi strappare pellicine»
Si avvicina al suo accompagnatore, del quale è incaricata della protezione, e sottovoce gli dice:
«Culio, volete mettere dietro me, per favore?»
L’uomo esegue, non prima di aver precisato: «Hulio, Olena, si pronuncia Hulio»

E’ ancora il capo dei latinos a parlare:
«Brutta vacca, li tiri fuori o no questi soldi? Se non ti sbrighi dico a Miguel di farti la manicure con il machete!»
Olena, per niente impressionata, rivolge a sua volta una domanda al bandito:
«Tu visto film “Un giorno da Dio”? Quello con Jim Carrey¹?» al che il latino, sorpreso dalla cultura di cinematografia hollywoodiana della sovietica, risponde con maleducazione:
«Vaffanculo tu e i film! Miguel, cioncala!»

All’ordine del capo, l’uomo con il machete fa un passo verso Olena ed alza l’arma. Non l’avesse mai fatto, si potrebbe commentare, constatando che un attimo dopo:

  1. Il machete di Miguel è conficcato nella testa di Rafael, l’uomo con il coltello alla sua destra;
  2. Il coltello di Rafael è piantato nella gola di Roberto Carlos, appena più indietro;
  3. La scimmietta è infilata tra le chiappe di Miguel, che scappa cercando di vincere il fastidio della coda che fuoriesce;
  4. Olena tiene Alonso, il capo, per i testicoli.

«E adesso fischia, froucietto» intima ad Alonso. «No Culio, non dicevo a te» precisa all’uomo alle sue spalle. E stringendo più forte:
«Per chi avete preso me, per ferroviere di Trenord?»
Nel mentre si sente squillare un cellulare. Olena, con la mano libera, lo estrae dalla sua tasca, guarda il display e risponde:
«Pronto? Babushka Pina, siete voi? Da, da, arrivo subito» poi strizzando ancora più forte, controlla l’orologio, sorride e propone al dolorante salvadoregno:
«Uora facciamo gioco. Io lascio te poi conto fino a tre. Se tu arriva fino angolo di strada tu salvo.»
Così dicendo lascia Alonso che, incredulo, si guarda intorno smarrito e poi schizza via a razzo.
«Uno… Due…» Alonso corre a perdifiato, raggiunge l’angolo e lo gira a tutta velocità, con una risata di trionfo. Subito dopo si sente un “Ponf!”, come un corpo che sia stato investito da un camion della nettezza urbana. Olena ricontrolla l’orologio e osserva ammirata:
«Sempre puntuali con pulizie, a Praga» e poi rivolta all’anziano cantante, tombeur de femmes, gli dice:

«Mi dispiace, devo lasciare voi. Cantate ancora, Culio»
E’ uno Julio Iglesias pallido, contrariamente al suo solito, quello che esce dall’ombra della schiena di Olena e attacca il suo cavallo di battaglia:
«Se mi lasci non vale,
 se mi lasci non vale,
dentro quella valigia tutto il nostro passato non ci può stare»

Perché nonna Pina ha chiamato Olena? Sapevate che Julio Iglesias ha nove figli? Che c’entra, vi chiederete? E la scimmietta, che fine ha fatto? La Brambilla avrà da ridire? A proposito, se foste su un’isola deserta con la Brambilla, prendereste in considerazione l’ipotesi del suicidio?

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¹ Concorderete con me che la scimmietta del deretano prima o poi dovevo infilarla da qualche parte.

 

Niente sushi per Olena – 1

James, il maggiordomo di casa Rana o almeno di quel che ne è rimasto dopo la recente dipartita del cavaliere vittima di una serie di sfortunati avvenimenti, impeccabile nel completo Caraceni al quale donano un indubbio tocco di originalità gli slip-on in pelle spazzolata di  Prada, si avvicina a bordo piscina reggendo un vassoio d’argento sul quale è poggiato un telefono cellulare.
Sdraiate a prendere il sole due figure che conosciamo bene: la più giovane sta sorseggiando un infuso di menta, arancio e spiralione, che fa tanto bene alla pelle, l’altra un prosecchino di Valdobbiadene, che “tanto per la mia pelle ormai ci vorrebbe un miracolo”, dice lei.
«James caro, non avevamo concordato che quella suoneria fosse inappropriata?» chiede Gilda meglio conosciuta come Calva Tettuta, la padrona di casa, vedova ed erede della fortuna dei Rana, arricciando il nasino alle note di YMCA dei Village People. Il maggiordomo rispettosamente nega:
«Non a bordo piscina, signora»
«Ah beh, quand’è così passami pure l’apparecchio, l’esperto di bon ton sei tu»
«Il bon ton è nell’ambito dei miei compiti, signora. Non vorrei annoiare la signora, ma nel 2013 vinsi il campionato europeo di bon ton tra butlers ad Helsinki»
«James caro, sei un portento. Ora mi passeresti il cellulare?» fa Gilda, tendendo la mano.
«Certamente, signora. Ecco a lei» dice James, porgendo il telefonino con gesto aggraziato.
«Numero sconosciuto. Chi sarà mai, James? Pensi sia il caso di rispondere?»
«Potrebbe essere importante, signora. E’ insistente.»

Dalla sdraio vicina si sente un raschiamento metallico, qualcosa come il passare della carta vetrata su una chiazza di ruggine. Alla fine del gargarismo, la voce gracchiante suggerisce:
«Ma lasciali stare Gilda! Saranno i soliti rompiscatole che vogliono farti cambiare il gestore telefonico! Tutti albanesi, rumeni, o pugliesi!» afferma la donna, sorseggiando il prosecchino ghiacciato.
«Suvvia, nonna Pina, non è il caso di essere xenofobi. Anche loro devono mangiare» concede magnanimamente Gilda ai lavoratori dell’indotto telefonico. Nonna Pina, ultracentenaria nonna del fu cavaliere, scuote la testa:
«Ma che c’entra la xenofobia! E’ che non li capisco. Certo per te è facile, tu sei abituata al norreno…» riferendosi a Svengard, il vichingo che ha salvato Gilda dall’incendio del laboratorio e che parla solo il norreno. «A proposito, dov’è finito quel pezzo di ragazzone?»
«Eh nonna lo sai come sono fatti i vichinghi. Quelli ogni tanto devono navigare, solcare i lidi capisci? Aringhe, ordalie, cose del genere. Andava ai campionati vichinghi di corsa col barile con i suoi amici strambi, starà via un paio di settimane» sospira Gilda.
«E tu lo fai andare così?» chiede la nonna, preoccupata che Svengard possa cadere in qualche tentazione.
«O nonna, ti dirò, Svengard è tanto caro, tanto ma tanto focoso, ma quando è troppo è troppo nonna mia!» dichiara la Calva Tettuta, passando poi al dialetto come sempre le accade quando si infiamma:  «Fosse pé issu, se starìa sempre a ffà n’arte! Oh ma dico io, io c’ho pure da fà quarcos’antro eh! Adesso che non c’è più lu poru Evaristo, me tocca portà avanti la fabbrica, e non è che posso stà sempre a lettu a magnà aringhe, che armeno fosse ciavusculu, pó!» sbotta una esausta Gilda.
«Chi ha il pane non ha i denti» commenta disapprovando la nonna, con qualche rimpianto.

James tossisce leggermente per richiamare l’attenzione delle signore alla chiamata in attesa di risposta.
«Pronto? Chi parla?» chiede Gilda, rendendosi finalmente conto del motivo per cui ha in mano lo Huawei nuovo di zecca squillante YMCA. Dall’altra parte risponde una voce di uomo, sensibilmente anziano, che parla a fatica:
«Pronto?» dice tossendo l’uomo «pronto? Wanda? Wanda? Sei tu Wanda? Sono Emilio, Emilio Pallavicini…»
E’ una perplessa Gilda quella che risponde:
«No guardi signor Emilio, mi dispiace ma deve aver sbagliato numero, qui non c’è nessuna…» ma non fa in tempo a terminare la frase perché nonna Pina le ha strappato il cellulare di mano, è scattata a sedere sulla sdraio e risponde al suo posto:
«Emilio! Emilio! Sei tu, sei proprio tu?» poi, avendo evidentemente ricevuto una risposta affermativa, continua con voce improvvisamente addolcita:
«Sono io Emilio! Sono Wanda, la tua Wanda!» poi cambiando tono: «Ma che fine hai fatto, pezzo di disgraziato!»

Gilda osserva sbalordita la vecchia nonna del cavaliere. Poi, girando lentamente la testa, si rivolge al maggiordomo:
«James?»
«Signora?» risponde un imperturbabile James.
«James caro, tu sai qualcosa di questa storia?»
«Ne sono all’oscuro quanto lei, signora»
«Ah bene, la cosa mi rassicura. Che ne diresti di un cafferino?»
«Senz’altro, signora, deve essere giustappunto arrivato da Bangkok un pacco di Black Ivory, lo gradisce?»
«Tentatore! Sai che non resisto alle tue prelibatezze. Di che si tratta questa volta?»
«Chicchi estratti da feci di elefante, signora»
«Non sapevo che gli elefanti facessero il caffè, James. Non si finisce mai di imparare.»

Chi è questo Emilio? E perché chiama Wanda la nonna Pina? Lo scopriremo, con calma, nelle prossime puntate.

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Natale con Olena (X) – the end

Gilda, ancora incredula, appoggia la cornetta dell’interfono sulla sua base.
«James?»
«Signora?»
«Tirami fuori qualcosa di comodo, caro, andiamo a prendere il signore.»
«Come desidera signora. Posso consigliare la sahariana cachi?» – chiede James, pensoso.
«Lascia stare i cachi, James. Meno formale, se mi sono spiegata»
«Benissimo, signora. Se vuol perdonarmi un attimo» – dice James rinculando, avviandosi al guardaroba di Gilda.

Svengard ripone il barile di aringhe fermentate nel magazzino che è anche la sua stanza. Si siede sul letto, un asse di quercia con sopra un pagliericcio, e ripensa alle parole del saggio cinese Po: “Pallale, o glande uomo del Nold, pallale!”. Si alza, deciso, e si avvia verso il laboratorio.

Gilda e James sono davanti all’ingresso del laboratorio, dopo aver preso il treno Maglev guidato dal puntuale Hidetoshi Nakata. Gilda indossa una tuta color rosso fragola in maturazione di D&G, abbinata a scarpine  scintillanti. James le è di fiancoi; la Calva Tettuta lo guarda pensosa, con la testa lievemente inclinata e l’indice appoggiato alle labbra, e osserva:
«Quel caftano ti dona, James, sfina» – indicando la tunica che James indossa sopra la divisa da maggiordomo.
«Troppo buona, signora. Ho preso il primo straccetto che mi è capitato in mano»
«Hai sempre buon gusto, James. James caro, che significa “Access denied”?» – chiede indicando la risposta del lettore di iride che controlla il personale autorizzato all’ingresso nel laboratorio.
«Temo che la signora sia stata disabilitata» – ipotizza un perplesso James.
«Disabilitata? Ma io sono la moglie!» – sbotta Gilda.
«Il signore deve essere corrucciato»
«Corrucciato dici? Bene, adesso vediamo» – e cominciando a tempestare di pugni la porta blindata intima al marito:
«Evaristo! Apri immediatamente questa porta! Evaristo ti avverto, se non apri questa porta entro tre secondi faccio uno sproposito! Uno… due… Evaristo!» – finalmente dall’altra parte il cavalier Rana risponde:
«Gilda, che sei venuta a fare qua? Vattene, per favore» – chiede con voce troppo calma il cavaliere.
«Evaristo, apri questa porta. Non so che stai combinando, ma è ora di finirla con questa storia. Facci entrare e libera immediatamente quei ragazzi!»
Dopo tre secondi di silenzio totale, si sente il lieve clic della serratura della porta blindata. Gilda e James entrano nel laboratorio, dove il cavalier Rana è solo, in piedi, vicino ad una delle caldaie.
«Evaristo, per l’amor del cielo, torniamo a casa. Tu stai male, devi farti vedere da un medico» – cerca di convincerlo una preoccupata Gilda
«Male dici? Ah, ah» – risponde Rana con una risata lievemente inquietante – «Male? Non sono mai stato così bene invece, mia cara! La vedi questa?» – dice indicando una chiavetta USB che tiene in mano – «questa ci farà diventare ricchi!»
«Ma Evaristo noi siamo già ricchi, non ti basta ancora? Quanto ricco vuoi diventare?»
«Immensamente ricchi, cara mia… qui dentro c’è la formula per una tecnologia che ci permetterà di controllare la mente delle persone… nanocomputer in grado di installarsi direttamente nel cervello umano, che possono agire in rete ed essere comandati a distanza… con questi possiamo condizionare le persone e costringerli a comprare solo e sempre da noi…»
«Caro, per quello non c’è già la televisione o internet? Lascia stare i nani, caro, noi facciamo tortellini!» – cerca di riportarlo alla ragionevolezza Gilda
«E’ proprio questo che ci permetterà di prendere il possesso delle loro menti! Glieli aggiungeremo negli impasti e li introdurranno senza saperlo! E convinceranno altri a farlo! E ne vorranno sempre di più, ne imploreranno sempre di più, sempre di più, sempre di più! » – delira ormai il cavaliere.
Gilda guarda con orrore l’uomo che pensava di conoscere.
«Evaristo, è ufficiale, tu sei pazzo. Apri subito la porta del centro e fai uscire i ragazzi. Poi andiamo a casa, che ti faccio una puntura e chiamo il dottore. James, dammi una mano per favore» – ordina Gilda, cercando appoggio nel maggiordomo per riportare il marito alla calma.
«Fermi! Non muovetevi o sparo!» – intima il cavaliere, estraendo dalla tasca una vecchia Beretta M34.
«Evaristo per l’amor del cielo, metti via quella pistola! Che tanto non la sai usare» – azzarda Gilda. Il cavaliere, beffardo, risponde: «Vogliamo provare, Gilda cara?» – poi, indicando il cartello dove campeggia la scritta “Attenzione – pericolo” dice: «Volevi liberare i precari, cara? Accomodatevi, tu e il tuo chauffeur!» – dice spingendo i due verso la porta serrata.
«Mi permetto di correggerla signore, si dice butler  non chauffeur» – puntualizza un forse poco tempestivo James.
«Ma vaffanculo te e il butler!» – è la risposta del cavaliere, che apre la porta stagna con il telecomando e, spingendo dentro Gilda e il maggiordomo, si congeda con: «E salutatemi i precari!».
Poi rimessa in tasca la pistola, si avvicina alle caldaie e mette tutte le manopole della pressione al massimo. Un ultimo sguardo indietro ed esce, chiudendo la porta blindata, con un ghigno sul volto.

Nella foresta domestica i pigmei sono in agitazione. Qualcuno è uscito dal laboratorio e si avvicina a passi veloci. Lo riconoscono, è l’uomo che li nutre con quelle ciufeche ma che ogni tanto gli permette di rosicchiare qualcuno. I pigmei gli si fanno incontro.
«Pigmei, ascoltate!» – richiama l’attenzione il cavaliere. «Io me ne vado per un po’, voi arrangiatevi. Ah, prima di andare potete mangiare Christian De Sica.» – concede un magnanimo cavaliere, provocando mugolii di apprezzamento.
Silenziosamente, da dietro il gruppo di pigmei appare Olena, statuaria, divisa mimetica e colbacco in testa, con a tracolla il fido lanciarazzi RPG-32 Hashim.
«Dove voi pensa di andare, signuore?» – chiede Olena. I pigmei, impressionati, si prostrano e commentano sussurrando “bona”, “bona bona”. Il cavaliere, sorpreso, al vedere la russa tira un sospiro di sollievo.
«Ah, sei tu Natascia? Come mai hai lasciato la nonna? Fammi passare, non ti interessa dove vado»
«Me non interessa voi. Interessa quello che avere in tasca» – mette in chiaro le cose Olena.
«Quello che ho…» – prende tempo il cavaliere, rendendosi conto solo in quel momento della situazione. – «Quello che ho in tasca dici? Questo ho in tasca, in alto le mani!» – intima estraendo la Beretta. Olena lo guarda, con un sorriso sardonico. «Attento, tu potere fare male te con quella» – dice guardandolo negli occhi. – «Tu consegna me pistola e chiavetta, e nessuno fare male» – in tono che non ammette repliche. Il cavaliere, non decifrando il linguaggio del corpo dei pigmei, avanza verso Olena: «Te lo faccio vedere io se qualcuno si fa male» – dice prendendo la mira. Mentre Olena continua a sorridere, per niente impressionata, i pigmei si rialzano e la coprono, mettendosi uno sopra all’altro salendogli sulle spalle. Poi, lentamente, con in testa Gnugnu, iniziano ad avanzare verso il cavaliere.
«Ma che… Toglietevi dalle palle, teste di cazzo!» – ordina il cavaliere ai pigmei, ma è ormai troppo tardi. Questi gli sono addosso, lo disarmano e lo buttano a terra.
«No, fermi! Maledetti… Natascia, diglielo tu, fermali! Natascia, tieni, ecco la chiavetta, qui c’è dentro la formula, ma per carità liberami. Natascia!» – urla il cavaliere, terrorizzato.
Olena sorride al cavaliere, prende dalle sue mani la chiavetta, poi sorride a Gnugnu e fa un cenno di assenso con il capo.

«Buon appetito» – concede ai suoi devoti fedeli.

Svendard è a metà strada, quando sente il rumore delle esplosioni. Si mette a correre, e quando arriva a vedere il laboratorio inorridisce, vedendo i bagliori delle fiamme dell’incendio che sta sviluppando dentro.
Dalla gola emette un grido fortissimo: «Tullsta! Tullsta!» – che in norreno sarebbe «Gilda! Gilda!» e si lancia verso le fiamme.
Olena sta tornando verso la villa, quando sente l’urlo di Svengard, e sente una fitta allo stomaco. L’unico uomo che le ha resistito ha bisogno di aiuto, e si lancia nella sua direzione. Arrivata a 100 metri lo vede, intento a cercare di sfondare la porta blindata. Si inginocchia con il fido RPG-32 Hashim in spalla, e lo chiama: «Svengard! Svengard!» – finché il norreno non la sente e si ferma.
«Giù la testa, coglione»¹ – sussurra Olena mirando la porta blindata, appena prima di premere il grilletto.
La porta blindata viene polverizzata e Svengard entra nel laboratorio incendiato. Dal fondo sente un richiamo: «Aiuto! Aiuto! Liberateci!» – e riconosce la voce di Gilda. Afferra un calorifero in ghisa e getta 120 chili di vichingo e 50 di calorifero contro la porta che lo separa dal suo amore. Sotto l’urto i cardini cedono e Svengard piomba lungo disteso nello stanzone dove sono rinchiusi Gilda, James e i dieci ricercatori precari.
Gilda gli si china sopra e lo guarda attentamente, finalmente riconoscendolo: «Ah, sì tu? Fréchete, quanto c’ì misso a svegliatte!» – e lo prende dolcemente per mano, aiutandolo ad alzarsi.

Epilogo

All’ultimo piano dell’hotel Best Moskow, a due passi dal Cremlino e dalla Piazza Rossa, la cameriera del piano sta spingendo il vassoio della colazione che si appresta a portare nella suite presidenziale.
La ragazza, lunghi capelli neri raccolti in una coda, elegante nella divisa bianca e blu dell’albergo, bussa alla porta.
«Chi è?» – chiede una voce autoritaria dall’interno.
«Servizio in camera, signore» – risponde la cameriera
«Ah, si. Entri, lasci pure sul tavolo del salottino est»
La cameriera entra, apparecchia il tavolo del salottino scelto per la colazione, osserva la disposizione e poi chiede: «La colazione è pronta, signore. Ha bisogno di altro?» – e attende che dal bagno arrivi la risposta: «No, grazie, può andare».
La cameriera saluta ed esce, lasciando dentro il carrello con le bevande in caldo.
Nel bagno un uomo, disteso nella vasca Jacuzzi, sta parlando al telefono.
«Da, Da, John, ti ho detto che domani ce l’avrai. Che significa ci sono intoppi burocratici? John, guarda che la merce me l’hanno chiesta anche gli arabi… e quelli non hanno problemi di soldi. Ti sembrano troppi tre trilioni di dollari? Ma ti stai rendendo conto dell’importanza di questa scoperta? Ti rendi conto che significa poter controllare il cervello di chi è al potere nei vari paesi? John, non farmi perdere la pazienza!» – intima l’uomo all’interlocutore che sta tergiversando – «Se entro due ore non vedo il bonifico chiamo Kim. Vuoi che dia la scoperta a Kim? No? E allora muovi le chiappe, perdio! – e spegne il cellulare, gettandolo lontano con un gesto di stizza.
Solo allora l’uomo si accorge della figura in piedi nel vano della porta. La divisa da cameriera, ma i capelli biondi. Si gira verso di lei, paralizzato. La ragazza parla, la voce carica di delusione:
«E’ sempre stata una questione di soldi, vero? Solo soldi» – chiede Olena all’uomo nella Jacuzzi
«Ma chi… capitano Smirnoff! Come avete fatto a entrare?» – si guarda intorno cercando la pistola, rimpiangendo di averla lasciata nell’altra stanza. Olena coglie il suo sguardo.
«Cercate questa, colonnello Kutnezof?» – mostrandogli la Makarov a cui il colonnello è rimasto affezionato.
«Capitano, vi sapevamo ancora in Italia… come ha fatto…» – chiede il colonnello, preoccupato.
«Intende come ho fatto ad arrivare senza essere localizzata, colonnello?» – e gli mostra l’avambraccio, dove un cerotto copre i tagli del bisturi con cui Olena si è espiantata il chip. La ragazza continua, con disprezzo:
«Ideali, patria… soldi, solo soldi! Ho pulito il culo ad una vecchia per due anni, e si trattava solo di soldi!» – accusa Olena, sdegnata. Il colonnello abbassa la testa, sembra colpito. Poi la rialza, con aria di sfida:
«Ideali! Patria! Vieni a parlare a me di ideali! Questi sono i miei ideali!» – e così dicendo si alza in piedi, mostrando le cicatrici delle pallottole ricevute in Afghanistan e qualcos’altro che Olena valuta insufficiente. Il colonnello continua:
«Dov’erano gli ideali quando sono andati al potere mafiosi, papponi, ubriaconi, corrotti, quando si sono spartiti tutto, petrolio, gas, banche, quando hanno mandato sul lastrico milioni di famiglie! Dov’erano tutti questi difensori di ideali? Mi sono stancato di gente che si riempie la bocca di patria e manda gli altri a morire! Si, soldi, si tratta di soldi, adesso è il mio turno Olena, tocca a me far girare la giostra adesso! E anche tu puoi farne parte, se vuoi… possiamo dividere, ho già i compratori… dammi retta Olena!»
Olena ascolta colpita dalle parole del vecchio soldato, che nudo davanti a lei le spiattella una verità che non avrebbe voluto sentire.
«Questo non sarà mai, colonnello. Sedetevi, prego» – dice Olena, cercando di far recuperare un minimo di dignità al suo superiore. Ma il colonnello ormai non ha più freni:
«Sei una stupida Olena! Guardati intorno! La guerra l’abbiamo persa, lo vuoi capire, l’abbiamo persa! La loro bandiera sventola lì, sulla piazza Rossa, come la nostra sventolò un giorno sul Reichstag!» – proclama enfaticamente Kutnezov, indicando la bandiera di McDonalds.
«Noi non abbiamo perso.» – scandisce Olena – «Voi! avete tradito.» – e così dicendo, estrae la chiavetta USB e la schiaccia con il tacco dello stivale.
«No!!! Disgraziata, cosa hai fatto!!! Hai distrutto la nostra fortuna, la mia fortuna» – piange il colonnello, cadendo in ginocchio. Ma Olena ha già voltato le spalle. Il tempo di montare il silenziatore, si gira e spara.

«Увидимся в аду, полковник»² – saluta Olena, soffiando sulla canna della pistola.

Dalla porta girevole dell’albergo esce una donna alta, avvolta da un mantello violetto, con un cappuccio calato sugli occhi. Un’occhiata intorno senza alzare lo sguardo, e scende le scale che la portano al marciapiede. Di fronte all’albergo una Maserati con vetri oscurati.
Olena valuta la situazione. Troppo allo scoperto, scappare è impossibile. Stringe la Makarov del colonnello nella tasca del mantello, e avanza verso la macchina. Vede il finestrino abbassarsi, è pronta.
«Natascia!» – sente chiamare – «Natascia! Vieni qui, figlietta!»
Sbalordita, Olena si avvicina all’auto. Apre la portiera posteriore, e vede nonna Pina, in pelliccia di visone, fumare una sigaretta da un lungo bocchino. La vecchia sorride beffarda.
«E dai Natascia, sali, non abbiamo tutto il giorno» – la incita nonna Pina.
Natascia chiude la portiera e sta per fare il giro della macchina, quando dal posto di guida esce qualcuno che conosce bene. James, impeccabile nel suo completo da maggiordomo ma con in testa  un cappello da poliziotto ricevuto in dono dai Village People, scende e gli apre la portiera.
Gli sorride, e guardandola fissa negli occhi le dice:
«Si accomodi madame, benvenuta»
Olena si ferma un attimo. Guarda nonna Pina che ridacchia, e James che le sorride.
Alza gli occhi verso il cielo, ed il sole rimbalza nei suoi occhi blu e colpisce la visiera del cappello di James. Mentre un sorriso le illumina finalmente il viso, guarda James con qualcosa che somiglia ad affetto e gli dice:

«Fatti in là, finuocchietto. Guido io».

THE END

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¹ Confesso che ho scritto tutto questo solo per poter mettere da qualche parte questa citazione.
² “Ci vediamo all’inferno, colonnello”