Ma che bella pensata!

In questi giorni, sull’onda delle manifestazioni giovanili che chiedono di darsi una mossa per contrastare il cambiamento climatico, qualche forza politica sta proponendo di concedere il voto anche ai sedicenni. In questo sembrano distinguersi i “ggiovani” pentastellati e qualche esponente della sinistra; anche l’ex premier Enrico Letta sta dicendo la sua in proposito cosa che mi fa riconsiderare la posizione del successore Matteo Renzi nei suoi confronti.

Bella pensata!

Personalmente come sapete sono per l’abolizione o almeno la revisione del suffragio universale, e sostengo la necessità di istituire una patente elettorale a punti; questo non contrasta ovviamente con l’abbassamento dell’età dell’elettorato passivo, che attualmente è di 18 anni (ovvero la maggiore età) per la Camera e di 25 anni per il Senato, però mi porta a proporre dei limiti o paletti o condizioni che dir si voglia per abbassare la soglia vigente.

Ecco dunque la lista dei requisiti¹ che il sedicenne aspirante votante dovrà dimostrare di possedere prima di essere ammesso alla cabina elettorale:

  • essere in grado di riassettare la propria cameretta compreso rifarsi il letto giornalmente, cambiare le lenzuola e spolverare ogni superficie almeno settimanalmente;
  • aver compreso il significato di “far scendere i passeggeri prima di salire” in occasione di accesso a mezzi pubblici quali treni, metropolitane, tram, bus et similia;
  • togliere dalle spalle zaini zainetti ed ogni ingombro molesto prima di accedere ai suddetti mezzi pubblici;
  • scambiare almeno dieci frasi di senso compiuto al giorno con i propri genitori, per chi ha la fortuna di averli; dovrà inoltre mostrare la cronologia telefonica con cui certifica di aver telefonato almeno una volta alla settimana ai nonni, ed in mancanza di questa un attestato firmato dai nonni medesimi;
  • non essere juventino;
  • avere una idea seppur vaga di quanto costi alla sua famiglia mantenerlo in termini di vitto, alloggio, vestiario, studio/lavoro, sport/svaghi e generi voluttuari e aver considerato che tutto quello di cui beneficia non piove giornalmente come manna dal cielo ma c’è qualcuno che si fa il mazzo spesso svegliandosi all’alba e tornando tardi la sera per guadagnarlo;
  • essere in grado di recarsi in autonomia presso l’ufficio elettorale della città in cui si risiede;
  • conoscere almeno il cognome del medico di famiglia;
  • aver sperimentato che è possibile fare la doccia in dieci minuti e non è necessario ogni volta svuotare il boiler; che gli indumenti sporchi non si gettano da soli nel cesto della biancheria e non si lavano da soli; che la lavatrice non funziona ancora con onde cerebrali ma è dotata di un dispositivo di accensione/spegnimento che può essere usato senza detrimento alcuno per la propria virilità/femminilità;
  • aver pensato almeno una volta nella vita di non essere un genio e aver avuto il sospetto che, anche se difficile, nel mondo potrebbe esserci qualcuno che ne sappia un po’ più di se stessi in un campo qualsiasi dello scibile umano.

A queste condizioni da parte mia non ci sarebbero obiezioni nel permettere di votare; vorrei però mantenere un numero chiuso, come si fa ad esempio per l’Università di Medicina (infatti sembra che manchino medici in Italia, e per fortuna, che mi pare si campi un po’ troppo) e quindi, parallelamente all’ingresso di questi nuovi elettori, farei partire una bella campagna per la dismissione (o rottamazione) di quelli vecchi, con eco-incentivi e sgravi fiscali.

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¹ Con questi criteri io stesso a stento sarei stato ammesso; a sedici anni però riflettevo che, alla mia stessa età, mio padre era andato in guerra, ed io ero capace a malapena di smontare un rubinetto .

Mo’ me lo segno

Qualche giorno fa si è tenuta una Assemblea Generale dell’Onu dal titolo “Climate Action Summit 2019”, ovvero una conferenza sulle azioni da intraprendere per evitare la catastrofe ecologica prima che sia troppo tardi. Più di settanta paesi¹ si sono impegnati a ridurre progressivamente le emissioni di gas serra fino ad azzerarle del tutto entro il 2050: si può dare di più, come cantavano Tozzi Morandi e Ruggeri una trentina abbondante di anni fa.

Gli Stati Uniti, il più grosso consumatore di risorse e di conseguenza il più grosso inquinatore, non era nemmeno stato invitato dato l’atteggiamento di assoluto negazionismo di questa amministrazione (ma anche le precedenti, al di là di annunci di facciata, non è che abbiano brillato). Mr. Trump ha fatto una comparsata, giusto per far capire che quella è casa sua ed attirarsi il giusto biasimo di Greta Thunberg, la battagliera attivista che piaccia o non piaccia sta mobilitando milioni di giovani.

Guardiamoci in faccia, amici cari: questi impegni presi in nostro nome, ancorché blandi, vogliono dire in soldoni rinunciare progressivamente ai combustibili fossili, e specialmente al carbone; ridurre drasticamente gli allevamenti intensivi animali, specie bovini e suini, e dunque mangiare molta meno carne; combattere cementificazione, desertificazione e deforestazione; in sostanza un cambiamento culturale ed economico che va ad incidere sullo stile di vita e che dovrebbe riguardare innanzitutto chi più è responsabile della situazione attuale, ovvero i grandi paesi industrializzati.

E, dato che l’apparato militare è uno dei più grossi inquinatori, schierarsi decisamente per una riduzione degli armamenti.

Senza dimenticare che, se le disuguaglianze invece di diminuire crescono, è sommamente ingiusto pretendere gli stessi standard per tutti: e che facciamo, la flat tax dell’ambiente? Chi più ha avuto (e più inquinato) più deve dare, e casomai aiutare gli altri a non essere costretti ad inquinare a loro volta.

Ora, a parole siamo tutti d’accordo con Greta, ma quando poi si tratta di cambiare, convertire il proprio modo di vivere la faccenda è ben diversa.
Siamo disposti a fare questi sacrifici? A consumare meno energia, meno suolo, a mangiare diversamente? A viaggiare meno, a volare meno, ad usare meno gli apparecchi elettrici, a produrre in fin dei conti meno? E come la mettiamo con le merci che percorrono migliaia di chilometri, come la mettiamo con le consegne a domicilio così comode e pratiche?

No, perché se pensiamo che si tratti solo di abbandonare il petrolio (che prima o poi finirà, anzi non mi spiego come mai alcuni scienziati già anni fa lo davano per esaurito entro i primi anni del presente secolo e invece siamo ancora ad estrarre milioni di barili) e continuare a fare quello che facciamo adesso come niente fosse, sperando in un miracolo tecnologico che semplicemente sostituisca le fonti energetiche “sporche” con energia “pulita” siamo fuori strada, o meglio siamo dei grandi ipocriti: a quel punto allora è più onesto Trump a dire “me ne frego, lo stile di vita americano non si tocca, e gli altri si arrangino”…

Comunque nel 2050, se ci sarò _ e non è del tutto improbabile dato che la “razza” è abbastanza longeva (anche se in fondo non è che ci tenga così tanto) _ avrò 91 anni: mo’ me lo segno, come diceva Troisi in Non ci resta che piangere, il bellissimo film del ’85, ben prima che iniziassero le conferenze sui cambiamenti climatici.

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¹ I membri dell’Onu sono 196…

Una birra per Olena (XXI)

«O Po, figlio del celeste impero, il mio stomaco brontola e si lamenta, è pronta questa zuppa?»
Svengard, dopo aver posteggiato il drakkar nell’isola di Gotska Sandön e precisamente sulla spiaggia di Salüdden, nel bel mezzo dell’area di protezione delle foche, e dopo aver presieduto alle operazioni di sbarco ed apparecchiamento della tavola da pranzo, si è seduto a capotavola e, brandendo un cucchiaio di legno, si agita nervosamente.
Dalla nave finalmente scendono i gemelli Uppallo I e Uppallo IV reggendo un pentolone fumante; dietro di loro avanza Po, con bandana in testa e mestolo in mano.
«Mmhh, che odorino!» esclama la bionda e affamata violinista Anastasija, seduta alla sinistra di Svengard, battendo le mani. «Che cos’è questa delizia, maestro Po?»
Po, visibilmente lusingato, fa un piccolo inchino e risponde:
«O fanciulla dall’animo gentile, non come qualche tloglodita di mia conoscenza incapace pelsino di lavalsi le mani plima di sedelsi a tavola» dice fissando con intenzione Svengard, che si guarda intorno fischiettando «mi onoli chiamandomi maestlo. In velità in gioventù mi dilettavo con il bianqing¹, nel quale eccellevo tanto da guadagnalmi il soplannome di “mago della mazza”, ma chiamalmi maestlo è un po’ esagelato»
«Scusate maestro, non conoscevo i vostri trascorsi musicali» confessa Anastasija, comprendendo di essere stata equivocata «in realtà mi riferivo all’arte culinaria. Come si chiama questa vostra pietanza?»
«Culi…» realizza Po, arrossendo, tra le risatine degli Uppalli che si beccano immediatamente una mestolata in testa. «Ehm, celto, celto, culinalia… questo è un piatto di mia invenzione, si chiama cacciucco alla cantonese. Ho appoltato qualche piccola valiazione alla licetta tradizionale del cacciucco alla livolnese»
«Davvero? E di che si tratta?» chiede per educazione la pianista, che non vede l’ora di affondare il cucchiaio nella zuppa e di conseguenza pochissimo interessata alle spiegazioni del cinese.
«Al posto del polpo metto l’alinga; al posto dello scolfano l’alinga; al posto dei calamali l’alinga; al posto delle seppie l’alinga; al posto dei clostacei…»
«L’alinga?» chiede il pianista, seduto in fronte alla sua partner.
«No, il melluzzo» lo fulmina Po con un’occhiataccia.
«Ma è la solita zuppa! Aringhe e merluzzo!» sbotta Svengard prima di essere colpito da una mestolata sull’elmo.
«E a tavola ci si toglie il cappello, caplone, specialmente quando ci sono ospiti!»  lo rimprovera Po, passando poi alla distribuzione del rancio che, nonostante la scarsa varietà del pescato, strappa gridolini di soddisfazione agli affamati commensali.

Dato fondo alla pignatta e ripuliti i piatti con una accurata scarpetta di pane di segale, i nostri si rilassano; compare una nuova bottiglia di Kostenkorva e, mentre Svengard si accende la fida pipa, il pianista inizia il suo racconto.
«Innanzitutto, cari amici, voglio ringraziarvi per la squisita ospitalità. Nonostante le vostre deficienze musicali, il vostro animo è delicato»
Uppallo I annuisce facendo piedino ad Anastasija, che corrisponde.
«Vi chiedevate come siamo finiti a suonare su di una zattera nel bel mezzo del mar Baltico: ebbene, eravamo in concerto sul lago di Como, sapete, quello reso famoso da George Clooney, e l’esibizione si svolgeva su una piattaforma trainata da un piccolo motoscafo a pochi metri dalla riva. Un evento francamente trash, al quale di norma ci saremmo sottratti se non fosse che il cachet che ci è stato proposto non era di quelli che potessero rifiutarsi.»
«Ah, la purezza dell’arte!» declama Svengard, poetico.
«Ma sfortunatamente non avevamo fatto i conti con la mia ex fidanzata, Mikako»
«Quella maniaca!» commenta acida la leggiadra violinista.
«Poverina, soffre…» la difende il pianista. «Dovete sapere che Mikako è una brava cantante lirica, di animo profondamente sensibile; purtroppo ha questo problemino (oltre alla voce eccessivamente stridula) che la rende vulnerabile»
«E quale sarebbe questo problemino?» chiede Uppallo I per pura cortesia, più interessato ad allungare le mani sotto il vestito della violinista.
«Ecco, Mikako è purtroppo gelosissima, e non sopporta vedermi dividere il palco con altre donne che non siano lei: e capirete che nel nostro lavoro non è sempre possibile avere a che fare con soli musicisti uomini. Questo aspetto del suo carattere nel tempo ha creato parecchie, ehm, incomprensioni»
«Incomprensioni le chiama! Quella andava in giro a minacciare la gente, a rompere gli strumenti, a tagliare vestiti e capelli alle orchestrali! E chissà dove sarebbe arrivata se…» interviene ancora Anastasija.
«Comprenderete» riprende il pianista «come alla lunga il nostro rapporto si sia logorato, ed abbia dovuto decidermi a troncare il fidanzamento»
«Ed a farla internare, finalmente!»
«In effetti, quando Mikako mi rigò la fiancata della macchina nuova e diede fuoco al mio appartamento pensai che fosse meglio, per il suo bene ovviamente, chiedere un aiuto medico. Purtroppo però ogni volta che viene dimessa si mette alla mia ricerca e, dato che non posso impedire di pubblicizzare i miei impegni, finisce sempre per trovarmi. Ho dovuto assoldare delle guardie del corpo, ma stavolta non è bastato»
«Che è successo, insomma? Continua, sento che da questa storia potrei trarne una bella hit» chiede il minore degli Uppalli, interessato.

«Saputo che ci saremmo esibiti su di una piattaforma ha noleggiato un grosso elicottero e ci ha agganciato; il motoscafo è riuscito a staccarsi, altrimenti sarebbe volato insieme a noi… l’allarme ha tardato ad essere diramato in quanto tutti pensavano che la scena facesse parte dello spettacolo, anzi da lontano sentivamo degli applausi entusiastici… abbiamo volato per delle ore, temendo il peggio, ed alla fine ci siamo addormentati. Quando ci siamo svegliati eravamo in mezzo al mare, e Mikako ci aveva lasciato un biglietto»
«”Ti” aveva lasciato un biglietto» puntualizza la bionda.
«Si, mi aveva lasciato… eccolo qui, guardate» e passa un fogliettino rosa al suo vicino Svengard.
« “Oreste Cardamomolis sei un coglione, vai all’inferno tu e la tua zoccoletta. Bacioni, tua aff.ma Mikako” . E chi sarebbe questo Cardamomolis?» chiede Svengard, grattandosi l’elmo.
«Oreste Cardamomolis sono io, o incolto» puntualizza il pianista.
«E la zoccoletta?» chiede imprudentemente Uppallo IV, beccandosi un pedatone dal gemello maggiore.

Il racconto viene interrotto da una voce con un forte accento portoghese, al quale risponde un raspare di ali e di gola:
«Stro-nso!»
«Craa! Sto-lto!»
«No stolto! Ho detto stro-nso! Stron-so!»
«Craa! Sto-rno!»
«Stro-nso, stro-nso! Ma sei stupido?»
«Craa! Stupido è chi lo stupido fa²! Cra!!»
«Testa de casso!»
«Che fracasso! Craa!»
«Noo! Ho detto Te-sta de ca-sso, ripeti!»
«Ma sei stupido? Craa!!»

«Ma che sta succedendo, cosa sono questi strepiti?» chiede Oreste, preoccupato che Mikako si faccia viva.
«Niente, non fateci caso» rassicura Svengard «è Giuseppi Tronfionaro, l’addestratore di pappagalli, che sta insegnando le parolacce al nostro Spread»

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¹ I Bianqing sono antichi strumenti a percussione cinesi che consistono in due o tre file di pietre piatte a forma di L appese a due pali orizzontali. Sono suonati con delle mazze di legno, ed il suono è prodotto dalla vibrazione della struttura stessa.
² Non ho potuto resistere alla citazione.

Il Dubbione

Sicuramente qualcuno rimarrà perplesso se non addirittura scandalizzato dal fatto che un intellettualone del mio calibro segua il programma “I soliti ignoti”, condotto dal bravo Amadeus su Rai Uno, subito dopo il Tg. A dire il vero, ma lo sapete già, preferisco “L’eredità” dove almeno i concorrenti devono possedere un minimo di cultura generale ma che a volte, complice l’emozione o la fretta o la genuina ignoranza dicono degli strafalcioni divertenti e preoccupanti, come ad esempio gli sventurati che hanno fatto diventare cancelliere Adolf Hitler nel 1979, ‘64 o ’48 o la marziana che ha collocato l’eccidio delle Fosse Ardeatine nel ’71.

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Da tempo propugno la revisione del suffragio universale: chi non sa niente è propenso a credere a tutto.

In attesa del ritorno dell’amato format, mentre sorbisco il caffè e traffico con la posta elettronica il garbo e la simpatia di Amadeus mi tengono compagnia. Una volta mi faceva compagnia anche il cane, ma da quando è morto vengo abbandonato alle mie lamentele e intemperanze.
Il funzionamento del gioco è semplice: si tratta di abbinare ad otto ignoti la propria identità (ad esempio: “fabbrica cravatte”; “seduce con la danza del ventre”; “fa ballare le dita”…) solo guardandoli; si possono chiedere al massimo tre indizi, che il più delle volte confondono maggiormente invece di chiarire e tre incontri ravvicinati per osservare da vicino qualche particolare dell’ignoto (spesso le mani, per controllare se c’è qualche callo; qualcuno più intraprendente gira intorno alle ignote, per apprezzare non si sa bene cosa). Il montepremi è considerevole ma nel corso del gioco ci sono due “imprevisti”, come nel gioco dell’oca, che possono azzerare quanto guadagnato fino a quel momento.
Infine, per portare a casa il bottino accumulato, viene fatto entrare un tizio ed il concorrente deve indovinare di quale degli ignoti è parente. Solitamente è un congiunto stretto, e bisogna essere bravi in base all’età ed alle rassomiglianze ad abbinarlo con uno degli otto.
Essendo pochissimo fisionomista confesso di sbagliare regolarmente gli abbinamenti, per cui se dovessi partecipare vincerei un bel niente, ma c’è gente davvero brava nel cogliere i particolari, occhi, naso, bocca, orecchie ed ogni tanto qualcuno porta a casa qualche soldino.

A questo punto un sentito “e chi se ne frega delle tue perversioni” capisco che possa anche starci, ma lasciatemi parlare della novità di quest’anno: il Dubbione.

Quando il concorrente ha penato per un’ora per accumulare qualche euro e cercare di capire di chi accidenti è parente quel signore che apparentemente niente ha a che fare con quelli che ha alle spalle ed ha formulato le congetture più fantasiose deve scegliere: e la scelta è irreversibile. Il prescelto si posiziona vicino al parente, musichetta di suspence, scongiuri e tensione : è lui o non è lui?
Ma quest’anno ecco che i misericordiosi autori sono venuti incontro ai concorrenti, alla modica cifra di metà del montepremi conquistato: hai un ripensamento? Non sei proprio sicuro di quello che hai scelto? Esprimi il Dubbione entro dieci secondi, e potrai cambiare cavallo.

E’ davvero utile il Dubbione! A quante e quanti sarebbe piaciuto averlo a disposizione quando una scelta che a prima vista sembrava oculata si è rivelata essere una boiata pazzesca? A quante e quanti è capitato sull’altare di voltarsi verso il testimone, e considerare di star facendo una cazzata? Ah, se ci fosse stato il Dubbione!

Chissà, forse anche un certo politico molto noto per la scelta dei maglioncini sta rimpiangendo di non aver avuto a disposizione il Dubbione dopo aver imboccato una strada incomprensibile e autolesionista… ma meno male che non c’era!

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Una birra per Olena (XX)

«O Svengard, compagno di mille bisbocce» dice il più giovane degli Uppalli osservando preoccupato la bottiglia di Kostenkorva ormai vuota ed il pianista riverso sul barile «che bisogno c’è di fermarci in quell’isola disabitata? Non è meglio tirare fino a Gotland finché il sole è alto nel cielo? Non abbiamo a bordo né cani né bambini né nonni che giustifichino soste all’Autogrill, mi pare»
Svengard scuote l’elmo cornuto e rivolge all’amico uno sguardo benevolo, introduttivo alla spiegazione che si appresta a fornire.
«Vecchio amico, tu sai quanto ti stimi. Le tue qualità sono conosciute ed apprezzate dal mare di Barents fino al canale di Skagerrat. E non mi riferisco alla maestria nel comporre canzoni, per essere chiari»
«Ah, no? E di che si tratta allora? Della mia simpatia, della mia arguzia?» chiede curioso il cantautore.
«Niente di tutto questo, caro mio: faccia tosta ed ignoranza, quelle sono le tue doti. Impareggiabili entrambe, specialmente l’ignoranza. Come si fa a definire “isola disabitata” Gotska Sandön? E’ persino parco nazionale!»
«Sarà anche parco nazionale, mare dune e uccelli in libertà, ma non c’è anima viva!» protesta Uppallo IV.
«Questo non è assolutamente vero» spiega il vichingo. «Gotska Sandön, oltre ad offrire rifugio e protezione a specie animali e vegetali, ospita custodi e personale del parco; numerosi visitatori si recano a visitarla, specialmente d’estate.»
«E sia pure» concede il cantante «ma da quando in qua ti interessi di dune o migratori? Non per farti fretta, o cornuto (mi riferisco all’elmo, naturalmente) ma la tua donna ti sta aspettando e, a differenza delle sue poppe, non mi sembra che la pazienza sia uno degli aspetti più sviluppati del suo carattere. Guardami negli occhi, per quanto il copricapo te lo consenta, e vuota il sacco: che diavolo dobbiamo fare a Gotska Sandön?»

Il vichingo inspira profondamente e poi, indicando il pappagallo Spread, inizia a parlare:
«Gilda non crederà mai che quello sia Flettàx… ma lo hai sentito? “Venti gradi e dieci decimi a dritta…” è troppo preciso! Troppo educato, troppo rispettoso, non insulta, non dice una parolaccia, niente!»
«Bè, effettivamente… magari potresti dire che ha sbattuto la testa, o magari sbattergliela veramente da qualche parte…» suggerisce Uppallo IV.
«Questa è in effetti una possibilità» concede Svengard «ma prima vorrei tentare un’altra strada. Tu sai che su quest’isola vive il più grande addestratore di pappagalli del mondo? Qualcuno lo considera uno sciamano, dicono sia un fenomeno…»
«Sciamano? Ma tu vaneggi amico mio, non avrai mica mangiato aringa fermentata andata a male, vero? Non ti sarai convertito al new age? O è l’astinenza che comincia a darti alla testa? E chi sarebbe poi questo fenomeno, e in che modo dovrebbe esserci di aiuto?»
«Frena, frena, piccolo Uppallo! Una cosa per volta, mi confondi» lo ferma Svengard. «Il nostro uomo è un italo-brasiliano, si chiama Giuseppi Tronfionaro»
«Tronfionaro? Mai sentito. Ma chi è?»
«Si dice» riprende Svengard «che fosse un potente capotribù, costretto a lasciare la sua terra a causa degli incendi»
«Una vittima della deforestazione, un combattente ecologista?» chiede Uppallo IV, con un fremito di indignazione.
«Ehm, ecco, non proprio… Tronfionaro più che combattente era un visionario… sognava di trasformare l’intera Amazzonia in un grande condominio pieno di boschi verticali ed orti urbani. Scopo più che nobile, se ci si pensa, e molto democratico: assemblee di condominio, amministratori eletti, manutenzione programmata…»
«Assemblee di condominio? Ma che diamine…» mormora l’aedo, che inizia a capire.
«Naturalmente, come ogni rivoluzionario ben sa, prima di costruire il nuovo bisogna abbattere il vecchio… e così Tronfionaro e i suoi seguaci si misero di buzzo buono a incendiare la foresta. Sottovalutarono il fatto che nella foresta ci abitavano anche loro, e così si ritrovarono senza foresta, senza case e ricercati dalla polizia di mezzo mondo»
«Un deficiente, insomma!» sbotta infine il cantante «E tu vuoi andare a trovarlo, quello è capace di darci fuoco alla nave!»

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Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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pezzo di capezzone!

«James, caro, che ne pensi dell’abito del nuovo ministro dell’agricoltura?» chiede Gilda, sdraiata nella sua chaise longue Frau.
«Un abito in organza e chiffon con piccole balze, in un bel blu, perfetto per la sua silhouette – approva il maggiordomo -. Abbinato magistralmente a delle slingback nere. Accessori in tinta con il piccolo torchon che incornicia lo scollo dell’abito. Sono sicuro che anche Girifalchi approverebbe».
«Sono contenta ti sia piaciuto, temevo lo ritenessi troppo sobrio» dichiara Gilda, sollevata.
«Assolutamente, signora, la vera eleganza è rispettare il proprio stato d’animo: la signora si sentiva entusiasta ed ha fatto benissimo a presentarsi in blu elettrica a balze. Sincera come una vera donna sa essere». conclude James, con un lieve inchino.
«Ma poi James, diciamocelo pure: a qualcuno è mai venuto in mente di criticare come veste un ministro uomo? A parte che sono tutti ingessati come manichini, poveretti. Che stupidaggine è questa?»
«Effettivamente, signora, il  commento non è stato dei più pertinenti. Un ministro si giudica dai suoi atti, non dai vestiti che indossa. Un gentiluomo  chiederebbe scusa e si presenterebbe con un mazzo di fiori»
«Hai detto bene, James, un gentiluomo… ma un capezzone?»

 

 

Una birra per Olena (XIX)

Tåsjön, sylt blåbär klippan matrand,
Fjällberget söderhamn,
ah ja ja ja!
Tåsjön,sötvedel kämpig aröd,
Sunnersta mordegal,
ah ja ja ja!¹

L’agile drakkar pilotato dal vichingo Svengard, lasciato alle spalle il Golfo di Botnia ed il Mare di Åland, si dirige verso le coste della Germania solcando il mar Baltico a vele spiegate. La ciurma è dedita alle occupazioni abituali: i gemelli Uppallo I e Uppallo IV seduti in plancia su dei barili di catrame vegetale intonano una virile canzone norrena mentre il cinese Po, nominato cambusiere e cuoco di bordo, sta preparando un piatto della tradizione sino-finnica, l’involtino di aringa marinata a primavera.

Poco prima di arrivare all’isola di Gotland, dalla coffa sulla quale è appollaiato il pappagallo Spread si alza un grido penetrante:
«Craa! Craa! Uomo in mare! Venti gradi e dieci decimi a dritta! Craa!! Uomo in mare!»
Tutti si precipitano verso la fiancata destra della barca, pronti a lanciare le ciambelle di salvataggio ed a tuffarsi per salvare i naufraghi, ma quello che vedono li lascia stupiti e perplessi: si tratta infatti di una zattera sulla quale una coppia in abiti da sera laceri sta eseguendo un duetto per violino e pianoforte; intorno al natante improvvisato sono posizionate delle canne da pesca, con le lenze visibilmente ricavate dalle corde della ottava più bassa del piano, le più lunghe. I due musicisti, infervorati nella loro esecuzione, sembrano non accorgersi nemmeno dell’arrivo dei salvatori.
«Ehi, di bordo, serve aiuto?» chiede loro Uppallo I, apprezzando la perizia degli artisti e soprattutto l’avvenenza della violinista.
I due si riscuotono e sorpresi si rivolgono all’equipaggio:
«O ignoranti!» risponde grato il pianista. «Non potevate aspettare che finissimo? E’ la sonata per violino e pianoforte numero uno opera settantotto di Johannes Brahms, e che cavolo!»
«Perdonaci, amico» si scusa il maggiore degli Uppalli «Ci dispiace di aver interrotto il vostro concerto, chissà perché ci eravamo messi in testa che foste in difficoltà. Siamo stati ingannati nel vedervi alla deriva nel bel mezzo del Mar Baltico, errore nostro»
«Il Mar Baltico?!» esclamano contemporaneamente i due musicisti, guardandosi interdetti. Poi la bionda violinista punta l’archetto verso il partner artistico e con voce tremante di rabbia, che contrasta con il suo aspetto angelico, lo investe di improperi:
«Quella pazza, dovevi farla rinchiudere! E’ una demente, una sciroccata, quante volte te l’ho detto! Guarda dove siamo finiti per colpa di quella scimunita, e scommetto che hai ancora il coraggio di difenderla!»
«Anastasija, non essere così dura con la povera Mikako. E’ disturbata, poverina»
«Disturbata, dici, disturbata? Quella è matta da legare, altro che disturbata! Se avessi lasciato fare a me, a quest’ora non sarebbe ancora in giro a far danni, e non ci troveremmo in queste condizioni!»
Uppallo I, che non ha potuto fare a meno di notare che il viso della violinista si è imporporato rendendola ancora più bella, incuriosito dallo sfogo chiede:
«Se non è chiedere troppo, amici, possiamo sapere come siete finiti a suonare Brahms ai merluzzi del Baltico? Hanno un buon orecchio musicale ma come uditorio non è proprio quello che si può definire competente. Ma, a proposito di merluzzi» continua Uppallo I «volete fermarvi a pranzo con noi? Il nostro cuoco è un fenomeno per zuppe e affini. Ci farebbe piacere, non è vero amici? » chiede ai compagni di viaggio, che assentono con entusiasmo.
«Bè ecco, noi veramente avevamo in mente una grigliata…» prova a declinare l’invito il pianista lanciando un’occhiata alle improvvisate canne da pesca ma prima che possa finire la frase l’eterea Anastasija si lancia verso la scaletta di corda che pende dalla fiancata della nave, vi si arrampica agilmente e scavalca il bordo di slancio finendo in braccio al sollecito Uppallo I prontamente intervenuto per sorreggerla. Il cantautore indugia per la verità qualche secondo di troppo con la fanciulla tra le braccia, quasi paralizzato da una sorta di languore ma soprattutto impacciato da un certo turgore.

Il cinese Po, uscito dalla cucina con un mestolo in mano, in testa una bandana bianca ed indosso un grembiule a quadrettoni giallorossi si lamenta energicamente con i suoi:
«Quante volte devo dile che voglio essele avvisato plima di invitale gente a planzo! Questo non essele listolante e io non sono vostla selva!» ma poi rassicurato da Svengard ed incantato dalla leggiadria della giovane ospite, la cinge per le spalle e la guida in cucina chiudendosi alle spalle la porta, con grande delusione del resto dell’equipaggio.

Nel frattempo anche il pianista, seppur riluttante, guadagna il ponte della nave e si siede su di un barile.
«Aperitivino? » propone Uppallo IV.
«Perché no?» si rilassa il suonatore «Ci sarebbe uno spritz?»
«Mi dispiace amico, il prosecco è finito. Assaggia questa, va giù che è un piacere» e con un sorrisetto gli porge una tazza di Koskenkorva.

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¹Luglio, col bene che ti voglio
Vedrai non finirà
Luglio m’ha fatto una promessa
L’amore porterà – cfr. “Luglio”, Riccardo del Turco, 1968

Scrutando volatili

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Essendo universalmente noto che non ci capisco una cicca di uccelli & affini, ci si potrebbe chiedere che cosa stessi osservando con tanto interesse. Ricercavo l’ispirazione? Un senso alla vita anche quando un senso non ce l’ha? La ragione per cui quella colonia di cigni si è insediata proprio in quello specifico posto e ci sta da Dio? Il perché, quando si può andare a mangiare pizzoccheri e sciatt belli comodi con le gambe sotto al tavolo, ci si sdraia sull’erba a mangiare panini? Qualche malizioso potrebbe pensare che stessi ammirando la bionda sul motoscafino,  lo nego decisamente; e nemmeno il motoscafino, per la precisione. Pensavo che forse, ai cigni, se ci togliessimo tutti quanti di mezzo faremmo un favore, e allo stesso tempo mi chiedevo se il cigno con la polenta fosse commestibile: ed ero contento perché avevano dato brutto, ed invece c’era un sole estivo da scottarsi il naso. “L’autunno poi verrà”, cantava Peppino Gagliardi, a cui il grande Fabrizio de André rispondeva: “Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora”, riferito a Gagliardi, ovviamente. Una cosa per volta, cari amici: intanto godiamoci quel che c’è, poi si vedrà.

 

Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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