E’ arrivato Takimiri

L’arte circense è una delle forme più ammirevoli di spettacolo. Giocolieri, domatori, acrobati, pagliacci: ogni gesto sottende una preparazione ferrea, giorni e mesi e anni di esercizi per quei quattro, cinque minuti di esibizione che lasciano gli spettatori a bocca aperta.

Grandi famiglie storiche girano il mondo con i loro tendoni: gli Orfei, i Togni, gli Errani… elefanti, leoni, tigri, scintillio di paillettes, equilibriste in costumi succinti, macisti capaci di sollevare un’auto da soli. A proposito degli animali, alcuni cultori della natura ne invocano la messa al bando dai circhi. Passi per la corrida, ma sostenere che in un circo gli animali vengano torturati mi sembra azzardato.  Se fossero torturati veramente, ci sarebbe un grande turn-over di domatori. Al loro posto non sarei sereno nel condividere una gabbia con un leone che nutrisse del risentimento nei miei confronti.

Verso la fine del dicembre scorso nei dintorni di Macerata un commando dei suddetti, animato dalle migliori intenzioni, ha liberato un ippopotamo oppresso. Come è noto, l’habitat ideale di un ippopotamo è la strada provinciale marchigiana: ed è lì che libero e selvaggio il pachiderma si è diretto. Confesso che, come è capitato all’autista della Polo che è sopraggiunta poco dopo, anch’io sarei rimasto perplesso se non incredulo. L’immagine impressa nella retina avrebbe fatto fatica a raggiungere il cervello, e di conseguenza gli impulsi ad azionare l’impianto frenante sarebbero stati rallentati. La bocca spalancata non avrebbe aiutato, e purtroppo anch’io avrei investito la povera Aisha, 15 quintali, stroncandone in un sol colpo la fuga verso la libertà  e la vita.

Prima di Natale arrivava il circo Takimiri. Prendeva il nome dal suo fondatore, il clown-acrobata Takimiri; come tutti i circhi familiari ogni membro della famiglia aveva un ruolo, e spesso più di uno: così avreste trovato l’assistente del domatore alla cassa, e mi sono sempre chiesto come facesse a cambiarsi così in fretta.

Da piccoli nostro padre cercava di stimolare in noi doti acrobatiche. Si metteva lungo disteso sul letto, con le braccia in alto, e noi ci posizionavamo con i piedi sulle sue mani; dopodiché dovevamo cercare di rimanere in equilibrio mentre ci sollevava. Maneggiando il ferro, a lui veniva abbastanza agevole; con qualche rimpianto devo dire di non aver riproposto l’esercizio a mio figlio.

A nostra volta inventavamo giochi aerei: uno di questi vedeva i miei fratelli, a turno, prendere una breve rincorsa  in corridoio alla fine della quale io li aspettavo, seduto in terra, e spingendo il loro piede con le mani incrociate li catapultavo alle mie spalle, sul letto di mia sorella (che, privilegiata, aveva una cameretta per se). Grandi risate: finché, vuoi per la rincorsa troppo veloce, vuoi per la spinta troppo energica, catapultai il più leggero dei tre non sul letto, ma sulla finestra. Prendete la miglior situazione comica ma mettetela in un contesto inadeguato e il riscontro del pubblico non sarà gratificante.

Di situazioni comiche se ne intendeva il buon Takimiri: uno dei suoi numeri preferiti era quello di coinvolgere il pubblico in qualche impresa ridicola. In ognuno di noi è presente una piccola componente sadica, che gode nel poter sbeffeggiare i propri simili, specialmente dopo aver rischiato di essere quei simili. E arrivò così il momento del “Ed ora, prendiamo tre volontari dal pubblico!”.

Io, e credo di averlo ben rappresentato finora, voglio bene a mia madre. Molto. Tuttavia non posso garantire che i pensieri che mi attraversarono la mente, nell’attimo in cui alzò la mia mano, furono di amore filiale. In un baleno mi ritrovai al centro della pista, insieme a due compagni di sventura, destinati di lì a poco a rientrare nel novero dei diversamente amici.

Nel primo esercizio, di riscaldamento, si trattava di impersonare le tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Non parlare mi riusciva abbastanza bene. Nel secondo, più di abilità, si trattava di sedersi su una sedia rovesciata in terra, che bisognava rialzare salendoci  sopra dalle gambe. Realizzai più tardi che quello era solo un test di idoneità.
Il clou, infatti, era il terzo gioco. Ci avrebbero legato ciascuno ad una gamba dell’altro, ed avremmo dovuto correre verso la parte opposta della pista, dove il primo arrivato avrebbe guadagnato il premio consistente in un biglietto per un altro spettacolo. Se fate mente locale, visualizzerete che essendo in tre, quello di sinistra aveva la gamba destra legata, e quello di destra aveva la gamba sinistra legata.

In mezzo, c’ero io.

Per cui entrambe le gambe erano legate; particolare che mi poneva in una condizione svantaggiosa, ma che sul momento non colsi. Takimiri si raccomandò di partire solo al suo fischio: ma sono sicuro che con i miei rivali avesse concordato un diverso segnale. Infatti il fischio mi colse abbastanza disunito: i due dimostrando scarsissimo fair play erano già partiti, sollevandomi contemporaneamente i piedi, e poco gloriosamente mi stavano trascinando verso la meta. Essere strascinati per il sedere oltre che poco onorevole è anche abbastanza doloroso, se avete provato a fare qualche metro sull’osso sacro saprete di che parlo:  tentavo di salvare il salvabile cercando di sollevarmi con le mani all’indietro, e l’effetto era quello di un ragnetto annaspante.

Ricordo vagamente l’arrivo, la liberazione dai legacci, le proteste per la falsa partenza, le risate del pubblico e l’applauso chiamato da Takimiri.

In quel momento un bel leone innervosito dai maltrattamenti mi avrebbe fatto proprio comodo. Ma Takimiri li trattava troppo bene, i suoi animali.

(37. continua)

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