Under the Dome

Nella serie televisiva Under the Dome (“Sotto la cupola”), tratta da un romanzo di Stephen King, una cittadina della provincia americana, Chester’s Mill,  rimane rinchiusa sotto una misteriosa cupola di energia. Nessuna possibilità di uscire all’esterno. Le risorse iniziano a scarseggiare: l’acqua, il cibo, i medicinali, il carburante, tutto è destinato ad esaurirsi.

A Chester’s Mill quindi ci si pone il problema di come ripartire queste risorse e la soluzione trovata, sebbene non brilli per originalità, ha senz’altro dei caratteri di efficacia: i più forti cercano di controllare le sorgenti, di arraffare le riserve di cibo, di controllare i depositi di gas; per far questo non esitano a uccidere quelli che fino a poco tempo prima erano i loro pacifici vicini di casa.

Sono sempre stato appassionato di fantascienza. Da piccolo mi piacevano un sacco i telefilm di “Ai confini della realtà”: me ne ricordo uno, terribile, dove c’era una fabbrica che produceva organi umani e da una parete spuntavano delle braccia. La notte, guardavo la parete di fronte al letto con qualche apprensione.

Tornando alla cupola, se allargassimo un po’ la prospettiva e ci ponessimo nell’ottica, mettiamo,  dell’astronauta Samanta Cristoforetti sulla Stazione Spaziale Internazionale, potremmo riflettere sul fatto che, in fondo, siamo tutti sotto un’enorme cupola.

Secondo Oxfam, una organizzazione che studia e sensibilizza sulle povertà e disuguaglianze nel mondo, la ricchezza delle 80 persone più ricche del pianeta è pari a quella della metà più povera. Siccome siamo sette miliardi, fatevi un po’ i conti. Ugualmente istruttivo è imparare che l’1% della popolazione detiene quasi la stessa ricchezza del restante 99%. Se è difficile immaginarlo, vi aiuto con un esempio. Prendete nove squadre di calcio, un arbitro e una torta. Dividete la torta in due. Una metà se la mangerà da solo l’ingordo portiere della Juve: i suoi compagni di squadra, gli avversari e l’arbitro stizzito si spartiranno l’altra metà, e nemmeno in parti uguali.

La cosa peggiore, secondo me, è che a questo stato di cose siamo così assuefatti che non ci facciamo nemmeno più caso. Lo consideriamo irreversibile. Prendiamo i combustibili fossili, carbone, petrolio, avete presente? Tutti sappiamo che prima o poi finiranno. Bisognerebbe prepararsi, magari chiedendosi se veramente in una famiglia servano due auto a testa. Nel frattempo, assistiamo a: guerre per il controllo delle fonti; sfruttamenti a uso e consumo di despoti che se ci fa comodo definiamo illuminati altrimenti feroci dittatori; metodi di estrazione sempre più invasivi e distruttivi (il famigerato fracking, che potrebbe essere stata la causa del terremoto in Emilia di due anni fa… le trivellazioni nel canale di Sicilia!);  ricerca di nuovi giacimenti in ambienti naturali incontaminati (persino dell’Artico… c’è chi esulta, ci dice Greenpeace, per lo scioglimento dei ghiacci che renderà più facile l’estrazione);  utilizzo delle terre coltivabili per produrre biocarburanti. Cioè, terra agricola non per produrre cibo per nutrire il pianeta (magari all’Expo si dovrebbe parlare di questo, più che di quanto siano belli i padiglioni delle archistar) ma per far viaggiare le automobili.

Assistiamo, ormai da 25 anni (da quando è caduto il muro, si può dire?), ad una sempre maggiore pressione dal sud e dall’est del mondo verso l’”occidente”, inteso come luogo di opportunità e benessere; popolazioni intere si spostano in cerca della loro fettina di torta che qualcuno gli ha nascosto. Per alcuni è una necessità vitale: dalle loro parti si muore, di guerra o di fame. Per altri è la ricerca dell’Eldorado, il Paese dei Balocchi di Pinocchio e Lucignolo, la speranza dell’Anno che verrà di Lucio Dalla: sarà tre volte Natale, e festa tutto il giorno. Per questi il risveglio, quando si accorgono che festa e torta non sono per loro, è traumatico.

Per restare in tema Expo, un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che nel mondo un miliardo di persone siano in sovrappeso, di cui 300 milioni clinicamente obese. Nel contempo, quasi un miliardo di persone soffre la fame. Qualcuno mangia troppo e male, e qualcun altro non mangia: la media è salva, anche se questo non è di consolazione , specialmente per i secondi.

Non che manchino le soluzioni: l’altro giorno ad esempio un amico mi ha raccontato una bella storia. Da bambini erano andati in gita con l’oratorio, e ognuno aveva portato la sua bella merenda preparata dalla mamma. Arrivati sul posto, il prete ha requisito panini, focacce e merendine. Poi li ha spezzati, e li ha messi in comune, o in comunione se preferite.

Io non so come andranno a finire le cose, a Chester’s Mill. Può darsi che un Dio benigno li tiri fuori dalla cupola, assicurando pace e prosperità; o può darsi che, preso atto che dalla cupola non si scappa, i superstiti riescano a collaborare insieme; o può essere che continuino come adesso, ma in questo caso si pone un piccolo problema di sceneggiatura: non è detto che i più forti di oggi lo siano per sempre. E la torta piace a tutti.

(38. continua)

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