Demografia e libertà

Quando è stato il mio turno, in Italia nascevano 900.000 bambini l’anno. Ora poco più di 500.000, e solo perché un quinto di questi ha almeno un genitore straniero: sembrerebbe, insomma, che gli italiani di far figli non ne vogliano più sapere o, peggio, non ci riescano più. Io di lezioni non posso farne a nessuno, essendo rimasto abbondantemente al di sotto delle performance dei miei, ma il dato fa comunque riflettere.

Ai fini pratici, il ridotto nucleo familiare comporta che se una volta il controllo dei figli più piccoli poteva essere delegato ai maggiori ora tocca fare tutto ai genitori, con una notevole riduzione degli spazi di manovra sia per gli uni che per gli altri. Io credo, ma fior di sociologi potranno smentirmi, che i bambini di adesso siano molto meno liberi di quanto eravamo noi. Gli stiamo addosso H24, non gli diamo tregua.

Alcune cose che un tempo erano normali ora sono inimmaginabili. Provate oggigiorno a lasciare solo in casa un bambino di sei anni. Vigili, servizi sociali, se non peggio. Mia madre quando aveva delle commesse da fare mi lasciava eccome, e non da solo ma con la sorellina piccola: ho un’immagine viva di me, in prima elementare, che faccio i compiti seduto al tavolo in formica rossa della cucina; al fianco la culla di mia sorella Cinzia, che faccio dondolare. Ogni tanto qualcuno, qualche zia, qualche vicina, veniva a controllare: il quadretto contribuiva ad alimentare la mia fama di santità. Io su questo un po’ ci marciavo: come diceva il Nerone di Petrolini, il popolo “Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!”. Perciò nessuno avrebbe potuto sospettare che, per calmare i singhiozzi della piccolina, le facessi leccare un cucchiaino intinto nel vino. A lei non dispiaceva: poi è diventata astemia, ma non credo per colpa mia.

Direi che anche la soglia di tolleranza rispetto ai bambini si è abbassata: sembra che si faccia fatica ad accettare che i bambini oltre ad andare a scuola, a nuoto, a scuola calcio (possibile che ci voglia una scuola anche per il pallone?) e di violino possano anche giocare; e che giocando possano fare un po’ di rumore. Certi condomini sono diventati decisamente paesi per vecchi, e anche senza memoria. Bè, non è che le cose siano sempre state rose e fiori, però.

Come ho detto, in banda suonavo il clarinetto; mio fratello Ernesto, per puro spirito di contraddizione, scelse la tromba. Siccome non si nasce “imparati”, nemmeno per una attività a prima vista frivola come suonare la tromba, bisogna esercitarsi: e se si dovesse scegliere un aggettivo per definire le prime note soffiate da una tromba, la scelta non cadrebbe su “esaltante”. Trasferitici nelle nuove case popolari, sotto di noi venne ad abitare una famiglia che veniva dalla campagna; questo non per dire che la provenienza rurale impedisse di avere inclinazioni musicali, ma perché avendo in precedenza avuto a disposizione spazi larghi pativano un po’ la convivenza forzata.

Quando mio fratello iniziava le sue scale Maringio’, il capofamiglia, cominciava ad ululare.
Ricordo uno degli epiteti più gentili che ci lanciava: “Popolo incivile!”, che trovavo sommamente ingiusto: avessimo suonato all’ora del riposino quotidiano avrei capito, ma qualsiasi ora era buona. All’inizio mia madre rispondeva per le rime, poi la moglie di Maringiò (la Maringiona) pregò di portar pazienza: il riflesso era condizionato, purtroppo la tromba gli ricordava la guerra (la prima, credo) e la rimembranza di antichi assalti lo mandava in bestia. Per fortuna mio fratello non suonava la carica!

Anche lo spirito imprenditoriale aveva modo di svilupparsi.

Io e Stelvio facevamo la pesca. Piazzavamo fuori di casa, sulla strada, un tavolino su cui riponevamo le poche cosine che avevamo: perlopiù giornalini vecchi. In un bicchierino mettevamo dei bigliettini piegati, ciascuno con un numerello. Il ricavato ci serviva per comprare altri giornalini, e magari delle figurine. Impietosito da qualche sorriso timido, qualche generoso ogni tanto ci dava 10 lire. Forse calcammo un po’ troppo la mano sul versante pietà, e raccontammo storie di bisogno e denutrizione: allarmato dalle voci che aveva raccolto, Peppe de Sittì (sapete già che il cognome spesso da noi è un accessorio; Sittì _Settimio_ era il padre di Peppe), fotografo, attore comico nonché titolare del negozio di cartoleria in piazza, volle sincerarsi delle nostre condizioni e il nostro stato lo convinse che le notizie non fossero infondate. Ci lasciò ben 100 lire.
Avremmo auspicato un’accoglienza migliore da parte delle nostre mamme ma a quei tempi il ricordo dei patimenti, di guerra e dopoguerra, era ancora vivido.

Non si scherza con la fame,  soprattutto per comprarsi le figurine.

(36. continua)

petroponi

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