Chiare, fresche e dolci acque

Non avevo mai fatto mente locale, finché l’altra sera non me l’ha fatto notare Alberto Angela, che la collina dove è situato il mio paese è poco più alta della torre Eiffel.
Sarà che in cima alla torre Eiffel sono salito in ascensore, e invece la salita della collina si faceva in bicicletta, ma mi sembrava che ci fosse una bella differenza di altitudine.

L’ho già accennato, e non insisto per vantarmi, ma il mio è un bel paesino. Ai fianchi della collina dove è posto, scorrono due fiumi (due “nastri d’argento” recita la poesia affissa di fianco alla Porta di Sopra); passeggiando attorno alle mura che circondano il centro storico, in una giornata limpida, da una parte si ammirano i monti e dall’altra si intravede il mare in lontananza.

A parte questo spot turistico, dentro quei nastri d’argento da ragazzi andavamo a fare il bagno. L’acqua era limpida e fresca; i più spericolati sfidavano la corrente, io che non sapevo nuotare mi limitavo a bagnare piedi e gambe. Non essendo proprio a mio agio, temevo di fare la figura di uno zio che stava affogando in ginocchio: era scivolato, non ce la faceva a rialzarsi e i suoi amici pensavano che scherzasse; quando si resero conto che lo scherzo durava un po’ troppo lo zio cianotico aveva maturato la convinzione di non avvicinarsi mai più in vita sua all’acqua, sotto ogni forma si presentasse. Vino quanto ne volete, però.

Ora sembra che la panacea di tutti i mali sia la piscina. Mandate i bambini in piscina; il nuoto fa bene a tutte le età; fa male la schiena: andate in piscina. A parte che un amico fisioterapista dissente vivamente da questa piscinolatria, c’erano due piscine in tutta la provincia. E a pagamento, quindi nemmeno a pensarci.

Cercai di imparare a nuotare in modo organico anni dopo, a Parma. Mi iscrissi ad un corso; la piscina dove si teneva però aveva il difetto di essere profonda solo un metro e cinquanta, per cui anch’io che non sono un gigante toccavo il fondo. In queste condizioni, capirete, è arduo acquisire una vera sicurezza nei propri mezzi. Cioè, non è che al mare potete poggiare un piede se siete al largo. Ancora oggi cerco di stare vicino alla riva.

Non essendo ancora patentato, avevo scelto la piscina più vicina; dopo un po’ una collega, apprezzando l’iniziativa, volle aggregarsi e si offrì di passare a prendermi in Panda. Caruccia, con dei lievi baffetti. Lei, dico, non la Panda. Se mai avessi avuto delle mire, comunque, me le smontò subito mettendosi a flirtare spudoratamente con l’istruttore. Dopo poco ricominciai ad andare a piedi.

Tra le altre cose, ci divertivamo a costruire delle trappole. Si faceva una specie di recinto con i sassi, formando una piccola pozza; si lasciava un passaggio obbligato, dopodiché se un pesce entrava, bastava chiudere l’uscita con un sasso e la preda era in trappola. Tecniche simili, magari con altri materiali, sono ancora utilizzate dagli indios del Rio delle Amazzoni. Non dico che la pesca fosse fruttuosa: i pesci mica erano scemi.

Ma l’età d’oro dei nastri d’argento stava volgendo al termine. Nel giro di un paio d’anni, non di più, delle chiare, fresche e dolci acque rimase solo il ricordo. L’estrazione della ghiaia da costruzione creava delle buche pericolosissime, dove si formavano i mulinelli; ma peggio, gli scarichi industriali delle pelletterie a monte coloravano l’acqua con la tintura delle borsette: pur rispecchiando la moda, non si può dire che la cosa attirasse i bagnanti.

Se l’avessimo chiesto ai furbi pesci di cui sopra, avrebbero rimpianto di non essersi infilati nella nostra trappola, piuttosto che venir tinteggiati con colori improbabili. Sarebbe stato più dignitoso.

(19. continua)

mcpollenza01

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