Vota Anton(ello)!

Se qualcuno mi avesse detto, non dico tanto ma un paio di anni fa, che nel mio paese natale ovvero Pollenza, Macerata, Marche, Italy, la Lega Nord avrebbe preso più del 20% alle elezioni politiche per la Camera dei Deputati l’avrei preso per un buontempone, per non dire un pazzo.
E’ vero che la buonanima (politica) di Bossi tempo fa nel suo delirio secessionista ci aveva graziosamente incorporati in quella invenzione storico-geografica che era la Padania; storicamente peraltro non con tutti i torti, dato che i Piceni con i Celti avevano diversi punti in comune:
https://www.cronachemaceratesi.it/2016/07/04/egizi-piceni-e-celti-la-storia-perduta-delle-marche-e-scritta-nellabbazia-di-rambona/818390/
ma la generosa apertura del celodurista era stata per lo più relegata a boutade da avanspettacolo dagli operosi marchigiani, più vicini allo Stato della Chiesa che ai riti pagani del dio Po.

La Padania comunque era bella che morta e sepolta già dal 2012, quando scoppiò lo scandalo dei rimborsi elettorali che dalla Lega Nord erano finiti in diamanti in Tanzania e non solo; il partito moribondo alle elezioni del 2013 prese a livello nazionale poco più del 4%, e nel mio paese secondo logica raccolse 20 (venti!) voti di qualcuno che di duro aveva solo la testa.

Se si considera che alle successive elezioni del 2018 la Lega di Salvini ha poi preso 828 voti (+4040%!), drenandoli in gran parte a Forza Italia ed al Partito Democratico e, cosa ancora più allarmante, senza che la destra tradizionale abbia perso voti anzi; che la Lega è il secondo partito, perché il primo è il Movimento 5 Stelle, votato da ben 1.363 cittadini (più o meno stabile dal 2013), si può riflettere sul cambiamento direi proprio antropologico intervenuto in questi ultimi sventurati cinque anni.

Ma come mai, mi chiederete, questo preambolo?

Perché tra pochi giorni si terranno le elezioni amministrative: il paese negli ultimi dieci è stato amministrato abbastanza bene (almeno a parere dei miei conoscenti) da una lista civica di orientamento di centrosinistra;  avendo però esaurito i due mandati il sindaco uscente non può ricandidarsi.

Mi sono sorpreso nello scoprire che, a capo di una delle due liste sfidanti quella uscente, c’è un mio coetaneo, compagno di elementari e medie, di pallone, di banda e col quale abbiamo fondato l’orchestrina: Antonello!
Figlio d’arte tra l’altro, perché il padre, maestro elementare, fu un giovane sindaco democristiano dei primi anni ’60; fu anche mio maestro, per un anno, l’anno che sostituì la moglie perché incinta del terzo figlio.

Sinceramente, non vivendo più da quelle parti da oltre trentacinque anni, non partecipo alle vicende politico-amministrative e le conosco solo per sentito dire; con Antonello quando va bene ci vediamo una volta all’anno, perciò non saprei nemmeno dire di che orientamento sia, figurarsi a che impronta voglia indirizzare il suo impegno. Non mi sembra abbia mai svolto attività politica e tantomeno abbia avuto incarichi in qualsivoglia partito: questo in altri tempi sarebbe stato un handicap, oggi sembra essere un punto essenziale del curriculum vitae del buon candidato.
Lo voterei comunque sulla fiducia, la (nostra) classe era buona e come si sa la classe non è acqua; se riuscisse poi a far togliere qualcuno dei pannelli fotovoltaici che deturpano le colline gliene sarei grato, anche se temo che esuli dalle competenze dei sindaci.

Che dire, allora? Daje Antonè, facce sognà!

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Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (I)

Qualche settimana fa vi ho raccontato dello sfortunato incidente domestico di cui è stata vittima mia madre. Assurdo, come capita spesso: nel bellissimo film di Manfredi del ’71,  “Per grazia ricevuta”, c’era un farmacista ateo, interpretato da Lionel Stander, che raccoglieva ritagli di giornale dove si riportavano disgrazie improbabili, o addirittura ridicole, per dimostrare che non da un dio ma dal caso siamo governati, o se di dio si tratta è un dio burlone o quantomeno distratto.
Ma non vorrei addentrarmi in questioni teologiche, per le quali tra l’altro non sarei attrezzato.

Nel ’41, come i più informati di voi sapranno, c’era la guerra. Raffaella, la mia nonna materna naturale, aveva tre figli, la tisi ed un marito che aveva avuto la bella idea di partire volontario per la guerra per seguire  i suoi amici, dopo aver già partecipato alla conquista d’Africa.
In questi casi di solito subentrano le zie o le cugine; ma Raffaella era stata adottata, di sorelle o cugine non ne aveva e così i figli, che dovevano essere allontanati per evitare il contagio, furono momentaneamente divisi: il maggiore, Alfonso, di 12 anni, e la piccolina Emanuelita di 3 anni restarono con la nonna, Giulia; mia madre invece, che non aveva ancora 6 anni, fu spedita a Forlì, nel centro sanatoriale di Vecchiazzano, che era stato inaugurato nel ’37 da Rachele Mussolini ed all’epoca era all’avanguardia nella prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie polmonari. A Ida pur nella pena dell’allontanamento quel posto sembrò un paradiso.
Comunque per un po’ anche lei era rimasta con sua nonna, Giulia, che tra le altre cose “’rcuglìa li lumi”², ovvero era specie di chiropratica o fisioterapista: se qualche donna si bloccava per mal il mal di schiena, caso non infrequente, lei era pronta a salirle sulla schiena e a stirargli muscolatura e ossa con l’aiuto del matterello. Inoltre prestava mia madre, dietro piccola ricompensa, per far compagnia alle donne anziane di notte; ce n’era una dalla quale assolutamente non voleva andare perché aveva la camera sopra alla stalla dei cavalli ed i letti erano infestati di pulci.

Forse, se Raffaella fosse rimasta viva, a mio nonno sarebbe convenuto non tornare perché l’avrebbe ammazzato lei: purtroppo così non fu, e le toccò andare all’altro mondo col pensiero dei tre figli soli e del marito a cui doveva lasciarli.

Gaetano, mio nonno, corse subito ai ripari: rendendosi conto che con tre figli da solo non ce la poteva fare, si predispose a trovare velocemente un’altra moglie. Mio nonno, c’è da dirlo, era abbastanza bello: abbronzato, capelli impomatati all’indietro e baffetti, ricordava alla lontana Amedeo Nazzari¹. Ma di donne nubili disposte a farsi carico di tre figli non è che ce fossero così tante; così, saputo che in un paese vicino c’era una signorina ormai non più giovanissima, di buona famiglia e con una marea di sorelle, in quattro e quattr’otto fece in modo che il matrimonio venisse combinato, e nonna Annunziata arrivò a prendere le redini della famiglia e della casa.
Credo di averlo già detto, ma per me e per tutti i miei fratelli e cugini nonna Annunziata fu “la” nonna; ci voleva un bene dell’anima ed era orgogliosissima di tutto quello che facevamo; per mio nonno aveva una venerazione, lo accudiva come un pascià e non gli permetteva mai di uscire di casa se non fosse meno che in ordine.

Nei paesi di una volta si dormiva con le chiavi alle porte. Anzi, non c’era bisogno nemmeno delle chiavi; quella dei miei nonni ad esempio si apriva semplicemente alzando il chiavistello; nessuno però si azzardava ad entrare senza aver bussato ed aver ricevuto il permesso di entrare. I nonni avevano la stanza da letto al primo piano, e nel pomeriggio facevano sempre il riposino; mi è capitato qualche volta di doverli andare a disturbare, magari per salutarli perché dovevo partire, e ho ancora viva la tenerezza che provavo nel vedere mia nonna alzarsi, in vestaglia e con i capelli sciolti, lei che portava sempre la “crocchia”, e salutarmi scusandosi per mio nonno che “stava riposando”.

Immaginiamo cosa avrà pensato mia madre quando, tornata a casa dall’Istituto, invece della sua vecchia madre se ne trovò una nuova, sconosciuta e più vecchia di quella di prima. La sorpresa non deve essere stata molto piacevole; sensibile ma di carattere abbastanza ribelle non fece molto per rendere la vita facile alla nuova arrivata.
A proposito di nuove arrivate, dopo poco tempo nonna Annunziata pur in un’età a quei tempi non più consona, rimase incinta; ed alla piccola, con tatto sopraffino, fu dato il nome di Raffaella.

Ma giudicare con gli occhi di oggi quello che succedeva 80 anni fa è un esercizio che non porta a niente: vorrei vedere adesso, a parità di condizioni, che succederebbe. Anzi, basta pensare a quello che succederebbe se mancasse la corrente per un paio di giorni… ma non divaghiamo.

Attaccato al vicolo dove c’era la casa dei nonni c’è un convento di Clarisse. A quell’epoca, complice la fame e la condizione generale delle donne, le vocazioni erano senz’altro più frequenti di adesso, e di suore ce n’era un bel drappello; ora ne sono rimaste una decina, di cui diverse in età avanzata. Cantano benissimo comunque, qualche anno fa animarono proprio la messa per il 50° anniversario di matrimonio dei miei e mi era quasi venuta voglia di unirmi a loro (nel canto dico, non nel convento). In questo momento purtroppo la chiesa è inagibile a seguito del terremoto.

(144 – prima puntata)

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Note

¹ “E chi non beve con me pèste lo cólga!”, avete presente? No? Mah, non so che parlo a fare

² Letteralmente sarebbe  “raccogliere i lumi” ma detto così non si abbina immediatamente al matterello. Ne ignoro l’etimologia, insomma, se qualcuno può darmi dei lumi lo ringrazio.

La linea rossa (cinq’ ghei püsé ma ross)

In questi giorni di deja vù, dove recitando lo stesso consunto copione attori senza pudore  replicano la tragica commedia di stragi provocazioni e mistificazioni, ho deciso di tracciare la mia personale linea rossa.
Non avendo a disposizione armate o droni o gas nervini non saprei bene come far rispettare tale linea a chi decidesse di varcarla: togliergli l’amicizia da Facebook? Contrassegnare la casella di posta come spam? Bannarlo da wordpress? Invitarlo a bere per offrirgli una birra analcolica?

Poco tempo fa ho letto un articolo che mi sembrava indicativo dei tempi che corriamo, dove qualche psicologo suggeriva alle maestre di non usare la matita rossa per correggere i compiti, perché il colore troppo aggressivo turberebbe i pargoletti, ma optare per un più rassicurante verde, che sottolineerebbe l’errore ma senza deprimere l’errante. Quindi se lo scolaro dovesse scrivere “ieri ho andato a squola” la correzione non andrebbe urlata con matita rossa accompagnata dall’onesto commento sgarbesco “capra!capra!capra!”, ma ingentilita da un benevolo “acciderbolina!” in verde possibilmente pisello.

Il primo film che ricordi di aver visto al cinema fu un western. Avrò avuto cinque o sei anni; probabilmente ne avevo già visti altri, compreso il pernicioso “Marcellino pane e vino”, ma questo in particolare mi rimase impresso perché quella volta mi ci portò mio padre, e mi pare fu anche l’unica. L’emozione era grande; il cinema ce l’avevamo anche al paese, ma il capoluogo mi sembrava in capo al mondo e già il solo andarci faceva parte dell’avventura.
A quei tempi al cinema gli indiani erano cattivi, niente da dire. Attaccavano le fattorie isolate e massacravano tutti; rapivano le donne bianche per farle schiave; tendevano imboscate ai coloni e scotennavano i soldati che gli passavano a tiro. Al massimo ce n’era qualcuno, addomesticato, che faceva da guida scout; non c’erano dubbi che la ragione fosse dalla parte dei pionieri, dei costruttori di ferrovie, di chi portava la civiltà insomma.
Non saprei raccontare la trama del film perché passai la maggior parte del tempo a cercare di svegliare mio padre che addormentandosi iniziava a russare; alla fine comunque la tromba suonò la carica che annunciava l’”arrivano i nostri”: il bene trionfava.
Solo qualche anno dopo si iniziarono a vedere dei film che ribaltavano lo stereotipo uomo bianco=civile e buono vs. uomo rosso=selvaggio e cattivo, bisognò aspettare Soldato blu, Il Piccolo grande uomo e Corvo rosso non avrai il mio scalpo che ristabilivano la verità storica: gli indiani erano le vittime e gli uomini bianchi gli aggressori: ma ormai i pochi indiani rimasti erano stati rinchiusi da tempo nelle riserve, ed anche sapere di aver avuto ragione non so quanto fu loro di conforto.

Come avrà capito chi segue da un po’ i miei sproloqui, non sono astemio. Non sono un fine intenditore ne un sommelier, ma un vino buono se me lo date lo so riconoscere; non disdegno niente ma potendo scegliere preferisco il rosso. Da quando ho letto che il tannino contenuto nelle uve nere aiuta a tener pulite le arterie mi attengo scrupolosamente ai consigli medici. Mi sono anche fatto regalare (trovo che sia molto utile avere dei vizi per togliere d’impaccio chi deve fare i regali) un decanter per far ossigenare il vino stagionato prima di degustarlo; peccato che nella mia cantina alle bottiglie non venga lasciato il tempo di invecchiare quindi il decanter è ampiamente sottoutilizzato. Bere da soli, credo lo sappiate, non è consigliabile: è per questo che quando ci troviamo tra amici un paio di bottiglie le stappiamo. Nel mio paese, lo segnalo agli appassionati, una prestigiosa azienda produce un vino da competizione, il Pollenza: quando deciderò di meritarmelo investirò i 50 euri necessari all’acquisto, ma non credo lo farò stagionare molto.

A proposito di linea rossa, la metro che prendo tutti i giorni per andare al lavoro è rossa. Stamattina era piena zeppa di persone che si recavano alla Fiera del Mobile; ad un certo punto ho sentito un urlo ed ho visto una giapponesina catapultarsi fuori, seguita da un suo amico; le avevano sfilato il portafoglio dalla borsetta, mariuoli, ma la ragazza è stata veloce perché è riuscita ad acciuffare il ladro e farsi restituire il maltolto. Il tutto si è svolto così rapidamente che sono appena riuscito a intuire quello che stava succedendo e non ho capito come abbia “convinto” il ladro, forse ha usato qualche arte marziale: se è così ha fatto bene, così gli impara¹ a superare la sua linea rossa.

(133 – continua)

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¹ mi vedo costretto a precisare che, attenendosi strettamente alla lingua italiana,  “così gli impara” meriterebbe la matita rossa.  

 

Ricominciamo!

Così cantava quell’animale (da palcoscenico) di Adriano Pappalardo nel ’79; da allora avrà chiesto di lasciarlo gridare almeno un milioncino di volte, con le vene del collo gonfie, e nessuno sano di mente si è mai azzardato a negargliene il permesso.

In queste settimane di vacanza mi sono rifiutato di ascoltare telegiornali e leggere giornali; tra l’altro non ho trovato in edicola nemmeno la mia amata Cronaca Vera, e dunque sono a corto di notizie. Mi ero ripromesso di scrivere qualcosa ogni giorno raccogliendo l’invito “nulla dies sine linea” del poco accorto concittadino Plinio il Vecchio, ma la pigrizia ha avuto la meglio e di tante cose che avevo in mente di fare non ne ho fatta mezza.

Nel frattempo la mia dolce metà ha cercato di usufruire dell’assicurazione vita stipulata in suo favore, facendomi camminare per ore sotto al sole nella Riserva dello Zingaro; e poi, sopravvissuto, istigandomi a visitare la Salina di Calcara alle due  e mezza del pomeriggio. Lo consiglio a chiunque voglia suicidarsi con eleganza, magari senza cappello.

Con tutta la famiglia, mogli figli fratelli sorelle nipoti e affini, ci siamo poi ritrovati al paesello per festeggiare il compleanno di mamma e babbo. Ottanta e ottantasette anni, un bel traguardo. Tutti e due ancora compatibilmente in gamba, mio padre guida ancora la macchina anche se le ginocchia gli fanno male e ogni tanto gli cedono. Un dottore gli ha detto che ci sarebbe da sostituire un pezzo qua e un pezzo là, ma lui gli ha risposto come rispose zia Catò a chi gli diceva che sarebbe stato il caso di mettersi la dentiera visto che non ce la faceva più a mangiare: ormai, che me torna.  Che me torna, cioè ormai che convenienza posso averne?

Prima di tornare a casa mi sono fermato al cimitero, che è sulla strada. Erano anni che, con una scusa o l’altra, non andavo. Ma prima di partire avevo chiesto a mia madre di tirar fuori la foto di nonno Gaetano in Abissinia per farla vedere a mio figlio, e così mi è venuta voglia di andare a trovarlo.

Non l’ho trovato. Nel posto dove l’avevo lasciato, nella terra vicino ad un suo antico amico di bisbocce, non c’era più. Nella piccionaia al piano di sotto, vicino a nonna Nunziata, nemmeno. Ho avuto una specie di vertigine, non ricordavo niente, non trovavo più mio nonno, l’altra mia nonna, zia Catò… sono tornato di sopra, a cercare meglio tra le croci poste sul prato. Vi ho ritrovato l’amico Giancarlo, che pensavo da tutt’altra parte, e lì vicino una presenza che non mi aspettavo: Patrizia, una compagna di scuola delle medie. Non sapevo che fosse morta, o forse mi era stato detto ma non ci avevo creduto.

Mi è  presa una botta di commozione. Era bella, Patrizia; era una delle due che chiamavo sempre nelle interrogazioni di scienze di Ancillani, quando era obbligatorio nominare un partner di sesso opposto;  abbastanza spiritosa da far finta di arrabbiarsi e abbastanza brava da non temere l’interrogazione. Rideva tanto, aveva un gran sorriso ed un seno prosperoso sul quale le nostre fantasie adolescenziali si sbizzarrivano; ogni tanto i più temerari provavano ad allungare una mano: a volte lo schiaffo anticipava il tentativo ed a volte lo seguiva, era un gioco delle parti senza alcuna volgarità. Nessuno di noi la immaginava come fidanzata, troppo vistosa, troppo impegnativa, ma come compagna di giochi si, eccome; alla fine delle medie la persi di vista come la maggior parte di quei compagni, e ne ebbi solo sporadiche notizie. La rividi durante una cena indetta per festeggiare i venticinque anni dalla fine proprio delle medie, più o meno splendidi quarantenni; c’eravamo quasi tutti, e anche tanti di quei vecchi professori. Patrizia c’era e mentre per qualche attimo sembrava che, specialmente i ragazzi, tornassero indietro nel tempo, lei  partecipava guardandoci con tenerezza, come una sorella maggiore, ma con uno sguardo velato dal disincanto. Sembrava sapere qualcosa a noi nascosto: che anche quel momento sarebbe passato, tutti saremmo tornati alla vita di ogni giorno, e quel bel tempo quando l’unica preoccupazione al mondo era per noi quella di sbirciarle il petto, e per lei quella di fingere di indignarsi, non sarebbe tornato più.

(56. continua)

ricominciamo

Chiare, fresche e dolci acque

Non avevo mai fatto mente locale, finché l’altra sera non me l’ha fatto notare Alberto Angela, che la collina dove è situato il mio paese è poco più alta della torre Eiffel.
Sarà che in cima alla torre Eiffel sono salito in ascensore, e invece la salita della collina si faceva in bicicletta, ma mi sembrava che ci fosse una bella differenza di altitudine.

L’ho già accennato, e non insisto per vantarmi, ma il mio è un bel paesino. Ai fianchi della collina dove è posto, scorrono due fiumi (due “nastri d’argento” recita la poesia affissa di fianco alla Porta di Sopra); passeggiando attorno alle mura che circondano il centro storico, in una giornata limpida, da una parte si ammirano i monti e dall’altra si intravede il mare in lontananza.

A parte questo spot turistico, dentro quei nastri d’argento da ragazzi andavamo a fare il bagno. L’acqua era limpida e fresca; i più spericolati sfidavano la corrente, io che non sapevo nuotare mi limitavo a bagnare piedi e gambe. Non essendo proprio a mio agio, temevo di fare la figura di uno zio che stava affogando in ginocchio: era scivolato, non ce la faceva a rialzarsi e i suoi amici pensavano che scherzasse; quando si resero conto che lo scherzo durava un po’ troppo lo zio cianotico aveva maturato la convinzione di non avvicinarsi mai più in vita sua all’acqua, sotto ogni forma si presentasse. Vino quanto ne volete, però.

Ora sembra che la panacea di tutti i mali sia la piscina. Mandate i bambini in piscina; il nuoto fa bene a tutte le età; fa male la schiena: andate in piscina. A parte che un amico fisioterapista dissente vivamente da questa piscinolatria, c’erano due piscine in tutta la provincia. E a pagamento, quindi nemmeno a pensarci.

Cercai di imparare a nuotare in modo organico anni dopo, a Parma. Mi iscrissi ad un corso; la piscina dove si teneva però aveva il difetto di essere profonda solo un metro e cinquanta, per cui anch’io che non sono un gigante toccavo il fondo. In queste condizioni, capirete, è arduo acquisire una vera sicurezza nei propri mezzi. Cioè, non è che al mare potete poggiare un piede se siete al largo. Ancora oggi cerco di stare vicino alla riva.

Non essendo ancora patentato, avevo scelto la piscina più vicina; dopo un po’ una collega, apprezzando l’iniziativa, volle aggregarsi e si offrì di passare a prendermi in Panda. Caruccia, con dei lievi baffetti. Lei, dico, non la Panda. Se mai avessi avuto delle mire, comunque, me le smontò subito mettendosi a flirtare spudoratamente con l’istruttore. Dopo poco ricominciai ad andare a piedi.

Tra le altre cose, ci divertivamo a costruire delle trappole. Si faceva una specie di recinto con i sassi, formando una piccola pozza; si lasciava un passaggio obbligato, dopodiché se un pesce entrava, bastava chiudere l’uscita con un sasso e la preda era in trappola. Tecniche simili, magari con altri materiali, sono ancora utilizzate dagli indios del Rio delle Amazzoni. Non dico che la pesca fosse fruttuosa: i pesci mica erano scemi.

Ma l’età d’oro dei nastri d’argento stava volgendo al termine. Nel giro di un paio d’anni, non di più, delle chiare, fresche e dolci acque rimase solo il ricordo. L’estrazione della ghiaia da costruzione creava delle buche pericolosissime, dove si formavano i mulinelli; ma peggio, gli scarichi industriali delle pelletterie a monte coloravano l’acqua con la tintura delle borsette: pur rispecchiando la moda, non si può dire che la cosa attirasse i bagnanti.

Se l’avessimo chiesto ai furbi pesci di cui sopra, avrebbero rimpianto di non essersi infilati nella nostra trappola, piuttosto che venir tinteggiati con colori improbabili. Sarebbe stato più dignitoso.

(19. continua)

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O mia bela Madunina

D’estate arrivavano le milanesi. Magari a chi abita a Como, per dire, la cosa non desta stupore. Ma a noi bambini di un paesino di collina del centro Italia , il fatto che qualcuno arrivasse dal Nord impressionava. Di Milano peraltro personalmente avevo grande considerazione, essendo la città della mia squadra del cuore.
Che in quegli anni dava grandi soddisfazioni ai suoi affezionati; anche se posso affermare di essere diventato veramente interista alla fine di maggio del ’67, quando i miei beneamati persero di slancio finale di Coppa dei Campioni e campionato. Prologo di quello a cui avrei dovuto abituarmi negli anni a seguire, Triplete del Mou (santo subito!) a parte.

Scoprii col tempo, non senza stupore, che la gente è uguale dappertutto; forse al Nord un po’ più indaffarata, della qual cosa non si può sempre sostenere ci sia motivo.

Arrivavano dunque queste due sorelline, a passare l’estate dai nonni; ho sempre ignorato dove fossero i loro genitori nel frattempo. La cosa un po’ mi angosciava: essendo rimasto, a seguito di un grave incidente stradale dei miei, per un lungo periodo con i nonni pur affettuosissimi, la cosa mi sembrava foriera di qualche disgrazia.

Le due comunque non sembravano aver subito traumi. Era evidente però che diverse erano diverse. Non tanto per quelle e aperte (tè invece di te… lo dico sempre ai Quattro Gatti di non confondere le cose) o quell’abitudine di mettere l’articolo davanti al nome proprio (il Giorgio, la Stefi!) ma per un atteggiamento direi interiore.
Con terminologia sportiva, la definirei mentalità vincente. Ovvero quella consapevolezza di essere migliori e che prima o poi il goal verrà, basta insistere.

Su questo punto alle superiori mi scontravo con il mio compagno di banco, Sandro. Lui sosteneva che la loro squadra, il Castelraimondo, avesse la mentalità vincente. Noi no. Non capendo che accidenti volesse dire, abbozzavo. Comunque qualcosa imparai perché proprio a casa loro, giocando da finto centravanti, su assist dell’ala sinistra (il nostro grande sassofonista Walter) gli incrociai un piatto destro come Rivera con Sepp Maier. Poi pareggiarono, ma con il morale abbastanza ridimensionato.

Tornando alle milanesi, a quei tempi, per cominciare, i bambini giocavano con i bambini a giochi da bambini. Concetto al giorno d’oggi non politicamente corretto, lo ammetto. Le bambine avevano il loro mondo, perlopiù disprezzato dai maschi. Queste invece se ne impippavano delle consuetudini, e pretendevano di giocare con noi. A pallone, magari. Pericolosissimo, perché essere battuti a pallone da una “femmina” avrebbe voluto dire scivolare di parecchie posizioni nella stima dei compagni.

Quindi si cercava qualcosa di più neutro, dove ognuno avrebbe potuto mantenere salvo l’onore.
Adiacente alla sagrestia della chiesa di S.Biagio c’era un orto. Più che altro una sterpaglia, che l’anziano prevosto ci permetteva di usare. Il gioco, ispirato da una concezione largamente tradizionale di rapporti tra i sessi, consisteva nello scimmiottamento della vita adulta: una coppia si costruiva una casetta (uno spazio delimitato da sassi o mattoni); la casetta andava attrezzata per un minimo di comfort (un sasso per sedersi, dei bicchieri per bere…) e poi ci si poteva motorizzare. Una moto standard era costituita da un bastone, una corda e un mattone. Un menàge molto piccolo borghese. Non ricordo se fosse anche previsto che il marito andasse a lavorare e la moglie cucinasse, ma può essere.
In questo clima idilliaco però esplodevano delle crisi: coppie che scoppiavano, famiglie che si scomponevano e ricomponevano. Quasi sempre per questioni di interesse: quello ha la casetta più grande della tua, ti lascio, tié.

Pur con tutta la simpatia e l’attrazione che potevo provare per loro, non credo di aver messo su casa con una delle sorelle. Sinceramente, di lavare i piatti non ne avevo voglia. Anche adesso, per sicurezza, ho comprato la lavastoviglie.

(16. continua)

MONDIALI: RIVERA,GERMANIA CON NOI VINCE SOLO AMICHEVOLI

Viva la campagna

La campagna, checché ne pensasse Nino Ferrer, non è mai stata il mio forte. Vivendo in paese, figlio di artigiani (“artisti”, si diceva), i miei rapporti con la terra erano ridotti al minimo.

Mio padre, fabbro, doveva buona parte del suo lavoro proprio alla campagna. A volte, perché no,  veniva pagato in natura, in derrate alimentari. Conigli, anche.
Non potendo mangiarli vivi, ne essendo ancora di moda tenerli in casa come animali da compagnia, bisognava provvedere. Il metodo non era cruento ed evitava spargimenti di sangue: un colpo secco, col taglio della mano, alla base della testa. Karatè, insomma. C’è da dire che le mani di babbo, forgiate da anni di lavoro, erano dure come il ferro. L’animale non soffriva assolutamente.
Poi avveniva lo scuoiamento, al quale io partecipavo reggendo la carcassa dalle zampe posteriori.
Una volta mio padre mi fece provare. A dargli la botta, intendo. La diedi troppo fiacca, il poverino si agitò; babbo dovette dargli il colpo di grazia. Non ci provai più.

Capitava quindi che ogni tanto dalla campagna qualcuno bussasse alla porta di casa a portare un paniere di qualcosa, in cambio di lavori fatti magari mesi prima, o come acconto per lavori in divenire.
Un giorno, da bambino, andai ad aprire la porta, ed introdussi l’ospite con un bel: “mà, c’è un contadì”. Mia madre contrariata mi spiegò, una volta congedato il visitatore, che non era quello il cerimoniale da seguire: a quelli che arrivavano bisognava dare del signore o della signora, qualunque fosse il loro censo o grado sociale.
Così la volta successiva accolsi la persona con un professionale “mamma, c’è un signore contadino”: il protocollo era rispettato.

Tra i tanti lavori che faceva babbo, c’era quello di mettere le pompe dentro i pozzi. Credo tutti sappiate come l’acqua da un pozzo difficilmente riesca ad uscire senza un aiutino. In altri tempi le pompe erano manuali; con la modernità, motori elettrici posti ad una certa profondità spingono l’acqua fino ai rubinetti.
Capitava per svariati motivi che si dovesse intervenire. La pompa non “pescava” più, ovvero l’acqua nel pozzo era calata troppo; il filtro si era intasato; il tubo chissà per quale motivo si era staccato. Bisognava farsi calare dentro al pozzo e intervenire. All’uopo mio padre aveva adattato un sedile di altalena, che veniva legato ad una fune; la fune affidata a due-tre uomini nerboruti, che provvedevano alle manovre di discesa e risalita. Non posso dire che mio padre fosse sempre sereno durante l’operazione. Tra l’altro una volta gli era cascato dentro il portafoglio.
Una volta andammo nel pozzo di un amico, Mario, un uomo sempre sorridente. Fiducioso della vita, direi, e anche dei propri mezzi. Forse troppo, tant’è che si presentò solo con un altro compare, per di più non troppo piazzato. Io avrò avuto 16 anni; contò anche me nel numero dei lavoranti. Ragazzi, quanto ho tirato.

Ebbi altri momenti di brivido come suo assistente. Come quando in barba a tutte le regole di sicurezza sul lavoro ed anche alle regole della fisica mi portava su un tetto, strisciava fino alla grondaia legato in vita da una corda, all’altro capo della quale c’ero io che avrei dovuto tenerlo in caso di caduta. La mia strategia era quella di far passare la corda dietro un comignolo, sperando che non cedesse. Fortuna volle, e qualche Santo protettore, che come reggitore di padri non dovessi mai esibirmi.

La campagna ha dei grossi meriti. Il più grande, quello di fornire roba da mangiare. La seconda, roba da bere. Ora la campagna viene usata anche per produrre energia elettrica, con la quale deficienti come me tengono acceso il PC per scrivere stupidaggini. Assurdo.
Tornando al bere, non si potrà negare che uno dei prodotti migliori sia il vino cotto.
Piccola lezione di enologia for dummies: la terra non produce direttamente il vino, ma l’uva. L’uva viene raccolta e pigiata e si ottiene il mosto. Il mosto viene posto in calderoni di rame e fatto bollire finché non ne evapora un terzo. Quindi si mette in botte e si lascia invecchiare. La gradazione è quella di un marsala, per capirci (o almeno, tra bevitori di marsala di capiremo). Ha delle proprietà fenomenali, a tutto campo.

Un anziano del paese, Primuccio, amico di mio padre, soleva farsene una tazza calda tutte le sere prima di andare a letto. E’ campato in buona salute fino a 99 anni. Poi purtroppo, poverino, ha finito il vino.
Se volete, quando vado al paese, ve ne porto un fiasco.

(15. continua)

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