Si, viaggiare

Da una stima prudenziale, fino ad oggi ho percorso 580.000 chilometri in treno. 14 volte e mezzo il giro del mondo, non male per uno che di mestiere non fa il macchinista.
Qualcuno potrebbe pensare che così facendo abbia perso un sacco di tempo. Non penso, conoscendomi. Prendere il treno di buon mattino obbliga ad alzarsi presto. Senza questa necessità non credo avrei fatto qualcosa di diverso dal dormire.

In treno si possono fare tante cose. Informarsi, studiare, leggere, ascoltare musica, al limite giocare a carte (a chi piace). Soprattutto, viaggiando insieme ad altri, quando si è fortunati si condividono delle storie
A me ascoltare storie è sempre piaciuto. Quando trovo qualcuno disposto a raccontarne, sono la spalla ideale.

Iniziai a pendolare sulla linea Pollenza – San Severino Marche. La stazione era a quattro chilometri dal paese, e si raggiungeva in bus; io aspettavo sempre che babbo mi svegliasse (come fa ora mio figlio con me); se per caso era un po’ in ritardo, scattava l’inseguimento al bus.
I treni erano o delle vecchie littorine, o dei “nuovi” bianchi e blu; già strapieni all’arrivo, difficilmente riuscivo a sedermi.
Al ritorno gli orari non sempre coincidevano col bus. Così ricorrevamo all’autostop, o in casi disperati ai piedi. Quattro chilometri in salita, un’ora.
Una volta mi caricò una donna, corpulenta, che non godeva di buona pubblicità. Insomma, si diceva che praticasse il mestiere. Io ero un po’ dubbioso, non capivo bene a chi potesse attirare una così.
Non so come, ma mi scivolò la carta d’identità sul sedile. Così al pomeriggio, mentre ero all’allenamento di pallone, la signora si presentò a casa nostra per riconsegnare il documento. Credo che la fede di mia madre in me per un attimo abbia vacillato.

All’inizio del mio pendolaresimo milanese, ebbi modo di rimpiangere le littorine: il riscaldamento era costituito da uno scaldino sotto il sedile a 100 gradi; mentre dai finestrini entravano spifferi gelati. Per gente dura.

Come dicevo, sul treno ci si può istruire. Tentai di imparare i rudimenti del francese dai fascicoli De Agostini. Uno strano fenomeno però accadeva: dopo una pagina o due, gli occhi mi si chiudevano. Rimasi quindi al “Je m’appelle Pierre, je suis un étudiant”. Qualche anno fa, venni invitato con famigliola cane e suocera a Dole, in Francia, da conoscenti. In campagna, ci accolsero con un bel Pastis di benvenuto. Anice, se avete presente. Due bei Pastis. Anzi, tre. Affermai senza paura di contraddittorio che mi appellavo Pierre, e se me ne avessero versato un altro avrei potuto cantare la Marsigliese sul tavolo. Dormii beato tutto il pomeriggio: per loro ancora oggi sono Pierre.

Quando non esistevano i telefoni cellulari (i più giovani saranno stupiti del come si riuscisse a vivere lo stesso), per comunicare con casa si usavano i telefoni a gettoni. Nel 1980 un gettone costava 100 lire. Non se ne faceva un uso smodato: niente nuove, buone nuove. In licenza, di solito avvisavo per tempo, e mio padre mi veniva ad aspettare alla stazione di Civitanova. A volte, quando l’orario era incerto, l’accordo era che una volta arrivato chiamassi, e in una mezzoretta babbo arrivava. Una sera purtroppo il piano non funzionò. Il treno da Rimini era in scandaloso ritardo; arrivai in stazione verso la mezzanotte, con un solo gettone in tasca e la biglietteria chiusa. Sperando che l’apparecchio non mangiasse il gettone (capitava) chiamai. Nervoso, sbagliai numero: svegliai la famiglia Farroni che pensando ad uno scherzo lì per lì mi mandò a quel paese. Solo la mia fama di rettitudine morale li convinse che non avessi alzato il gomito e promisero di chiamare i miei. Aspettai con apprensione ma fiducioso. Alla peggio, la mattina dopo la biglietteria avrebbe riaperto.

Per dire il fascino che può avere la ferrovia, mio nonno Gaetano si arruolò volontario per la guerra di Abissinia, non tanto per la smania di conquistare l’Impero al suon di Faccetta Nera ma perché appunto non aveva mai preso un treno. Le cronache familiari narrano che comprò, per la partenza, un vestito tutto bianco; in casa, sopra la toletta in camera dei miei, c’è una foto con lui e altri camerati in posa poco marziale, con vari tucul come sfondo, attorniati da bambini con lineamenti vagamente familiari. Sospetto di avere qualche cugino nella patria di Hailé Selassié.
Ma questa è un’altra storia e fa parte delle Memorie di mia madre; se mi cede i diritti, ve la racconterò.

(20. continua)

faccettanera1

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6 pensieri su “Si, viaggiare

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