Il santone

Un’auto malandata è ferma davanti ad una fontanella, all’ingresso del paese. Nei pressi un uomo sulla sessantina, con capelli e barba arruffati e incolti, indossa un paio di pantaloncini sostenuti da un paio di bretelle. E’ scalzo, a torso nudo ed al sole di agosto sta impastando una focaccia che si appresterà a cuocere. Sul cofano arroventato della sua auto. Si chiama Omero ma per adesso, come direbbe Lucarelli in Blu Notte, lasciamolo lì.

Nell’estate del 1978, essendo pieni di impegni e non potendo continuare a prendere in prestito furgoncini, ci comprammo un pulmino 850 Fiat. Anzi, siccome nessuno di noi lavorava, il furgone lo acquistò lo zio del nostro trombettista, Diego. Era di un improbabile color marroncino, con qualche difettuccio: consumava più olio che benzina e tendeva a surriscaldarsi, per cui dovevamo portarci dietro una scorta d’acqua da mettere nel radiatore.

Eravamo stati ingaggiati in un paesino dei Monti Sibillini, Penna San Giovanni, ad un’oretta da casa nostra. C’era la festa del paese, ed era stato allestito un palco all’aperto, nella bella Terrazza Belvedere. In quel momento credo che avessimo raggiunto il nostro massimo fulgore: suonavamo proprio bene. A livello semiprofessionistico, diciamo: del resto Diego e Piero stavano frequentando il conservatorio, ed il percussionista Graziano il professionista l’aveva fatto davvero, nei circhi. Di Antonina ho già parlato, gran voce che dava sicurezza a tutti.L’animazione era garantita da Giancarlo, non ci mancava niente.

Ma prima di continuare devo fare un passo indietro.

Il nome R7 non era farina del nostro sacco. Era il nome di un’orchestra che aveva suonato anni prima, leggendaria per gli affezionati della zona, di cui Elio, il nostro maestro di banda, era stato uno degli esponenti di spicco. Ma tutti erano ad alti livelli. Quando iniziammo a fare le prove, e non avevamo una lira, trovammo dei leggii fatti bene, in legno, per niente rovinati, con su ancora lo stemma (non si diceva ancora il logo) dell’R7. Così, un po’ per opportunismo e un po’ per riconoscenza verso chi ci aveva preceduto, mantenemmo il loro nome.

Tra questi musicisti, ce n’era uno di cui parlava a bassa voce. Si era trasferito a Roma con la famiglia alla fine degli anni cinquanta, e si diceva che suonasse nei night club; poi che avesse abbandonato moglie e figlie; infine le leggende lo volevano eremita in una grotta di tufo intorno a Fiumicino.

Penna è un bel paesino, di circa 1500 abitanti. Più o meno in piazza c’erano tutti, e ogni tanto qualcuno si avvicinava con curiosità, come spesso succedeva mentre si preparano gli strumenti. Erano state allestite anche delle lunghe tavolate. Un occhio attento avrebbe notato un insolito capannello attorno ad uno strano tipo che predicava l’inutilità di ingerire ogni tipo di sostanza liquida e il danno che si arrecava al corpo nonché all’intero creato mangiando cose morte.

Eravamo un po’ in affanno, perché il pulmino ci aveva lasciati a piedi e avevamo dovuto aspettare che il radiatore si raffreddasse prima di poterlo riempire di nuovo. I preparativi affrettati avevano creato una certa tensione, come può succedere peraltro anche in condizioni normali quando metà lavora e l’altra si dedica diciamo alle public relations.
Iniziammo la serata con il nostro solito repertorio, ma qualcosa non andava. Suonavamo col freno a mano tirato, come se fossimo rimasti su quel benedetto pulmino. Al cospetto dei monti Sibillini, stavamo facendo cilecca.

Poi dalla panca dov’era seduto, si alzò un uomo dall’aspetto di santone e salì sul palco. A piedi scalzi, con i pantaloncini sorretti da due bretelle ma con indosso una camicia. E soprattutto, con un sassofono tenore.

Peter Gunn Theme, di Henry Mancini. Parte la batteria, segue il basso con un giro che dura per tutta la durata del pezzo. Pezzo che può durare all’infinito, perché ci si può improvvisare sopra finché si vuole. Omero ci prese per mano, e ci trascinò a dare il meglio di noi stessi: ci chiesero di tornare il giorno dopo, e quello dopo ancora; qualcuno si meravigliò che non fossimo ancora in televisione, ma forse era un’esagerazione.

(22. continua)

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