Vecchio clarone

Ci sono degli strumenti musicali che non sono molto popolari. Degli ibridi, con delle voci così particolari che vanno bene solo per certa musica. O semplicemente che nessuno vuole perché non ne capisce l’utilità.
A volte certi strumenti fanno tenerezza: perché della loro famiglia sono il brutto anatroccolo, o lo zio eccentrico, o il fratello ritardato.

Prendete i clarinetti. Conoscerete tutti, credo, quello lungo, in ebano, con l’imboccatura affusolata e il fondo a campana: li troverete in tutte le bande, in tutte le orchestre, nei complessini di liscio, nei gruppi jazz.

Bene, quello che avete in mente è solo un tipo di clarinetto. Ce ne sono almeno tre tipi più piccoli (stessa forma, con voce più acuta, chiamiamoli fratelli minori) e cinque più grandi (di cui quattro assomigliano a dei sassofoni). Alzi la mano chi ne ha mai visto qualcuno, a parte il mio amico Piero professore di musica.
Ed è così, ve lo assicuro, per tutti gli strumenti. Che so, pensate ad una tromba. Immaginatevi la sua famiglia. Il figlio piccolo? Trombino. Il nonno sordo? Vi ho fregato, non è il trombone.  Tromba basso, si chiama.

Con questo non è che voglia fare un trattato di musica. E’ solo per far capire che, quando uno deve scegliere uno strumento a cui dedicare sforzi e ore di studio, di solito non è attirato da un trombino.

Accolsi perciò con qualche perplessità la proposta del maestro di banda di passare dal mio pur scalcinato clarinetto al clarone. Era un incrocio, una sirena, un ircocervo:  non dritto ma a forma di pipa, campana e collo metallici, corpo di ebano.

Le mamme con prole numerosa converranno con me che quando si hanno tanti figli le attenzioni maggiori vanno a chi più ne ha bisogno. Quello meno sicuro, con qualche debolezza. Che quando si ha un figlio che viene magari preso in giro per qualche difetto, vien voglia di stringerselo al petto e coccolarselo.

E’ quindi con istinto direi materno che accolsi il mio brutto anatroccolo e lo allevai. Era pesante, e più faticoso da suonare: ci voleva più fiato, e le dita dovevano essere stirate bene per raggiungere le chiavette più lontane. Nei toni alti aveva una voce stridula, da ragazzo nell’età della pubertà, ma in compenso nei toni bassi aveva una voce bellissima, calda e profonda.

Mi era stato consegnato in un sacchettino di tela, e mi preoccupai subito di dargli una casetta: il mio amico Stelvio (più in là mio padrino di nozze), figlio di un prodigioso intagliatore, mi costruì una valigetta che tappezzai con qualche scampolo fornito da mia madre. Non credo esistano molte custodie rivestite di velluto marroncino a quadrotti.

Conoscendolo, scoprii tanti punti di contatto con il mio carattere. Innanzitutto, non era invadente. Non imponeva la sua presenza. Stava bene con gli altri: da un lato rafforzava i clarinetti, e dall’altro ammorbidiva i sassofoni. Non amava fare il solista, se non costretto e solo per pochissimo tempo. Ed era unico.

Poi, come accade a volte con gli amori di gioventù, lo persi di vista. Lo tradii, persino, quando a Parma dovendo scegliere portai il sassofono, più presentabile, più glamour. Tuttavia mi dispiaceva liberarmene, pensavo: chissà, magari, un giorno. A Como portai con me poche cose. La chitarra, qualche libro, e lui.
Più come coperta di Linus, per scaramanzia. Infatti restò anni in uno scatolone in cantina, pensavo: chissà, magari, un giorno mio figlio.

Ma, visto che quel giorno non arrivava mai, alla fine mi sono deciso a liberarlo. Ero stato egoista: il brutto anatroccolo aveva messo le ali e aveva diritto di volare. Uno strumento è fatto per suonare, l’aria deve fluire attraverso di lui e raggiungere le orecchie e i cuori di chi lo ascolta. Troverà qualcuno che gli vorrà bene, come gliene ho voluto io.

L’ho riconsegnato alla banda. Ragazzi, si è riposato tanto tempo, fatelo suonare.

(23. continua)

Clarone_alto_Selmer_2

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