Tre stelle per Olena – 9

«Vi ho detto che non c’entro niente, perché mai avrei dovuto avvelenare Turchese? Non lo conoscevo nemmeno!»
La giovane cinese, tramite l’interprete fornita dalla produzione dello show, risponde indignata alle domande del maresciallo Montesi, che maledice il momento in cui il suo superiore, il quarantenne capitano Fiacchini, donnaiolo incallito, si è rotto il tendine crociato del ginocchio destro giocando a calcetto in una partita scapoli-ammogliati, incidente che qualche malalingua non attribuisce ad uno scontro fortuito ma ad un regolamento di conti per una vecchia questione di corna.
Montesi, un sessantenne brizzolato, non molto alto, leggermente sovrappeso, amante del ballo liscio che pratica regolarmente con la sua signora Ines, una allampanata romagnola, abbronzato dalle ore passate all’aria aperta per servizio e dalla cura del suo orto di cui è orgogliosissimo e che gli regala soddisfazioni come la vittoria del prestigioso “Oscar della zucca 2018” attribuito dalla Pro Loco di Ciapanò, risponde paziente.
«Signorina, è la prassi, stiamo interrogando tutti quelli che erano nelle vicinanze del… ehm, dell’evento. Le ho solo chiesto cosa intendeva con quel “V come Vendetta”, non c’è motivo di innervosirsi. Capirà che è una strana causalità che qualcuno evochi una vendetta e subito dopo qualcun altro muoia, sbaglio?»
«Era solo un modo per attirare l’attenzione, per farmi pubblicità! Io non devo vendicarmi di nessuno» risponde Li Wok, spazientita.
«Se è come lei dice, signorina, come spiega che Turchese è morto dopo aver mangiato un suo raviolo? Se non è stata lei chi può averlo avvelenato, qualcuno che voleva far ricadere la colpa su di lei?» chiede il maresciallo accaldato mentre guarda sconsolato la pala ventilatore che pende inerte dal soffitto, che l’elettricista aveva promesso da due mesi di passare a sistemare.
«Ma come faccio a saperlo? Avete tutte le riprese video, si vedrà se qualcuno ha messo qualcosa nel mio piatto, no? Io l’ho messo sul tavolo della giuria, chiunque avrebbe potuto metterci le mani»
«E’ proprio questo il punto, signorina, le immagini non ci hanno dato nessun aiuto, non sembra che qualcuno si sia avvicinato. Ha notato qualcosa di strano in cucina? Qualcuno del suo staff, qualcuno con il quale ha avuto degli attriti, che avrebbe avuto motivo di danneggiarla? »
«Lo escludo assolutamente! I miei ragazzi si butterebbero nel fuoco per me, non farebbero mai una cosa del genere, le dico che si sta sbagliando!»
Un battito di nocche alla porta interrompe la discussione.
«Avanti!» consente Montesi, per niente sorpreso dall’entrata dell’appuntato Corinaldi, suo aiutante, un biondino quasi trentenne.
«Maresciallo, la scientifica ci ha mandato questo» comunica l’appuntato, porgendo a Montesi una carpetta «mentre stamattina è arrivata in caserma questa» continua porgendo una busta.
«E il mittente?» chiede il maresciallo, interrogativo.
«E’ anonima maresciallo, ma sembra interessante, gli dia un’occhiata»
«Va bene Corinaldi, puoi andare, grazie» lo congeda Montesi. Apre prima il referto e poi la busta; rimane per qualche secondo pensieroso e poi si rivolge ancora alla cinese:
«Lei conosce un’erba chiamata Gelsemium Elegans, signorina Wok?»
«Gelsemium? Certo che la conosco, è un’erba nota nella medicina tradizionale, ha molte proprietà ma è molto pericolosa, se non la si sa trattare… perché?» chiede la cuoca, improvvisamente sul chi vive.
«Appunto, molto pericolosa. Il laboratorio ha trovato tracce dell’erba nello stomaco di Turchese. Come lei saprà, è un’erba coltivata in diverse regioni della Cina» butta là il maresciallo con finta indifferenza.
«Ma che vuol dire?» si agita Li Wok «Innanzitutto non è coltivata solo in Cina, e poi oggi con Internet si può comprare qualunque cosa da qualunque parte del mondo, secondo voi per uccidere un uomo che nemmeno conoscevo avrei portato un’erba dalla Cina e l’avrei messa proprio nei miei ravioli? Ma è ridicolo!»
«Signorina, glielo chiedo di nuovo, lei conferma di non aver mai conosciuto Alessandro Turchese e di non aver avuto nessun dissidio con lui?»
«Certo che lo confermo, lo confermo, quante volte ve lo devo dire?» alza la voce la cinese concitata, alzandosi anche in piedi. Montesi resta qualche secondo a guardarla, indeciso se richiamarla a sedersi, poi con una smorfia di delusione estrae il contenuto della busta e lo mette sul tavolo, prima di chiedere con voce calma:
«E questa allora come la spiega?»

La cinese guarda sgomenta la foto di lei e di Alessandro Turchese abbracciati in riva al mare limpido di quello che sembra un atollo, con sullo sfondo dei bungalow su palafitte, ma prima che possa fornire una qualche giustificazione Montesi la blocca.
«Corinaldi!» chiama di nuovo il sottoposto.
«Comandi, maresciallo» accorre prontamente l’appuntato, sbattendo i tacchi.
«Signorina, lei è in stato di fermo per l’omicidio di Alessandro Turchese. Corinaldi, portala via» ordina Montesi, dispiaciuto per la ragazza ma soprattutto per la certezza di dover saltare la serata danzante.

Olena à Paris – 44

L’erede della fortuna dei Talnone si scioglie dall’abbraccio con Gilda, raddrizza la schiena, fa qualche passo verso il marito e gli parla, ma con lo sguardo perso oltre la grande vetrata.
«Sai, Jean, io devo ringraziarti»
«Ringraziarmi, Antonietta? Ma di cosa? Senti, cara, posso spiegarti tutto, non è come sembra, è tutto un equivoco…»
«Sshh, Jean, taci per favore» lo zittisce Antonietta. «Hai ragione, ho trascurato le attività della società, le avevo delegate ad un uomo che amavo, un uomo affascinante che mi aveva fatto sentire desiderata, una principessa, me, una ragazza insignificante…»
«Anch’io ti amo Antonietta, ma non potremmo parlare dopo di queste questioni? Sono sicuro che chiariremo questo malinteso…»
«Ti ho detto di tacere, Jean!» lo zittisce Antonietta, fredda. «Tu mi hai illusa, mi hai sfruttata, ti sei servito di me per la tua ambizione, mi hai tradito… come potevi amarmi, Jean? Tu ami solo te stesso… non mi hai mai amato, ma non pensavo che potessi arrivare a compatirmi, a disprezzarmi »
«Ma cosa dici Antonietta, non è assolutamente vero, se ti sono sembrato distante è per colpa del lavoro, le preoccupazioni…» cerca di giustificarsi Biscuit.
«Ma in fondo hai ragione, sai? Me lo meritavo» continua Antonietta, senza dare peso alle parole del marito «Sono stata debole. Mi accontentavo di vivere nella tua ombra, senza accorgermi che eri tu che stavi risucchiando la mia vita. Ma possiamo ancora cambiare, sai? Guarda, voglio farti vedere una cosa» dice la donna, aprendo la borsetta Kelly Classique di Hermès.
«Ma certo, cambierà tutto, te lo prometto cara, ma… che cos’è quella?» chiede Jean, fissando l’attrezzo che la moglie ha estratto dalla borsetta.
«Ah, questa? Oh, niente, una chiave inglese. Sai, da bambina mio nonno mi ha insegnato a smontare e rimontare il motore del suo trattore, l’avresti mai detto?»
«No, veramente no, Antonietta, ma qual è il punto, non capisco…» risponde Biscuit sorpreso e preoccupato.
«Vedi Jean, mio padre era come te. Ha portato mia madre all’esasperazione, alla disperazione, finché si è tolta la vita. Ma, e questo è il punto caro Jean, io non sono mia madre»
«Naturalmente, ma continuo a non capire, se potessimo uscire da qua…»
«Cosa non capisci di “stare zitto”, Jean?» lo gela Antonietta, dura, e continua:
«Aveva fatto in fretta a dimenticarla, dopo appena sei mesi si era risposato con la sua segretaria, che era stata la sua amante per anni» La Talnone si ferma, come persa nei ricordi, e poi prosegue, cambiando discorso.
«Hai un’idea di cosa sia un rotore di coda, Jean?»
«Un rotore… un pezzo di elicottero, sbaglio? Ma che c’entra?» chiede Biscuit, sempre più confuso.
«Bravo, Jean, serve a controllare il beccheggio ed il rollio dell’elicottero, in sostanza serve a stabilizzarlo. E sai cosa succede se, inavvertitamente, qualcuno ne allenta le viti con le quali è fissato alla sua trave?»
«Vuoi dire che… tu… sei stata tu? Tu hai provocato l’incidente in cui è morto tuo padre? L’hai ammazzato tu? Ma non è possibile, tu sei… pazza!» grida Biscuit, mentre un lampo di orrore gli attraversa il cervello nel momento in cui si rende conto che la moglie non è quella creatura innocua che aveva sempre creduto.
«Pazza sono stata ad aspettare così tanto» continua Antonietta, glaciale. «Sai Jean, niente mi farebbe più piacere che vederti chiedere l’elemosina vivendo sotto qualche ponte di Parigi. Potrei farlo, sai? Con il divorzio ti toglierei la pelle, e impedirei a chiunque di avere rapporti con te. Ma magari troveresti il modo di infinocchiare qualche poveretta e farti mantenere, ed io sinceramente sono stanca. E poi non l’hai sempre detto anche tu che il nero mi dona?»
«Il… nero?» si chiede Biscuit, che comincia a realizzare l’enormità degli sbagli commessi nel momento in cui vede la moglie avvicinarsi ad Olena, stendere verso di lei la mano guantata e farsi consegnare la pistola di Carlos.
«Antonietta, per l’amor di Dio, metti giù quella pistola, che vuoi fare? Ho sbagliato, me ne andrò, ti prometto che non mi vedrai più, Antonietta, ti prego…» piagnucola quello che fino a poco prima era a capo di un impero.
«Che sfortuna, Jean. Un ladro è entrato nel palazzo, cercava probabilmente la cassaforte, come poteva sapere che tu fossi rimasto a lavorare fino a tardi? Avete lottato, era armato e ti sei difeso con il tuo fucile, un’arma insolita da tenere in ufficio ma si sa, tu eri un appassionato di armi. Una tremenda casualità, vi siete uccisi a vicenda. Al funerale parteciperanno tutti i tuoi amici, i soci del Rotary, sicuramente ci sarà il Presidente della Repubblica, farà un bel discorso e forse mi consegnerà una medaglia alla tua memoria. Gilda, pensi che il tubino Armani possa andar bene per l’occasione?»
Prima che Gilda possa dare la sua approvazione Carlos, vista la piega che stanno prendendo gli eventi, interviene.
«Un attimo, un attimo, signora, io non c’entro niente in questa storia. Io sono solo un professionista, proprio come quelle due lì!» protesta, indicando Olena e Vassilissa.
Le quali si guardano e si scambiano un sorrisetto; dopodiché Vassilissa con un gesto veloce arma la cartuccia ed esplode un colpo verso il messicano, colpo che gli fa sfondare la vetrata e precipitare nel vuoto.
«Manda noi fattura, pruofessionista» lo saluta Olena, affacciandosi a guardare il corpo che cade, rimbalzando sulle pareti della Tour Bifidus.
Biscuit paralizzato, pallido come un lenzuolo, fissa tremando la pistola che la sua prossima vedova gli sta puntando contro.
Olena, Vassilissa e Gilda escono dall’ufficio, ma da dietro la porta riescono ad ascoltare il saluto di commiato che si scambiano i coniugi Biscuit:
«Jean, ti dispiacerebbe spostarti verso la finestra? Mi rincrescerebbe macchiare il Tactile Blue¹»
«Vaffanculo Antonietta, tu e il Tactile Blue» risponde Jean Biscuit, in un sussulto di dignità.
Poi uno sparo, ed è la fine.

Ma la storia non è ancora finita, resistete ancora un poco…

¹ Tactile Blue by Mohebban, tappeto fatto a mano in lana, seta di bambù, viscosa e iuta, prezzo €8.784,00 Iva inclusa.

Olena à Paris – 23

«Aahh…»
Olena, legata ad una sedia con le mani dietro la schiena, si risveglia bruscamente. Nella piccola stanza senza finestre due uomini la osservano con un ghigno beffardo, dopo averle rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. La russa, con la testa che pulsa, mette a fuoco i due e si guarda intorno, valutando la situazione.
«Chi voi siete, finuocchietti?» chiede sprezzante, sputando sullo stivale di quello più vicino.
L’uomo, con una smorfia schifata, si avvicina e pulisce lo stivale sui pantaloni della tuta mimetica della russa, e le molla poi un manrovescio. Olena, incassato il colpo, gira lentamente la testa leccandosi l’angolo della bocca da cui esce un filo di sangue. Stringe leggermente le palpebre e sorridendo lo fissa negli occhi:
«Tutto qua quello che tu sa fare? Ci vuole altro per soddisfare vera duonna» dice passandosi la lingua insanguinata sui denti.
L’uomo si avvicina, pronto a colpire ancora, ma il compagno gli afferra il braccio .
«Manolo, lascia stare. Carlos ha ordinato di non avvicinarsi, è pericolosa»
Manolo si ritrae, stizzito.
«Pericolosa… siamo in due e lei è da sola, legata e disarmata, che può fare? Divertiamoci un po’…» e riprende ad avanzare verso Olena, che lo provoca:
«Da, noi divertiamo, tu proprio mio tipo… o preferisci tuo amichetto? Io capito subito, tu vuole lui, non me…»
«Brutta puttana, ti faccio vedere io adesso chi…» sbraita Manolo, gettandosi sulla russa. Olena si spinge all’indietro con le punte dei piedi, e l’impeto dell’uomo li fa cadere a terra, uno sopra l’altra; la donna gli pianta i denti nella giugulare, resistendo al suo tentativo di divincolarsi, e molla la presa solo quando vede sprizzare il sangue; Manolo prova a rialzarsi barcollando, cercando di tamponare la ferita con una mano, ma Olena lo rovescia ancora a terra gettandoglisi addosso rotolando con la sedia; finalmente l’uomo si rimette in piedi ma quando cerca di estrarre la pistola dalla fondina legata alla coscia constata con un brivido di raccapriccio che la sua arma non si trova al suo posto; e l’ultima cosa che vede nella sua vita è lo sguardo gelido di Olena che, da terra, gli punta contro la sua stessa pistola che tiene tra le mani legate. L’altro uomo, che non ha avuto modo di intervenire, prova ad allungare la mano verso la sua arma ma Olena lo dissuade con un invito amichevole.
«Non muovere te di millimetro se tieni a tue palle, fruocietto»
L’uomo saggiamente valuta che non sia il caso di offendersi per l’epiteto politicamente poco corretto, e non può che ammirare la russa che spara sulle corde per allentarle, ed in un baleno è libera ed in piedi.
«Ora tu puorta me da Carlos» gli ordina Olena.
«Ma mi ammazzerà!» protesta l’uomo.
«Lui, forse. Io, sicuro. Scegli tu»

Dieci anni prima, in Bolivia.

La Bolivia è la terza nazione produttrice di coca al mondo, dopo Colombia e Perù; le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni come energetico e per combattere i malesseri dell’altitudine. La coltivazione è legale e regolata dal governo; purtroppo però dalla coca si fabbrica la cocaina, che viene prodotta in loco in laboratori improvvisati nelle vicinanze di corsi d’acqua, laboratori che vengono allestiti e smantellati in poco tempo per non essere scoperte dal Felcn, il corpo dell’esercito che combatte il narco-traffico. Spesso i laboratori sono sorvegliati da guardie armate e, quando i soldati riescono a superare la rete di informatori e sentinelle che li protegge, vengono ingaggiati scontri a fuoco che fanno vittime da entrambe le parti.

Il fiume Chapare, nella regione del Chocabamba, è uno dei siti principali per queste installazioni, grazie alla vicinanza alle piantagioni ed alla possibilità di una rapida fuga. Olena, ingaggiata dai servizi boliviani per sradicare una cellula colombiana infiltrata senza creare tensioni tra vicini, al comando di una squadra search and destroy di otto uomini anzi per la precisione di sette uomini ed una donna, Vassilissa Kutnesova, nipote di quello che all’epoca era stato uno dei più eminenti proconsoli di Breznev, esperta di esplosivi e combattimento corpo a corpo, si sta avvicinando all’obiettivo con una formazione a ventaglio, protetti dalla boscaglia, dopo aver neutralizzato la doppia linea di sentinelle. Gli informatori parlano di un carico da una tonnellata di cocaina, già lavorata e pronta per essere trasportata. Un bell’uomo, dal sangue decisamente indio, si avvicina a Olena.
«Quanti, Osvaldo?» chiede rapida la russa.
«Dodici armati, capitano, armi automatiche standard. 4 dietro, possiamo avvicinare fino a 50 metri senza essere visti. Gli altri davanti meno due che sono all’interno»
«отлична¹» sibila Olena. «Ci dividiamo, tu prendi con te Vassilissa e due uomini e vai sul retro. Appena arriveranno a prendere il carico io attaccherò, e tu seguirai dopo 5 secondi.»
«C’è un problema, capitano, hanno degli ostaggi»
«Ostaggi? Quanti?»
«Due famiglie di raccoglitori con i loro bambini, capitano, dieci persone»
«Dove li tengono?»
«Addossati alla parete sul retro»
«Понимаю²» annuisce Olena. «Volerà parecchia coca tra poco, preparate le maschere»
«Si, capitano»
«Sento dei motori Osvaldo, stanno arrivando, vai, svelto»
«Capitano, e il segnale?»
«Lo capirai, Osvaldo, lo capirai»

Mentre Osvaldo si allontana, due motoscafi con altri quattro uomini armati attraccano. Dal laboratorio esce uno uomo alto e abbronzato, con i capelli biondi.
«Forza, rapidi, il carico è pronto»
«Carlos, dì ai tuoi uomini di darci una mano che facciamo prima» risponde uno degli uomini
Carlos lo guarda con uno sguardo da rettile, e quasi senza aprire bocca risponde:
«I miei uomini non sono facchini. Sbrigatevi a portar via quelle casse che l’aria è pesante»
L’istinto animalesco gli dice infatti che c’è troppa tranquillità; si rivolge ad uno dei suoi uomini:
«Niente dalle sentinelle?»
«Niente, Carlos»
«Da quanto non le senti?»
«Da dieci minuti…»
«Dieci minuti? Chiama, chiama, perdìo» lo scuote Carlos. L’uomo chiama, ma senza risposta.
«Non risponde…» dice confuso. «Non ci sarà campo…»
«Idiota…» fa appena in tempo a sibilare Carlos, quando i due razzi sparati da Olena tranciano in due il laboratorio, alzando una nuvola di fumo e di polvere di coca. La sparatoria dura esattamente 48 secondi, durante i quali tutti gli uomini sul retro vengono annientati, mentre di quelli davanti si salvano solo quelli che hanno il buon senso di arrendersi; nella confusione però Carlos è rientrato nel laboratorio ed ha preso una ragazza, Juanita, ed è con lei che si fa scudo balzando su uno dei motoscafi. Osvaldo, che ha lasciato a Vassilissa il compito di bonificare il terreno, si avvicina con il suo fucile di precisione, e chiede ad Olena:
«Lo elimino, capitano?»
Olena, scuote la testa. «Lascia stare, Osvaldo, troppo pericoloso, ha la ragazza, va bene così. Libera gli ostaggi, diamo una ripulita qui intorno e andiamocene.»
«Ai suoi ordini, capitano»
«Ah, Osvaldo»
«Si, signore?»
«Ottimo lavoro»

¹ Ottimo
² Capisco

Ferragosto con Olena (XIV)

«Contigo en la distancia, mi amor!» dichiara enfaticamente Miguel il giardiniere a Paio Pignola, al secolo Hector García, il transessuale cubano che si è intrufolato di soppiatto nel giardino di casa Rana.
«Miguel querido, ti ho detto un sacco di volte di non essere così appiccicaticcio. Tra l’altro, il tuo “amico” maggiordomo mi ha detto che vi esercitate insieme quotidianamente con la salsa. Non sarai un po’ troppo… zelante?» chiede Paio con una punta di gelosia nella voce.
«Tu me ofendes Paio, come puoi pensare una cosa simile! Lo sai che io amo solo te!» protesta Miguel.
«Bien, bien, Miguel. No pretendo l’exclusiva, ma non voglio che gli insegni i miei passi segreti, comprendi?»
«Ma certo, ma certo! E comunque… lui… no se mueve como ti!» la adula il giardiniere, cingendole la vita con un braccio.

Flettàx il pappagallo celtico interviene intempestivamente, imitando alla perfezione la voce di Miguel:
«Craaa!!! Craaa!!! James tu si che sei un vero macho!» – dice gracchiando – «Craaa… Non come quella zoccola cubana! Craaa!!!»

Miguel avvampa mentre il pomo d’adamo di Paio sobbalza su e giù.
«¿Qué dijo el pájaro?» chiede la cubana stizzita «Che ha detto l’uccello?»
«Quale uccello?» chiede Miguel, fingendo di non vedere l’enorme Ara Macao padano che torreggia sul trespolo dietro di lui.
«Como qual uccello! El papagallo aquì! Me ha dato de la socola!»
«No, ma quale socola mi amor! Ah, ah, il pappagallo ha detto trottola, trottola… voleva dire che balli come una trottola… ha qualche difettuccio de pronuncia…» e così dicendo strappa una penna dal didietro di Flettàx, che lo ripaga beccandogli il dito.
Miguel lancia un urlo e si appresta a strozzare il volatile impertinente, ma Paio lo richiama al dovere.

«Miguel, basta giocare, all’uccello penserai dopo. Veniamo a noi, ahora»

«Certo mi amor, dime todo. Che posso fare per te?»
«Sono stata umiliata, capisci Miguel? Insultata e umiliata. Devo vendicarme de quela bagascia russa»
Miguel si guarda intorno con apprensione.
«Volevi dire Natascia, non è vero Paio? » chiede il giardiniere, facendo segno a Paio di abbassare la voce, già stridula di suo.
«Potresti per favor non llamarla bagascia, perlomeno en mi presencia? Sai, querida, quella mena»
«Anch’io meno!» – proclama Paio che a volte fatica a contenere l’Hector che è in lei – «per tua norma e regola sono stata campeon regionale dei superwelter, entiendes?»
«Non ne dubito, cara, e non vorrei mettere el dito nella piaga, ma me parece che a Cuba te le abbia suonate… e qui sparso nel parco c’è ancora qualche pezzo di pigmeo e di cinese che gli si è messo di traverso…» dice Miguel, con un fremito di preoccupazione.
«E’ stata solo sfortuna!» grida Paio in falsetto. «Ho inciampato nella gonna, e quella ne ha approfittato! Ma la prossima volta non sarà asì fortunata, e la vedremo chi mena di più! E adesso basta parlare, Miguel, mi vuoi aiutare o no? Guarda che se me tradisci te stacco le bolas!»

Se c’è una cosa che non si può dire di Miguel è che, se messo di fronte a proposte ragionevoli, non sia collaborativo: tempo mezz’ora e ritroviamo i nostri due eroi a bordo di un furgoncino della impresa di pulizie Rana, diretti alla volta di Ladispoli.
Miguel è concentrato al volante mentre al suo fianco Paio, con le gambe sollevate ed i piedi nudi appoggiati sul cruscotto, canticchia “Yolanda”, una vecchia canzonetta. Dal vano di carico proviene un raspare metallico e delle grida soffocate che assomigliano stranamente a quelle di un pennuto al quale sia stato legato il becco con un bavaglio ed il quale nonostante l’impedimento si sforzi di insultare tutti i nati al di sotto del parallelo della Brianza.
«C’era proprio bisogno di portarsi dietro il pappagallo?» chiede Paio, spuntandosi le unghie dei piedi con una tronchesina.

«Mi amor, Natascia es terribile ma è niente in confronta alla mia padrona. Se succede qualcosa al pappagallo yo soy un hombre muerto»

furgone

Ferragosto con Olena (XIII)

«Uè Oscar, l’hai sentito il tuo coscritto? “Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo sul futuro del mondo“… hai capito Silvietto? Pare ieri che suonavamo insieme sulle navi da crociera… Pensiero profondo, mica nespole!» Armando, da sempre ammiratore dell’epicureo Cavaliere, stuzzica così l’amico.
Oscar scuote la testa. «Il pensiero sul futuro del mondo è uguale a quello sul passato del mondo… continuare a farsi i cazzi propri mettendolo in quel posto ai poveracci»¹ risponde lapidario.
«Sei sempre il solito comunista!» ride Armando «Non so come fanno a farti suonare in tutti quei matrimoni»
«Perché sono il migliore!» proclama l’organista. «E perché allungo sempre un cinquantino al sacrista…» e così dicendo strizza l’occhio ed alza il bicchiere al cielo.

Nell’antica osteria “Da Nino”, a due passi dalla Rocca dei Papi di Montefiascone, nessuno fa caso al gruppetto di anziani avventori che occupa il vecchio tavolo col piano di formica vicino alla finestra.
L’oste ha appena portato la terza bottiglia di Est! Est!! Est!!! alla quale i nostri amici si apprestano a tirare il collo, accompagnandola con un piatto di olive verdi, un tagliere di formaggio pecorino di varie stagionature ed un salame lardellato che Armando Grasparossa affetta senza parsimonia.
Oscar si appresta a riempire il bicchiere di Agostino, ma questi lo ferma, coprendo il bicchiere con la mano.
«No, per me basta, che c’ho la glicemia alta… se poi lo sa Mariuccia mi mette a stecchetto per tre mesi» chiede comprensione l’antico batterista.
«E no caro, lo sai qual è la regola: chi mangia mangia ma le bevute devono essere pari» lo incalza Oscar.
«E va bene» si arrende lo stornellatore «ma dopo basta veramente eh? Che se no mi dovrete riportare a casa a braccia»
Il Santone guarda i commensali con tenerezza, poi gli sfugge un sospiro:
«Amici miei, siamo diventati vecchi…»
«Parla per te!» lo rintuzza Armando. «Per tua informazione, io ancora sono sulla piazza, non so se mi spiego» e accompagna l’affermazione con un eloquente gesto di punzonatura.
«Si, il problema è che non ti ricordi più che ci fai, sulla piazza…e nemmeno che piazza è» lo canzona Oscar. «Mi hanno detto che ti sei pure ridotto a suonare con le basi registrate. Ma non ti vergogni?» continua l’organista da cerimonie.
«Oh, oh, calmino eh! Si fa presto a dire basi registrate… ma lo sai quanto costa adesso portarsi dietro dei buoni musicisti? Ma tu che ne sai, tu fai i funerali, lì non si lamenta nessuno…» risponde Armando, e continua: «Con quello che ti danno oggi non ci si sta dentro… allora io prendo degli scalzacani, basta che facciano finta di suonare e vadano a tempo, una cantante bona e la metto lì scosciata, chi ci fa caso se ci sono le basi o no… ogni tanto faccio qualche nota con la fisarmonica, giusto per non addormentarmi. Ma che ti credi, che è come quando andavamo in giro noi per le sale da ballo? Il mondo è cambiato, caro mio…»
«Pure troppo è cambiato per i miei gusti…» dice Agostino, e gli amici annuiscono con amarezza.
Poi Agostino si schiarisce la voce, e butta sul tavolo la domanda che aleggiava nell’aria:
«E adesso, Virginio, che si fa?»

Virginio Tempesti, il Santone, alza lo sguardo sui vecchi amici, annuisce ed inizia lentamente a parlare.
«Vi ricordate quando ci siamo visti l’ultima volta?»
«Si, purtroppo» risponde amaro Oscar. «E’ stato al funerale della povera Giovanna»
Un silenzio pieno di ricordi cala sul tavolo. Infine Virginio si schiarisce la voce e riprende:
«Già, Giovanna… che voce che aveva Giovanna, ve la ricordate? Calda, profonda… ed era sempre allegra… fino a quel maledetto giorno.»
«Già, quel maledetto giorno dell’incidente…» dice Agostino.
«Si, una tragedia…» conferma Oscar.

«Incidente…» sorride con una smorfia Virginio guardando fuori dalla finestra, ed inizia il suo racconto.
«Lo rivedo come fosse oggi, era il 15 luglio del ’72… faceva caldo. Quel giorno eravamo in campagna, stavamo provando un nuovo pezzo… ad un certo punto nel cortile entra una macchina, scendono in quattro. Bussano, vado ad aprire, e mi becco subito un pugno in faccia che mi fa cadere a terra. Cerco di rialzarmi, ma mi tempestano di calci e pugni. Giovanna corre ad aiutarmi, e la bloccano subito prendendola per i capelli…» continua Virginio, tra lo sguardo inorridito dei suoi amici.
«Ma ci avevi detto che era stato un incidente d’auto…» protesta Armando, incredulo. Virginio continua, come se non avesse sentito.
«Ci tennero tutta la notte… continuavano a chiedere la stessa cosa… ed a picchiare, picchiare…. Poi presero lei e…» Virginio si ferma, serrando la mascella.
«Santo Dio, Johnny, ma perché non ci hai mai detto niente? Ma chi erano, che volevano da voi?» chiede Agostino, che ancora non riesce a credere a quello che sente.
«Cercavano un bottino, bottino di guerra dicevano… dicevano che mio padre aveva preso qualcosa che non gli apparteneva, e lo volevano da me… riuscii a capire che si trattava di casse sottratte da un camion di tedeschi in ritirata, che conteneva monete d’oro e oggetti d’arte saccheggiati nella fuga. Ma io non sapevo niente, cosa potevo dire? Mio padre era sparito dopo la guerra, che ne sapevo io? Ma loro non ci credevano…» Virginio si ferma, riprende fiato.
«Giovanna era incinta, sapete? Quattro mesi… Perse il bambino…e la ragione. Ancora oggi non so perché non ci ammazzarono… ma dissero che se avessi parlato sarebbero tornati a finire il lavoro.»
«Ci hai sempre detto che era stato un incidente d’auto con un russo che era scappato…»
«Il Russo c’era… era il capo… ma non trovò quello che cercava. Giovanna si richiuse in se stessa, e dopo qualche mese dovetti farla ricoverare… ormai era persa in un altro mondo, non riconosceva nessuno, solo quando suonavo il sax sembrava che tornasse con noi… ma era solo un’impressione. Sedici anni è stata rinchiusa… alla fine si è ammalata di tumore, ed è morta senza poter mai più cantare» Le lacrime scorrono sul viso solcato da rughe di Virginio, che le asciuga col dorso della mano e prosegue.
«Smisi di suonare, di mangiare, di tutto. Stavo per farla finita… quando un giorno entrai in una chiesa, e sentii un coro di monache… assurdo, vero? Un coro di monache… chiesi se potevo fermarmi lì qualche giorno, a dare una mano nell’orto, in officina… e ci sono rimasto venti anni. Il Santone, mi chiamano… ma io non ho niente da insegnare a nessuno, non so niente, solo il dolore… non ho niente da dire, posso solo compatire…»

I tre vecchi amici, commossi, mettono le mani sopra quelle di Virginio, poggiate sul tavolo. Poi è ancora Agostino che si incarica di rompere il silenzio:
«Virginio, perché ci hai chiamati? Se il Russo ha l’età di tuo padre sarà sottoterra da un bel pezzo. Che possiamo fare per te?» chiede con tutta la delicatezza possibile.
«Chi l’ha detto che ha l’età di mio padre?» chiede sorpreso Virginio.
«Mah, ci era sembrato di capire…» dice Oscar, scambiandosi un’occhiata con gli altri.
«Niente affatto!» chiarisce Virginio. «Il Russo che è venuto a casa mia era il figlio di quello che aveva trovato il tesoro con mio padre… e voleva la sua quota di eredità!» rivela con rabbia, e continua:
«Vi ho chiamato perché adesso ho questa…» e così facendo estrae dalla sacca che porta sempre a tracolla la Corona di Galla Placidia.
«Ma che vuol dire? E dove l’hai presa questa?» chiede Armando, che a questo punto non capisce più niente.
«Questa» spiega Virginio «è il motivo per cui mia moglie è impazzita»
«Ma… ce l’avevi davvero tu?» chiede sbigottito il fisarmonicista.
«Certo che no, pensi che avrei fatto ammazzare mia moglie?» e continua: «Il mese scorso mi è arrivata una lettera, da un notaio di Basilea, in Svizzera… diceva che c’era un lascito a mio favore, e dovevo andare a ritirarlo. Mi ha consegnato le chiavi di una cassetta di sicurezza… dentro c’era quello che era rimasto del tesoro, ed una lettera di mio padre»
«Una lettera? E che diceva?» incalza Armando.
«Mio padre faceva parte di un reparto di partigiani… con loro c’era anche un russo. Erano in quattro in perlustrazione e si imbatterono in un gruppo di soldati intorno ad un camion impantanato… attaccarono di sorpresa e li uccisero tutti. Trovarono delle casse, le aprirono e videro che contenevano un tesoro! Le nascosero alla bell’e meglio in una grotta lì intorno, con l’intenzione di recuperarle con calma… ma, pochi giorni dopo, il loro reparto venne attaccato e si sbandò: degli altri seppe solo che due erano morti, ed il russo disperso. Finché, a guerra finita, un giorno non se lo ritrovò davanti casa a reclamare la sua parte.»
«Ma allora ha già avuto quello che gli spettava!» esclama Oscar. Virginio annuisce lentamente:
«Si, ha avuto proprio quello che gli spettava… una palla in testa. E’ sepolto dietro la nostra stalla, sotto due metri di terra. Mio padre aveva saputo chi li aveva traditi… il russo aveva fatto la spia per liberarsi di tutti loro e recuperare da solo il tesoro, ma aveva fatto male i conti»
Virginio beve un sorso di vino, appoggia il bicchiere e continua:
«Il figlio all’epoca era appena nato… quando venne a casa nostra mostrò una lettera scritta di suo pugno dal padre, dove c’erano persino le coordinate della grotta… ma mio padre aveva spostato da tempo le casse. Perciò, pensando che io sapessi del padre e del tesoro, venne da me…» conclude amaro.
«Mio padre non era certo uno stinco di santo…ma Giovanna non c’entrava niente in tutto questo» sibila, duro, Virginio.
«Bene, adesso è tutto chiaro. Andiamo a cercarlo, quel bastardo» propone Oscar.
«Non c’è bisogno, ci troverà lui» rivela Virginio con un sorrisetto beffardo.
«Come, ci troverà lui, che vuoi dire?» chiede allarmato Armando.
«Ho messo in giro la voce che il tesoro è stato ritrovato, ed ho anche fatto fare delle perizie presso delle case d’asta… so per certo che si è messo in moto, e ci sta cercando.»
«E allora che facciamo? Aspettiamo senza fare niente?» chiede preoccupato Agostino.
«No, ci faremo trovare… ma dove e quando lo decideremo noi» conclude Virginio, vuotando il bicchiere e rovesciandolo sul tavolo.

marisa_bartoli

¹ Ogni riferimento a persone e cose esistenti è puramente casuale. In ogni caso l’autore si dissocia dalle posizioni politiche dei propri personaggi.