Felicità! (Счастье)

Grazie Ucraina!
Lo sospettavamo da tempo, ed ora ne abbiamo l’autorevole conferma: Al Bano è un pericoloso sovversivo!

Personalmente sono stato testimone dell’affetto e persino della devozione di cui è oggetto il nostro cantante in Russia, tanto da indurlo a richiamare in servizio l’ex moglie Romina per una rentreé memorabile, evento che come italiano mi ha inorgoglito anche se sinceramente non mi capacitavo di come potesse essere possibile, ma adesso tutto è chiaro: Al Bano è un amico di Putin, e prova ne sia che ha cantato più volte con il coro dell’Armata Rossa, una volta diretto persino da Toto Cutugno!

Basta e avanza per ritenerlo persona non grata e metterlo al bando: ma non illudetevi, amici ucraini! Il nostro cantante è immortale e sarà qua per fortuna anche quando il vostro governo sarà morto e sepolto: tra l’altro se aveste chiesto il parere delle circa 230.000 connazionali presenti nel nostro paese, non credo che tra i problemi maggiori dell’Ucraina vi avrebbero elencato ai primi posti Al Bano.

Ma tant’è, in questi tempi bui è sempre un piacere potersi fare una risata, e dopo mesi che qua ci triturano i cabasisi con tunnel si – tunnel no come se ne andasse dell’intera civiltà occidentale (e divido le responsabilità tra governo e opposizione, anche quando il governo l’opposizione se la fa da solo: ci avete rotto le scatole. Il mondo non casca ne col tunnel ne senza tunnel, di cose da fare in questo paese ce ne sono a bizzeffe anche senza tunnel quindi finitela e cercate di essere seri).

Dunque grazie ancora, Ucraina! Ci avete regalato un momento di vera felicità, più ancora della nomina di Lino Banfi all’Unesco; da parte mia prenoto il prossimo concerto del mio idolo al Cremlino: Al Bano, ti amo!

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Perché non si dica che sia affetto da pregiudizi verso il popolo ucraino!

Viaggio di un poeta

“Son poeta, e sommo”. Non ricordo se la dichiarazione fosse di Dante Alighieri, o Giobbe Covatta: fatto sta che ad un certo punto anch’io mi ero messo in testa che Euterpe, o Erato, o Calliope, o tutte e tre le Muse insieme, mi avessero baciato.

Il mio amico Franco, compagno di banco delle medie, ricorda distintamente, cosa della quale ho già scritto a proposito di un fallito concorso europeo, del gradimento della nostra professoressa di italiano verso i miei componimenti misti. Inframmezzavo i temi con piccole poesie, come quando scopiazzando il coro del Mercadante per i fratelli Bandiera scrissi : “Chi per il calcio muor / vissuto è assai / il cuoio del pallon / non langue mai”. Solo la tenerezza di un’insegnante che vede crescere i suoi virgulti poteva premiare simili boiate, ma certo non stava a me lamentarmi. Franco, vedendo che la cosa funzionava, tentò di imitarmi ma la prof non abboccò. Le sue rime, non del tutto disprezzabili a mio parere, non incontrarono tuttavia il favore del pubblico: un perentorio  4 suggellò la diffida  a riprovarci.

A quei tempi non si usavano gli eufemismi attuali: “buono”, “buonino”, “sufficiente”… un 8 era un 8, e un 4 un 4. Potrà sembrare un’età cinica, ma che un cieco fosse “non vedente” ci sembrava scontato; che un paralitico fosse “diversamente abile” era tutto da dimostrare.

Con Franco avevamo in comune una timidezza di fondo, bilanciata da una enorme grinta. Io ero una mezzala, se siete pratici. Correvo molto, senza combinare granché. A volte giocavo da mediano, e allora avevo licenza di randellamento. Il mondo era semplice: zone e diagonali erano solo concetti geometrici, noi prendevamo un uomo e precorrendo i tempi  lo sposavamo fino alla fine della partita; Franco era un terzino, e dunque gli toccavano le ali. Le ali (Causio, Claudio Sala, Bruno Conti… ) erano quei folletti dispettosi la cui missione era quella di far impazzire i terzini che li avevano in cura, spesso irridendoli con finte e controfinte, per arrivare con la palla fino al termine del campo da dove inventavano parabole perfette per gli attaccanti. Ora non ne fabbricano più.

Credo che fosse proprio in casa del Castelraimondo del mio amico Sandro che l’avversario gli fece un tunnel. Un tunnel, per i profani, è quando incautamente lasci le gambe aperte (l’atto come saprete è ammesso nei luoghi opportuni e con parsimonia) e ti ci fanno passare la palla sotto, lasciandoti alquanto imbarazzato. Nell’azione successiva il reo ci riprovò. Franco lo aspettava: lo fece sfilare e poi lo giustiziò con una scivolata da dietro, resa ancora più plastica dal campo bagnato. Secondo noi era tutto regolare ma l’arbitro, forse condizionato dai contorcimenti del caduto, era dell’opinione opposta e lo ammonì. Il tempo per il poverino di rialzarsi e riavvicinarsi al mio amico con qualche titubanza, che i suoi compagni commisero lo sbaglio di passargli la palla. Credo fosse solo per liberarsene che la buttò avanti e cercò di andare a riprenderla; se quella era la sua intenzione, non poté concretizzarla. Franco l’aveva già atterrato, con un’entrata fotocopia della precedente accompagnata stavolta da un sorriso compiaciuto, ma prendendolo sull’altra gamba. Legge e giustizia non sempre vanno a braccetto: e se pure la punizione era stata giusta, la legge però era a sfavore di Franco, che venne espulso. Perdemmo la partita, ma acquisimmo molto rispetto.

Il nostro allenatore usava un metodo per caricarci davvero singolare: sotto ai sedili posteriori della sua bianchina familiare teneva una collezione di giornalini. Non pensiate chissà che, roba che oggi si potrebbe vendere in parrocchia: i migliori fra tutti erano il Lando (con la faccia di Lando Buzzanca) e il Tromba (con le fattezze di Adriano Celentano nelle vesti di un idraulico), che andavano per la maggiore anche a militare. Risate ce ne facevamo tante: che la lettura ci rendesse più aggressivi, non credo.

L’ultima poesia, credo della mia vita ma chissà, la scrissi qualche anno fa. E’ in dialetto, ma abbastanza comprensibile. Era stata una giornata un po’ faticosa ed avevo corso dalla mattina alla sera; nell’ultima strofa, ogni riferimento a persone esistenti o fatti accaduti è puramente casuale.

‘Na jornata tranquilla

Curri, curri, la sveglia ha sonato,
arzete, daje, cala dallu lettu.
Incubu! Penza, stanotte o sognato
che jìo a fadigà senza esse costrettu.

Sgrighete, sbrighete, è pronto lo latte:
te lavi? Che spetti? Sfreca ‘ssa faccia!
Vestete, su, stai ancora in ciavatte?
Rtròete li pagni (co lu ca’ dda caccia).

Lestu, lestu, che parte lu trenu,
lu sinti lu fischiu? A piedi, te lascia.
Fermatilu, sverdi, tirate lu frenu!
Lu postu? ‘Na grazia, Santa Rita da Cascia.

Camina, camina, li squilli ho sintito,
entra, rispunni, non fa che rettacca;
clienti, lamenti, “Il problema ha capito?”,
reclami, ritardi, la testa se spacca…

Jìmo, Jìmo, adesso se magna.
Pasta? Secondu? Compà, te lo scordi.
In piedi, un paninu, non fa tanta lagna:
la linea manteni, e sparambj li sòrdi.

Scatta, scatta, lu capu è ‘rriatu:
te vole, te cerca, chiama a rapportu.
Rispunni: “Presente!” come un sordatu.
Ne ferie, ne aumenti: oddio, che sconfortu!

Forza, forza, per ogghj è finita.
Lu tramme non passa? Cumincia a ‘vviatte.
Sciopero: certo, ce sta la partita:
loro la vede, de me, se ne sbatte.

Veloce, veloce, se jaccia la cena.
A ‘st’ora se ‘rrìa? Un po’ de creanza,
armeno ‘vvisassi, m’ì fatto stà in pena!
E magna de meno, te cresce la panza!

Mùite, mùite, cambia canale,
de che voi discorre, ce scade la rata?
Te prego, me vojo vedé la finale,
cuscì tu me voi ‘vvelenà la serata!

Veni, veni, sò tutta un bollore,
spòjete, ‘bbracceme con sintimentu,
basceme, caru, facimo l’amore…
Embè? Tutto qqua? Ma ‘spetta un momentu!

Como, 15 marzo 1999

(42. continua)

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