Tre stelle per Olena – 16

«Signorina, si rende conto che così non ci aiuta, e soprattutto non aiuta sé stessa? Stiamo parlando di omicidio, non di una omelette bruciacchiata. Lo dico nel suo interesse, collabori, vedrà che il giudice ne terrà conto…»
Il maresciallo Montesi, spazientito, si rivolge a Li Wok esortandola a parlare.
«Quante volte devo dirglielo che non ho messo io il veleno. E che V come Vendetta non c’entra niente con Turchese!» protesta Li Wok, arrossata dall’indignazione.
«Sì, ma ci aveva anche detto di non aver conosciuto prima Turchese, e invece guarda un po’ è saltata fuori una foto di voi due in vacanza alle Maldive. Avete passato insieme una settimana, ammetto che non si finisca mai di conoscere gli altri, ma è un po’ troppo per sostenere che sia un estraneo, non crede? Pensa che siamo dei fessi, per caso?» insiste Montesi, sbattendo una manata sul tavolo.
Li Wok sobbalza e si volta verso la bionda alle sue spalle cercando un sostegno, ma si scontra con uno sguardo glaciale. Abbassa la testa, e comincia a parlare.
«E va bene, conoscevo Turchese. Ero in vacanza, quando è arrivato… degli amici mi hanno detto che conduceva delle trasmissioni di cucina, così mi sono incuriosita. Volevo capire se ci fosse modo di promuovere il mio ristorante, e l’ho avvicinato… Alessandro amava molto raccontare di sé e del proprio lavoro e mi ha parlato ovviamente della trasmissione, diceva che lo sponsor non badava a spese per promuovere i prodotti, che la location era molto bella, una grande villa nel nord Italia. Mi mostrò qualche articolo sulle edizioni degli anni precedenti , e mi colpì molto il seguito che aveva il concorso… ad un certo punto si tolse gli occhiali e mi squadrò interessato, poi buttò là che quest’anno non ci sarebbe stata male una concorrente cinese, a patto che…»
«A patto che cosa?» chiede Montesi, sporgendosi in avanti.
«Secondo lei?» risponde Li, sorridendo. «A patto che andassi a letto con lui. Perché no, mi dissi? In fondo ero single, senza legami, e Turchese era anche un bell’uomo. Se poteva giovare alla mia carriera…»
«Quindi lei ci sta dicendo che è diventata l’amante di Turchese per poter partecipare alla sua trasmissione? E che è successo poi, avete litigato?»
«Amante, che parolona. Abbiamo passato una vacanza insieme, tutto qua. Non abbiamo affatto litigato, anzi, ci siamo divertiti e poi amici come prima.»
«E non vi siete più rivisti dopo la… ehm, vacanza?» chiede Montesi, scettico.
«No, perché avremmo dovuto? Io vivo a Hong Kong, lui a Roma, io ho la mia vita e lui la sua, mica eravamo fidanzati! Ci siamo rivisti solo l’altro giorno, alle prove della trasmissione. Ci saremo parlati sì e no dieci minuti, e mai da soli…»
«E dunque questo V come Vendetta da dove sbuca? Cos’era, tutta una sua trovata pubblicitaria?»
«Le ripeto che di questo non voglio parlare, Turchese non c’entra niente!» protesta ancora Li.
«Sembra che lei non voglia proprio capire in che guai si trova…» dice Montesi deluso, interrotto dalla voce del piantone che sta avendo una discussione proprio fuori dall’ufficio.
«Le dico che non si può entrare, non mi costringa a usare la forza! E metta via quella racchetta.»
«E io le dico che devo entrale! Non mi costlinga ad usalla, questa lacchetta!»
Montesi lancia uno sguardo interrogativo ad Olena, che gli restituisce un sorrisetto beffardo. Il maresciallo va ad aprire la porta e si trova davanti due uomini, uno giovane ed uno anziano, che si stanno contendendo quella che sembra essere una racchetta elettrica anti-zanzara.
«Piccioni, che cavolo stai facendo con quella racchetta?» sbraita Montesi. «Non ti ho detto che non volevo essere disturbato per nessun motivo? E una buona volta, smettila di minacciare di usare la forza. O la usi o non la usi. E lei chi diavolo è?» chiede infine all’anziano cinese, che si è raddrizzato trionfante, brandendo la sua racchetta.
«Mi chiamo Po, e sono venuto a pallare con la lagazza»
«Con la ragazza? Con Li Wok, intende? Ma non è possibile, la signorina è in custodia cautelare, può parlare solo con il proprio avvocato. Lei è il suo avvocato? Non mi pare. E adesso faccia il piacere, se ne vada e ci faccia lavorare. Piccioni, accompagna il signore»
Dall’interno della stanza una voce decisa lo blocca:
«Nicuola, fallo entrare. Se dice che deve parlare, deve parlare. Garantisco io per lui.»
Montesi chiude gli occhi e trattiene una imprecazione, poi con un cenno della mano invita Piccioni ad andarsene. Si sposta di lato, e fa passare Po. Appena Li Wok lo vede entrare si alza in piedi di scatto e, puntandogli contro un dito, lo apostrofa con rabbia:
«Non voglio parlare con quest’uomo! Io non parlo con i traditori»

Olena à Paris – 38

ROSA Madre, ho commesso un terribile errore.
DONNA TERESA Tutti commettono errori, figlia mia, io ho sposato tuo padre! Che cosa hai combinato di così terribile?
ROSA Ho detto sì a Don Carlos!
DONNA TERESA E me lo chiami errore questo? L’avessi fatto io questo errore!
ROSA Ma madre!
DONNA TERESA Dovresti baciarti i gomiti, altroché! Un marito ricco che ti farà fare la signora, e poi nessuno ti impedisce di farti un amante giovane, basta far passare qualche settimana…
ROSA Ma madre!!
DONNA TERESA E se sei fortunata, non come la sottoscritta, il vecchio tirerà le cuoia presto, allora sì che avrai fatto bingo!
ROSA Ma madre!!!
DONNA TERESA Ma madre, ma madre, sai dire solo questo? Stai bene a sentire, e mettitelo bene in testa. Vieni qua, davanti allo specchio, guardati! Pensi che quelle poppe staranno su ancora per molto? Quello è tutto il capitale che hai, devi metterlo a frutto, non buttarlo via come ho fatto io.
ROSA Madre, ho deciso. Vado da don Carlos e ritiro la promessa.
DONNA TERESA Ci vai in carrozzella?
ROSA Perché in carrozzella, madre?
DONNA TERESA Perché se provi ad avvicinarti a quella porta ti spezzo le gambe! (Ha un mancamento) O Dio, il cuore, mi farai crepare, disgraziata. (Si siede, Rosa ne approfitta e scappa) Dove vai, torna qui, figlia degenere! Ma è colpa mia, venti anni fa invece di farmi mettere incinta dovevo tagliarglielo, a tuo padre! Rosa! Rosa! Torna qui!!

I koala, stretti attorno al piccolo Chico, commentano la puntata di Lacrime e Laterizio con diversi “Ma madre! Ma madre!” chiedendosi come abbia fatto la signora che voleva rubare il loro fratellino senza pelo ad uscire dal camion surgelati nel quale l’avevano rinchiusa. E’ con viva curiosità che la guardano uscire di casa e dirigersi decisa verso il palazzo di don Carlos, finché qualcosa di inatteso la ferma e la costringe a nascondersi dietro una colonna del porticato.

ROSA (tra sé) Ramon! Cielo, mi batte il cuore, che voglia di volare da lui. No, no, devo resistere, prima devo chiarire le cose con don Carlos. Ma chi è quella donna che è con lui, e quei bambini, e perché il mio amore spinge un passeggino? Sarà una parente? La sorella, magari. Ha un aspetto simpatico, sento che diventeremo amiche…
PRIMO BAMBINO Papà, dopo andiamo al fiume a pescare? Io mi rompo ad andare a spasso.
RAMON Francisco, abbi pazienza, ci andremo domani a pesca. Adesso dobbiamo andare alla messa, e poi abbiamo promesso a nonna Hortensia di passare da lei per pranzo.
SECONDO BAMBINO Io non ci voglio andare da nonna Hortensia. Mi dà i pizzicotti sulle guance.
RAMON Lo fa perché ti vuole bene, è un gesto affettuoso.
TERZO BAMBINO La nonna puzza di cipolla, nemmeno io ci voglio andare!
DONNA Agapito, ti ho già detto di non dire quelle cose, la nonna non puzza di cipolla!
TERZO BAMBINO Sì che puzza di cipolla! Papà dice che sotto la sottana puzza di cipolla!
DONNA Ramon! Vergognati, belle cose che insegni ai tuoi figli!
RAMON Ma dai Fernanda, si scherza. Lo sai che a tua madre voglio bene, in fondo, povera bestia.
DONNA Si, scherza, scherza, dopo facciamo i conti, voglio vedere quando stasera verrai a chiedermi la “cipolla”…
RAMON Ah, ah, vieni qua, cipollina mia…
ROSA (impietrita) Ramon? Cipollina? Come ho potuto essere così stupida? Mia madre aveva ragione… e anche Suor Matilda… e perfino Carmelita, quella ladra! Sono disonorata, che ne sarà di me?

“Cipolla, cipolla!” gridano i koala, annusandosi l’un altro e tentando di passare alle vie di fatto. Chico, con le lacrime agli occhi, guarda sua madre tornare mestamente verso casa, sulla soglia della quale la aspetta sua madre, con in mano un nodoso randello.

DONNA TERESA Hai anche la faccia tosta di tornare a casa? Questo non è un albergo, fatti ospitare dal tuo manovale!
ROSA Capomastro, madre, capomastro. E comunque non posso, è sposato.
DONNA TERESA (scoppia in una gran risata) Sposato! Che fortuna! Così finalmente te lo toglierai dalla testa, quello spiantato! (improvvisamente preoccupata, abbassa la voce) Guardami bene in faccia e dimmi una cosa.
ROSA Si, madre, che cosa?
DONNA TERESA Gliel’hai data?
ROSA Ma madre!
DONNA TERESA E basta con questo ma madre! Gliel’hai data o no?
ROSA Si.
DONNA TERESA Lo sapevo, stupida che non sei altro! Ora ascoltami bene, don Carlos non deve sapere niente, hai capito, che non ti venga in mente di confessare. In queste faccende la sincerità non è ammessa!
ROSA Ma madre, se ne accorgerà!
DONNA TERESA Non dire stupidaggini, perché mai deve accorgersene. Pensi che tuo padre se ne sia accorto?
ROSA Perché, tu…?
DONNA TERESA Lascia stare quello che ho fatto io. Qui si sta parlando di te e del tuo futuro. Su, entra, dai, fatti abbracciare.

E i koala, muniti di rami strappati agli alberi circostanti, si rincorrono bastonandosi e urlando “ma madre!” e “in testa no!” con il piccolo Chico che applaude e ride beato, appeso a testa in giù.

Olena à Paris – 27

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale centinaia di tedeschi, qualcuno responsabile di crimini di guerra, grazie a complicità varie riuscì a fuggire dalla Germania occupata e rifugiarsi in Sudamerica, dove erano già presenti numerosi connazionali e dove alcuni governi non erano troppo schizzinosi con i nazisti, sia pure ex; di questi fuggiaschi una buona parte trovò accoglienza in Argentina. Per la verità già durante la guerra c’era stato un certo viavài tanto che negli archivi di una nota banca a Buenos Aires recentemente si sono ritrovati i i conti di ben dodicimila tedeschi scappati, per lo più con beni depredati agli ebrei.

A Tres Lomas la battaglia si è conclusa, i superstiti si sono arresi e sono stati presi in consegna dagli uomini di Juanito: quello che li aspetta non è la prigione ma un lungo periodo come sorveglianti di bovini, sorvegliati a loro volta da sorveglianti di uomini. Nella stanza al secondo piano, sventrata da un razzo lanciato da uno degli antichi montoneros, Olena, Juanito e Osvaldo sono rimasti soli.
«Muchas gracias don Juan, senza di voi e dei vostri uomini non sarebbe stato facile uscire di qua»
«E’ stato un vero piacere, señorita, mi avete fatto ritornare giovane e mi avete dato l’opportunità di suonarle a quei banditi per cui lavoravano i miei nipoti, spero abbiano capito la lezione» risponde Juanito, orgoglioso. Poi, indicando l’uomo accasciato sulla sedia:
«E di lui, che ne facciamo?»
Olena abbassa lo sguardo verso Osvaldo, con un misto di delusione e disprezzo.
«Lasciatelo libero, don Juan»
«Libero, señorita? Siete sicura? Ha tradito una volta, lo farà ancora…»
«Si, liberatelo» conferma Olena, poi freddamente si rivolge ad Osvaldo:
«Vattene. E ricorda che fortuna passa una volta sola»
Osvaldo guarda i due, incerto, temendo una trappola. Si alza in piedi e si avvia all’uscita con circospezione, poi si gira cercando di dare una spiegazione:
«Capitano, io…»
«Vattene!» ripete la russa, puntandogli la pistola alla testa. Osvaldo indietreggia fino ad arrivare alle scale, dopodiché si dà ad una fuga precipitosa.
«Possiamo fidarci?» chiede Juanito
«Io crede che sì» afferma Olena, serrando le mascelle.

Allontanatosi Osvaldo, Olena dice a Juanito:
«E ora scopriamo cosa c’è di così prezioso in questo deposito da difendere con un piccolo esercito»
«I miei compañeros hanno setacciato i tre piani e non hanno trovato niente» comunica Juanito «se c’è qualcosa dev’essere nei sotterranei»
«Allora andiamo a controllare, don Juan» dice Olena, avviandosi.
I due scendono fino al piano interrato e attraversano un lungo corridoio, alla fine del quale si trovano di fronte un ostacolo.
«Una porta blindata, c’era da aspettarselo» afferma Olena.
«Un caveau?» si chiede Juanito.
«Così sembra» risponde Olena, avvicinatasi a studiare la serratura. «Combinazione manuale a otto cifre, vecchiotta ma efficace» dichiara la russa.
«Faccio venire qualche esperto?» si offre l’ottuagenario. «Mio cugino Pedro, la pecora nera della famiglia, è un maestro della lancia termica»
«Non c’è bisogno, gracias» risponde Olena, estraendo dallo zainetto due panetti di esplosivo plastico che piazza sui cardini e sulla serratura della porta blindata. Assicurati all’esplosivo i detonatori, suggerisce:
«Meglio se ci allontaniamo» e appena giunti a distanza di sicurezza, aziona il telecomando.
Quando il fumo e la polvere si sono diradati i due, passando sopra la porta blindata riversa a terra, entrano in quello che supponevano fosse il caveau, ma con loro meraviglia si trovano in un grande locale che assomiglia più ad un magazzino, con lunghe corsie suddivise da alti ripiani metallici su cui sono stipate delle casse di legno.
«Ma che posto è questo? Sembra di essere all’Ikea» esclama Juanito, stupito. «E’ un deposito di armi?»
«Lo scopriremo subito» risponde la siberiana, sollevando una cassa e poggiandola a terra; poi facendo leva con il coltello, riesce a schiodare il coperchio ed aprirla.
«Un quadro?» constata Juanito, sorpreso.
«Si, quadri» conferma Olena, girando lo sguardo intorno e cercando di valutare l’entità della fortuna lì immagazzinata.
«Dovremo denunciarli al Governo, alla Sovrintendenza alle Belle Arti…» ipotizza Juanito.
«Non ancora don Juan, non ancora» lo ferma Olena, alla quale balena in testa un piano. «Per ora mettete delle guardie a sorvegliare l’ingresso, poi vedremo il da farsi»
Uscita all’aperto, Olena estrae il telefono satellitare e compone un numero.

«Pronto, qui casa Rana. Chi parla?» risponde una voce nota.
«Io fatina da capelli turchini, tu piccolo Finuocchietto, bambino cattivo?»
«Natascia!» esclama James il maggiordomo. «A parte che la favola parla di Pinocchio con la P e tu non hai i capelli turchini, si può sapere dove ti sei andata a cacciare? Perché non ti sei fatta viva, l’abbiamo dovuto sapere dal consolato della povera signora Pina!» la rimprovera James.
«Lascia stare adesso babushka» lo interrompe Olena. «Tu sempre vantato di essere esperto di arte, sì?»
«Esperto, insomma, me ne intendo abbastanza ma… che c’entra questo, adesso? Si può sapere dove sei?»
«Tu prende immediatamente aereo per Buenos Aires, io aspetta te domani mattina»
«Buenos Aires, domani? Ma che stai dicendo, sei impazzita? Qui stiamo preparando un funerale, e tu mi parli di arte? Ma piuttosto sbrigati a venire qua, e porta con te la salma!» sbotta James, perdendo per un attimo il consueto aplomb.
«Tu non chiamare salma babushka Pina!» lo rimbecca Olena.
«E come devo chiamarla? Salma, defunta, deceduta, cara estinta, morta, insomma devi riportarla qua immediatamente! E, se vuoi saperlo, la signora Gilda è molto contrariata con te» la informa James con un pizzico di perfidia.
«Niet, io non posso spiegare ora, ma non posso muovere da qui. Tu viene domani, e avrai tua salma» dice Olena, e tronca la comunicazione.
Rimane un attimo a guardare il telefono, poi con un sorrisetto dice tra sè: «Se tu vuole salma, salma avrai, non c’è problema»

Olena à Paris – 26

Nel salone delle feste di Monterrey l’orchestra Los Melograños ha appena attaccato il classico South of the Border, o Stella d’Argento, ed i ballerini iniziano ad affollare la pista.
DONNA TERESA: Non fare quella faccia, che sembra che stai andando a un funerale. Ecco Don Carlos, sorridi, sorridi!
ROSA: Non ce la faccio, madre!
DONNA TERESA: (le da una gomitata nelle costole) E sorridi, ingrata.
DON CARLOS: Donna Teresa, i miei omaggi. Siete un incanto! Degna madre di una bellezza come la mia prossima sposa… come state, Rosa?
ROSA: Serva vostra, Don Carlos… per la verità ho un leggero mal di testa, e voi come state?
DON CARLOS: Mai stato così bene, figliola mia. Siete pronta per il grande annuncio?
ROSA: Ecco, io… (donna Teresa le pesta un piede) Ahi!
DON CARLOS: Cos’è stato, vi sentite male?
ROSA: Niente, la mia emicrania… (entra Ramon, Rosa tra sé) Cielo! Ramon è qui! Signore del cielo… ma che sta facendo? Balla con mia cugina Carmelita, quella smorfiosa? E guarda come la stringe… Ah, traditore!
DON CARLOS: Se non vi sentite bene, magari vorrete tornare a casa, posso farvi accompagnare con la mia carrozza…
DONNA TERESA: No! Ehm, cioè, sono cose di poco conto, adesso mia figlia si darà una rinfrescata al viso e sarà pronta per riprendere il ballo. Con permesso… (trascina Rosa in bagno)
Che stai facendo? Guarda che con me i tuoi trucchetti non attaccano… te la faccio venire io l’emicrania, a forza di bastonate se non ti sbrighi a tornare dentro e fare il tuo dovere!
ROSA: Come volete, madre. (Tornano in sala e Rosa vede Ramon ancora avvinghiato a Carmelita) Ah, vigliacco!
DON CARLOS: Vi sentite meglio, Rosa?
ROSA: Benissimo, don Carlos, anzi mi è venuta voglia di ballare.
DON CARLOS: Andiamo, dunque. Mi permettete questo ballo?
(i due vanno verso al centro della pista ed iniziano a ballare, quando si avvicinano a Ramon e Carmelita Rosa fa uno sgambetto alla cugina e la fa cadere)
ROSA: (fissando Ramon) Oh, come mi dispiace!
CARMELITA: L’hai fatto apposta!
ROSA: (sottovoce) Ladra e baldracca!
DON CARLOS: Orchestra, si fermi la musica! (l’orchestra tace) Rosa, te lo chiedo qui, davanti a tutti: (si inginocchia) vuoi sposarmi e rendermi un uomo felice?
ROSA: (guarda Ramon e Carmelita e risponde con rabbia) Si!
RAMON: Ah, traditrice!
CARMELITA: Bene, così Ramon sarà mio!
DONNA TERESA: Era ora, vecchio caprone, così si fa, figlia mia!
ROSA: Cielo, che ho fatto? Aiutami tu…

“Cielo, cielo” ripetono i koala e il piccolo Chico, partecipando al dramma della protagonista della telenovela. Dal balcone del grande soggiorno Gilda osserva i marsupiali, con un sorriso materno.

«James caro, dovremmo organizzare qualcosa, che ne pensi? Una veglia funebre, un momento di rimembranze, potremmo coinvolgere qualche suo amico di infanzia… oddio, questo mi pare parecchio difficile… non so, qualcuno che possa portare qualche testimonianza, ad esempio quei pensionati della bocciofila… I figli sono morti tutti da un pezzo, bisognerà rintracciare qualche nipote. Te ne puoi occupare tu, James?»
«Senz’altro signora» risponde il maggiordomo, compìto.
«E per il funerale? Ai fiori ci pensa Miguel, ma mi piacerebbe tanto un corteo come quelli che si svolgono in Louisiana, con gente variopinta che suona, canta e balla… pensi sia possibile ingaggiare una cinquantina di comparse, James?»
«Non ravviso problemi signora. Ricorderà che le ho parlato di quel mio amico che suonava nell’orchestra di Hengel Gualdi¹, ebbene con lui ci siamo recati diverse volte a New Orlens, in Bourbon Street, per il Mardi Gras, ed ho mantenuto dei buoni contatti; mi attivo immediatamente per ingaggiare una brassband² e qualche decina di avventizi, col suo permesso» dice James, accingendosi a lasciare la stanza.
«Ottimo, tutto a posto allora, eppure ho la sensazione che stiamo dimenticando qualcosa… James?» chiama Gilda, improvvisamente resasi conto di una falla del piano.
«Signora?» chiede James, fermandosi sulla soglia.
«E la salma, James? Che diamine di fine ha fatto la salma?»

¹ cfr. “Ferragosto con Olena”, 2019
² Banda di ottoni

Olena à Paris – 24

Olena sale le scale che portano al secondo piano, facendosi scudo del suo carceriere. In fondo alla grande stanza vuota, in penombra, quello che sembra un ufficio, con due guardie armate a sorvegliare.
«E’ lì? » sibila Olena.
«Sì, è lì, ma ci ammazzerà tutti e due!» protesta l’uomo.
«Prima tu» risponde Olena, spingendo avanti l’uomo e restando nell’ombra.
«Chi è là?» chiede una delle due guardie, puntando il mitragliatore. «Ramon? Che diavolo ci fai qua? Il capo ti aveva detto di non muoverti, sei impazzito?»
Ramon tenta una mossa disperata:
«E’ qui, è scappata, non ce l’ho fatta a…»
«Cazzo Ramon, l’hai portata qui? Sei un coglio…» ma l’uomo non fa in tempo a dire altro perché Olena gli ha lanciato un coltello in gola, mentre al suo compare è comparso in fronte il foro di una pallottola calibro 9 parabellum.
Le tre persone nella stanza sentendo il trambusto si allarmano e mettono mano alle armi; uno dei tre socchiude la porta per scoprire che sta succedendo e, viste le due guardie in posizione orizzontale, si affretta a richiudere. Mentre stanno preparando un piano d’azione da fuori si sente una voce autoritaria, con un accento russo:
«Carlos, esci fuori. E’ una cosa tra te e me, Osvaldo non c’entra»
«Sei riuscita a liberarti, “capitano”? Dovevo aspettarmelo, con quei due idioti. Peccato, volevo divertirmi con te… perché dovrei uscire? Fra poco i miei uomini saranno qua e ti faranno a pezzetti»
«Io non credo» risponde calma Olena. «Le scale sono minate, e appena faranno un passo salteranno in aria. Io ripeto te per ultima volta: esci fuori con mani alzate»
«Ah, ah, che paura! Ti dirò io quello che succederà, cara mia: tra qualche minuto arriverà un elicottero, io lo prenderò e tu non potrai farci proprio niente, perché altrimenti il tuo amichetto qua lo ritroverai a pezzetti… ah, non ti sei chiesta chi ti ha colpita alle spalle? Prova a indovinare…»
«Osvaldo?» realizza Olena, stupita. «E’ vero Osvaldo? Perché?»
Osvaldo, legato e sanguinante, risponde a fatica.
«Mi dispiace, capitano… hanno rapito mia moglie e i miei figli e li tengono prigionieri. L’unico modo per salvarli era consegnargli lei…»
«Osvaldo, sei uno stupido» dice Olena con amarezza «Li uccideranno lo stesso, lo sai bene. Però io devo ringraziare te»
«Ringraziare, capitano? Di cosa?»
«Perché così tu hai permesso me di entrare senza combattere. Cavallo di Troia, bravo… Adesso stai giù con la testa, Osvaldo» e così dicendo Olena scarica i fucili mitragliatori dei due morti contro la porta e la parete della stanza; Carlos rovescia la scrivania e ci si rifugia dietro; l’altro uomo viene colpito e muore; infine Olena con un calcio spalanca la porta, e trova Carlos che si fa scudo di Osvaldo, puntandogli la pistola alla testa.
«Che vogliamo fare?» sogghigna Carlos.
Olena fissa Osvaldo negli occhi, e lo vede abbassare lo sguardo. Presa la decisione gli punta la pistola alla testa, tra lo sgomento di Carlos, ma prima che possa premere il grilletto dall’esterno si sentono delle grida.

“Si Evita viviera serìa montonera!” dalle alture intorno al deposito una cinquantina di persone si stanno avvicinando urlando vecchi slogan rivoluzionari “Vencer o morir!”
«Che diamine sta succedendo?» grida Carlos «Chi è quella gente?»
Olena, sorniona, ascolta le voci che filtrano dall’esterno, finché riconosce una voce al megafono:
«Amigos, avete commesso un terribile errore! Avete colpito una montonera, e chi tocca un montonero li tocca tutti. Venite fuori con le mani in alto se volete salvare il culo, cabrones!»
Da sotto si sentono delle voci concitate:
«Capo, ci stanno attaccando! Ma sono… sono dei vecchi!»
«Dei vecchi?» grida Carlos «Che diavolo vogliono?»
«Dicono di essere montoneros… che facciamo, spariamo?»
«Montoneros¹…? Buon Dio, ma da dove arrivano questi, cosa sono dei fantasmi? Si sparate, sparate, fateli fuori tutti!»
Ma purtroppo gli uomini di Carlos non riescono a mettere in atto i loro propositi perchè, proprio in quel momento, il vecchio Juanito suona la tromba ed una pioggia di granate si abbatte sul deposito. Una va a scoppiare dietro la stanza e Carlos ne approfitta per scappare e lanciarsi verso le scale che portano al tetto.
«Mandate due elicotteri e spazzate via quei maledetti!» grida alla radiotrasmittente. Pochi secondi dopo, da poco lontano, due elicotteri si alzano in volo e iniziano a mitragliare i vecchi combattenti, ma il volo dura poco perché hanno fatto i conti senza i razzi che i vecchietti hanno in dotazione.
«Ma che cazzo…» commenta incredulo Carlos, tenendosi la testa tra le mani. «Missili terra-aria? Ma dove diavolo li hanno presi quei rincoglioniti?» ma mentre si sta facendo questa domanda una donna statuaria avanza verso di lui.
«Piaciuti miei giocattolini, Carlos?» gli chiede la russa. «Adesso fai bravo, muori»
E gli punta il fucile contro, ma Carlos vistosi perso con un guizzo si lancia di sotto. Olena si sporge, e vede che la caduta è stata attutita dalla chioma di un albero; claudicante lo vede raggiungere una moto, e con quella scappare.
«Ci rivedremo, Carlos, non c’è fretta» conclude la russa, tornando all’interno.

¹ Il movimento peronista montonero è stata un’organizzazione guerrigliera argentina di ispirazione giustizialista e socialista nazionalista, legata alle idee sociali di Evita Perón; combatté in clandestinità contro il governo che spodestò Perón nel ’55 ma al suo ritorno al potere nel ’73 fu da questi emarginata in quanto ritenuta marxista e rivoluzionaria; infine combatté contro la dittatura di Videla, dal ’76, e migliaia di suoi aderenti persero la vita nella lotta.

Olena à Paris – 23

«Aahh…»
Olena, legata ad una sedia con le mani dietro la schiena, si risveglia bruscamente. Nella piccola stanza senza finestre due uomini la osservano con un ghigno beffardo, dopo averle rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. La russa, con la testa che pulsa, mette a fuoco i due e si guarda intorno, valutando la situazione.
«Chi voi siete, finuocchietti?» chiede sprezzante, sputando sullo stivale di quello più vicino.
L’uomo, con una smorfia schifata, si avvicina e pulisce lo stivale sui pantaloni della tuta mimetica della russa, e le molla poi un manrovescio. Olena, incassato il colpo, gira lentamente la testa leccandosi l’angolo della bocca da cui esce un filo di sangue. Stringe leggermente le palpebre e sorridendo lo fissa negli occhi:
«Tutto qua quello che tu sa fare? Ci vuole altro per soddisfare vera duonna» dice passandosi la lingua insanguinata sui denti.
L’uomo si avvicina, pronto a colpire ancora, ma il compagno gli afferra il braccio .
«Manolo, lascia stare. Carlos ha ordinato di non avvicinarsi, è pericolosa»
Manolo si ritrae, stizzito.
«Pericolosa… siamo in due e lei è da sola, legata e disarmata, che può fare? Divertiamoci un po’…» e riprende ad avanzare verso Olena, che lo provoca:
«Da, noi divertiamo, tu proprio mio tipo… o preferisci tuo amichetto? Io capito subito, tu vuole lui, non me…»
«Brutta puttana, ti faccio vedere io adesso chi…» sbraita Manolo, gettandosi sulla russa. Olena si spinge all’indietro con le punte dei piedi, e l’impeto dell’uomo li fa cadere a terra, uno sopra l’altra; la donna gli pianta i denti nella giugulare, resistendo al suo tentativo di divincolarsi, e molla la presa solo quando vede sprizzare il sangue; Manolo prova a rialzarsi barcollando, cercando di tamponare la ferita con una mano, ma Olena lo rovescia ancora a terra gettandoglisi addosso rotolando con la sedia; finalmente l’uomo si rimette in piedi ma quando cerca di estrarre la pistola dalla fondina legata alla coscia constata con un brivido di raccapriccio che la sua arma non si trova al suo posto; e l’ultima cosa che vede nella sua vita è lo sguardo gelido di Olena che, da terra, gli punta contro la sua stessa pistola che tiene tra le mani legate. L’altro uomo, che non ha avuto modo di intervenire, prova ad allungare la mano verso la sua arma ma Olena lo dissuade con un invito amichevole.
«Non muovere te di millimetro se tieni a tue palle, fruocietto»
L’uomo saggiamente valuta che non sia il caso di offendersi per l’epiteto politicamente poco corretto, e non può che ammirare la russa che spara sulle corde per allentarle, ed in un baleno è libera ed in piedi.
«Ora tu puorta me da Carlos» gli ordina Olena.
«Ma mi ammazzerà!» protesta l’uomo.
«Lui, forse. Io, sicuro. Scegli tu»

Dieci anni prima, in Bolivia.

La Bolivia è la terza nazione produttrice di coca al mondo, dopo Colombia e Perù; le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni come energetico e per combattere i malesseri dell’altitudine. La coltivazione è legale e regolata dal governo; purtroppo però dalla coca si fabbrica la cocaina, che viene prodotta in loco in laboratori improvvisati nelle vicinanze di corsi d’acqua, laboratori che vengono allestiti e smantellati in poco tempo per non essere scoperte dal Felcn, il corpo dell’esercito che combatte il narco-traffico. Spesso i laboratori sono sorvegliati da guardie armate e, quando i soldati riescono a superare la rete di informatori e sentinelle che li protegge, vengono ingaggiati scontri a fuoco che fanno vittime da entrambe le parti.

Il fiume Chapare, nella regione del Chocabamba, è uno dei siti principali per queste installazioni, grazie alla vicinanza alle piantagioni ed alla possibilità di una rapida fuga. Olena, ingaggiata dai servizi boliviani per sradicare una cellula colombiana infiltrata senza creare tensioni tra vicini, al comando di una squadra search and destroy di otto uomini anzi per la precisione di sette uomini ed una donna, Vassilissa Kutnesova, nipote di quello che all’epoca era stato uno dei più eminenti proconsoli di Breznev, esperta di esplosivi e combattimento corpo a corpo, si sta avvicinando all’obiettivo con una formazione a ventaglio, protetti dalla boscaglia, dopo aver neutralizzato la doppia linea di sentinelle. Gli informatori parlano di un carico da una tonnellata di cocaina, già lavorata e pronta per essere trasportata. Un bell’uomo, dal sangue decisamente indio, si avvicina a Olena.
«Quanti, Osvaldo?» chiede rapida la russa.
«Dodici armati, capitano, armi automatiche standard. 4 dietro, possiamo avvicinare fino a 50 metri senza essere visti. Gli altri davanti meno due che sono all’interno»
«отлична¹» sibila Olena. «Ci dividiamo, tu prendi con te Vassilissa e due uomini e vai sul retro. Appena arriveranno a prendere il carico io attaccherò, e tu seguirai dopo 5 secondi.»
«C’è un problema, capitano, hanno degli ostaggi»
«Ostaggi? Quanti?»
«Due famiglie di raccoglitori con i loro bambini, capitano, dieci persone»
«Dove li tengono?»
«Addossati alla parete sul retro»
«Понимаю²» annuisce Olena. «Volerà parecchia coca tra poco, preparate le maschere»
«Si, capitano»
«Sento dei motori Osvaldo, stanno arrivando, vai, svelto»
«Capitano, e il segnale?»
«Lo capirai, Osvaldo, lo capirai»

Mentre Osvaldo si allontana, due motoscafi con altri quattro uomini armati attraccano. Dal laboratorio esce uno uomo alto e abbronzato, con i capelli biondi.
«Forza, rapidi, il carico è pronto»
«Carlos, dì ai tuoi uomini di darci una mano che facciamo prima» risponde uno degli uomini
Carlos lo guarda con uno sguardo da rettile, e quasi senza aprire bocca risponde:
«I miei uomini non sono facchini. Sbrigatevi a portar via quelle casse che l’aria è pesante»
L’istinto animalesco gli dice infatti che c’è troppa tranquillità; si rivolge ad uno dei suoi uomini:
«Niente dalle sentinelle?»
«Niente, Carlos»
«Da quanto non le senti?»
«Da dieci minuti…»
«Dieci minuti? Chiama, chiama, perdìo» lo scuote Carlos. L’uomo chiama, ma senza risposta.
«Non risponde…» dice confuso. «Non ci sarà campo…»
«Idiota…» fa appena in tempo a sibilare Carlos, quando i due razzi sparati da Olena tranciano in due il laboratorio, alzando una nuvola di fumo e di polvere di coca. La sparatoria dura esattamente 48 secondi, durante i quali tutti gli uomini sul retro vengono annientati, mentre di quelli davanti si salvano solo quelli che hanno il buon senso di arrendersi; nella confusione però Carlos è rientrato nel laboratorio ed ha preso una ragazza, Juanita, ed è con lei che si fa scudo balzando su uno dei motoscafi. Osvaldo, che ha lasciato a Vassilissa il compito di bonificare il terreno, si avvicina con il suo fucile di precisione, e chiede ad Olena:
«Lo elimino, capitano?»
Olena, scuote la testa. «Lascia stare, Osvaldo, troppo pericoloso, ha la ragazza, va bene così. Libera gli ostaggi, diamo una ripulita qui intorno e andiamocene.»
«Ai suoi ordini, capitano»
«Ah, Osvaldo»
«Si, signore?»
«Ottimo lavoro»

¹ Ottimo
² Capisco

Ferragosto con Olena (XVIII)

Il convento delle Suore della Carità del Beato Turoldo Cesanese del Piglio è situato in una collinetta che sovrasta Ladispoli. Per arrivarci c’è un’unica strada sterrata, dove a fatica si incrociano due auto.
Il convoglio di quattro pick-up Toyota si avvicina, alzando una nuvola di polvere.
Dal campanile della chiesetta suor Pulcheria, posta a vedetta munita di binocolo, li vede arrivare e comunica con la radio-trasmittente:
«Stanno arrivando. Passo.»
«Suor Pulcheria non giocare alle spie. Scendi subito e vai al tuo posto. Passo e chiudo»
I pick-up varcano l’arco del cortile, delimitato da un alto muro di cinta, e si dispongono a raggiera, ad una decina di metri l’uno dall’altro.
Gli occupanti scendono e si dispongono dietro, al riparo, con le armi spianate.
Poi, ad un cenno del capo, due di loro si staccano e si avviano verso il portone, dove bussano con decisione con il pesante battente di metallo.
Si sente uno scalpiccio di passi, poi si apre uno sportellino e compare la faccia angelica di suor Burialda, che amorevolmente chiede:
«Pace e bene, fratelli. Cosa vi guida al nostro convento?»
Uno dei due, sgarbatamente, risponde: «Suora, siamo venuti a prendere quello che sapete. Apriteci e consegnateci il Santone, e nessuno si farà male»
La suora guardiana sfodera il suo miglior sorriso, e risponde modestamente: «Temo, cari fratelli, che questo non sia possibile…»
All’udire la risposta l’uomo comincia ad inveire: «Che dici, corvaccio! Apri immediatamente o ti faccio saltare la porta!» e si avvicina minacciosamente alla finestrella, trovandosi però davanti la canna di un AK-47 Kalashnikov con la quale l’esperienza gli suggerisce di non avere discussioni.
«Ma che diavolo…» scappa detto al soldato che, cominciando ad intuire che qualcosa non sta andando secondo i piani, si gira verso il capo per ricevere istruzioni.
Quasi simultaneamente dal campanile, dalle stalle, dal boschetto alle spalle e da una feritoia nel muro di cinta quattro razzi vanno a colpire i pick-up, facendoli saltare in aria.
E’ solo il segnale dell’inizio di una fitta sparatoria; gli uomini nel cortile si trovano sotto un tiro incrociato che li martella; quelli che non sono caduti cercano di riorganizzarsi e guadagnare l’uscita.

Nella cantina il Vescovo Ardizzone grida all’assistente: «Che diamine stanno facendo là fuori, don Martino, le prove dei fuochi artificiali? Vedi che succede a lasciare troppa autonomia alle donne, altro che sacerdozio e balle simili! Vorrei sapere chi paga il conto!» poi, sconsolato, prende dalla rastrelliera una bottiglia, la stappa, si siede sulla panca ed inizia a bere.

Dalla torretta del Panzer V Panther appostato al di fuori del convento, una vecchietta osserva beffarda lo stupore degli uomini che, credendo di essere ormai in salvo, si trovano invece davanti un carro armato della Seconda Guerra Mondiale. La vegliarda spara una raffica di mitragliatrice ai piedi dei fuggitivi, giusto per far capire che aria tira, scaracchia potentemente e poi intima loro:
«Mettete giù le armi, finocchietti. I miei amici qua dentro hanno una gran voglia di provare il cannone, io li ho sconsigliati perché potrebbe anche scoppiare ma sapete, gli anziani sono testardi…» li sfida ridacchiando.
I russi, vista ormai la mala parata, buttano le armi e si inginocchiano con le mani dietro la testa.
«Ecco, bravi. Vedo che sapete già come si fa» dice nonna Pina, e da dietro il carro sbucano Oscar ed Agostino, che imbracciando dei mitra si affrettano a prendere in consegna i prigionieri. Dalla torretta sbuca il testone di Armando:
«Ve l’avevo detto che questo gioiellino prima o poi ci sarebbe servito…» accarezzando il panzer che ha tenuto nascosto per decenni nel magazzino degli attrezzi.

I pochi uomini rimasti in piedi, dentro al cortile, si stringono intorno al capo.
Il silenzio che è calato, rotto soltanto dal rumore delle fiamme che avviluppano le auto, è spezzato ad un tratto da una musica che prorompe dall’altoparlante piazzato sul campanile.
Союз нерушимый республик свободных
Сплотила
навеки Великая Русь.
Да
здравствует созданный волей народов
Единый
, могучий Советский Союз!¹
I russi si guardano in faccia, sconcertati: che diamine c’entrano le suore con l’inno dell’Unione Sovietica?

Aprendo la seconda bottiglia di Grechetto il Vescovo Ardizzone ascolta risuonare l’inno e commenta: «Cazzo, don Martino, i comunisti hanno preso il convento. Povere suore, faranno la fine dei chierichetti» poi, porgendo un bicchiere all’assistente, gli dice: «Bevi don Martino, prepariamoci alla resistenza!»

Nella sorpresa generale, la porta del convento si apre e ne esce una piccola delegazione: davanti, sventolando una bandiera rossa, Ljudmila in minigonna con in testa la corona di Galla Placidia; seguita da Ivan, Petr, e Victor, che reggono un lanciarazzi ciascuno.
Il gruppetto si ferma per far passare quello che è in tutta evidenza il loro comandante; la musica si interrompe e, fieramente, il capitano Olena Iosifovna Smirnova, in divisa dell’Armata Rossa, avanza verso i superstiti. Olena fissa freddamente gli uomini davanti a sé, che indietreggiano timorosi; solo uno rimane al suo posto, sostenendo il suo sguardo. Olena lo squadra impassibile, poi con voce gelida lo saluta:

«Bentornato, colonnello Levchenko» sottolineando con disprezzo il grado dell’uomo.
«Olena?» dice il russo, portandosi una mano alla fronte a coprire il riverbero del sole. «Un’entrata scenografica, complimenti… hai pensato a tutto, come al solito… persino la bandiera, vedo» constata Levtchenko, con una risatina nervosa.
«Proprio così, Evgeni… la mia bandiera non è cambiata, a differenza di qualcuno…»
«Capisco, naturalmente… il capitano Smirnova, l’incorruttibile. E quei traditori?» chiede indicando i suoi tre ex-sodali. «Come hai fatto a convincerli?»
«Dovresti dirmelo tu, caro Evgeni, sei tu l’esperto di tradimenti… mi è bastato di minacciarli di fargli esplodere la microcarica esplosiva che gli ho fatto inghiottire, sai com’è, a volte basta un piccolo incoraggiamento… a te invece cos’è servito, Evgeni?» chiede Olena con la voce carica di delusione.
«Olena, lascia che ti spieghi…» prova a dire il colonnello.
«Taci!» intima la donna. «Cosa vorresti spiegare? Hai fatto credere di essere morto, hai tradito e venduto tutti i tuoi compagni, per che cosa Evgeni, eh, per che cosa?»
«Tu non sai di che parli, mia cara… siamo stati traditi tutti, tutti! Solo gli stupidi come te non se ne sono accorti! Un attimo prima eravamo tutti sovietici, e un attimo dopo abbiamo cominciato a spararci addosso! Che ne era rimasto del nostro sogno, della nostra grandezza? Nazionalisti, integralisti, accaparratori… e io avrei dovuto farmi ammazzare per questo, mentre banditi e mafiosi rubavano, arricchivano, prosperavano? Ho tradito, dici? Si, qualcuno è morto, danni collaterali, sarebbero morti lo stesso e se non fossero morti in guerra sarebbero morti comunque al ritorno, gonfi di vodka fino a farsi scoppiare il fegato… No cara, non era certo quello il mio destino!»
«Il tuo destino?» commenta Olena con disprezzo. «Il tuo destino era quello di diventare un ladro, un traditore, un assassino? Senza nessun onore, nessuna morale?»
«Ah, ah, come siamo diventati sentimentali! Morale, dici… non mi pare che tu ti sia mai tirata indietro quando c’è stato da far fuori qualcuno…» dice sarcastico il russo.
«Io ero un soldato!» grida Olena, fremendo di indignazione. «Combattevo per la mia Patria, mentre quelli come te la vendevano pezzo a pezzo! Io facevo il mio dovere!»
Evgeni applaude, lentamente. «Ma che brava… eppure, cara mia, non siamo tanto diversi, noi due…c’è chi è nato per dominare, e chi per essere dominato.» Poi, avvicinandosi, le sussurra all’orecchio: «Sei ancora bella, Olena… ti ricordi come ci sentivamo quelle sere, nudi nella neve, dopo la sauna? Come pulsava il sangue nelle vene? Eravamo vivi, Olena, vivi! Possiamo esserlo ancora, insieme, tu ed io… torna con me Olena, ti ricoprirò d’oro, lascia stare questi pezzenti!» dice il russo, indicando le suore ed i vecchi che si sono fatti intorno.
Olena alza il viso verso il sole, ed un raggio si riflette nei suoi occhi azzurri e va a colpire il volto rugoso dell’ex-colonnello.

«L’uomo che amavo,» scandisce lentamente «mio marito, Evgeni Nikolaevič Levchenko, è morto in Cecenia. Era un eroe. Qui vedo solo un patetico omuncolo accecato dall’avidità… un assassino, un torturatore, un sadico, un pazzo senza dignità. Uno squallido rinnegato sottomesso al dio denaro, ai soldi…»
«Soldi! Si!» ruggisce il colonnello, raddrizzando le spalle. «Macchine, donne, gioielli, opere d’arte, perché dovrei lasciarle a chi non le merita, a chi non sa gustarle? A chi non le apprezza, non le capisce, non ne è degno! Io lo voglio, lo merito! Guardati, Olena! Potresti passare tutte le tue sere all’Opera, in vacanza ai Caraibi, cenare nei migliori ristoranti, e sei qui, con delle monache! Ed il pazzo poi sarei io! Ah, ah, ah!» ed il colonnello conclude con una risata di scherno il suo monologo.

Olena rivolge uno sguardo all’uomo che ha davanti con un’espressione che assomiglia alla compassione. Gli si avvicina, ed estrae dalla tasca destra della giacca una medaglia attaccata ad un nastrino.
«Colonnello, questa è la medaglia al valore che mi è stata data dopo la vostra morte. Ve la restituisco» e gliela appunta al petto.
Poi estrae dalla fondina la sua fedele Tokarev TT-333 e mormora: «E’ finita, Evgeni. Tra poco arriverà la polizia, passerai il resto della vita in carcere». Gli punta la pistola in fronte, ma poi ci ripensa, la gira e gliela mette in mano.
«C’è un colpo solo, Evgeni. Fai la cosa giusta». Lo bacia velocemente e si allontana, voltandogli le spalle.
Evgeni Levchenko, con la pistola in mano, rimane per un attimo pensieroso. Poi prende una decisione, alza la pistola ed avvicina la canna alla bocca, ma all’improvviso una smorfia di odio gli stravolge i lineamenti, punta la pistola verso la schiena di Olena e spara.

Le suore assistono inorridite; Olena, sorpresa, si gira lentamente, ma ancora in tempo per cogliere lo stupore dipinto sulla faccia del suo ex marito, e la macchia di sangue che si allarga sotto la decorazione che gli ha appena appuntato.
«Devo essermi scordata di caricare la pistola come mi avevi detto» dice suor Pulcheria stringendosi nelle spalle, mentre Virginio Tempesti detto il Santone stringe ancora in mano la pistola con la quale ha fulminato l’assassino di sua moglie.

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¹ La Grande Russia ha saldato per sempre
Un’unione indivisibile di repubbliche libere!
Viva l’unica e potente Unione Sovietica
Fondata dalla volontà dei popoli!
(tratto da Inno dell’Unione Sovietica – versione del 1944. Fonte: Wikipedia)