Code a tratti

Uno dei misteri più impenetrabili della nostra epoca è quello del formarsi e sciogliersi delle code a tratti. Un attimo prima si viaggia tranquilli e l’attimo dopo zac! ci si ritrova fermi senza alcun motivo apparente. Una mezzoretta di prima, massimo seconda marcia e poi come per magia si riparte come niente fosse. Anche uno dei più noti scienziati del nostro secolo, Roberto Giacobbo, ha provato a spiegare il fenomeno ma non c’è riuscito. Sono un suo estimatore fin dagli esordi, e ricordo una puntata del programma che conduceva, Stargate, dove riuscì a dimostrare, grazie allo studio della precessione degli equinozi¹, che la nostra civiltà fiorì ben prima di quanto si pensi e che le piramidi non furono innalzate dagli egizi ma da popoli ben più progrediti vissuti migliaia di anni prima². Nonostante questa consapevolezza, tra Faenza e Imola vi ritroverete in coda senza sapere perché e nulla potrà fare il buon Giacobbo.

Il recente terremoto a Ischia ha evidenziato una certa debolezza strutturale del nostro territorio. Sembra che alcune case si rifiutino di rimanere in piedi anche dopo una scossetta. La causa è al momento sconosciuta.

La coda a tratti è una metafora della vita: si procede spediti, anche troppo a volte, quando all’improvviso si è costretti a fermarsi, bloccati, imbottigliati. Che sarà successo là davanti? Un incidente, una deviazione, staranno facendo dei lavori? I più impazienti iniziano ad agitarsi, facendo lo slalom tra una corsia e l’altra, rimanendo perlopiù allo stesso punto. I furbi si lanciano sulla corsia di emergenza. Spesso si rimpiange di non essersi fermati al casello precedente al primo stimolo di pipì, e se l’attesa si protrae di aver buttato via la bottiglia vuota dell’acqua, che avrebbe fatto comodo.

In America, potenza di Trump! c’è stata una eclisse di sole. Il presidente ed i suoi congiunti indossavano dei bellissimi occhiali da eclisse. Io nell’ultima eclisse per schermarmi ho usato una lastra dei raggi X, non altrettanto elegante ma che forniva comunque una buona protezione. Ma a proposito di America: ma cos’è questa fregola di abbattere statue sudiste? Sono state lì per decenni, perché adesso danno così fastidio?

In una delle ultime code a tratti in cui sono incappato sono stato tamponato. Il danno sembrava abbastanza lieve ed ho proposto di stilare la constatazione amichevole; al che il tamponatore ha nicchiato, insinuando persino che il bozzo nel mio paraurti fosse precedente all’urto. In questi casi è utile avere a portata di mano un cric ed accarezzarlo amorevolente; questo e l’uscita dal veicolo della mia boby guard³, 192 cm x 105 kg, ha convinto il conducente distratto ad assumersi la propria responsabilità.

Il nostro attuale ministro dell’Istruzione ha in mente di proporre l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni. Perché cavar sangue dalle rape, dico io? Si adoperi piuttosto il ministro affinché la Costituzione venga applicata: che le scuole private non siano a carico dello stato, che i meritevoli possano andare avanti negli studi senza che le famiglie si debbano svenare. E chi non ha voglia di studiare, o non riesce, che abbia un percorso professionale e possa trovare un lavoro dignitoso che non venga retribuito, quando va bene, in voucher.

Tuttavia nessuna notte è infinita, come insegna il poeta Renato Zero, e dalle code prima o poi si esce; per tornare alla vecchia vita ed intrupparsi felici da qualche altra parte: al lavoro, al supermercato, in discoteca, in metropolitana, sette miliardi di code in giro per il mondo.

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¹ Se non avete idea di cosa sia la precessione degli equinozi non vi date pena. Nessuno lo sa.
² Che fine poi abbiano fatto questi popoli è un altro discorso.
³ Mio figlio. Innocuo, figurarsi, un artista. Ma l’altro non lo sapeva.

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (IV)

Nel giugno-luglio del ’44 nel maceratese passò il fronte. Ovvero i tedeschi, incalzati dagli alleati, principalmente Polacchi ed Inglesi, con il contributo più tollerato che gradito degli italiani del Corpo Italiano di Liberazione, si ritirarono verso Nord, non senza un’aspra resistenza e dure battaglie: ma questa è roba per appassionati di storie militari, argomento affascinante specie per chi come me ha avuto la fortuna di non vivere quelle vicende di persona: per gli altri, un po’ meno.

I tedeschi quindi, ritirandosi ordinatamente, andarono ad assestarsi sulla Linea Gotica, quella linea fortificata di circa 300 chilometri che tagliava in due l’Italia, da Massa a Pesaro, e che venne superata solo nell’aprile del ’45, preludendo la rotta delle armate germaniche, e quindi la resa e la fine della guerra.

Ma in quel luglio la fine, anche se sperata, era ancora ben lontana; i soldati di passaggio perquisivano ogni casa per requisire tutto quello che poteva essere utile ai loro bisogni. Il vicolo dove abitava mia madre si trova all’inizio del paese, appena dopo la porta di Sopra; è un vicolo cieco lungo e stretto, che si chiama vicolo delle Monache perché confinante col convento delle Clarisse.

A proposito del convento, attorno ad esso, a delimitare due lati del vicolo, c’è un muro alto, eretto per preservare la privacy delle suore e proteggerle da sguardi indiscreti; il recente terremoto l’ha lesionato ed ora, se passate da quelle parti, vedrete il vicolo ingombro di impalcature di sostegno. Secondo me si faceva prima a buttarlo giù e rifarlo, magari più basso: tanto di suorine da vedere ne sono rimaste ben poche.

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Quattro soldati si misero all’imbocco del vicolo; altri due passarono a perquisire le case per vedere di racimolare qualcosa da mettere sotto i denti.

Nonna Annunziata, che aveva assunto il comando della casa, era analfabeta sì, ma non certo una sciocca, anzi. Innanzitutto era stata a contatto con famiglie importanti: era stata a Roma come cuoca del Prefetto, era stata a servizio dalla Marchesa Ricci, e dopo la guerra lavorerà per altre famiglie di “notabili”, tra cui qualche onorevole. Diciamo che, nei limiti del tempo, aveva visto e vissuto il mondo più di tanti altri. Essendo considerata quindi come persona di fiducia, un orefice di Macerata, preoccupato che gli venisse requisito, le diede da custodire un piccolo tesoro: una sera si presentò in casa ed, avvolti in una pezza di tela, le affidò i gioielli più preziosi che aveva tenendosi quelli di minor valore, temendo che se i tedeschi fossero passati dal suo laboratorio senza trovare niente non l’avrebbe passata liscia.

La casetta dei nonni era, come tante di quelle del centro storico, su tre livelli; il piano terra, con uno sgabuzzino, un bagnetto ed una specie di grotta; il primo piano, con la cucina e la stanza da letto dei nonni; il piano di sopra, con le due stanze dei bambini; da lì si accedeva al tetto, con una scaletta posta dietro un’anta che sembrava di un armadio.

Dunque in una delle stanze di sopra nonna radunò le tre bambine, 9, 6, e 3 anni; mio zio invece che era appena più grandicello, come gli altri della sua età alla vista delle uniformi era scappato per campi.

Arrivati in cucina, i due presero quelle poche cose che trovarono, una pagnotta, qualche uovo; poi vollero andare al piano di sopra, a controllare che ci fosse qualche dispensa nascosta.

Sulla soglia della camera nonna, che li precedeva, li supplicò di non fare rumore, che svegliavano la bambina; e lo fece di sicuro a gesti, dato che non conosceva certo il tedesco; al che uno dei due la spostò, e mise la testa dentro la camera; la vista di zia Raffaella che effettivamente dormiva nella culletta di legno, e delle due sorelline che le stavano intorno spaventate, lo dissuase dal continuare la ricerca, o forse un soprassalto di umanità, chissà. E per fortuna non cercarono ancora, perché oltre al tesoro avrebbero trovato anche la bicicletta del nonno nascosta sotto al letto: e anche quella faceva comodo.

Se la nonna fosse stata disonesta (o “furba” secondo l’interpretazione oggi in voga) avrebbe anche potuto dire che il tesoro se lo erano preso i tedeschi, chi poteva contraddirla? Ma quella non era roba sua e tornò al legittimo proprietario.

In quel ’44, ma quello ve l’ho già raccontato, mio padre sedicenne era stato portato con i suoi coetanei in campeggio in Alta Italia¹, dove c’era un campo di addestramento all’Alpe del Viceré; indietro non si poteva tornare, e del resto era anche uno dei motti con cui erano cresciuti, e vennero arruolati nella Repubblica Sociale. A momenti ci lasciavano le penne; ma questa pure è un’altra storia.

(151 – quarta puntata)

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¹ Il concetto di Alta Italia comprendeva tutto quello che c’era a Nord della pianura padana. Ho cercato tante volte di immaginare i pensieri di un ragazzo di sedici anni di allora, catapultato in mezzo alla guerra a centinaia di chilometri da casa. Non ci sono mai riuscito, e mio padre non mi ha aiutato molto a capire. La guerra non si può raccontare, secondo lui, e forse nemmeno si deve, se non per dire che è brutta. Avanti bisogna andare, senza voltarsi: chi si ferma è perduto.

Quello che non fecero i Barbari, l’hanno fatto i Barberini

Venerdì scorso, festa della Repubblica, è stato uno di quei giorni in cui meno mi sono sentito intelligente.

Partito di casa alle 6:30 per recarmi al paesello a visitare i genitori acciaccati, mi sono trovato intruppato per ben dodici ore in un serpentone di auto piene di gente diretta verso località balneari adriatiche.
Purtroppo non viaggiavo da solo e non ho potuto cristonare tutto il tempo come avrei voluto, ne intonare i canti a me cari come il “Credo in unum Deum” o gli evergreen “Lisa dagli occhi blu” di Mario Tessuto o “Il mondo” di Jimmy Fontana, tra l’altro nativo dei luoghi dove mi stavo recando, ma essendo in compagnia della mia signora mi sono dovuto contenere, nemmeno “Anima mia” dei Cugini di Campagna in falsetto mi è stato concesso.

La radio non aiutava: continuava infatti a parlare della stramaledettissima finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid, squadre che detesto entrambe e nemmeno cordialmente.
Per la cronaca ha vinto il Real Madrid, che ha un fortissimo centravanti impossibile da marcare perché tende ad appoggiarsi al marcatore e sbucargli da dietro. Quando giocavo io, era ai difensori che si intimava di stare incollato all’uomo, e nelle mischie il rischio di essere tirati per i testicoli per impedire di saltare era sempre in agguato, ma con quel fenomeno è impossibile: come cambiano i tempi!
Il centravanti bianconero invece mi è sembrato affetto da pinguedine, cioè con la pancia più piena del portafogli, ed è tutto dire. Ma mi fermo qua perché non vorrei dare l’impressione che le mie riflessioni siano offuscate da pregiudizi o peggio invidia, lungi da me questi sentimenti.

In compenso al ritorno ho dovuto sorbirmi interminabili concioni su quanto si sarebbe dovuto o non dovuto fare per impedire la quasi strage di Piazza San Carlo a Torino, dove ci sono stati più di 1500 feriti, qualcuno purtroppo seriamente, nel fuggi fuggi causato da non si sa bene cosa.
Mi accodo all’opinione dei commentatori più sensati: bisognava evitare di ammassare tutte quelle persone, si sa poi come sono fatti gli juventini: avendo code di paglia lunghe chilometri, appena qualcuno strilla “Polizia!” tendono a scappare. E’ una loro psicosi, non ci possono fare niente.
Perché la festa non è stata organizzata allo stadio della Juve, mi chiedo? Forse perché è privato e avevano paura di “rovinarlo”? Quindi la piazza pubblica si può ridurre ad immondezzaio ma lo stadio privato va tenuto da conto? Metafora del rapporto pubblico-privato, se mi si consente l’uso della parola metafora di cui non padroneggio appieno il significato.

Ma non preoccupiamoci perché è già stato trovato a chi dare la colpa, e questa è sempre una buona cosa: ai venditori ambulanti di birra. Ignobili malfattori!

Mio malgrado devo dar ragione al Mr.B. d’antan: la crisi non esiste, è un’invenzione della sinistra disfattista! Altrimenti non si spiegherebbe perché milioni di persone dovrebbero inscatolarsi per bagnar le chiappe chiare¹ per qualche ora, quando al costo di autostrada e benzina ci si potrebbe godere una bella cenetta in un discreto ristorante.

Strada facendo ho avuto diversi momenti di sconforto, come quando a Fiorenzuola abbiamo lasciato l’autostrada per prendere la Via Emilia, intasata anch’essa dai tanti che come me pensavano di essere furbi. Ho deciso allora di fermarmi un’oretta nella stessa Fiorenzuola, dove non ero mai stato; adesso su due piedi non saprei elencare i motivi che mi indurrebbero eventualmente a tornarci.
La consapevolezza che con le stesse ore di viaggio avrei potuto fare una puntata a Monaco di Baviera, bere una birra all’Hofbräuhaus e tornare indietro mi deprimeva.

Finalmente, verso le 18:30, ho raggiunto l’ospedale dove la mia mammetta, classe ’35, era ricoverata a seguito della rottura del femore. Incidente domestico che mi ha ispirato il titolo: usciti fisicamente indenni dal terremoto, nell’ispezione che doveva valutare i danni subiti dall’abitazione un improvvido controllore aprendo senza cognizione una botola per accedere al tetto si è quasi fatto cadere in testa una scala di ferro, e nei movimenti bruschi che ne sono seguiti mia madre è caduta, ricevendo quindi più danni dall’ispezione che dal terremoto.

Per fortuna l’assistenza ospedaliera, nonostante le carenze di cui si vogliono far patire a bella posta gli ospedali pubblici, è buona, ed è circondata dalle cure amorevoli dei miei fratelli e parenti più vicini; mia madre ne ha passate e viste passare tante che sono sicuro si tirerà in piedi anche da questa; consiglio tuttavia amichevolmente agli Enti implicati in questa vicenda di darsi da fare perché i disagi siano i minori possibile, chi ha orecchio per intendere intenda.

La prossima volta credo che partirò col treno, che la partenza intelligente non fa per me.

¹ Cit. Gabriella Ferri “Tutti al mare”

(141 – continua)

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