Mens sana in corpore sano

Mens sana in corpore sano, affermava Giovenale ai suoi tempi e sicuramente sapeva il fatto suo. In anni non recentissimi il duce romagnolo, come ricorda mio padre, aveva declinato il motto latino in un più prosaico “libro e moschetto, balilla perfetto”. Avendo praticato sport fino a quando è stato ragionevole posso ben dire di aver già dato: ora vedere gente di una certa età affannarsi tra palestre, piscine, biciclette e quant’altro confesso mi mette addosso un filo di turbamento. Un po’ va bene, lo concedo: ad esempio le mie amiche coriste che si ritrovano in oratorio a rotolarsi sui tappetini e fare step infondono allegria. Così come gli amici che mettono a rischio le cartilagini residue per sfidarsi a calcetto: la birretta finale vale il rischio. Sul tennis ho già detto, per me due persone che si tirano una palletta per ore da una parte all’altra di un campo non hanno senso: ma è un mio pregiudizio, lo ammetto.
La formazione atletica ai miei tempi non richiedeva più che ci si adunasse al sabato in camicia nera, e magari si saltasse attraverso un cerchio, per di più incendiato. Non avrei forse avuto niente in contrario, anche considerando che per la Befana si allestiva una grande catasta di legna a cui si dava fuoco ed i ragazzi, come iniziazione tribale, cercavano di saltarci da una parte all’altra; ma non si usava più, e tra l’altro anche l’incendio della Befana ad un certo punto fu abolito.
Alle elementari, dove a quei tempi maestri onniscienti insegnavano tutte le materie e quindi anche educazione fisica, la lezione si svolgeva in classe e consisteva nel: a) correre in cerchio b) fare dei piegamenti toccandosi le punte dei piedi c) aprire e chiudere le braccia ritmicamente, respirando (possibilmente). Non ricordo alle elementari di compagni sedentari o sovrappeso; ci si muoveva in abbondanza e l’educazione fisica era un optional.
Alle medie si iniziava a fare sul serio: si correva sempre in cerchio ma in palestra; salto in alto, dove lo stile Fosbury era appena agli inizi; pertica, fune, quadro inglese e spalliera. Ero bravino, ma senza esagerare. Non so perché le ragazze invece di fare pertica e fune dovessero fare la trave: ma forse era un bene, ce n’erano diverse che ci avrebbero bagnato il naso. A sancire il trionfo della nostra preparazione vi erano i Giochi della Gioventù.

Io partecipai nella categoria dei mille metri. Un chilometro che sarà mai, pensavo, abituato a partite di pallone interminabili. Avevo una discreta resistenza ed ero fiducioso in me stesso. In più, un apprendista di mio padre, saputo della mia presenza, non ricordo più a che titolo si mise in testa di insegnarmi a correre: dove io pensavo che bastasse mettere una gamba dopo l’altra il più velocemente possibile, lui mi parlò di falcata, appoggio del piede e respirazione.
Arrivò il momento della gara che avrebbe designato i rappresentanti della scuola per le gare provinciali: per riscaldarmi, previdentemente, feci un bel chilometro gareggiando con i compagni. Partenza! I primi scattarono invasati. Ero abituato ad altri ritmi: spompato dal riscaldamento dimenticai falcate, appoggi e persino respirazione e arrancai in apnea cercando di riprendere i fuggitivi. Tra i quali, ed era la cosa che più mi infastidiva, ce n’era uno che battevo regolarmente: com’era possibile? Dagli spalti mi arrivavano gli incitamenti di mia madre; mio padre ne ero sicuro lì di fianco scuoteva la testa. Quando mi accorsi di stare per essere doppiato, accelerai. Non per fare chissà quale rimonta: solo per portarmi il più velocemente dalla parte opposta della pista rispetto agli spalti, e ritirarmi alla chetichella.
Mia madre poi disse di essersi preoccupata nel non rivedermi, pensava mi fossi sentito male. In effetti bene non stavo, soprattutto nell’orgoglio; ne ricavai comunque delle lezioni per l’avvenire, primo mai sottovalutare gli avversari e secondo mai dar retta a chi ne sa meno di voi.

Mi ricimentai con i mille metri a militare. Verso la fine del corso ufficiali c’erano le prove sportive da superare, se si voleva essere ammessi a comandare una sezione di artiglieri. Sarebbero state più utili prove con fruste e affini, ma invece ci toccò lancio del peso, salto in lungo e mille metri. Ero in una forma fisica smagliante e nessun timore: mi ero allenato insieme a due commilitoni che facevano gare agonistiche e avrei passato l’esame a occhi chiusi.
Nel nostro corso c’era un ragazzo salernitano, simpaticissimo, di taglia abbondante. Un po’ tanto abbondante per i requisiti richiesti, doveva aver avuto qualche spintarella. Il tempo limite per i mille metri erano cinque minuti, e il sergente istruttore gli disse senza mezzi termini che se non fosse rimasto almeno sotto i dieci sarebbe tornato a casa. Mille metri, due soli giri e mezzo di campo, sei mesi sprecati: non potevamo permetterlo. Non ci fu gara; corremmo tutti intorno al nostro amico, spingendolo, spronandolo e insultandolo: non ho mai più visto in vita mia uno rosso in faccia e sull’orlo dell’infarto come lui, così come non ho mai più visto qualcuno più arrabbiato ed orgoglioso del nostro sergente.
“Jatevenne a ‘fanculo, teste di cazzo”, ci congedò affettuosamente.

(48. continua)

Sabato_fascista_anni_30