Olena à Paris – 30

«Siamo qui riuniti, cari fratelli e sorelle, per porgere l’ultimo saluto a questa donna, Eusebia Lombardini, moglie, madre, nonna, bisnonna e trisnonna esemplare, esempio di virtù e rettitudine» declama dal pulpito il Vescovo Ardizzone, con enfasi, rivolto alla folta assemblea che affolla la chiesa dedicata ai martiri Siro e Lampugnano, edificata nel cuore del parco della villa. Sul passo che parla di virtù e rettitudine un accesso di tosse, che dai presenti è scambiato per commozione, colpisce Gilda, seduta in prima fila affiancata dal vigoroso Svengard.
«Chi sarebbe questa Eusebia Lombardini?» chiede Nanni Cantaluppi, presidente onorario della Bocciofila Calcinate Brianza convenuto in rappresentanza dei propri anziani associati, convinto di partecipare alle esequie di quella vecchia dispettosa che si divertiva a sparare ai boccini dei pensionati durante le partite ma che in cambio di questo innocuo passatempo ricompensava l’associazione con lauti contributi annuali.
«Ella ha passato, nella sua lunga vita, tempi duri, ma ha sempre saputo affrontare le difficoltà con cristiana rassegnazione» continua Ardizzone, ispirato.
«Sì, rassegnazione…» sussurra Augusto Trozzo, che regge lo stendardo del Cobalapari, comitato di base lavoratori di pasta e ripieni, al suo segretario Armando Carrettoni «da giovane pare che ne abbia fatte più di Bertoldo in Francia, altro che rassegnazione»
«Sshh, un poco de respeto, por favor!» li redarguisce Miguel, sinceramente addolorato, con in braccio il piccolo Chico che ha ormai perso quasi del tutto il pelo.
Gilda, che indossa una mascherina in pizzo macramé ricamato al tombolo da solerti artigiane canturine, poco adatto a proteggere dal contagio ma senz’altro elegante ed appropriato al momento, si volta leggermente alla propria sinistra.
«James, non sembra anche a te che la morte doni alla nonna? Voglio dire, guardala com’è serena lì nella bara, sembra ringiovanita, le rughe sono stirate e persino la carnagione è migliorata. Se lo avesse saputo, probabilmente sarebbe morta prima» riflette la vedova Rana, ammirata.
«Effettivamente, signora, le condizioni della signora sono invidiabili per una ultracentenaria defunta da una settimana. La decomposizione non è neppure iniziata, il fenomeno forse potrebbe essere dovuto al microclima della pampa» ipotizza il maggiordomo, a sua volta ammirato dalla stola ricamata in oro zecchino di don Martino, assistente di Sua Eminenza, con cui in passato ha avuto degli screzi per motivi di precedenza nell’utilizzo del campanellino cerimoniale¹.
«Una donna che nella sua vita ha saputo fare del bene, generosamente e disinteressatamente, nella quale la carità si è incarnata ed è diventata sostegno tangibile per tanti bisognosi» insiste il presule, partecipe.
«Su questo ha ragione» concorda Gilda «lo sa solo il cielo le offerte che distribuiva ogni anno alle associazioni più disparate. Anche agli orfani del terremoto dei Colli Albani del ’27 mandava soldi, quando ormai saranno morti anche gli orfani degli orfani. Non vorrei che avesse ragione lui, e la nonna è davvero una santa. Dovremmo attrezzarci con un mausoleo, sarebbe un bel fastidio, non trovi?»
«Non credo sarà necessario, con il dovuto rispetto, la signora ha fatto senz’altro del bene ma mi sembra ben lungi dalla santità» afferma James, ripensando alle volte che la nonna scaracchiando gli centrava le sparpe appena lucidate.
«Il Signore l’ha richiamata a sé…» inizia la chiusa Ardizzone.
«Veramente pare che le abbiano sparato, se no sarebbe stata qua volentieri altri cento anni» insinua Trozzo a Carrettoni, freddato da un’occhiataccia di Miguel.
«… nel suo abbraccio amoroso, dove un giorno tutti saremo accolti» chiude finalmente il Vescovo, compiaciuto dalla performance.
«Amen» si affrettano a invocare i fedeli, con poca conoscenza della liturgia.
Ardizzone, coadiuvato da don Martino, prosegue la celebrazione, finché tra il sollievo dei presenti arriva finalmente alla benedizione della defunta e intona il De Profundis:
«De profùndis clamàvi ad te, Dòmine;
Dòmine, exàudi vocem meam»
Gilda si asciuga una lacrima, sussurrando a James:
«Sarò sentimentale James, ma il francese mi commuove sempre» con il maggiordomo che soprassiede.
«Rèquiem aetèrnam dona eis, Domine» continua il Vescovo, che notata la luce spenta negli occhi degli astanti è costretto a ricorrere ad un linguaggio più familiare:
«L’eterno riposo, dona loro, o Signore» e, cogliendo finalmente una risposta decente, sibila a don Martino
«E che diamine, altro che Concilio Vaticano Secondo, qui bisogna ripartire dall’abbicì!»
E, mentre il coro di voci bianche intona “In paradisum deducant a te angeli”, benedicente segue i rappresentanti della squadra dell’Inter del 2005 Alvaro Recoba, Giorgios Karagkounis, Kily Gonzales e Carlos Alberto Gamarra, ospiti di Villa Rana per un lungo periodo², che prendono in spalla la bara di nonna Pina e la depositano nella limousine che la accompagnerà verso l’ultima dimora terrena.

¹ cfr. “Ferragosto con Olena”, 2019
² cfr. “Natale con Olena”, 2017

Ferragosto con Olena (X)

Com’è bello far l’amore
da Trieste in giù
com’è bello far l’amore
io son pronta e tu?

Miguel, il giardiniere tuttofare, abbracciato al rastrello con il quale ramazza le foglie cadute da una delle querce secolari del parco di villa Rana, si esibisce in una personalissima versione di “Tanti auguri” di Raffaella Carrà ad uso e consumo del pappagallo celtico Flettàx.
Il pennuto sembra apprezzare, e lo dimostra concludendo il ritornello con una citazione dotta: «… ma poeù vegnen chì a Milan… Terùn!»
«Miguel… ppsst… Miguel!» Da un cespuglio adiacente la quercia, una voce in falsetto richiama l’attenzione del messicano. Miguel lascia cadere il rastrello e si avvicina incuriosito al cespuglio, scosta le foglie e prorompe in un gridolino di sorpresa: «Tu?! Paio? Paio, mi amor, que haces aquì?»
«Sshh… habla piano, Miguel…» dice sottovoce Hector García, in arte Paio Pignola. «Tu mi devi aiutare…»

Nel ristorante tipico “Casa Castalda”, situato nell’omonimo borghetto in provincia di Perugia, il proprietario nonché cuoco Lollo Cavaturaccioli meglio conosciuto come “Il mago della crescia” sta sovraintendendo all’allestimento dei numerosi tavoli all’aperto, tutti prenotati per l’attesissima finale di Miss Saltarello che si terrà di lì a poche ore sul palco allestito proprio di fronte al locale. Per il premio speciale al miglior gruppo folcloristico favoritissimo è il gruppo “Li ‘ngrifati de Montemeló” che, trascinati dalla famosa coppia di stornellatori Gustì de Pertecaró e Mariuccia Olivieri detta Fiencacelli e accompagnati dal funambolico organettista Leone Cacciamà, hanno affrontato una trasferta di ben 85 km pur di portare a casa per il quinto anno consecutivo il prestigioso premio “La crescia d’argento”.
I due improvvisatori stanno scaldando la voce con qualche rima sapida, mentre il corpo di ballo composto da ben dodici robuste ragazzotte dodici e relativi accompagnatori sgambetta allegro:

Gustì:
Me lo dicìa sempre la pora nonna
la tigna è sempre stata la ruvina della vigna
la vigna rovinata dalla tigna
uva ne fa tanta, ma non se magna
allora, cocca mia, mpara na cosa
a volte bisogna pur darla la pelosa.¹

Mariuccia:
Da lontano se sente che prufumi d’ignoranza
mammata te n’ha data proprio tanta;
scì natu in un periodu de bbonnanza
se ne venni una metà, troppa te ne ‘vvanza.

Il terzetto di ottantenni che risale lentamente la salita che porta alla piazzetta attira l’attenzione di Lollo. Si ferma un attimo, con lo strofinaccio in mano, e li osserva dirigersi verso il palco. Il più alto dei tre, che indossa una specie di saio marrone, fissa lo stornellatore con calma ma decisione. Quando Gustì se ne accorge rimane a bocca aperta per la sorpresa, lasciando Mariuccia senza l’attesa risposta. Quando si riprende, lascia alla partner il cembalo che usa per accompagnarsi e scende le scalette del palco, avvicinandosi al terzetto che lo aspetta a braccia conserte. Finalmente recupera la favella:
«Virginio, cazzo, mi stavi facendo prendere un colpo. Che ci fai con ‘sti rincoglioniti?» indicando Oscar e Armando, che ridacchiano sotto i baffi.
«Siamo venuti a prenderti, Agostino. Ci serve un batterista» spiega il Santone, con un accenno di sorriso, e continua: «E’ ora di fare quel lavoretto. Il Russo è tornato»
«Il Russo… lo sapevo che non era morto, quel bastardo!» sibila Agostino con disprezzo.
«Ancora no, gli serve una spintarella» lo informa Armando Grasparossa. Poi, guardando verso il palco: «Ma quella non è Mariuccia? Ma almeno te l’ha data dopo tutti ‘sti anni?» ridacchia il fisarmonicista.
«Sta’ zitto rimbambito, non farti sentire che è ancora una jena…» lo zittisce lo stornellatore «per tua informazione abbiamo cinque figli e diciotto nipoti, ma non ha ancora voluto sposarmi»
«Bè, quando torniamo falle la dichiarazione. Io ti suono l’Ave Maria, però sbrigati, che sennò mi tocca suonarti il Requiem Aeternam» ridacchia a sua volta Oscar Calatrava.
«Vaffanculo, Oscar». Poi, girandosi preoccupato verso il palco dove la compagna Mariuccia lo aspetta con le mani ai fianchi ed un’espressione infastidita sul viso:
«Mariuccia, amore mia, devo partì pe quarche jornu co ‘sti amici, non te sta’ a preoccupà»
Mariuccia squadra il quartetto, scuotendo la testa, poi si rivolge direttamente al Santone, guardandolo negli occhi.
«Tu non molli mai, eh? Lo sapìo che un jornu o l’antru saristi ‘rriatiu, è da quanno è morta la pora Giovanna che te ‘spettavo… »² Poi, dopo aver guardato Agostino con tenerezza, continua:
«Vidi de ‘rportarmilu a casa ‘ssu testó… che sennò, se non te ‘mmazza quillu te ‘mmazzo io»
Poi gira loro le spalle, e rivolta al gruppo folcoristico dichiara: «Ragazzi, Gustì non se sente bene. Stavolta faccio tutto io… daje Cacciamà, ‘ttacca»

«Natascia, figlietta mia, quanto manca per arrivare? Che questi sedili non sono proprio comodi, sai»
Nonna Pina, seduta al posto del secondo pilota, osserva Olena manovrare i comandi del vecchio Antonov An-2. «E poi sinceramente preferirei rimettere i piedi sulla terraferma, questi rumori non sono per niente rassicuranti» dichiara la ultracentenaria.
«Tranquilla, babushka, questo aereo è gioiellino. Scarta leggermente a destra in decollo, ma quando in aria sicuro come poltrona di casa. Ora speriamo che in atterraggio non andiamo in mille pezzi» dice la russa, concentrata.
«Spero questo macinino sia assicurato» chiede preoccupata nonna Pina «che ripagarmi come nuova costerebbe una fortuna»
«Ah, ah, avete ragione babushka… ma non ci sarà bisogno, io scherzavo…»
Nonna Pina guarda Olena con stupore «Aspetta aspetta che controllo se sta arrivando una tempesta di neve. Tu scherzavi? Ah, ah, Natascia non sai come mi fai contenta, ero preoccupata per te!»
«Preoccupata babushka? Perché mai?» chiede la russa.
«Perché ti ho visto triste, pensavo che avessi qualche problema… tutto a posto allora?»
«Si, tutto a posto babushka, davvero» conferma Olena, con lo sguardo fisso all’orizzonte.
«Bene, sono contenta per te» approva nonna Pina. «Allora dai, accelera che così arriviamo prima di mia nuora e del maggiordomo. Però, Natascia, posso chiederti una cosa?»
«Certo babushka, cuosa?»
«Come mai hai tolto di nuovo i serbatoi e rimesso le mitragliatrici?»

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¹ Tratto da “Stornelli marchigiani” di Leucano Esperani www.luoghifermani.it
² trad. Lo sapevo che un giorno o l’altro saresti arrivato, ti aspettavo da quando è morta la povera Giovanna. Vedi di riportarmelo a casa questo testone… che se no, se non ti ammazza quello ti ammazzo io.