Tre stelle per Olena – 32

Una figura completamente vestita di nero, con il volto coperto da un passamontagna, entra silenziosamente nella stanza dove una ragazza in tuta mimetica sta vegliando un uomo addormentato su una branda, con la testa fasciata. La ragazza, che gira le spalle all’entrata, ha appoggiato il suo fucile AS Val al muro e si accinge a cambiare la bendatura all’uomo. Uno scricchiolio la mette in allarme; si protende verso l’arma ma non la trova più al suo posto, e girandosi se la ritrova puntata contro; ha l’impulso di reagire ma la persona che la imbraccia con un gesto le fa capire che è meglio sedersi. La persona in nero alza le braccia, mostrando di non avere cattive intenzioni, poi si passa l’indice sulle labbra, ad indicare di non far rumore, e infine si sfila lentamente il passamontagna.
La ragazza, sui vent’anni, capelli a caschetto neri e occhi verdi, rimane a bocca aperta, non riuscendo a credere a quello che vede.
«Mamma?! Che ci fai qua? Come hai fatto a entrare?»
Olena increspa leggermente le labbra, accennando un sorriso.
«Non importa come ho fatto io a entrare. La domanda è: perché tu sei qua, sei impazzita? Forza, seguimi, ce ne andiamo via»
Anastasia Smirnova scuote la testa, e lancia un’occhiata verso l’uomo addormentato.
«Non posso, mi dispiace»
«Nastya, non fare la stupida. Non capisci che se non esci di qua rischi di farti ammazzare dai nostri, oppure da loro» dice Olena indicando l’uomo disteso «o ti useranno per qualche scambio? E perché poi, per lui? E’ un nemico, sta con i nazisti, e magari anche lui è nazista! Ci penso io a sistemare questa faccenda» e così dicendo estrae un coltello dalla fondina legata alla coscia, e muove un passo verso la branda.
«No!» le sbarra la strada la figlia «Non è un nazista, è un giardiniere, e non sarà mai un nemico solo perché lo dice qualche politico con deliri di onnipotenza o qualche generale del cazzo. Guardalo mamma, ti pare un nazista? Possibile che non lo riconosci?» protesta Anastasia, avvicinandosi alla branda e mettendo una mano sulla fronte dell’uomo.
Olena, colpita dalla veemenza della figlia, si avvicina al giovane che geme febbricitante. Scruta attentamente il viso, con il naso leggermente schiacciato, gli zigomi alti, la carnagione chiara. Osserva le mani, da lavoratore, finché lo sguardo si posa sul mignolo della mano sinistra, dove manca un pezzo della falange. Stupita, guarda la figlia negli occhi, e si ritrova paracadutata nel passato.

Suzdal’,Oblast’ di Vladimir, agosto 2005.
«Nastya lascia in pace Misha, non è il tuo orsetto!»
Olena, in tuta da ginnastica, richiama la bambina, salita a cavalcioni del figlio dell’amica che le ospita nella piccola dacia in campagna.
«Olena non rompere, lasciala stare, non vedi come è contenta? Falla divertire intanto che sei qua, poi quando partirai starà male per giorni» la rimprovera l’amica.
«Sì, ma sta torturando il povero Misha! Ha una pazienza di santo quel bambino. Perché la mia deve essere così scatenata?»
«Ma che dici, a Misha piace essere torturato! Lo vedi? Ha sei anni, gioca a fare il fratello maggiore… e in quanto a essere scatenata, chissà da chi avrà preso»
«Che buffi che sono… Yulia, grazie ancora. Senza di te non so come farei.»
«Smettila! Lo faccio volentieri. La cosa che mi dispiace è che tra poco però non potrò più tenerla…»
«Già, dispiace anche a me. Oleg allora ha deciso?»
«Gli hanno offerto un posto di direttore a Zaporizhzhia… per un ingegnere nucleare come lui è il massimo, capirai, la centrale più grande d’Europa… Ho cercato di convincerlo a rimanere, in fondo stiamo bene, non ci manca niente, ma è rimasto troppo scottato dai licenziamenti del ’91, non vuole più trovarsi in quella situazione. Ce la siamo passata male, non dimentico quanto ci hai aiutato in quel periodo»
Olena fa un gesto con la mano, come ad allontanare quei ricordi, ma l’amarezza che è ancora viva in lei riaffiora:
«Da un giorno all’altro fabbriche chiuse, svendute o regalate agli amici degli amici… professori, maestri, dottori rimasti sul lastrico, pensioni da fame. Un paese allo sbando, in balìa di una banda di traditori e mafiosi. Arricchitevi, dicevano! Mentre la gente moriva letteralmente di fame. Ce ne è voluto per riportare un minimo di ordine… ma adesso basta rimuginare su quello che è stato. Oleg ha ragione, è una buona occasione e fate bene ad approfittarne. E poi in fondo non saremo così lontani, ogni tanto possiamo vederci… perciò non posso che farvi tanti auguri per la vostra nuova vita!»
«Grazie… ma tu come farai con Anastasia?»
«Non ci ho ancora pensato, e a lei non ho ancora detto niente. Sto cercando una famiglia fidata che possa occuparsene, hai qualcuno da consigliarmi?»
«Aahh!!»
Un urlo distoglie le due amiche dalla conversazione; si voltano e vedono la piccola Anastasia in piedi vicino a Misha, con una mano davanti alla bocca, mentre il bambino grida mostrando una mano sanguinante. Yulia accorre, si sfila la maglietta e tampona la ferita, mentre Olena raggiunge la figlia, bianca in volto.
«Che è successo, Nastya?» le chiede, accarezzandole i capelli. La bambina non risponde ma indica una macchia scura in terra, dove stavano giocando a cavalluccio e dove, su un coccio di vetro di una bottiglia rotta, c’è un pezzetto di carne, un pezzo della falange del dito mignolo di Misha.

Tre stelle per Olena – 31

«Lei dov’è?»
Gennadi Yagushinsky, assorto nello studio della mappa della zona, sta cercando di determinare i punti migliori dove piazzare l’artiglieria per l’imminente offensiva quando un rumore improvviso lo fa sobbalzare. Istintivamente porta la mano alla fondina della pistola e si volta di scatto, pronto a sparare. Alla vista della persona entrata nella stanza si rilassa, e un accenno di sorriso gli distende le rughe del volto.
«Capitano Smirnova, mi stava facendo prendere un colpo. Come ha fatto ad entrare? No, lasciamo stare, non lo voglio sapere, anche se per colpa sua dovrò punire le sentinelle. Come mai da queste parti, non era in congedo? Se l’hanno richiamata le cose devono andare davvero male… o è una visita di piacere? Le sono mancato?» chiede l’uomo in tono beffardo, invitando l’ospite inatteso a sedersi.
«Gennadi, non fare il cretino. Guardati, sei ancora colonnello e al fronte: a chi hai pestato i piedi stavolta? Non riesci proprio a tenere a freno la lingua. O la moglie di qualche generale si è lamentata dei tuoi… servizi?» lo provoca l’intrusa, rimanendo in piedi.
Il colonnello Yagushinsky, erede di una antica famiglia nobile, quando in Russia c’era ancora la nobiltà, fissa la donna che ha di fronte, con un filo di rimpianto.
«Sei sempre bella, Olena. Ancora non capisco perché non hai voluto sposarmi.»
«Te l’ho detto allora e te lo ripeto, Gennadi: non sei il mio tipo. E poi eravamo entrambi sposati, te ne sei dimenticato? Comunque smettila di tergiversare, non ho molto tempo: lei dov’è?»
Il colonnello, raddrizza le spalle e sistema l’uniforme che cade ancora bene sul corpo atletico, nonostante i sessanta anni suonati e il consumo non episodico di vodka. Corruccia le labbra, e guarda fuori dalla piccola finestra che illumina la stanza.
«Non lo so» risponde laconicamente.
«Non lo sai? Gennadi, non stiamo parlando di un mazzo di chiavi. E’ uno dei tuoi ufficiali, che vuol dire che non lo sai?»
«Vuol dire quello che ho detto, non lo so. E’ scomparsa, se ne è andata.»
«Ma che stai dicendo, scomparsa? Ha disertato? E’ stata catturata?»
«Non proprio Olena, non proprio»
Olena si avvicina all’uomo e gli sibila in faccia:
«Gennadi, parla o ti stacco le palle. Che è successo a Nastya?»
Yagushinsky inspira profondamente, indeciso se rispondere, ma lo sguardo glaciale che si trova davanti lo convince.
«Sembra che sia andata là sotto» dice indicando con un gesto della mano la direzione da cui arriva il rumore attutito di colpi di cannone.
«Là?» ripete Olena, incredula «Dentro l’acciaieria?»
«Sì, nell’acciaieria» risponde il colonnello, abbassando lo sguardo.
«Ma perché avrebbe dovuto andarci? E’ assurdo, perché non l’hai fermata?»
Le labbra di Gennadi si contraggono in una smorfia rassegnata.
«Fermarla, come se fosse facile. Ti ricordi com’eri tu a vent’anni, Olena? Ha preso tutto da te, sai? Gli occhi però sono di suo padre, l’italiano. A proposito, gliel’hai detto finalmente?»
«Non sono affari che ti riguardano» taglia corto Olena, e continua : «E quindi che hai intenzione di fare, hai attivato le ricerche, manderai le squadre speciali?»
«No. Niente da fare, è troppo pericoloso. L’ordine è di sigillare entrate e uscite ed aspettare»
«Cazzo, Gennadi, quindi la lasciate là sotto? Ma si può sapere che pensava di fare, voleva espugnare l’acciaieria da sola?»
Il colonnello fissa Olena negli occhi.
«Sapevi che il ragazzo di tua figlia è ucraino?»
«Che cosa? Ucra…» riesce appena a dire Olena, prima di sedersi tenendosi la testa tra le mani, e chiedere sgomenta «Ha tradito?»
«Per quanto ne sappiamo no, non ha tradito. Solo che sembra che lui sia stato ferito e lei si è messa in testa di tirarlo fuori. Peccato che i suoi compagni non facciano uscire nessuno, e del resto é probabile che lui nemmeno voglia saperne di uscire»
Olena lo guarda, quasi senza comprendere quello che dice. Infine chiede, conoscendo già la risposta:
«Quindi non farete niente per aiutarla, giusto?»
«No Olena, te l’ho detto. E’ stata una sua scelta, non possiamo rischiare altre vite per un colpo di testa. E poi…» inizia a dire Yagushinsky, fermandosi improvvisamente.
«E poi cosa? Cosa avete in mente di fare?»
«Bombe termobariche. Tra qualche ora là ci sarà solo un enorme cratere.»
Olena impiega qualche secondo a realizzare l’enormità di quello che il colonnello sta dicendo.
«E’ deciso?»
«Sì, è deciso»
«Fammi andare là sotto, Gennadi. Puoi fermarli per 48 ore?»
«No, Olena, non posso»
«24 ore Gennadi, dammi almeno 24 ore! Me lo devi!» supplica Olena, stringendo entrambe le mani al colonnello.
Gennadi Yagushinsky guarda la donna che ha davanti, ammirato.
«Non molli mai, vero? Va bene, del resto ti devo ancora un favore, ammesso che questo sia un favore. Vada per 24 ore, non un minuto di più.»
Olena sorride, riconoscente.
«Mi devi ben più di un favore, Gennadi. Ti ho salvato la vita almeno tre volte… » poi, scuotendo la testa, chiede al suo vecchio compagno:
«Come è successo tutto questo, Gennadi? Eravamo tutti sovietici, comunisti, eravamo fratelli!»
«Sovietici forse, comunisti evidentemente non molto. Di che ti meravigli, è dai tempi di Caino e Abele che i fratelli si ammazzano.»
«Non sei stanco di tutto questo? Ancora morti, e perché? Per far sventolare bandiere di colore diverso, quando la gente vorrebbe solo vivere in pace»
«Stai diventando sentimentale, cara mia. Te lo dicevo che era uno sbaglio tenere la bambina… Sono un soldato, tu più di tutti dovresti saperlo. Combatto per il mio paese, giusto o sbagliato che sia, comunque non sta a me giudicare le scelte politiche. Sono un professionista, è il mio mestiere e cerco di farlo meglio che posso. Non ci tengo a finire i miei giorni rincoglionito in un ospizio, meglio morire finché sono vivo.»
«E tu invece sei diventato cinico, Gennadi» constata Olena con amarezza.
«Disilluso, forse… ti ricordi quando credevamo che il mondo potesse cambiare? Questo è quello che è rimasto» dice il soldato, mostrando le macerie con un gesto stanco.
«Gennadi, dimmi una cosa. Almeno vinceremo?»
«Ascolta bene quello che ti dico Olena: qua nessuno vincerà. Nessuno.»

Tre stelle per Olena – 30

Amaru Timu stenta a comprendere quello che l’anziana cuoca gli sta dicendo.
«Mia madre? Ma è assurdo, come fai a sostenere una cosa del genere, non mi vedi? Io sono maori, tua figlia è…» dice indicando la fotografia, con una strana inquietudine che gli sale alla gola.
Palmira lo guarda con tenerezza, cogliendo lo smarrimento negli occhi del gigante.
«Lascia che ti racconti questa storia, poi deciderai tu stesso se è assurda o meno» risponde Palmira, prima di iniziare il suo racconto.
«Sono nata nel 1949, mio padre volle chiamarmi Palmira perché l’anno prima c’era stato l’attentato a Palmiro Togliatti, il capo del Partito Comunista Italiano. I miei erano contadini, la vita era dura, non c’erano mica tutte le macchine che ci sono adesso, e noi bambini cominciavamo presto ad aiutare dove c’era bisogno, nei campi, nella stalla, nell’orto… adesso lo chiamano lavoro minorile, che fortunati. Da ragazzina mia madre per tirar su qualche soldo mi mandava a vendere le uova in paese; ero caruccia ed educata, così la moglie del farmacista mi notò e siccome aveva bisogno di qualcuno che tenesse in ordine la casa e curasse il bambino ed io ero già pratica con i miei fratelli, chiese ai miei genitori se potessi andare da loro qualche ora al giorno. Così, senza nemmeno chiedermi se io fossi d’accordo, i miei dissero di sì e così dalla settimana dopo iniziai ad andare a casa loro. In realtà io ero ben contenta, figurarsi, i signori erano molto gentili, il lavoro per niente faticoso, mi sentivo quasi in vacanza. Piano piano mi chiesero anche di fare qualche commissione, andare al mercato, consegnare qualche medicina a qualche anziano che faceva fatica a muoversi… per me era tutta una scoperta, abituata alla campagna la vita di paese mi sembrava tutta diversa, mi sentivo quasi una signora… mi davano solo un po’ fastidio, quando mi capitava di passare davanti al bar della piazza, gli sguardi degli uomini che stavano seduti ai tavolini a bere e giocare a carte, o dei ragazzi che facevano battutine parlando sempre a voce troppo alta. Tra questi però ce n’era uno che mi piaceva, e ogni volta che mi capitava di incrociarne lo sguardo mi faceva arrossire»
«Un giorno, mentre tornavo a casa dopo aver fatto la spesa, me lo trovai davanti nel vicolo che portava alla casa dei farmacisti. Mi sentivo il cuore in gola, e ricordo che mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcuno, ma eravamo soli… mi si avvicinò sorridendo, aveva qualche anno più di me, moro, abbronzato… mi disse solo: “Lo sai che Palmira era soprannominata la Sposa del Deserto?” Io rimasi inebetita, non mi aspettavo che mi rivolgesse la parola, non sapevo di che stava parlando e non sapevo nemmeno come facesse a sapere il mio nome. Arrossii come un peperone, e balbettai un “No” chiedendomi chi fosse la Palmira di cui parlava e cercando di scansarlo, ma si era messo davanti e non mi lasciava passare. Continuò a parlare: “Palmira deriva da palma, dalle palme delle oasi attorno a cui sorgeva la città… ci passavano le carovane che attraversavano la Siria, era una città importantissima, un regno addirittura”. Alzai gli occhi e vidi che stava sorridendo, mi stava prendendo in giro, parlava di una città, non di una donna! Allora presi un po’ di coraggio ed a mia volta gli chiesi: “E Torello allora da che deriva?”. Vidi che rimase colpito, non pensava che conoscessi il suo nome… sorrise ancora di più, e mi rispose “Quando sono nato pesavo 4 chili e duecento grammi, mi hanno chiamato Salvatore, come mio nonno, ma quando il prete mi ha battezzato si è mise a ridere “Salvatore Salvatorello… torello di nome e di fatto!” e da allora per tutti sono rimasto torello”. Poi si avvicinò ancora di più, sentivo il profumo della brillantina che aveva nei capelli, mi sentivo morire… mi chiese “Ti dispiace se quando torni a casa ti accompagno per un pezzo?” in un modo che non seppi dire di no… così da quel giorno mi aspettava fuori dalle mura del paese, e mi accompagnava fino alla stradone di casa mia, e facevamo la strada insieme stando attenti che nessuno ci vedesse insieme perché si sa, le voci corrono…»
«E brava Palmira» la canzona Amaru. «Quindi aveva un fidanzato… continuo però a non capire cosa c’entro io in tutto questo»
Palmira alza un braccio, a frenarne l’impazienza.
«Se hai ancora un attimo di pazienza, capirai»

«Porco mondo, quella pollastra mi sta facendo andare via di testa. Non capisco, non mi era mai successo…»
Fiona, la cavalla, si scrolla di dosso i rametti spezzati del cespuglio nel quale i due amanti clandestini si sono rifugiati.
«Non preoccuparti Flettino, sono cose che capitano…» dice muovendo la lunga coda.
«No che non capitano! O almeno, a me non era mai capitato, non sono mica un parrocchetto!» dice l’Ara Macao padano, con stizza.
«E va bene, non farne una tragedia adesso. Anzi, sai che ti dico: è meglio così»
«Meglio così un corno, non abbiamo fatto niente!» strepita il pappagallo innervosito.
«Appunto, non abbiamo fatto niente. Così almeno non dobbiamo sentirci in colpa con la povera Kocca, non l’abbiamo tradita. Non ti senti meglio?» chiede la cavalla, sbocconcellando un ciuffo d’erba.
«Sentirci in colpa, stare meglio? Ma che diamine stai dicendo, pezzo di equina, quella mi cornifica H24 e io dovrei sentirmi meglio se non riesco a renderle la pariglia almeno una volta? Ma questo è un mondo a rovescio!» arruffa le penne Flettàx.
«Allora venivi con me solo per ripicca!» lo attacca la cavalla. «Non era vero niente che ti affascinava il mio mantello, il mio incedere regale e la forma artistica dei miei quarti posteriori! Sei un bugiardo!» nitrisce Fiona, sdegnata.
«Ma no, non prenderla così… i tuoi quarti posteriori tra l’altro sono notevoli. Quello che volevo dire è che se lei vuole l’amore libero renderle pan per focaccia non è nemmeno da considerare tradimento» argomenta il pennuto, non rendendosi conto di aggravare la propria posizione.
«Ha ragione Kocca a metterti le corna, te le meriti tutte! Sei solo un prepotente, un maschilista, un buzzurro, un vanitoso, e pure impotente! Sei… sei… sei… una cocorita!» lo apostrofa Fiona, andandosene ondeggiando e lasciandolo a becco aperto.
Flettàx, inebetito dall’enormità dell’offesa, stenta a riprendere fiato, poi infine recupera un po’ dell’antico orgoglio e grida dietro alla cavalla:
«Brava, vattene, vattene, è meglio per te! Ronzina spelacchiata, porta il tuo tafanario lontano dal mio becco! E per tua norma e regola, io non sono per niente vanitoso!» garrisce il pappagallo sovranista, gonfiando le penne del petto.

Tre stelle per Olena – 29

Una mano en la cabeza
Una mano en la cabeza
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy
Una mano en la cintura
Una mano en la cintura
Un movimiento sexy
Un movimiento sexy

L’orchestra esegue La Bomba, con la sinuosa ballerina Sibilla che guida il gruppo con movimenti provocanti e sensuali. La bella Sibilla mette generosamente in mostra la dotazione di cui madre natura l’ha fornita, appena ritoccata qua e là in punti strategici: la ragazza si avvicina ormai alla trentina e la forza di gravità, pur contrastata con ore di palestra ed esercizio fisico, tende ad avere il sopravvento su un seno della quarta misura. La ballerina, di carnagione olivastra, si spaccia per cubana (da qui il suo nome d’arte, Sibilla Cubana) ma i documenti rilasciati dall’anagrafe del comune di Belforte sul Chienti la contraddicono, riportando le generalità di Michela Pignataro, cugina di secondo grado della cantante Luana. Gilda, in prima fila, è impegnata a ruotare a tempo i fianchi, affiancata da James che fa del suo meglio ma è distratto dagli orecchini pendenti Diva’s Dream di Bulgari che la sua padrona indossa con elegante nonchalance, facendoli oscillare a ritmo.
«James, caro, ma che fine hanno fatto tutti gli chef? Sono spariti. Spero che Natascia li tenga d’occhio, non vorrei altra pubblicità negativa. Passi un presentatore, ma uno chef morto ammazzato sarebbe tutt’altra cosa, qualcuno potrebbe pensare che lo abbiamo fatto fuori noi perché era contrario ai nostri tortelli di zucca. Questo della pasta fresca è un mondo spietato, James» conclude Gilda, cambiando direzione con un piccolo balzo.
«Decisamente, signora. Mi duole dirle che oltre agli chef anche Natascia è sparita; tuttavia a quanto ho appreso ha portato con sé la pistola, che a voler essere positivi potrebbe interpretarsi come un segnale di speranza per la conclusione di questa vicenda» informa James, intrecciando le mani dietro la testa e scuotendo il bacino in modo professionale.

In cucina intanto Amaru Timu, sempre più stupito, chiede spiegazioni alla cuoca Palmira, tenendo tra le mani i due pezzi di quello che ad ogni evidenza era stato un unico ciondolo.
Palmira annuisce, e con un gesto della mano invita il maori a sedersi al tavolo di legno massiccio dove prepara le pietanze, su una sedia di vimini solitamente occupata dal gatto Ringo.
La cuoca apre l’anta di un pensile e tira fuori due bicchieri; poi dalla credenza prende una bottiglia di Vernaccia di Serrapetrona appena portata su dalla cantina, la stappa e riempie i bicchieri fino all’orlo; poi si siede davanti ad Amaru ed inizia a raccontare. Per favorire la comprensione del lettore riporteremo la conversazione in italiano, anche se Amaru non ha avuto nessun problema a capire la cuoca dato che il dialetto serrapetronese ha molti punti di contatto con la lingua maori.
«Tu conosci Greenpeace, vero?» chiede Palmira.
«Greenpeace? Gli ambientalisti, quelli delle lotte per l’Amazzonia, il Polo, la plastica nel mare? Sì, certo che li conosco, perché?»
«Sì, proprio loro… nel 1985 manifestavano contro gli esperimenti nucleari, le bombe atomiche che le “grandi potenze” facevano esplodere per testare la distruttività dei loro ordigni di morte. Riuscirono a bloccare gli esperimenti americani, ma i francesi andarono avanti. Usavano un’isoletta del Pacifico, Mururoa, che faceva parte della Polinesia francese; se ne fregavano delle proteste dei vicini, non dico delle isolette più piccole ma nemmeno di Australia e Nuova Zelanda, ed erano decisi a fare scoppiare l’ennesima bomba. Così Greenpeace decise di provare a fermarli, la loro intenzione era quella di avvicinarsi all’isola con la loro nave, la Rainbow Warrior, pensando che, finché loro fossero stati presenti, i francesi non avrebbero potuto mettere in atto i loro propositi ed inoltre contavano di riuscire a dare risalto all’operazione, in modo da sensibilizzare tutto il mondo»
«Ricordo vagamente…» risponde Amaru «io sono nato proprio in quell’anno, so solo quello che mi è stato raccontato»
«Come dicevo» continua Palmira «i vicini iniziavano a protestare, preoccupati che le radiazioni si diffondessero e causassero morti, come in effetti fu dimostrato qualche anno dopo; i francesi perciò avevano fretta di concludere l’esperimento, e per togliersi di mezzo quei rompiscatole di Greenpeace progettarono di affondargli la nave prima che salpasse per Mururoa»
Palmira si ferma, con le nocche delle mani nodose che impallidiscono stringendo il bicchiere.
«Furono due agenti dei servizi segreti, un uomo e una donna, che si spacciavano per turisti svizzeri, a piazzare le bombe sullo scafo, ad Aukland; la prima doveva essere dimostrativa, doveva servire a far abbandonare la nave a tutti; purtroppo un fotografo invece di scappare tornò in cabina per salvare la sua attrezzatura, fu sorpreso dallo scoppio della seconda bomba e ci lasciò la pelle.»
«Già… ma fu un vero e proprio boomerang se non ricordo male, perché la vicenda fu clamorosa ed ebbe una risonanza mondiale… dopo di allora gli esperimenti vennero bloccati. Sì, ma io che c’entro in tutto questo?» chiede Amaru, versandosi un altro bicchiere di Vernaccia.
«Pazienza, e non fermarmi troppe volte che se no perdo il filo… hai ragione, l’avvenimento fu troppo clamoroso: il ministro della Difesa dovette dimettersi, e i due autori furono messi in un carcere francese, da dove furono liberati dopo nemmeno due anni. Sai come si dice, cane non mangia cane… gli esperimenti vennero bloccati, ma non per molto, anzi poco dopo ripresero e andarono avanti fino al 1996. In tutto ne hanno fatti più di duecento» conclude con amarezza Palmira, vuotando il bicchiere ed alzandosi verso la credenza, dove apre un cassetto e ne estrae un vecchio album di foto con la copertina in pelle. Lo poggia sul tavolo, di fianco ad Amaru, e lo sfoglia fino ad arrivare alla foto che cercava, dove una bella ragazza riccia, in piedi sul molo di un porto, sorride con alle spalle una nave colorata.
Amaru guarda la foto, attratto dalla collana che la ragazza indossa al collo.
«Ma questo?» chiede il maori, stupito, riconoscendo nella foto il ciondolo che ha in mano. «Che vuol dire, chi è questa ragazza?»
Palmira sospira, prendendo dalle mani di Amaru uno dei due pezzi del ciondolo.
«Chi era… già, bella domanda. Era una che non si accontentava di vivacchiare, era una che amava la vita. Era dolce e determinata, aveva la testa dura: voleva cambiare il mondo. Si chiamava Eleonora» dice Palmira, accarezzando la foto, mentre gli occhi le si riempiono di lacrime.
«Era mia figlia, Amaru. Era tua madre» conclude Palmira, poggiando la sua mano su quella del gigante.

La Rainbow Warrior nel porto di Auckland dopo essere stata bombardata dai servizi segreti francesi.

Tre stelle per Olena – 28

Palmira Rosticini, la cuoca di Villa Rana, punta il cucchiaio di legno con cui ha appena finito di mescolare il sugo di papera, animale catturato direttamente nello stagno della villa e quindi meno che a chilometro zero, verso la sua giovane aiuto-cuoca.
«Isolina famme un piacere, vamme a chiama’ quillu grossu, dije che deve vini’ a damme ‘na ma’. Che sarìa pure ora che tutti ‘ssi magnauffa se desse ‘na mossa, che minca posso seguita’ a fa’ tutto da per me! » sbotta Palmira.
La timida ventenne Isolina Verdolini, con le guance imporporate di rosso, risponde al suo capo, che sarebbe anche sua zia essendo cugina di suo padre Adolfo, che a dispetto del nome è stato giovane segretario del partito comunista di Serrapetrona fino alla svolta della Bolognina quando, delegato per le Marche, mandò affanculo platealmente il segretario nazionale Achille Occhetto invitandolo ad andare finalmente a lavorare invece di piangere come una beghina, lavoro che non era mai mancato ad Adolfo che esercitava il mestiere di fornaio nell’azienda di famiglia, e dal quale Isolina aveva ereditato il soprannome di “Lina de ‘bbrusciapa’”.
«Ma zia, sarà alla festa, come faccio? Guarda come sono conciata, non mi faranno nemmeno entrare!»
«Che cosa? Chi è che non te fa entra’? Tu dije che te manna Palmira, e ‘ppo vidimo se non te fa entra’! E non te preoccupa’ pe’ come sì vistita, sì meglio tu de tante sgallettate che sta’ là dentro. Datte ‘na rcorta sù però, lèete ‘ssu zinale, pettinete i capelli e vai, sù, non me fa’ perde’ tempu, daje»
Isolina, obbediente, si toglie il grembiule, si ravvia velocemente i capelli e si avvia verso la sala da ballo; passando davanti ad uno specchio si ferma un’attimo e, curando di non esser vista dalla zia, si passa sulle labbra un filo di rossetto, con un sorriso birichino. Arrivata alla sala da ballo vince la resistenza del buttafuori pronunciando la parola d’ordine “Palmira”, nome rispettato e temuto. Entrata dentro, rimane qualche secondo incantata ammirando i begli abiti dei ballerini e dei commensali, nonchè la verve dell’orchestra che in quel momento sta eseguendo “Apri tutte le porte” , canzone presentata da Gianni Morandi a Sanremo, in una rielaborazione del maestro Bigio Corbatti affidata alla cantante Luana, che promette di aprire ben altro oltre le porte. Arrivata al tavolo di Amaru Timu si ferma, e con un breve colpetto di tosse ne richiama l’attenzione.
«Sì? Cerca qualcosa?» chiede il maori, che stava sorseggiando assorto il suo cocktail kisky, kiwi e whisky «Mi scusi signorina ma se mi sta invitando a ballare non è serata. A parte che non sono capace, stavo proprio pensando di andarmene» dice sollevando il bicchiere in direzione dell’uscita.
«No, non sono venuta per ballare» risponde in fretta Isolina «anche se mi piacerebbe ballare con lei, ma sono venuta a chiederle se può passare in cucina: mia zia, ehm, la cuoca, vorrebbe che lei vada ad aiutarla…»
«La cuoca? E’ sua zia? Mi piace molto come cucina, è molto brava e verrei volentieri ad aiutarla ma come le dicevo non è giornata, sono proprio stanco e penso proprio che me ne andrò a letto» dice Amaru, alzandosi lentamente in piedi sovrastando così Isolina. Che non si perde d’animo, e opportunamente ammaestrata alza un dito per fermare un attimo il gigante, il tempo per estrarre dalla tasca un involucro.
«Mia zia mi ha detto di farle vedere questo. Ha detto che la convincerà» e così dicendo apre l’involucro e ne estrae una collana di metallo, a cui è appesa la metà di un ciondolo.
Amaru Timu si ferma, sorpreso. Guarda incredulo il ciondolo che la ragazza tiene in mano, poi infila una mano sotto la maglietta ed estrae la sua collana, con l’altra metà esatta del ciondolo tenuto da Isolina.

Nel bel mezzo del Tango delle Capinere il cellulare di Montesi squilla, diffondendo per la sala le inconfondibili note della Fedelissima, l’inno dei carabinieri. Il maresciallo si ferma cristonando e lancia un’occhiata di scusa a sua moglie prima di rispondere alla chiamata.
«Che c’è Corinaldi, possibile che non si può stare dieci minuti in santa pace? Non potevi aspettare, che tra poco fanno la rumba?» sbraita Montesi.
L’appuntato, abituato alle sfuriate del superiore, aspetta che questi abbia finito di lanciare improperi e poi annuncia con una nota di compiacimento:
«Maresciallo, ha confessato!»
Montesi resta un attimo interdetto.
«Ma che cazzo dici Corinaldi, chi è che ha confessato?»
«Il marocchino, maresciallo, il cuoco, Farouk! Ha confessato tutto!» ripete l’appuntato trionfante, come se fosse merito suo.
Montesi guarda l’orologio, scuotendo la testa.
«Ma come tutto? In mezz’ora? Avete chiamato il suo avvocato?»
«Non abbiamo fatto in tempo, maresciallo, appena la sua amica ha aperto la porta e gli ha permesso di uscire ha voluto fare una confessione spontanea»
«Spontanea un par di palle, Corinaldi. E ti auguro di non rimanere mai chiuso dentro una stanza con quella che chiami la mia amica, se è incazzata. Comunque, per la cronaca, cosa ha confessato, ha ammazzato lui Turchese? Ha detto come ha fatto?»
Montesi capta un secondo di troppo nel tempo di risposta.
«Ehm, ecco, non proprio…»
«Come, non proprio! O l’ha ammazzato o non l’ha ammazzato, di che cacchio stai parlando allora Corinaldi? Che cos’è che ha confessato?»
«Di avere ammazzato Ahmed. Ma il ristorante non c’entrava niente, Farouk andava a letto con la moglie di Ahmed e quello li ha sorpresi insieme. Un classico, solo che di solito è il marito che uccide l’amante. La polizia marocchina lo troverà in cantina, sotto sale.»
«Ma che diavolo dici, Corinaldi, ma che classico, che sale, se Farouk ci ha detto di essere omosessuale e che amava Turchese! Ma che stiamo facendo, Beautiful?»
«Non so che dire, maresciallo, forse è anda e rianda…»
«Ma come parli, anda e rianda! Passami Olena, che voglio sentire che diamine gli ha fatto, non lo avrà torturato vero? Guarda Corinaldi che se il prigioniero ha solo un graffio addosso ti ritengo personalmente responsabile!» avverte Montesi, temendo il peggio.
«Non posso maresciallo, la sua ami… ehm, il capitano se ne è andato»
«Ma andata dove? Hai visto dove si è diretta?»
«No, maresciallo. Ha detto solo che la faccenda stava andando troppo per le lunghe, e che sarebbe andata ad Odessa»
«A Odessa, in Ucraina? Ma a fare che? E non ha detto nient’altro? »
«No, non mi pare. Ah, sì, adesso ricordo: ha detto che la colpa è tutta di quel coglione di Gorbaciov. Chi è ‘sto Gorbaciov, maresciallo?»

Tre stelle per Olena – 27

«Sei arrivato, finalmente»
Ines Ravaioli in Montesi , in piedi vicino al tavolo dove il servizievole appuntato Corinaldi l’ha accompagnata, accoglie il marito con le mani ai fianchi e il piede destro che batte nervosamente a terra. Il movimento fa dondolare a tempo la gonna dell’abito rosso, gonna che lascia apprezzare ginocchia, polpacci e caviglie allenati al ballo da sala che la donna pratica con passione fin da bambina quando, in coppia con il cuginetto Osvaldo, maggiore di un paio d’anni, faceva incetta di coppe nei tornei di liscio del forlivese; i due sembravano avviati ad una brillante carriera di professionisti quando il cugino tredicenne, invaghito della prosperosa Filomena Cacace, diciottenne rampolla dei proprietari della pizzeria Golfo ‘e Napule, aveva rubato la Vespa 125 del padre per raggiungerla nel fienile dove si erano dati appuntamento e dove sperava di perdere la verginità; purtroppo all’appuntamento, con disappunto di Filomena che si sarebbe volentieri prestata a fare da nave scuola, non arrivò mai perché i freni della Vespa non funzionavano ed alla quarta curva andò dritto e si schiantò contro un platano. Fortunatamente non batté la testa, perché altrimenti ci sarebbe rimasto secco, ma la gamba ed il ginocchio destro erano ridotti male tanto che i medici temettero di dover amputare, prognosi che fu scongiurata, ma nonostante la bravura dei chirurghi la gamba rimase di qualche centimetro più corta dell’altra. Osvaldo sulle prime si disperò ma poi, considerato che aveva salvato la pelle e che Filomena, commossa per la sua sorte, alla prima occasione favorevole aveva deciso di iniziarlo ai piaceri della carne, perlomeno ai piaceri a due perché da solo Osvaldo se la cavava abbastanza bene, realizzò che la vita era comunque bella anche con qualche centimetro in meno: anzi, col tempo riprese anche a ballare, e spesso lo si poteva vedere in coppia con Marilù Cavaceci che, avendo avuto la poliomielite da piccola, aveva anche lei una gamba più corta dell’altra e, appoggiandosi uno all’altra, ballavano così bene che non ci si accorgeva nemmeno del loro difetto. Ines, dispiaciuta per la sorte del cugino, provò a far coppia con altri ballerini ma le esperienze, con Ennio detto Fiatella prima e con Lucianino Gattamorta che sorprese ad indossare il suo costume, non furono positive. Rimase la passione, ma l’agonismo venne abbandonato. Ogni tanto, per ricordare i bei tempi, passa alla pizzeria Golfo e’ Napule dove Osvaldo, sposata Filomena che lo ha reso padre di cinque marmocchi, non necessariamente tutti suoi, zompetta tra un tavolo e l’altro a servire pizze.

Nicola Montesi, sistematosi lo smoking e raddrizzato il papillon, avanza verso la moglie allargando le braccia in segno di scusa.
«Nicola, dimmi mo’. Mi hai portata a ballare oppure ti servo solo come paravento mentre giochi a fare Poirot? No dimmelo perché se no me ne torno a casa a vedere Ballando sotto le Stelle» lo accoglie la nervosa romagnola.
«Ma che paravento, Ines, che Poirot, è il lavoro… Abbiamo arrestato il marocchino, Corinaldi e Piccioni lo stanno portando in caserma, tra poco dovrò raggiungerli ma qualche valzerino riusciamo a farlo. E se Dio vuole tra poco andrò in pensione, e avremo tutto il tempo per ballare»
«Quello del cuscus? Gli sta bene» afferma Ines, tradizionalista culinaria. «Ma è stato veramente lui? E poi ti fidi a lasciarlo da solo con Mimì e Cocò? Quei due sono capaci di farselo scappare da sotto il naso»
«Dai, Ines, non trattarli così. Sono brave persone, scrupolosi, semplici, non sono fanatici come tanti che ci sono in giro. E comunque non li ho lasciati soli» ammette Montesi, appoggiando una mano alla schiena della moglie e dirigendosi verso la pista.
«Meglio, così stai più tranquillo» concorda Ines, finché un sospetto le balena nella mente e la fa fermare di colpo.
«Nicola, chi c’è con loro?» chiede al marito, fissandolo negli occhi.
Il maresciallo alza gli occhi al cielo, e poi risponde a voce bassa:
«Olena. Mi ha promesso che non lo interrogherà prima che arrivo…»
«Sì, figurati, illuso. Come se non la conoscessi» conclude Ines scuotendo la testa. Quasi a darle ragione, il cellulare del marito inizia a squillare. Alla vista del chiamante Montesi trattiene a stento un’imprecazione.
«Che c’è, Piccioni?» chiede pronto al peggio.
«Maresciallo, scusi se la disturbo, ma la sua amica… la russa… ha portato il prigioniero nella stanza degli interrogatori e ci ha chiuso fuori. Che dobbiamo fare? »

Tre stelle per Olena – 26

«James, guardami negli occhi»
Gilda, puntando verso il maggiordomo uno stuzzicadenti con un’oliva ascolana infilzata e sbocconcellata quasi per metà, lo fissa con fare inquisitorio.
«Signora?» risponde sorpreso James, poggiando sul piattino il tramezzino di ceci e curcuma addentato per sbaglio al posto del ben più appetitoso tonno e insalata russa.
«Dimmi la verità, sei stato tu?»
«E’ possibile, signora. A cosa si riferisce, di preciso?» chiede il possibilista maggiordomo.
«Non fare il finto tonto con me, James, sai bene di che sto parlando. Hai ammazzato tu Turchese? Tanto per saperlo, non che la cosa mi scandalizzi. Se l’hai fatto del resto avrai avuto i tuoi buoni motivi, niente che con i nostri avvocati non possiamo risolvere. Sarebbe un bel sollievo sai, finirebbe finalmente questo cinema» continua la vedova Rana indicando con un gesto del braccio la sala da ballo gremita, prima di sfilare delicatamente dallo stuzzicadenti il pezzo restante di oliva ascolana e metterla in bocca.
«Mi dispiace deluderla signora, ma purtroppo sono estraneo all’omicidio. Conoscevo appena il defunto»
«Peccato, sai?» riprende la Calva Tettuta infilzando intanto un cubetto di crema fritta¹. «Questa faccenda sta andando un po’ troppo per le lunghe, non pensi? Bisogna uscirne in qualche modo. Natascia non mi sembra incisiva come al solito, sembra che qualcosa la freni, deve aver perso lo smalto. Non potresti prenderti tu la colpa? Un maggiordomo assassino è un classico. Si tratterebbe di fare la capra espiatoria, in poco tempo saresti fuori e verresti lautamente ricompensato. Che ne dici?» conclude Gilda, attaccando un’aletta di pollo ruspante.
«Se ho ben capito mi sta chiedendo di interpretare il Malaussène² della situazione, signora?» chiede James, sorvolando sulla capra.
«Non chiedo tanto, James. Non ti chiedo di spacciarti per filosofo, anche se ne saresti in grado. Devi solo confessare di aver ammazzato Turchese, tutto qua» conferma Gilda, equivocando.
«Con il dovuto rispetto, signora, ammesso e non concesso che io accetti bisogna pensare ad una storia credibile. Per prima cosa il movente: non avevo motivi di attrito con il signor Turchese, anzi ad essere sincero il poverino mi era simpatico e devo riconoscergli anche un certo buon gusto nel vestire» risponde James, ripensando agli occhiali del presentatore che gli avevano fatto gola.
«Per quello non c’è problema. Sembra che quel ragazzo andasse a letto con tutti, cani e porci, più porci che cani. Un bel movente passionale è sempre gradito. Lui ti aveva illuso, e tu l’hai voluto punire, non c’è nulla di male. Hai fatto bene, a mio parere» dichiara Gilda, trasformatasi in giuria popolare.
«E l’arma del delitto? Come avrei fatto ad avvelenare il raviolo? Ero lontano, come ben ricorderà» fa notare il maggiordomo addentando una tartina alla bottarga di muggine.
«Già, bella domanda. Ma siamo sicuri che sia stato avvelenato proprio da quel raviolo? Non è possibile che il veleno gli sia stato dato in qualche altro modo? Potresti avergli servito un caffè corretto. Oppure avergli sparato con una cerbottana, non sarebbe la prima volta» ricorda Gilda, ripensando a quando James, pulendo una delle armi lasciate nel parco della villa dalla tribù di pigmei che vi aveva trovato alloggio, aveva fatto partire un dardo, per fortuna solo anestetico, che aveva addormentato per diverse ore il giardiniere Miguel.
«Desolato signora, ma come diceva il mio lontano parente Bartleby³, preferirei di no. A malincuore devo declinare l’offerta, sarebbe una macchia sul curriculum vitae difficile da cancellare»
«Be’, James, ci ho provato. Non parliamone più, d’accordo? Amici come prima. Ah, senti, per curiosità, che mestiere faceva questo tuo parente, era maggiordomo anche lui?»
«No signora, era scrivano»
«Scrivano? Bizzarro. Come il nostro Autore, allora, che scrive dal divano. Ma lui lo pagavano?»

¹ Anche se a prima vista potrebbe sembrare un piatto cinese si tratta di un contorno in uso nel maceratese, fatto appunto di crema pasticcera a cubetti impanata e fritta, che ben si accompagna con la frittura mista.
² Personaggio di Daniel Pennac che i lettori di questa storia senz’altro conosceranno; in contrario l’Autore consiglia loro di leggere qualcuno dei suoi libri, che ne vale la pena.
³ Questo quasi quasi non ve lo dico chi è.

Tre stelle per Olena – 25

«Signor Farouk mi faccia capire, come pensava di cavarsela? Il programma sarebbe andato in onda anche nel suo paese, sicuramente qualcuno l’avrebbe riconosciuta, oltre suo cugino»
Il maresciallo Montesi, fatto portare lo chef marocchino in una saletta adiacente la sala da ballo, slaccia i bottoni della giacca dello smoking con un sospiro di sollievo.
«Senta, non mi faccia perdere tempo. Mia moglie è di là che mi aspetta per una mazurca, e non vorrei farla innervosire. Lei non sa di cosa è capace mia moglie quando si arrabbia, dico bene capitano?» chiede alludendo a passate vicende ad Olena, che assiste all’interrogatorio in piedi, appoggiata alla porta a braccia conserte.
«Confessi, si sentirà meglio. Turchese l’avrebbe smascherata in diretta, lei avrebbe perso tutto e probabilmente i colleghi marocchini avrebbero iniziato a indagare sulla sparizione del vero Ahmed. L’ha ucciso veramente lei? Ma questo cambia poco, in effetti» riflette tra sé e sé Montesi, prima di continuare:
«Senta, facciamo così: lei confessa, la mettiamo in prigione qua da noi, vedrà che tra rito ridotto, buona condotta e sconti di pena, si troverà presto fuori. Poi sicuramente potrà continuare a esercitarsi con la cucina, i suoi compagni saranno di sicuro contenti. O magari preferisce marcire nelle galere marocchine? Mi sembra una buona proposta, lo ammetta» conclude Montesi, mettendo davanti al cuoco un foglio da firmare.
«Io non ho ammazzato nessuno, come glielo devo dire?» protesta con veemenza Marrakech, cercando di alzarsi in piedi, bloccato prontamente da Colasanti e Piccioni. «E poi come avrei fatto ad avvelenare Turchese, me lo dice? Quello stupido non ha voluto assaggiare i miei casonsèi al cous-cous, si è messo in bocca quel maledetto raviolo della cinese, chiedetelo a lei quello che ci ha messo dentro! Io non avrei mai potuto fare del male ad Alessandro!» urla Farouk, prima di appoggiare i gomiti sulla scrivania, prendersi la testa tra le mani e scoppiare a piangere.
Montesi si raddrizza sulla sedia e lancia ad Olena uno sguardo interrogativo, ricambiato. Anche Colasanti e Piccioni si guardano perplessi, stringendo le spalle.
«Alessandro?» chiede infine il maresciallo al marocchino, inclinando il busto verso di lui.
Farouk rialza la testa di scatto, si soffia il naso con il fazzoletto che Montesi gli porge, si raddrizza sulla sedia e fa una confessione, ma diversa da quella che si aspettavano i presenti.
«Alessandro, sì, Alessandro! Noi ci amavamo!» proclama, prima di rimettersi a piangere.

La gallina Kocca ed il pappagallo economista Spread passeggiano vicino al piccolo stagno della villa, dove tra ninfee e lenticchie d’acqua spiccano i fiori bianchi della rara Hydrocharis morsus-ranae. Protetti dalla siepe di bambù i due parlottano fittamente.
«Santo cielo Kocca, non sarà mica la fine del mondo! Tu vai là e gli dici “mi hai stufato”, o “non ti amo più” se vuoi essere più diplomatica, non devi dare nessuna spiegazione! Sei una gallina libera ed emancipata, o no? Sei grande e vaccinata, hai tutto il diritto di fare le tue scelte!»
«Tu non capisci…» risponde la gallina scandinava, con un tremito nella voce.
« Ma cosa c’è da capire? Quello è un buzzurro, un troglodita, e ti tratta come un oggetto, una sua proprietà. Devi liberarti da questa schiavitù! Allora non dici la verità quando dici che ami me!»
«No! Cioè sì, io dico la verità! E’ che quando sto con te amo te, e quando sto con lui amo lui, è difficile scegliere»
«Fedifraga! Anzi, zoccola! E me lo dici pure, quindi mi metti le corna col tuo ex!»
«Non è così! Io non metto le corna a nessuno, o metto le corna a tutti e due, insomma è difficile da spiegare! Non è colpa mia se non siamo animali monogami, è la natura che ci ha fatto così!»
«Ma che natura e natura! Tu vuoi tenere il piede in due scarpe, altroché!»
«Non è vero! Ma senti, Spreddino…» insinua suadente la pennuta, avvicinandosi al pappagallo «Perché non ve la risolvete tra di voi? Fate voi, per me quello che deciderete va bene… come dite voi istruiti, trovate un gentlemen’s agreement…»
«Che cosa? Un gentlemen’s agreement con quel selvaggio? Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? E che gli dico: “Senta signor Flettàx, facciamo così: nei giorni pari avrò io il piacere di accompagnarmi alla signorina, invece nei giorni dispari il piacere sarà suo”? No cara mia, qui uno dei due è decisamente di troppo. E se tu non sai decidere mi toccherà toglierlo di torno, farlo sparire!» gracchia l’Ara Macao arrabbiato.
«E come? Quello mena!» chiede Kocca, con un fremito di eccitazione.
«Se quello mena io non accosto!¹» proclama Spread, con il petto in fuori e le penne arruffate. Poi, tutto imbaldanzito, salta in groppa alla gallina.

¹ Massima tratta dal linguaggio delle bocce in uso in alcune regioni italiane, dove menare sta per centrare con violenza la boccia dell’avversario ed accostare avvicinare la propria al pallino.

Personaggi in cerca di green pass

«James, lo vedi? Che sta facendo?»
E’ una Gilda preoccupata quella che, da una finestra della torretta nell’ala est della villa, con una mano posta a visiera per proteggere gli occhi dai riflessi del sole, sollevata sulle punte dei piedi alle spalle del fido maggiordomo, orienta lo sguardo nella stessa direzione in cui questi, con l’aiuto di un binocolo Bushnell Legend, scruta la cima della collinetta posta al centro del parco di Villa Rana dove un uomo, in apparente stato confusionale, cammina avanti e indietro scuotendo la testa.
James, in tuta mimetica impreziosita da una pochette in seta stampata a motivi marinari, risponde senza togliere gli occhi dall’obiettivo.
«Il signore sembra decisamente inquieto. O almeno inquietante, perlomeno quanto il suo abbigliamento, se posso permettermi» dichiara con un brivido di raccapriccio il maestro di stile.
«Ma come si è vestito? Sembra uno spaventapasseri in pensione! O Ligabue, e non il cantante. Che diavolo si è messo ai piedi, le scarpe di Pippo¹?»
«Sembrano _ Dio lo perdoni _ babbucce imbottite da casa. L’accostamento con cappello di paglia, camicia da boscaiolo a quadrettoni e tuta felpata è decisamente singolare, per non dire eccentrico»
«Qui sta succedendo qualcosa di strano, James. Ma che cos’è quel foglio che tiene in mano e continua a sventolare urlando? Vedi un po’ se riesci a leggere quello che c’è scritto. Non sarà mica “Il mattino ha l’oro in bocca²”? Perchè se è così mi sa che ci toccherà cercare un altro autore, questo è bello che andato»
«Sembra… sì, ecco, lo vedo, è un certificato vaccinale. Dal labiale sembrerebbe che il signore non abbia apprezzato il contenuto dell’ultimo decreto promulgato dal governo»
«Andiamo bene, adesso si mette pure a criticare il governo. Non si sarà montato la testa? Insomma, per quattro fregnacce che scrive. Senza contare che, se non ci fossimo noi, lui di suo non avrebbe nemmeno un’idea e se ne starebbe tutto il giorno davanti alla tele a guardare serie poliziesche scandinave. Finlandesi, islandesi, norvegesi, svedesi, basta che finiscano in “esi”, non so che ci trovi, alla lunga sono tutte uguali: omicidi efferati, neve, criminali fuori di testa, boschi, poliziotti fuori di testa, ghiaccio… Ma comunque, che ci hanno infilato in questo decreto? Hanno diminuito le tasse ai ricchi e le hanno alzate ai poveri? E sai che novità, ancora se la prende? Ma insomma, perché non si concentra sulle cose serie, se non si sbriga a scrivere qualcosa qui va tutto in malora! L’Australia ha anche deciso di rimandarci indietro i koala, insieme a quel tennista serbo³, e chi li mantiene? E lui pensa al decreto!» sbotta la Calva Tettuta, indignata.

«E’ proprio quello il problema, chi “ci” mantiene?»

James e Gilda si voltano verso la centenaria che, salite silenziosamente le scale della torre, è apparsa alle loro spalle e che, con voce rauca e sorriso beffardo, ha posto il curioso dilemma.
«Buongiorno, nonna Pina» saluta Gilda «Mi ha fatto prendere un colpo, sbucare fuori così all’improvviso. Ma che vuol dire, chi ci mantiene? E’ lui che ha il dovere di mantenerci!»
«E’ ben per questo che è arrabbiato! Quei dementi del governo hanno deciso di istituire il green pass anche per i personaggi. Le storie devono essere piene solo di vaccinati! E non di qualsiasi vaccino, ma solo di quelli che dicono loro, tra l’altro.»
«E va bene, che sarà mai, che ci vaccini e la faccia finita. Una punturina ciascuno e via, the show must go on, the cat is on the table, e si riparte. Io non ho nessun problema, per la scienza e la panza questo e altro!»
«Per te non ci sarà nessun problema, ma per lei…?»
E nonna Pina indica la bionda statuaria in uniforme dell’Armata Rossa che avanza lentamente nella stanza con a tracolla il fido fucile di precisione SVD Dragunov. Olena, perché di lei si tratta, fissa i presenti con sguardo glaciale e dichiara:

«Io vaccinata con Sputnik V. Chi dice non valido?»

Gli occhi dei presenti si appuntano su James, il più informato sui fatti, che lancia uno sguardo di cupidigia verso l’orologio Poljot Ocean che la russa indossa al polso.
«Ehm, dunque… l’EMA, l’agenzia europea del farmaco, l’AIFA, agenzia italiana, il Comitato tecnico scientifico, il ministero della Salute con tutto il governo…»
Olena, avvicinatasi alla finestra, guarda la collina dove il suo Autore, stracciato il green pass in mille pezzi, si è steso sull’erba con le mani intrecciate dietro la nuca osservando le forme delle nuvole, e l’angolo destro delle labbra le si increspa in una specie di sorriso. Poi, lentamente, imbraccia il fucile, lo appoggia alla spalla destra e prende la mira.

¹ L’amico di Topolino.
² Cit. di “Shining”, capolavoro di Stanley Kubrick del 1980 interpretato da un immenso Jack Nicholson.
³ Novak Djokovic è uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi, vincitore (finora) di 20 Slam. Il governo australiano gli ha revocato il visto per giocare gli Open d’Australia e lo ha tenuto in stato di fermo non perché malato, ma perché non si è voluto vaccinare ritenendolo quindi un pericolo per la salute pubblica. Sbatti il mostro in prima pagina, si diceva una volta.

Tre stelle per Olena – 23

«Svengard Sundström, dove credi di andare?»

Nell’oscurità della sera l’aitante Svengard, che si dirige circospetto verso il torrente che scorre ai limiti del parco, sobbalza al richiamo inaspettato.
«Perché sei vestito da marinaretto? Non mi risulta che sia in corso un ballo in maschera. E quella? Intendi portare anche lei? Fareste una bella coppia, in effetti» continua la voce, riferendosi alla canoa che l’uomo tiene alta sopra la testa con entrambe le mani.
Liza Maelström, la giovane chef svedese, emerge dall’ombra, vestita semplicemente con un paio di jeans ed una maglia girocollo bianca, con in mano un lungo coltello da pesce.
Svengard, memore delle raccomandazioni di sua nonna che gli sconsigliava di discutere con una donna che impugna un coltello, men che meno se è da pesce, indietreggia indeciso se darsela a gambe o tirare la canoa addosso alla sua connazionale.
«O intendevi forse svignartela?» continua Liza divertita, controllando il filo della lama. «Tsk, tsk, cattivo bambino. La tua bella ti sta aspettando dentro, e tu avresti il coraggio di abbandonarla così, senza nemmeno un saluto? Ah già, ma tu sei esperto in queste cose, non è vero? A proposito, come mai sei qui solo, senza i tuoi compagni di bisbocce? Non mi dire che ti hanno lasciato anche stavolta con il cerino in mano…»
Svengard, timoroso, poggia la canoa a terra, sempre mantenendosi a distanza di sicurezza, poi con le braccia tese avanti a sé ed i palmi delle mani bene in vista risponde alla donna:
«Liza, ehm, potresti posare quel coltello? Capisco che sei ancora arrabbiata, ma non potremmo parlare da persone civili? E’passato tanto tempo, e io…» cerca di giustificarsi il vichingo, interrotto dalla chef.
«Coltello? Ah, dici questo? Scusa, lo porto sempre con me, ho appena finito di squamare le aringhe. E poi sai, non si sa mai che brutti incontri si possono fare…» continua Liza guardandolo ammiccando. «Comunque, se proprio ti dà fastidio lo metto via, ecco qua» conclude buttandolo nel torrente dove Svengard avrebbe voluto calare la canoa.
«Liza, fammi spiegare, è stato solo uno scherzo… pesante, lo ammetto, ma non volevamo farti soffrire…»
La svedese si ferma, colpita. Rimane qualche secondo immobile, poi pian piano inizia a ridere, finché la risata diventa irrefrenabile.
«Ah, ah, soffrire… soffrire? Per tutto questo tempo avete creduto questo, tu e i tuoi amici svitati?» chiede Liza, tenendosi la pancia dalle risate.
Svengard guarda la donna scompisciarsi, chiedendosi se per caso non le fosse dato di volta il cervello, poi chiede sconcertato:
«Quindi non sei arrabbiata con noi?»

Alla domanda Liza scoppia in una risata ancora più forte finché, riuscendo finalmente a riprendersi, risponde.
«Quindi è questo quello che avete pensato da allora? Che carini che siete. E dimmi un po’, è per questo che avete messo la boccetta di veleno nel mio armadietto? Questo però non mi pare molto carino. Volevate liberarvi di me?»
«Di che boccetta parli?» protesta Svengard. «Noi non c’entriamo niente! I gemelli se ne sono andati, se no te lo confermerebbero anche loro»
«Se ne sono andati? Che peccato, avremmo potuto brindare ai vecchi tempi, fuori uno dentro l’altro, che pacchia, non è vero Sven? Be’ certo per te sarebbe potuto essere imbarazzante, non so se la signora Rana avrebbe approvato»
«Liza ti prego, farò quello che vuoi, ma lascia fuori Gilda da questa storia!» supplica il nerboruto norreno, allarmato. Liza lo guarda come se lo vedesse per la prima volta:
«Ma davvero pensavate che non mi fossi accorta di niente? Santo cielo, allora siete pure più scemi di quello che pensavo» afferma scuotendo la testa, incredula.
Svengard, confuso, si gratta la testa e si siede su uno dei tronchi da lui abbattuti a colpi di ascia nel corso della ginnastica mattutina.

«Tu sapevi? E da quanto? E perché non hai detto niente?»
«Ma perché avrei dovuto dire qualcosa?» ribatte la chef. «Era così comodo! Ci divertivamo, facevo l’amore tutte le sere, non avevo certo da lamentarmi. Poi quando i due furboni hanno cominciato a perdere colpi ho attaccato con te, e devo dire caro mio che tre è il numero perfetto. Non ho mai capito perché accidenti siete scappati così, da un momento all’altro, andava tutto così bene!»
«Ma come bene? Liza, tu volevi sposare Uppallo I !» protesta Svengard, accorato.
«Uffa, come siete noiosi voi uomini. Uppallo I, Uppallo IV, avrei sposato anche te, ma che differenza avrebbe fatto? Avremmo potuto continuare come prima, solo molto più comodi. E poi magari avrei potuto cercarmi anche un amante» ridacchia Liza, maliziosa.
«Quindi non sei venuta a cercarci per vendicarti?» chiede lo svedese, definitivamente sconcertato.

«Per vendicarmi? E di che, è stato il periodo più bello della mia vita! Sono rimasta sorpresa quando vi ho rivisti qua, lo ammetto, e magari una spaventatina ve l’avrei data volentieri ma quei cagasotto se la sono data, mi avete tolto tutto il gusto» conclude Liza con un pizzico di delusione nella voce.
«E allora che sei venuta a fare?» chiede il compagno della padrona di casa, ormai nel pallone.
«Ma che dovevo venire a fare? Santo cielo, Sven, sono una chef! Il povero Turchese è capitato l’anno scorso nel mio ristorante, ci siamo conosciuti, siamo andati a let… ehm, abbiamo fatto amicizia, e mi ha invitato nel suo programma. Sono venuta per vincere la gara, chi se ne frega di voi! »
Svengard si alza lentamente, con la testa china, e si rivolge a Liza in un sussurro.
«Scusaci Liza, siamo stati degli stupidi»
«Sì, lo so, non c’è bisogno di ribadirlo. Adesso Sven ti consiglierei di andare a cambiarti al più presto e raggiungere la tua donna. Dimmi, avete fatto anche a lei lo scherzetto? No, eh? Ci credo, quella non è mica accomodante come me, vi avrebbe strappato le palle, le avrebbe trifolate e messe in uno dei suoi ripieni mari e monti. Vai, vai…» conclude Liza sospirando mentre Svengard, sollevato, saltella a piedi nudi verso la villa.