Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (I)

Qualche settimana fa vi ho raccontato dello sfortunato incidente domestico di cui è stata vittima mia madre. Assurdo, come capita spesso: nel bellissimo film di Manfredi del ’71,  “Per grazia ricevuta”, c’era un farmacista ateo, interpretato da Lionel Stander, che raccoglieva ritagli di giornale dove si riportavano disgrazie improbabili, o addirittura ridicole, per dimostrare che non da un dio ma dal caso siamo governati, o se di dio si tratta è un dio burlone o quantomeno distratto.
Ma non vorrei addentrarmi in questioni teologiche, per le quali tra l’altro non sarei attrezzato.

Nel ’41, come i più informati di voi sapranno, c’era la guerra. Raffaella, la mia nonna materna naturale, aveva tre figli, la tisi ed un marito che aveva avuto la bella idea di partire volontario per la guerra per seguire  i suoi amici, dopo aver già partecipato alla conquista d’Africa.
In questi casi di solito subentrano le zie o le cugine; ma Raffaella era stata adottata, di sorelle o cugine non ne aveva e così i figli, che dovevano essere allontanati per evitare il contagio, furono momentaneamente divisi: il maggiore, Alfonso, di 12 anni, e la piccolina Emanuelita di 3 anni restarono con la nonna, Giulia; mia madre invece, che non aveva ancora 6 anni, fu spedita a Forlì, nel centro sanatoriale di Vecchiazzano, che era stato inaugurato nel ’37 da Rachele Mussolini ed all’epoca era all’avanguardia nella prevenzione, cura e riabilitazione delle malattie polmonari. A Ida pur nella pena dell’allontanamento quel posto sembrò un paradiso.
Comunque per un po’ anche lei era rimasta con sua nonna, Giulia, che tra le altre cose “’rcuglìa li lumi”², ovvero era specie di chiropratica o fisioterapista: se qualche donna si bloccava per mal il mal di schiena, caso non infrequente, lei era pronta a salirle sulla schiena e a stirargli muscolatura e ossa con l’aiuto del matterello. Inoltre prestava mia madre, dietro piccola ricompensa, per far compagnia alle donne anziane di notte; ce n’era una dalla quale assolutamente non voleva andare perché aveva la camera sopra alla stalla dei cavalli ed i letti erano infestati di pulci.

Forse, se Raffaella fosse rimasta viva, a mio nonno sarebbe convenuto non tornare perché l’avrebbe ammazzato lei: purtroppo così non fu, e le toccò andare all’altro mondo col pensiero dei tre figli soli e del marito a cui doveva lasciarli.

Gaetano, mio nonno, corse subito ai ripari: rendendosi conto che con tre figli da solo non ce la poteva fare, si predispose a trovare velocemente un’altra moglie. Mio nonno, c’è da dirlo, era abbastanza bello: abbronzato, capelli impomatati all’indietro e baffetti, ricordava alla lontana Amedeo Nazzari¹. Ma di donne nubili disposte a farsi carico di tre figli non è che ce fossero così tante; così, saputo che in un paese vicino c’era una signorina ormai non più giovanissima, di buona famiglia e con una marea di sorelle, in quattro e quattr’otto fece in modo che il matrimonio venisse combinato, e nonna Annunziata arrivò a prendere le redini della famiglia e della casa.
Credo di averlo già detto, ma per me e per tutti i miei fratelli e cugini nonna Annunziata fu “la” nonna; ci voleva un bene dell’anima ed era orgogliosissima di tutto quello che facevamo; per mio nonno aveva una venerazione, lo accudiva come un pascià e non gli permetteva mai di uscire di casa se non fosse meno che in ordine.

Nei paesi di una volta si dormiva con le chiavi alle porte. Anzi, non c’era bisogno nemmeno delle chiavi; quella dei miei nonni ad esempio si apriva semplicemente alzando il chiavistello; nessuno però si azzardava ad entrare senza aver bussato ed aver ricevuto il permesso di entrare. I nonni avevano la stanza da letto al primo piano, e nel pomeriggio facevano sempre il riposino; mi è capitato qualche volta di doverli andare a disturbare, magari per salutarli perché dovevo partire, e ho ancora viva la tenerezza che provavo nel vedere mia nonna alzarsi, in vestaglia e con i capelli sciolti, lei che portava sempre la “crocchia”, e salutarmi scusandosi per mio nonno che “stava riposando”.

Immaginiamo cosa avrà pensato mia madre quando, tornata a casa dall’Istituto, invece della sua vecchia madre se ne trovò una nuova, sconosciuta e più vecchia di quella di prima. La sorpresa non deve essere stata molto piacevole; sensibile ma di carattere abbastanza ribelle non fece molto per rendere la vita facile alla nuova arrivata.
A proposito di nuove arrivate, dopo poco tempo nonna Annunziata pur in un’età a quei tempi non più consona, rimase incinta; ed alla piccola, con tatto sopraffino, fu dato il nome di Raffaella.

Ma giudicare con gli occhi di oggi quello che succedeva 80 anni fa è un esercizio che non porta a niente: vorrei vedere adesso, a parità di condizioni, che succederebbe. Anzi, basta pensare a quello che succederebbe se mancasse la corrente per un paio di giorni… ma non divaghiamo.

Attaccato al vicolo dove c’era la casa dei nonni c’è un convento di Clarisse. A quell’epoca, complice la fame e la condizione generale delle donne, le vocazioni erano senz’altro più frequenti di adesso, e di suore ce n’era un bel drappello; ora ne sono rimaste una decina, di cui diverse in età avanzata. Cantano benissimo comunque, qualche anno fa animarono proprio la messa per il 50° anniversario di matrimonio dei miei e mi era quasi venuta voglia di unirmi a loro (nel canto dico, non nel convento). In questo momento purtroppo la chiesa è inagibile a seguito del terremoto.

(144 – prima puntata)

A00087978

Note

¹ “E chi non beve con me pèste lo cólga!”, avete presente? No? Mah, non so che parlo a fare

² Letteralmente sarebbe  “raccogliere i lumi” ma detto così non si abbina immediatamente al matterello. Ne ignoro l’etimologia, insomma, se qualcuno può darmi dei lumi lo ringrazio.

Titì nun ce lassà

Nella commedia “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” del grande Ettore Scola, il cialtrone Titino interpretato da un maiuscolo Nino Manfredi, dopo essere diventato persino stregone del villaggio, in dubbio tra il ritorno alla civiltà e l’appello rivoltogli dai membri della sua tribù (“Titì nun ce lassà”) sceglie la libertà: sale sulla sponda della nave e si tuffa verso il suo villaggio.

Rivendico il diritto di cambiare idea! Lo dice persino il nostro attuale ministro del tesoro a proposito dei limiti all’utilizzo del denaro contante, fino a ieri considerato sterco del demonio ed ora elevato  a motore di sviluppo; che dopo aver costretto tutti i pensionati ad aprire un conto corrente, anche quelli che non ne avrebbero avuto la minima intenzione, togliendogli il passatempo preferito di far la fila alle poste, ora si affermi che chiunque abbia un gruzzoletto sotto al materasso  lo possa spendere senza temere controllo alcuno sia giusto e sacrosanto mi conforta un po’; nel senso che, se come livello di cialtronaggine massima alla quale potevo aspirare c’era quello del buon Titino, la nuova vetta ministeriale per quanti sforzi potrò fare mi sarà irraggiungibile.

Credo di non essere stato l’unico ragazzo, a fronte di qualche rampogna o di qualche rimprovero ritenuto eccessivo o immeritato, ad immaginare di togliersi di mezzo per il gusto di vedere poi la reazione dei congiunti rimasti. “Vengo anch’io, no tu no”, insomma; come il buon Jannacci, immaginare di essere al proprio funerale per vedere l’effetto che fa. Fortunatamente soppesati i pro e contro, dove in cima alla lista dei contro c’è il fatto di non essere proprio sicuri di poter assistere in prima fila alla cerimonia, si finisce quasi sempre per desistere dal proposito.

L’ora delle decisioni irrevocabili, comunque, nel mio caso è passata da un pezzo ; se ormai persino i Papi possono dimettersi come un qualsiasi impiegato dell’Anas, non c’è scandalo se un povero cantastorie scrive di non voler scrivere più, per poi smentirsi il giorno dopo scrivendo di essersi pentito di aver scritto di non voler scrivere più.

Del resto come si fa a restare rintanati nel proprio orticello quando vengono messi a repentaglio i pilastri stessi sui quali si basa la propria cultura? Come non levare una parola indignata e pietosa in difesa del prelibato ciauscolo (o ciavuscolo, o ciabuscolo, fate voi) minacciato di estinzione (Immagino un dialogo nei corridoi dell’Organizzazione mondiale della sanità. Due ricercatori si incontrano. -“Ciao Mike, tutto bene? Di che ti stai occupando ora?” -“Di Ebola” -“Grande! Che sfida! Bellissimo, siamo orgogliosi di voi!” -“Grazie John. E tu, di che ti occupi?” -“Io? Io… ehm..  di salami” -“Ah. Ciao, John”)? Come non preoccuparsi per la prossima apertura alle proteine degli insetti? A tal proposito non so bene quale sia la posizione dei vegani, che come saprete non sono esponenti di una razza aliena qua convenuti da una lontana galassia ma seguaci di una alimentazione esclusivamente vegetale; contenti loro, parafrasando il notoriamente tollerante presidente della Figc (non la federazione giovanile comunista, non c’è più: la federazione gioco calcio), anche se non credo che con tale dieta l’uomo avrebbe potuto raggiungere l’attuale livello evolutivo: molto probabilmente sarebbe rimasto a penzolare su delle liane sbucciando banane.

La mia posizione, pragmatica come al solito, è dunque simile a quella dello scrivano Bartleby : preferirei di no; a differenza di quello, tuttavia, in mancanza di meglio mi acconcerei probabilmente anche ad assaggiare larve, ma solo come estrema ratio.

Prevedo che, tra qualche anno, quando la nuova dieta proteica avrà preso piede, associazioni di ambientalisti si schiereranno contro gli allevamenti di larve; gruppi di animalisti apriranno le gabbie a nuvole di cavallette; allevatori bio protesteranno che i loro bacarozzi sono selezionati secondo le più severe regole Iso-9000.

Non credo che le rigide regole sanitarie odierne lo consentano ancora, ma ricordo con tenerezza quando, da piccolo, in casa nostra si faceva la “pista”. Non abitando in campagna, e non rientrando il maiale nel novero degli animali da compagnia, non era allevato da noi; una volta ammazzato, in modo meno misericordioso di quanto si faccia oggi, veniva tagliato in due e babbo ne portava a casa la metà, una “pacca”. Sul tavolo e credenza della cucina si allestivano gli strumenti, coltelli affilati, tritacarne; veniva in casa un esperto, il pistaiolo (lu pistarolu) che disossava la carcassa e sapeva quali pezzi usare per ciascun insaccato. Non mi dilungo sulle tecniche di macinatura, salatura e pepatura che ogni pistaiolo custodiva gelosamente: per queste dovrei rimandarvi al mio amico macellaio-sassofonista Walter ben più ferrato di me. Fatto sta che alla fine della magia il maiale era scomposto in pezzi che sarebbero bastati mesi e mesi. L’osso del prosciutto, ad esempio, lo si sarebbe ritrovato insieme ai fagioli (e alle cotiche nuove)  al capodanno successivo. Non ho idea del perché lo stesso insaccato abbia nomi diversi a seconda della locazione geografica: perché in un posto si chiami coppa quello che in un altro è lonza, ed in un posto soppressata quello che in un altro è coppa; so che sia io che i miei fratelli a ciauscolo, salame lardellato, coppa e lonza ci siamo diventati grandi; che se penso a casa penso a ciauscolo e mi mette tristezza pensare che, fosse pure tra cent’anni, a qualcuno pensando a casa possano venire in mente scarafoni e cavallette.

(70. boh vedremo)

Manfredi_Sordi

Macchie

E’ indubbio che un atteggiamento fiducioso e ottimistico predisponga alla risoluzione dei problemi meglio di uno pessimista e rinunciatario. L’ottimismo della volontà, slogan di un noto statista milanese (rubato a Gramsci). Purtroppo per lui, essendosi circondato da gente che non si limitava a rubare slogan, finì latitante, o esule a seconda dei punti di vista, ad Hammamet, dove prevalse il pessimismo della ragione.

Non so se conoscete le macchie di Rorschach. Sono delle tavole, su cui sono stampate appunto delle macchie di colore, che in mano a psicologi esperti riescono ad evidenziare aspetti della personalità del soggetto. Magari il grande pubblico le avrà orecchiate grazie al fumetto “Sturmtruppen” di Bonvi, dove un soldato veniva sottoposto a questo test e in ogni macchia individuava una donnina nuda; ma quando poi al posto della macchia gli veniva mostrata la foto della suddetta  se ne andava sconsolato, ripetendo:  “sempre guerra, sempre guerra…”.

Sono stato sottoposto un paio di volte a questa prova. La prima, in una visita preliminare per essere ammesso al corso per ufficiali di complemento, ad Ancona, insieme al mio amico Sandro di cui vi ho già parlato a proposito della mentalità vincente. In quel caso però la scelta di presentarsi con un “tanto so già che non mi prenderete” non fu vincente, anzi, i manuali del buon candidato la sconsigliano; io invece mi sottoposi all’esame senza pregiudizi. Non vidi donnine e la cosa mi tranquillizzò: tra foglie in autunno, astronavi e nuvole cariche di pioggia in primavera me la cavai.

Poi l’esaminatore passò alla domanda più attinente all’oggetto: quale fosse il condottiero nella storia che più mi avesse colpito. Preso a bruciapelo, pensai che Garibaldi e Napoleone fossero un po’ troppo inflazionati; Attila e Hitler forse non erano le scelte più accattivanti. Mi venne Annibale. “Annibale? E perché?” – c’era della sincera curiosità nella voce del maggiore esaminatore. Non potendo dirgli che il nome mi piaceva, in quanto portato con orgoglio dal nonno del mio amico Antonello, fabbro e antico datore di lavoro di mio padre (nonché una volta in pensione compagno di merende, a cui non mi fecero mai partecipare), improvvisai una risposta plausibile. “Perché aveva idee nuove” – dissi – “mica era da tutti portare gli elefanti attraverso le Alpi per andare a far guerra ai romani”. “Anche se poi ha perso?” –  mi chiese. – “Ha perso, ma almeno ci ha provato.”  Al maggiore la risposta piacque, perché dopo una dissertazione sulle antiche e moderne tecniche di combattimento, alla quale interloquivo dondolando su e giù la testa, mi congedò con un poco profetico: “Noi ci rivedremo, giovanotto!”.

Non che ce l’avessi con i romani, per carità. Solo che per carattere tendo a simpatizzare per quelli che perdono, e di conseguenza a gioire quando i più forti prendono qualche legnata. Sarà l’origine picena. Questo popolo fiero, fondatore tra l’altro (sembra) del mio paese, fu l’ultimo popolo italico a sottomettersi ai romani, e come diceva Nino Manfredi nella commedia Straziami ma di baci saziami: “So piceno, embè? Li piceni gliel’hanno sonate spesso e volentieri alli romani, se lo voi sapé.”

Mia nonna Nunziata (Annunziata) era stata a servizio a Roma. Negli anni ’30 non esistevano le agenzie interinali. Anzi, non sono esistite fino alla fine degli anni ’90 e, considerati i risultati, potevamo continuare a farne a meno. La chiamata avveniva per passaparola: ho sentito che… zia Francesca che è a Roma ha detto… Io ancora adesso, lo confesso, prima di partire per un viaggio sono sempre un po’ in apprensione. Immagino cosa potesse essere, per una ragazzina di quei tempi, analfabeta per giunta, lasciare il suo paesino e la sua famiglia per andare in una grande città. Di cui, quando tornava, ne sapeva quanto prima, perché tutta la sua vita si era svolta  all’interno del palazzo dei “signori”.

Proprio il rampollo di uno di questi signori, un conte nientemeno, d’estate veniva a passare qualche settimana al paesello, dove nonostante l’avvento della repubblica gli era rimasto qualche possedimento. In uno di questi, un giardino o orangerie, c’era un campetto che faceva proprio al caso nostro. Un lusso, visto che spesso ci trovavamo a tirar calci in un vecchio orto in pendenza,  e le partite ne venivano abbastanza condizionate . Sapete come funziona: ci si trova, si scelgono due capitani, e questi scelgono i compagni, uno alla volta, in genere dal più bravo al più scarso (diversamente bravo). C’era anche un milanese, ed è ovvio che romano e milanese militassero sempre in squadre diverse. Al conte cercavamo di picchiarlo a turno, amichevolmente, in modo che non potesse dire che qualcuno l’avesse preso in antipatia, non certo perché fosse romano ma per una forma subdola di lotta di classe; ogni tanto gli concedevamo di fare qualche gol, in fondo campo e pallone erano suoi: ma di partite no, non ricordo ne abbia mai vinte.

(41. continua)

straziami_ma_di_baci_saziami_nino_manfredi_dino_risi_007_jpg_bkve