Parigi, o cara

Sono stato a Parigi per la prima volta in viaggio di nozze. Non da solo, ci tengo a precisarlo. Siamo andati in treno, in un comodo vagone letto che partiva la sera da Milano Centrale ed arrivava a Parigi l’indomani mattina. Avevamo una piccola cabina con un letto a castello: il loculo era arredato con un piccolo lavandino che in basso aveva un armadietto contenente un orinale, per evitare in caso di necessità di doversi recare nei servizi comuni. Non ricordo se entrambi i letti furono utilizzati o ci accucciammo in uno solo, propenderei per la seconda ipotesi. Era la prima volta che andavamo all’estero (se non contiamo la Svizzera); non prendemmo l’aereo prima di tutto perché non avevamo tutta questa fretta di arrivare, e poi perché volare metteva ancora soggezione: i voli erano meno frequenti di ora ed  abbastanza cari; i low-cost non erano ancora stati inventati, e tutto sommato avere una aderenza con il terreno dava più affidamento. Si partiva con un mucchietto di franchi che ci si era premurati di prenotare in banca, altrimenti si portavano i travel cheque che erano degli assegni validi per l’estero che venivano poi cambiati sul posto, pagando una commissione. Ci avevano sconsigliato di partire con le lire, che venivano disprezzate dai transalpini: un franco valeva circa 220 lire.

L’agenzia di viaggi (non c’era ancora la possibilità di prenotare voli e alberghi on-line) ci piazzò in un bellissimo albergo, il Mercure, sotto la collina di Montmartre, a due passi dal quartiere a luci rosse di Pigalle. Lì vicino c’era anche il famoso cabaret Moulin Rouge, dove decidemmo di immolare il ricavato del taglio della cravatta per passare una serata indimenticabile, cenando ed assistendo al fantasmagorico spettacolo “Formidable”: non eravamo certo abituati a quegli ambienti sfavillanti  e ricordo che entrammo sentendoci un po’ in soggezione, timorosi di essere fuori posto e di dire o fare qualcosa di sbagliato. Passai la serata guardando con un occhio i seni delle ballerine e con l’altro mia moglie incantata (e incantevole).

In quei dieci giorni abbiamo girato Parigi in lungo e in largo; quasi sempre a piedi, le distanze non ci facevano paura, ma sempre certi di poter contare nei mezzi pubblici, capillari ed efficienti come dalle nostre parti era utopia sperare di trovare. Il Louvre, la Torre Eiffel (dove mangiammo la soupe à l’oignon: era quello che potevamo permetterci…), Les Invalides e la tomba di Napoleone, le Champs Elysées e l’Arco di Trionfo… la Senna e i Bateaux- Mouches…

Siamo tornati a Parigi altre tre volte, provando sempre l’emozione ed il piacere particolare di girare per questa grande città davvero cosmopolita; l’ultima volta fummo colpiti da alcune famiglie che passeggiavano lungo gli Champs Elysées: uomini barbuti davanti e  donne, coperte da capo a piedi dal burka, dietro. Discutemmo un po’ della cosa, perché l’argomento era di attualità: bisognava tollerarlo? Ci dicemmo, non troppo convinti, che fosse una forma di rispetto di scelte personali, anche se in fondo rimaneva il timore che sotto quel burka potesse esserci chiunque e con qualunque intenzione.

Venerdì 13 novembre la giornata era iniziata male. Dopo un chilometro di camminata per raggiungere la stazione, mi sono accorto di aver lasciato la giacca a casa, con portafoglio e tesserina del treno. Finalmente arrivato al lavoro, verso l’ora di pranzo mi raggiunge una chiamata di mia moglie, che piangente mi informa che dei ladri sono penetrati in casa ed hanno rubato quel poco oro superstite da un precedente furto: ricordi di fidanzamento, di anniversari, di matrimonio… anche gli orecchini che indossava quella sera al Moulin Rouge, ci hanno rubato.

La sera, dopo la visita in caserma per l’inutile denuncia, ancora rintronati per l’arrabbiatura e lo sdegno e poco inclini a provare empatia per il prossimo, apprendiamo dell’eccidio  di Parigi. Bestiale e insensato come quello della redazione di Charlie Hebdo dello scorso gennaio, anche se per quello si erano alzati dei ditini quasi a giustificare i criminali: eh, certo, con quello che scrivevano se lo sono cercato…

Si, è vero, confesso, non sono mai stato in Kenia, o in Nigeria, e nemmeno in Russia se è per quello, e di questi paesi non ho nessun ricordo personale ne ho portato a casa alcun souvenir. Della Russia a dire la verità ho una matrioska che mi regalò una collega, che la visitò quando San Pietroburgo era ancora Leningrado.

Può darsi che questo influenzi la mia sensibilità; può darsi che senta i morti di Parigi più “miei” di quelli keniani, nigeriani o russi, così come la perdita di persone care è più dolorosa di quella di conoscenti. Può darsi semplicemente che gli orrori siano così tanti che è impossibile farsi carico di tutti.

Siamo limitati, dopotutto.

(73. continua)

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Le sirene del ballo

Non penso di essere portato per il ballo. Non che manchi di senso del ritmo, ne di conoscenza rudimentale dei passi principali ma i miei movimenti risultano legati, legnosi, un po’ macchinosi diciamo. A mia parziale giustificazione potrei dire che nel periodo più adatto alla formazione ho potuto far poco per migliorare le mie doti: infatti suonando in un’orchestrina il nostro compito era quello di far ballare gli altri e nella fattispecie del mio strumento, il basso, quello che nello zum-pà-ppà del valzer fa lo zum per intenderci, l’assenza dal palco si sarebbe sentita. Il pà-ppà senza zum non funziona.

Tanto per farvi capire, mia sorella Cinzia già grandina si era iscritta ad un corso di boogie-woogie, accompagnata da un nostro cugino. Poiché questo non si distingueva per elasticità, Cinzia mi chiese di aiutarla a provare qualche passo. Come ho detto non sono un John Travolta ma mia sorella confidava che, dopo aver visto tanto ballare, qualcosina avessi imparato. Arrivammo così al punto in cui la ballerina salta in grembo al ballerino e poi, facendo una capriola all’indietro, gli si ritrova di fronte generalmente in piedi. Io sostengo ancora oggi che la ballerina dovrebbe darsi un minimo di slancio, lei che i ballerini non dovrebbero avere le mani di burro: insomma mi ritrovai con la sorella sottosopra, incapace di fare l’ultimo mezzo giro, e scivolandomi dalle mani atterrò sulla testa. Quella sera la sua fiducia in me venne meno e la passione per il boogie-woogie svanì.

Una delle più formidabili coppie di ballerini che abbia mai conosciuto era costituita dal maresciallo dei carabinieri del paese e la di lui signora. Lui era un omone all’apparenza burbero, tipo un Peppone, con una bella pancia e due piedini piccoli; lei una romagnola snella con in testa uno chignon o ciuccio, come si diceva da noi, che la faceva un po’ rassomigliare a Olivia di Braccio di Ferro. Vederli volteggiare per la pista era uno spettacolo, e se la battevano in maestria con i miei genitori.
Un Capodanno fummo ingaggiati da un locale dal nome pretenzioso, il Mulin (sic) Rouge, in precedenza denominato “da Catirbittu”: una rimessa adibita a sala da ballo, con un soffitto alto non più di tre metri. Al Park Hotel, fino ad allora nostro feudo incontrastato, avevano deciso di cambiare musica (e suonatori) costringendoci all’esilio; il tradimento ci aveva ferito, anche perché solitamente il Veglione era preceduto dalla sontuosa cena, parte integrante del cachet.

Mio padre ci raccontava di quando da giovane, nel periodo della raccolta del granturco, venisse invitato a partecipare alle feste che si svolgevano sull’aia di qualche casa colonica; la cerimonia era quella dello scartocciamento, ovvero del liberare le pannocchie, o tùtuli, dalle foglie che le avvolgevano, in modo da poter in seguito sgranare i chicchi di mais con comodità. A queste feste non mancava mai un organetto, come veniva chiamato, che in realtà era una fisarmonica con pochi tasti; poeti provetti improvvisavano stornelli e si ballava ovviamente con le prosperose ed a volte generose donzellette che tanto attizzavano Giacomino, il tormentato genio recanatese. La tecnica di questi suonatori, abituati del resto a maneggiare ben altri strumenti, non si potrebbe definire sopraffina: per questo il nostro maestro di banda, quando sentiva qualcosa non eseguito con grazia, ci chiedeva se per caso non stessimo scartocciando.

Non me ne vogliano i seguaci della teoria creazionista, ma mi sento più in sintonia con Darwin quando afferma che l’ambiente influenza l’evoluzione; ma anche l’involuzione, se è vero che quella sera da Catirbittu per adeguarci all’ambiente stavamo scartocciando. Ma la gente si divertiva, ed è quello che conta; anche se avevamo un po’ l’espressione di quell’attore che vorrebbe recitare Amleto, e dal pubblico si leva un “facce ride, facce ppà”.
Da poco passata la mezzanotte, dopo il conto alla rovescia e i brindisi di rito, nel bel mezzo di una raspa che in questo contesto non va intesa come grossa lima da legno vediamo con la coda dell’occhio un gruppetto di persone in abiti eleganti affacciarsi nella sala. Nel mucchio maresciallo e consorte; i miei ed altri ballerini. Fu una delle soddisfazioni più grandi della carriera: siamo venuti a ballare, lassù proprio non si riesce. Lasciammo finalmente stare le pannocchie di granturco, e iniziammo a suonare.

(49. continua)

boogiechicago