Vita quotidiana al tempo del coronavirus

Sabato sera io e mia moglie siamo stati a teatro a Milano, al Piccolo Teatro Strehler (non lo dico per tirarmela, è solo che ho un abbonamento pensionati _ anche se pensionati non lo siamo ancora, ma grazie ai buoni uffici di due amici ci siamo imbucati in un’associazione benemerita per risparmiare, e poi è comodissimo: andata e ritorno in pullman, posti prenotati… _). Sul pullman meno gente del solito, ed incredibilmente il baretto dove andiamo a prendere il panino prima dello spettacolo, di solito strapieno, era semivuoto e la gentilissima padrona è stata anche lì con noi a chiacchierare cinque minuti, quando normalmente non riesce ad alzare la testa dalla cassa. In sala qualche posto vuoto, ma nemmeno troppi: paura del contagio o dello spettacolo? “La tragedia del vendicatore” di Middleton, coevo di Shakespeare, non è leggerissima, anche se l’allestimento del regista Donnellan ha attualizzato la storia e l’ha “alleggerita”. La notizia della chiusura dei teatri, il giorno dopo, è stata dolorosa anche se non inaspettata.

Ieri siamo andati a fare una bella passeggiata sul lago. La giornata era calda, primaverile, era davvero un peccato rimanere in casa. Di solito scendiamo a Como con il bus, ma stavolta siamo andati in macchina, per ridurre al minimo i contatti: in giro meno gente del solito, meno confusione, ma non il deserto che temevamo: famiglie, innamorati, nonni e nipotini, turisti… gente che fa jogging, che va in bicicletta, in monopattino… ma al bar no, non ci fermiamo: siamo sicuri che li lavino proprio bene i bicchieri? E quello che starnutisce lì, stiamogli un po’ alla larga… ad un certo punto un raggio di sole mi entra e nel naso e fa starnutire me: quasi quasi mi viene da scusarmi, tranquillizzare i vicini, tutto ok ragazzi, è solo il sole…

Ieri pomeriggio mio figlio è venuto a Milano, per incontrare la sua compagnia di amici. Le raccomandazioni che si è dovuto subire erano più adatte ad una partenza per la guerra che per un viaggetto a quaranta chilometri, ma tant’è; poi una volta partito continuavamo a chiederci: con chi andrà? Ma gli amici li conosci? Non è che ce n’è qualcuno di Lodi? Ieri sera è tornato a casa sano e salvo ma un po’ confuso: la società di co-working di Cormano dove lui e i suoi soci hanno preso gli uffici per la loro azienda di grafica ha deciso di chiudere gli spazi per una settimana.

Stamattina sono andato al lavoro. Ho preso il mio trenino pendolari, semi vuoto, poi la metropolitana con addirittura qualche sedile libero. Qualcuno si protegge naso e bocca con la mascherina; qualcuno (come me, che le mascherine non le ho comprate, ma dicono che non si trovino nemmeno a pagarle a peso d’oro) con la sciarpa. Lo so, non serve a niente, se non come invito a starmi lontano.
Rinviati eventi sportivi, chiuse scuole, asili, musei, teatri, addirittura le chiese: i luoghi di socialità, come dice il sindaco di Milano.
Il badge per entrare era disabilitato. L’hanno fatto per tutti gli “esterni”, per tutti quelli cioè che non sono dipendenti, anche quelli, come me, lavorano in questo posto da quasi venti anni; ci sottopongono un questionario dove si dichiara di non essere stati, negli ultimi 15 giorni, in uno dei paesi infetti; passato il controllo salgo al piano dove, delle oltre duecento persone che affollano lo stanzone, ne è presente una decina. Quasi tutte le società (i “fornitori”) infatti hanno invitato i loro dipendenti a rimanere a casa e lavorare se possibile da lì: solo chi non ha il collegamento o ha motivi eccezionali può lavorare in loco. Io in realtà di motivi eccezionali non ne avrei, se non quello abbastanza nobile che se non lavoro non mi pagano: per oggi va così, domani vedremo, se mi danno la linea, le autorizzazioni, bene, se no rimarrò a casa a scrivere qualche puntata di Olena…

Comincio a sentire i colleghi sparsi per l’Italia, è un po’ dappertutto così, chi può lavora da casa, tanti uffici sono chiusi, porte sbarrate…

E mi è venuto un sospetto: ma questo virus non sarà stato creato apposta per non farci più muovere da casa? E’ comodo un popolo che non si possa riunire, incontrare, confrontare… E’ solo il preludio di quello che ci aspetterà da qui a venire, ogni volta che scoppierà una nuova influenza? Sembra che il mondo sia davvero diventato troppo piccolo: da villaggio globale a lazzaretto globale è un attimo…

Comunque, ridendo e scherzando, si è fatta l’ora di pranzo: la mensa ed i bar interni sono chiusi; mangiare i toast delle macchinette è contrario ai miei precetti religiosi: quattro passi fuori c’è il mercato comunale e mi prendo un bel panino alla bresaola (con le ultime due fette di pane rimaste!) ed una birretta Ichnusa; una chiacchiera al cioccolato e due tortelli che domani è carnevale… seduto su una panchina al sole, di rientrare non ho proprio voglia, che faccio? Torno a lavorare o me ne vado a casa?

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Cultura a catinelle!

Come si addice ad un intellettuale la cui cultura pop spazia da Nicola Di Bari a Luis Del Sol, da “Natale in India” con Boldi e De Sica ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij (ma solo in versione sceneggiata), la mia preparazione eclettica è apprezzata ed ammirata senza riserve.

Grazie alla fama di sapienza che alimento scuotendo gravemente la testa quando si parla di un argomento di cui non so una cippa mi sfuggono i dettagli ed intercalando con degli opportuni “già, già!” ed “eh!”, ogni tanto mi viene dato l’incarico di organizzare delle gite per partecipare a qualche evento culturale. In genere trovarsi la pappa pronta è apprezzato, perciò il fatto che io mi prenda la briga di prenotare, acquistare i biglietti anticipando i soldi, studiare itinerari e visite collaterali e magari scegliere anche il ristorante mi viene riconosciuto come grande capacità organizzativa, sulla quale la mia consorte non concorda non trovando uguale lucidità di azione quando si tratta di trovare i calzini dispersi chissà come in qualche cassetto a me sconosciuto.

Lo scorso weekend quindi, con una dozzina di volenterosi, ci siamo recati a Milano per la mostra sul pittore Antonello da Messina, che si trova al Palazzo Reale.
Qualche anno fa mi era capitato di vedere il suo dipinto più bello (secondo me), l’Annunciata, al palazzo Abatellis a Palermo; era agosto, poco dopo pranzo, ed andammo a visitare la stupenda Galleria confidando nell’aria condizionata: non sapevamo che custodisse questo tesoro, e ricordo che rimanemmo un quarto d’ora ad ammirarlo, lo sguardo, il velo, i gesti delle mani… a settembre tra l’altro ebbi la soddisfazione di veder pubblicato il mio reportage della vacanza (sotto pseudonimo, e gratis naturalmente) sulla rivista Turisti per Caso, ed ancora me ne vanto.

Poiché la prenotazione era per le 14:50 (orario strategico in quanto ci avrebbe permesso di pranzare con calma), ho studiato un itinerario che unendo storia ed arte avrebbe soddisfatto tutti, e siamo partiti dalla Vigna di Leonardo, situata nel giardino della casa degli Atellani, in corso Magenta.
La vigna fu regalata dagli Sforza a Leonardo, e da questo lasciata in eredità ai suoi servi quando si trasferì ad Amboise; per l’Expo del 2015 degli archeologi-botanici sono riusciti, scavando nel giardino, a ritrovare le radici degli antichi vitigni e li hanno fatti rivivere. Alcuni scettici del gruppo hanno messo in dubbio questa ricostruzione, tacciandola come balla colossale ma ben fatta: del resto se uno va in giro in Francia si accorgerà che è pieno di posti dove sono rimaste solo poche pietre e sulle quali i francesi hanno costruito delle attrazioni incredibili. Sono in vendita anche delle bottiglie di vino malvasia, ma prodotte nell’Oltrepò pavese.
Il palazzo fu donato alla famiglia Atellani da Ludovico il Moro, e nel corso dei secoli ha avuto diversi passaggi di mano, fino ad essere acquistata nel 1919 dall’ingegner Ettore Conti che lo fece restaurare dall’architetto Piero Portaluppi (del quale ho sentito parlare recentemente, nella visita a Villa Necchi Campiglio, sempre a Milano, per le giornate del Fai).
Conti, che è vissuto 101 anni, ha avuto la soddisfazione di vedere il palazzo rivivere, ma anche il dispiacere di vederselo di nuovo lesionare nel ferragosto del ’43, quando i bombardamenti terroristici degli americani distrussero il vicino chiostro di Santa Maria delle Grazie e per un miracolo non polverizzarono il Cenacolo Vinciano. Ora il palazzo è restaurato e visitabile, e vale la pena di farci un giro.

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La Vespa di Leonardo

Da lì ci siamo diretti a Sant’Ambrogio, dato che a Santa Maria delle Grazie era in corso la Messa; qui innanzitutto abbiamo ammirato i lavori per la M4, meravigliandoci che qualche ritrovamento non abbia bloccato tutto, poi mio figlio ci ha tenuto una lezione di arte rendendomi orgoglioso dei soldi spesi per la sua istruzione.
Poi, con l’intenzione di ritornare su Corso Magenta, siamo passati a fianco della Colonna del Diavolo, dove la leggenda vuole che i due buchi impressi su di essa siano appunto le corna del diavolo; e continuando ci siamo trovati davanti al Tempio della Vittoria, o Sacrario dei Caduti milanesi. Vincendo la resistenza della componente femminile siamo entrati, il luogo è suggestivo e toccante con oltre diecimila nomi scolpiti nel bronzo; mi ha colpito una lapide dedicata ai “ragazzi del ‘99”, quei diciottenni che dopo la disfatta di Caporetto furono gettati in battaglia per rinvigorire un esercito esaurito dalle “spallate”, la strategia folle del generale Cadorna. Il nonno di mia moglie fu uno di quei ragazzi: fu chiamato alle armi ma fortunatamente non fu mandato al fronte, e portò a casa la pelle a differenza di tanti suoi coetanei.

Tornati su Corso Magenta siamo entrati in San Maurizio al Monastero Maggiore, di cui ho già parlato, un capolavoro rivelato nel cuore di Milano, come dice il Touring Club Italiano che lo tiene aperto, i cui restauri sono conclusi anch’essi per l’Expo. Vittorio Sgarbi l’ha definito “la Cappella Sistina di Milano”, forse è un po’ esagerato ma l’impatto, visitandolo, è di quelli da lasciare veramente senza fiato.
Poi, anche approfittando del fatto che la prima domenica del mese i musei Statali e Civici sono gratuiti (finché a qualche seguace del “con la cultura non si mangia” non verrà in mente di abolire questa iniziativa) siamo entrati nel contiguo Museo Archeologico.
I musei archeologici difficilmente mi appassionano, lo confesso, ma devo dire che questo da cui pure mi ero tenuto per anni accuratamente alla larga mi è piaciuto, e molto. Non lo abbiamo visitato tutto, ma solo la sezione romana: moderna, ben spiegata, con plastici che ricostruiscono la Milano com’era e ricostruzioni che mostrano cosa c’era al posto di quello che si vede ora: anche alcuni bei reperti, bisognerà proprio farsi un giretto della Mediolanum romana, prossimamente.

E, poiché s’era fatta una certa, come dicono a Bolzano, ci siamo appropinquati ai luoghi delle cibarie: puntando prima verso i Panzerotti di Luini, delusi dal fatto che lo storico negozio la domenica è chiuso: eppure una del gruppo giurava e spergiurava di esserci stata una domenica e di aver rinunciato perché c’era una fila chilometrica: e ti credo, se era chiuso hai voglia ad aspettare…
Allora è scattato il piano B, che il pianificatore attento deve sempre avere a disposizione: l’Antica Focacceria San Francesco, piatti tipici siciliani e street food che ci avrebbero ben predisposto per la visita del pittore messinese. I prezzi sono modici tranne il passito finale: con quello che abbiamo speso per i quattro bicchierini ne avremmo comprata una intera bottiglia.

Avvicinandoci a Piazza del Duomo ci sorprende, davanti alla Rinascente, un boschetto di ulivi secolari: The Green Life, un’iniziativa del gruppo commerciale per promuovere lo stile di vita verde, che fa il paio con il bananeto che resiste rigoglioso in faccia al Duomo.
Ecologico, ecocompatibile, ecosostenibile: saranno ecoballe? Per una città che sfora regolarmente i livelli di Pm10 sorge il sospetto.

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Ma, avanzando ancora verso la Piazza, ci sorprende una installazione, che immaginiamo subito faccia parte del Fuori Salone, ovvero le iniziative per il Salone del Mobile che si svolge alla Fiera e che funesta i pendolari che si trovano le carrozze del metro stracolme. Si tratta di un enorme statua rosa della quale da lontano non si percepiva bene la forma e che quindi ha dato adito ad ipotesi azzardate: dei glutei maschili con peli; uno scroto, sempre con peli; un puntaspilli. Solo aggirandola, e grazie all’aiuto di targhe, si è riuscito a capire che si trattava di una poltrona trafitta da frecce, a significare la violenza sulle donne. Il giorno seguente ho letto di proteste femministe e ne hanno ben donde: la poltrona è il regno dell’uomo, era la cucina che andava trafitta!

E finalmente entriamo alla Mostra: a me è piaciuta molto, i ritratti di Antonello da Messina sono stupefacenti per come trasmettono il carattere, la psicologia del soggetto: è un peccato che se ne siano rimasti pochi, e molti siano andati persi nel grande terremoto che rase al suolo Messina nel 1909. Una curiosità che lessi l’anno scorso, quando preparavo il viaggio in Russia; l’incrociatore Aurora, quello che sparò il colpo che diede il via alla presa del palazzo d’Inverno, fu il primo a prestare soccorso alla popolazione, prostrata dal terremoto e dal successivo tsunami, che allora però si chiamava maremoto.

All’uscita una parte si è recata alla Rinascente a rifocillarsi, mentre i più valorosi sono andati a San Satiro, in Via Torino, dove oltre all’incredibile abside di Bramante c’è un bellissimo Compianto sul Cristo Morto, bellissimo ed espressivo anche se non così esageratamente drammatico come quello di Santa Maria della Vita, a Bologna.

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Poi una puntatina alla Chiesa di San Giorgio, nell’omonima piazza, dove c’è un bel polittico di Bernardino Luini; già che eravamo lì la professoressa d’Arte che ci accompagnava ci ha istigato ad entrare nella Pinacoteca Ambrosiana per vedere almeno la stanza con il cartone della Scuola di Atene di Raffaello, ma una rivolta con minacce di stendersi sul selciato e farsi investire dal primo taxi di passaggio ci ha indotti a desistere.

Eravamo in piazza San Sepolcro, tra l’altro, dove Benito Mussolini il 23 marzo 1919 fondò i Fasci Italiani di combattimento, per dire che in ogni città italiana basta girare un angolo per incontrare un pezzo di storia.

Siamo tornati a casa stanchi ma soddisfatti: per cena, a giusto coronamento e come sintesi della giornata, ci aspettava il polpettone.

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Ciao, Nelson!

 

Tu quoque, Caie, fili mi!

Rassicuro gli amici lettori, sono ancora vivo se non del tutto vegeto. Un picco inopinato di lavoro mi ha travolto, ragione in più per auspicare che vada al più presto in porto la sacrosanta quota 100 che mi permetterebbe di avere più tempo libero. Così, non riuscendo a leggere come vorrei, mi astengo anche dallo scrivere.

Anche Olena & company sono preoccupati, e stanno pensando di chiedere il sussidio di disoccupazione, intanto che il loro autore preferito riscopra quella verve e quella joie de vivre che lo contraddistingueva.

Ogni tanto qualche episodio solleva il mio umore, come ad esempio l’altra sera quando al quiz “L’Eredità” alla domanda “A chi si rivolgeva Cesare, mentre lo stavano uccidendo, dicendo: Anche tu, figlio mio?”. La sublime risposta è stata: “A Caio”.  Purtroppo in quel momento stavo sorbendo una vellutata di zucca fatta amorevolmente e con competenza dalla mia signora, e lo scoppio di risa me l’ha fatta spargere sulla tovaglia, con rimbrotto seguito dal solito: “E vacci tu, allora, saputone!” che mi ha indotto a meditare sui danni del suffragio universale.

Per distrarmi, domenica scorsa, avevo in animo di visitare i mercatini di Emergency, a Milano, e dare un’occhiata all’Adorazione dei Magi del Perugino, in mostra a palazzo Marino. Mi sono quindi recato con l’intera famigliola alla stazione delle Nord da dove pendolo quotidianamente, per scoprire che c’era uno sciopero ed i treni non viaggiavano. Il tutto, minimizzavano le ferrovie Nord, per protestare contro un cambio di orario. Non dicevano, gli infingardi, che il nuovo orario prevedeva il taglio di oltre 150 corse giornaliere, sostituite in minima parte da autobus. Qualche illuminato in Regione Lombardia dovrebbe spiegare come mai si sono spesi miliardi per Pedemontane e Brebemi inutili (e se ne vogliono spendere altrettanti: le infrastrutture vanno fatte senza se e senza ma, va sostenendo il nostro Misirizzi¹ ) lasciando al palo i treni pendolari, che sarebbero stati più che necessari sia per decongestionare il traffico che per migliorare la qualità dell’aria: poi ci si riempie la bocca di lotta all’inquinamento, al riscaldamento globale bla bla! Qualche buontempone sostiene che bisognerebbe mangiare meno carne per contribuire a ridurre i gas serra: e allora io proclamo che lo farò solo quando le miniere di carbone saranno chiuse tutte, i pozzi di petrolio saranno prosciugati e le Ferrovie Nord faranno viaggiare i treni necessari!

Annullata per forza maggiore la gita milanese, ci siamo quindi orientati ai mercatini di Natale comaschi. Amici, posso affermare senza ombra di dubbio che poche cose mi rompono le scatole come visitare i mercatini di Natale. Diciamo che il livello è più o meno quello della Fiera dell’Artigianato di Rho, solo che lì almeno si mangia (non mi sono fatto mancare nemmeno quello, comunque, a S.Ambrogio quando notoriamente non c’è nessuno: bellissimo vedere gli stand degli Usa e dell’Iran vicini! Ignoro cosa sia stato esposto di oggetti di artigianato, io ho girato solo stand gastronomici assaggiando l’assaggiabile e comperando qualche liquore, in testa la Becherovka ceca ed il Mirto sardo). A Como, insomma, c’era il delirio. Non sono nemmeno riuscito ad avvicinarmi alle casette natalizie, prese d’assalto; mi sono rifugiato in una pasticceria davanti ad una cioccolata al peperoncino e qualche cannoncino a riflettere se sono io ad essere diventato troppo snob o gli altri ad essere diventati deficienti, e per un momento ho accarezzato l’idea di iscrivermi al partito democratico.

A proposito di Partito Democratico, sto leggendo la biografia di Michelle Robinson in  Obama, lo consiglio a tutti perché sia la sua storia che quella di suo marito Barak sono esemplari per capire un pò meglio l’America, questo paese di grandi opportunità,  grande vitalità e grandi contraddizioni… come si possa passare da Obama a Trump è un mistero che solo gli americani e gli hacker russi comprendono.

Se questo fine settimana riuscirò ad andare a Milano, Ferrovie Nord permettendo, non mancherò di fare un reportage fotografico, se non altro per aggiornarvi sullo stato del bananeto di Piazza Duomo!

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¹ Vago riferimento ad un uomo politico che stava meritevolmente perendo con il suo partito di portatori di gioielli in Tanzania ma si è ripreso a tal punto da diventare lo statista che tutti vogliono. Persino gli israeliani, per dire pure questi come si sono ridotti.

Niente sushi per Olena – 8

E’ sera a Milano. Olena la siberiana, altera e glaciale, elegante nella sua pelliccia viola con cappuccio foderato di ermellino e stivali di pelle alti fino al ginocchio, sta attraversando a passo regolare via Braccio da Montone, traversa di via Paolo Sarpi, per recarsi nel ristorante cinese Wang Chung, dove ha prenotato un tavolo per due. Un osservatore attento potrebbe notare un insolito rigonfiamento nella sacca in tinta che la russa porta in spalla, ma è raro che incontrandola qualcuno faccia caso alla sacca.
All’improvviso, da un portone laterale, sbucano due cinesi di grosse proporzioni. Minacciosi, le si piazzano uno davanti per bloccarle il passaggio e l’altro dietro per impedirle la fuga. E’ quello di fronte, all’apparenza il più integrato dei due ed in regola col permesso di soggiorno, a parlare:
«Dove andale tutta sola bella signola? Zona pelicolosa questa. Ching e Chang aiutale voi»
Olena stringe appena le palpebre e risponde educatamente, come suo costume:
«Sto andando nel bosco dalla nuonnina, finuocchietto, vuoi tu fare cuompagnia sì? Togli tua brutta faccia da mia strada entro dieci secondi. Nove, otto, sette…»
Il cinese, facendo  mostra di non badare all’avvertimento amichevole, continua:
«E cosa tenele dentlo bolsetta, Cappuccetto viola?» – chiede ridendo, con l’altro che gli fa eco – «Da blava, fale vedele ai tuoi amichetti Ching e Chang»
Olena interrompe il conto alla rovescia ed un sorriso increspa l’angolo sinistro della sua bocca.
«Speravo tanto tu chiedessi questo me» e così dicendo si toglie di spalla la sacca e ne estrae la mitraglietta micro Uzi dono di un ammiratore israeliano passato a miglior vita.
I due cinesi, con velocità considerevole data la mole, se la danno a gambe tentando di uscire dal vicolo, spingendosi a vicenda. Olena imposta l’arma sul colpo singolo e prende con calma la mira.
«Tre, due, uno…»

Ad un tavolo del ristorante Wang Chung, dall’ambiente che vorrebbe richiamare il Palazzo Imperiale della Città Proibita di Pechino ma ricorda piuttosto un centro massaggi di Busto Arsizio, siedono quattro autorevoli esponenti dell’area antagonista milanese: Luisito Lenìn del PIR-Partito degli Interisti per la Rivoluzione, Ambrogio Cantaluppi del Sindacato dei mimi di strada e falsi bambini in carrozzella, Alcide Remigi detto Memo del Mo.Di.Ca., Movimento per la dignità del cane e Olindo Gervasoni, il Pinna, dell’Unione No-Sushi. E’ proprio quest’ultimo a prendere la parola:
«Compagni, non sarà stata un’imprudenza venire in questo posto? Che tra l’altro, una volta, qua c’era la trattoria di Armando, con la moglie Rosina che cucinava una büseca eccezionale»
«E dell’Oss Büs con la polenta, vi ricordate? E dietro l’angolo c’era ul prestinée, Tino… con quell’odore di michetta fresca…» rimembra un sognante Ambrogio.
«Eh, Tino è da un pezzo che è andato… adesso cari miei il panettiere si chiama bakery, fa un pane che fa cacare ma in compenso costa dieci volte tanto. Và a da’ via el cü…» sospira Memo.
E’ Luisito che si incarica di riportare i commensali alla realtà dei fatti.
«Compagni, basta rivangare il passato. Avanti, bisogna guardare! Ammiriamo piuttosto le conquiste dei compagni della Repubblica Popolare Cinese, da cui dovremmo prendere tutti esempio» e così dicendo fa una panoramica sul locale, soffermandosi sulla porta della cucina da cui provengono rumori ed odori inquietanti. I compagni compiono con lo sguardo lo stesso tragitto.
«Una bella merda» commenta in modo equilibrato Olindo «comunque sia chiaro, io gli involtini primavera non li ordino nemmeno morto»

All’altro lato della sala, ad un tavolo separato dal resto tramite un paravento decorato con rappresentazioni di tigri e dragoni, un uomo distinto sui trentacinque anni, capelli e barba neri, attende l’arrivo di una donna. Inganna il tempo recitando scioglilingua silenziosi e facendo ruotare tra le dita le bacchette di bambù fornite come posate.
Nel bel mezzo del “sopra la panca la capra campa” viene distolto dall’occupazione da un trambusto proveniente dall’ingresso, e poco dopo un codazzo di camerieri accompagna al tavolo la sua ospite.
«Ammorre!!! Ecco dove tu essere» saluta la donna, e poi rivolta ai camerieri «Grazie cari, potete andare adesso»
I camerieri inebriati dalla carica sensuale della dea e intimoriti dalla prestanza fisica rinculano inchinandosi.
«Come rinculano male» non può fare a meno di notare James, che di quell’arte è maestro. «Era ora che arrivassi, avevo finito gli scioglilingua»
«Ho avuto piccolo problema, ma ora sistemato» dice Olena, sedendosi. Poi, facendo in modo di essere udita dagli altri avventori:
«Carooo! Grazie avere me aspettato, tu vero tesuoruccio!» James rimane imperturbabile, sebbene un po’ perplesso.
«Natascia, è proprio necessaria questa pagliacciata? E’ imbarazzante»
Olena da un’occhiata intorno e ribatte sottovoce:
«E quello era pruoprio necessario? Tu sembra inserviente di circo» riferita al variopinto abito Changshan¹ indossato dal maggiordomo.
«Ho pensato che fosse il più adatto al luogo» risponde James «e comunque almeno io non sembro una battona di viale Porpora» rivendica piccato.

Che ci fanno tutte queste belle persone al Wang Chung? Perché le panetterie adesso si devono chiamare bakery? Tra James e Olena è sbocciato l’ammorre? Lo scopriremo presto, Trenord permettendo.

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¹ tradizionale abito manciù

Cultura a mazzi! (I)

Terminato finalmente l’odioso ozio estivo, è ora di riaccendere i cervelli rimasti in modalità risparmio energetico: è arrivata l’ora della qultura con la Q maiuscola!

Il mio fratellino, sua moglie ed i loro due figlioletti sono venuti a trovarci nello scorso weekend, e da vero Cicerone ho preparato un programmino culturale di tutto rispetto, sul quale sono sicuro nemmeno Sgarbi e Philippe Daverio avrebbero da ridire. Piero Angela sappia che ho depositato il copyright, nel caso voglia usare lo spunto per una delle sue puntate di Superquark, nelle quali spesso si passa dall’accoppiamento delle scimmie del Suriname alla pigiatura dell’uva nel Canavese senza soluzione di continuità.

Prima giornata: Milano e i suoi tesori

Innanzitutto le due giornate sono state caratterizzate da spostamenti totalmente ecologici, ovvero abbiamo usato solo mezzi pubblici e piedi privati (i nostri). Deploro il ritardo culturale verso le maggiori città europee che spesso e volentieri propongono tariffe famiglia o piccoli gruppi parecchio vantaggiose. Mi offro di fare da consulente agli assessori ai trasporti della regione Lombardia e delle città di Milano e Como, dietro lauto compenso visto che loro non ci arrivano, per ridisegnare offerta e  tariffe. Sospetto che tutta questa gente che decide come si debba viaggiare non abbia mai preso un mezzo pubblico in vita sua. Mi tormenta inoltre un dubbio: come mai un ragazzo dell’età di 13 anni per pagare il biglietto è considerato adulto ed invece per lavorare è considerato minore? E udite udite questa considerazione l’hanno anche i preti che decidono le tariffe per entrare in Duomo, alla faccia della tutela della famiglia.¹

La prima tappa vede la netta separazione della componente maschile da quella femminile. Inseguiti da considerazioni del tipo: “Ma lasciali stare quei due scemi!” due anzi tre diversamente adulti ed un minore si sono diretti verso il tempio del calcio mondiale:

Lo stadio di San Siro!

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Che sempre San Siro rimarrà, con tutto il rispetto per il buon Peppino Meazza al quale lo stadio è intitolato da qualche annetto.

Incuranti della pioggia battente ci siamo diretti al Museo di San Siro! Che contiene magliette dei vari campioni della beneamata nerazzurra ed odiata rossonera, nonché di leggende che hanno calpestato l’erba di San Siro: Pelè, Maradona, Eusebio… corridoio delle interviste, e poi visita agli spogliatoi del Milan e dell’Inter con tanto di magliette appese; purtroppo i componenti della mia squadra mi erano all’80% sconosciuti, a testimonianza di quanto stia seguendo le vicende pallonare; infine accesso al campo! Dove un solerte addetto azionava il trattorino tagliaerba, attività che nella vecchiaia svolgerei volentieri, anche gratis. Valeva la pena pagare questo biglietto (salato), per sedersi sulla panchina del Mou e rivolgergli un pensiero grato, con accenno di lacrimuccia: 50 euro biglietto famiglia, cosa incontestabile dato che eravamo 2 coppie di fratelli.

Siamo passati poi nello Shop, dove una maglietta originale viene posta in vendita alla ragguardevole cifra di 141 euro. Sono rimasto un po’ a guardarla per vedere se, all’improvviso, si mettesse a correre da sola, e mi sono chiesto se indossandola funzionasse come un esoscheletro e fornisse al possessore le capacità di uno dei campioni che l’hanno indossata prima. Ma non succedeva niente, abbiamo salutato e ci siamo indirizzati verso la nuova attrazione di Milano:

La metropolitana lilla!

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La metropolitana lilla o linea cinque (ignoro che fine abbia fatto la linea quattro) è l’ultima costruita ed avveniristica, carrozze panoramiche che funzionano senza conducente. Questo impedisce che qualche autista si metta ad inforchettare spaghetti mentre guida, come successo recentemente a Roma, non accorgendosi di una turista rimasta appesa allo sportello di una carrozza; ed inoltre non dovendo rispettare orari sindacali il passaggio è molto frequente.² E’ così bella che avremmo continuato ad andare su e giù da capolinea a capolinea ma, come si dice, il tempo è tiranno! E le nostre signore ci stavano aspettando in Piazza Duomo minacciando che se non ci fossimo presentati subito a rapporto avrebbero iniziato ad usare le carte di credito. Così ci siamo fiondati all’appuntamento e dato che si era fatta una certa ora siamo andati a mangiare al

Bistrot della Galleria!

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Dove vi consiglio, se dovete andare in bagno, di andarci prima di mangiare perché il costo è di un euro (1936,27 lire del vecchio conio, per chi lo ricorda; se qualcuno quindici anni fa mi avesse chiesto 2000 lire per fare pipì l’avrei preso a schiaffi) ma vi danno un buono di 50 centesimi per la consumazione successiva. Se invece andrete dopo, il buono ve lo daranno lo stesso ma non saprete come usarlo perché avrete già speso un botto.

In questo luogo il bello non è mangiare e bere (dove comunque non si mangia male) ma l’ordinazione che potrete fare da computer con grandi schermi. Praticamente facendo da soli impiegherete 3 o 4 volte tanto che andando alla cassa, ma volete mettere che soddisfazione? Dopo quella mezzoretta passata a scorrere i menu e superato il panico del pagamento contactless con carta di credito (contanti schifati) ci siamo seduti su quegli alti sgabelli che poco si addicono a gente normolinea come me. In questo bel posto fanno anche hamburger di scottona! Che per chi non lo sapesse non è una varietà di mucca, tipo la chianina per capirci, ma una classificazione della carne: di femmina giovane e ben nutrita. Allo stesso prezzo dal kebabbaro vi daranno tutto l’intero rotolone di kebab, regolatevi voi. Comunque dalle finestre si gode una vista imperdibile della stupenda galleria Vittorio Emanuele (secondo), ed è con animo lieto e pio che ci siamo diretti al:

Duomo!

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Pioveva e faceva un freddo biscio ma intrepidi ci siamo messi in coda per accedere alla maestosa cattedrale. Mi fanno ridere quelli che dicono “non cambieremo le nostre abitudini”. Sveglia amici! Le abitudini le abbiamo cambiate e già da un pezzo. Vi  pare normale avere in giro esercito da ogni parte, manco fossimo nella Turchia degli anni ’70, trovare barriere di new jersey dappertutto (almeno in piazza Duomo il compito di frangiflutti è svolto con dignità e decoro dal nuovo bananeto) e impiegare 45 minuti per fare una trentina di metri di coda? E soprattutto: per entrare in Duomo si paga! Qualcuno dirà che così ci allineiamo alle città europee, la manutenzione costa etc etc. Tutto vero, non discuto. Ma mi chiedo come mai in questi anni di aumento delle ricchezze per i già ricchi non si riesca a togliere qualcosa a questi parassiti invece di saccheggiare le tasche delle persone normali. Sappiate, o giovani, che una volta in Duomo si entrava gratis. Adesso se volete entrare gratis dovete andare a messa, che male tra l’altro non vi fa.

Dentro al Duomo c’è la riproduzione a grandezza naturale della Madonnina posta sul tetto, la statua che due anni fa era all’Expo; mi manca l’Expo! Quasi in incognita quest’anno ce n’è stato uno in Kazakistan sull’energia, ma chi se l’è filato?

Per un attimo ho avuto la tentazione di spiegare ai nipoti il funzionamento della meridiana ma mi sono accorto di avere qualche lacuna in proposito. Che importa! Via verso la nuova tappa, il clou della giornata:

Il Museo di Scienze Naturali!

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Uno dei fiori all’occhiello dell’offerta museale milanese, meta obbligata di famiglie con bambini; quando mio figlio era piccolo ci siamo stati tantissime volte, ed era gratis (forse proprio per questo). Ora si paga 5 euro, però solo i maggiorenni. Farfalle, insetti, granchi, conchiglie, fossili, riproduzioni di animali in scala reale, animali impagliati (stranamente la Brambilla non ha ancora protestato), dinosauri, balene! Rispetto ad anni fa è stato riorganizzato, rinnovato, ed è molto meno dispersivo e molto più piacevole. Dopo aver considerato che l’evoluzione per alcuni non si è compiuta del tutto, o forse è addirittura in atto una regressione (l’argomento erano gli stupri di Rimini), abbastanza stanchini come direbbe Forrest Gump ci siamo diretti verso casa, non prima di una puntatina alla:

Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore!

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La Cappella Sistina di Milano, con pareti affrescate e dipinti pregevolissimi, con un coro che lascia davvero a bocca aperta. E’ tenuta aperta dai volontari del Touring Club Italiano, che ringraziamo sentitamente.

E basta! Il giorno seguente lago, dove non mancherò di segnalare altri luoghi imperdibili.

(158 – continua)

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¹ Per entrare nel Duomo di Milano la tariffa minima è di 3 euro per gli adulti (!) e 2 euro i ridotti per bambini da 6 a 12 anni (si sono sforzati tutti con la riduzione).
2 La domanda a questo punto è: ma se automatizziamo tutto, che accidenti faranno gli umani?

Piante e buoi dei paesi tuoi!

Come avevo anticipato nel precedente reportage, le banane alla fine sono arrivate. Per ora si tratta di piantine, ma come profeticamente cantava Renato Rascel: “Noi siamo piccoli, ma cresceremo e allora, virgola! Ce la vedremo!”, cresceranno.

Ricorderete che avevo qualche dubbio sulla filologicità dell’operazione; niente da ridire sulla collocazione nel lungomare di San Benedetto del Tronto, ma  le palme in piazza Duomo mi sembravano una forzatura. Niente di più sbagliato! Le mie ottuse obiezioni sono state confutate sia da storici, che affermano che le palme erano lì già nell’ottocento, che da botanici e giardinieri i quali irridendomi mi hanno invitato a dare un’occhiata in giro per il lago, dove le ville ne sono piene; e infine dalla mia consorte, che chiedendomi al solito dove vivo mi ha detto di guardare fuori dalla finestra, nel giardinetto condominiale, dove al posto del pino che vi si trovava in precedenza e che è stato decapitato da giardinieri fondamentalisti spicca ora solitaria una palma.

Non mi azzardo quindi a mettere in dubbio la veracità del bananeto! Immagino già stuoli di studiosi pronti a giurare che la dieta lombarda da secoli prevede l’uso del gustoso frutto; che i nonni dei nonni nella cassëula non disdegnavano infilarci una banana così come nei pizzoccheri, in aggiunta ai saporiti formaggi valtellinesi, una grattatina di banana non stona.

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In questi giorni si sta discutendo se vietare l’uso degli animali nei circhi. Dopo anni di attacchi animalisti sulla disumanità, a dire loro, del trattamento a cui le bestie sono sottoposte per essere addestrate, sembra che i legislatori siano intenzionati a sancire la fine dei circhi equestri, spettacolo forse anacronistico in tempi dove non ci si stupisce più di nulla, e dove nessuno pagherebbe per vedere donne cannone o barbute quando ogni tipo di freak viene proposto gratis su tutte le televisioni o in rete e più urlante è meglio è, ma affascinante come pochi per chi conserva ancora un cuore da bambino. Distruggiamo ettari di foreste ogni giorno, estraiamo l’estraibile e trivelliamo il trivellabile, con i nostri viaggi low-cost solo per soddisfare il nostro ego smisurato inquiniamo cieli e terra, tolleriamo gli sfruttamenti e le disuguaglianze più mostruose ma, per carità, nessuno maltratti il povero leone, stop alle Crudeltà! Ebbene, a costo di passare per retrogrado, devo dirlo: basta con queste fisime effeminate. A noi cresciuti a pane e tigri di Mompracem, a lavoro e dignità, fa molto più specie una generazione ridotta ad elemosinare voucher che un leone in gabbia, che si guadagna onestamente la pagnotta e la fa guadagnare al suo domatore che rischia ogni giorno la vita per donare un brivido ed un’emozione agli spettatori. Altro che maltrattato! Il leone è fiero, è la Star, lui sa che con una sola zampata potrebbe staccare la testa a quell’ometto ma no, non lo fa! E non per paura, ma solo per permettere al suo pubblico di constatare, sera dopo sera, che il Re lì dentro è lui, non quell’insignificante bipede senza peli che si trova davanti.

Pensavo allora, se i circhi dovessero davvero chiudere, che fine farebbero tutte le bestie maltrattate: verrebbero portate in Africa, o nel Bengala, e liberate? Si accettano scommesse su quanto tempo sopravviverebbero. Come si può allora una volta di più non plaudire alla preveggenza e lungimiranza dell’amministrazione milanese? Creiamo il giusto habitat in vista della liberazione: il Bio-Parco di Piazza Duomo! Il cibo non mancherebbe di certo, anzi temo che in poco tempo gli snelli leoni circensi diverrebbero gattoni obesi; le scimmie in compenso potrebbero volteggiare di palma in palma, contendendo i datteri alle golose giraffe.

Ad esempio, per l’accoglienza a Papa Francesco che il prossimo 25 marzo sarà in visita a Milano, avendo il materiale a disposizione perché non prevedere una bella rappresentazione biblica sul tema dell’Arca di Noè? Detto tra noi, il vostro coretto preferito sarà presente, in mezzo a decine di altri cori, al Parco di Monza, nel pomeriggio di quello stesso giorno. Le mie coriste sono incuriosite dal fatto che alcuni canti verranno eseguiti solo da cori virili e si riservano di valutarne l’effettivo grado di virilità. Spero comunque che non aprano le gabbie proprio quel giorno, sarebbe un bel disastro. Avete visto quello che è successo in Svezia?

(125 – continua)

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Drupi è d’accordo

Drupi, che non è lo scomparso cantante di successi indimenticabili come Sereno è e Sambarió ma la mascotte della famiglia, ha detto: si. mi piace! E anche il vostro umile cronista si accoda e, vincendo le perplessità iniziali, promuove l’oasi beduina di piazza Duomo. Sono testimone che oggi c’era più gente a guardare le palme che il prospiciente Duomo; rendiamo allora merito all’amministrazione Sala per aver saputo creare questo nuovo richiamo turistico. Di seguito, come i migliori reporter, ve ne offro un resoconto fotografico.

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Veduta di Piazza Duomo – In primo piano la ruspa di Salvini pronta ad entrare in azione.

Come dicevo, tantissima gente era incuriosita dal palmeto:

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Un turista siculo entusiasta dell’opera.

 

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Una turista con un bel cappellino sbaglia la direzione del selfie e lo orienta verso le palme anziché verso il Duomo.

 

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Rendering vivente – Prospettiva su Via Torino

 

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Ma lui che ne penserà?

Ho cercato poi il bananeto, che sarebbe il naturale completamento del giardino esotico, mi sono quindi avventurato in Galleria Vittorio Emanuele II ma non l’ho trovato. Tanti turisti, come sempre, in fila per schiacciare i testicoli del povero toro.

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Testicoli o no, la Galleria è sempre uno spettacolo.

Sono quindi arrivato in Piazza della Scala, ma anche qui nessun banano. Rassicurati ma anche un pò delusi ci siamo concessi qualche ora di cultura alle Gallerie Italia, dove è in corso una pregevolissima mostra su Bellotto e Canaletto che consiglio a tutti, anche quelli semidigiuni di arte come il sottoscritto, di andare a visitare.

Tornati a casa, il TG regionale ha trasmesso la notizia che dei vandali nella notte avevano dato fuoco ad una delle palme. Ragazzi, vi avviso, lasciate stare le palme. Poi Drupi si arrabbia e non lo trattengo, sono cavoli vostri.

(125 – continua)

 

 

Raccoglieremo banane in Piazza Duomo!

L’operosa amministrazione comunale meneghina, senza voler fare antipatici paragoni con quelle di altre città, come al solito ispirata dalla celebre canzone O mia bela Madunina, e specialmente al pezzo di strofa: “se sta mai coi man in man”, che per qualcuno più portato alla riflessione sta per “una ne fa e cento ne pensa” ha deciso di piantare degli alberi di palma in Piazza del Duomo.

Ricorderete che qualche tempo fa avevo inventato la cronaca della corsa di cammelli attorno al castello Sforzesco. Datemi pure del Verne¹, ma mi ero portato avanti e l’amministrazione l’ha capito. Ed ecco quindi allestito lo spazio per l’abbeveraggio dei simpatici quadrupedi!

Non si può certo dire che Milano non sia una città verde. Dopo il bosco verticale dell’architetto Boeri, gli orti urbani di Pisapia, ecco ora l’oasi desertica di Sala, per la gioia dei numerosi turisti mediorientali e dei pensionati che stazionano in Piazza Duomo, che a questo punto gradirebbero che l’opera venisse completata con almeno un paio di campi da bocce.

Ricordo che qualche anno fa l’allora presidente libico Muammar Gheddafi, poi democraticamente linciato², venne in visita in Italia e pretese di accamparsi in una tenda sulla Cassia con tanto di amazzoni al seguito. Il nostro presidente del consiglio era mr. Berlusconi, al quale avversari politici e stampa ‘libera’ non lesinarono critiche, per un modo di accogliere l’ospite da loro reputato troppo servile. Ha rapporti con un dittatore, orrore! Strillavano indignati. Espressi a chi mi era più vicino sorpresa per tali attacchi secondo me ingenerosi, in primo luogo perché rapporti col defunto li avevano avuti tutti e di tutti i colori e non è che uno diventa buono o cattivo a seconda di chi governa, ed in secondo luogo perché tanti ci avevano fatto affari ed anche lucrosi. Quando i soldi libici servivano alla Fiat o ad altri industriali decotti o a banche in crisi non facevano schifo, mi pare. A proposito, forse qualche esperto di flussi finanziari potrà rispondere: ma i soldi dei fondi sovrani libici sono stati restituiti al popolo libico dopo la dissoluzione della Libia? Oppure, come ci è congeniale, ci siamo cantati una bella tarantella, “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato”? Così, solo per curiosità. Si è trattato di rivoluzione araba, insomma, o di rapina a mano armata?

Ma tornando alla palma. qualche botanico potrà contraddirmi, ma non mi sembra che essa sia una varietà autoctona della Lombardia. Comunque sempre meglio le palme, che al massimo faranno cadere qualche cocco in testa ai passanti, di quei fastidiossimi pioppi che in primavera specialmente, con le loro fioriture simili a nevicate, causano starnuti e allergie a non finire, si infilano negli occhi e nel naso e fanno venir voglia di munirsi di sega elettrica

Io, dico la verità, mi sarei aspettato piuttosto dal sindaco Sala, l’eroe dell’Expo, che in piazza Duomo venisse trasferito l’albero della Vita. Quale rifugio sicuro sarebbe stato per i grassi piccioni della piazza! E che manna per i borseggiatori avere tutte quelle persone col naso all’insù! Le palme saranno pure decorative, ma non offrono questi vantaggi.

Mi sono chiesto quale sia lo scopo di questo giardino. Se in tempo di guerra e di autarchia era auspicabile che ogni pezzo di terra diventasse orto, e nessuno più di me come sapete è favorevole ad un uso intensivo della zappa³, anche sforzandomi oggigiorno non ne trovo ragioni sufficienti. Sarà perché i cagnolini del centro non sanno dove fare i bisognini? Sarà per non far soffrire troppo di nostalgia i numerosi migranti? In questo caso però credo che i leghisti avranno da ridire, e la sega elettrica di cui sopra troverà altri utilizzi.

Domani andrò ad indagare sul posto, aspettatevi un resoconto particolareggiato!

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¹ Ho detto Verne, non verme.

² Intendiamoci, non ho niente in contrario sul fatto che un singolo od un popolo decida di abbattere un tiranno, vero o presunto, e giustiziarlo. Da Giulio Cesare in poi è un continuo. E’ persino doveroso, e anche comodo, in primo luogo perché non può più parlare, e poi perché i complici possono addossargli tutte le colpe, e poi perché non ce lo si ritrova sempre tra le scatole.

³ Specialmente per sapete chi.

Fino a calata di sole (Wrong place, wrong people)

Una ventina di anni fa, era una sera autunnale, stavo aspettando in Piazza della Scala, Milano, che il semaforo diventasse verde, quando mi ritrovai circondato da un gruppetto di tifosi inglesi, supporters di non ricordo più quale squadra i quali, già piuttosto carburati, scambiandomi evidentemente per un loro compatriota vuoi per via dell’abbigliamento, che comprendeva impermeabile e ombrellino tenuto sottobraccio a mò di baguette francese, vuoi per il mio aplomb imperturbabile, mi chiesero dove si trovasse un certo pub. Non essendo frequentatore abituale di tali locali ebbi qualche difficoltà ad inquadrarlo ma, con la volontà di rendermi utile che mi contraddistingue, chiesi se conoscessero almeno la via, e saputo che si trovava in Via Torino, già che mi trovavo di strada mi offersi di accompagnarli per un pezzo, almeno fino a Piazza del Duomo.  Attraversammo quindi la Galleria Vittorio Emanuele II; al che, ammirando sia il pregevole manufatto che le belle persone che lo frequentano, uno dei tifosi sentenziò, facendo in modo di farsi udire bene: “Beautiful place, beautiful people: wrong place, wrong people”, intendendo loro stessi come wrong people, cosa di cui non ebbi motivo di dubitare: una riflessione profonda, che non mi sarei aspettato in quel frangente, su come la bellezza possa condizionare lo sviluppo umano.

I giovani filosofi mi proposero di berci una birretta insieme, cosa che avrei fatto volentieri se gli orari del treno pendolari me l’avessero permesso; a malincuore dovetti declinare l’invito, e non mancai di salutarli augurando il più classico dei “win the best”, sperando di non essere trattato come Fantozzi in Superfantozzi: anche perché in quel momento la formazione più forte, anche se mi dispiace ammetterlo, era quella dei detestati cugini rossoneri.

A proposito di aplomb, ricordo la volta che l’allora presidente della DC, Arnaldo Forlani, venne in visita al mio paese e l’elicottero atterrò nel bel mezzo del campo sportivo intorno al quale stava sgambettando il vostro cronista cercando di recuperare una forma decente dopo gli stravizi estivi; non mi fermai nemmeno dopo l’atterraggio, al che credo che il servizio di scorta mi abbia reputato inoffensivo. Mia madre, che assisteva alla scena dalla finestra, appena tornato a casa mi chiese: – “Ma non hai visto Forlani?” –“Forlani chi?” risposi con finta nonchalance, mentre tra me e me mi dicevo: “Ah, ecco chi era, mi sembrava”.

Come sapete, l’umorismo inglese mi affascina. Quello basato sui dialoghi, le situazioni giocate sul filo dell’ironia, mai volgare. Woodehouse, Jerome K. Jerome, Oscar Wilde… ad esempio ho trovato irresistibile la petizione per chiedere di ripetere il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea; la proposta è stata accantonata come boutade, ma secondo me avrebbe meritato una valutazione più approfondita.

Fa’ e disfà l’è tutt un laurà: sarebbe come, che so, un partito presentasse un marziano come sindaco, il popolo lo eleggesse, e poi lo stesso partito dicesse: “E no, belli, vi siete sbagliati, questo è troppo marziano”. Allora si rifarebbero le elezioni e il popolo per puro spirito goliardico voterebbe uno più marziano ancora, ma del partito avversario. Fantasie, beninteso, qua da noi non potrebbe mai succedere.

Al mio paese c’era Adelchi, detto Adamo, barbiere e artista, che tra le tante attività, tra cui quella di trombonista in banda, svolgeva in antichità quella di arbitro. Testimoni oculari, ormai radi,  raccontano che tendesse ad avere un occhio di riguardo per la squadra di casa e quando questa perdesse allungasse la durata della partita finché non si arrivasse ad un onorevole pareggio, o in caso contrario finché non ci fosse più abbastanza luce per continuare il gioco. Fino a calata di sole, insomma.

Si potrebbe istituire, sull’esempio del celebre compaesano, un referendum a calata di sole; si vota ad oltranza finché il risultato non è quello auspicato dall’arbitro, e se proprio i votanti non ne vogliono sapere, si annulla tutto e si ricomincia da capo.

(101. e via così)

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Il più grande violino del mondo

Una dozzina di anni or sono, in uno di quegli attacchi tipici delle mezze età che possono sfociare, a seconda della virulenza, con fughe a Cuba alla ricerca di avvenenti mulatte da cui farsi volentieri raggirare oppure con iscrizioni a corsi di burraco (opzione tristissima, secondo me), estrassi da uno scatolone che stava a prender polvere in cantina il violino che vi giaceva da un quarto di secolo, precludendomi così la strada di Cuba.

La storia di quel violino l’ho raccontata: lo acquistai per trentamila lire nel ’75 e per me era una bella sommetta, e comunque tutto quello che ero riuscito a risparmiare dalla prima elementare fino ai sedici anni.

Devo confessare che non fui attirato da quello strumento per i virtuosismi di qualche orchestra da camera; non che non ami la musica classica, ma a piccole dosi se intendete quel che voglio dire.

Invece in quel periodo era sulla cresta dell’onda un bravissimo violinista jazz, Piergiorgio Farina, che stava avendo un grande successo con la versione strumentale della colonna sonora del Padrino (parte seconda); il mio obiettivo era quello di emularlo, cosa che cercai di fare se non altro facendomi crescere, per un certo periodo di tempo, una folta barba che mi dava un aspetto assai maturo.

Una delle più grosse delusioni da musicista la conobbi a militare. Un commilitone, come me allievo ufficiale ma di Napoli, era stato incaricato, giacché batteva i locali della sua città cantando canzoni tradizionali, di allestire un’orchestrina per allietare gli ufficiali e le loro famiglie durante una serata di gala. Non volle ingaggiarmi come bassista, nonostante il mio impeccabile curriculum, ma fu incuriosito dalla mia reclamizzata pratica, forse un po’ troppo enfatizzata, del suddetto violino.

Alla prima licenza dunque tornai in caserma con l’armamentario necessario; ebbi dei piccoli problemi nell’esercitarmi, in quanto i rudi allievi non mi volevano in camerata e mi toccava rinchiudermi nel bagno, che come ho già accennato era comunque lindo in quanto le pulizie erano accurate e frequenti.

Nonostante l’impegno profuso non superai il provino, perché l’arruffone direttore non conosceva la musica e pretendeva che anch’io suonassi a orecchio; cosa di cui ero incapace non per mancanza di orecchio, tengo a precisare, ma di abitudine; perciò mi ritrovai invece che sul palco, tra ufficiali in grande uniforme e mogli in abiti da sera, a percorrere avanti e indietro il perimetro della caserma facendo la guardia, raggiunto dagli “Era de maggio” e “Funiculì funiculà” del pianista da strada.

Fu con quel violino storico che ripresi le mie lezioni; il maestro, un vero talento, aveva l’età di mio figlio; prese tra le mani il mio violinaccio e lo fece sembrare uno Stradivari. Peccato che si dimenticasse spesso di venire ad insegnare lasciandomi ad aspettarlo come un baccalà; devo riconoscere che adottava una tecnica molto accattivante per invogliare gli allievi: a me, ad esempio, diede da ascoltare un CD del grande David Ojstrach (che era già morto da un pezzo); quando lo misi nel lettore del computer però non furono le mie orecchie a meravigliarsi, ma piuttosto gli occhi: il talentuoso ragazzo doveva aver scambiato dischetti, e la sinfonia che apparve vedeva impegnati degli esecutori senz’altro dotati, anche troppo per i miei gusti, ma senza vestiti. Non credo che facesse parte del programma di Conservatorio; gli diedi comunque una sbirciata, non si sa mai, c’è sempre da imparare.

Il mio cane, che aveva la cuccia nella stanza dove mi esercitavo , appena mi vedeva imbracciare lo strumento si alzava e se ne andava uggiolando. Capii di star migliorando quando rimase nella sua cuccia, e addirittura si addormentò con le zampe stiracchiate in alto: forse stava diventando anche un po’ sordo, ma fu comunque  una soddisfazione.

Segnalo agli amici lontani da Milano, con un pizzico di delusione, che il più grande violino del mondo, così viene spacciato al Castello Sforzesco di Milano, è in realtà uno spazio a forma di violino e non un violinone dove entrare e vedere che effetto fa venir suonati. Peccato! Ma se passate di là, una capatina fatecela lo stesso.

(94? bho non ricordo più _ continua)

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