Vita quotidiana al tempo del coronavirus

Sabato sera io e mia moglie siamo stati a teatro a Milano, al Piccolo Teatro Strehler (non lo dico per tirarmela, è solo che ho un abbonamento pensionati _ anche se pensionati non lo siamo ancora, ma grazie ai buoni uffici di due amici ci siamo imbucati in un’associazione benemerita per risparmiare, e poi è comodissimo: andata e ritorno in pullman, posti prenotati… _). Sul pullman meno gente del solito, ed incredibilmente il baretto dove andiamo a prendere il panino prima dello spettacolo, di solito strapieno, era semivuoto e la gentilissima padrona è stata anche lì con noi a chiacchierare cinque minuti, quando normalmente non riesce ad alzare la testa dalla cassa. In sala qualche posto vuoto, ma nemmeno troppi: paura del contagio o dello spettacolo? “La tragedia del vendicatore” di Middleton, coevo di Shakespeare, non è leggerissima, anche se l’allestimento del regista Donnellan ha attualizzato la storia e l’ha “alleggerita”. La notizia della chiusura dei teatri, il giorno dopo, è stata dolorosa anche se non inaspettata.

Ieri siamo andati a fare una bella passeggiata sul lago. La giornata era calda, primaverile, era davvero un peccato rimanere in casa. Di solito scendiamo a Como con il bus, ma stavolta siamo andati in macchina, per ridurre al minimo i contatti: in giro meno gente del solito, meno confusione, ma non il deserto che temevamo: famiglie, innamorati, nonni e nipotini, turisti… gente che fa jogging, che va in bicicletta, in monopattino… ma al bar no, non ci fermiamo: siamo sicuri che li lavino proprio bene i bicchieri? E quello che starnutisce lì, stiamogli un po’ alla larga… ad un certo punto un raggio di sole mi entra e nel naso e fa starnutire me: quasi quasi mi viene da scusarmi, tranquillizzare i vicini, tutto ok ragazzi, è solo il sole…

Ieri pomeriggio mio figlio è venuto a Milano, per incontrare la sua compagnia di amici. Le raccomandazioni che si è dovuto subire erano più adatte ad una partenza per la guerra che per un viaggetto a quaranta chilometri, ma tant’è; poi una volta partito continuavamo a chiederci: con chi andrà? Ma gli amici li conosci? Non è che ce n’è qualcuno di Lodi? Ieri sera è tornato a casa sano e salvo ma un po’ confuso: la società di co-working di Cormano dove lui e i suoi soci hanno preso gli uffici per la loro azienda di grafica ha deciso di chiudere gli spazi per una settimana.

Stamattina sono andato al lavoro. Ho preso il mio trenino pendolari, semi vuoto, poi la metropolitana con addirittura qualche sedile libero. Qualcuno si protegge naso e bocca con la mascherina; qualcuno (come me, che le mascherine non le ho comprate, ma dicono che non si trovino nemmeno a pagarle a peso d’oro) con la sciarpa. Lo so, non serve a niente, se non come invito a starmi lontano.
Rinviati eventi sportivi, chiuse scuole, asili, musei, teatri, addirittura le chiese: i luoghi di socialità, come dice il sindaco di Milano.
Il badge per entrare era disabilitato. L’hanno fatto per tutti gli “esterni”, per tutti quelli cioè che non sono dipendenti, anche quelli, come me, lavorano in questo posto da quasi venti anni; ci sottopongono un questionario dove si dichiara di non essere stati, negli ultimi 15 giorni, in uno dei paesi infetti; passato il controllo salgo al piano dove, delle oltre duecento persone che affollano lo stanzone, ne è presente una decina. Quasi tutte le società (i “fornitori”) infatti hanno invitato i loro dipendenti a rimanere a casa e lavorare se possibile da lì: solo chi non ha il collegamento o ha motivi eccezionali può lavorare in loco. Io in realtà di motivi eccezionali non ne avrei, se non quello abbastanza nobile che se non lavoro non mi pagano: per oggi va così, domani vedremo, se mi danno la linea, le autorizzazioni, bene, se no rimarrò a casa a scrivere qualche puntata di Olena…

Comincio a sentire i colleghi sparsi per l’Italia, è un po’ dappertutto così, chi può lavora da casa, tanti uffici sono chiusi, porte sbarrate…

E mi è venuto un sospetto: ma questo virus non sarà stato creato apposta per non farci più muovere da casa? E’ comodo un popolo che non si possa riunire, incontrare, confrontare… E’ solo il preludio di quello che ci aspetterà da qui a venire, ogni volta che scoppierà una nuova influenza? Sembra che il mondo sia davvero diventato troppo piccolo: da villaggio globale a lazzaretto globale è un attimo…

Comunque, ridendo e scherzando, si è fatta l’ora di pranzo: la mensa ed i bar interni sono chiusi; mangiare i toast delle macchinette è contrario ai miei precetti religiosi: quattro passi fuori c’è il mercato comunale e mi prendo un bel panino alla bresaola (con le ultime due fette di pane rimaste!) ed una birretta Ichnusa; una chiacchiera al cioccolato e due tortelli che domani è carnevale… seduto su una panchina al sole, di rientrare non ho proprio voglia, che faccio? Torno a lavorare o me ne vado a casa?

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Una birra per Olena (XXI)

«O Po, figlio del celeste impero, il mio stomaco brontola e si lamenta, è pronta questa zuppa?»
Svengard, dopo aver posteggiato il drakkar nell’isola di Gotska Sandön e precisamente sulla spiaggia di Salüdden, nel bel mezzo dell’area di protezione delle foche, e dopo aver presieduto alle operazioni di sbarco ed apparecchiamento della tavola da pranzo, si è seduto a capotavola e, brandendo un cucchiaio di legno, si agita nervosamente.
Dalla nave finalmente scendono i gemelli Uppallo I e Uppallo IV reggendo un pentolone fumante; dietro di loro avanza Po, con bandana in testa e mestolo in mano.
«Mmhh, che odorino!» esclama la bionda e affamata violinista Anastasija, seduta alla sinistra di Svengard, battendo le mani. «Che cos’è questa delizia, maestro Po?»
Po, visibilmente lusingato, fa un piccolo inchino e risponde:
«O fanciulla dall’animo gentile, non come qualche tloglodita di mia conoscenza incapace pelsino di lavalsi le mani plima di sedelsi a tavola» dice fissando con intenzione Svengard, che si guarda intorno fischiettando «mi onoli chiamandomi maestlo. In velità in gioventù mi dilettavo con il bianqing¹, nel quale eccellevo tanto da guadagnalmi il soplannome di “mago della mazza”, ma chiamalmi maestlo è un po’ esagelato»
«Scusate maestro, non conoscevo i vostri trascorsi musicali» confessa Anastasija, comprendendo di essere stata equivocata «in realtà mi riferivo all’arte culinaria. Come si chiama questa vostra pietanza?»
«Culi…» realizza Po, arrossendo, tra le risatine degli Uppalli che si beccano immediatamente una mestolata in testa. «Ehm, celto, celto, culinalia… questo è un piatto di mia invenzione, si chiama cacciucco alla cantonese. Ho appoltato qualche piccola valiazione alla licetta tradizionale del cacciucco alla livolnese»
«Davvero? E di che si tratta?» chiede per educazione la pianista, che non vede l’ora di affondare il cucchiaio nella zuppa e di conseguenza pochissimo interessata alle spiegazioni del cinese.
«Al posto del polpo metto l’alinga; al posto dello scolfano l’alinga; al posto dei calamali l’alinga; al posto delle seppie l’alinga; al posto dei clostacei…»
«L’alinga?» chiede il pianista, seduto in fronte alla sua partner.
«No, il melluzzo» lo fulmina Po con un’occhiataccia.
«Ma è la solita zuppa! Aringhe e merluzzo!» sbotta Svengard prima di essere colpito da una mestolata sull’elmo.
«E a tavola ci si toglie il cappello, caplone, specialmente quando ci sono ospiti!»  lo rimprovera Po, passando poi alla distribuzione del rancio che, nonostante la scarsa varietà del pescato, strappa gridolini di soddisfazione agli affamati commensali.

Dato fondo alla pignatta e ripuliti i piatti con una accurata scarpetta di pane di segale, i nostri si rilassano; compare una nuova bottiglia di Kostenkorva e, mentre Svengard si accende la fida pipa, il pianista inizia il suo racconto.
«Innanzitutto, cari amici, voglio ringraziarvi per la squisita ospitalità. Nonostante le vostre deficienze musicali, il vostro animo è delicato»
Uppallo I annuisce facendo piedino ad Anastasija, che corrisponde.
«Vi chiedevate come siamo finiti a suonare su di una zattera nel bel mezzo del mar Baltico: ebbene, eravamo in concerto sul lago di Como, sapete, quello reso famoso da George Clooney, e l’esibizione si svolgeva su una piattaforma trainata da un piccolo motoscafo a pochi metri dalla riva. Un evento francamente trash, al quale di norma ci saremmo sottratti se non fosse che il cachet che ci è stato proposto non era di quelli che potessero rifiutarsi.»
«Ah, la purezza dell’arte!» declama Svengard, poetico.
«Ma sfortunatamente non avevamo fatto i conti con la mia ex fidanzata, Mikako»
«Quella maniaca!» commenta acida la leggiadra violinista.
«Poverina, soffre…» la difende il pianista. «Dovete sapere che Mikako è una brava cantante lirica, di animo profondamente sensibile; purtroppo ha questo problemino (oltre alla voce eccessivamente stridula) che la rende vulnerabile»
«E quale sarebbe questo problemino?» chiede Uppallo I per pura cortesia, più interessato ad allungare le mani sotto il vestito della violinista.
«Ecco, Mikako è purtroppo gelosissima, e non sopporta vedermi dividere il palco con altre donne che non siano lei: e capirete che nel nostro lavoro non è sempre possibile avere a che fare con soli musicisti uomini. Questo aspetto del suo carattere nel tempo ha creato parecchie, ehm, incomprensioni»
«Incomprensioni le chiama! Quella andava in giro a minacciare la gente, a rompere gli strumenti, a tagliare vestiti e capelli alle orchestrali! E chissà dove sarebbe arrivata se…» interviene ancora Anastasija.
«Comprenderete» riprende il pianista «come alla lunga il nostro rapporto si sia logorato, ed abbia dovuto decidermi a troncare il fidanzamento»
«Ed a farla internare, finalmente!»
«In effetti, quando Mikako mi rigò la fiancata della macchina nuova e diede fuoco al mio appartamento pensai che fosse meglio, per il suo bene ovviamente, chiedere un aiuto medico. Purtroppo però ogni volta che viene dimessa si mette alla mia ricerca e, dato che non posso impedire di pubblicizzare i miei impegni, finisce sempre per trovarmi. Ho dovuto assoldare delle guardie del corpo, ma stavolta non è bastato»
«Che è successo, insomma? Continua, sento che da questa storia potrei trarne una bella hit» chiede il minore degli Uppalli, interessato.

«Saputo che ci saremmo esibiti su di una piattaforma ha noleggiato un grosso elicottero e ci ha agganciato; il motoscafo è riuscito a staccarsi, altrimenti sarebbe volato insieme a noi… l’allarme ha tardato ad essere diramato in quanto tutti pensavano che la scena facesse parte dello spettacolo, anzi da lontano sentivamo degli applausi entusiastici… abbiamo volato per delle ore, temendo il peggio, ed alla fine ci siamo addormentati. Quando ci siamo svegliati eravamo in mezzo al mare, e Mikako ci aveva lasciato un biglietto»
«”Ti” aveva lasciato un biglietto» puntualizza la bionda.
«Si, mi aveva lasciato… eccolo qui, guardate» e passa un fogliettino rosa al suo vicino Svengard.
« “Oreste Cardamomolis sei un coglione, vai all’inferno tu e la tua zoccoletta. Bacioni, tua aff.ma Mikako” . E chi sarebbe questo Cardamomolis?» chiede Svengard, grattandosi l’elmo.
«Oreste Cardamomolis sono io, o incolto» puntualizza il pianista.
«E la zoccoletta?» chiede imprudentemente Uppallo IV, beccandosi un pedatone dal gemello maggiore.

Il racconto viene interrotto da una voce con un forte accento portoghese, al quale risponde un raspare di ali e di gola:
«Stro-nso!»
«Craa! Sto-lto!»
«No stolto! Ho detto stro-nso! Stron-so!»
«Craa! Sto-rno!»
«Stro-nso, stro-nso! Ma sei stupido?»
«Craa! Stupido è chi lo stupido fa²! Cra!!»
«Testa de casso!»
«Che fracasso! Craa!»
«Noo! Ho detto Te-sta de ca-sso, ripeti!»
«Ma sei stupido? Craa!!»

«Ma che sta succedendo, cosa sono questi strepiti?» chiede Oreste, preoccupato che Mikako si faccia viva.
«Niente, non fateci caso» rassicura Svengard «è Giuseppi Tronfionaro, l’addestratore di pappagalli, che sta insegnando le parolacce al nostro Spread»

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¹ I Bianqing sono antichi strumenti a percussione cinesi che consistono in due o tre file di pietre piatte a forma di L appese a due pali orizzontali. Sono suonati con delle mazze di legno, ed il suono è prodotto dalla vibrazione della struttura stessa.
² Non ho potuto resistere alla citazione.

Semaforo rosso all’Imperatore!

Sabato scorso sono stato impegnato in una delle tante attività di cui farei volentieri a meno ma che intraprendo per troppa disponibilità e apertura d’animo; in questo caso si trattava di sostituire il portabandiera del nostro Borgo, costipato, nell’importante cerimonia che rievoca l’arrivo dell’Imperatore Federico Barbarossa a Como con tanto di Imperatrice, nel 1159. Si allestisce per questo un piccolo corteo che, partendo da Piazza Cavour, la grande piazza a lago sede in questi giorni della Fiera del Libro, sfilando fra bancarelle di dolciumi, salami e formaggi vari arriva fino alla suggestiva Piazza del Duomo; qui, una volta che Imperatrice, Imperatore e maggiorenti vari si sono sistemati davanti al Broletto,  viene declamato l’Editto di Roncaglia con il quale tra le altre cose l’Imperatore garantiva privilegi e guarentigie ai comaschi in ringraziamento dell’aiuto ricevuto contro gli odiati milanesi; i Capitani dei Borghi giurano fedeltà all’Imperatore, i trombettieri trombettano, i tamburini tamburano e gli sbandieratori sbandierano; quest’anno una simpatica coppia di saltimbanchi saltellava e sputava fuoco e, per non farci mancar niente, è stato condannato a morte un eretico Cataro. Mi aspettavo che l’Imperatore lo graziasse ma questi, un bancario ora in pensione, si è diplomaticamente  rimesso al giudizio di Santa Madre Chiesa nella persona del vescovo Ardizzone il quale, considerata la pertinace ostinazione dell’eretico nel rifiutare l’abiura, non ha potuto fare a meno di condannarlo al rogo. Se avesse aspettato una settimana sarebbe stato consegnato nelle mani amorevoli di mio cognato, il boia: perché in verità il Grande Corteo Storico si terrà la settimana prossima ,con la partecipazione di centinaia di figuranti, carri, cavalli, dame e cavalieri; io per fortuna ho ricevuto la dispensa imperiale e me ne terrò accuratamente alla larga. Per carità, non per snobismo o critica verso gli organizzatori: è che non sopporto più la gente. Problema mio, ma visto che non mi piacerebbe venire alle mani con qualche spettatore, dato che più passano gli anni più la maleducazione aumenta, preferisco astenermi. E poi alla mia età nel medioevo probabilmente sarei già morto: lasciamo quindi che la sfilata la facciano i vivi…

Un episodio buffo ha allietato l’arrivo del Barbarossa: una volta sbarcato dalle agili lucie, le barchette tipiche del Lario, il corteo è stato bloccato sul marciapiede dal semaforo rosso che consente l’attraversamento verso la piazza dove il popolo in calzamaglia lo attendeva festante. E che cavolo, mi sono detto, un Imperatore che deve aspettare il verde per passare non mi pare proprio una gran potenza, qualche suddito si sarebbe anche potuto sacrificare per bloccare il traffico! Ma l’Hoenstaufen, nella sua magnanimità, ha benedetto tutti lo stesso.

La serata si è conclusa, per i più affezionati, con una cena medievale che si è tenuta nella Chiesa sconsacrata di S.Francesco, di fianco al Tribunale: qui tutte le notti bivaccano, in mancanza di meglio, dei senza tetto; e proprio uno di questi ho visto lamentarsi con i poliziotti intervenuti per garantire la tranquillità dell’illustre consesso perché insomma, si era fatta una certa ora e lui era stanco di flauti tamburelli risate e brindisi. E che cacchio, ma che vadano a far casino un po’ più in là, ‘sti nobili!

La mia serata invece, più prosaicamente, si è conclusa al Bar Touring di Piazza Duomo, dove con famigliola e qualche amico ci siamo accontentati di una modesta apericena: modesta per modo di dire, perché per soli 12€ a testa abbiamo spazzolato il buffet (notevole) diverse volte, e con soddisfazione.

Lunga vita all’Imperatore!

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Scrutando volatili

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Essendo universalmente noto che non ci capisco una cicca di uccelli & affini, ci si potrebbe chiedere che cosa stessi osservando con tanto interesse. Ricercavo l’ispirazione? Un senso alla vita anche quando un senso non ce l’ha? La ragione per cui quella colonia di cigni si è insediata proprio in quello specifico posto e ci sta da Dio? Il perché, quando si può andare a mangiare pizzoccheri e sciatt belli comodi con le gambe sotto al tavolo, ci si sdraia sull’erba a mangiare panini? Qualche malizioso potrebbe pensare che stessi ammirando la bionda sul motoscafino,  lo nego decisamente; e nemmeno il motoscafino, per la precisione. Pensavo che forse, ai cigni, se ci togliessimo tutti quanti di mezzo faremmo un favore, e allo stesso tempo mi chiedevo se il cigno con la polenta fosse commestibile: ed ero contento perché avevano dato brutto, ed invece c’era un sole estivo da scottarsi il naso. “L’autunno poi verrà”, cantava Peppino Gagliardi, a cui il grande Fabrizio de André rispondeva: “Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso, potrete impiccarlo allora”, riferito a Gagliardi, ovviamente. Una cosa per volta, cari amici: intanto godiamoci quel che c’è, poi si vedrà.

 

Cultura a mazzi! (II)

Giove pluvio, come ama citare la compianta speaker del Palio del Baradello¹ (compianta non perché sia defunta ma perché non speakera più), è stato benigno ed ha regalato una domenica soleggiata, dopo un sabato decisamente bruttarello.
E così, rifocillati e riposati, ci siamo armati delle migliori intenzioni ed abbiamo proseguito il tour cultural-turistico affrontando il

Secondo giorno: Lago di Como

Il lago di Como è uno dei più belli d’Italia e del mondo, tant’è che arrivano da ogni parte del globo per soggiornare nei lussuosi alberghi e nelle ville che costellano i bei paesini rivieraschi. E’ molto suggestivo con la sua caratteristica forma a Y rovesciata², cinto dalle prealpi in ogni suo lato; è il lago più profondo d’Italia e se intendete compierne il giro completo in auto percorrerete più di 160 chilometri e trascorrerete qualche oretta lieta in coda, specialmente di domenica.

Quando misi piede per la prima volta a Como, nel 1985, il lago più grande che avevo visto era il Trasimeno e mi aspettavo una cosa simile, rimasi quindi molto colpito da quanto fosse diverso e posso capire ora il motivo per cui George Clooney ha comprato la villa sul lago di Como e non sul Trasimeno.

Dopo questo incipit, per cui chiederò qualcosina alla azienda di soggiorno e turismo di Como, è ora di passare al racconto che comincia con il:

Battello!

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Il giro del lago si può fare in tanti modi ma quello più caratteristico è senz’altro quello con il battello. Ben consci che in un solo giorno è impossibile vedere tutto, ci siamo limitati ad un giro del ramo di Como e nemmeno tutto, circa due ore di battello all’andata e due al ritorno. Alla biglietteria c’è stata la solita pantomima sull’età dei minori; ligio come sono alle regole ho dichiarato l’età corretta dei nipoti, 11 e 13, venendone mal ricompensato in quanto il maggiore è stato considerato adulto ed ha pagato il biglietto pieno: un eccesso di onestà di cui mi sono pentito. Purtroppo nel subconscio mi è rimasto il trauma di quando mia nonna Annunziata, nel primo viaggio fatto in treno per andare a trovare i parenti a Martinafranca, mi costrinse a dichiarare il falso al controllore autocertificandomi di 5 anni anziché 7; la cosa mi sembrava improbabile ma il controllore abboccò. In quei tempi dovevo frequentare il catechismo dove insegnavano che dire le bugie era peccato e non erano contemplate eccezioni per i controllori ferroviari, quindi il peccato veniale in cui ero stato indotto mi bruciò per un bel po’.

Il battello fa diverse fermate nei vari paesini dell’una e l’altra riva, tutti belli, ne cito solo alcuni: Cernobbio, con la celebre Villa d’Este dove per combinazione era riunito il Gotha dell’imprenditoria, economia e politica, con guest stars del giorno gli onorevoli Salvini e Di Maio; se il munifico e illuminato Kim Jong-il, segretario generale eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea, avesse qualche razzo che gli avanza, lo potrebbe lanciare su questa compagnia di giro senza che da parte nostra si leverebbero particolari obiezioni; Moltrasio, Torno, caro quest’ultimo per ragioni affettive: qui abbiamo pranzato dopo le nozze, nel giorno della finale dei campionati Europei Olanda-Russia, con fantagol di Marco Van Basten; Laglio, reso famoso come detto dal bel George, meta di frotte di ammiratrici in estasi; Nesso; Argegno, da dove una piccola funivia in pochi minuti vi porterà nel paesino di Pigra; Sala Comacina e poco più su Ossuccio, con il Sacro Monte ed il famoso campanile romanico-gotico, e proprio di fronte:

L’Isola Comacina!

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Quest’isolotto è di proprietà dell’Accademia di Brera, che vi ha edificato delle case per la residenza degli artisti. Posta in posizione strategica fu in passato potente e prospera finché, essendo alleata dei milanesi contro i comaschi alleati dell’Imperatore, fu rasa al suolo nel 1169 ed il Barbarossa promulgò un editto per vietarne la ricostruzione, pena la morte.

Per accedere all’isola si paga un biglietto (mi era capitato lo stesso sull’Isola di Mozio, in Sicilia, anche quella privata); dall’imbarcadero si sviluppano tre percorsi, uno archeologico, uno verso le case degli artisti ed uno nel boschetto; ma l’attrazione migliore è senz’altro il panorama e la vista sulla costa. Sebbene l’odore di fritturetta di pesce di lago che si spandeva dal locale ristorante solleticasse le narici e stimolasse i succhi gastrici, abbiamo atteso il passaggio del successivo battello diretti alla prossima tappa:

Lenno!

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Il bel paesino è famoso per la vicinanza della Villa del Balbianello, dimora FAI³ e set naturale per scene di alcuni film famosi come Casino Royale in cui James Bond vi va a passare la convalescenza dopo essere stato preso a mazzate sugli zebedei; ogni tanto vi staziona il cantautore Davide Van De Sfroos, che dalle parti del lago ha molti ammiratori tra i quali non mi posso annoverare non capendo una cippa di quello che canta; passeggiando sul lungolago si può vedere spesso passare gente con bastoni da nordic walking, e in genere sono persone che si fanno l’intera Greenway4, che è un percorso di una decina di chilometri che costeggia e passa sopra a diversi paesini del lago e va da Colonno a Cadenabbia (con la stupenda Villa Carlotta).
Il solo guardarli mette appetito, e quindi ci siamo fermati a mangiare in uno dei numerosi locali che affacciano sul lago, per un hamburger (stavolta non di scottona) patatine e birra weiss. Stavolta niente maxi schermo e addirittura niente carta di credito ne bancomat: si esagera dal verso opposto!

Stimolati però dai camminatori abbiamo deciso di percorrere almeno un pezzo della Greenway a retromarcia, cosa piacevole da un lato perché ci ha permesso di passare in viuzze che dalla strada nemmeno si vedono, e dall’altra pericolosa perché in certi tratti siamo passati rasente la Strada Regina, che di marciapiedi ne ha pochi e stretti; il caldo era tanto ed abbiamo avuto modo di invidiare gli amanti del sole che nelle varie spiaggette o parchi attrezzati (uno anche a Ossuccio) erano stesi ad abbronzarsi; e quando ormai la compagnia stava maturando verso il sottoscritto sentimenti poco amichevoli siamo arrivati finalmente a:

Sala Comacina!

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Dove abbiamo avuto la sorpresa di scoprire che il prossimo battello non sarebbe passato prima di un’ora; un pezzo del gruppo ha allora deciso di mettere a bagno i piedi bollenti, ed i più accorti, adocchiato un vicino bar-ristorante, si sono disposti all’attesa sorseggiando un bel bianchino fresco. Nonostante la goduria momentanea devo dichiarare che sei euro per un calice di bianco, fosse pure d’annata, non è un prezzo da paese civile; che se avessi saputo me ne sarei portata una bottiglia da casa e me la sarei scolata alla faccia loro, tanto al ritorno non avrei dovuto guidare. Ma bando alle recriminazioni, chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza! come cantava Katyna Ranieri su parole di Lorenzo De Medici.

Con una mezzoretta di ritardo è arrivato il battello, ed abbiamo scoperto che la cameriera che ci aveva rapinato faceva anche funzioni di marinaio, in quanto riceveva la cima che gli veniva gettata dal battello e la assicurava al molo. Diavoletta di una ragazza! Salita in questo modo nella nostra considerazione la abbandonavamo tuttavia senza rimpianti, questa volta con destinazione:

Como!

Consiglio per chi voglia passare ore sottocoperta di munirsi di un bel mazzo di carte; ho visto una famiglia cinese tirar fuori all’improvviso un cubo di Rubik con 6x6x6 tesserine per ogni faccia, quando io in vita mia non sono mai riuscito a completare quello 3x3x3 ed ho tremato pensando al momento in cui i cinesi possiederanno tutto e ci chiederanno come test di ingresso di completare il cubo; si può passare del tempo anche bevendo, così come ha fatto una coppia di giovani amici, di cui uno con grazioso ciuffo e dei bei calzini a righine colorate che metteva orgogliosamente in mostra arrotolando i pantaloni, coppia dicevo che abbiamo incontrato sia all’andata che al ritorno e non li abbiamo mai colti senza bicchiere in mano. L’arrivo è stato sul molo di fronte alla Funicolare che porta a Brunate (dove mio padre fu preso prigioniero dai partigiani e passato fortunatamente agli inglesi, secondo la versione in mio possesso) e a poca distanza dal nuovo monumento dell’archistar Libeskind, che non si sa bene cosa rappresenti ed era stato realizzato per San Pietroburgo; se non che ai russi non dev’essere molto piaciuto e ce lo siamo preso noi, ed ora è pieno di russi che vanno ad ammirarlo.

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Due giorni pieni, amici, faticosi anche, ma davvero belli. Spero che questa piccola cronaca sia stata piacevole e invogli chi non l’ha mai fatto a visitare questi bei luoghi, così come chi l’ha già fatto a riscoprirli. Presidente Maroni, a fine mese emetto la fattura.

(159 – continua)

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¹ Il Palio del Baradello è una manifestazione di rievocazione medievale che si svolge a Como nella prima quindicina di settembre. Gare tra borghi, sfilata storica, minestra di cipolle e cervogia. Tante comparse tra cui me portano in giro abiti più o meno filologicamente corretti (epoca del Barbarossa) atteggiandosi ad improbabili soldati o signorotti o contadini del tempo andato. Mi è vietato fare il frate, non so perché.
² I due rami della Y sono quello di Como e quello di Lecco. Lisander Manzoni quando si riferiva a “quel ramo del lago di Como” si riferiva al ramo di Lecco,  sappiatelo per non fare figuracce
³ Fondo Ambiente Italiano. Nelle settimane del FAI la villa viene aperta al pubblico, e d’estate vengono organizzate serate a tema. A proposito del FAI, in Lombardia ci sono tante dimore curate dal FAI e vale davvero la pena fare la tessera per sostenere queste attività.
4 In tempi non molto antichi la Greenway si sarebbe chiamata Strada Verde ed i bastoncini da nordic walking semplicemente bastoncini da camminata; a quei tempi Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.