Il giorno che il mio secolo finì

A tanti ragazzi questo racconto non dirà nulla. E’ di un mondo che non hanno vissuto, conosciuto solo per sentito dire e che a stento riescono a collegare a quanto hanno intorno. E’ storia che non si studia a scuola perché troppo recente ma allo stesso tempo così lontana. A noi che c’eravamo  il mondo cambiò sotto gli occhi, così velocemente che quasi non ce ne accorgemmo. Capimmo più tardi che stava finendo una guerra, e i vincitori non avrebbero fatto prigionieri.

Il 19 agosto del 1991 io e mia moglie stavamo tornando dalla Spagna, con la nostra Volkswagen Polo verde senza aria condizionata che l’impianto costava troppo, dove avevamo passato le ferie estive con gran delizia. Avevamo percorso quasi 5.000 km, da Como a Gibilterra e ritorno; non eravamo mai stati in Spagna e ne avevamo approfittato, oltre che per goderci il mare, per andare un po’ a zonzo.

Appassionati di politica, ci eravamo imposti di non leggere giornali e non ascoltare radio; i cellulari non c’erano, perciò non c’era pericolo di essere rintracciati da pubblicità o cattive notizie. Una telefonatina a casa appena arrivati bastava e avanzava: niente nuove, buone nuove. L’Euro non esisteva, e ci eravamo portati da casa un mucchietto di pesetas e qualche travellers cheque: 100 pesetas valevano un po’ meno di 1200 lire.

La prima settimana la passammo a Lloret de Mar, di cui sento ancora nitidamente l’odore dell’aglio del gazpacho che, sudando durante il riposino pomeridiano dal momento che nemmeno la camera aveva l’aria condizionata, si spargeva nell’aria.

In Italia il presidente del consiglio era Giulio Andreotti, perno dell’alleanza di governo a cui era stata attribuita giornalisticamente la sigla CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il presidente americano era George H.W. Bush, succeduto a Ronald Reagan; quello dell’Unione Sovietica era Gorbaciov, che con gli slogan perestrojka e glasnost stava cercando di introdurre delle riforme per rivitalizzare un sistema sclerotizzato che perdeva colpi e repubbliche per strada. Sul soglio pontificio sedeva Papa Wojtyla, polacco, il primo papa straniero dopo 455 anni.
Lo scudetto era stato vinto, per la prima e ultima volta nella sua storia, dalla Sampdoria allenata da Vujadin Boskov; il festival di Sanremo, presentato da un imbarazzante Andrea Occhipinti ed una sontuosa Edwige Fenech, era stato vinto da Riccardo Cocciante.

Di Barcellona ci impressionarono la quantità  di gru e di lavori edili che erano in corso. La città, in preparazione delle Olimpiadi che vi si sarebbero tenute l’anno successivo, stava letteralmente cambiando pelle. Non so perché, una delle cose che ci colpì di più furono i parcheggi sotterranei che permettevano praticamente di arrivare in macchina fino alla Cattedrale. Mia moglie si era beccata una congiuntivite leggendo con la faccia rivolta al sole; e siccome io facevo solo da passeggero non pagante l’avevo in pratica costretta a guidare con degli occhiali neri calzati sopra quelli da vista, lacrimando vistosamente.

Ad est la cortina di ferro si stava sgretolando: nell’89 era caduto il muro di Berlino; l’anno dopo la Germania si era riunificata; gli stati satellite Polonia, Ungheria, Bulgaria, Cecoslovacchia e Romania si erano staccati, quasi tutti pacificamente ma in alcuni casi, come quello rumeno, drammaticamente. Le Repubblichette Baltiche erano in fermento e non vedevano l’ora di lasciare l’Unione.
In Italia stavano arrivando, da marzo, migliaia di albanesi in cerca della “Merica”; epico lo sbarco dalla motonave Valona, dei 20.000 che vennero stipati nello stadio San Nicola di Bari.

A Cordoba visitammo la Mezquita, a Granada l’Alhambra, a Siviglia la Cattedrale, dove una simpatica gitana chiamandomi Moreno voleva leggermi la mano e intanto mi toccava il sedere nell’intento di sfilarmi il portafogli; a Gibilterra andammo a trovare le bertucce, abbastanza scontrosette per la verità.

L’anno prima eravamo stati in vacanza in Jugoslavia. Era la prima vera vacanza che facevamo dopo sposati, a basso costo: eravamo in un albergo in un paesino dell’Istria, che a parte quello non offriva nient’altro. Tutte le sere l’orchestrina suonava le stesse canzoni: La famiglia dei gobbon, Rolling on the river… anche lì girammo un po’, ma non di sera perché le strade buie non lo permettevano: l’isola di Krk attraversando il ponte di Tito, Lubiana, i laghi di Plitvice, le grotte di Postumia, Lipizza… avremmo voluto tornare anche l’anno dopo se non che ci fu un piccolo impedimento: la guerra. Slovenia e Croazia avevano dichiarato l’indipendenza dalla Federazione Jugoslava, e sui laghi di Plitvice passeggiavano i carrarmati.

Da Cordoba a Madrid, non c’era niente. Chilometri e chilometri senza vedere una casa, solo ogni tanto su delle collinette c’erano delle sagome di tori, che interpretai come pubblicità delle corride ma che più tardi scoprii essere pubblicità si, ma di un gruppo commerciale: il toro di Osborne. Arrivammo a Madrid che il termometro segnava 44°; ci fiondammo subito al Prado, che almeno lì dentro si stava freschi. La sera mangiammo la prima paella della nostra vita in Plaza Mayor; ad un certo punto scoppiò un temporale improvviso e ci fu un fuggi fuggi generale; io sarei stato tentato di approfittarne come la maggior parte degli avventori, ma la consorte mi richiamò all’ordine dicendomi: non facciamoci riconoscere. Come italiani, intendeva, anche se di solito non sono mica i portoghesi che entrano e escono senza pagare?

Finiti i giorni ed i soldi, ci accingemmo a tornare a casa. Passata la frontiera a Ventimiglia, mentre stavamo già pregustando il piatto di spaghetti che ci saremmo fatti appena arrivati a casa, più per abitudine che per altro accendemmo la radio. Apprendemmo così che in Russia alcuni autorevoli membri del governo avevano deciso che era arrivata l’ora di farla finita con Gorbaciov, l’avevano arrestato insieme a sua moglie Raissa nella dacia in Crimea dove si era recato a passare le ferie e si proponevano di ristabilire l’ordine costituito.
Ricordo che pensai, e non fui il solo: era ora! Sarà pure un Nobel per la Pace, ma ha fatto un gran casino!

E invece, nel giro di una settimana, crollò tutto. Il comunismo, ma in qualche modo anche la democrazia, e iniziò la grande rapina, in Russia come in Occidente. Tra qualche anno gli storici diranno se Gorbaciov è stato un idealista o un inetto; se Eltsin un liberale o un bandito; se Clinton è stato davvero meglio di Bush e se perfino papa Woytjla, contribuendo al crollo globale, abbia fatto davvero il bene dei cristiani. Quello che so io è che ci siamo distratti un attimo, e il secolo è finito.

 (117 – continua)

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Trent’anni dopo

Fa una certa impressione, almeno a chi come me all’epoca aveva tutti i capelli e quelli rimasti di un altro colore, riflettere sul fatto che sono passati trent’anni dal film “Ritorno al futuro”, simpatica commedia che nel suo secondo episodio immaginava un viaggio nel tempo che portava i protagonisti nel 2015, cioè oggi.

Se a quell’epoca avessi avuto a disposizione una DeLorean DMC-12 ed avessi intrapreso il balzo spazio-temporale, penso che avrei fatto un po’ fatica a riconoscermi, e probabilmente avrei pensato ad una qualche distorsione; e non parlo dell’aspetto fisico, che anzi a parte i capelli qualcuno  sostiene sia persino migliorato (lo prendo come un complimento), ma di tutto il resto.

“Va’ dove ti porta il cuore” si intitolava un noto romanzo che sfogliai appena, alla sua uscita; ed effettivamente là sono finito, ma allora non ne avevo idea. Avevo conosciuto da un annetto una ragazzotta lombardo-veneta simpatica e spigliata ma ero ancora ben lungi dal capire come sarebbe andata a finire; qualche anno dopo, sorridente in abito da sposa, lei mi confessò invece di averlo saputo da subito, e che io come al solito non capisco un tubo.

Ricordate Primuccio? Ve ne ho parlato a proposito del vino cotto serale, un toccasana; aveva avuto una vita movimentata ed avventurosa, era stato persino in America a stendere i binari dei treni; quando stava per mancare, a 99 anni, scherzando diceva che sua madre, morta a 104 anni, di là l’avrebbe preso in giro. Eppure a chi gli chiedeva cosa fosse stata la vita, la sua vita, rispondeva: “La vita è un ciuffiu”. Un soffio.

Con questa consapevolezza, sarei salito sulla DeLorean e chiuso gli sportelli: partenza, un attimo la durata del viaggio, e gli sportelli si sarebbero riaperti. La nube di fumo si sarebbe diradata, mi sarei guardato intorno e avrei visto l’altro me dopo trent’anni.

Dunque:  mi ritrovo a 500 chilometri da dove sono partito; quella là che mi saluta la mattina la riconosco, ha cambiato pettinatura mi pare; quello è mio figlio quasi alla mia età? Perbacco com’è alto. Quelli sono i miei amici? Mai visti prima. Ma che cavolo sto cantando, cosa ho avuto, una crisi mistica? Che dice quel gruppetto di ragazzini che mi saluta? Ci vediamo alle prove? Che prove? Teatro? Che c’entro io con il teatro? E il lavoro? Ah, meno male. Programmo ancora in Cobol. Dicevano che era obsoleto già nell’85, ed è ancora qua. Non vedo palloni in giro, mi sa che non gioco più. Dov’è che sto andando? A prendere il treno… oh no, ancora il treno… a Milano…

Buffo, mi sembra ieri che Milano mi sembrava su un altro pianeta, quando venivano in vacanza le sorelline milanesi al paesello;  mi ricordo anche che una volta, passando da Rimini, conobbi una ragazza milanese e facemmo una lunga chiacchierata. Alla fine ci salutammo e mi disse: no, tu a Milano non staresti bene, sei troppo calmo. Infatti mi sembra di vedere che sono diventato un po’ meno calmo.

E intorno, che succede?

Tutti hanno in mano qualcosa, sembra un telefonino, ci stanno pistolettando sopra, ma che fanno? Incrocio gente di tutti i colori e nazioni: forse c’è qualche fiera in giro, ma mi sembrano un po’ tanti. Aspetta, prendiamo un giornale, vediamo un po’ come sta andando il mondo: lo sapevo, Gorbaciov con le sue glasnost e perestrojka è riuscito a distruggere l’Unione Sovietica, e Leningrado è tornata a chiamarsi San Pietroburgo. Tè, ho lasciato un papa polacco e ce n’è uno argentino. Meno male! L’America ha un presidente nero??  E non l’hanno ancora fatto fuori? Strano… Sono cose troppo grandi, vediamo un po’ che succede in casa nostra:  musica… concerto di Morandi e Baglioni… ah, ok, qui ci siamo. Politica: che fine hanno fatto i partiti che conoscevo? DC, PCI, PSI… spariti! What the Hell… il presidente del Milan è a capo del maggior partito di governo? E Beppe Grillo!!! Leader del maggiore movimento di opposizione? O la politica è diventata una barzelletta, o non so proprio che pensare. Vediamo il calcio… Sassuolo, Carpi e Frosinone in serie A? E no, dai, ragazzi non scherziamo.

Ho capito, devo aver toccato qualche tasto sbagliato: sono finito in un universo parallelo. Adesso riaccendo la DeLorean, torno indietro e ci riprovo.

(66. continua)

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Tutti contro Tutti

Capitava a volte, nei pomeriggi d’estate, che ci trovassimo attorno ad un pallone ma non abbastanza numerosi da formare due squadre. Si ricorreva allora al Tutti contro Tutti: non esistevano compagni ma solo avversari, e chi prendeva la palla in breve aveva tutti addosso. Gli artisti, i dribblatori, potevano divertirsi a saltare e risaltare come birilli i più lenti, salvo poi perdersi ad un passo dal goal; i più potenti provavano a  sparare delle cannonate da trenta metri alla sperandio; i più opportunisti aspettavano sornioni vicino alla porta per rubare la palla all’ultimo minuto, dopo aver fatto spolmonare gli altri. Se volessi fare il saputello la chiamerei metafora della vita, ma non è il mio caso. A dire la verità c’era anche un altro gioco, più cruento ma non meno divertente, ed era quello che si faceva a due porte, uno contro uno, ed a chi perdeva si strizzavano gli zebedei finché non riuscisse a fischiare. Era consigliabile, per chi non fosse un gran fischiatore, astenersi dal partecipare; per comprensibili motivi le sfide miste erano vietate.

Ricorderete nonno Gaetano, quello che si era fatto un paio di guerre da volontario. Di mestiere faceva il muratore, anzi il capomastro che a quei tempi era quasi un geometra; sovente per andare a lavorare doveva inforcare la bicicletta all’alba, e tornare all’imbrunire. Pedalando, specialmente in salita e sotto il sole, l’istinto di andare a civilizzare il mondo veniva corroborato: tanto peggio di così difficilmente sarebbe potuta andare. Salvò entrambe le volte la pelle, e tornò facendosi una promessa solenne: che quando fosse andato in pensione non avrebbe mai più toccato un mattone. Uomo di parola, io lo ricordo da sempre in pensione ed in effetti mattoni non gliene ho mai visti toccare.

Non apprezzo molto chi utilizza le parole a sproposito. Ad esempio ce n’è una, orribile, che va molto di moda di questi tempi: rottamazione. E’ usata per indicare, oltre a degli incentivi economici per la sostituzione di autovetture vetuste, il ricambio non consenziente di gruppi dirigenti. Nel merito, niente da obiettare; ma lo stile lascia a desiderare. A tal proposito gli slogan dei miei tempi erano un po’ più allegri: “Fantasia al potere”, che presupponeva che una casta di vecchie cariatidi venisse finalmente soppiantata da menti fresche e immaginifiche. Parecchi, di quelli che li scandivano, al potere ci sono effettivamente arrivati, per fare l’esatto contrario di quanto propugnavano allora; gente che voleva mettersi alla testa dei lavoratori e  teorizzava rivoluzioni mondiali riempie i salotti televisivi con occhialini improbabili discettando delle magnifiche sorti e progressive della Juventus. Aborro tali personaggi.

Penso di non essere il solo a sapere che l’età per il pensionamento è stata allungata, su iniziativa di una certa ministra piangente, alle calende greche. L’aspettativa di vita è aumentata, e dunque bisogna lavorare di più. Secondo me, ma lo dico da profano perché le ministre piangenti la sanno sicuramente lunga, l’assunto è sbagliato per almeno tre motivi: a) per continuare a lavorare bisogna che ci sia lavoro; b) l’aspettativa di vita è data dalle condizioni in cui si vive, e senza lavoro e senza pensione tanto lontano non si va; c) se ai vecchi non si permette di frequentare i giardinetti o i campi di bocce, o almeno attorniare i cantieri stradali con le mani intrecciate dietro la schiena, non si capisce quando  i giovani possano iniziare a lavorare.

Se poi qualcuno cerca di convincermi che la crisi in cui versiamo sia colpa delle pensioni dei miei nonni o dei miei genitori, mi scappa da ridere: la colpa è di Gorbaciov, e su questo non ci piove.

Tornando alle rottamazioni, a meno che non sia affetto da disturbi visivi osservo che raramente i bersagli siano dei potenti, che anzi bene o male se la sfangano sempre.

Stiamo assistendo ad un gigantesco Tutti contro Tutti:  si aizzano giovani contro vecchi,  precari contro tutelati, dipendenti contro autonomi, statali contro privati; intere categorie: pensionati, lavoratori dipendenti, impiegati statali, vengono additate al pubblico ludibrio, da estirpare quasi fossero la causa di tutti i mali del mondo. Non più lotta di classe che quantomeno univa proletari contro capitalisti, ma tante piccole guerre tra poveri e per di più rancorosi. Intanto i veri potenti se la ridono, strizzano, e aspettano che fischiamo.

(62. continua… ma sono un pò stanchino però)

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Mi chiamo Olena e voglio un grave uomo

Stamattina, aprendo la posta elettronica in ufficio, vi ho trovato un messaggio curioso firmato da una seria signorina di nome Olena, con un oggetto dal contenuto imperativo: “Voglio trovare un grave uomo!”. Poiché la missiva non è stata ricevuta dagli ilari colleghi, ne sono fiorite le più fantasiose speculazioni sul perché, tra tutti,  come grave uomo fossi stato individuato proprio io.

Non mi sentirei di definirmi l’anima della festa in caso di brigate numerose ma, pur mantenendo una certa riservatezza di fondo, mi considero una persona allegra e positiva. Tranne quando si parla di politica, allora lì spesso il buonumore vacilla e vira verso la depressione; ne risalgo pensando alle parole di Ennio Flaiano: “la situazione è grave, ma non seria”.

Ma non credo che alla giovane ucraina possano interessare le mie convinzioni politiche: nel caso comunque sappia che deploro in toto l’operato di Michail Sergeevic Gorbaciov e che se fosse per me l’Ucraina farebbe ancora parte della gloriosa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Certo ci saremmo dovuti attrezzare per sostituire in qualche modo l’esercito di badanti da colà arrivate ma può darsi che, pagandole il giusto, delle signore volenterose le avremmo trovate anche qua.

Scopro poi, scorrendo il testo, una frase commovente: la ragazza, 35enne, si definisce donna romantica e di cuore aperto, facile da fare. In Ucraina tutte le donne romantiche e di cuore aperto saranno facili da fare? O quest’apertura generosa è riservata agli uomini gravi? Nel qual caso, e se non fossi monogamo, non avrei disdegnato ostentare una certa gravità.

Spunterei dal curriculum tutta la parte riguardante il moto, poco consona alle mie caratteristiche. Alla ragazza lodevolmente “piace giocare i giochi sportivi”, a me anche quelli antisportivi purché non implichino sudorazione; lei ama il “riposo attivo”, io cerco di evitare gli ossimori. Della mia attitudine al ballo, che lei dichiara di adorare e praticare a livello professionale, vi  ho già parlato e non ci tornerò su.

Il “saggio, maturo, uomo generoso con un buon senso dell’umorismo e di amare il cuore” sembrerebbe il mio ritratto: in effetti cuore fegatini e rognoni, in padella con le cipolle, li amo molto.

Temo però che tanta maturità e saggezza alla lunga non siano confacenti alla vitalità della sportiva Olena. Voglio dire, 20 anni di differenza sono pur sempre 20 anni. Mi sovviene che il mio amico Enzo, fisioterapista, sosteneva tempo fa che un uomo normale ha almeno quaranta erezioni al giorno, di cui la maggior parte a sua insaputa. La cosa mi preoccupava, specialmente quando mi trovavo steso sul lettino sotto le sue mani; non dubitavo della sua eterosessualità, tuttavia avrei preferito non trovarmi in mutande nel bel mezzo di uno dei suoi attacchi. Senza contare che il concetto di sua insaputa in questo caso mi sembrava un po’, come dire, stiracchiato.

Comunque, non vorrei entrare troppo nel personale ma credo di essere stato sotto la media persino ai bei tempi , figurarsi adesso: pratico il riposo attivo con diligenza ma parsimonia, per capirci.

Pertanto, cara Olena, credo proprio di non essere abbastanza grave da fare al caso tuo; non dubito comunque che con tali virtù non faticherai, entro breve, a trovare qualcuno di così veramente grave da poterti donare, disinteressatamente si intende, tutto quanto tu desideri.

Perché non crediate che mi sia inventato tutto, pubblico il testo della mail ricevuta sabato 18 luglio:
Hi Credi nell’amore a prima vista? forse tu sei il mio destino. Voglio parlare un po di me. Il mio nome Olena. La mia eta di 35 anni. Sono di Ucraina. Io donna romantica e cuore aperto, facile da fare. Sono sportiva e salutare, vivere uno stile di vita sano. Io sono tranquilla e comunicativa, la gente si fida di me i loro segreti e chiedere consigli. Ho molti amici, andiamo spesso al fiume o al bosco, fanno picnic. Mi piace giocare i giochi sportivi e avere riposo attivo. Frequento palestra regolarmente, guardo dopo la mia forma e salute. Mi piace cucinare, sono molto operosa. Inoltre mi piace ballare, che e il mio hobby e il lavoro. Mi piacerebbe incontrare saggio, maturo, uomo generoso con un buon senso dell’umorismo e di amare il cuore. Io non sono una ragazza viziata e non pretendo molto, ma voglio fidarmi di lui e di essere sicuro che non tradira me e non farmi del male. Non mi piace condividere, quindi apprezzo la fedelta e la lealta. Sono una donna molto devota, e spero che godere la mia sincerita e apprezzo il tempo che passiamo insieme. Ho intenzione di aspettare per voi lettera nel mio indirizzo e-mail (omissis) Cordiali saluti. Olena.

(54. continua)

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Machete

Non è agevole, per chi come me si sia prefisso di scrivere qualche pagina di storielle leggere e poi lasciar lì per non tediare i lettori, pochi o tanti che siano, trovare la giusta concentrazione a meno di staccarsi completamente dal mondo. In un eremo, forse, il lavoro sarebbe agevolato.
Voglio dire, come fai a scrivere qualcosa non dico di divertente ma che almeno faccia sorridere, dopo aver sentito di un controllore al quale hanno quasi staccato un braccio con un machete? Un machete, dico, e a Milano, non nella giungla amazzonica, dove peraltro i controllori sarebbero più rispettati. L’autore, membro di una gang di latinos (sic), si difende dicendo di averlo solo voluto spaventare. Non so cosa intendano le gang di latinos per spaventare. Da noi per spaventare ci si mette dietro una colonna e si fa “buu!”. Senza machete.

Ad esempio, un giorno decisi di fare una sorpresa alla futura moglie, presi il treno e mi recai  inatteso alla stazione di Como San Giovanni. Telefonai a casa, e mi rispose la suocera: non volendo rivelarmi, finsi un improbabile accento siculo e mi presentai come brigadiere De Rosa: la figlia aveva perso la patente, doveva presentarsi subito in stazione a ritirarla. Mi appostai guardingo dietro la famosa colonna, in attesa di poter uscire con un bel “cucù” come un nostro anziano premier qualche tempo fa con la poco avvenente cancelliera tedesca: quando la ragazza arrivò, ma preceduta dalla madre in stile bulldozer, mi spaventai. Non so quanti sarebbero usciti a quel punto dal nascondiglio: io lo feci, e sfido chiunque a non considerarla una dichiarazione d’amore.

Mi sgomenta poi questa naturalezza, quasi fosse il “Come, non lo sai? Ma dove vivi?” con la quale vengo rimbrottato quando chiedo conto di dove siano finiti i miei calzini fino al giorno prima in bella mostra nel secondo cassetto dell’armadio, con cui i media definiscono la banda di delinquenti: la “nota gang MS13”. Nota a chi? E perché, anche se pendolare da decenni, e con migliaia di controllori incrociati anche poco simpatici, dovrei conoscere la gang MS13, o quel che sia? E se è così nota, come sembra, come mai i suoi membri sono liberi di scorrazzare in treno e con borse non contenenti ombrelli, come trovereste previdentemente nella mia, ma armi da taglio adatte alla raccolta della canna da zucchero?

Negli anni settanta andava di moda un genere di film definito poliziottesco, sottogenere del poliziesco, con interpreti come Franco Nero e Maurizio Merli (e parodie con Thomas Milian e Bombolo), dove la sinossi era: banditi scorrazzano per una qualunque città (Milano, Roma, Napoli… le bande non mancavano, tutte autoctone però); la polizia con mezzi e uomini inferiori, dopo sparatorie e inseguimenti,  li acciuffa; qualche avvocato fetente con complicità nella politica e magistratura li fa rilasciare; la polizia si incazza (scusate il francesismo). Allora c’era Vallanzasca in giro, se avete presente. Se avessi fatto lo sceneggiatore all’epoca ne avrei potuto scrivere una decina.

Indegnamente e sommessamente mi sentirei di suggerire ai responsabili dell’ordine pubblico di stornare una parte dei poliziotti utilizzati per bastonare studenti ed operai, lasciandone allo scopo evidentemente istituzionale il minimo indispensabile, e per scortare orde di facinorosi autodenominatisi tifosi lasciandoli invece scornarsi tra di loro, per utilizzarli al meglio contro queste nuove minacce. Vedrei bene la scena di Indiana Jones in cui un arabo avanza con la scimitarra e Indiana, inizialmente ma solo inizialmente, ha in mano la frusta.
Non crediate sia d’animo violento, d’altronde nemmeno nonviolento totale: è che, dalla caduta del muro da tanti osannata, in omaggio alla globalizzazione abbiamo importato tutte le mafie possibili ed ora anche le impossibili; delitti efferati da far sembrare le vecchie associazioni a delinquere nostrane enti di beneficenza. Gorbaciov, cosa hai combinato.

Se le parole hanno un senso, e persino l’avvocato del giovane disadattato dovrebbe rendersene conto prima di far dire stupidaggini al suo assistito, se per tagliare un braccio ad una persona si intende “ora ti spavento” non oso immaginare cosa si possa tagliare quando si intende “adesso ti faccio male”. Magari se lo faccia spiegare prima lui per bene, possibilmente con un esempio concreto.

(48. continua)

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