Ferragosto con Olena (XIII)

«Uè Oscar, l’hai sentito il tuo coscritto? “Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo sul futuro del mondo“… hai capito Silvietto? Pare ieri che suonavamo insieme sulle navi da crociera… Pensiero profondo, mica nespole!» Armando, da sempre ammiratore dell’epicureo Cavaliere, stuzzica così l’amico.
Oscar scuote la testa. «Il pensiero sul futuro del mondo è uguale a quello sul passato del mondo… continuare a farsi i cazzi propri mettendolo in quel posto ai poveracci»¹ risponde lapidario.
«Sei sempre il solito comunista!» ride Armando «Non so come fanno a farti suonare in tutti quei matrimoni»
«Perché sono il migliore!» proclama l’organista. «E perché allungo sempre un cinquantino al sacrista…» e così dicendo strizza l’occhio ed alza il bicchiere al cielo.

Nell’antica osteria “Da Nino”, a due passi dalla Rocca dei Papi di Montefiascone, nessuno fa caso al gruppetto di anziani avventori che occupa il vecchio tavolo col piano di formica vicino alla finestra.
L’oste ha appena portato la terza bottiglia di Est! Est!! Est!!! alla quale i nostri amici si apprestano a tirare il collo, accompagnandola con un piatto di olive verdi, un tagliere di formaggio pecorino di varie stagionature ed un salame lardellato che Armando Grasparossa affetta senza parsimonia.
Oscar si appresta a riempire il bicchiere di Agostino, ma questi lo ferma, coprendo il bicchiere con la mano.
«No, per me basta, che c’ho la glicemia alta… se poi lo sa Mariuccia mi mette a stecchetto per tre mesi» chiede comprensione l’antico batterista.
«E no caro, lo sai qual è la regola: chi mangia mangia ma le bevute devono essere pari» lo incalza Oscar.
«E va bene» si arrende lo stornellatore «ma dopo basta veramente eh? Che se no mi dovrete riportare a casa a braccia»
Il Santone guarda i commensali con tenerezza, poi gli sfugge un sospiro:
«Amici miei, siamo diventati vecchi…»
«Parla per te!» lo rintuzza Armando. «Per tua informazione, io ancora sono sulla piazza, non so se mi spiego» e accompagna l’affermazione con un eloquente gesto di punzonatura.
«Si, il problema è che non ti ricordi più che ci fai, sulla piazza…e nemmeno che piazza è» lo canzona Oscar. «Mi hanno detto che ti sei pure ridotto a suonare con le basi registrate. Ma non ti vergogni?» continua l’organista da cerimonie.
«Oh, oh, calmino eh! Si fa presto a dire basi registrate… ma lo sai quanto costa adesso portarsi dietro dei buoni musicisti? Ma tu che ne sai, tu fai i funerali, lì non si lamenta nessuno…» risponde Armando, e continua: «Con quello che ti danno oggi non ci si sta dentro… allora io prendo degli scalzacani, basta che facciano finta di suonare e vadano a tempo, una cantante bona e la metto lì scosciata, chi ci fa caso se ci sono le basi o no… ogni tanto faccio qualche nota con la fisarmonica, giusto per non addormentarmi. Ma che ti credi, che è come quando andavamo in giro noi per le sale da ballo? Il mondo è cambiato, caro mio…»
«Pure troppo è cambiato per i miei gusti…» dice Agostino, e gli amici annuiscono con amarezza.
Poi Agostino si schiarisce la voce, e butta sul tavolo la domanda che aleggiava nell’aria:
«E adesso, Virginio, che si fa?»

Virginio Tempesti, il Santone, alza lo sguardo sui vecchi amici, annuisce ed inizia lentamente a parlare.
«Vi ricordate quando ci siamo visti l’ultima volta?»
«Si, purtroppo» risponde amaro Oscar. «E’ stato al funerale della povera Giovanna»
Un silenzio pieno di ricordi cala sul tavolo. Infine Virginio si schiarisce la voce e riprende:
«Già, Giovanna… che voce che aveva Giovanna, ve la ricordate? Calda, profonda… ed era sempre allegra… fino a quel maledetto giorno.»
«Già, quel maledetto giorno dell’incidente…» dice Agostino.
«Si, una tragedia…» conferma Oscar.

«Incidente…» sorride con una smorfia Virginio guardando fuori dalla finestra, ed inizia il suo racconto.
«Lo rivedo come fosse oggi, era il 15 luglio del ’72… faceva caldo. Quel giorno eravamo in campagna, stavamo provando un nuovo pezzo… ad un certo punto nel cortile entra una macchina, scendono in quattro. Bussano, vado ad aprire, e mi becco subito un pugno in faccia che mi fa cadere a terra. Cerco di rialzarmi, ma mi tempestano di calci e pugni. Giovanna corre ad aiutarmi, e la bloccano subito prendendola per i capelli…» continua Virginio, tra lo sguardo inorridito dei suoi amici.
«Ma ci avevi detto che era stato un incidente d’auto…» protesta Armando, incredulo. Virginio continua, come se non avesse sentito.
«Ci tennero tutta la notte… continuavano a chiedere la stessa cosa… ed a picchiare, picchiare…. Poi presero lei e…» Virginio si ferma, serrando la mascella.
«Santo Dio, Johnny, ma perché non ci hai mai detto niente? Ma chi erano, che volevano da voi?» chiede Agostino, che ancora non riesce a credere a quello che sente.
«Cercavano un bottino, bottino di guerra dicevano… dicevano che mio padre aveva preso qualcosa che non gli apparteneva, e lo volevano da me… riuscii a capire che si trattava di casse sottratte da un camion di tedeschi in ritirata, che conteneva monete d’oro e oggetti d’arte saccheggiati nella fuga. Ma io non sapevo niente, cosa potevo dire? Mio padre era sparito dopo la guerra, che ne sapevo io? Ma loro non ci credevano…» Virginio si ferma, riprende fiato.
«Giovanna era incinta, sapete? Quattro mesi… Perse il bambino…e la ragione. Ancora oggi non so perché non ci ammazzarono… ma dissero che se avessi parlato sarebbero tornati a finire il lavoro.»
«Ci hai sempre detto che era stato un incidente d’auto con un russo che era scappato…»
«Il Russo c’era… era il capo… ma non trovò quello che cercava. Giovanna si richiuse in se stessa, e dopo qualche mese dovetti farla ricoverare… ormai era persa in un altro mondo, non riconosceva nessuno, solo quando suonavo il sax sembrava che tornasse con noi… ma era solo un’impressione. Sedici anni è stata rinchiusa… alla fine si è ammalata di tumore, ed è morta senza poter mai più cantare» Le lacrime scorrono sul viso solcato da rughe di Virginio, che le asciuga col dorso della mano e prosegue.
«Smisi di suonare, di mangiare, di tutto. Stavo per farla finita… quando un giorno entrai in una chiesa, e sentii un coro di monache… assurdo, vero? Un coro di monache… chiesi se potevo fermarmi lì qualche giorno, a dare una mano nell’orto, in officina… e ci sono rimasto venti anni. Il Santone, mi chiamano… ma io non ho niente da insegnare a nessuno, non so niente, solo il dolore… non ho niente da dire, posso solo compatire…»

I tre vecchi amici, commossi, mettono le mani sopra quelle di Virginio, poggiate sul tavolo. Poi è ancora Agostino che si incarica di rompere il silenzio:
«Virginio, perché ci hai chiamati? Se il Russo ha l’età di tuo padre sarà sottoterra da un bel pezzo. Che possiamo fare per te?» chiede con tutta la delicatezza possibile.
«Chi l’ha detto che ha l’età di mio padre?» chiede sorpreso Virginio.
«Mah, ci era sembrato di capire…» dice Oscar, scambiandosi un’occhiata con gli altri.
«Niente affatto!» chiarisce Virginio. «Il Russo che è venuto a casa mia era il figlio di quello che aveva trovato il tesoro con mio padre… e voleva la sua quota di eredità!» rivela con rabbia, e continua:
«Vi ho chiamato perché adesso ho questa…» e così facendo estrae dalla sacca che porta sempre a tracolla la Corona di Galla Placidia.
«Ma che vuol dire? E dove l’hai presa questa?» chiede Armando, che a questo punto non capisce più niente.
«Questa» spiega Virginio «è il motivo per cui mia moglie è impazzita»
«Ma… ce l’avevi davvero tu?» chiede sbigottito il fisarmonicista.
«Certo che no, pensi che avrei fatto ammazzare mia moglie?» e continua: «Il mese scorso mi è arrivata una lettera, da un notaio di Basilea, in Svizzera… diceva che c’era un lascito a mio favore, e dovevo andare a ritirarlo. Mi ha consegnato le chiavi di una cassetta di sicurezza… dentro c’era quello che era rimasto del tesoro, ed una lettera di mio padre»
«Una lettera? E che diceva?» incalza Armando.
«Mio padre faceva parte di un reparto di partigiani… con loro c’era anche un russo. Erano in quattro in perlustrazione e si imbatterono in un gruppo di soldati intorno ad un camion impantanato… attaccarono di sorpresa e li uccisero tutti. Trovarono delle casse, le aprirono e videro che contenevano un tesoro! Le nascosero alla bell’e meglio in una grotta lì intorno, con l’intenzione di recuperarle con calma… ma, pochi giorni dopo, il loro reparto venne attaccato e si sbandò: degli altri seppe solo che due erano morti, ed il russo disperso. Finché, a guerra finita, un giorno non se lo ritrovò davanti casa a reclamare la sua parte.»
«Ma allora ha già avuto quello che gli spettava!» esclama Oscar. Virginio annuisce lentamente:
«Si, ha avuto proprio quello che gli spettava… una palla in testa. E’ sepolto dietro la nostra stalla, sotto due metri di terra. Mio padre aveva saputo chi li aveva traditi… il russo aveva fatto la spia per liberarsi di tutti loro e recuperare da solo il tesoro, ma aveva fatto male i conti»
Virginio beve un sorso di vino, appoggia il bicchiere e continua:
«Il figlio all’epoca era appena nato… quando venne a casa nostra mostrò una lettera scritta di suo pugno dal padre, dove c’erano persino le coordinate della grotta… ma mio padre aveva spostato da tempo le casse. Perciò, pensando che io sapessi del padre e del tesoro, venne da me…» conclude amaro.
«Mio padre non era certo uno stinco di santo…ma Giovanna non c’entrava niente in tutto questo» sibila, duro, Virginio.
«Bene, adesso è tutto chiaro. Andiamo a cercarlo, quel bastardo» propone Oscar.
«Non c’è bisogno, ci troverà lui» rivela Virginio con un sorrisetto beffardo.
«Come, ci troverà lui, che vuoi dire?» chiede allarmato Armando.
«Ho messo in giro la voce che il tesoro è stato ritrovato, ed ho anche fatto fare delle perizie presso delle case d’asta… so per certo che si è messo in moto, e ci sta cercando.»
«E allora che facciamo? Aspettiamo senza fare niente?» chiede preoccupato Agostino.
«No, ci faremo trovare… ma dove e quando lo decideremo noi» conclude Virginio, vuotando il bicchiere e rovesciandolo sul tavolo.

marisa_bartoli

¹ Ogni riferimento a persone e cose esistenti è puramente casuale. In ogni caso l’autore si dissocia dalle posizioni politiche dei propri personaggi.

Ferragosto con Olena (VIII)

Oči čёrnye, oči strastnye,
oči žgučie i prekrasnye,
kak ljublju ja vas, kak bojus’ ja vas,
znat’ uvidel vas ja v nedobryj čas.¹

Dalla collinetta che sovrasta la pista di atterraggio della Rana Airlines nonna Pina, in piedi sotto un bersó che la protegge dai raggi del sole, a distanza utile da una bottiglia di prosecco di Valdobbiadene opportunamente immersa in un cestello pieno di ghiaccio, canticchia una vecchia canzone russa musicata da un suo vecchio spasimante² mentre osserva con un binocolo della Regia Aeronautica la bella Olena che, all’interno dell’hangar distante un centinaio di metri dal punto di osservazione, indossata una tuta da meccanico con la sigla CCCP sul dorso e con in testa un fazzoletto da contadina kolchoznica armeggia intorno ad un vecchio aeroplano sovietico Antonov An-2.
La ultracentenaria scuote la testa, preoccupata.
«Generale, è da una settimana che Natascia sta lavorando su quel trabiccolo. Che sta combinando, ne hai un’idea?» chiede a Po, che sta eseguendo i consueti esercizi di Tai Chi con la racchetta elettrica.
Il cinese abbandona la posizione dell’airone operoso, prende il binocolo ed osserva attentamente la russa al lavoro. Dopo qualche istante annuisce, compiaciuto.
«Lagazza usale con glazia chiave del sedici. Avuto buon maestlo!»
«Generale, tu sei un profondo osservatore dell’animo umano» lo elogia nonna Pina. «Detto tra noi, se in questo paese ci fosse più gente capace di maneggiare una chiave del sedici senza schiacciarsi le dita saremmo in condizioni migliori. Ma, a parte questo appunto strettamente tecnico, non hai notato nient’altro? L’ho vista smontare delle mitragliatrici e mettere al loro posto dei serbatoi di diserbante, non è da lei»
«Suo sgualdo offuscato da velo di tlistezza. Sospila, e a intelvalli legolali scluta l’olizzonte con occhi umidi come di lugiada al mattino. Comunque non essele selbatoi di diselbante ma lancialazzi» precisa il cinese.
«O saggio Po, mi intenerisce questo tuo animo poetico, e se avessi una trentina d’anni in meno te lo dimostrerei fattivamente. Tuttavia non mi pare che la tua rappresentazione sia verosimile: è evidente che Natascia non è Madame Butterfly ne mai lo sarà, se afferri quello che voglio dire. E insisto, sono serbatoi di diserbante, li avevo ordinati personalmente per irrorare gli esodati bancari messi al lavoro nei campi di patate delle nostre coltivazioni nella Piana del Fucino»
«Eppule, lancialazzi o no, ella sta sofflendo» insiste Po, cercando la posizione ginnica più consona all’affermazione, senza peraltro trovarla.
«Mmhh, sei sicuro che non si tratti di noia? Da quando mio nipote è venuto a mancare non c’è più stato bisogno di salvare il mondo, mi pare» chiede dubitativamente nonna Pina. «No, hai ragione tu Po, c’è qualcosa sotto. Saranno pene d’amore? Le peggiori, quelle non le risolvi sparando, o almeno non sempre. Che consiglio mi dai, ci sarà qualcosa che posso fare? »
«Pàllale, nonna Pina, pàllale» conclude Po, e con un inchino saluta la vegliarda e torna ai suoi esercizi.

«James caro, il caffè che ci hai servito è una meraviglia, non è vero?» chiede Gilda alle sue ospiti, la sua compagna di gioventù Marisa, ora suor Matilda, e la giovane entusiasta suor Pulcheria. «Di che si tratta stavolta?»
James, lusingato, fornisce le spiegazioni del caso: «Si tratta di mascaracoffea del Madagascar, un caffè selvatico privo di caffeina, miscelato con varietà Arabica. E’ corroborante, se posso usare questo termine»
«Che tu sappia c’è una dose massima consigliata, James? Se nulla osta, più tardi preparane una cuccuma per il nostro Svengard, sento che ne avrà bisogno»
«Nessuna controindicazione signora, tra l’altro il nostro fornitore è appena passato e ce n’è una discreta quantità» assicura James.
«Ottimo, ottimo!» dice Gilda battendo le mani, tornando subito all’oggetto della riunione:
«Hai saputo qualcosa dal tuo amico battitore, James?»
«Ehm, ecco, signora…» James, leggermente imbarazzato, si schiarisce la voce. «Il mio amico Serge, che prima di essere esperto di aste è archeologo, e tra parentesi è proprio in queste vesti che l’ho conosciuto, e precisamente durante una campagna di scavi a Mykonos a cui partecipavo come attaché culturale del…»
«Mykonos?» lo interrompe Gilda. «Mi sembra di aver sentito che sia un luogo ameno da visitare, non è vero James? Feta e sirtaki, sirtaki e feta, e pesce di ogni misura. Ma dunque caro, cosa dice il tuo amico?» chiede la Calva Tettuta, sottolineando forse eccessivamente la parola “amico”.
«Il mio ami.. ehm, Serge, mi ha richiesto delle foto particolareggiate, che gli ho subito inviato. Delle monete, intendo» precisa James, cogliendo l’occhiata interessata di suor Pulcheria.
«Dopo qualche minuto mi ha richiamato, agitatissimo, chiedendomi dove fosse il resto.»
«Il resto?» chiede Gilda. «Quale resto? Marisa, sai qualcosa di resti?»
«No, assolutamente, tutto quello che abbiamo trovato è in quel sacchetto…»
«Eppure Serge afferma di aver già visto quelle monete. Gliele mostrò, per una valutazione, una persona originale che si presentò come collezionista: ma le monete non erano sole.»
«Ah, no? E cosa c’era insieme, James? Quando fai così mi ricordi Alberto Angela³. Ci tieni così tanto sulle spine che mi aspetto da un momento all’altro tu faccia partire la pubblicità.»
«Chiedo venia, signora. Lo stesso Serge rimase a bocca aperta nel vedere il reperto (tra l’altro ha una bellissima dentatura), di una finezza e di una preziosità senza pari. Si trattava di uno scarabeo d’oro, tempestato di ogni sorta di pietre preziose, regalo di Re Ataulfo dei Visigoti a Galla Placidia quando la prese in sposa, e se ne erano perse le tracce da centinaia di anni.»
«Marisa, qua il mistero si infittisce. Mi sfugge cosa c’entri il tuo santone con Galla Placidia ma devo ammettere di non essere esperta di santoni. A questo punto però ti do ragione cara, bisogna assolutamente ritrovarlo.» Poi, rivolgendosi al maggiordomo, dirama l’ordine di battaglia:
«James caro, recapita la cartolina precetto a Natascia e truppa. Si va in convento»
«Provvedo subito, signora» risponde James, apprestandosi a rinculare.
«Un attimo James» lo frena Gilda, presa da un dubbio improvviso.
«E il dress code?»

«Per il convento, signora, è consigliato l’abito scuro.»

SupposedminiatureofGallaPlacidiaontopofadestroyedcitypaintedbyThomasCole(1801–1848),both[PublicDom

¹ L’autore ha una padronanza del russo imperfetta per cui si affida alle note di Wikipedia:
Occhi neri (russo Очи чёрные, Oči čёrnye (da pronunciare Oci ciornie):
Occhi neri, occhi appassionati
occhi infuocati e bellissimi,
quanto vi amo, quanto vi temo,
di sicuro, vi ho scorto in un momento sfortunato.
² E’ degno di orgoglio che l’autore della musica di una delle canzoni russe più famose al mondo sia  stato un italiano: il maestro Adalgiso Ferraris!
³ Il giovane Angela è un maestro della suspence. L’autore è un fan sfegatato della prima mezzora di “Ulisse il piacere della scoperta”.