Tre stelle per Olena – 7

«Ma prima di introdurre l’ultimo sfidante permettetemi, amiche ed amisci, di presentarvi il presidente della giuria di qualità, il vinscitore della scorsa edizione del nostro concorso: un bell’applauso ad Auguste Trésomarie!»
Gli spettatori tributano il giusto omaggio all’uomo di mezza età con capelli e baffetti impomatati, non molto alto, pingue e azzimato che si alza lentamente dalla sua poltrona per andare alla ribalta vicino a Turchese e raccogliere gli elogi con degnazione.
«Vieni, vieni, Auguste» lo invita il presentatore. «Ricorderete amisci che Auguste Trésomarie è lo chef dello storico locale parigino “Le doigt d’honneur”, chiamato così in ricordo del fondatore Louison Trésomarie che preparando uno stufato di coniglio si tranciò di netto il dito medio e lo servì ai suoi clienti con tanto di unghia» svela Turchese, trattenendo un brivido di raccapriccio.
«Ma non temete amisci» continua il conduttore «le pietanze che vengono servite oggi sono delle prelibatezze, come il piatto vincitore dell’anno scorso: i cappelletti ripieni di escargots alle erbe di Provenza, che mi dicono abbiano avuto molto successo, non è vero Auguste?»
«Verissimo, Alexandre, la nostra creazione modestamente ha riscosso il favore della clientela, del resto composta da veri intenditori e amanti dell’arte culinaria. Non gestiamo mica una bettola, noi, come i locali di certi sedicenti colleghi. A proposito, ti ringrazio di averci invitato a presiedere la giuria di qualità, una soddisfazione personale ma anche un chiaro riconoscimento della superiorità della cucina francese, oserei parlare di superiorità tout-court, vogliamo dimenticare il vino, il formaggio, le donne, la cultura, la storia, la moda, la politica?» declama con enfasi Trésomarie usando come suo costume il plurale maiestatis. «Ci rattrista che quest’anno non ci sia un francese in finale » continua lo chef con un sorrisetto malizioso «ma del resto avete già scelto il migliore, s’est moi, gli altri sarebbero stati solo brutte copie»
Turchese interrompe la tirata del narciso francese trattenendosi signorilmente dal chiedere se tra i simboli di superiorità sia da considerare anche l’abitudine di trasportare delle baguette sotto le ascelle, specialmente in estate:
«Aspetta a ringraziarmi, Auguste, sono sicuro che anche quest’anno il lavoro della giuria sarà molto impegnativo, le tifoserie sono pronte a scatenarsi ed il vostro giudizio sarà sottoposto a dure critiche, dovrete affrontare accese discussioni e contestazioni, si potrebbe addirittura arrivare allo scontro fisico…» prospetta il presentatore con un filo di perfidia, mentre Trésomarie sbianca leggermente e fa un passo indietro.
«Ma ecco a voi il quinto e ultimo concorrente» annuncia Turchese, mentre il francese ritorna al suo posto.
«Dalla Cina, Li Wok!»

Il pubblico trattiene il fiato, impressionato dalla giovane donna che sale sul palco con grazia e leggiadria, vestita con una semplice divisa nera ed una cuffia che le copre parte dei capelli corvini raccolti in una lunga coda che termina con un fiocco rosso, divisa che ne accentua la magrezza atletica; la ragazza regge delicatamente un cestello in bambù e avanza a piccoli passi, quasi levitando, con la testa abbassata in un lieve inchino; le labbra atteggiate ad un sorriso discreto e pudico contrastano con gli occhi che lanciano di nascosto sguardi saettanti verso il presentatore. Anche Turchese sembra colpito dall’apparizione e, quasi perso in qualche suo pensiero, impiega qualche secondo prima di riacquistare la parola.
«Li… Li Wok è la chef di uno dei più famosi ristoranti yum di Hong Kong, The last Emperor, l’ultimo imperatore, e sebbene sia molto giovane è già considerata una maestra del dim sum» dice il presentatore, quasi con deferenza . «Li, sono sicuro che il nostro pubblico è curioso di saperne di più del tuo ristorante e dei piatti che prepari, vuoi parlarcene?» la invita Turchese con gentilezza.
«Volentieri caro Alessandro» risponde Li in perfetto inglese, subito tradotta. «Lo yum cha non è solo un pranzo, ma un’esperienza che deriva dalla nostra tradizione millenaria: non è solo il pasto principale della giornata ma un rito di sublimazione, di autoconsapevolezza: il tè viene servito insieme a piatti con tante piccole porzioni, i dim sum, che possono essere composti con carne, pesce, verdura o anche frutta, fritti, stufati, al forno, al vapore… pensa che sono state raccolte ben diecimila ricette diverse di dim sum. Tra questi non mancano certo i ravioli e sono proprio questi che ho ritenuto più appropriato portare al concorso, sperando possano essere apprezzati» conclude la cinese con modestia, facendo un piccolo inchino.
«Mi hai anticipato, Li, ed hai già annunciato il tuo piatto, ma vuoi anche dirci di cosa è composto il ripieno? Come dicevi c’è una vasta scelta, ma credo che per questa serata avrai scelto degli ingredienti speciali, sbaglio?»
«Non sbagli caro Alessandro ma per ora, se permetti, vorrei lasciarli segreti e svelarli solo al termine» risponde Li Wok, irrigidendosi leggermente.
«Credo che il regolamento non lo vieti» ipotizza Turchese, lanciando uno sguardo alla giuria che dà subito un cenno affermativo «ma vorresti almeno dirci il nome della tua pietanza?»
«Sì, questo posso farlo. Il mio piatto si chiama V.»
«V?» chiede il presentatore, confuso. «V e basta?»
La cinese rialza la testa, fissa Turchese negli occhi e più che rispondere pronuncia una sentenza:
«V come Vendetta, Alessandro. V come Vendetta»

Conti aperti

Girovagando per siti politicamente scorretti ho trovato questa canzonetta che deve essere andata in voga nel 1940, sebbene testimoni dell’epoca sulla cui memoria faccio affidamento non la ricordino affatto.

I tempi ed i protagonisti erano drammatici mentre quelli attuali sono ridicolmente patetici: abbiamo inventato la perniciosa categoria dei sovranisti-interventisti,  che spero gli italiani (non i francesi, anche se a questo punto forse ne avrebbero una gran voglia) mettano al più presto in condizione di non nuocere. Per fortuna c’è Sanremo.

CONTI APERTI

Allungato è lo stivale
Fino all’Africa Orientale,
ma allargato adesso sia
con Biserta e Tunisia!

Torna Corsica rocciosa
Gemma italica preziosa
Villafranca? Il patto muoia
E a noi torni la Savoia!

Fuori fuori da Gibuti
Gli slombati ed i cornuti
Via aperta, è naturale,
di Suez per il canale!

Baldanzoso Deladier
Ripeteva i suoi “jamais!”
Ma per forza “aujourd’hui”
Dovrà dire sempre “oui”!

Cuginanze e sorellanze
Son finite, addio speranze!
Con i pianti e con i preghi
Francia tu più non ci freghi!

Con le buone e senza stizza
All’Italia torni Nizza
E l’inglese in tutta fretta
Ci ridia Malta e Valletta!

Con Badoglio e con Graziani
A Parigi gli italiani
Entreranno rosei e freschi
Incontrandovi i tedeschi!

O francesi ecco i nodi
Degli inganni e delle frodi
L’ora è giunta e certi conti
Siano resi tutti e pronti!

Aridatece Parmalat!

composit

Nizza! Savoia! Corsica!

Dinanzi ad una folla oceanica di pensionati al minimo, esodati e disoccupati il Governo ha annunziato che estenderà il reddito di cittadinanza ai compatrioti esuli di Nizza, Savoia e Corsica.
I miserabili, affrancati dalla schiavitù delle anti-igieniche baguette ascellari, saranno finalmente liberi di mangiare michette, pane toscano, pagnotte pugliesi e persino filoni di grano duro; bandite le mollezze di burro e camembert potranno alimentarsi con cibi più consoni all’italica stirpe, come provoloni caciocavalli e pecorini stagionati.
Nutrizionisti specializzati saranno inviati per combattere la dipendenza da cibi di scarsa consistenza come ostriche, escargot e mousse varie, questa piaga sociale che il Governo si prefigge di debellare nel giro di pochi mesi.
Un battaglione di logopedisti sarà inviato negli sfortunati territori per rieducare la popolazione alla pronuncia corretta della consonante erre.
A Natale verrà distribuito a tutti quanti potranno vantare un avo del Bel Paese un pacco regalo con panettone, torrone, panforte di Siena e Moscato d’Asti che, a differenza dello Champagne, non causa acidità di stomaco .
Dal dicastero dell’economia trapelano i primi dettagli della manovra, che verrà finanziata interamente con buoni omaggio non goduti dei supermercati Carrefour e Auchan e bollini della Total, strumento preferito per la sua maggior affidabilità al prestito obbligazionario trentennale in franchi CFA¹.

Di seguito una sobria canzonetta² rispolverata per l’occasione:

Nizza, Savoia, Corsica fatal
Malta, baluardo di romanità
Tunisi nostra, sponde, monti, mar
tuona la libertà, la libertà!

Va’, gran maestrale!
urla, romba, ruggi con furor: stranier, via
Duce col rostro che Duilio armò,
Roma, fedele a Te, trionferà!

In armi, Camicie Nere!
in piedi, fratelli Corsi!

Voi ritrovate alfin la Patria santa,
la gran Madre che vi amò, che vi chiamò.
con la spada Corsi, con la fede
l’invitto Duce vi rivendicò.

Di Malta lo strazio grida
nel cuore d’Italia,
l’audacia che irrompe e sfonda
Britannici navigli schianterа.

Noi ti riconquistiam con Garibaldi.
Nizza, Nizza col tuo biondo marinar
vinceremo, Duce, vinceremo
tu sei la gloria e l’avvenir.

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¹ Franco della Comunità Finanziaria Africana, già Franco delle Colonie Francesi d’Africa.
² “Mediterraneo”, 1941, versi di Vittorio Emanuele Bravetta, musica di Giuseppe Blanc

Mamma, solo per te la mia canzone vola: za zà! (II)

Ma per adesso lasciamo stare le suore, le riprenderemo più tardi.

Nei momenti peggiori, quando da mangiare c’era poco o niente, la nonna Giulia girava per le campagne portandosi dietro la piccola Ida, cercando di muovere a compassione i rudi campagnoli. La piccola doveva fare la faccia più sofferente possibile, parte che le risultava odiosa e la spinse a fare la promessa che da grande non avrebbe più chiesto niente a nessuno. Sembra che la nonna non fosse usa ad indossare mutande, cosa di cui nessuno si poteva accorgere dato che i vestiti arrivavano fino ai piedi; e che fosse capace di fare la pipì in piedi senza farsi accorgere dai vicini. Una bella abilità!

In un paese vicino c’era un parente alla lontana, Boezio, che aveva fama di essere un vero tirchio. Una sera la nonna, con la fame che superava di gran lunga l’orgoglio, andò a bussare alla sua porta. Questo parente aveva dei possedimenti, terreni, case, e viveva da solo con una governante, senza moglie ne figli.
Lo Scrooge accolse le due questuanti con malagrazia, e dopo avergli fatto fare il giro della dispensa, guardare e non toccare, invitò le due a tornare da dove erano venute.
“Ma piove, ed è notte, dove vuoi che vado con la bambina piccola?” – cercò di farlo ragionare Giulia.

La risposta gliela diede con versi che a Ida ancora bruciano:
“Piòe e mal tempè,
a casa d’altri non ce se vè,
se io stessi a casa d’altri
come l’altri sta a casa mia
piglirío la strada e me ne glirío via”¹

Incurante delle suppliche e rimostranze le mandò via; ed anzi, quando Giulia gli passò davanti, le intimò di posare la forma di cacio che si era nascosta sotto il vestito.

Questo Boezio, non avendo eredi, aveva fatto testamento a favore della sua devota governante. Un giorno conobbe però, non si sa come, una donna, una avventuriera romana; si può immaginare con quali arti la maliarda riuscisse a fare breccia tra le difese del misantropo. Sta di fatto che in poco tempo la Circe riuscì a far allontanare la governante, bruciò il testamento e stava per farsi impalmare dal rinvigorito Ganimede. Ma vuoi gli sforzi a cui non era abituato, vuoi l’aver troppo allargato le ante della dispensa, all’improvviso Boezio morì.

Una sera Giulia e Ida erano a teatro, a vedere una commediola della compagnia dialettale del paese, quando ecco presentarsi a loro l’ufficiale giudiziario con tanto di divisa. La vista le spaventò a morte: che voleva da loro?
L’uomo non aveva cattive intenzioni: doveva solo consegnare una lettera del notaio che curava l’eredità del Boezio. Non essendo stato possibile rintracciare eredi diretti, le ricerche avevano stabilito che la consanguinea più prossima fosse Giulia, e pertanto le spettava l’intera eredità! E fu così che Giulia, dopo essersi vista rifiutare una semplice caciotta, divenne proprietaria della fortuna di Boezio: che fortuna davvero era, perché solo per pagare la tassa di successione occorsero dieci milioni di lire, che dovettero naturalmente essere ricavati vendendo parte del patrimonio; l’altra parte fu venduta per pagare i debiti e qualcosa rimase anche da dividersi tra i figli. A mio nonno rimase un gruzzoletto, che va detto a suo onore non sperperò ma tenne da parte per i figli e per la vecchiaia; mia mamma ricorda ancora quelle 250.000 lire che costituirono la sua dote e con la quale anni dopo poté sposarsi.

Ma questo successe un po’ di anni dopo; voglio tornare invece al ’41 e spezzare una lancia a favore di nonno Gaetano.

Innanzitutto rettifico: nel ’41 non era partito volontario per la guerra. Era partito sì volontario nel ’35, quando si doveva andare a conquistar l’Impero; ma nel ’40 si trovava in Francia, per dei lavori che una impresa edile del paese aveva preso in appalto. Quando dichiarammo guerra alla Francia (i francesi non la presero molto bene: la “coltellata alla schiena”, la definirono) gli italiani che erano di là non si trovarono in una buona posizione, cercarono tutti di tornare il più velocemente possibile a casa. Purtroppo lui e i suoi amici vennero bloccati, com’era da immaginarsi, alla frontiera; vennero rinchiusi in un campo di concentramento, nel quale le condizioni erano terribili ma dal quale per fortuna si salvò; quando tornò a casa del bel Gaetano non c’era rimasto molto: pesava meno di 40 chili, aveva perso tutti i denti ed anche i capelli si erano diradati e ingrigiti. Aveva nemmeno 35 anni ma era già vecchio, la malaria se l’era già beccata in Africa, insomma di Amedeo Nazzari ormai c’era rimasto solo il baffetto.

Meglio malandato che morto, tuttavia; forse suo gemello Torello non la pensava allo stesso modo, ma questa è una storia che vi racconterò la prossima volta.

(145 – seconda puntata)

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