Una birra per Olena (XXIV)

Sulle note di sottofondo dell’allegra Trink, Brüderlein trink¹  eseguita dall’orchestrina Otto un seine kurze Hose, Horst continua il suo racconto:
«Con un incoraggiamento simile capirai, Fritz, come mi fosse difficile rifiutare. Olena mi mise in mano una copia dei verbali delle indagini, senza dirmi naturalmente da chi e come li avesse avuti; mi misi a studiarli ma non ci trovai nessuna stranezza, anzi mi convinsi che i sospetti su una fuga volontaria fossero fondati: il diplomatico, secondo alcuni collaboratori, negli ultimi tempi mostrava un certo nervosismo e si muoveva con circospezione, come se volesse nascondere qualcosa; il sopralluogo nel suo appartamento non aveva mostrato segni di colluttazione, tutto era in ordine e mancavano solo una valigia e qualche effetto personale, oltre al passaporto, esattamente come se Sobolev dovesse partire per un breve viaggio. Feci allora alla signora le domande di rito: se avesse notato qualcosa di insolito nei recenti comportamenti del marito, come fossero i  rapporti tra di loro, che cosa le facesse pensare che fosse stato fatto sparire, se suo marito avesse ricevuto minacce, intimidazioni…»

Horst si ferma un attimo per sorseggiare un’altra boccata di birra, imitato dal suo sottoposto, e riprende:
«La signora mi disse che i loro rapporti erano buoni e non aveva notato stranezze nel comportamento del marito; di lavoro però non parlavano mai, quindi non sapeva se ci fossero problemi su quel versante; però riferì di un elemento molto interessante.»
«Ah si? E cosa?»
«Sobolev era un eroe di guerra; durante la difesa di Stalingrado era stato ferito alla gamba destra, che era rimasta leggermente più corta dell’altra e per questo nella scarpa doveva portare un plantare che gli permetteva di non zoppicare. Questo plantare Sobolev lo riponeva ogni sera nella scarpiera, e lì la signora lo trovò»
«Mi pare un po’ poco come prova… può essere che nella fretta l’abbia dimenticato, o che ne abbia avuto un altro…» osserva Fritz.
«Così pensai anch’io e la mia intenzione, quando congedai le due promettendo di occuparmi del caso, era quella di far passare un po’ di tempo attendendo la comparsa di nuovi elementi…»
«Quello che fa sempre, insomma…» bofonchia Fritz, da sempre ammiratore dei metodi del commissario.
«Esattamente, Fritz. Le prove hanno bisogno di sedimentare, di maturare, come il vino, bisogna lasciare che la pula si depositi sul fondo, che il torbido si schiarisca. Ad ogni modo ebbi una botta di cu… ehm, un colpo di fortuna che accelerò molto la soluzione del caso»
«Davvero, commissario? Di che tipo?»

«Mi era rimasto in mano quel plantare, ed un po’ infastidito lo tirai sul tavolo della cucina. La foga fu forse eccessiva, tant’è che il supporto cadde a terra e, con mia grande sorpresa, si aprì. Dentro c’era una chiave! A questo punto la faccenda cambiava prospettiva, e l’ipotesi che Sobolev l’avesse lasciato lì apposta non era peregrina… si trattava solo di capire che diamine aprisse quella chiave. Che fare? Stando alle regole, avrei dovuto riferire tutto ai miei superiori, ed è quello che avrei senz’altro fatto se non che…»
«Ha pensato che fosse meglio prima parlarne con la russa» ipotizza Fritz con un filo di malizia.
«Fritz, sorvolerò sulle tue meschine insinuazioni. Mi sembra di averti già detto che Olena lavorava all’ambasciata, ed io proprio all’ambasciata ero stato messo di sorveglianza: dunque era più facile incrociarci casualmente. Le dissi che avevo delle informazioni; fece un sorrisetto e mi disse che si sarebbe liberata in serata, di aspettarla a casa. E così feci…»
«E?»

«Si presentò indossando una cuffia che nascondeva i capelli biondi ed un lungo impermeabile che nascondeva tutto il resto… nell’attesa avevo preparato qualcosina da sgranocchiare, e le chiesi se avesse voglia di mangiare. “Dopo”, mi disse, liberando i capelli e lasciando scivolare a terra l’impermeabile»
«Dopo che, commissario?» chiede Fritz, ancora incredulo.
«Già, dopo che…» risponde Horst «devo capirlo ancora adesso, caro Fritz. Venni travolto da un ciclone, più o meno; per fortuna ero in buona forma fisica, altrimenti avrei anche potuto lasciarci le penne. Alla fine mi disse “non male, per essere un panzerotto” il quale panzerotto capii solo più tardi fosse riferito ai nostri carrarmati, e non alle pizze fritte ripiene di cui gli immigrati del sud Italia vanno ghiotti.»

«E poi com’è finita, commissario, avete risolto il caso, vi siete rivisti?»

«Te la farò breve, caro Fritz, anche perché la birra è finita e l’autore comincia a spazientirsi. Come saprai Dresda nel ’45 venne completamente rasa al suolo dai bombardamenti inglesi e americani; furono distrutti monumenti, palazzi e chiese di valore storico e artistico inestimabile… la Gemäldegalerie Alte Meister, ad esempio, la stupenda pinacoteca che si trovava nel palazzo dello Zwinger, venne gravemente danneggiata, ma per fortuna gran parte delle opere d’arte erano state messe in salvo. Queste opere d’arte alla fine della guerra furono trasferite in Russia e vennero poi restituite nel 1956, quando eravamo ormai diventati “amici”… Sobolev aveva scoperto che non tutte le opere restituite erano state consegnate al museo e c’era un traffico che coinvolgeva funzionari russi ed ex-nazisti; i primi approfittando dell’immunità diplomatica facevano espatriare le opere ed i secondi, rifugiati perlopiù in sudamerica, le piazzavano presso ricchi compratori. Sobolev stava per denunciare tutto, ma venne zittito prima: si era fidato di qualcuno di cui non avrebbe dovuto…»
«Chi era, commissario? E cosa avete fatto, li avete arrestati?»
«Non proprio, Fritz. Olena mi intimò di non dire niente a nessuno; dopo qualche giorno i funzionari coinvolti sparirono, e pensai che fossero stati rimossi e riportati in Russia. In realtà non si mossero mai da Dresda… a proposito, sapevi che a Dresda c’è uno degli zoo più antichi della Germania?»
«No, ma che c’entra adesso lo zoo?»
«C’entra, caro Fritz, c’entra, chiedilo ai leoni se c’entra… »
«Vuol dire che?…»
«Non lo vidi coi miei occhi, ma Olena mi raccontò tutto per filo e per segno. Non è una ragazza molto tenera con i traditori, quella. Continuammo a vederci per un po’, finché, nell’assalto all’ambasciata dell’anno seguente, aiutai lei ed il suo capo ad evacuare l’edificio…»
«Ricordo quell’episodio, capo, la folla era inferocita, non sapevo che anche lei fosse lì… Olena le sarà stata riconoscente, le ha salvato la vita!»

«Non hai capito, Fritz» risponde Horst, scuotendo la testa. «Non è a lei che ho salvato la vita. A quelli che volevano entrare, l’ho salvata»

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¹ Bevi, i fratelli bevono
² Otto e le sue braghe corte

Una birra per Olena (XXIII)

Mentre l’orchestrina di ottoni in costumi tradizionali attacca Ein prosit der Gemütlichkeit¹ Fritz solleva il boccale che la premurosa e prosperosa cameriera Baldegunde chinandosi gli ha poggiato sul tavolo, mettendo oltretutto in mostra un ragguardevole davanzale.
Fritz si distrae nella visione della tenera bavarese che sparecchia, la osserva radunare i boccali vuoti e caricarli su di un largo vassoio; e non gli sfugge l’occhiata maliziosetta che la ragazza, sentendosi osservata, gli scocca prima di andarsene. Infine, scacciando dalla mente fugaci pensieri di lieti accoppiamenti con Baldegunde che reggono vassoi, torna alla domanda rimasta in sospeso.
«Commissario, ma cosa ci faceva a Dresda? Era dall’altra parte! Non capisco come…»
«Fritz, mi faresti il piacere di non continuare ad interrompere?» lo interrompe a sua volta Horst.
«Apri bene le orecchie e fai conto di avere a che fare con Paganini, il violinista, non il ballerino italiano, perché non ripeterò due volte quanto sto per dire»
Fritz, annuendo, si predispone all’ascolto buttando giù un generoso sorso di birra.

«Dicevo» continua Horst «che nell’89 ero di servizio a Dresda. Si, Fritz, Dresda, Germania Est. Sono nato e cresciuto a Lipsia, in Sassonia; ho svolto il servizio militare nella Nationale Volksarmee, la NVA, come sottotenente ed infine mi sono arruolato in polizia, nella Volkspolizei: cinque mesi di corso, sei mesi di pratica e poi ho preso finalmente servizio, nel 1980, prima a Magdeburgo e poi a Berlino.
Infine, nel 1988, venni destinato alla sorveglianza dell’ambasciata sovietica a Dresda. L’aria stava cambiando, e fu lì che…»
«Che conobbe la russa?» interviene Fritz, dopo essere riuscito a chiudere la bocca rimasta aperta per lo stupore.
«Fritz, non spoilerare² i finali o tolgo la sicura alla mia Glock»
«Chiedo scusa, commissario capo»
«E fu lì che conobbi Olena, si. Lei era stata appena nominata attendente dell’ufficiale al comando; ma i suoi compiti andavano ben oltre quelli di assistenza…»
«In che senso, scusi?»
«Fritz, l’hai sentito con le tue orecchie: Olena era una spia. Non che fosse un segreto per noi, lo sapevano anche i sassi che gli uomini dell’ambasciata erano del Kgb, così come quelli delle nostre ambasciate erano della Stasi e, per inciso, nelle “vostre” c’erano quelli del Bundesnachrichtendienst³.»
«Ma scusi, cosa c’era da spiare nella DDR? Eravate amici con l’URSS, mi pare…»
«Come sei ingenuo, Fritz, mi commuovi quasi, c’è sempre da spiare. Secondo te perché la NSA americana ha spiato per anni i suoi alleati (e non è detto non lo faccia ancora oggi), tra cui la nostra Cancelliera? Per esercitare il potere a volte non è necessario usare la forza: basta avere le informazioni giuste… ma lasciamo stare questo discorso, per adesso.»

Horst beve un sorso della sua Original Münchner Hell, e riprende il racconto:
«Hai mai sentito parlare del caso Sobolev, Fritz?» e al cenno di diniego del sottoposto, continua:
«Serghei Sobolev era un diplomatico russo, aveva una settantina d’anni e viveva con la moglie Olga in un appartamento non distante dal teatro dell’Opera. Un bel giorno, mentre la moglie era in Crimea per una cura termale, Sobolev sparì. Capirai, caro Fritz, che un diplomatico che diserta non fa mai piacere, e in quel periodo di Glasnost e Perestrojka ancora di più, voleva dire non credere nel nuovo corso. Se nemmeno un diplomatico aveva fiducia che le cose potessero cambiare…»
«Ma lei che c’entrava, capo? Di solito se ne occupano i servizi di queste cose…»
«E in effetti fu così, Fritz. All’inizio tutti pensarono che si trattasse della solita fuga in occidente, e le indagini si orientarono in quella direzione. Dopo qualche tempo le ricerche vennero interrotte, in attesa di vederlo ricomparire da qualche parte del mondo magari presentando qualche libro, ma il tempo passava e di Sobolev non si avevano notizie. Finché un giorno, camminando sulla Stübelallee per andare a casa, vicino all’Orto Botanico, venni affiancato da due donne, apparentemente madre e figlia. La più giovane mi prese sotto braccio e mi disse di continuare a camminare facendo finta di niente: aveva argomenti parecchio convincenti, come la pistola che mi teneva premuta sulle costole. Ad essere onesti, più che preoccupato ero incuriosito: che diamine volevano da me quelle due? E poi, ti sembrerà assurdo caro Fritz, ma camminare al braccio di quella ragazza mi dava delle strane sensazioni… sentivo il suo corpo appoggiarsi al mio, il suo profumo, e tutto quello che riuscivo a pensare era che mi sarebbe tanto piaciuto spogliarla… quello fu il mio primo incontro con Olena»

Horst prende un’altra boccata di birra e sorride vedendo l’espressione stupefatta del suo aiutante.
«Una volta arrivati a casa Olena, senza minimamente scusarsi, si presentò e mi chiese o meglio mi ordinò di ascoltare quello che l’altra donna aveva da dire. Si trattava nientemeno che di Olga Soboleva, la moglie dello scomparso, una bella signora di 65 anni, elegante, molto distinta. Mi disse di essere preoccupata per suo marito; era sicura che non se ne fosse andato di sua volontà ma che doveva essergli successo qualcosa. Le chiesi perché raccontava queste cose a me, le indagini non erano di mia competenza, ma la donna disse di aver già raccontato quelle cose agli inquirenti che però, convinti della fuga, non gli avevano dato peso. “Si, ma perché proprio io!” Mi ricordo che protestai. Olena allora si avvicinò, mi si mise di fronte e mi guardò fisso, per dei secondi interminabili. Dalla lampada un raggio di luce dovette riflettersi nei suoi occhi, perché per un attimo rimasi abbagliato ed a malapena la sentii sussurrare nel mio orecchio “Horst, lo so che mi vuoi. Non fare i capricci, panzerotto.” Poi mi baciò.»

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¹ Un brindisi per la felicità
² Spoilerare, neologismo accettato dall’Accademia della Crusca, è usato per chi rivela i finali di film o romanzi a chi non li ha visti o letti. Chi lo fa non è un buontempone come crede lui ma una persona malvagia.
³ Il Bundesnachrichtendienst (o BND) è l’agenzia di intelligence esterna della Repubblica Federale Tedesca

Una birra per Olena (XXII)

E’ una Gilda furibonda quella che discende la scalinata del Palazzo di Giustizia o Justizpalast, l’imponente edificio neobarocco di fine Ottocento adiacente la Karlsplatz. Il particolare stato d’animo non la predispone ad apprezzare al meglio i ricchi dettagli che la circondano, come la cupola in vetro che sovrasta il salone d’ingresso, i mascheroni scolpiti sulle colonne o l’austera statua del Principe reggente Luitpold di Baviera.
«”Resti a disposizione”. Ma l’hai sentito? A me, che sono quella che ci rimette più di tutti da questa faccenda! Loro trovano il nandrolone, e io devo restare a disposizione. Ma che diamine è ‘sto nandrolone, James, a che serve? E chi ce l’ha messo nel mio stabilimento? Adesso però passiamo all’attacco: mobilita le truppe, riunisci il consiglio di guerra, dirama le convocazioni!»
«Ehm, signora, temo non sia possibile» risponde il butler imbarazzato, sistemando la piega della pochette.
«James caro, vedo che titubi. Non è da te, lasciatelo dire. In altri tempi avresti guidato l’assalto sventolando lo stendardo e suonando la tromba, o viceversa. Ti stai per caso ammutinando?»
«Assolutamente, signora» risponde James «è solo che i componenti del consiglio non sono al momento reperibili. Mi duole informarla che del signor Svengard si sono perse le tracce: i nostri informatori nel Principato di Monaco non hanno segnalato drakkar in avvicinamento»
All’udire il nome del proprio amato la Calva Tettuta si rabbuia e corruccia il nasino.
«James ricordami, al suo ritorno, di prendere appuntamento con il veterinario per fargli impiantare un chip sottopelle. E prenotare al Grand Hotel una stanza insonorizzata: lo farò urlare di dolore e non vorrei disturbare gli altri ospiti. Continua pure con l’appello, caro» lo esorta Gilda.
«Natascia è sparita. Ha lasciato l’ingegner Matthaeus alle cure della signora Pina, e non è rintracciabile»
«Che tu sappia, quando è uscita imbracciava armi pesanti?»
«Non mi risulta signora, indossava la solita pelliccia violetta. Però il make-up era insolitamente sobrio per il suo carattere: eye-liner nero e rossetto color pesca abbinato ad un blush pesca-marroncino» riporta il maggiordomo, con un pizzico di invidia.
«Ah, bene, tenuta da combattimento, questo mi rasserena. E come sta il caro Jürgen, è ancora in grado di deambulare?» si informa Gilda premurosa e, al cenno d’assenso del maggiordomo, continua: «Bene bene, cominciamo da lui allora. Andiamo a chiedergli cosa sa di nandroloni. Ma prima passiamo in albergo, ti dispiace caro? Ho bisogno di cambiarmi e di un buon ricostituente. C’è qualcosa di adatto allo scopo?»
«Senz’altro, signora. Avrei giusto qualche etto di caffè “¡Ya basta!” arrivato direttamente dal Chiapas, sembra fosse il preferito del subcomandante Marcos»
«James, tu e il subcomandante mi avete letto nel pensiero: e ammò basta!»

Seduti all’ombra dei castagni nel biergarten della birreria Paulaner am Nockherberg, il commissario capo Horst Tupperware ed il suo aiutante Fritz Gunnerbaum siedono assorti, tenendo ciascuno in mano il proprio boccale di birra. E’ infine Fritz, con vena insolitamente polemica, a rompere il ghiaccio:
«Commissario, che facciamo adesso? Cerchiamo questo Sparwasser e controlliamo di che colore indossa i calzini?»
Horst si riscuote lentamente, annuisce fissando la condensa che si aggruma sul suo bicchiere, e risponde:
«Ti sei mai chiesto, Fritz, da dove provenga il caratteristico sapore amarognolo di queste Pils?» e continua, senza attendere la risposta:
«Si tratta del luppolo dell’Hallertau¹, è unico al mondo. Tra l’altro, parlando di luppolo, è notevole che appartenga alla stessa famiglia botanica della cannabis, sebbene di un altro genere. E sapevi, mio buon Fritz, che per la produzione della birra vengono usati solo i fiori femminili non fecondati? Sono convinto che avrai sentito dire che i fiori maschi sono separati dai fiori femmina, e l’impollinazione avviene grazie al vento…»
«Argomento molto interessante, commissario» lo interrompe Fritz «ma è di qualche attinenza con la nostra indagine? Mi sembra, con tutto il rispetto, che lei stia tergiversando. Ed inoltre» continua l’aiutante leggermente spazientito «non mi ha ancora detto chi è quella donna e che ha a che fare con lei.»
«Non ti sfugge niente, vero Fritz?» constata Horst con un sorriso, e inizia il suo racconto.
«E va bene, lasciamo stare i luppoli. Ti conviene ordinare un’altra birra però, la storia è un po’ lunghetta. Comincia nell’89, quando mi trovavo di servizio a Dresda…»
«A Dresda? Ma come faceva ad essere di servizio a Dresda, commissario, lì c’erano i…»

«Si, Fritz, esattamente, c’erano i comunisti.»

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¹ La Hallertau è una regione della Baviera centro-meridionale dove si coltiva una quantità di luppolo pari al 32% della produzione mondiale.

 

 

Una birra per Olena (XVIII)

«E una volta finite le Olimpiadi, che è successo?» chiede Fritz, ancora sbalordito.

«Bè, eravamo gasatissimi… avevamo fatto il pieno di medaglie, e gli occidentali avevano fatto una figuraccia, con quel velocista canadese che correva come il vento, Ben Johnson, te lo ricordi con quegli occhi a palla… squalificato per doping!»
«Eravamo quasi sicuri che ci fosse lo zampino della Cia, perché aveva ridicolizzato il loro campione, Carl Lewis, così telegenico, così perbenino… ma lasciammo stare, non ci conveniva sollevare polveroni» afferma Olena, portando poi alle labbra con nonchalance la flüte di  champagne.
«Tornammo quindi a Dresda, al centro federale, e riprendemmo gli allenamenti» riprende Ursula  «ma poco dopo iniziai ad avere dei problemi…»
«Che tipo di problemi?»
«Era da tempo che avevo una crescita di peli enorme… per fortuna sono bionda, ma le mie compagne more dovevano radersi tutti i giorni. I medici ci dicevano che era un effetto degli allenamenti, che il fenomeno era solo temporaneo e presto sarebbe regredito. Ma fosse stato solo quello… iniziai ad avere dei problemi ginecologici. Le mestruazioni mi erano sparite, ma ero più che sicura di non essere incinta… di notte avevo dei dolori fortissimi, ma i dottori continuavano a rassicurarmi e darmi qualche antidolorifico. Tra l’altro, ed era buffissimo, mi si stava gonfiando il clitoride…»
«Il clitoché?» chiede Fritz, sempre più confuso.
«Il clitoride caro, il clitoride, dovresti conoscerlo, no? E’ un bel po’ che non lo cerchi, ma è sempre al suo posto, che credi? E la vuoi smettere di interrompere?» intima Ursula.
«Un giorno esco dalla palestra per andare al villaggio, e chi trovo ad aspettarmi? Lei, Olena!» e sorride, indicando la russa.
«Si, mi avevano mandato in servizio all’ambasciata russa, aiutante dell’ufficiale al comando» conferma Olena.
«Che non si può lamentare del tuo aiuto infatti… ha fatto un bel po’ di carriera, mi pare» le strizza l’occhio, e continua:
«Mi invitò a prendere una cioccolata, e andammo in un bar poco distante. Ad un certo punto sentii uno di quei dolori, e devo essere impallidita, perché Olena se ne accorse subito. E stavolta fu lei a salvarmi…»
«Perché, che successe?» interviene Fritz, subito rimbeccato da un’occhiataccia.
«Pagò il conto, e mi disse di andare fuori. Capii dopo perché, non voleva che qualcuno ci sentisse, eravamo spiate continuamente, io non lo sapevo ma lei si…»
«Sicurezza nazionale…» annuisce Olena.
«Mi chiese che medicine stessi prendendo, e le dissi degli integratori e ricostituenti che ci davano tutti i giorni, e della pillola blu…»
«Pillola blu? Ma che diamine le davano, il Viagra?» chiede Fritz a Olena, più che mai confuso.
«Tuo marito è un porcellino, vero Ursula? Non si direbbe a guardarlo. E bravo Herr Gunnerbaum» risponde Olena con un accenno di sorriso, per poi tornare seria:
«Il farmaco si chiamava Oran-Turinabol: si trattava di uno steroide anabolizzante androgeno, che in pratica portava ad una virilizzazione delle donne, permettendo loro di ottenere grandi risultati… con qualche effetto collaterale»
«Effetto collaterale! Ma porca puttana, vi drogavano come cavalli quei delinquenti!» esplode Fritz.
«Si, ci drogavano e ci ammalavamo. Solo dopo la caduta del muro scoprimmo che il sistema era pianificato ai più alti livelli, a partire dal ministero dello Sport… e giù a scendere, alle industrie che producevano sempre nuove sostanze per sfuggire ai controlli con la complicità dei migliori scienziati, gli allenatori, i medici sportivi…»
«Bastardi…» dice Fritz «spero li abbiano messi tutti in galera»

Ursula lo guarda con tenerezza scuotendo la testa, e continua:
«Olena mi disse di smettere immediatamente di prendere quella pillola. Io avevo paura che se ne accorgessero, ci facevano le analisi del sangue ogni settimana, non sapevo cosa fare, e non volevo credere che ci facessero del male coscientemente… viste le mie titubanze, Olena mi propose di scappare, avrebbe organizzato tutto lei»
Ursula prende la mano di Olena, e la stringe.
«Il giorno dopo ci incontrammo, e io le dissi che non me la sentivo di mollare tutto. Lei mi sorrise e mi abbracciò… poi mi sussurrò all’orecchio una cosa che lì per lì non afferrai»
«E che cosa?» interrompe per l’ennesima volta Fritz.
«Mi guardò fissa negli occhi e mi disse “Scusami, Ursula, brucerà un pò”. Poi mi sparò.»
«Ti sparò?» trasecola Fritz. «Ma che cazzo?»
«Ricordo, più che il dolore, lo stupore… il sangue che scorreva sul braccio, e il fazzoletto che Olena mi mise in bocca, prima di addormentarmi»
Olena porta il bicchiere all’altezza degli occhi, e quasi parlando a se stessa dice:
«Ti saresti fatta ammazzare, Ursula, o saresti diventata un mostro… era la cosa migliore da fare…»
«E così per non farla ammazzare ha provato ad ammazzarla lei! Ma lei è pazza!»
«Olena non aveva nessuna intenzione di uccidermi, Fritz… sa bene dove sparare. Mi colpì di striscio e mi lesionò un tendine della spalla. La pistola ovviamente era della Germania Ovest, e venne data la colpa ad un rapinatore. Così dopo l’operazione e la riabilitazione, i medici presero atto che non sarei mai più potuta tornare ai massimi livelli: mi allontanarono dal centro federale, e dato che formalmente noi eravamo dilettanti, tornai al mio lavoro, anzi a dir la verità iniziai il mio lavoro perché in quell’ufficio non ci avevo mai passato un giorno… impiegata alle Poste. Grazie ad Olena potei fare una cura ormonale, e se non altro peli e clitoride smisero di crescere…» sorride Ursula. «Ma purtroppo le ovaie erano andate, e anche la tiroide non era messa bene. Poi, dopo pochi mesi, cambiò tutto ed il nostro mondo crollò…»

Ursula prende un attimo di pausa, e riprende:
«Le nostre fabbriche fallivano una dietro l’altra, ovunque licenziavano e privatizzavano. Ma finalmente eravamo uniti, ci dicevano. Ma uniti per far che? Per fare arricchire gli speculatori, per ridurci tutti a mentecatti consumisti! Era il mercato, ci dicevano, o che bello! Alla fine unificarono anche le poste, imposero tutti dirigenti dell’Ovest e “riorganizzarono”, ovvero licenziarono un terzo dei lavoratori. Quando il capo del personale mi chiamò per consegnarmi la lettera di licenziamento non riuscii nemmeno a parlare… avrei potuto sollevarlo con una mano sola e scaraventarlo fuori dalla finestra, e riuscivo solo a piangere. Ce ne ho messo per riprendermi… prima andai a Berlino, trovai posto come istruttrice in una palestra, sai quella dove vanno gli impiegati dopo il lavoro, o le mogli degli impiegati mentre i mariti sono al lavoro. E un giorno lo vidi arrivare…»
Fritz, ormai esausto, crolla a sedere e chiede, senza più forza:
«Chi, Ursula? Chi c’era in quella palestra?»
«Il dottor Hans Sparwasser, il capo dell’equipe medica del centro sportivo di Dresda… aveva una valigetta con dei campioncini, e parlava con la direttrice della palestra. Mi avvicinai, e vidi che aveva ancora quelle maledette pillole blu… gli presi la valigetta e gliela scaraventai per terra, poi presi lui per il collo gridando come una pazza, mi dovettero tenere in cinque e mi buttarono fuori dalla palestra… e venni licenziata, naturalmente» e dopo una breve sosta, riprende:
«E così sono finita a fare la cameriera a Monaco di Baviera… tutto chiaro, adesso, Fritz?»
chiede Ursula, tirando su col naso. Fritz, commosso, le porge un fazzoletto e le accarezza i capelli. Olena li guarda, poi vuota il bicchiere, lo poggia sul tavolo e si alza in piedi.

«Potete continuare con le coccole più tardi, prego? Adesso ci sarebbe da fare»
«Da fare?» chiede Ursula, ricomponendosi. «E cosa? Mi pare che ormai sia stato fatto tutto…»
«No, non tutto» precisa Olena. E scandisce:
«Sparwasser è tornato»

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