Vita quotidiana al tempo del coronavirus (IX)

Oggi più o meno le stesse persone di ieri; nel piazzale della stazione, di solito pieno, posti liberi. Mi sembra di vedere meno mascherine; le informazioni contraddittorie non aiutano: servono? Non servono? Comunque da quando c’è l’allarme in giro si vede molta meno gente che tossisce o starnutisce, e questo mi pare buono.

La nostra stazione è stata rifatta da poco. Prima i binari si attraversavano a raso; è pericoloso, ha stabilito chissà chi, quindi i marciapiedi sono stati alzati, i nuovi treni hanno l’entrata più in alto a filo del marciapiede (più o meno) e per l’attraversamento è stato fatto un sottopassaggio. Ci sono due bei ascensori, uno per scendere ed uno per salire: peccato che il più delle volte l’uno o l’altro siano rotti (come stamattina) e quindi chi ha valige, o carrozzine, o fa fatica a camminare deve scendere le scale e salire, con gran disagio e fatica. I giovani sani non si pongono questi problemi, attraversano i binari come prima, impipandosene del dislivello; io stesso lo faccio quando sono in ritardo, pur non essendo tanto giovane, sperando di non scivolare perché l’assicurazione si rifiuterebbe di pagarmi.
Il bello è che il sottopassaggio l’hanno fatto fuori dalla pensilina, quindi quando piove ci si bagna; le scale sono state fatte sul modello del ponte di Calatrava a Venezia, ed ogni tanto qualcuno scivola e cade. Pochi giorni fa un anziano (un altro modo per farli fuori) è appunto scivolato ed è caduto di faccia: naso rotto, ambulanza. Tutto per non mettere quelle strisce di gomma appunto antiscivolo, che costeranno due euro a dir tanto a scalino.

Al lavoro qualche persona in più; si respira quasi un’aria di scampato pericolo che non è del tutto congruente con le cifre che vengono date, ora quasi clandestinamente a differenza dei primi giorni quando venivano strombazzate: 1835 malati e 52 morti finora secondo l’Ansa, con aumento però dei guariti e diminuzione dei contagiati. Non so quanto si possa ancora stare tranquilli…

Ieri è piovuto, speriamo che serva a pulire l’aria; qualcuno ricorderà che a Natale ho ricevuto in regalo un ombrello pieghevole: bene, da allora ieri è stata la prima volta che l’ho potuto usare. E’ molto tecnologico: è pieghevole ma aperto ha le dimensioni di uno normale, ha il meccanismo automatico per apertura e chiusura ed è pure antivento, nel senso che si flette e non si rompe. Le stecche sono in fibra di carbonio: non oso chiedere quanto è costato, mi sa che avrei fatto meglio a chiedere una bottiglia di Champagne…
A proposito di qualità dell’aria, ricordo che nel primo inverno di pendolarismo a Milano, ’87-88, quando tornavo a casa e mi soffiavo il naso il fazzoletto diventava nero, così come i colletti delle camicie. La mia percezione quindi è che rispetto ad allora l’aria sia migliorata, però mi dicono che adesso le polveri sono più fini di quelle di allora e non ti lasciano il fazzoletto nero ma ti anneriscono direttamente i polmoni.

Stasera avrei dovuto avere le prove del coro, annullate per impraticabilità di campo. Risparmiamo il fiato, che è meglio: ognuno si potrà esercitare in solitaria, io lo faccio già nel tragitto casa-treno e viceversa, canticchiando il Credo III, gregoriano: e mi accorgo che del latino studiato alle medie decenni fa non è rimasto quasi niente nella mia testa, smarrito, sepolto, dimenticato. Ogni tanto quando faccio gli esercizi di russo (solo per testardaggine: infatti i progressi sono quasi nulli) rimpiango di aver lasciato morire nella mia zucca tempi, modi e declinazioni. Ogni tanto incrocio qualcuno che mi guarda stranito, e si chiederà se sto bene e ci sto con la testa.

A Roma, nella semiclandestinità come quella della settimana precedente a Napoli, c’è stata una elezione per un deputato. Ha votato meno del 15% degli aventi diritto, ma il deputato andrà lo stesso a rappresentare tutti quanti, pure me che non c’entro niente: forse una riflessione sul senso di questo bisognerebbe farla.

Mentre l’assessore alla sanità lombardo consiglia agli over 65 di non uscire di casa, ve ne segnalo uno che di casa è uscito e non ha nessuna intensione di rientrare: è lo spirito libero bortocal, il colto, avventuroso, polemico e bastian contrario che ci delizia giornalmente con le sue cronache indiane e che consiglio vivamente di seguire…

A domani! (oggi nella schiscetta ho orecchiette con cime di rapa. Che pacchia!)

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Cielo a pecorine!

Sono convinto che il marketing epistolare sia guidato da un’intelligenza che, sebbene artificiale, segue il ritmo naturale delle stagioni.
Dopo avere infatti passato autunno, inverno e primavera a scassarmi i cabasisi propormi prodotti per tonificare il corpo e soprattutto una certa parte del corpo ecco che, ritenendomi pronto e pienamente operante, hanno ricominciato ad arrivare letterine da simpaticissime signorine dell’Est, incaricate forse dalle ditte di integratori miracolosi di testare i risultati raggiunti.

Ne riporto a titolo di esempio una delle più carine, della mittente della quale se appena fossi stato un pochino più grave sarei anche potuto essere, come lei auspica, un buon penna-amico:
“Ehi ci mio grande penna-amico Il mio nome e Natalya. Sono della Russia, nella citta che si chiama Ezhva, regione di Komi. Ho trentaquattro anni. Non ci conosciamo ancora, ma voglio diventare tua amica e conoscerti meglio. In realta sono una donna davvero modesta e timida. Sull Internet mi sento un po piu rilassata. Ti invio una mia fotografia, spero che ti piacera. Ho intenzioni sincere, e quindi ti chiedo di scrivermi solamente se anche tu vuoi stabilire una amicizia significante. Ti chiedo inoltre di allegarmi un altra tua foto. Spero che sei interessato in me e mi scriverai presto. Non vedo l ora di leggere le tue mail e le tue domande. Saluti, Natka!“

Modestia davvero di altri tempi, cara Natka! E discrezione, soprattutto. Non come quei rompicoxxxoni telefonisti della Tim che ieri sera, all’ora di cena, hanno chiamato 10 (dieci!) volte a distanza di cinque minuti l’una dall’altra, finché alla fine ormai alla frutta mi sono deciso a rispondere e, facendo davvero uno sforzo sovrumano per non fracassare il cordless contro la parete del soggiorno, ho ascoltato un operatore che mi proponeva un’offerta imperdibile grazie alla quale avrei navigato a non so quanti mega e risparmiato non so quanti euri. A fronte di questi immeritati vantaggi, avrei solo dovuto acconsentire a cambiare il numero di telefono. Tutti sanno quanto rispetto io abbia del lavoro e dei lavoratori, tuttavia all’ora di cena tendo a dimenticarmene e fortunatamente delle mani pietose mi hanno strappato la cornetta di mano, altrimenti starei ancora sbraitando e insolentendo l’incolpevole testa di rapanello lavoratore del call center.

Stamattina, mentre ero intento a leggere le notizie del giorno precedente da un quotidiano cartaceo, attività che mi qualifica come intellettuale de sinistra¹ agli occhi degli assonnati compagni di viaggio, un trafiletto ha attirato la mia attenzione più degli altri:
un avvocato tedesco ha denunciato che nel coro di voci bianche di Ratisbona nell’arco di tempo che va dal 1945 al 1992 i sistemi educativi non siano stati dei più teneri ed oltre 500 giovani cantori siano stati oggetto di violenze fisiche e psicologiche, e nei casi più gravi anche sessuali.
Sulle violenze fisiche, escluse quelle sessuali, spezzo una lancia a favore dei severi maestri di coro bavaresi. Non c’è direttore che conosca, professionista o dilettante che sia, che non abbia mai desiderato, almeno una volta in vita sua, di frustare o bastonare o perché no strozzare tutti o parte dei suoi coristi, o musicisti in caso di bande od orchestre (il nostro coro non fa eccezione, come avrete appreso dalle mie cronache). Quanto avranno cantato male questi piccoli coristi, siamo proprio sicuri che non se le siano meritate?²

Tra l’altro una fin troppo procace viaggiatrice, mentre ero intento ad informarmi, continuava a sventolarsi la gonna distogliendomi dalla necessaria concentrazione. Si premuniva anche di passarmi davanti un paio di volte l’abbonamento, senz’altro involontariamente, con su riportato nome e cognome; purtroppo la distanza focale non mi ha permesso di prenderne nota, in assenza degli occhiali  che inforco solo davanti al computer. E comunque l’avrei dimenticato.

Prepariamoci per le ferie! Sembra che quest’anno milioni e milioni di turisti si riverseranno sulle nostre coste, montagne e città d’arte: il nostro destino di Disneyland planetaria si sta avverando. Se mi dovrò trasformare in imbonitore da fiera, come sembra ormai probabile, lasciate almeno che invii loro il più cordiale benvenuto: Venghino siore e siori! Più gente entra più bestie si vedono!

(153 – continua)

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¹ Come non sfugge a chi mi è più vicino, l’attuale mia collocazione politica è abbastanza incerta, per usare un eufemismo, e su certi argomenti agli antipodi dei giornali che leggo.
² Teniamo anche conto che in Germania le punizioni corporali in ambito scolastico sono state abolite del tutto solo nel 1983; personalmente lo ritengo un cedimento inaccettabile.

Milan col coeur in man

Avviso i lettori che questo pezzo è scritto su commissione, in cambio di dolciumi ed altre prebende. E’ lunghino e con riferimenti che solo alcuni potranno cogliere, perciò se non ve la sentite di leggerlo non ve ne farò una colpa.

Galvanizzate dall’esperienza romana del Giubileo, le gaie coriste del Piccolo Coro mi hanno chiesto di fare il possibile per poter essere presenti alla messa del Papa al parco di Monza, il 25 marzo.
La mission non era impossible, dato che circa un milioncino di persone ha avuto la stessa idea; appena un po’ complicata dal cercare di andarci come corale, ed anche dal fatto che quando ci siamo accorti che avremmo potuto andare come corale i termini di iscrizione erano scaduti.
Ma vuoi la buona grazia con cui ho inoltrato la richiesta vuoi il fatto che, su ottomila coristi previsti, quindici in più o in meno non è che facessero tutta questa gran differenza, la nostra domanda è stata accettata e siamo quindi stati ammessi.
La preparazione è stata una passeggiata di salute: biglietti comitiva con Trenord, cartelline antipioggia per gli spartiti e sgabellino pieghevole per riposare le membra nell’attesa. Quest’ultimo in particolare è stato apprezzatissimo perché con soli 4,99 euro alla Decathlon ci ha consentito di elevarci al di sopra di cori sicuramente più bravi di noi ma non altrettanto scaltri.

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Anche Drupi era abbastanza soddisfatto

I canti non erano tali da sollevare l’entusiasmo di queste cantanti rotte ad ogni repertorio e sprezzanti di pericoli e vergogna; del Credo in un unum Deum ho già detto, per il resto era roba abbastanza pallosetta in puro stile ambrosiano. Digiuno di liturgia, mi è sembrato di capire che la differenza più significativa sia il momento in cui ci si scambia un segno di pace, ovvero ci si stringe la mano; momento sempre imbarazzante dove ciascuno cerca di non incrociare lo sguardo di sconosciuti per evitare il contatto fisico.

Il sottoscritto fin dal mattino, sarà stata la meraviglia della bella giornata sbucata a sorpresa dopo una settimana bruttarella, aveva una gran fame e nonostante la colazione abbondante si è visto costretto ad acquistare un panino con la mortadella in uno dei numerosi punti di ristoro situati durante i 4 chilometri e mezzo di distanza tra la stazione ed il parco; le coriste si sono poi, tranne deplorevoli eccezioni che ho annotato, prodigate nel rifocillarmi con paninetti barrette energetiche e persino dei grissinetti al kamut che però mi stavano rimanendo nella strozza.

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Gli zaini contengono esclusivamente generi di prima necessità

Nonostante la buona volontà non eravamo preparati al meglio: ugole debilitate e conoscenza dei canti approssimativa. La nostra direttrice Antonella da circa un mese aveva una caviglia dolorante; mi ero premunito di chiedere il permesso agli organizzatori per portarla in carrozzina ma lei stoica non ha voluto. Ha indossato delle scarpe da cantiere con dei bei rinforzi laterali e si è apprestata alla sua personalissima Via Crucis. Ricorderete forse che a Roma era stata la nostra Gemma a soffrire nei piedi, a causa delle scarpe nuove: non contenta ha rimesso le stesse scarpe, o forse da allora non è più riuscita a toglierle. Gemma è di grande utilità perché, quando ci si perde nella folla, basta tendere un attimo l’orecchio e se si sente una risata squillante è lei, insieme alle altre componenti del trio delle meraviglie Gianna (che non per lanciare accuse ma nonostante sia una valente cuoca si è dimenticata di preparare i dolcetti) e Melissa. Ad ogni modo noi schieravamo una infermiera professionale, Maura, ed un volontario della Croce Rossa, Giobatta diversamente cantante, quindi avremmo potuto infortunarci sicuri di essere degnamente assistiti.

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La nostra direttrice al ritorno a casa si appresta alla pedicure

La nostra Dina si aspettava di rincontrare il maestro Columbro ma il messinese stavolta a causa di impegni improrogabili non ha potuto partecipare, o quantomeno noi non l’abbiamo visto ma se ci fosse stato l’avremmo senz’altro sentito.

Il clima era quello di una bella scampagnata: plaid, sgabellini, panini e magliette a maniche corte; mancavano purtroppo le salamelle e la birra reputati non consoni all’occasione.

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Fedeli in raccoglimento in attesa del Santo Padre

L’organizzazione ha pensato bene, da mezzogiorno all’una e mezza, di intrattenere i fedeli con cantanti veri ovvero presi da Amici di Maria De Filippi o giù di lì; sinceramente non ne conoscevo nemmeno uno ma questo per mia ignoranza, non voglio togliere nulla ai bravi artisti. Giusto, il nostro fornitore di ‘nduja, cercava nel frastuono la giusta concentrazione, senza successo.

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Un oblato scozzese impartisce con competenza lezioni di gregoriano ad un ospite del Sol Levante

Lo stile ambrosiano si manifesta anche nella solerzia con cui si intraprendono le attività. Questo è il motivo per cui non appena il Papa ha lasciato il carcere di Opera, dove era stato in visita ai detenuti, il grande coro sul palco ha intonato il “Tu es Petrus” a cui ci siamo accodati; dopo un quarto d’ora si iniziavano a vedere degli sguardi smarriti, in particolare Marianna che orfana di Barillari non sapeva chi andare a importunare, e qualcuno iniziava a pensare che fosse il caso di risparmiare un po’ il fiato per arrivare fino in fondo. I nostri 3 oriundi, Cristina Sconsy e Andri erano venuti a rinforzare il plotone, ingaggiati anche stavolta a parametro zero; Cristina si è distinta per aver cercato di porsi sul tragitto del Papa ma Francesco ha girato il parco in lungo e largo tranne che sotto l’albero sul quale la nostra contralto si era stabilita. Anche uno straniero avevamo: Jolanda che più di tutte si è goduta la giornata ed ha mostrato perizia nel fabbricare cappelli di carta in stile Napoleone.

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Foto artistica di fotoreporter diversamente sobrio

Appena arrivato Francesco ci è parso un po’ provato, tanto da farci pensare che qualcuno gli avesse tirato uno scherzo da prete a farlo girare come una trottola fin dall’alba con l’obiettivo  di fiaccarlo; se era questo lo scopo non ci sono riusciti.
La messa è stata molto partecipata, e l’omelia del Papa ha richiamato come al solito tutti alle proprie responsabilità, peccato che la tendenza sia di farsi uscire da un orecchio quello che entra dall’altro, e i buoni propositi rimangono in prevalenza lettera morta.

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Utilizzo alternativo della sciarpetta

Finita la messa ci siamo incamminati verso la stazione per riprendere il nostro trenino; dopo due ore di attesa che hanno generato diverse intemperanze tra i fedeli che evidentemente avevano già perso lo spirito fraterno, alcuni dei quali sono stati ripresi dalla nostra Gemma ed invitati a riacquistare quel minimo di serenità necessaria (“e che caspita!”) è stata finalmente la nostra volta di salire, e la nostra Lorella è riuscita a farsi redarguire da una ragazzina che avrebbe potuto essere la nipote per il volume della voce. Il nostro pincher argomentava giustamente che il concetto di “alta voce” è relativo in mancanza di rilievi scientifici. Per fortuna siamo arrivati e la dimostrazione è stata rimandata.

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Cartello strappato a dei profughi polacchi ai tempi della caduta del muro

Una bella giornata, che ci ha sollevato per un po’ dalle miserie umane che ci circondano; non c’è solo del marcio, in Danimarca¹, a saperlo cercare.

(131 – continua)

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¹ credo sappiate tutti che Monza non è in Danimarca, nel caso vi stiate chiedendo che c’entri adesso l’Amleto.

 

Piante e buoi dei paesi tuoi!

Come avevo anticipato nel precedente reportage, le banane alla fine sono arrivate. Per ora si tratta di piantine, ma come profeticamente cantava Renato Rascel: “Noi siamo piccoli, ma cresceremo e allora, virgola! Ce la vedremo!”, cresceranno.

Ricorderete che avevo qualche dubbio sulla filologicità dell’operazione; niente da ridire sulla collocazione nel lungomare di San Benedetto del Tronto, ma  le palme in piazza Duomo mi sembravano una forzatura. Niente di più sbagliato! Le mie ottuse obiezioni sono state confutate sia da storici, che affermano che le palme erano lì già nell’ottocento, che da botanici e giardinieri i quali irridendomi mi hanno invitato a dare un’occhiata in giro per il lago, dove le ville ne sono piene; e infine dalla mia consorte, che chiedendomi al solito dove vivo mi ha detto di guardare fuori dalla finestra, nel giardinetto condominiale, dove al posto del pino che vi si trovava in precedenza e che è stato decapitato da giardinieri fondamentalisti spicca ora solitaria una palma.

Non mi azzardo quindi a mettere in dubbio la veracità del bananeto! Immagino già stuoli di studiosi pronti a giurare che la dieta lombarda da secoli prevede l’uso del gustoso frutto; che i nonni dei nonni nella cassëula non disdegnavano infilarci una banana così come nei pizzoccheri, in aggiunta ai saporiti formaggi valtellinesi, una grattatina di banana non stona.

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In questi giorni si sta discutendo se vietare l’uso degli animali nei circhi. Dopo anni di attacchi animalisti sulla disumanità, a dire loro, del trattamento a cui le bestie sono sottoposte per essere addestrate, sembra che i legislatori siano intenzionati a sancire la fine dei circhi equestri, spettacolo forse anacronistico in tempi dove non ci si stupisce più di nulla, e dove nessuno pagherebbe per vedere donne cannone o barbute quando ogni tipo di freak viene proposto gratis su tutte le televisioni o in rete e più urlante è meglio è, ma affascinante come pochi per chi conserva ancora un cuore da bambino. Distruggiamo ettari di foreste ogni giorno, estraiamo l’estraibile e trivelliamo il trivellabile, con i nostri viaggi low-cost solo per soddisfare il nostro ego smisurato inquiniamo cieli e terra, tolleriamo gli sfruttamenti e le disuguaglianze più mostruose ma, per carità, nessuno maltratti il povero leone, stop alle Crudeltà! Ebbene, a costo di passare per retrogrado, devo dirlo: basta con queste fisime effeminate. A noi cresciuti a pane e tigri di Mompracem, a lavoro e dignità, fa molto più specie una generazione ridotta ad elemosinare voucher che un leone in gabbia, che si guadagna onestamente la pagnotta e la fa guadagnare al suo domatore che rischia ogni giorno la vita per donare un brivido ed un’emozione agli spettatori. Altro che maltrattato! Il leone è fiero, è la Star, lui sa che con una sola zampata potrebbe staccare la testa a quell’ometto ma no, non lo fa! E non per paura, ma solo per permettere al suo pubblico di constatare, sera dopo sera, che il Re lì dentro è lui, non quell’insignificante bipede senza peli che si trova davanti.

Pensavo allora, se i circhi dovessero davvero chiudere, che fine farebbero tutte le bestie maltrattate: verrebbero portate in Africa, o nel Bengala, e liberate? Si accettano scommesse su quanto tempo sopravviverebbero. Come si può allora una volta di più non plaudire alla preveggenza e lungimiranza dell’amministrazione milanese? Creiamo il giusto habitat in vista della liberazione: il Bio-Parco di Piazza Duomo! Il cibo non mancherebbe di certo, anzi temo che in poco tempo gli snelli leoni circensi diverrebbero gattoni obesi; le scimmie in compenso potrebbero volteggiare di palma in palma, contendendo i datteri alle golose giraffe.

Ad esempio, per l’accoglienza a Papa Francesco che il prossimo 25 marzo sarà in visita a Milano, avendo il materiale a disposizione perché non prevedere una bella rappresentazione biblica sul tema dell’Arca di Noè? Detto tra noi, il vostro coretto preferito sarà presente, in mezzo a decine di altri cori, al Parco di Monza, nel pomeriggio di quello stesso giorno. Le mie coriste sono incuriosite dal fatto che alcuni canti verranno eseguiti solo da cori virili e si riservano di valutarne l’effettivo grado di virilità. Spero comunque che non aprano le gabbie proprio quel giorno, sarebbe un bel disastro. Avete visto quello che è successo in Svezia?

(125 – continua)

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Bomba o non bomba, noi, arriveremo a Roma

Così cantava Antonello Venditti nel 1978, senza ne Italo ne Frecciarossa ne voli low-cost ad accorciare le distanze; cantautore bravissimo ma che allora non apprezzavo semplicemente perché delle canzoni tendo a non captare le parole e di conseguenza, ascoltando solo le melodie, le trovavo abbastanza ripetitive e noiose. Colpa mia, intendiamoci. Per colpa di questo approccio ai testi musicali non avrei mai potuto assegnare il Nobel al cantautore Bob Dylan, di cui peraltro conosco pochissime canzoni, ma mi fido del giudizio della giuria di Stoccolma. Stamattina leggevo un commento che affermava che tutta la poesia di Dylan, senza musica, non vale un solo verso di Montale, premio Nobel 1975: ogni tempo ha i suoi poeti, mi verrebbe da dire, e forse per questo tempo il buon Dylan è persino troppo.

Qualche giorno fa avevo annunciato una marcetta su Roma, e finalmente ci siamo. Con tempismo perfetto abbiamo rischiato di essere bloccati da uno sciopero generale, tra cui quello dei trasporti, indetto da alcuni sindacati autonomi con una sobria piattaforma rivendicativa che riassumerei con la famosa frase di Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” (1).

Partiremo prima dell’alba ed arriveremo a Roma giusto all’ora di colazione per i meritati cappuccino e maritozzo; ma a fare cosa vi chiederete? Ma si, ve lo dico: per cantare! Con il coretto della parrocchietta parteciperemo al Giubileo delle Corali, con altri 2490 cantori (noi saremo in dieci). In realtà il gruppo della marcetta è ben più nutrito, ma rispecchia l’andazzo italiano per cui uno lavora e due stanno a guardare: quindi i 10 di cui sopra saranno impegnati full time per le tre giornate canore in Vaticano, mentre gli altri andranno in giro per Roma a visitare monumenti e gozzovigliare a panini e porchetta e vino dei Castelli.

Ma non voglio dilungarmi troppo adesso, quello che faremo ve lo racconterò al ritorno.

Voglio invece riportare qualche considerazione condita con pillole di saggezza:

  • le cose non succedono da sole. Ci vuole che qualcuno ci creda, che qualcuno ci si impegni, che ci si incoraggi e sostenga a vicenda specie quando non tutto va come ci si aspetterebbe;
  • l’attività principale delle suore di Roma è quella di gestire case di accoglienza (di accoglienza ho detto, non tolleranza)? e soprattutto pagano l’Imu? Ce ne sono a bizzeffe, e tutte le strutture che ho contattato erano piene. Abbiamo dovuto occupare cinque B&B diversi per sistemarci…
  • perché in qualsiasi locale di Trastevere non è possibile prenotare al sabato sera? (un quesito per Roberto Giacobbo);
  • perché l’assistenza Italo è a pagamento? (mi hanno ciucciato 30 euro di ricaricabile per poter spostare i biglietti). E fortunatamente quando poi, avendo finito la ricarica, ho chiamato il numero gratuito, mi hanno fatto lo stesso servizio (un angelo di nome Elena)… l’assistenza non poteva dirmi subito di chiamare il numero gratuito?
  • ricordarsi sempre di essere fortunati e vivere la vita con passione, gioia e amore (con questa dovrei essermi meritato l’agognato titolo di fra’ Giò, che come ricorderete qualcuno mi aveva assegnato indebitamente).

La composizione del coro, anomala a dir poco, è: 2 soprani, 1 contralto, 5 non definibili; 1 tenore e 1 così così (io). Cioè, quando dico così così non mi riferisco all’identità sessuale, per chiarire, è solo che alcune voci non rientrano nei canoni standard: io ad esempio non sono ne tenore ne basso, e mi arrangio qua e là; le 5 donne indefinite non sono classificabili nelle categorie musicali ma in compenso vengono usate come cavie in laboratori di fisica, in quanto a volte emettono degli ultrasuoni che disturbano gli animali più delicati. Scherzo, sono brave (a cucinare poi ottime).  Notate la percentuale di cui ho già parlato in passato di 4 donne per ciascun uomo, che mi sembra rispettata in tutti i cori che conosco tranne quelli alpini.

Dunque Roma, arriviamo! E’ stata impegnativa ma ci siamo quasi…


(1) Riporto pari pari dal sito dell’Usb (che non è la chiavetta, sta per Unione Sindacale di Base):

per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Condivido in toto, stranamente mancano la pace nel mondo ed il disarmo nucleare, deve essere una svista.

(110. continua)

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Scusate l’interruzione (sono stato preso da un’onda arancione)

Capita, ed a volte spesso, di non riuscire a mantenere gli impegni presi. Contro la proprio volontà, perlopiù; o per cosciente indolenza. Avrei dovuto illuminare i fratelli minori sul come riconoscere quei segnali che possono fare di loro, se non vigilanti, delle vittime dei loro fratelloni; senonché, e spero che nel frattempo qualcuno non sia caduto in qualche fraterno tranello, ho avuto altro da fare. Volendo incidere un’altra tacca tra le tante cose che so fare male, e non essendo momentaneamente disponibile uno stage di ballo tip tap, ho colto questa opportunità che già due anni fa mi aveva fatto lippi-lappi. Insomma, mi sono iscritto ad un workshop di canto Gospel e sono stato un po’ impegnato. Non so a voi, a me quando si parla di canto Gospel vengono immediatamente alla mente quelle chiese americane, ripiene di gente colorata con delle voci da far paura che vestita di tuniche variopinte si  dimena, nonostante la mole,  con leggerezza prodigiosa.

Innanzitutto spero che tutti sappiano cos’è un workshop. In italiano sarebbe un laboratorio, cosa che richiama immediatamente alla mente martelli e lime a me forse più adatti che non gorgheggi  e trilli; ma workshop fa tutto un altro effetto.

Ci siamo dunque ritrovati in poco meno di duecento in un teatro per due giorni e mezzo straordinari. Non pensiate che avessi chissà quali obiettivi. Che sia un cantante diciamo medio(cre) lo sapete; che il mio inglese traballi, pure; e che nel mio animo rimanga sempre una qual certa riserva verso la religione (quell’oppio dei popoli caro all’amico _ compagno si può ancora dire? _Vladimir Ilyich Ulyanov in arte Lenin) credo l’abbiate intuito, specialmente quando vira verso il fanatismo.  Certo detto da uno che canta in un coro parrocchiale può sorprendere ma l’uomo è fatto di contraddizioni e poi insomma, non si sa cosa si troverà di là, come disse l’imperatore Costantino facendosi battezzare in punto di morte, ma se qualcosa c’è io mi porto avanti.

Quindi un workshop di Gospel non poteva che farmi bene.

Innanzitutto ho avuto la conferma statistica che il rapporto uomo-donna in cori che non siano alpini è di uno a cinque. Sembra che gli uomini ritengano disdicevole dedicarsi al canto; se qualcuno fosse preoccupato per la propria virilità lo rassicuro, non è più di moda castrare per poter fare le vocine da soprano; e comunque l’operazione andava fatta in tenera età. Meglio così, piatto ricco mi ci ficco potrebbe dire qualcuno non attratto esclusivamente dalle performance vocali.

Quindi dicevo eravamo lì, un bel gruppone di impiegati, operai, casalinghe, studenti e qualche pensionato, quando sono arrivati questi due mostri sacri. Anzi gli altri due, perché il primo era il maestro del coro Gospel Always Positive Carlo Rinaldi (sempre sia lodato) che è l’anima di questo evento. Ho già detto che un atteggiamento fiducioso e ottimistico predispone ad ottenere buoni risultati, ed è uno stile di vita al quale di norma cerco di attenermi. Ecco, c’è da dire che questo atteggiamento interiore al maestro Rinaldi non manca di certo: quando ci ha comunicato che il giorno dopo avremmo cantato all’Expo di Milano, sul sagrato del Padiglione della Veneranda Fabbrica del Duomo proprio sotto alla riproduzione della Madunina, perfino a me questo ottimismo è sembrato un pelino eccessivo.

A dire la verità, una decina di giorni prima avevamo ricevuto un elenco dei pezzi che avremmo fatto, ed i relativi link youtube: peccato non aver fatto una foto della mia faccia la prima volta che li ho sentiti. Nei giorni seguenti ho stimolato i sorrisetti di compatimento di mia moglie, che scuotendo la testa si chiedeva tra se e se, ma a voce non troppo bassa, dove volessi andare con la mia vocetta a cantare Gospel; grazie a questi suoi amorevoli incoraggiamenti  avevo quasi imparato tutti i pezzi, se non altro abbastanza da non sbagliare labiale in caso di playback.

Esistono in giro molti grandi artisti che non amereste avere come coinquilini. I nostri due, Chris Mazen e Chantéa Kirkwood, avremmo voluto adottarli a turno: in questo modo però gli avremmo impedito di donar gioia anche agli altri e così, anche se a malincuore, alla fine li abbiamo dovuti lasciar andare.

Abbiamo iniziato a cantare alle 19:30 di venerdì, e con brevi interruzioni siamo andati avanti fino alle 23 di domenica: il mio stato d’animo è passato dal: a) o cacchio, quando ci hanno detto che metà dei canti imparati non li avremmo fatti, ma in compenso ne avremmo fatti  altrettanti sconosciuti ; b) mannaggia ai Genesis (ricorderete le mie lezioni di inglese!), quando dopo due ore capivo appena tre o quattro parole di un discorso, e scopiazzavo senza vergogna gli appunti del vicino; c) cavolo mi sono messo a fare con i tenori che non ci arrivo… va bè, meglio qua che i bassi sono troppo bassi; d) no per favore i testi lasciateceli leggere, io non mi ricordo dal naso alla bocca;  e) pensa te, vogliamo fare gospel e manco le mani a tempo battiamo! f) verso le 23 di venerdì, ormai in crisi mistica: si… può… fare!

E si è fatta. Dovessi dire come ci siamo riusciti non saprei; abbiamo cantato anche un canto in lingua Zulu, con una coreografia improbabile. Duecento persone che cantano, bisogna riconoscerlo, fanno un certo effetto anche se non sono dei Bocelli; e cantare con alle spalle la Madunina ci ha dato una spinta particolare.

Apro una piccola parentesi sull’Expo. Io sono fortunato, abito vicino e ci sono già stato un paio di volte. A me piace. Come quelle cose belle che non sai bene a cosa servono: ma belle. Fatte bene, organizzate, vive. Non sembra nemmeno di stare in Italia, nemmeno le code sono italiane. Nutrire il pianeta è un po’ un optional, a quel che ho visto; ma di bellezza del mondo se ne vede tanta. E non è nemmeno tanto caro per mangiare come dicono.

Insomma, abbiamo cantato un’ora e mezza; disturbati dagli occupanti il padiglione del Gambia che forse innervositi dal canto zulu hanno pensato che volessimo dichiarare guerra, ed hanno messo gli amplificatori a manetta.

Poi di corsa allo spettacolo dell’Albero della vita! Una fiumana di gente ed un’onda arancione che cercava di farsi largo! E si, perché avevamo delle belle magliette arancioni, una macchia di colore che spiccava in mezzo alla folla.

Pensavo quindi di aver toccato la vetta della mia carriera canora, quando invece domenica l’abbiamo dedicata a preparare i pezzi per la messa in Duomo; mica gli stessi, se no sarebbe stato troppo facile. Menzione speciale alla polenta e brasato preparata da dei valentissimi cuochi valtellinesi; gli avevano detto che c’era da cucinare per un coro, e da quelle parti i cori mangiano leggero.

Domenica sera in Duomo c’erano, così riportano i giornali, duemila persone, e senza gambiani intemperanti. Qualche titolo, solo per rendervi conto dell’emozione che potevamo avere, e che credo abbiamo trasmesso: Holy Spirit, Halleluja salvation and glory, Total Praise, Come let us worship the Lord, Holy Lord, You Can no stop no more… Certo, eravamo in duecento, se anche non ci fossi stato non se ne sarebbe accorto nessuno, e forse non se ne è accorto nessuno anche se ci sono stato. Ma c’ero! Ed è meglio che lo scriva, altrimenti fra un po’ finirà che non ci crederò nemmeno io…

(59. continua)

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Canta che ti passa

Se qualche anno fa qualcuno avesse scommesso sul mio futuro come cantore, per giunta in un coro parrocchiale, avrebbe avuto scarse probabilità di vincita. Lasciando da parte il mio rapporto con la fede, abbastanza contraddittorio, è proprio delle capacità vocali che sarei stato scettico.

Purtroppo a differenza di tanti, anche famosi, ho il difetto di riuscire ad ascoltarmi: e a quello che sento non assegnerei un bel nove in pagella. Innanzitutto, il suono è un po’ nasale. Va bè, direte, anche Ramazzotti ce l’ha. Si, appunto, Ramazzotti. Da tecnico, potrei dire che l’aria non viene convogliata nelle giuste cavità: ma certi vizi vanno corretti da piccoli, ed ora la soluzione di tagliare il naso mi sembra esteticamente discutibile.

Poi, l’estensione. In un coro, normalmente, ci sono quattro tipi di voci: soprani e contralti per le donne,  tenori e bassi per gli uomini. Per me, le parti del tenore sono troppo alte; quelle dei bassi troppo basse. A volte mi trovo bene con i contralti (le partiture, intendo).

Parliamo di intonazione. Su questo potrei dire con un eufemismo che dovremmo tutti migliorare (tranne la nostra solista e direttrice Donatella); da parte mia mi difendo ma non potrei garantire di azzeccare al primo colpo, e neanche al secondo,  un intervallo con in mezzo qualche accidente (che, credo sappiate, non sono le invettive lanciate verso gli altri coristi, pur necessarie, ma i diesis o bemolli… insomma i soliti tasti neri).

“Ma allora, scusa, chi te lo fa fare?” – direte. Non che non me lo chieda anch’io, almeno una volta la settimana, ma gli avvenimenti mi hanno preso la mano.

Io volevo suonare l’organo. Il coretto esistente, da cui mi ero tenuto accuratamente alla larga, era ormai ai minimi termini: erano rimaste solo in due, di cui una specializzata nei salmi. Non essendo addentro alle liturgie, pensavo che li inventasse lì per lì: tra l’altro mi sembravano tutti uguali.

Non so perché, forse fu dopo un salmo particolarmente deprimente, ma mi offrii di accompagnarle.  L’offerta venne accolta con entusiasmo tale da rendere impossibile la ritirata. Il fatto che sapessi suonare la chitarra, e non l’organo, fu archiviato come particolare secondario. Realizzato che la gamba era un po’ più corta del passo, dovetti comprare una tastiera e imparare gli accordi.

Passammo dei mesi a ricostituire il coro, reclutando vecchie e nuove coriste (gli uomini generalmente preferiscono cantare nei cori alpini, strada che non mi precludo); preparare un repertorio di canti decente e non troppo datato; nel frattempo io cercavo di prendere un po’ di dimestichezza con il nuovo mezzo. Arrivammo alla data stabilita per il debutto, una Pasqua.

Vi ho già detto che in banda il debutto era previsto per il venerdì santo, contribuendo allo strazio generale: ma per un coro ricostituito non ci sembrava di buonissimo augurio. Successe però un piccolo imprevisto.

Per lavoro mi è capitato, ogni tanto, di dover andare all’estero. Nella fattispecie a Praga, magnifica città ma che in quel frangente non potei ammirare come meritava. Infatti, appena arrivato, uscendo dall’albergo inciampai su una rotaia del tram. Sentii un rumorino, ma non ci feci caso. La sera, il ginocchio mi si era gonfiato come un melone: si era lesionato un menisco. Anni e anni di calcio senza un infortunio, e un menisco rotto per attraversare la strada. Ciò non mi impedì la sera di trincare birra in una bettola con i colleghi e brindare con una acquavite al retrogusto di idrocarburi, la Slivovitz, che consiglio come anestetico ; ma al ritorno dovetti apprestarmi all’operazione. Per il debutto, ero convalescente e con le stampelle. La mia consorte scuoteva la testa.

Fu quindi con particolare emozione che eseguii le gioiose note della Resurrezione. Magari un po’ meccanicamente,  a scatti; e con la mia tastiera perché dell’organo ancora non mi sentivo degno.  Insomma, un 6+; però dopo anni di canti a cappella (lungi da me ogni intenzione di  doppio senso) era un miglioramento notevole. Alla fine della cerimonia un fedele si avvicinò e dopo i complimenti dichiarò di saper suonare l’organo. Sono dell’opinione che se non mi avesse sentito suonare mai e poi mai si sarebbe fatto avanti: sicuramente nel suo animo gioia pasquale e sofferenza  musicale quel giorno avevano dibattuto a lungo. Fu arruolato all’istante.

A quel punto, la mia missione si sarebbe potuta considerare conclusa  ma non colsi l’attimo.

La domenica, dopo la messa, chiedo sempre un giudizio al mio critico personale. In genere dice che il coro ha cantato bene, io così così. Non è chiaro se lo faccia per spingermi a migliorare o per invitarmi a smetterla: ma se spera che smetta prima di avermi assegnato un bel “bravo” sbaglia di grosso.

(40. continua)

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