Tre stelle per Olena – 18

Nonna Pina, con gli occhi fiammeggianti e la voce rauca che vibra di indignazione, punta un dito ossuto verso la giovane chef. Po le rivolge un sorriso riconoscente e prova a calmarla:
«Lasci stare signora, è passato troppo tempo…»
«Proprio perché è passato tanto tempo, Po, bisogna che qualcuno racconti la verità a questa signorina!» risponde la battagliera centenaria.
«Chi è questa donna? Non la conosco, non voglio ascoltarla!» protesta Li Wok.
«E invece mi starai a sentire, imperatrice dei miei stivali! Il tuo trisnonno era un deficiente, e mi pare proprio che tu abbia ereditato la sua malattia!»
All’affermazione di nonna Pina Montesi si abbandona stremato sulla poltrona.
«Trisnonno, imperatrice, ma di che sta parlando? Olena, tu ne sai qualcosa?» chiede confuso alla russa, meravigliata quanto lui.
Po, imbarazzato, cerca di frenare la veemenza di Nonna Pina:
«La prego signora, è meglio non…»
«Lasciami fare Po, quando ci vuole ci vuole. Quest’uomo» scandisce indicando il cinese «non è stato semplicemente una delle guardie dell’imperatore. A venticinque anni era già generale, e comandante delle guardie! Ma chi era quel cosiddetto imperatore a cui aveva giurato fedeltà assoluta? Un pupazzo, un vanesio, un inetto! Come avrebbe potuto essere diverso, del resto? Pu Yi era stato messo sul trono a due anni¹, due anni capite? E’ vissuto sempre in un mondo tutto suo, non conosceva niente del suo paese e dei bisogni del popolo. L’hanno fatto abdicare a sei anni, e meno male, e da allora ha vissuto una vita dorata all’interno della Città Proibita con l’unica occupazione di spendere i soldi che i cinesi continuavano a concedergli, solo loro sanno perché. Completamente manipolabile e manipolato, si è prestato per pura ambizione a fare il fantoccio dei giapponesi, opprimendo la sua stessa gente! Ti dico una cosa, ragazzina arrogante: se il tuo trisnonno nella vita ha capito qualcosa è stato solo quando, finita la guerra, i comunisti di Mao Tse Tung l’hanno tenuto in carcere per rieducarlo invece di trattarlo come criminale di guerra e impiccarlo come meritava!»
«Lui aveva giurato di proteggerlo fino alla morte» insiste Li Wok, ma con meno convinzione.
«E ti pare non l’abbia fatto? Pensi che sarebbe sopravvissuto, se Po non l’avesse difeso tutto il tempo? Se Po ha una colpa, cara mia, è solo quella di non averlo fatto fuori con le sue mani il tuo imperatore! Dovresti rispettarlo e onorarlo invece di insultarlo, e baciargli le mani, se non fosse stato per lui…»
«Che vuol dire con questo?» chiede Li Wok, colpita.
Per un attimo nella stanza cala il silenzio, poi Nonna Pina e Po si scambiano un lungo sguardo, alla fine del quale l’uomo si raddrizza, si schiarisce la voce ed inizia il suo racconto.
«I giapponesi cercavano da anni di far sposare Pu Yi con qualche loro connazionale, per rafforzare i legami di amicizia dicevano, ma in realtà l’unica cosa che volevano rafforzare era il dominio sulla Manciuria. L’imperatore aveva sempre rifiutato, anzi nel 1943 aveva preso come quarta moglie Li Yuqin, una ragazza quindicenne: Pu Yi non aveva ancora avuto figli, e si sperava che Li Yuqin potesse dargli un erede. Per la verità la prima consorte, Wanrong, dieci anni prima aveva perso un bambino, e circolava voce che fosse un figlio illegittimo e fosse stato soppresso per ordine dei giapponesi. Quando Li Yuqin rimase incinta eravamo preoccupati che qualcuno potesse far del male a lei o al bambino, e la misi sotto stretta sorveglianza. Nessuno poteva entrare o uscire dalle sue stanze senza venire controllato… i giapponesi in pubblico si felicitavano, ma in realtà erano contrariati dalla presenza di un successore che un giorno avrebbe potuto reclamare quello che ritenevano ormai un loro territorio. Si mostrarono perciò offesi, dissero di ritenere le misure adottate una mancanza di fiducia, e protestarono con l’imperatore che mi ingiunse di permettere l’accesso ad un loro dottore, che avrebbe vigilato sulla salute di Li Yuqin. Mancavano pochi giorni al parto ed un eunuco venne a riferirmi di aver assistito, non visto, ad un colloquio tra due ufficiali giapponesi ed il dottore: appena dopo il parto questi avrebbe dovuto praticare al bambino una puntura letale. C’era poco tempo… quando iniziarono le doglie mandai una pattuglia a prelevare il dottore. L’ordine era di trattenerlo il più a lungo possibile, ed i miei uomini eseguirono alla perfezione, fingendo persino una scaramuccia con degli uomini armati. Quando il dottore arrivò l’imperatrice si era ormai sgravata e dormiva profondamente, spossata. Vicino a lei, piangente, la levatrice teneva in braccio un bambino, morto»
Po si ferma, ripensando a quei momenti, e un velo offusca il suo sguardo. Tutti sono in attesa, affascinati; persino Piccioni e Corinaldi, in piedi sulla soglia della stanza, aspettano la continuazione.
«Il dottore certificò la morte» continua Po «e il giorno dopo il corpicino venne tumulato, con una cerimonia privata»
«Ma non è possibile» esclama Li Wok. «Quel bambino non può essere morto!»
«E perché mai?» chiede nonna Pina, provocatoriamente. «Ne morivano a migliaia di bambini a quei tempi, grazie agli amici del tuo imperatore, e perché proprio quel bambino no?»
«Perché altrimenti io non sarei qui!» rivela Li Wok. «Quel bambino era mio nonno!»

¹ La storia di Pu Yi, maschera tragica e grottesca, è affascinante e decadente come quella della società e del periodo storico in cui ebbe la ventura di vivere. Quello che sembrava dovesse rimanere immutato fino alla fine dei secoli cambiò in poco tempo e tumultuosamente travolgendo il mondo che conosceva: l’avvento della Repubblica, due guerre mondiali inframezzate da guerre civili e sino-giapponesi, la rivoluzione comunista, e Pu Yi si ritrovò da imperatore a giardiniere, riuscendo solo allora ad essere libero e, forse, felice. L’Autore ha romanzato solo la parte del figlio avuto con Li Yuqin, che non è mai esistito.

Tre stelle per Olena – 17

Montesi, accortosi che la mascella di Olena si sta irrigidendo, riporta la ragazza alla calma.
«Signorina, si sieda per favore. Qui decido io chi può parlare» chiarisce il maresciallo, lanciando un’occhiata alla russa che gli restituisce un cenno di approvazione.
«Signor… Po, la prego, si sieda. Ha qualche dichiarazione da fare sul caso? Intanto ci vuol dire perché la signorina le ha dato del traditore, vi conoscete per caso?».
Po ignora l’invito di Montesi e rimane in piedi fissando Li Wok, che volta ostentatamente la testa nella direzione opposta. Un sorriso triste gli attraversa il volto; sposta lo sguardo verso Montesi ed inizia a raccontare.¹
«Mi chiamo Po Hui, e sono nato nella provincia di Heilongjiang, in Manciuria, il 15 aprile 1921, nell’Anno del Gallo»
«Cento anni?» domanda meravigliato Montesi «Ma ne è sicuro, signor Po? Non è che in Cina contate gli anni in modo diverso che qua in Italia? Mi sembra piuttosto in forma per essere un centenario»
«Merito del Tai Chi, maresciallo, della dieta povera di carne e del sesso» risponde sorridendo Po. «Ma la prego, non mi interrompa, la mia mente non è più quella di una volta»
«In che senso sesso? No, lasci stare, prego, continui» si scusa Montesi dubbioso, invitandolo a proseguire con un gesto delle mani.
«Provengo da una famiglia di agricoltori, abituati a spaccarsi la schiena di lavoro e a patire la fame, eravamo costantemente minacciati dalle carestie e soprattutto dalle ruberie… Era un periodo confuso per la Cina: l’Impero era crollato nel 1912 e per anni avevano spadroneggiato i signori della guerra, sconfitti infine dal generale Chiang Kai-shek; la pace però era un miraggio, l’esercito combatteva da un lato contro i giapponesi che avevano invaso proprio la Manciuria e Shangai e volevano ulteriormente espandersi, e dall’altro purtroppo contro gli stessi cinesi, l’esercito rivoluzionario di Mao Tse-Tung. Proprio i giapponesi nel 1932 crearono nei territori della Manciuria il Manciukuò, ponendovi a capo Pu Yi, l’imperatore deposto, facendogli credere che l’avrebbero aiutato a riconquistare tutta la Cina»
«Non nominare quel nome! Non ne sei degno!» insorge Li Wok, scattando ancora in piedi.
«Signorina, la prego» la richiama ancora Montesi «Signor Po, vogliamo venire al dunque? La storia cinese è affascinante, ma qui avremmo da fare…»
Po continua, senza dar mostra di aver capito.
«A sedici anni mi arruolai nell’esercito ed a diciotto i miei superiori, apprezzando le mie capacità, mi cooptarono nella Guardia Personale dell’Imperatore e mi trasferirono a Chanchun, nella capitale. Era il 1939, e da lì a poco sarebbe iniziata la Seconda Guerra Mondiale… nonostante le promesse, fu ben presto chiaro che i giapponesi non avevano alcuna intenzione di restaurare l’Impero: il Manciukuò di fatto era una colonia ed i cinesi erano oppressi, sfruttati e trucidati quando osavano ribellarsi. Poi, a dicembre del 1941, il Giappone attaccò gli Stati Uniti andando ad affondare la loro flotta a Pearl Harbor, nelle Hawaii, costringendoli di fatto ad entrare in guerra. Da un momento all’altro ci trovammo, da cinesi, su due fronti opposti: Chiang Kai-shek con russi, americani e inglesi, ovvero con gli stessi che per decenni avevano fatto a gara nel depredarci, e noi del Manciukuò con le forze dell’Asse, cioè con quei giapponesi di cui eravamo di fatto prigionieri. I nostri comandanti erano inquieti ma Pu Yi diceva di pazientare, che i sacrifici sarebbero stati ripagati, la vittoria del Giappone era nel nostro interesse perché avrebbe portato alla restaurazione dell’Impero ed a rinnovare l’ordine e la concordia»
«E lei ci credeva, signor Po?» chiede Montesi scettico, prevenendo un altro scatto di insofferenza di Li Wok.
Po si ferma per qualche secondo ed alza lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra alle spalle di Montesi.
«Non è importante quello che io credevo, maresciallo. Ero un soldato, avevo fatto un giuramento e lo avrei rispettato fino alla fine. Chi ero io per discutere le parole dell’Imperatore? Il mio compito era quello di difenderlo, anche con la vita se ce ne fosse stato bisogno. Questo mi imponeva il mio Onore»
A questo punto Li Wok insorge di nuovo e scatta in piedi:
«Tu osi parlare di onore? Tu, che hai lasciato imprigionare il tuo imperatore? Tu che dovevi proteggerlo con la tua vita! Di quale onore parli, tu sei solo un traditore!» urla la cinese, incontenibile.
Po abbassa la testa, quasi curvandosi sotto il peso dell’accusa; infine si rialza e con un sorriso di tenerezza si accinge a rispondere alla ragazza, quando la porta dell’ufficio si apre violentemente lasciando entrare una donna anziana con lo sguardo fiammeggiante che si rivolge a Li Wok con una voce roca e raschiante come una lima sul ferro:
«Come osi tu, piccola stupida! Sciacquati la bocca prima di rivolgerti così al generale Po!»

Montesi guarda sbalordito la vecchia e soprattutto il suo piantone Piccioni che non è riuscito a trattenerla, chiedendosi come sia possibile.
«Ma che cazzo succede ancora?» sbotta il maresciallo balzando in piedi «Ma cosa siamo diventati, la sala colloqui della Baggina²? Adesso basta! Piccioni, toglimi immediatamente dai coglioni questi due o quanto è vero Dio ti faccio fare il giro della caserma a forza di calci in culo!»
Piccioni rosso in volto entra nella stanza ma a questo punto Olena, rimasta fino a quel punto seduta in silenzio, si alza in piedi e si avvicina alla nuova arrivata.
«Babushka, è bello rivedere voi. Come mai da queste parti?» le chiede alzando leggermente il labbro sinistro in quello che sembra un sorriso, e contemporaneamente diffidando con la mano alzata Piccioni dal fare un ulteriore passo.

¹ Per comodità del lettore il racconto verrà riportato in italiano corretto, senza trascrizione del difetto di pronuncia di Po, ovvero del suo pararotacismo.
² La Baggina è il nome familiare che i milanesi danno al Pio Albergo Trivulzio, famosa casa di riposo per anziani, ed è detta Baggina perché situata sulla strada che porta dal centro al quartiere Baggio. Nel 1992 quello che allora ne era presidente, il socialista Mario Chiesa, venne pizzicato con le mani nella marmellata e da lì prese il via l’inchiesta Mani Pulite che contribuì a mettere fine alla Prima Repubblica. L’Autore pur avendo a suo tempo apprezzato la momentanea piazza pulita ha tuttavia molti dubbi sul fatto che quanto venuto dopo sia meglio, anzi.

Tre stelle per Olena – 7

«Ma prima di introdurre l’ultimo sfidante permettetemi, amiche ed amisci, di presentarvi il presidente della giuria di qualità, il vinscitore della scorsa edizione del nostro concorso: un bell’applauso ad Auguste Trésomarie!»
Gli spettatori tributano il giusto omaggio all’uomo di mezza età con capelli e baffetti impomatati, non molto alto, pingue e azzimato che si alza lentamente dalla sua poltrona per andare alla ribalta vicino a Turchese e raccogliere gli elogi con degnazione.
«Vieni, vieni, Auguste» lo invita il presentatore. «Ricorderete amisci che Auguste Trésomarie è lo chef dello storico locale parigino “Le doigt d’honneur”, chiamato così in ricordo del fondatore Louison Trésomarie che preparando uno stufato di coniglio si tranciò di netto il dito medio e lo servì ai suoi clienti con tanto di unghia» svela Turchese, trattenendo un brivido di raccapriccio.
«Ma non temete amisci» continua il conduttore «le pietanze che vengono servite oggi sono delle prelibatezze, come il piatto vincitore dell’anno scorso: i cappelletti ripieni di escargots alle erbe di Provenza, che mi dicono abbiano avuto molto successo, non è vero Auguste?»
«Verissimo, Alexandre, la nostra creazione modestamente ha riscosso il favore della clientela, del resto composta da veri intenditori e amanti dell’arte culinaria. Non gestiamo mica una bettola, noi, come i locali di certi sedicenti colleghi. A proposito, ti ringrazio di averci invitato a presiedere la giuria di qualità, una soddisfazione personale ma anche un chiaro riconoscimento della superiorità della cucina francese, oserei parlare di superiorità tout-court, vogliamo dimenticare il vino, il formaggio, le donne, la cultura, la storia, la moda, la politica?» declama con enfasi Trésomarie usando come suo costume il plurale maiestatis. «Ci rattrista che quest’anno non ci sia un francese in finale » continua lo chef con un sorrisetto malizioso «ma del resto avete già scelto il migliore, s’est moi, gli altri sarebbero stati solo brutte copie»
Turchese interrompe la tirata del narciso francese trattenendosi signorilmente dal chiedere se tra i simboli di superiorità sia da considerare anche l’abitudine di trasportare delle baguette sotto le ascelle, specialmente in estate:
«Aspetta a ringraziarmi, Auguste, sono sicuro che anche quest’anno il lavoro della giuria sarà molto impegnativo, le tifoserie sono pronte a scatenarsi ed il vostro giudizio sarà sottoposto a dure critiche, dovrete affrontare accese discussioni e contestazioni, si potrebbe addirittura arrivare allo scontro fisico…» prospetta il presentatore con un filo di perfidia, mentre Trésomarie sbianca leggermente e fa un passo indietro.
«Ma ecco a voi il quinto e ultimo concorrente» annuncia Turchese, mentre il francese ritorna al suo posto.
«Dalla Cina, Li Wok!»

Il pubblico trattiene il fiato, impressionato dalla giovane donna che sale sul palco con grazia e leggiadria, vestita con una semplice divisa nera ed una cuffia che le copre parte dei capelli corvini raccolti in una lunga coda che termina con un fiocco rosso, divisa che ne accentua la magrezza atletica; la ragazza regge delicatamente un cestello in bambù e avanza a piccoli passi, quasi levitando, con la testa abbassata in un lieve inchino; le labbra atteggiate ad un sorriso discreto e pudico contrastano con gli occhi che lanciano di nascosto sguardi saettanti verso il presentatore. Anche Turchese sembra colpito dall’apparizione e, quasi perso in qualche suo pensiero, impiega qualche secondo prima di riacquistare la parola.
«Li… Li Wok è la chef di uno dei più famosi ristoranti yum di Hong Kong, The last Emperor, l’ultimo imperatore, e sebbene sia molto giovane è già considerata una maestra del dim sum» dice il presentatore, quasi con deferenza . «Li, sono sicuro che il nostro pubblico è curioso di saperne di più del tuo ristorante e dei piatti che prepari, vuoi parlarcene?» la invita Turchese con gentilezza.
«Volentieri caro Alessandro» risponde Li in perfetto inglese, subito tradotta. «Lo yum cha non è solo un pranzo, ma un’esperienza che deriva dalla nostra tradizione millenaria: non è solo il pasto principale della giornata ma un rito di sublimazione, di autoconsapevolezza: il tè viene servito insieme a piatti con tante piccole porzioni, i dim sum, che possono essere composti con carne, pesce, verdura o anche frutta, fritti, stufati, al forno, al vapore… pensa che sono state raccolte ben diecimila ricette diverse di dim sum. Tra questi non mancano certo i ravioli e sono proprio questi che ho ritenuto più appropriato portare al concorso, sperando possano essere apprezzati» conclude la cinese con modestia, facendo un piccolo inchino.
«Mi hai anticipato, Li, ed hai già annunciato il tuo piatto, ma vuoi anche dirci di cosa è composto il ripieno? Come dicevi c’è una vasta scelta, ma credo che per questa serata avrai scelto degli ingredienti speciali, sbaglio?»
«Non sbagli caro Alessandro ma per ora, se permetti, vorrei lasciarli segreti e svelarli solo al termine» risponde Li Wok, irrigidendosi leggermente.
«Credo che il regolamento non lo vieti» ipotizza Turchese, lanciando uno sguardo alla giuria che dà subito un cenno affermativo «ma vorresti almeno dirci il nome della tua pietanza?»
«Sì, questo posso farlo. Il mio piatto si chiama V.»
«V?» chiede il presentatore, confuso. «V e basta?»
La cinese rialza la testa, fissa Turchese negli occhi e più che rispondere pronuncia una sentenza:
«V come Vendetta, Alessandro. V come Vendetta»

Cronachette della fase tre (10-15 giugno)

Le scuole sono finite in tutta Italia, tranne che per chi deve dare gli esami, un anno strano con i tre mesi finali, quelli in cui si tirano le fila dell’anno, passati in casa. Non era facile, non era scontato, tanti maestri e professori lodevolmente si sono dati un gran daffare per organizzare e tenere le lezioni a distanza; anche in questo ci sono privilegiati, non tutti hanno una cameretta dove rinchiudersi per seguire le lezioni con tranquillità ma magari deve condividere gli spazi con genitori e fratelli, chi ha un collegamento internet veloce e chi magari ce l’ha lento o non ce l’ha affatto, chi ha un computer aggiornato e chi no (o magari non ce l’ha)… la scuola non dovrebbe essere un ulteriore terreno di crescita per le disuguaglianze, dunque i nostro legislatori dovrebbero pensare, nella scuola nuova che si profila, anche a fornire i mezzi necessari agli alunni che ne sono sprovvisti invece di regalare soldi a John Elkann. I miei nipoti più piccoli comunque non la pensano come me, anzi, stanno facendo il tifo perché il virus a settembre riprenda alla grande…

Questa settimana, per la prima volta in vita mia, ho provato i 4 salti in padella al posto del risotto pronto. Il risotto ci sembrava ormai invernale, anche se fa più freddo adesso che a marzo: ravioli di zucca al ragù bianco. Pensavo peggio, si lasciano mangiare, ma penso che l’esperimento finirà qua. In Coop ancora niente guanti e niente alcool, a dire la verità l’alcool è introvabile dappertutto ed una nostra conoscente ha detto che in una farmacia ha visto un cartello dove lo vendevano a 5 euro al litro. A questo punto allora propongo di usare la benzina, dato che il prezzo è calato; mi chiedo come sia possibile una cosa del genere, hai voglia a dire di stare attenti, distanziarsi, se poi non si trovano i minimi presidi igienici! Ma dico, qualcuno di quelli che dovrebbero controllare un giretto per i supermercati non lo fa mai?

Sembra che abbiamo venduto una fregata (intesa come nave militare) all’Egitto. Non che mi scandalizzi, lo fanno tutti non saremo proprio noi gli ultimi fessi a non approfittarne; mi sfugge leggermente qual è la nostra politica estera, siamo amici di El Sisi? Ci sarebbe di mezzo un certo Giulio Regeni torturato e ammazzato da quelle parti dai suoi uomini, o  ricordo male? E il fatto che in Libia lo stesso El Sisi appoggi il generale Haftar mentre noi fino a prova contraria riconoscevamo Al Sarraj, appoggiato a sua volta da Erdogan, conta qualcosa? Abbiamo una nostra idea in proposito o la cambiamo a seconda di come tira il vento (e dei soldi)?

Ci stiamo molto allarmando perché in Cina stanno riprendendo i contagi. E’ curioso che ci preoccupiamo se su un miliardo di persone ci sono 50 contagiati, mentre noi invece in 60 milioni ne abbiamo ogni giorno 300 nuovi, ancora oggi. Ci preoccupiamo così tanto che da questa settimana diverse regioni hanno stabilito di rinunciare alla mascherina, in Lombardia fortunatamente l’obbligo rimarrà fino a fine mese. In compenso abbiamo già acquistato, a scatola chiusa, il vaccino che verrà. Quando ci sarà davvero ci sarà da ridere, tra no-vax, si-vax e x-vax…

Mio figlio domani, dopo più di tre mesi, tornerà a Milano nel suo ufficio in co-working. Speravo che tornassero in pianta stabile invece pare che faranno solo una puntata per prendere documenti e files rimasti là; sarà un mordi e fuggi perché l’edificio non è stato ancora sanificato e messo a norma, né si sa quando sarà fatto. Ho consigliato di smettere di pagare l’affitto, e casomai di dare qualcosa a me dato che è casa mia che si è trasformata in un pezzo di succursale, per il momento stiamo trattando, non posso tirare troppo la corda dato che presta un’ottimo lavoro da cuoco-pizzaiolo.

Sono ricominciate le partite di calcio (chissenefrega, comunque l’Inter ha ripreso da dove aveva lasciato: perdendo) e sono iniziati gli Stati Generali dell’Economia; di quest’ultimo punto avremo modo di parlare, la montagna partorirà qualche topolino?

Da domani cercherò di ritornare alla periodicità giornaliera;  mi sono reso conto che il settimanale non mi è molto congeniale perché dimentico le cose, e invece specialmente in questo momento c’è bisogno di persone informate dei fatti, se ci siamo capiti, ma parleremo anche di questo…

A domani dunque amiche e amici, sempre se ce la faccio, eh…

0e2wsuslnn841

Finalmente avremo la cittadinanza a punti!

A dimostrazione di quanto la Cina sia avanti anni luce per quanto riguarda l’attenzione posta al benessere dei propri cittadini, è di questi giorni la notizia che ad alcuni cittadini è stato impedito di acquistare biglietti aerei e ferroviari in quanto aventi un basso rating sociale.
In pratica, come fanno da sempre le agenzie Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch eccetera, società private partecipate da grandi multinazionali la qual cosa potrebbe far nascere qualche dubbio sulla loro imparzialità ma sorvoliamo, queste agenzie dicevo assegnano voti agli Stati sulla loro affidabilità, cioè sulla fiducia che chi gli presta soldi possa riprenderseli: qui si tratta essere appena più capillari ed assegnare a ciascun singolo cittadino un Social rating, un Credito Sociale.
Lo Stato cinese intraprende questa strada con le migliori intenzioni, si tratta infatti di creare “un ambiente di opinione pubblica nel quale il mantenimento della fiducia sia percepito come glorioso”, e “che rafforzerà la sincerità negli affari governativi, quella commerciale, sociale e la costruzione della credibilità giudiziaria”.

E chi potrebbe essere contrario a tanta benevolenza?

Ma vediamo un po’ come viene redatta questa pagella. La valutazione abbraccia diversi aspetti di una persona: se si pagano le bollette e le rate dei prestiti, se si mantengono gli impegni contrattuali, la trasparenza delle informazioni personali, il comportamento dedotto dalle abitudini di acquisto, le relazioni sui social media ed i commenti dati nelle varie discussioni.
Detta così sembra un po’ una cosa da Grande Fratello, ma confidando nella saggezza cinese cercherò di capire quali invece possono essere i vantaggi per la collettività.

Innanzitutto c’è da dire che in qualsiasi parte del mondo se uno non paga le bollette e le rate dei prestiti, o le paga tardi, non è che sia tenuto proprio in palmo di mano; e la stessa cosa se qualcuno si prende degli impegni contrattuali/lavorativi (scadenze, consegne, aderenza ai requisiti, qualità) e non li rispetta, non è che possa aspettarsi dei “bravo” ed una riconferma al prossimo giro, a meno di non essere intrallazzati con qualcuno dei committenti a cui magari si paga una tange commissione.

Le nostre informazioni personali sono ormai a disposizione di cani e porci, pensate solo alle decine di call center che ci funestano le giornate con chiamate indesiderate ed alle pubblicità che ci bombardano, tanto varrebbe andare in giro con il numero di telefono stampato in fronte che la situazione non cambierebbe di molto.
In quanto alle abitudini di acquisto siamo profilati in mille modi: ogni volta che in un supermercato si usa una carta sconto, quando si usa bancomat o carta di credito, quando si acquista su Internet… e del resto la Social Card che il nostro governo, non quello cinese, si appresta a dare ai destinatari del reddito di cittadinanza, non prevede anche un controllo sulle spese “etiche”? Anche questo con la migliore intenzione, certo, per evitare che uno si vada a spendere la paghetta alle macchinette del bar: ma sempre controllo è.

Mi viene in mente che qualche tempo fa acquistai su Internet dei costumi da donna, per i ragazzi del teatro, e da allora continuano ad arrivarmi delle pubblicità di abbigliamento femminile anche intimo e magari qualche algoritmo potrebbe annoverarmi tra i rappresentanti di famiglie non tradizionali.

Infine, le relazioni sui social ed i commenti. Si è sempre detto “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” quindi se tra le “amicizie” su Facebook, per dire, ne intrattengo con una pletora di sgallettate si potrebbe pensare che sia un tipo un po’ farfallone: lungi da me, naturalmente, anzi proprio l’altro giorno ho rifiutato la richiesta di amicizia di una simpatica ragazza indonesiana con la quale non avrei saputo che argomenti condividere. E in quanto ai commenti… finalmente! Su questi social c’è gente totalmente fuori di testa alla quale andrebbe tolta anche la licenza di guida, oltre che il diritto di voto: e ritengo che sia un provvedimento di salute pubblica metterli in condizione di non nuocere a se stessi ed al prossimo. Tra l’altro, come ho detto spesso, il suffragio universale è sopravvalutato come dimostrano certe elezioni recenti in ogni parte del mondo, perciò sarebbe il caso di dare almeno una sfoltita ai votanti.

Dunque, amici, nessuna paura. Tanto siamo già tutti controllati e schedati, almeno la Cina lo ufficializza e anzi, permette un controllo sociale, come le pagelle esposte di una volta: come mai io ho preso 3 e lui 6? Cos’ha lui che io non ho? (Tra l’altro per una stupidissima interpretazione della privacy ora i voti non possono più essere esposti. Grandissima stupidaggine, perché permetteva di controllare se venivano fatti favoritismi e ingiustizie… quindi schedati e profilati si, ma le pagelle no…)

Se poi proprio qualcuno voglia provare a tirarsene fuori, il rimedio ancora c’è: pizzini e contanti…

lingerie-cina

Tutta colpa di Marco Polo! (come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati)

L’altra sera, aiutato da un paio di bicchierini di melogranello, mi sono trovato a riflettere su qual è stato il preciso momento in cui i cinesi sono passati ad essere, anziché risorsa come ci è stato ripetuto per decenni, una minaccia mortale nientemeno che per la nostra libertà.

Il melogranello è un liquore a base di melagrana¹ che ho acquistato alla Fiera dell’Artigianato a Milano; per i miei gusti è troppo dolce ma mi tiene compagnia nei momenti di nostalgia verso il paese natale, che addirittura ha il melograno nello stemma comunale.

bottiglie_e_scatola_1_ml

Nel coro degli allarmisti si distingue l’anziano ex premier che si candida al parlamento europeo con lo scopo dichiarato di arginare la penetrazione gialla: mi sono detto che se è preoccupato persino lui, che pure con i cinesi ha fatto fior di affari non ultimo la vendita della sua titolatissima squadra di calcio, evidentemente qualcosa di vero deve esserci e devo affrettarmi a capirlo, anche perché la bottiglia sta finendo.

A proposito di penetrazioni, una delle partecipanti alle famose cene eleganti del suddetto ex premier nonché testimone al processo contro di lui sembra sia stata avvelenata con materiale radioattivo, come nelle peggiori spy-story. Una deputata marocchina dello stesso partito dell’ex premier invita con indubbio tempismo a ricercare mandanti ed esecutori tra i propri connazionali. Non risulta comunque che siano sospettati i cinesi.

giornalesicilia2_2019031519310230-625x350-1552674714

Può essere stato per le squadre di calcio? Non credo. Per l’incetta di bar, di negozi di parrucchiere e barbiere, di centri estetici e massaggi? Per l’invasione di all-you-can-eat e sushi bar? Fastidiosi certo, ma non a livello di minaccia mortale (anche se sugli avvelenamenti sarei possibilista). Sarà perché hanno preso in mano gran parte del settore del divano (altro che artigiani della qualità!) e della stoffa, nonché delle tintorie? Sarà per i negozi di cover e di pile per i cellulari?

Il mio quartiere si è trasformato a poco a poco in una dependance cinese, molto discreta peraltro: finanziano persino la parrocchia, in quanto hanno in uso alcuni locali dell’oratorio altrimenti inutilizzati, e li usano per insegnare il cinese ai bambini cinesi nati qua; magari quando andrò in pensione mi iscriverò anch’io. Ed il ristorante cinese ha preso in affitto il piazzale della chiesa per usarlo come posteggio per i clienti, esclusi naturalmente gli orari delle messe. Il nostro parroco non deve aver colto la minaccia mortale: invece è più sensibile al destino del Venezuela, in quanto l’altra domenica ci ha invitati a pregare per i poveri bambini venezuelani ai quali il loro presidente non vuole bene.

934149_20150321_c5_maduro

E’ strano però che finché i cinesi ci servivano per produrre merci a costo basso ci andavano bene, anche se contribuivano ad abbassare sia la qualità dei prodotti che gli stipendi degli addetti di qua: è la globalizzazione, ci dicevano, magari all’inizio porta qualche disagio a qualcuno, ma vedrete che alla lunga ci sarà benessere per tutti.
Peccato che questa “narrazione” era un po’ come la storia nella nipote di Mubarak: una bugia bella e buona, e quelli che ci si sono trovato in mezzo, perdendo posti di lavoro e diritti, non l’hanno presa molto bene. Ci hanno guadagnato, e moltissimo, in pochi: tutti gli altri si stanno ancora chiedendo come mai tutto questo benessere non si è riversato su di loro; finora il giochetto di mettere i poveri contro i più poveri sta funzionando, anche se qualcuno ogni tanto sbrocca: che possa durare per sempre però non ci giurerei.

Sabato sono stato a teatro, al Piccolo Teatro di Milano, imbucato con una benemerita associazione di pensionati. La storia, ben recitata dal bravo Silvio Orlando, era di una malinconia così struggente che mi ha fatto sperare in una prossima rivoluzione mondiale che sfoltisca le fila dell’umanità. Sono sicuro che io sarei nelle fila degli sfoltiti in quanto facente parte di quelli con la pancia piena che vanno a teatro a Milano al Piccolo Teatro a riflettere sui mali dell’esistenza: tra di loro c’è sicuramente anche qualcuno che ai suoi tempi è stato maoista ed aveva in mente di cambiare il mondo ma adesso è contrario al reddito di cittadinanza perché così i giovani non hanno lo stimolo per cercar lavoro.

222-Sinotaalli

Diciamocelo francamente amici: ma cosa sarebbero gli italiani se Marco Polo non avesse portato dalla Cina gli spaghetti? Saremmo rimasti in balia della polenta (per la quale peraltro avremmo dovuto aspettare più di un secolo Cristoforo Colombo) ed avremmo litigato furiosamente, ci si sarebbe divisi tra chi la preferisce molle con la salsiccia in mezzo, chi abbrustolita, chi taragna, chi cuncia con il formaggio filante ed il burro: ed hai voglia a suonare il mandolino! Perciò ben venga quel miliardo e mezzo di cinesi a visitare la nostra Disneyland mondiale; ben vengano i loro container zeppi di cianfrusaglie; ben vengano parrucchieri improvvisati e massaggiatrici volenterose. Speriamo solo che dopo averci comprato le squadre di calcio non imparino pure a giocare a pallone…

img_3698

¹ La pianta si chiama melograno. Il frutto si chiama melagrana. In questo blog come sapete si dispensa cultura a mazzi e soprattutto a gratis.

War is over

Non so più che scrivere. E’ la triste, innegabile verità. Sento di aver dato fondo a tutte le mie risorse e mi manca l’ispirazione: la politica mi ha scocciato, di biciclette rosse ho raccontato in abbondanza, ho svariato dal comico al drammatico e saccheggiato la storia di famiglia.
Forse avrei bisogno di quella bella zappa che vado predicando per i giovani; rimpiango quei bei giorni quando andavo ad aiutare mio padre al lavoro e tornavo a casa stanco e felice.

Come Blade Runner devo dire che tante delle cose che ho visto si sono perse come lacrime nella pioggia, o nel vino cotto. Ho verniciato metri e metri di ringhiera delle mura, ringhiera che ormai non esiste più, sostituita qualche anno fa da una più moderna; ho aiutato a saldare ragni di piombo per gli scarichi dei bagni, materiale ormai fuori legge; ho avvitato sifoni per i bidet delle case popolari con troppa delicatezza, e i proletari avranno avuto sicuramente delle perdite.

A proposito di ringhiere, quest’estate passeggiando con mio padre mi sono fatto raccontare qualche vecchia storia, ed ho così appreso che sia l’asilo del paese (ora in disuso, ma con qualche progetto di utilizzo) sia la scuola (questa ancora in uso come scuola media) sono stati edificati nel 1935.
Ho provocato  il vecchio socialista (che all’epoca però non lo era ancora, e come poteva? Aveva sette anni…) osservando che allora qualcosa di buono quei fascistoni avevano fatto; non si è ribellato come speravo, anzi quando gli ho chiesto come fosse possibile che oggi, con tutte le possibilità tecniche ed economiche non siamo nemmeno più capaci di costruire dei ponticelli, ha scosso la testa e ridendo mi ha detto: “perché oggi vogliono mangiare in troppi”.

Della scuola ricorda tra l’altro quando prese uno scappellotto da un capobastone del partito, perché era andato a scuola con la camicia nera, che andava indossata solo al sabato: senza tener conto, quel testone, che di camicia mio padre ne aveva una sola. Gli chiesi, quando ero più giovane, perché una volta finita la guerra non glielo avesse poi restituito, quello scappellotto: era un poveruomo, mi disse, mica potevo sporcarmi le mani.

Parlando di guerra, ho appena dato un’occhiata ad un osservatorio sulle guerre, che sostiene che in questo stesso momento nel mondo sono in corso conflitti che coinvolgono 67 stati, in praticamente tutti i continenti, con 776 milizie varie impegnate.
Pensare che 45 anni fa domani John Lennon cantava “Happy Xmas (War is over)” fa considerare che sia stato perlomeno poco profetico; chissà cosa avrebbe pensato del mondo di oggi se una nullità non l’avesse ammazzato pochi anni dopo. Avrebbe duettato con Obama? Avrebbe manifestato contro Trump? Può essere.

Sarà anche un po’ di malinconia, un amico se ne è andato, e mi ha fatto pensare che sotto al muro di quella ringhiera abbiamo passato interi pomeriggi a giocare a pallone, coi capitani che formavano le squadre, scegliendo un giocatore alla volta, dai più bravi ai più scarsi, e nessuno si deprimeva ad essere scelto per ultimo, bisogna essere capaci di riconoscere quando uno gioca meglio di te.
E suonava anche bene, e un sacco di strumenti; gli piaceva scherzare e aveva la battuta caustica, quella che con due parole ti fulmina, ed una grande intelligenza, si era messo in testa di imparare il cinese, ce l’aveva fatta ed ho saputo che addirittura era stato chiamato ad insegnarlo nelle scuole.

Sui manifesti funebri ha fatto scrivere solo “Militare – Vittima dell’amianto”,  ma non so se sia la verità o un ultimo scherzo, non era nemmeno militare. Mi sarebbe piaciuto farci un’ultima suonata insieme, sarà per un’altra volta.

(a che numero ero arrivato?)

come-memorizzare-gli-ideogrammi-cinesi_408660b26b08615d7b60064fccd6d84c

Cinquanta sfumature di grigio

Ieri sera, abbastanza affannato per cercare di prendere in tempo il treno che mi riportasse a casa ad un’ora decente, all’ingresso della stazione di Milano Cadorna, all’esterno della quale e lo dico per quelli non pratici del luogo troverete conficcato un enorme ago disegnato da Gae Aulenti, la designer e architetta alla quale è stata dedicata la piazzetta all’ombra del grattacielo di Unicredit nel nuovo quartiere di Garibaldi, salite le scale della metropolitana, dicevo, mi trovo di fronte due belle ragazze, con indosso una pettorina azzurra con lo stemma di una nota organizzazione umanitaria, con una penna in mano ciascuna ed in evidente attesa di qualcuno da abbordare.

Qualche tempo fa vi parlai della mia avversione a lasciare che dei peli residui rimastimi in testa (caduti sicuramente grazie ad un eccesso di surriscaldamento delle meningi) si occupino parrucchieri cinesi. Niente contro gli operosi orientali: nutro solo diversi dubbi sul fatto che paghino le tasse, ma questo casomai accomuna i nostri popoli ancora di più; posso arrivare ad apprezzare la loro lucida strategia di distruzione del capitalismo con le armi del capitalismo; ma non riuscendo ad andare oltre una conversazione che comprenda “corti”, “si”, “no”, “quant’è?” preferisco l’amico Leo, col quale se non altro discutiamo di calcio e donne, ormai in quest’ordine. La settimana scorsa però, avendo fretta di sistemarmi e con la coerenza che mi contraddistingue, sono tornato dai cinesi. In dieci minuti mi avevano sciampato e scalpato; non sono stato abbastanza veloce nel dire “non troppo corti” che sul “non” un tassello di lobo parietale era già scoperto. Tra l’altro non ho riconosciuto nessuno di quelli in servizio l’ultima volta, ma confesso di non essere particolarmente fisionomista.

Vi è mai capitato di pensare di esser stati bambini più di mezzo secolo fa? A chi ha più di mezzo secolo, intendo. A me è capitato l’altra sera: terribile rivelazione, che per un attimo mi ha tramortito; a rincarare la dose il giorno dopo ha provveduto il mio medico di base, una dottoressa alla quale mi rivolgo solo in casi estremi e questo era uno di quelli, ovvero una fastidiosa tracheite presa arbitrando in un torneo di calcetto tra squadre nazionali di migranti. Peru, Ecuador, Salvador 1 e Salvador 2, Africa nera e Ponte Chiasso che essendo vicino alla Svizzera voleva avvalersi dello status di extracomunitari. La mobilità non è il mio forte, avrò percorso in tutto duecento metri; ma il freddo era parecchio e nonostante la divisa comprendesse giaccone e berretto di lana alla sera ero cotto. Ho avuto l’accortezza, per non perdere tempo, di portare in visione alla dottoressa gli esami del sangue fatti a maggio, poco prima che cadessero in prescrizione: al che, dopo un sommario esame, lei si premurava di dirmi che:  a) alla mia età, certe alzate d’ingegno andrebbero evitate e b) gli esami anche se stagionati indicavano che i valori dei grassi erano sballati, e sempre considerando la mia età era il caso di considerare l’assunzione di qualche pillolina.

Credo sappiate tutti, perché è uno degli argomenti più discussi nella parte satolla del mondo dove fortunatamente e senza meriti particolari ci troviamo, che il colesterolo alto è dannoso. Il concetto di alto si stabilisce confrontandolo con una soglia: ed ecco che, abbassando quella soglia, quello che ieri era normale oggi diventa alto. Il gioco funziona anche a rovescio: se qualcosa fa male in rapporto ad una soglia, basta alzare quella soglia. Qualche giorno fa, ad esempio, i legislatori europei hanno adottato questa tecnica per alzare i limiti di emissioni di ossidi di azoto ammesse per l’omologazione dei veicoli. Tutto è relativo.

Insomma salito l’ultimo scalino della metropolitana, come temevo, mi sento apostrofare da una delle due questuanti: “Una firma contro la fame nel mondo!”. Cosciente che tutti non si può aiutare, ho deciso da tempo quali organizzazioni sostenere, e pur apprezzandola questa non è nel mio elenco; mi accingevo quindi ad attuare la solita tattica di sganciamento, ovvero guardare un punto lontano e far finta che chi si ha davanti non esista. La manovra aveva quasi avuto successo, quando l’altra mi fa: “ehi, cinquanta sfumature di grigio, perché non firmi?”.

Ci ho messo qualche secondo a collegare il riferimento al grigio, colore che com’è noto sta bene con tutto, con i miei capelli effettivamente cangianti per colpa delle scalette cinesi e non a qualche fantasia della ragazza scaturita dalla lettura del noto romanzo; devo dire che se da un lato ho ammirato la passione con la quale la ragazza perorava la propria pausa, non ho gradito che mi si rivolgesse con lo sbarazzino tu: o sono grigio o sono giovane, deciditi.

(86. continua)

50

Affittasi utero

Non avendo alcun titolo per esprimermi nel merito di questa questione, ovvero se sia lecito permettere anche in casa nostra quello che già da altre parti del mondo è concesso, dove la fattispecie consiste nell’ affittare un pezzo di corpo di una donatrice per i pochi mesi necessari al concepimento di un bambino dopo di che il nascituro rimarrebbe agli affittuari mentre alla locataria (necessariamente di sesso femminile, almeno per ora) verrebbe restituita la possibilità di fare del proprio utero quello che meglio crede, mi permetto comunque di manifestare qualche dubbio.

Non mi è ben chiaro in questa transazione quale sarebbe il ruolo dell’uomo: se partecipi attivamente alla scelta della donatrice ed alla successiva fecondazione, se si limiti a fornire una o più dosi di seme oppure se il contratto preveda che la generosa incubatrice scelga da se stessa il partner, ed in questo caso se gli affittuari abbiano la possibilità di indicare un gradimento o addirittura accampare un diritto di veto.

Anche dal punto di vista del diritto del lavoro l’inquadramento sarebbe controverso: si tratterebbe di lavoratrici autonome o dipendenti a tempo determinato? Le tariffe rispettano le tabelle nazionali del comparto metalmeccanico, o data la natura sociale la prestazione può essere equiparata al trattamento del pubblico impiego?  E, visto che l’articolo 18 che prevedeva il reintegro è stato eliminato dal grazioso governo Renzi-Confindustria, che succederebbe  in caso di licenziamento? E a chi spetta l’indennità di maternità, all’affittata o all’affittuaria? O prima all’una e dopo all’altra?

L’unione dei consumatori avrebbe qualcosa da dire, e probabilmente vi andrebbe dedicata qualche puntata di Report. Ad esempio, in questi casi si applica il diritto di recesso? Se il prodotto non rispetta le attese, può essere reso al produttore? Ed in che misura può non rispettare le attese? L’acquirente può controllare la filiera, ovvero risalire l’albero genealogico della produttrice di qualche generazione? E nel caso la consegna non avvenga nei tempi previsti, può essere applicata una penale? E se invece di un bambino ne nascono due o più contemporaneamente, che si fa?

Non voglio dibattere se sia etico o morale comprare o vendere un corpo umano, o se sia da considerare più mamma chi il bambino lo dia alla luce o chi lo accolga e gli voglia bene. Corpi umani si vendono e comprano tutti i giorni, anche a pezzi ed anche a poco prezzo; alcuni corpi addirittura non hanno nessun valore; e di bambini figli di genitori non “naturali”, se la parola ha un senso, ce ne sono a milioni.

A ben vedere, di bambini in vendita ce ne sono sempre stati; specialmente in periodi grami come potevano essere quelli di guerra, di storie di povere donne che davano i figli a coppie facoltose, in cambio di un piccolo tornaconto per loro e una speranza di vita migliore per il figlio, ne giravano a bizzeffe. In genere però si trattava di bisogno, non è che si scegliesse come professione lo sfornare figli , a mo’ di panettiere, per conto terzi.

Ricordo con nostalgia quando, da adolescenti degli anni settanta, sentivamo scandire (in televisione) lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io”. Devo dire che all’epoca avevamo una vaga idea di dove si trovasse, ‘sto benedetto utero; già fantasticavamo su organi più esterni, figurarsi quelli più nascosti.

Certo fa un po’ impressione vedere come quello slogan, che all’epoca veniva usato per rivendicare non già la supremazia ma addirittura l’esclusività nel decidere tempi e modi per la procreazione, in tempi di consumismo venga distorto per sostenere che, assodato ormai che l’utero è mio, lo possa usare come voglio e quindi anche per fabbricare figli e venderli al migliore offerente.

Ci sono dei bisogni, delle sofferenze, su cui non si può banalizzare o scherzare, e sicuramente uno di questi è il desiderio di maternità. Ma, mi chiedo, sul pianeta siamo già sette miliardi, ed a breve arriveremo a nove sempre che Erdogan non continui a stuzzicare Putin e questo giustamente non gli tiri in testa qualche bomba atomica, è proprio necessario comprarseli i bambini? Non ce ne sono già abbastanza in giro? Come si fa ad essere contenti che il governo cinese, per dire, abbia tolto il limite di un figlio a coppia quando sono già un miliardo e quattrocento milioni? Mi sembra per lo meno incauto. E se si mettessero a produrli anche loro, e magari ad esportarli col marchio Made in RPC? Staremmo freschi…

(75. continua)

femministe