Olena à Paris – epilogo

A Buenos Aires, e precisamente nello storico quartiere di San Telmo, è in corso una importante cerimonia a cui partecipano il ministro dei Beni Culturali Ramon Diaz, il governatore Fulgencio Sbandado, il sindaco Nestor Figueroa Alcorta, il vescovo Guillermo Colasanto ed altri esponenti politici, imprenditoriali e del mondo dello spettacolo e della cultura. L’occasione per il raduno è data dall’inaugurazione, a pochi passi dal MALBA, il Museo d’arte moderna latinoamericana, del nuovo Museo RANONE, progettato dall’archistar Alexandro Ciavapedra, che in onore delle committenti ha progettato un edificio a forma di vasetto di yogurt rovesciato al centro di un enorme tortellino.
L’evento, trasmesso in diretta dalla Televisión Pública, riguarda appunto l’apertura dell’avveniristico spazio multifunzionale destinato ad ospitare le opere d’arte ritrovate rocambolescamente in territorio argentino e che le due promotrici, Gilda Rana e Antonietta Talnone, hanno voluto dedicare alla memoria dei compianti mariti.
Gilda, appena conclusa l’intervista con l’anziano giornalista Bruno Mosquito, più interessato alla sua scollatura che alle sue dichiarazioni, scende dal palco dove l’orchestra “Las Vincisgraçias” sta accordando gli strumenti per il ballo che seguirà e si dirige al suo posto, aggrappandosi al braccio che l’elegante e premuroso accompagnatore gli tende.
«James, caro, come me la sono cavata, ti sono sembrata abbastanza compìta? Ho infilato quelle due paroline, come mi avevi suggerito, e mi è parso che perfino l’assessore approvasse, quel macaco, anche se in privato mi ha chiesto se non fosse possibile aggiungere al progetto un centro massaggi e una sauna. Gli ho detto che devo pensarci, tu pensi sia abbastanza multifunzionale?» chiede la Calva Tettuta, distribuendo sorrisi agli astanti.
«Accogliente ed inclusivo è un passepartout per tutte le situazioni, signora. In quanto alla sauna lascerei decantare la cosa, se posso permettermi. Le amicizie nate in quegli ambienti non sono delle più solide» risponde James, ripensando con un brivido ad un capanno nella tundra dove qualche anno prima si era trovato a tu per tu con Dimitri, il domatore di elefanti del circo Nikulin.
«A proposito James, sai che quegli occhiali ti donano? Il colore della montatura si intona con l’ematoma all’occhio destro. Ti hanno maltrattato quei bruti a Parigi? Ma quella ragazzotta, l’amica di Natascia, li ha sistemati per le feste. Peccato tu ti sia perso la scena madre, ma dov’eri finito? Siamo stati in pensiero»
«Desolato di avere involontariamente arrecato preoccupazione, signora, ma ho avuto un piccolo contrattempo. Vede, Serge…»
«Il tuo amico battitore?»
«Precisamente, signora. E’ stato quando gli ho confessato che non avrebbe avuto l’esclusiva per la vendita dei quadri, non l’ha presa molto bene. Mi ha dato dello spergiuro, del traditore, del matto da legare, finché non è passato alle offese inaccettabili»
«Davvero, James? Sembrava un armeno così a modo, chi l’avrebbe detto. Ma cosa ti ha detto, di preciso?» chiede Gilda, partecipe.
«Ha sostenuto _ faccio fatica a ripeterlo _ che ha visto attaccapanni più eleganti di me, il mio stilista dovrebbe essere carcerato e bisognerebbe istituire una lista nera di tutti i suoi clienti. Ed inoltre, e questo è quello che più mi ha fatto male, che il caffè che preparo è merde»
Gilda sbarra gli occhi e porta una mano alla bocca, inorridita dal racconto e commossa dalla lacrima che spunta dall’angolo dell’occhio pesto del suo maggiordomo.

«Oh, Gilda, eccoti qua, vieni, siedi vicino a me cara» li interrompe Antonietta Talnone, che affranta sorseggia un calice di Cruzat «Lascia che ti ringrazi ancora, non so cosa avrei fatto senza di te. Detto tra noi poi, quest’idea del museo è geniale: una pubblicità planetaria, sgravi fiscali per decenni, e diritti di sfruttamento di immagine… ho già dato disposizioni al nostro marketing di lanciare il Roquefort Caravaggio, ammuffito tre anni, sarà un successone!»
Gilda rabbrividisce all’idea e si affretta a ingollare a sua volta un calice dello spumante argentino, rimpiangendo peraltro il Franciacorta di casa; poi si stringe alla fresca vedova, e le confessa:
«In realtà l’idea non è stata mia, Antonietta. Lo vedi quello? » dice indicando una macchia variopinta.
«Ma chi, il pappagallo?» chiede Antonietta, sorpresa.
«Sshh, per l’amor del cielo, non farti sentire, è di un permaloso… Si chiama Flettàx, ma vuol essere chiamato Dottore. Pensa che una volta era un sovranista, poi ha avuto una crisi mistica ed è diventato commercialista. Ad essere sincera lo preferivo prima, era molto più divertente, anche se si rende molto utile. Per farlo divagare un po’ l’ho portato a vedere l’Amazzonia dove è nato, non si sa mai trovi la fidanzata»
«Ma Gilda, qui in Argentina non c’è l’Amazzonia, quella è in Brasile. Qui c’è la Patagonia» la corregge la francese, più ferrata in geografia.
«Ama, Pata, non stiamo a sottilizzare Antonietta. Ma piuttosto» e qui la Calva Tettuta avvicina il viso a quello della vedova Talnone, e abbassa la voce «hai avuto problemi dopo… l’incidente?»
«Assolutamente, tutto a posto. Le tue ragazze hanno fatto un lavoro perfetto: le impronte sulla pistola erano già quelle di Carlos, sul fucile hanno messo quelle di mio marito; le registrazioni delle telecamere di sicurezza sono state tutte cancellate, le nostre tracce nella stanza ripulite e l’ufficio messo a soqquadro a regola d’arte. Aggiungi che il capo della polizia è un mio caro amico e tutti gli anni faccio generose donazioni all’associazione delle famiglie dei caduti in servizio e insomma, il caso è chiuso. Sono libera come l’aria!»
«Libera, insomma… adesso ti toccherà prendere in mano le redini dell’azienda, ti assorbirà un sacco di tempo… » dice Gilda, ripensando alla sua esperienza.
«Non ci penso nemmeno!» risponde Antonietta, alzando le mani come ad allontanare un pericolo. «Hai presente la segretaria, Geneviéve, quella bruttarella? Lei conosce la ditta meglio di chiunque altro, ed erano anni che mio marito faceva fare a lei tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lui. Poverina, era innamorata, chissà quanto ha sofferto sperando che arrivasse il suo turno di essere sdraiata sul divano, ma ogni volta c’era una Chantal o una Juliette che aveva la precedenza. L’ho nominata direttore generale, ho fatto bene?» chiede la fresca vedova, guardandosi intorno con interesse.
«Furba! Hai fatto benissimo, così finalmente potrai dedicare del tempo a te stessa… ma c’è qualcosa che non va, cara?» chiede Gilda, vedendo l’amica distratta.
«Come? Ah, no, no… senti Gilda, pensi che qualcuno avrà da ridire se mi allontanassi per, diciamo, un paio d’ore? Sento che sto per avere un mancamento»
«Ti senti male Antonietta? Chiamiamo un medico, se vuoi…»
«No, no, non è necessario. Ecco, è che avrei un… ehm… appuntamento con quel ragazzo, quello laggiù…» indica Antonietta con un lieve cenno con la testa.
«Ma chi, Adalgiso?» chiede Gilda, scoppiando a ridere. «Stai attenta Antonietta che quello è rimasto disoccupato da poco, farà di tutto per farsi… apprezzare»
«Ah, ah, spero che sia all’altezza, perché non hai un’idea da quanto tempo non lo faccio…» confessa Antonietta che, vedendo il palestrato Adalgiso avvicinarsi si alza, si china su Gilda, le stampa un bacio sulla guancia e la saluta.
«Au revoir, mon ami» e si aggrappa al braccio muscoloso dell’uomo fingendo un malore; da sotto il ventaglio che sventola per farsi aria, dà disposizioni per il lieto proseguo.
«Suite Imperiale, caro. I muscoli non sono male, vedremo il resto… hai portato le manette? Bene, la frusta è in camera»

All’improvviso le luci si abbassano, e l’orchestra attacca Por me cabeza di Carlos Gardel, un classico del tango. Un occhio di bue illumina i due ballerini che, tenendosi per mano, avanzano regalmente dal fondo della sala verso lo spazio che si è creato sotto il palco: lei, affascinante, con il corpo inguainato in un lungo abito di seta nera, aperto ai lati per permettere i movimenti, lunghi guanti che le arrivano fin sopra il gomito, ed una rossa scarlatta fra i capelli candidi; lui, elegante in un completo immacolato di lino, che ben contrasta con la sua carnagione, emozionato ed orgoglioso di essere al fianco della sua partner.
Gilda, che sta addentando una empanada, allunga il calice verso James e rimane paralizzata, così come il maggiordomo, che per lo stupore continua a versare lo spumante finché non trabocca.
«James?» chiede sostegno Gilda, deglutendo.
«Signora?» risponde James, recuperando a fatica l’aplomb.
«Trovi che sia sveglia? Voglio dire, non sto sognando, è vero?»
«Lo escluderei, signora. Desidera che le dia un pizzicotto?»
«Lascia stare, casomai lo chiedo all’assessore. Stai vedendo anche tu quello che vedo io?»
«Temo di sì, signora» conferma il maggiordomo.
«Passi uno, ma due fantasmi mi sembrano un po’ troppi, non trovi? Non sarà un difetto di famiglia? Prima Evaristo, adesso nonna Pina. E guarda come balla! Sembra più in forma adesso di quando era viva»
«In effetti è inusuale anche per gli standard patagoni che una defunta balli il tango, a quanto ne so» dichiara James, ancora incredulo.
«Sarà colpa del 5G?» si chiede Gilda, che diffida delle novità tecnologiche. «Comunque direi che non è il caso di crucciarci, nel solaio di Villa Rana c’è un sacco di spazio, fantasma più, fantasma meno, basta che non si mettano a litigare tra di loro. Ma a proposito di fantasmi, dov’è sparito Svengard? Sempre il solito, la mondanità proprio non la sopporta. Senti James, come te la cavi col tango figurato?»
«Discretamente, signora. Mio cugino mi ha insegnato i passi fondamentali, anche se in cambio pretendeva che indossassi gli abiti di mia zia.»
«Ottimo, allora. Balliamo?»
«Con piacere, signora. Conduco io o conduce lei?»

«Chi sono quei due, capitano?» chiede Vassilissa, incuriosita dalla strana coppia che sta eseguendo una caminada. Olena guarda i due, intenerita, ed un raggio del faretto colpisce i suoi occhi blu e si riflettono in quelli della sua amica.
«Lei è Babushka Pina» dice lentamente, ammirando la donna alla quale ha fatto da badante per due anni.¹
«Lei è Leggenda» continua alzandosi in piedi, ed applaudendo la parada² dei due, che sembrano sospesi nell’aria. «Lui l’ha amata tutta la vita, ed è la prima volta che ballano insieme. E’ tango, Vassilissa, tango. Balliamo, vuoi?» le chiede, fissandola negli occhi.
«Temevo non me lo chiedesse mai, capitano» risponde la giovane, sostenendo lo sguardo, e alzandosi a sua volta.

«Juanito, mettici un po’ più di energia, per la miseria, non siamo ancora all’Ospizio. Hai paura di spezzarmi?» redarguisce il suo cavaliere nonna Pina.
«Ma querida, la ferita non è ancora cicatrizzata del tutto, il medico si è raccomandato, non devi sforzarti…»
«Ma chi se ne frega del medico, Juanito! Pensi che sarei ancora qua se avessi dato sempre retta ai medici?» chiede la centenaria, apprestandosi al molinete.
«Non ti ho ancora detto grazie per tutto quello che hai fatto» appoggiandosi più decisamente al ballerino.
«Grazie? E di cosa, sono io che devo ringraziare te. Questo è un regalo per me, un sogno che ho coltivato fin da ragazzo, ballare con la grande Wanda Del Rio…»
«Lascia stare quella là, Juanito» lo ferma l’antica diva. «Wanda è morta, lei sì, morta e sepolta da un pezzo. Ti ringrazio perché hai salvato me, nonna Pina, e non so ancora come hai fatto»
«Fortuna, solo fortuna» si schermisce l’anziano spasimante. «Quando ti ho caricata sul cavallo per riportarti a casa, non ho resistito alla tentazione, e ti ho voluto dare un bacio»
«Ti eri montato la testa, Juanito, pensavi di essere il principe azzurro? E se invece ti avessi trasformato in rospo?» ride la vegliarda, eseguendo i suoi adornos.
«La principessa sei tu, amada mia. Se non ti avessi dato quel bacio non mi sarei accorto di quel piccolo soffio, e non sarei corso al paese, dal dottore… il resto l’hai fatto da sola, con la tua tempra, il tuo temperamento…»
«Non essere modesto Juanito, tu mi hai salvato la vita. Anche se, sai, a pensarci mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto partecipare al mio funerale»
«Capisco, cara, ma quella donna, il Capitano, non ha voluto si sapesse che tu eri ancora viva, temeva che quelli che ti avevano sparato venissero a completare l’opera. Ma ti ha fatto fare una statua di cera, come quella di Evita»
«Tu l’hai vista, Juanito? Com’era, mi somigliava?»
«Si, querida, ti somigliava. Ma tu sei molto più bella»
La musica termina con i ballerini impegnati in un lento casquet; gli invitati sono tutti in piedi, e tributano ai due anziani innamorati un applauso scrosciante. Juanito e nonna Pina rispondono con un inchino, si rialzano e si abbracciano.
«E adesso, che ne sarà di noi?» chiede l’uomo, commosso.
«E chi lo sa, Juanito. Intanto viviamo, poi si vedrà»

E stavolta è davvero The End… ma non perdetevi i titoli di coda!

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017
² Caminada, Parada, Molinete, Adornos sono passi del tango argentino. L’autore ammira sconfinatamente i ballerini e soprattutto le ballerine di questo ballo affascinante, languido e sensuale.

Olena à Paris – 42

«E’ in ritardo, contessa»
Jean Biscuit, seduto alla sua scrivania, accoglie con un sorrisetto Olena, entrata nella stanza senza far rumore. La russa, fasciata da pantaloni in pelle neri ed un pullover a collo alto, sempre nero, tiene i lunghi capelli biondi raccolti da una fascia in tessuto stampato con motivi di piccole matrioske variopinte, capelli che ricadono su un giubbotto rosso con stampata sul dorso la scritta CCCP, si avvicina lentamente alla scrivania, tenendo d’occhio il divano laterale sul quale è seduta Gilda, imbavagliata e con la pistola puntata alla testa da Carlos, in piedi dietro di lei.
«Toglietele il bavaglio, prego» intima calma, sedendosi di fronte a Biscuit. «Le hanno fatto del male, signora?» si informa, ma appena libera Gilda la rassicura propompendo in un diluvio di improperi nel vernacolo nativo, linguaggio a cui ricorre sovente nei momenti di tensione.
«Moriammazzati, che ve pijasse un colpo! Natascia, spaccheje la faccia e quarcos’antro, pago tutto io, non te sta a preoccupà pe’ li danni! Jean, bruttu pezzu de merda secca de vacca, pozzi casca’ dentro un puzzu a testa per in gnó, se pò sapé che ti si missu per la testa? Che voli, che cerchi? Tutta ‘sta manfrina per compratte la ditta mia? Tu si’ scemu sulla testa, te l’agghio ditto ‘na orta e te lo ripeto: none! Rassegnete, la Rana non è in vendita, e piuttosto che vennella a te je dò focu! La bbruscio, ì capito?»
Jean Biscuit sorride divertito allo sfogo della Calva Tettuta di cui se pur qualche vocabolo gli è sfuggito ha afferrato il succo, ma anche ammirato dal seno generoso che, mosso dalla indignazione, ballonzola trattenuto a stento dal Wonderbra.
«Gilda, carissima, non è il caso di prenderla così. Se non avessi avuto la testa così dura adesso l’affare sarebbe concluso e non ci sarebbe stato bisogno di questa piccola, come definirla, spintarella…»
«Spintarella la chiami?» ribatte Gilda, che sta recuperando il controllo. «Prima hai provato a farmi chiudere “convincendo”, immagino con che mezzi, i fornitori…»
«Te n’eri accorta?» chiede Biscuit, intrecciando le mani dietro la testa, curioso di sentire il resto. «Be’, con qualcuno è stato facile, è bastato pagarli di più di quello che facevi tu. Con qualcun altro invece, lo ammetto, è stato più… complicato»
«Poi , all’improvviso, le banche che fino al giorno prima mi leccavano i piedi, mi chiudono le linee di fido. Ma che coincidenza! E con loro come hai fatto, Jean?»
«Anche i direttori di banca sono umani, Gilda, ed hanno le loro debolezze ed i loro punti deboli. Prendi quel, come si chiama? Renato Galbiati…»
«Tina?» chiede sorpresa Gilda. «L’hai ricattato? Ma se lo sanno tutti che frequenta i locali gay travestito da majorette. L’hai minacciato di fare uno scandalo?»
«No, in realtà no, della sua vita sessuale non ci siamo nemmeno interessati, se vuoi saperlo. Ma il fatto è che la cara Tina aveva fatto perdere un bel po’ di soldi alla sua banca con speculazioni sulle borse asiatiche, ed io mi sono gentilmente offerto di coprire il buco. Un do ut des, insomma»
«Non cominciare a parlare in marsigliese, eh! Poi ci hai provato con i sindacati»
«Già, anche se quello è stato un totale fallimento. Devo congratularmi con te, Gilda, i tuoi dipendenti sono molto più attaccati alla ditta di quanto lo siano i miei. Come fai, mi incuriosisce molto? Carota e bastone, immagino…»
«Lo sai, “caro” Jean, dove te li puoi infilare la carota e il bastone? Non siamo qui per parlare di relazioni industriali, giusto? Mi spieghi perché ti sei fissato con la mia azienda, non è nemmeno così grande, ho capito che è un mercato che non coprite, ma non siamo mica gli unici che fanno tortellini!»
Jean Biscuit scuote la testa, e si appoggia allo schienale della poltrona con le mani intrecciate dietro la testa.
«In realtà Gilda, e non prenderla come un’offesa, non so che farmene della tua azienda. Tra l’altro i tortellini nemmeno mi piacciono…»
«Che cosa?» chiede Gilda, confusa. «E allora cos’è che vuoi?»

Il presidente della Talnone si alza lentamente, va fino alla vetrata da cui si ammira la visione dell’Arc de La Defence e, spalle agli ospiti, inizia a raccontare.
«Io ed Evaristo avevamo una passione in comune, ti ricordi Gilda? Oltre quella per i soldi, intendo. La caccia, ci piaceva andare a caccia»
«Si, lo so, bambinoni che giocano ancora agli indiani e cowboy» commenta caustica la Calva Tettuta.
«Non mi aspetto che tu capisca o tanto meno approvi, naturalmente. Comunque uno dei posti migliori al mondo per cacciare è l’Argentina, questo lo sai vero?»
«Jean, vuoi farmi un trattato sulla caccia? Vieni al dunque, per favore»
«Dopo le prime volte che andammo laggiù, Evaristo pensò che avrebbe potuto unire l’utile al dilettevole: comprare un terreno destinato ad allevamento, intestarlo alla società in modo da scaricare tutte le spese, ma in realtà tenerlo come riserva di caccia. L’appezzamento era molto grande, comprendeva perfino una vecchia fattoria in disuso, una hacienda come la chiamano loro, che aveva in mente di ristrutturare e farne una struttura di lusso per cacciatori come noi, e diverse stalle e magazzini diroccati. E fu proprio in uno di questi magazzini che una mattina ebbi la… sorpresa»
«La sorpresa?» chiede Gilda, sorpresa a sua volta.
«Vicino a questo paesino, Tres Lomas, c’è un laghetto che è un vero paradiso… c’è il passaggio di un’infinità di uccelli, il codone delle Bahamas, il Cicero, la Netta peposaca, lo streppolo ed, ovviamente, il beccaccino.¹»
«Ovviamente» interviene Gilda, ironica.
«Avevo intenzione di appostarmi in un casotto che avevo preparato qualche giorno prima, ma lungo la strada si scatenò un violento temporale e così, visto quell’edificio seminascosto dalla vegetazione, decisi di ripararmi lì in attesa che passasse»
«Ma Evaristo dov’era, non eravate insieme?»
«Tuo marito ogni tanto spariva, diceva di andare a visionare dei calciatori per la vostra squadra di calcio; ad un certo punto ho perfino pensato che avesse un’amante…»
«Un’amante?» scatta Gilda, punta nel vivo. «Se scopro che è vero, lo ammazzo! Ah, no, è morto, peccato. Ma ne sei sicuro?»
«Su questo punto era molto riservato, se non era un’amante era comunque qualcosa che non voleva io sapessi… ad ogni modo, quella mattina ero solo; mi feci largo tra gli sterpi e mi trovai di fronte qualcosa che non mi aspettavo: un portone blindato, lì, in mezzo al niente! La curiosità era troppo grande, corsi in paese a cercare un fabbro e mi feci aprire. Mi aspettavo una struttura fatiscente, e invece mi ritrovai all’interno di un magazzino ben conservato, ordinato, che all’apparenza non era stato aperto da molto tempo… aprii un paio di casse, e rimasi di stucco. Tutto mi aspettavo tranne che di trovare dei quadri nella pampa!»
«E naturalmente dicesti tutto a Evaristo, giusto?» chiede Gilda, incuriosita.
«Be’, pensai, perché disturbarlo? Lui aveva il suo piccolo segreto, quello sarebbe stato il mio… richiusi tutto, e una volta tornati a casa, presi un esperto di arte e lo portai in Argentina; alla vista dei quadri gli venne quasi un colpo, non riusciva a credere ai suoi occhi… gli chiesi di rimanere, di verificare tutto e di fare un inventario, senza dare nell’occhio naturalmente; per sicurezza gli misi alle costole un sorvegliante per controllarlo. Le sue ricerche portarono a risultati stupefacenti, quei pezzi erano tutti autentici ed originali; parecchi risultavano rubati durati la seconda guerra mondiale, altri addirittura distrutti; era come impazzito, diceva che erano opere di un valore incommensurabile, erano un patrimonio dell’umanità, bisognava restituirli ai proprietari, o renderli pubblici. Un idealista… mi dispiacque dover fare a meno della sua competenza»
«Che gli è successo, l’hai fatto fuori?»
«Ebbe un brutto incidente, purtroppo cadde dall’elicottero che lo stava riportando a Buenos Aires» risponde Biscuit. «Non aveva allacciato la cintura di sicurezza»
«Che sfortuna» commenta ironica la Calva Tettuta.
«Già, una vera disdetta. Cominciai a far la corte a tuo marito, se mi avesse venduto la proprietà avrei potuto gestire la situazione senza destare sospetti; ma lui svicolava sempre, diceva di essercisi affezionato; alla fine però mi contattò lui, e mi disse che era disposto a cedermi la proprietà»
«Davvero? Io non ne sapevo niente» dice Gilda, sorpresa.
«Mi disse che gli servivano dei fondi extra per un progetto che stava portando avanti; voleva essere pagato in nero, per buona parte, ma purtroppo non facemmo in tempo a concludere l’affare, perché Evaristo poco dopo morì»
«Pace all’anima sua» commenta Gilda, ripensando al progetto al quale suo marito stava lavorando, niente meno che inserire nei ripieni dei tortellini delle nanoparticelle programmate in modo da controllare il cervello di chi le avesse ingerite² .

¹ Scoprite l’intruso.
² cfr. Natale con Olena, 2017

Olena à Paris – 27

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale centinaia di tedeschi, qualcuno responsabile di crimini di guerra, grazie a complicità varie riuscì a fuggire dalla Germania occupata e rifugiarsi in Sudamerica, dove erano già presenti numerosi connazionali e dove alcuni governi non erano troppo schizzinosi con i nazisti, sia pure ex; di questi fuggiaschi una buona parte trovò accoglienza in Argentina. Per la verità già durante la guerra c’era stato un certo viavài tanto che negli archivi di una nota banca a Buenos Aires recentemente si sono ritrovati i i conti di ben dodicimila tedeschi scappati, per lo più con beni depredati agli ebrei.

A Tres Lomas la battaglia si è conclusa, i superstiti si sono arresi e sono stati presi in consegna dagli uomini di Juanito: quello che li aspetta non è la prigione ma un lungo periodo come sorveglianti di bovini, sorvegliati a loro volta da sorveglianti di uomini. Nella stanza al secondo piano, sventrata da un razzo lanciato da uno degli antichi montoneros, Olena, Juanito e Osvaldo sono rimasti soli.
«Muchas gracias don Juan, senza di voi e dei vostri uomini non sarebbe stato facile uscire di qua»
«E’ stato un vero piacere, señorita, mi avete fatto ritornare giovane e mi avete dato l’opportunità di suonarle a quei banditi per cui lavoravano i miei nipoti, spero abbiano capito la lezione» risponde Juanito, orgoglioso. Poi, indicando l’uomo accasciato sulla sedia:
«E di lui, che ne facciamo?»
Olena abbassa lo sguardo verso Osvaldo, con un misto di delusione e disprezzo.
«Lasciatelo libero, don Juan»
«Libero, señorita? Siete sicura? Ha tradito una volta, lo farà ancora…»
«Si, liberatelo» conferma Olena, poi freddamente si rivolge ad Osvaldo:
«Vattene. E ricorda che fortuna passa una volta sola»
Osvaldo guarda i due, incerto, temendo una trappola. Si alza in piedi e si avvia all’uscita con circospezione, poi si gira cercando di dare una spiegazione:
«Capitano, io…»
«Vattene!» ripete la russa, puntandogli la pistola alla testa. Osvaldo indietreggia fino ad arrivare alle scale, dopodiché si dà ad una fuga precipitosa.
«Possiamo fidarci?» chiede Juanito
«Io crede che sì» afferma Olena, serrando le mascelle.

Allontanatosi Osvaldo, Olena dice a Juanito:
«E ora scopriamo cosa c’è di così prezioso in questo deposito da difendere con un piccolo esercito»
«I miei compañeros hanno setacciato i tre piani e non hanno trovato niente» comunica Juanito «se c’è qualcosa dev’essere nei sotterranei»
«Allora andiamo a controllare, don Juan» dice Olena, avviandosi.
I due scendono fino al piano interrato e attraversano un lungo corridoio, alla fine del quale si trovano di fronte un ostacolo.
«Una porta blindata, c’era da aspettarselo» afferma Olena.
«Un caveau?» si chiede Juanito.
«Così sembra» risponde Olena, avvicinatasi a studiare la serratura. «Combinazione manuale a otto cifre, vecchiotta ma efficace» dichiara la russa.
«Faccio venire qualche esperto?» si offre l’ottuagenario. «Mio cugino Pedro, la pecora nera della famiglia, è un maestro della lancia termica»
«Non c’è bisogno, gracias» risponde Olena, estraendo dallo zainetto due panetti di esplosivo plastico che piazza sui cardini e sulla serratura della porta blindata. Assicurati all’esplosivo i detonatori, suggerisce:
«Meglio se ci allontaniamo» e appena giunti a distanza di sicurezza, aziona il telecomando.
Quando il fumo e la polvere si sono diradati i due, passando sopra la porta blindata riversa a terra, entrano in quello che supponevano fosse il caveau, ma con loro meraviglia si trovano in un grande locale che assomiglia più ad un magazzino, con lunghe corsie suddivise da alti ripiani metallici su cui sono stipate delle casse di legno.
«Ma che posto è questo? Sembra di essere all’Ikea» esclama Juanito, stupito. «E’ un deposito di armi?»
«Lo scopriremo subito» risponde la siberiana, sollevando una cassa e poggiandola a terra; poi facendo leva con il coltello, riesce a schiodare il coperchio ed aprirla.
«Un quadro?» constata Juanito, sorpreso.
«Si, quadri» conferma Olena, girando lo sguardo intorno e cercando di valutare l’entità della fortuna lì immagazzinata.
«Dovremo denunciarli al Governo, alla Sovrintendenza alle Belle Arti…» ipotizza Juanito.
«Non ancora don Juan, non ancora» lo ferma Olena, alla quale balena in testa un piano. «Per ora mettete delle guardie a sorvegliare l’ingresso, poi vedremo il da farsi»
Uscita all’aperto, Olena estrae il telefono satellitare e compone un numero.

«Pronto, qui casa Rana. Chi parla?» risponde una voce nota.
«Io fatina da capelli turchini, tu piccolo Finuocchietto, bambino cattivo?»
«Natascia!» esclama James il maggiordomo. «A parte che la favola parla di Pinocchio con la P e tu non hai i capelli turchini, si può sapere dove ti sei andata a cacciare? Perché non ti sei fatta viva, l’abbiamo dovuto sapere dal consolato della povera signora Pina!» la rimprovera James.
«Lascia stare adesso babushka» lo interrompe Olena. «Tu sempre vantato di essere esperto di arte, sì?»
«Esperto, insomma, me ne intendo abbastanza ma… che c’entra questo, adesso? Si può sapere dove sei?»
«Tu prende immediatamente aereo per Buenos Aires, io aspetta te domani mattina»
«Buenos Aires, domani? Ma che stai dicendo, sei impazzita? Qui stiamo preparando un funerale, e tu mi parli di arte? Ma piuttosto sbrigati a venire qua, e porta con te la salma!» sbotta James, perdendo per un attimo il consueto aplomb.
«Tu non chiamare salma babushka Pina!» lo rimbecca Olena.
«E come devo chiamarla? Salma, defunta, deceduta, cara estinta, morta, insomma devi riportarla qua immediatamente! E, se vuoi saperlo, la signora Gilda è molto contrariata con te» la informa James con un pizzico di perfidia.
«Niet, io non posso spiegare ora, ma non posso muovere da qui. Tu viene domani, e avrai tua salma» dice Olena, e tronca la comunicazione.
Rimane un attimo a guardare il telefono, poi con un sorrisetto dice tra sè: «Se tu vuole salma, salma avrai, non c’è problema»

Olena à Paris – 17

Nonna Pina inghiotte un boccone di chorrizo¹, beve un sorso di vino per stemperare la paprika e continua:
«Nel periodo che rimasi in Argentina continuammo a frequentarci, quando i nostri impegni ce lo permettevano; grazie anche ai miei consigli, o almeno lei così diceva anche se io ho sempre pensato che fosse esclusivamente merito suo, la sua carriera procedeva discretamente, iniziava a recitare in qualche film e anche la sua situazione economica migliorava. La mia tournée intanto era finita e sarei dovuta tornare in Italia ma Emilio, il ballerino che era il mio amante,  mi convinse a rimanere con lui a Buenos Aires dove aveva intenzione di aprire una scuola di ballo, o così mi fece credere. Mi convinsi che fosse più sicuro, per il bambino che stava per nascere, non affrontare lo strapazzo di quella dozzina di giorni in mare, o forse non volevo farmi vedere in giro con il pancione o forse, chissà, avevo anche un po’ di paura perché qualche piroscafo era stato affondato… sia come sia rimasi a Buenos Aires e con Emilio ci sistemammo in un alberghetto in periferia; pensavo di partorire lì, senonché ebbi delle complicazioni e mi portarono incosciente in ospedale: quando mi svegliai mi dissero che avevo perso il bambino, e come se non bastasse Emilio era sparito… »

Juanito maschera la propria emozione stappando una nuova bottiglia di vino tinto, mentre qualcuno si asciuga una lacrimuccia con l’angolo del tovagliolo.
«Eva, venuta a sapere delle mie vicissitudini, voleva ospitarmi a casa sua ma io ormai avevo solo voglia di tornare a casa, così dopo pochi giorni partii. In Italia la situazione non era rosea, la guerra che sembrava dovesse finire in pochi giorni invece continuava e la preoccupazione era evidente. Anche per gli artisti era dura, io iniziai a partecipare a spettacoli per le truppe, ma divenne sempre più difficile… passava il tempo, con Eva ci tenevamo in contatto scambiandoci lettere e sentendoci ogni tanto al telefono, le notizie che le davo la rattristavano: lo sbarco degli alleati, la caduta di Mussolini, la resa, e poi la guerra civile, italiani che combattevano contro altri italiani, questo specialmente la angosciava. Io ero rimasta al Nord, del resto le persone a cui volevo bene erano tutte lì;  tra l’altro avevo conosciuto Gervasio, un bravo ragazzo che aveva un pastificio e tanti sogni, e stavamo per sposarci: la mia carriera insomma era in fase calante mentre la sua era in ascesa, tra l’altro era diventata rappresentante sindacale degli artisti ma non le bastava, dentro di lei ardeva un fuoco, sentiva di dover fare qualcosa per il suo popolo, ma non sapeva ancora come… la ragazzina era diventata donna, e che donna…»

Nonna Pina si ferma un attimo, attirata da una pietanza che la incuriosisce.
«Cosa c’è in quella scodella, Juanito? Manda un bel profumino»
«Salsa criolla, donna Pina, è squisita. La prepara mi nuera, mia nuora Andreina, verdure a tocchetti, olio, aceto, cipolla, origano, peperoncino, aglio ed altri ingredienti segreti che non rivelerebbe nemmeno sotto tortura… il tutto lasciato riposare l’intera notte.  Assaggiatela sul pane, vedrete che bontà…»
«Mmhh, buonissima, brava Andreina» commenta nonna Pina dopo aver morso la fetta di pane che Juanito gli ha preparato.

«Finché, verso il febbraio del ’44, mi raggiunse una telefonata. Era Eva, allegra ed emozionata, che dopo i saluti mi annunciava: “Ho conosciuto un uomo eccezionale, Eusebia, e abbiamo deciso di andare a vivere insieme. Lo amo più di ogni cosa al mondo, e sento che potrei fare qualsiasi cosa per lui…”. Mi sembrò un po’ melodrammatica come dichiarazione, così per scherzare le chiesi chi fosse mai questo fenomeno, e se fosse almeno bello e ricco… mi rispose ridendo “Oh si, è davvero un bell’uomo… in quanto a ricco, lo è senz’altro di idee e volontà, ma forse ne avrai sentito parlare: si chiama Juan Domingo Perón…”. Conoscevo di fama l’uomo, era un militare andato al potere con un colpo di Stato insieme ad altri ufficiali; ricopriva l’incarico di Segretario del Lavoro, e in quel ruolo aveva promosso delle riforme sociali che gli erano valse l’apprezzamento del popolo, di cui godeva la fiducia. Ci facemmo gli auguri a vicenda, ripromettendoci di rivederci quando la guerra fosse finita, ma passarono diversi anni prima che potessimo effettivamente rincontrarci»

«Un pochito de dulce de leche?» chiede Andreina, ansiosa di sottoporre l’altra sua specialità al giudizio della ospite d’onore.
«Ussignur, Juanito, anche il dolce? Mi farete scoppiare… grazie, Andreina, solo un assaggio però»
«Como desées, señora» risponde la nuora di Juanito, versando sul piattino da dolce due buone cucchiaiate di crema, mentre in tavola compare una bottiglia di sherry Pedro Gimenez.
«Ragazzi, se continuate a portare da mangiare questa storia non finisce più!» protesta nonna Pina, portandosi alla bocca un cucchiano di dulce de leche.

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¹ Salsiccia speziata a base di carne bovina e suina.

Olena à Paris – 16

Nonna Pina, seduta come ospite d’onore alla tavola da pranzo a ferro di cavallo, in legno massiccio ricavato da vecchie traversine della ferrovia, guarda la grande famiglia che è lì radunata e rivolge un sorriso al gruppetto di bambini che, seduti in terra a gambe incrociate, aspettano di ascoltare il suo racconto. Si volta leggermente alla sua sinistra, verso Juanito, che con un cenno del capo la incoraggia ad iniziare. Nonna Pina si rischiara la voce, socchiude gli occhi e ritorna con la mente a quei giorni del 1940.

«Evita era di qualche anno più giovane di me, oddio, eravamo tutte e due giovanissime, io allora avevo 26 anni e lei 21, la stessa età di mio fratello… non era ancora Evita Perón, ma solo Eva Duarte, un’attrice che dopo la sua bella gavetta cominciava ad essere conosciuta grazie ai radiodrammi, quei polpettoni che venivano trasmessi appunto alla radio e che avevano un grande seguito, più o meno l’equivalente delle soap operas di adesso. Venne lei a presentarsi, mi disse che aveva assistito al nostro spettacolo a Rosario ed era rimasta affascinata, non vedeva l’ora di rivedermi nel Gran Splendid di Buenos Aires… non era una bellezza appariscente Evita, non per vantarmi ma io ero molto più bella, vero Juanito?»
«Voi non eravate bella, eravate magnifica, donna Eus… donna Pina» dice il padrone di casa.
«Magnifica.. non farmi arrossire Juanito, diciamo che piaciucchiavo» si schermisce la vecchia, con un pizzico di civetteria.
«Scambiammo qualche parola in un buffo misto di italiano e spagnolo, mi disse che le sarebbe piaciuto molto venire in Italia. “Chissà”, le dissi, “magari una volta sarete voi a venire in tourneé da noi, e io verrò ad applaudirvi”. Non sapevo quanto quella frase di cortesia fosse profetica… ma non corriamo. Ah, Juanito, delizioso questo asado¹, si scioglie in bocca» si congratula la centenaria.
«Ve lo dicevo che la nostra carne è la migliore di tutta la pampa, donna Pina. Posso suggerirle di condirla con un po’ di chimichurri² ? »
«Dici, Juanito? Non mi darà bruciore di stomaco? E vada per il chimichurri, bisogna provare tutto nella vita, non è vero?» Poi, dopo aver inghiottito un altro boccone di carne intinto nella salsa verde, continua:
«Dov’ero rimasta? Ah sì, la tourneé. Ad un certo punto della cena uscii in giardino a prendere una boccata d’aria, il vestito mi stringeva ed avevo un caldo pazzesco, i piedi cominciavano a gonfiarsi e non vedevo l’ora di tornare in albergo per riposarmi… stavo per rientrare ma ebbi un mancamento e sarei caduta in terra se non ci fosse stata Evita a sostenermi. Mi aveva tenuto d’occhio per tutta la sera, e quando aveva visto che mi ero allontanata mi aveva raggiunto, voleva chiacchierare un po’, chiedermi consigli. Mi accompagnò fino ad una panchina, mi aiutò a sedere e con un sorriso dolce, indicando la pancia, mi chiese: “Di quanti mesi?”»
«Perché, voi?…» chiede Juanito, sorpreso.
«Si, Juanito, ero incinta, e lei se ne accorse subito. Mi allarmai e la pregai di non dire niente a nessuno, fece una smorfia offesa… capii guardandola negli occhi che quella era una donna di cui ci si poteva fidare, e colsi molto altro nel suo sguardo: orgoglio, volontà, determinazione, rabbia anche, ma anche comprensione, dolcezza, e soprattutto amore, tanto amore per la sua terra»
Nonna Pina beve un sorso di Mendoza tinto³ “Buscado vivo o muerto”, schiocca la lingua in segno di approvazione e continua:
«Rimanemmo lì a parlare, scoprimmo di avere parecchie cose in comune, oltre la professione. Non sopportava le ingiustizie… lei, la quinta di cinque figli che sua madre aveva avuto da un uomo già sposato, che li aveva poi abbandonati quando lei era ancora bambina per tornare con sua moglie e la sua vecchia famiglia; e loro, gli illegittimi, rimasti a masticare umiliazioni e subire discriminazioni, disprezzati persino dagli altri bambini, che non volevano nemmeno giocare con loro. Addirittura quando il padre morì, in un altro paese, a loro non fu nemmeno permesso di avvicinarsi alla bara, nonostante portassero il suo cognome… nel raccontarlo la voce le vibrava di sdegno, l’ingiustizia subita era stata troppo grande, e dentro si coglieva una promessa fatta prima di tutto a sè stessa, che di ingiustizie non ne avrebbe sopportate più. Era magra, Evita, e nemmeno altissima, ma aveva dentro una forza, un fuoco, che la faceva sembrare più grande di quel che era… Io potevo capire cosa volesse dire essere cresciuti senza padre, il mio l’avevo perso nella Grande Guerra…»
«Non lo sapevo, donna Pina. Dovete aver sofferto molto…» dice Juanito, sinceramente dispiaciuto.
«L’ho odiato parecchio, sai Juanito? Non era tenuto ad andare, teneva famiglia. Ma partì volontario, doveva liberare Trento e Trieste, diceva. Per me era un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura, solo crescendo riuscii a capire i silenzi, le lacrime di mia madre ogni volta che riceveva una sua lettera. L’ultima volta che lo vidi era tornato in licenza e mi disse di stare tranquilla che la guerra stava per finire, gli austriaci non ce la facevano più. Ma una pallottola per lui ce l’avevano ancora… Quella notte probabilmente mise incinta mia madre, che così rimase da sola a tirar grandi una bambina di quattro anni e quell’altro che teneva in grembo: mio fratello Mario, bello come il sole, che  per non essere da meno se ne andò volontario a morire in Russia⁴ nel ‘43, ma questa casomai ve la racconta dopo Natascia»
«Sarà mio onore, babushka» acconsente la russa, con gli occhi blu più luccicanti del solito.

(continua…)

¹ arrosto alla brace
² salsa verde a base di prezzemolo, peperoncino ed aglio
³ vino rosso prodotto nella regione di Mendoza
⁴ cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Olena à Paris – 15

Nonna Pina, appoggiata a Juanito, entra nel basso edificio dai muri esterni scrostati e fatti appena due passi si arresta, stupita.
«Entrate, entrate, non fate caso al disordine» la invita Juanito, con Olena e Alfonso che li seguono poco lontani.
Il lungo corridoio è tappezzato da foto in bianco e nero, che il vecchio mostra con orgoglio. Nonna Pina stropiccia gli occhi sentendosi riportata indietro nel tempo e si avvicina alla parete per mettere a fuoco le immagini: una festa, dove uomini eleganti con capelli e baffi impomatati discutono fumando e reggendo dei bicchieri di vino rosso, forse porto; donne fasciate da lunghi abiti da sera che sembrano conversare mettendo in mostra gioielli e decolté; una di queste, seduta su di un basso sofà, si sventola con un ventaglio di pizzo e madreperla mentre con l’altra mano si ravvia i corti capelli neri, ammiccando verso l’obiettivo.
«Ussignur» scappa detto a nonna Pina «Non mi dire che questa sono…» continua la vegliarda rivolgendosi verso Juanito, che risponde con un gran sorriso.
«Proprio così, donna Eusebia, siete proprio voi. E lì dietro, vedete quel bambino che regge il vassoio…»
«Juanito?» realizza finalmente la centenaria «Signore mio, quanto tempo è passato… ma dove hai preso tutta questa roba? Questa casa sembra un museo…»
Juanito risponde, annuendo. «In un certo senso avete ragione, donna Eusebia, è il mio museo… in questi anni mi sono dato da fare per salvare i ricordi di questa casa, mi piangeva il cuore che andassero perduti»
«Ma che è successo, Juanito, come ha fatto ad andare tutto in malora?»
«E’ una storia lunga, donna Eusebia, se avete pazienza ve la racconterò… iniziò tutto proprio l’anno che arrivaste voi, il 1940. La proprietà, forse lo ricorderete, era appena passata a don Ignazio, il nipote di don Otelo… »
«Ignazio Balenciaga… era un bell’uomo, un dongiovanni, e faceva la corte a tutte le belle donne che gli capitavano a tiro… ci provò anche con me, ma non c’era trippa per gatti» ricorda nonna Pina, con un pizzico di rimpianto.
«Si, era molto galante, ma purtroppo aveva anche altri interessi… don Ignazio era un un fervente interventista e avrebbe voluto che l’Argentina entrasse in guerra al fianco dell’Asse. Per questo spesso aveva discussioni, anche accese, con chi non era d’accordo con le sue idee»
«Quella sera successe qualcosa, giusto? Mi pare che ebbe da ridire con uno spagnolo, un commerciante, tanto che i due dovettero essere divisi e lo spagnolo se ne andò, offeso…»
«Ricorda bene, ma purtroppo la cosa non finì lì… don Ignazio aveva bevuto molto, lo seguì fuori e la discussione trascese, finché accusò gli spagnoli di essere dei vigliacchi e degli irriconoscenti dopo l’aiuto ricevuto da Italia e Germania contro i repubblicani… lo spagnolo cercò di sottrarsi ma don Ignazio continuò ad insultarlo e arrivò a schiaffeggiarlo. Il duello era vietato, ma l’offesa era troppo grande ed era stata fatta davanti a testimoni: andava lavata col sangue, e la scelta delle armi toccava allo sfidato. Così la mattina seguente don Ignazio e lo spagnolo si sfidarono alla pistola, di cui sfortunatamente quest’ultimo era maestro; don Ignazio rimase ferito e dopo un paio di settimane morì per un’infezione. La penicillina non era ancora arrivata e bastava poco per andare all’altro mondo…»
«Povero don Ignazio, avevo saputo che era stato un attacco di cuore…»
«La famiglia volle tenere la vicenda segreta. La estancia rimase così al fratello, don Alfonso, un debosciato che in poco tempo dilapidò tutti i possedimenti al gioco e con donne di malaffare; tentò anche la strada della politica ma ebbe poco successo… Morì in un incidente d’auto, completamente ubriaco, e girava la voce che fosse stato “suicidato”…»
Juanito interrompe il racconto, notando che nonna Pina è affascinata da un’altra foto, dove due donne, una bruna ed una bionda, si stanno abbracciando calorosamente.
«Eva…» sussurra nonna Pina, accarezzando la foto.
«Si, Evita» conferma Juanito annuendo, provocando in Olena un fremito nel sopracciglio destro.
«Babushka, voi avete conosciuto Evita Perón?» chiede la russa, perdendo per un attimo la sua abituale freddezza.
Nonna Pina si raddrizza, e le rughe del suo volto si stirano in un sorriso «Se l’ho conosciuta?» risponde, volgendo lo sguardo al vecchio che appare commosso.
«Juanito, tu che dici, la conoscevo?»
Juanito si schiarisce la voce e risponde:
«Donna Eusebia e donna Evita si erano conosciute proprio qui, ed erano diventate grandi amiche… ma all’epoca Evita non era ancora la signora Perón»
Poi, riprendendosi:
«Ma che ne direste di continuare questa conversazione a tavola? Sarete affamati, e sono sicuro che alla mia famiglia farà un immenso piacere sentire il racconto dalla vostra voce»
«La tua famiglia, Juanito?» chiede nonna Pina, sopresa.
«Per grazia di Dio, signora, ho avuto tre mogli, sette figli, ventidue nipoti e non so più quanti trisnipoti; qualcuno se n’è andato ma la maggior parte è rimasta qua, a dare una mano nell’allevamento»
«Perché, tu hai un allevamento?» chiede ancora nonna Pina, interessata.
«Certo che ho un allevamento, non ve l’avevo detto donna Eusebia? Che sbadato, ormai la testa è quella che è… ho il più grande allevamento di bovini della provincia di Santa Rosa, si tratta di ventimila capi di Aberdeen Angus, non per vantarmi ma la carne migliore della pampa…»
«Juanito, effettivamente mi è venuto un languorino allo stomaco» lo ferma nonna Pina prendendolo sotto braccio e lanciando uno sguardo eloquente ad Olena. «Che ne dici se ci appropinquiamo? Ah, e mi faresti un piacere, caro Juanito?»
«Tutto quello che vuole, donna Eusebia» risponde l’ottantenne con deferenza.
«Ecco, appunto. Potresti smetterla di chiamarmi donna Eusebia? Chiamami Pina, donna Pina»

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Olena à Paris – 11

«Natascia, lasciatelo dire, senza offesa» dice nonna Pina guardando l’uomo inginocchiato «Dove hai imparato a tagliare i capelli? Gli hai lasciato tutte scalette, per non parlare dei tagli che ha in testa e di quell’orecchio mezzo staccato. Ci toccherà chiamare il veterinario per fargli mettere qualche punto» conclude la vegliarda scuotendo la testa.
«Colpa sua, io avevo detto lui di non muovere sua testa» risponde Olena, alzando le spalle.
«Senti, giovanotto» riprende nonna Pina amichevolmente «facciamo così: adesso tu ci dici che volevate da noi e noi forse vi lasciamo andare, va bene? Oppure Natascia ricomincia e ti dà un’altra spuntatina»
«Vi ho detto che non so niente, dovete credermi! Noi dovevamo solo seguirvi e riferire, non conosciamo questo Carlos, non l’abbiamo mai visto, veniamo sempre contattati per telefono!»
«Seguirci e riferire al telefono, ma certo» ripete nonna Pina comprensiva. «Dunque siete una specie di esploratori, dei boy scouts, dico bene? Bè, allora è tutto chiaro, deve esserci stato un fraintendimento. Non pare anche a te, Natascia? Ma dimmi una cosa, il cannone che portavi alla cintura a che ti serviva, a segnare il mezzogiorno¹? Natascia, tagliagli l’altro orecchio»
«Molto vuolentieri, babushka» risponde la russa, accingendosi a dare una passata contropelo al malcapitato; prima che questo inizi a protestare però un uomo anziano in sella ad uno splendido criollo dal mantello falbo² fa il suo ingresso nel cortile spianando un fucile da caccia:
«¿Lo que pasa?» chiede l’uomo, deciso.
Tutti si girano lentamente verso il nuovo arrivato; Olena allargando le braccia gli rivolge un sorriso, mentre nonna Pina gli punta contro il Kalashnikov.
«Ma che sta succedendo? E che state facendo ai miei nipoti?» ripete l’uomo, puntando il fucile ora sull’una ora sull’altra. Poi, incrociando lo sguardo di nonna Pina, un ricordo lontano affiora alla sua mente; abbassa il fucile, si sporge in avanti e strizza gli occhi per mettere meglio a fuoco, e infine chiede:
«¿Eres doña Eusebia?» poi, vedendo la meraviglia dipingersi negli occhi della centenaria, continua: «Donna Eusebia, sono Juanito, vi ricordate di me?»
Nonna Pina raddrizza la schiena sconcertata e fissa la sorgente di quel saluto inaspettato, finché una luce le si accende negli occhi .
«Juanito?» chiede ancora incredula. «Juanito la pulce… sei proprio tu? Mio Dio, come hai fatto a riconoscermi, Pulce? Saranno passati…»
«Ottant’anni, donna Eusebia, ottant’anni. Ma voi siete ancora bellissima»

All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, nonna Pina si trovava in tournée in Argentina con la compagnia di varietà di Tazio Martelloni, compagnia di cui era la vedette assoluta con il nome d’arte di Wanda del Rio, nome che evocava spiagge e passioni esotiche; tra attori, ballerini e orchestra si trattava di una cinquantina di elementi che avevano attraversato insieme tutto il paese anche se con trattamenti assai diversi, le star in alberghi lussuosi e i comprimari in pensioncine o locande tanto che spesso qualche ballerina e ballerino non disdegnava di farsi ospitare da qualche ammiratore focoso. Per il gran finale a Buenos Aires la compagnia era attesa al famoso teatro Grand Splendid, più di mille posti, e l’accoglienza si prospettava entusiastica, dato che la capitale era, e lo è ancora, una delle città con più abitanti di origine italiana al mondo. Fino a quel momento in Argentina della guerra si erano sentite solo le eco, più che altro attacchi a navi mercantili per tagliare i rifornimenti ai nemici, da una parte e dall’altra; aveva fatto scalpore l’affondamento o meglio l’autoaffondamento della corazzata tedesca Admiral Graaf davanti al Rio della Plata, ma gli argentini ne erano stati solo spettatori. Wanda era al massimo del suo fulgore e i rotocalchi erano pieni di foto del sorriso languido e delle “rotondità” della soubrette, la quale però pur senza darlo a vedere era preoccupata perché le fasciature e gli abiti di scena facevano omai fatica a nascondere l’incipiente maternità dato che era infatti incinta di sei mesi di un ballerino della troupe, Emilio Pallavicini³, relazione che i due tenevano segreta per non compromettere la carriera di Wanda. Il Ministero degli Affari Esteri del Regno d’Italia era guidato da Galeazzo Ciano, conte di Cortellazzo e Buccari, genero del Duce; gli interessi italiani richiedevano che l’Argentina si schierasse con l’Asse o quantomeno rimanesse neutrale ed a questo scopo il Ministero manteneva una fitta rete di informatori e finanziava personalità politiche, imprenditoriali e militari considerate amiche. A questo scopo si utilizzavano ovviamente anche le associazioni degli emigranti,  che godevano di un vasto seguito e disponevano di un buon potere economico; anche gli artisti potevano dare una mano, dato che spesso venivano invitati a presenziare a pranzi, feste, ricevimenti, convivi in cui tra un bicchiere e l’altro, un approccio e l’altro, qualche ospite si lasciava andare a qualche confidenza, magari per far colpo sull’interlocutore; e così Wanda ed Emilio, non avrebbero saputo dire nemmeno loro se più per convinzione che per per spirito d’avventura, si ritrovarono ad ascoltare e riferire: a fare le spie, insomma.

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¹ Riferimento al cannone del Gianicolo che segna il mezzogiorno ai romani, o se preferite al cannone di Brunate che segna il mezzogiorno ai comaschi.
² Il criollo è un tipico cavallo dei gauchos; il mantello falbo è grigio argentato con zebrature degli arti.
³ Cfr. “Niente sushi per Olena” – 2018

Olena à Paris – 10

Nel 1885 i fratelli Hector e Otelo Balenciaga, avventurieri di Toledo, inseguiti da una mezza dozzina di mariti cornificati e dalle guardie di re Alfonso XII di Borbone ritennero prudente cambiare aria emigrando in Argentina e appena arrivati ci misero poco a capire che quella era la terra dei loro sogni: sconfinata, accogliente, fertile, con poche regole che non si potessero accomodare con un uso accorto delle pesetas e, se necessario, di coltello e fucile: l’Eldorado insomma, e si misero subito alla ricerca di un appezzamento di terra non troppo in vista, per impiantare una attività intanto che le acque non si fossero calmate e che dalla Spagna si fossero dimenticati di loro. Si inoltrarono a cavallo da Buenos Aires verso l’interno attraverso la pampa finché, in una bettola nel paesino di San Enrique, non si fermarono per rigovernare i cavalli e mettere qualcosa sotto i denti. Gli stranieri furono accolti gentilmente dall’oste e sua moglie Floridiana, che offrirono da bere del mate ed espressero l’auspicio che si fermassero per la notte; lo sguardo eloquente della prosperosa ostessa stava per convincere i due viaggiatori quando da un tavolo all’angolo, vicino alla finestra, furono attirati dal rumore di due dadi fatti girare in un bicchiere da un uomo alto, con dei lunghi capelli biondi ed una barba altrettanto lunga. Henderson, o meglio Lo Svedese, così era conosciuto, era stato capitano di vascello finché, stufo di veleggiare, era approdato sul Mar della Plata ai lidi che più gli erano congeniali: donne, sbronze e baruffe. Notando il borsellino che pendeva dalla cintura di Otelo, Lo Svedese invitò i fratelli a brindare alle rispettive patrie lontane ed a fare una partitina e, brindisi dopo brindisi di vino rosso di Cuyo Henderson si ritrovò presto in mutande ma la prese sportivamente: cedette ai due l’atto di concessione su un terreno poco lontano, dal quale il governo aveva provveduto a scacciare gli indigeni senza troppi riguardi, sull’esempio dei gringos americani; su questa pagina della storia argentina è stata scritta da Camilìto Estudiantes una poesia celeberrima, “Jugaban descalzos”:

Dijeron che estaba desierto
No nos parecìo
La pradera era nuestro hogar
nuestros niños jugaban descalzos
pero llevaban botas de cuero pulido.
Por nuestro bien, por la civilización,
nos dispararon con rifles Remington,
morimos tirando bolas, que mierda.¹

I fratelli si misero subito in marcia, prima che Lo Svedese si fosse ripreso dalla sbronza e si potesse accorgere dei dadi truccati, e presero possesso della loro tenuta che in quel momento consisteva in una distesa di terra da pascolo su cui scorreva un fiumiciattolo, una mandria di un centinaio di mucche, una stalla per i cavalli ed una baracca per i mandriani. Ammainarono immediatamente la bandiera svedese che si innalzava su un palo nel bel mezzo del cortile e la sostituirono con la Croce di Borgogna, la bandiera dei Carlisti, i reazionari sostenitori di Carlo VII per i quali avevano parteggiato nella terza guerra civile contro i liberali della Prima Repubblica.

“Que viva Don Carlos” è ancora leggibile sul cartello appeso all’arco di quella che una volta era l’ingresso della tenuta Balenciaga; arco che, sopravvissuto all’abbandono, dopo aver percorso un vialone di duecento metri introduce in quello che era il cortile della casa padronale, di cui oggi rimangono solo rovine, come gli altri edifici che vi si affacciano a semicerchio. In mezzo al cortile, con il muso rivolto verso l’entrata, è fermo un monovolume nero con i vetri oscurati, con il cofano aperto da cui esce un fumo grigiastro; di fianco una vecchina seduta su una carrozzina, con le gambe coperte da un plaid a scacchi scozzesi. I due uomini, rayban e cappello alla texana, scendono dal pick-up con un’andatura dinoccolata e si dirigono verso la carrozzina, guardandosi intorno; arrivati ad un paio di metri si fermano ed uno dei due, sempre guardandosi intorno, si rivolge all’altro:
«Una volta qua venivano a scaricare le sigarette di contrabbando, ti ricordi Ricardo? Ora scaricano le vecchiette, che brutti tempi» poi, poggiando distrattamente la mano sul calcio della Smith & Wesson 500 poggiata sulla fondina in pelle marrone che gli pende dalla cintura, si rivolge alla vecchia fissandola negli occhi:
«Dove sono finiti i tuoi amici, nonnina?»
«Cos’è tutta questa confidenza, giovanotto?» risponde la vecchia indispettita. «Non mi pare che abbiamo mai mangiato insieme, cos’è questo “tu”? Ma pensa te. Innanzitutto non ti hanno insegnato che ci si toglie il cappello davanti ad una signora? E si chiede per favore. E poi a te cosa interessa dove sono andati i miei amici?»
L’uomo, con un ghigno divertito, si toglie il cappello e ripete la domanda:
«Gentile signora, sarebbe così gentile da dirci, per favore, dove possiamo trovare i suoi amici?»
«Oh, così va meglio. L’educazione è importante, che diamine. Dunque, fammi pensare… devi scusarmi sai, la memoria non è più quella di una volta…» poi, notando che la mascella dell’uomo che sta serrando, e la mano slaccia il fermaglio della pistola, l’anziana si affretta a proseguire:
«Ecco, ecco, che fretta… mi pare abbiano detto che andavano a cercare un meccanico. Ah no, che stordita, adesso mi ricordo. Dunque, uno è là dietro» dice indicando un punto alle spalle dell’uomo «che sta per far saltare la testa al tuo amico»
Si sente un piccolo schiocco, e il compare cade a terra urlando, colpito ad una gamba.
«Si vede che ci ha ripensato. E l’altra invece ha detto che doveva parlarti»
«Ma che…» sibila l’uomo, abbassandosi di colpo. «Io non parlo con nessuno, e tu adesso viene con me, mummia!» e così dicendo si getta verso la vegliarda con l’intenzione di farsene scudo, dovendo però recedere dai suoi propositi alla vista della canna dell’AK-47 che spunta da sotto il plaid.
«Mani bene in vista, hombre» intima nonna Pina «Slacciati il cinturone e fai qualche passo indietro, e sbrigati che il grilletto è sensibile e mi tremano le mani. Ecco, da bravo, e adesso in ginocchio, e con le mani sulla testa, forza!»
L’uomo esegue, sebbene riluttante, e nonna Pina si alza dalla carrozzella, facendo cadere a terra il plaid, e sempre tenendo sotto tiro l’uomo inginocchiato, dà il segnale di via libera:
«Vieni Natascia, è tutto tuo»

Dal monovolume esce una donna statuaria inguainata da una tuta nera con in testa un passamontagna ed in mano un lungo astuccio rigido. La donna arrivata a pochi passi dal prigioniero si ferma, poggia in terra l’astuccio e ne estrae due spade šaška². Esegue qualche rotazione, poi con una smorfia di disapprovazione si rivolge all’uomo:
«Io non capisco come gente così trascurata, non pensa anche voi babushka? Capelli tutti in disordine, che verguogna. Ma tu uomo muolto fortunato, c’è qui tuo parrucchiere. Tu preferisce sfumatura alta o bassa?»
«Che… che intenzione hai di fare con quelle?» chiede l’uomo preoccupato, vedendo che la donna ha ripreso a far roteare le spade. Olena si ferma, si toglie il passamontagna e si sistema i capelli scrollando la testa, poi fissa l’uomo con gli occhi di ghiaccio, e risponde:
«Dipende da te, finuocchietto. Chi manda voi? Dov’è Carlos? E non muovere testa, se tu tiene a tue orecchie»

¹ Dicevano che era deserto / a noi non sembrava / la prateria era casa nostra / i nostri figli giocavano a piedi nudi / loro indossavano stivali di cuoi lucido. / Per il nostro bene, per la civiltà / ci spararono con i fucili Remington / che merda, siamo morti lanciando bolas.
² La Šaška era una sciabola usata dai cosacchi, poi adottata dai dragoni dello Zar; oggi viene usata in danze tradizionali dove dei virtuosi si esibiscono roteandola con maestria.

Olena à Paris – 9

Nel giardino di Villa Rana un uomo il cui vestito impeccabile è impreziosito da mascherina e guanti in tinta firmati Girifalchi si avvicina levitando al bersó sotto il quale, sdraiata su una elegante chaise longue color tortora Fratelli Impallomeni riposa la padrona di casa, il cui movimento sussultorio del generoso petto avrebbe causato turbamento in chiunque in quel momento si fosse avvicinato, levitando o meno, ma non nel nostro uomo avvezzo a situazioni del genere ma soprattutto interessato al braccialetto da caviglia con pendagli a forma di elefantino che  Gilda, la Calva Tettuta, indossa al piede sinistro. Con un sospiro di cupidigia repressa James, il maggiordomo, si palesa tossicchiando.

«Ah, James caro, sei tu? Devo essermi appisolata. Stavo leggendo un libro interessantissimo, “Sconfiggere la pandemia con le erbe di mellifrace”  di Augusto Propoli, ed ero arrivata al punto in cui parlava di fustigare il partner con i rami più flessibili. Quel Propoli è un genio, non capisco come mai non gli abbiano ancora assegnato il Premio Nobel, o almeno l’Oscar. A proposito, hai visto in giro Svengard? Se lo incontri digli di raggiungermi più tardi vestito da pastore sardo. Non alzare il sopracciglio James, guarda che ti ho visto, hai qualcosa contro i pastori sardi? »
«Assolutamente, signora» risponde il maggiordomo senza scomporsi «mi stavo solo chiedendo se preferisse un costume della Barbagia o della Gallura, ci sono piccole differenze ma significative.»
«Barbagia, Gallura, non stiamo a sottilizzare, James, l’importante è che sia un pastore. Tu hai mai sognato di far l’amore con un virologo, James? Scusa, come non detto. Il fatto è  che sono un po’ turbata, ho sognato appunto che un virologo vestito da pastore mi voleva convincere a raggiungere insieme l’immunità di gregge ma sul più bello la sua virilità è scemata, per così dire, però l’idea non mi pare da buttare ed ho intenzione di continuare l’esperimento con Svengard»
«Benissimo, signora. Ah, signora, dimenticavo, ha chiamato la signora Pina. Dice che hanno dovuto fare una piccola deviazione e probabilmente ritarderanno un paio di giorni.»

La pampa è un’immensa pianura del Sudamerica, che si estende per una superficie più grande del doppio dell’Italia tra Argentina, Brasile e Uruguay; vi si allevano milioni di capi di bestiame, tra ovini e bovini, la cui carne viene esportata in tutto il mondo; la pampa è il regno del gaucho, il leggendario mandriano che insieme al tango e a Maradona è l’emblema dell’Argentina, e sulle cui gesta sono state scritte pagine epiche. Uno dei massimi cantori della pampitudine, il poeta Camilito Estudiantes, così descriveva la vita nella pampa nella sua celeberrima “Tierra y vacas”:

Tierra y vacas
hasta donde llega la vista
y sobre todo
nubes de tàbanos.
Al horizonte, vacas:
y aquì, dos bolas. ¹

o nell’altra lirica altrettanto famosa dedicata proprio al gaucho, questo eroe solitario duro e orgoglioso ma capace di slanci poetici come in “Un mar de cuernos”:

Navego sobre un mar de cuernos          
El caballo conoce el camino
Pienso y me rasco la cabeza
Mi esposa se fue con Rocco
Ladròn de miseria, la vaca.²

Ed è proprio verso questa terra incantata, e precisamente a Santa Rosa, il capoluogo della provincia de La Pampa, che il monovolume con Olena,  nonna Pina e Osvaldo si stava dirigendo quando gli avvenimenti hanno costretto il gruppetto ad una piccola deviazione.

«Pronti, babushka?» chiede Olena, controllando dallo specchietto retrovisore il pick-up Nissan che si sta avvicinando.
«Lanciarazzi o bombe a mano?» chiede nonna Pina, armeggiando nel baule.
«Tutte e due» risponde la russa con un sorrisetto. «Osvaldo, tu vede quelle due case isolate?»
«Certo, capitano. Accelero?»
«Vai, accelera» dice Olena, imbracciando un lanciarazzi e calandosi in faccia un passamontagna.

dorismar

¹ Terra e vacche / fin dove arriva la vista / e soprattutto / nubi di tafani. / All’orizzonte, vacche / e qui, due palle.

² Navigo su un mare di corna / il cavallo conosce la strada / Penso e mi gratto la testa / Mia moglie è scappata con Rocco / miseria ladra, la vacca.

Olena à Paris – 5

«Che ne pensi della faccenda, James?»
Gilda e James, tornati dalla trasferta parigina, osservano dal balcone della sala il giardiniere Miguel che, abbigliato da Elettra Lamborghini, sta dando lezioni di twerking¹ al piccolo Chico ed ai koala ospiti del parco.
James inarca il sopracciglio destro ed emette il suo verdetto:
«Non mi sembra che Miguel abbia la conformazione fisica adeguata, signora. Manca di peso specifico, se mi spiego»
«Ti riferisci al fondoschiena, James? Concordo. Tuttavia non era del sedere di Miguel che volevo parlarti, ma della proposta di Biscuit» precisa la Calva Tettuta, interrotta però nel suo ragionamento da un vociare proveniente dal cancello della villa.
«Chi sono quegli individui, James?» chiede incuriosita, aguzzando la vista.
«Credo si tratti di una delegazione sindacale, signora. Stamane si è tenuta un’assemblea delle maestranze»
«Operai? Che bizzarria. Eppure mi sembra di aver concesso fino a tre soste di cinque minuti per andare in bagno, e in ogni pacco natalizio ho fatto mettere 10 confezioni in scadenza di Rabbi, i ravioli alla ricotta salata e cardi gobbi. Ad ogni buon conto, saresti così gentile da andare in camera e prendere dall’armadietto della buonanima di Evaristo il suo sovrapposto Franchi² per la caccia alle beccacce?»
«Naturalmente, signora. Lo desidera carico?» si informa il maggiordomo, lievemente preoccupato.
«No grazie, James, risparmiamo le munizioni, per adesso. Vedremo in seguito se ci sono gli estremi per la legittima difesa.»

Come anticipato da James, in effetti in mattinata si era tenuta una movimentata assemblea dei lavoratori dello stabilimento brianzolo di Ciapanò, di cui riportiamo un succinto resoconto:

«Compagni, un attimo di attenzione. Silenzio, compagni. Compagni, e basta, cazzo!»
Aurelio Trozzo, delegato sindacale appartenente al COBALAPARI, Comitato di base dei lavoratori di pasta e ripieno, batte il martelletto sul tavolo per richiamare l’assemblea alla calma.
Quando finalmente il vociare diminuisce Trozzo può introdurre l’argomento all’ordine del giorno:
«Compagni, siamo riuniti per discutere della grave situazione di crisi che si è venuta a creare nella fabbrica. Come sapete, la proprietà ha chiesto di poter accedere alla cassa integrazione a zero ore per i reparti bloccati dalla mancanza di materia prima. Resterebbero attive, per ora, le linee vegetariane e la pasta sfoglia»
La sala inizia a rumoreggiare, preoccupata ed arrabbiata.
«Ma lascio la parola al segretario generale Carrettoni, che ci illustrerà la situazione»
Armando Carrettoni, basco in testa e sciarpa rossa al collo, prende il microfono e si alza in piedi.
«Compagni! Ancora una volta i capitalisti mostrano la loro faccia e abbandonati infine i toni paternalistici e le pacche sulle spalle ricorrono alla solita vecchia tattica: dividere i lavoratori tra buoni e cattivi, di serie A e di serie B, socializzare le perdite dopo aver incassato per anni sulla nostra pelle i guadagni, e che guadagni! Ma noi non cascheremo nella loro trappola!»
«Bravo! Bene!» rispondono gli operai entusiasti.
«O tutti o nessuno, diremo alla proprietà, non ci stiamo a pagare per i loro sbagli di programmazione o peggio…»
«Che vuoi dire? Parla chiaro!» lo incitano gli operai.
«Voglio dire, compagno, che è strano che da un momento all’altro una fabbrica fiorente sia sull’orlo della crisi. Viene quasi da pensare che qualcuno “voglia” che ci sia la crisi, abbiamo visto troppe volte questo giochetto!»
«Chi, chi? E perché?»
«E’ chiaro chi: la proprietà! Per ristrutturare licenziando, e poi vendere al migliore offerente! E allora io propongo, compagni, di rispondere duramente: sciopero ad oltranza!»
«Si! Sciopero, sciopero!» urlano i più infervorati, mentre qualcuno si guarda in faccia smarrito, pensando al mutuo in scadenza. Carrettoni si guarda in giro soddisfatto, e sta per concludere l’intervento, quando dal fondo della sala si alza un omone che, con una voce di basso profondo, dice solo:

«Io non ci credo»

Tutti si girano verso l’uomo che, quasi trascinando i piedi, avanza verso il tavolo degli oratori.
«Compagno Cazzaniga, non sei d’accordo con l’analisi del segretario?» chiede Trozzo, il moderatore.
«Ma che compagno e compagno. Aurelio, chiamami Luison, come fai sempre» poi si volta verso la platea e comincia a parlare:
«Lavoro in questa fabbrica da quando il povero signor Evaristo l’ha aperta… qualcuno di voi l’ho visto entrare che aveva i calzoncini corti»
«Sei vecchio, Luison!» urla uno screanzato dall’ultima fila, avendo cura di nascondersi dietro quello davanti. Luison guarda verso la direzione da cui è arrivato il grido, e serra la mascella.
«Con te dopo facciamo i conti a casa» dice all’autore, suo figlio. «Ma è vero, si, sono vecchio! E ne ho viste succedere tante. Ma nessuno mi convincerà che la signora Gilda ha architettato questo per vendere la fabbrica. Avrebbe potuto farlo quando voleva, perché adesso? E invece ha continuato a investire, a lanciare prodotti nuovi, e anche le nostre condizioni sono migliorate: l’asilo nido, le gratifiche, le borse di studio… e allora io dico no, che è tutto il contrario: c’è qualcuno che vuole fare del male a questa ditta, ma non è di certo la signora Gilda! E dico anche che scioperare in questo momento sarebbe una cosa assurda: chiudere anche i reparti che funzionano, invece di usarli per sostenere quelli che vanno male, è darsi la zappa sui piedi!»
Ma l’ala massimalista non gradisce il ragionamento dell’anziano operaio:
«Parli così perché stai per andare in pensione, ma a noi non ci pensi?»
«Venduto ai padroni!»
«Che ti hanno promesso, Luison?»
Su quest’ultima accusa però Luison non ci vede più, e individuato l’autore nel cognato Erminio col quale ha una vecchia ruggine per questioni di confini gli si avventa contro, scatenando una rissa che il servizio d’ordine fatica a sedare; e dopo qualche testa rotta ed occhio nero si stabilisce di andare in delegazione fino a Villa Rana per trattare direttamente con la proprietaria.

La Calva Tettuta, vestita da Che Guevara ma senza barba, si avvicina ai cancelli, seguita da James che indossa loden e scarpe Clark con riluttanza.
«Compagni!» grida la Calva Tettuta, scavalcando Carrettoni a sinistra. «La plutocrazia internazionale congiura contro di noi. L’eccellenza italiana, tutto merito di chi, come voi, si alza alle sei del mattino per produrre prodotti che tutti ci invidiano, dà fastidio a lor signori!»
«Brava! La plutocrazia!» urla un operaio, che chiede poi al vicino, sottovoce: «Che cazz’è ‘sta plutocrazia?»
«E l’Europa, che dovrebbe tutelarci, che fa?» chiede retoricamente Gilda.
«Già, che fa?» chiede un altro operaio, confuso.
«Ve lo dico io cosa fa: se ne impippa! Anzi, vi dico che c’è qualcuno che ogni volta che una fabbrica italiana chiude brinda a champagne!» urla la Calva Tettuta, provocando un brivido di sdegno nella folla. «Ma noi non molleremo!»
«No! mai!» urlano gli operai.
«E sapete che vi dico, compagni, amici, fratelli?» continua la vedova Rana, forse esagerando con l’enfasi populista tanto che James è costretto a tossicchiare per riportarla su toni più appropriati.
«Vi dico che se qualcuno pensa di fermarci si sbaglia di grosso! In questo preciso momento stiamo prendendo contatti con grossi fornitori, e la situazione si sbloccherà presto! Voi avete fiducia in me?»
chiede Gilda, sventolando una bandiera giallorossa.
«Siii!!!» urla in coro la folla.
«Allora tornate sereni a casa, e quando abbraccerete i vostri figli dategli un bacio in fronte da parte mia, e ditegli: “questo ve lo manda la Padrona”. E ora andate!»

La manifestazione si scioglie pacificamente, e qualche lacrima inumidisce gli occhi di quei duri lavoratori. Come spesso accade, pur non essendo cambiato niente rispetto al mattino, il futuro non è più così nero come sembrava.

Nel ritorno alla villa i due si fermano davanti alla cucina, attirati dall’assembramento di koala che sta assistendo alla nuova puntata di Lacrime e Laterizio.

ROSA (cuce e sospira)
CARMELITA Che hai, cara cugina? Ti vedo pensierosa.
ROSA No, niente, solo un po’ di mal di testa.
CARMELITA Non vorrai ammalarti proprio adesso, vero? Sabato c’è il ballo!
ROSA Già, il ballo… (povera me). Hai visto le mie forbici, Carmelita? Le avevo appoggiate qua, sul tavolino.
CARMELITA No, Rosa, io ho le mie, vedi? Ma senti, hai già deciso che vestito metterai? Sarà un gran giorno… verrà annunciato il tuo fidanzamento con DON CARLOS…
ROSA (si punge) Ahi! Per favore, Carmelita!
CARMELITA Sei nervosa, Rosa? E’ normale, tutti gli occhi saranno puntati su di te e DON CARLOS.
ROSA (si ripunge) Ahi! Eh, vorrei vedere te, cugina Carmelita.
CARMELITA Magari, cara cugina! Ma non ho ancora questa fortuna. Tu invece fra poco sarai sposata con DON CARLOS!
ROSA (si ripunge) Ahi! Carmelita, la vuoi smettere! E poi, non sono le mie forbici quelle che spuntano dalla tasca del tuo grembiule?
CARMELITA Cosa? Oh, ma guarda! Chissà come sono finite qua.
ROSA Già, chissà? (lo so io, ladra rompiscatole)

“Ahi! Ahi!” gridano i koala, pungendosi allegri l’un l’altro e sgranocchiando foglie di eucalipto.

Gilda li osserva divertita, poi commossa rivolge un pensiero agli operai:
«Che brava gente. James, devi ricordarmi di dire ad Haruki di aggiungere nei pacchi natalizi anche i sughi in scadenza»
«Estremamente generoso da parte sua, signora» dice James, senza accenno di ironia.
«Sai che c’è, James? Oggi mi sento rivoluzionaria. Stavo pensando che se a casa nostra quei cornuti di fornitori, e scusa la parola fornitori, non ci vogliono più dare la carne, andremo a prendercela da qualche altra parte.»
«Mi sembra un’ottima idea, signora. Aveva già un’idea?»

«Argentina, James, Argentina. Olè.»

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¹ Ballo castigato che consiste nello scuotere le anche in posizione accovacciata in modo da far tremolare le chiappe.
² La Franchi è una storica fabbrica di armi che produce fucili molto apprezzati dagli appassionati del settore.