Una birra per Olena (XI)

Dedicated to Arto Paasilinna

Kokkola è una graziosa cittadina finlandese dell’Ostrobotnia Centrale, che si affaccia sul tratto di mare che separa la Finlandia dalla Svezia, il golfo di Botnia; fu fondata dal re svedese Gustavo II Adolfo il Grande nel 1620, nei tempi in cui la Svezia era una grande potenza e dominava il Mar Baltico: anni movimentati quelli, quando in Europa cattolici e protestanti se le suonavano di “santa” ragione e, tra guerre e pestilenze, ci vollero trent’anni e qualche milioncino di morti per farli smettere.
La cittadina crebbe e prosperò grazie al commercio ed ai carichi di catrame vegetale; i contatti e gli scambi le hanno permesso di maturare una vocazione internazionale che si è mantenuta fino ad oggi e che si manifesta nella dimestichezza con le lingue, l’affabilità e la distinzione dei suoi abitanti.
Kokkola è anche una città culturale, che attira visitatori con i suoi musei, come il K.H. Renlund, che illustra la storia della città e le sue tradizioni e mette in mostra le collezioni d’arte del fondatore in un ambiente piacevolissimo dove d’estate si può anche prendere il sole e bere una tazza di caffè, il Kieppi, il museo di storia naturale in cui si possono ammirare impagliati quasi tutti i mammiferi ed uccelli presenti in Finlandia, e persino un museo della pesca ed un altro dei pompieri.
Non c’è quindi da meravigliarsi se Pekko Karjalainen, il proprietario dell’omonimo emporio situato nei pressi del canale navigabile Sundet, all’altezza del Palazzetto dello Sport, non si sorprenda dell’apparizione di un drakkar sul cui ponte troneggia un vichingo con tanto di elmo in testa.

Il timoniere, un concentrato Svengard, accosta permettendo così all’amico Uppallo IV, il più agile dei gemelli cantanti, di saltare sulla banchina e fissare con una cima l’imbarcazione ad una bitta¹.
Pekko osserva la manovra con compiacimento, e con la cordialità che lo accomuna ai propri concittadini esprime ai nuovi venuti il proprio apprezzamento:
«Bella manovra, stranieri! Noi leghiamo la cima anche alla barca, ma c’è sempre da imparare a questo mondo» li elogia, mentre Uppallo IV tiene in mano perplesso l’altro capo della cima che il gemello gli ha gettato. « Scendete prego, facciamoci un goccetto di Kostenkorva² in segno di fratellanza fra popoli»
Svengard, rifilato un pedatone ad Uppallo I che si affretta a gettare un’altra cima al gemello, si affaccia al parapetto di dritta³ e risponde al commerciante:
«Niente ci farebbe più piacere che brindare con te con vodka alla liquirizia salata» dice il norreno rabbrividendo «ma purtroppo siamo di fretta, caro amico. Siamo in pena per un nostro animale, un pappagallo colorato: è scappato e temiamo che sebbene siate estremamente ospitali il vostro clima possa nuocergli fino a lasciarci le penne. E’ passato di qua per caso?»
Pekko Karjalainen rimane qualche istante pensoso, strofinandosi le mani con il grembiule che indossa sempre, poi si illumina e risponde :
«Quell’elmo ti rende giustizia, straniero! Se le corna che porti in testa testimoniano la tua sfortuna in amore, la fortuna ti bacia su tutti gli altri fronti. Il tuo pappagallo è passato di qua due giorni fa, tra l’altro mi ha mangiato un sacco di noccioline tostate e di caramelle alla liquirizia e aspettavo proprio qualcuno che me li risarcisse»
Svengard, leggermente piccato, risponde:
«Per tua regola, cordiale autoctono, io sono estremamente fortunato in amore e questi amici possono testimoniarlo» poi, vedendo che i due Uppalli scantonano e persino il vecchio Po si allontana tossicchiando, prosegue:
«Ma tralasciando questo argomento, sarò ben lieto di risarcirti delle spese se mi indicherai la direzione presa dal pappagallo»
«L’ho visto svolazzare con una certa premura verso nord-est. Suppongo si sia diretto verso il parco Toivonen: sapete, è un’area protetta dove è stata ricostruita la vita di campagna del secolo scorso, ed anche se un pappagallo non è certo un animale tipico di queste latitudini può aver sentito qualche richiamo che lo ha attirato»
«Lo so io cosa lo ha attirato…» pensa tra sé e sé Svengard. «E’ lontano questo parco?»
«No, straniero, non molto lontano. Con la barca però dovrai tornare indietro fino al golfo, costeggiare verso nord e rientrare seguendo il fiume Peronjoki. Oppure potete lasciar qui la barca e andare a piedi: sono appena quattro chilometri, un ragazzone come te anche se gravato da quelle protuberanze in mezz’oretta ce la può fare»
«Seguiremo il tuo consiglio allora, gentile nativo. Po, preparati a sbarcare, e voi due» intima ai due Uppalli «restate qua e vedete di non farvi smontare la barca»

Scesi dal drakkar, Svengard e Po adocchiano un carretto nei pressi dell’emporio di Pekko, per il quale Svengard intavola una trattativa alla conclusione della quale i nostri ottengono in prestito il carretto in cambio dell’acquisto di 2 barili di catrame, dieci confezioni sottovuoto di aringhe del Baltico e una dozzina di pregevoli riproduzioni del vaso Savoy di Alvar Aalto.
Svengard, notando l’anziano guidatore di risció prendere posto alle stanghe del carretto, lo ferma con un ordine affettuoso:
«Sali a bordo, saggio Po. Ho bisogno di fare una corsetta e sgranchirmi le gambe ed ho bisogno della tua sapienza e del tuo sostegno»
«Con piacele, glande uomo del nold. Il sindacato guidatoli di lisció non salebbe d’accoldo, ma del lesto non pago la tessela da tlent’anni, e dunque chi se ne flega? Ma dimmi, o glande, come posso aiutalti, che pene ti affliggono? Amole, salute, soldi?»
«Po, hai ancora a disposizione quella spada cerimoniale, vero? Perché temo che se non ritroverò Flettàx il mio onore sarà perduto e sarà meglio per me fare harakiri piuttosto che affrontare Gilda. Che posso fare?»
«Pel plima cosa allontana da te questi pensieli negativi. I pensieli negativi poltano allo scolamento, e dallo scolamento alla deplessione è un attimo. Ogni cosa a suo tempo e mai fascialsi la testa plima di esselsela lotta, questo è il succo della civiltà olientale»
«Si, ma queste sono che si dicono anche da noi, non ci vuole mica questa gran filosofia!» protesta Svengard.
«Se è pel quello da voi si dice anche “non dile gatto se non ce l’hai nel sacco” ma è una glossa stupidaggine. Vai con fiducia, o glande, colli come il vento e libela la mente: nel flattempo io falò una pennichella, ehm, lifletterò sul tuo caso, svegliami quando salemo allivati»

31667

 
¹ E’ una colonnina dove si legano i cavi di ormeggio.
² Vodka finlandese. Aromatizzata al salmiakki, la liquirizia salata, prende il nome di Salmiakki Koskenkorva ed è bandita come arma chimica dalla convenzione di Ginevra.
³ dritta=destra manca=sinistra. In effetti di questi tempi si sente la mancanza di una sinistra degna di questo nome.

 

Annunci

Una birra per Olena (X)

Riassunto delle puntate precedenti:
Qualcuno ha preso di mira, con attentati e sabotaggi, gli stabilimenti Rana in Germania. Gilda, ritenendo che il direttore Jürgen Matthaeus non sia in grado di fronteggiare gli eventi, vola a Monaco con James, convocando la truppa: ma solo Olena li raggiunge dopo aver liberato il cantante Tom Jones rapito da un gruppo di stagionate fans, mentre Svengard veleggia dietro al pappagallo Flettàx scappato per amore, Miguel è in Messico per presentare Paio Pignola ai genitori e di Nonna Pina si sono perse le tracce. Incaricato delle indagini è il commissario capo Horst Tupperware con il suo aiutante Fritz Gunnerbaum, una strana coppia che più che indagare sembra tirare a indovinare con ipotesi campate per aria. Un passato comune sembra legare Olena ed Horst: per ora, comunque, a casa tutti bene.

«Pepe, mi sto annoiando»
Nonna Pina, seduta ad un tavolo della Bodeguita del Medio, a L’Avana Vecchia, sorseggia distrattamente un mojito, facendosi aria con un ventaglio brisé in avorio dipinto. Il suo accompagnatore e spasimante, Pepe Secundo, fratello minore di Compay Secundo, la guarda incredulo.
«Ma Wanda, come puoi annoiarte! Non te gusta hesta musica?» riferendosi all’orchestra sul palco, i ricostituiti Adelante Compañeros con il rientrante bassista Giorginho Torres che stanno eseguendo un pezzo dei Pupy y Los que Son Son, “Nadie Puede Contra Eso”.
«Ma no Pepe, non c’entra niente la musica. Anche se, salsa oggi, salsa domani, anche un Peppino di Capri tanto per cambiare non sarebbe male»
«Mi querida, non siente la magia de hesto locale historico?» chiede Pepe, indicando gli scaffali pieni di bottiglie di rhum e le foto in bianco e nero che tappezzano le pareti. «Aquì passava le serate Ernest Hemingway…»
«Non mi parlare di quel sacripante!» sbotta nonna Pina.
«Perché, tu e…» chiede sorpreso il cubano. Nonna Pina annuisce, beve un sorso di mojito e inizia a raccontare.
«E’ passato un bel po’ di tempo, caro Pepe… se non ricordo male doveva essere il cinquantadue. Dopo la guerra mi ero dovuta ritirare dalle scene, troppo compromessa col regime mi dicevano gli impresari… mi ero sposata con Camillo, un brav’uomo, ma i riflettori mi mancavano; così quando capitò l’occasione di questa tournée accettai senza pensarci due volte. Avevo trentotto anni, una bella voce, bella presenza…»
«Tu sei bellissima ancora oggi» dichiara l’adorante Pepe.
«Non dire sciocchezze Pepe, e fatti controllare la cataratta» ribatte la vegliarda, e riprende:
«Da Las Vegas a Miami… un successo enorme, pensavamo di tornare a casa dopo qualche settimana, rimanemmo sei mesi, e alla fine…L’Avana! Tu eri piccolo, Pepe, ma ti ricordi com’era L’Avana a quei tempi?»
«Seguro che me recuerdo! Ma non ero affatto piccolo, avevo già sedici anni e lavoravo in una fabbrica di sigari… è stato l’anno che Fidel iniziò la revolucion contro la dittatura, per abbattere Fulgencio Batista e portare il popolo al potere!»
«Pepe caro, non buttarla sempre in politica. Intendevo dire gli spettacoli, i ristoranti, la vita! C’era tuo fratello che impazzava, al Buena Vista… ti ricordi tutte le auto americane che giravano?»
«Eravamo diventati un parco divertimenti por los gringos, Wanda…»
«Oh si, era proprio un gran bel luna park per chi poteva permetterselo! E Ernest non si tirava certo indietro… allora era sposato con la quarta moglie, che aveva lasciato in Europa, e girava con la sua barca a vela, il Pilar, andava a pesca, e poi la sera lo trovavi sempre in qualche bar a bere e far baldoria con gli amici. Io cantavo al Tropicana… che spettacolo Pepe!»
«Verdad, mi querida… tu brillavi, eri una estrella, una stella… e che ballerine! Pensa che yo me arrampicavo sulla grondaia per arrivare fin alla ventana, la finestra dei camerini por mirar tanta bellezza…»
«Ah, ecco chi era quel porcellino. Le ballerine se ne erano accorte, sai, Pepe? Facevano apposta a lasciare scoperta qualche tetta, l’intraprendenza va premiata. A un certo punto però non ti hanno più visto, che ti era successo, gli inservienti ti avevano scoperto?»
«No, niente inservienti, Wanda… una sera Lola Montalvo si è voltata verso di me come mamma l’ha fatta, presi uno spavento che me caì dal cornicion… »
«Ah, ah, ma Pepe! Non avevi mai visto una donna nuda?» chiede ridendo nonna Pina.
«E’ proprio questo il punto, Wanda! Lola non era affatto una donna, cara mia, teneva un pitón sotto le sottane! Caddi abajo, e mi ruppi una gamba: da allora mai più cornicioni!»
«Lola un travestito? Questa mi esce da un fianco Pepe, comunque noi non nutriamo pregiudizi, non è vero caro? Ma dov’eravamo rimasti? Ah, si, il Tropicana» riprende la centenaria.

«Una sera dopo lo spettacolo eravamo a cena al Floridita al solito tavolo, con Ernesto Pintabal il regista, Flora Maricones la costumista e Alvaro Temblón Jr. il direttore d’orchestra. Ad un certo punto Hemingway, che aveva già fatto il pieno di daiquiri, si avvicina al tavolo e senza nemmeno salutare mi chiede se il giorno dopo voglio andare a pesca di Marlin insieme a lui»
«Che sfrontato! Tipico dei gringos» commenta Pepe. «E tu?»
«Lo squadrai come un insetto… poi gli chiesi se pensava di avere una canna adatta per quella pesca. Scoppiò in una risata poderosa, e se ne andò dicendomi di farmi trovare al molo la mattina seguente. Figurarsi, io ero abituata ad alzarmi alle due del pomeriggio… ma che ti devo dire, Pepe… beveva troppo, era trascurato e sovrappeso, aveva una quindicina d’anni più di me, ma era indubbiamente affascinante… andai all’appuntamento»
«Es incredibile… e poi?»
«Passammo un periodo di sogno… al mattino andavamo al largo con la sua barca, pescavamo e facevamo l’amore.. poi al pomeriggio mi riportava a terra, e mi preparavo per lo spettacolo. Lui iniziò a scrivere un libro su un vecchio che va a pesca, diceva che ero la sua musa; voleva lasciare la moglie e sposarmi! Ma, a parte che io ero già sposata e a quei tempi non si poteva divorziare, non avevo nessuna intenzione ne di diventare la quinta signora Hemingway ne di abbandonare le scene… e così lo lasciai»
«Non deve essere stato facil para él accettare il tuo rifiuto, Wanda…»
«Seppi poi che era caduto in una profonda depressione, e le bevute non lo aiutavano di certo. Si è sposato un’altra volta, ma non si è più ripreso… quando seppi del suo suicidio mi sentii molto in colpa, Pepe. Chissà, se le fossi rimasta accanto…»
«Esta es la vida, mi querida. Non si può prevedere il futuro…»
«Ecco, a proposito di futuro, Pepe, ho deciso di partire. Qui il clima è buono, la compagnia ottima, il cibo delizioso ma francamente non ne posso più. Mi manca quella brigata di scombinati, le scazzottate, il tirassegno ai pensionati e il prosecco: adios, Pepe!» e così dicendo nonna Pina si alza, stampa un bacio in fronte a Pepe Secundo, ed uscita dal locale con un fischio alla pecorara ferma al volo un taxi e si fa portare all’aeroporto.

Pepe Secundo rimane seduto, con la testa bassa. Una lacrima si incunea in una della profonde rughe che gli solcano il viso; quando rialza la testa seduto vicino a lui c’è un giovane che conosce bene.
«E tu?» chiede Pepe, sorpreso. «Perché sei tornato?»
Giorginho Torres poggia lentamente sul tavolo la bottiglia di Matusalem invecchiato 23 anni che apre solo per le occasioni speciali e due bicchieri colmi di cubetti di ghiaccio. Versa il rhum e porge il bicchiere al vecchio socialista.

«Volevano pagarmi con i minibot, nonno. Fottuti capitalisti»

51zWXoVRGmL

Una birra per Olena (IX)

Horst Tupperware passeggia avanti e indietro nel suo ufficio, al terzo piano nella sede della Landespolizei, in Ettstrasse. Seduto davanti alla sua scrivania c’è un agitato Jürgen Matthäus, che si asciuga il sudore con un fazzoletto a quadrettoni.
«Ingegner Matthäus» chiede finalmente Horst «confermate quindi di non aver ricevuto nessuna minaccia? Nessuna offerta di protezione, nessuna richiesta di pagamento?»
«Ma no, ma no!» protesta Jürgen, per la quinta volta. «Quante volte devo dirvelo? Vi siete fissati con questa storia della mafia!»
«Che rapporti avete con i sindacati?» chiede a bruciapelo il commissario capo.
«I sindacati?» chiede Matthäus, preoccupato. «Cosa c’entrano i sindacati? Comunque i rapporti sono buoni, non abbiamo nemmeno vertenze aperte in questo momento. Ma perché me lo chiede?»
«Herr Matthäus, non dobbiamo sottovalutare nessuna pista. C’è qualche dipendente che potrebbe aver motivo di rancore? Qualcuno licenziato senza giusta causa? Abbiamo saputo che volevate incrementare la produzione, questo può aver creato malumori? Potrebbe essere una forma di luddismo?»
«Assolutamente, assolutamente! La cogestione¹ da noi funziona benissimo. I rapporti sono ottimi, e non per vantarmi commissario ma anche le condizioni economiche per il nostro personale sono più che soddisfacenti. Escludo che qualcuno dei nostri dipendenti possa avere a che fare con una cosa del genere, col rischio di far chiudere la fabbrica e rimanere tutti sulla strada! Piuttosto…» e qui l’ingegnere fa una pausa significativa «state indagando sui nostri concorrenti?»
Horst lancia un’occhiata del tipo “stiamo indagando sui concorrenti?” a Fritz Gunnerbaum, che seduto ad una scrivania alle spalle di Matthäus sta verbalizzando il colloquio. Fritz svicola, incassando la testa tra le spalle e concentrandosi sui suoi due indici che picchiano sulla tastiera; Horst continua allora senza rispondere:
«Herr Matthäus, lei lo sa che l’80% di chi indossa calzini bianchi è malvagio? Ha mai riflettuto su questo punto?» chiede Horst, fissando intenzionalmente l’intimo che sbuca dai calzoni del direttore.
Jürgen Matthäus, che stava bevendo un sorso d’acqua dal bicchiere in plastica che Fritz gli aveva porto, si strangozza². «Ma che diavolo c’entrano i calzini bianchi, adesso?» chiede paonazzo.
«Ma lasciamo stare questo punto» continua Horst con noncuranza. «Chi poteva entrare nei vostri stabilimenti? Come mai la vostra sicurezza non si è accorta delle violazioni?»
«Commissario capo, ma quale sicurezza, noi facciamo tortellini!» sbotta Jürgen, ormai violaceo. «Abbiamo un guardiano, che serve più che altro per aprire i cancelli se arriva qualche fornitore… ci sono le telecamere… e un’auto della Vedetta Bavarese che fa un paio di giri per notte»
«Lei dunque ritiene che si sia trattato di una semplice coincidenza il fatto che in tutte e dieci le vostri sedi quei personaggi si siano introdotti senza che nessuno se ne sia accorto e senza dar modo alle telecamere di fornire qualche elemento alla identificazione? A me sembra parecchio strano, lei che ne dice Herr Matthäus?»
Jürgen Matthäus sentendo che la pressione sta arrivando a livelli di guardia fa un respiro profondo, si alza dalla sedia e, ripiegando il fazzolettone, dice:
«Commissario, sinceramente non capisco lo scopo delle sue domande e delle sue insinuazioni. Cosa pensa, che ci sabotiamo da soli gli stabilimenti? Sono venuto qui per sapere se ci sono novità nelle indagini, e lei mi parla di calzini! Quello che a me sembra strano è che invece di indagare lei stia qui a perder tempo con queste ipotesi campate per aria. Santo Dio, il luddismo! E perché non gli alieni, già che ci siamo! Mi sembra che stiate prendendo questa cosa sotto gamba, caro commissario: ne parlerò con i suoi superiori! Buon giorno!»
E così dicendo Jürgen Matthäus se ne va, seguito dallo sguardo per niente preoccupato di Horst Tupperware che poco dopo, con un sorrisetto, chiede al suo aiutante:
«Che ne pensi, Fritz? Illuminante, non credi?»
«L’ingegnere mi è sembrato parecchio arrabbiato, capo. Ma mi tolga una curiosità, se non sono indiscreto»
«Dimmi pure Fritz»
«Che diamine è questo lubbismo?»
«Luddismo, Fritz, luddismo. E’ stato un movimento di protesta operaia che si è sviluppato all’inizio del XIX secolo in Inghilterra: in pratica sabotavano i telai meccanici perché li incolpavano di fargli perdere il lavoro»
«Bè, non avevano tutti i torti, dal loro punto di vista, no?»
«Caro Fritz, il problema non sono i telai, ma i padroni dei telai» chiude Horst Tupperware, accarezzando la medaglia dell’Ordine al merito per la patria³ che porta sempre in tasca.

2018-08-13-07-38-53-5928

¹ In Germania, i lavoratori e le rappresentanze sindacali hanno un potere significativo nella gestione dell’azienda. Partecipano alle decisioni delle società attraverso due organi, il Betriebsrat (consiglio di fabbrica) e l’Aufsichtsrat, il consiglio di sorveglianza, che possono influire sulle decisioni del consiglio di amministrazione (Vorstand) aziendale.
² L’Accademia della Crusca è ancora indecisa se ammettere questo termine nel vocabolario. Io sarei favorevole perché rende bene l’idea di uno che tossisce perché gli è andato per traverso qualcosa.
³ Decorazione della Repubblica Democratica Tedesca assegnata a chi si era distinto per servizi speciali allo Stato e alla società.

Una birra per Olena (VIII)

Nella sala d’aspetto di prima classe dell’aeroporto Franz Josef Strauss di Monaco di Baviera una donna bionda, alta ed elegante, avvolta in una pelliccia di colore violetto, con un largo paio di occhiali neri che ne nascondono buona parte del viso, sfoglia distrattamente l’ultimo numero di Vogue in versione russa.
Due uomini, in divisa della sicurezza, si avvicinano.
«Signora, ci può seguire per favore?» chiede gentilmente ma con fermezza quello dei due che sembra il più alto in grado.
La donna non dà segno di aver sentito, e continua indifferente a sfogliare la sua rivista. I due uomini si guardano, poi quello più impulsivo fa ancora un passo avanti, si china verso di lei e le sibila in un orecchio: «Sei sorda, bella? Non hai sentito quello che ti ha detto il collega? Vedi di alzarti subito, prima che diventi nervoso»
Finalmente la donna chiude il giornale, si raddrizza sulla poltroncina e alza gli occhi verso l’interlocutore. Si toglie gli occhiali e allarga i suoi splendidi occhi blu, poi con un’espressione leggermente annoiata, risponde.
«Voi agenti muolto gentili, volete perquisire me, si?» chiede alzandosi e allargando braccia e gambe scostando la pelliccia che nascondeva, sotto una minigonna succinta, due lunghe gambe accavallate avvolte fino alle ginocchia da stivali neri in pelle.
«Noi andiamo in camera riservata, si? Io faccio voi bua su culetto, cattivi cattivi bambini»
I due si scambiano uno sguardo interrogativo, indecisi se rispondere per le rime alla provocazione; ma poi il sorrisetto malizioso e soprattutto la prominenza del seno che la donna mette in mostra li convincono a rimandare a più tardi le discussioni.
«Prego, “madame”… sei una professionista, vedo» constata l’uomo, prendendo la donna per un braccio.
«Tu non sa quanto…» risponde lei, passandosi la punta della lingua sui denti superiori; poi, notando il manganello che pende dalla cintura dell’uomo, continua: «Bello giuocattolino, dopo proviamo con tuo amichetto, si?»
I due deglutiscono e guidano la donna verso un ufficio defilato. Appena entrati, la spingono verso il centro della stanza e chiudono la porta a chiave; il sospetto di aver commesso un terribile errore li coglie quando Olena, lasciata cadere in terra la pelliccia violetta, si rivolge loro con un sorriso beffardo:
«Speravo tanto voi fare questo, finuocchietti»

Gilda e James, recuperati i bagagli, sono appena entrati nella sala degli arrivi dei voli internazionali. Gilda si guarda intorno, poi con un lieve disappunto si rivolge al suo maggiordomo:
«James caro, la prima convocazione sembra andata buca, come una assemblea di condominio a ferragosto. Non avrei preteso un picchetto d’onore ne banda e pennacchi, se mi spiego, ma qualche volto amico ad attenderci mi sarebbe stato di conforto»
«Sono costernato, signora, avevo avuto le più ampie rassicurazioni. Mi informerò immediatamente»
«Lascia stare, James, ci penso io. Adesso chiamo Svengard, non sarà riuscito a parcheggiare la barca» ed immediatamente estrae il cellulare dalla borsetta di Hermès e chiama il suo uomo. Dopo qualche secondo finalmente si ode la voce del norreno:
«Ehm… Pronto? Gilda, sei tu? Dove sei, amore?»
Gilda prende un profondo respiro prima di rispondere. «Svengard, mi sembrava di essere stata abbastanza chiara l’altro giorno. Dove diavolo ti sei cacciato? Noi siamo appena arrivati, viene a prenderci!»
Un silenzio di piombo cala sulla linea. Gilda, che ha in orrore il vuoto, riprende: «Sven? Sei ancora lì? Insomma, si può sapere che stai facendo?»
«Sei arrivata, cara?» chiede finalmente il vichingo. «Ma anch’io sono arrivato, amore. Sono qui che ti aspetto»
«Sven, mi stai prendendo in giro? Qui non c’è nessuno, che stai blaterando?»
«Ma certo che ci sono cara, sono qui che ti aspetto, a Monaco»
Un sospetto si insinua nel cervello della Calva Tettuta che, con tutta la calma di cui è capace, chiede:
«Svengard, tesoro caro… in quale Monaco sei, di preciso?»

James accoglie con sollievo la vista della donna che gli si fa incontro ancheggiando e che lo saluta sbracciandosi.
«Scusa ritardo, amuoruccio, eri in pensiero?» chiede la russa statuaria, con un lampo di malizia negli occhi.
«Per fortuna sei arrivata, Natascia, mi serviva giusto uno scaricatore di porto che mi aiutasse con le valigie. Ma dove ti eri andata a cacciare?» chiede il maggiordomo provocatoriamente.
«Mi si era spezzata unghia» risponde Olena con un sorrisetto malizioso, giocherellando distrattamente con un manganello.

lady-gaga

Una birra per Olena (VII)

«James caro, sono pronti questi bagagli?»
Gilda, abbigliata da principessa Sissi, picchietta impazientemente in terra con il grazioso piedino mentre si rimira nell’antica specchiera veneziana appesa ad una parete della sala.
James il maggiordomo, vestito del costume tipico bavarese Lederhosen¹, fa il suo ingresso nella stanza reggendo due valigie.
«Chiedo venia, signora, con queste dovremmo essere pronti. Non sarebbe stato appropriato partire senza il vostro costume Dirndl¹ ma purtroppo era scomparso; abbiamo dovuto mettere la casa sottosopra, ma alla fine l’abbiamo trovato»
«Oh, meno male, e dove si era andato a cacciare? Non lo mettevo dai tempi della caccia al cervo con la buonanima di Evaristo»
«Era in un armadio nella camera di Miguel, signora, il giardiniere ama il cosplay, si traveste spesso da Heidi»
«Che monello quel Miguel! Ma a proposito James, quando tornerà quell’ometto? Il giardino sembra un po’ trascurato»
«Ecco, signora, se tutto va bene dovrebbe essere di ritorno alla fine del mese, sempre che eventi imprevisti non lo trattengano» dice James rabbrividendo, sperando che la sua preoccupazione non si tramuti in premonizione.

In quel preciso istante infatti, nella Hacienda “Pedro Pineda”, a Laguna Seca, nello stato di Zacatecas in Messico, si sta preparando la grande festa che si terrà dopo il tramonto, quando il sole che martella quella landa desolata avrà accordato una tregua ai lavoratori della terra, in attesa di riprendere le ostilità il giorno seguente.
Il padrone di casa, don Ignacio de La Peña, osserva orgoglioso il palco su cui l’orchestra mariachi “Aureliano Zapata” sta scaldando gli strumenti con una versione originale del classico Cielito Lindo.
Intanto, al piano di sopra della casa padronale, la tragedia incombe.
«Paio, mi querida, esci di lì por favor»
«No, no e no! Non verrò mai alla festa con questi straccetti!»
«Ma mi amor, che ti importa del vestito, sei bellissima!»
Paio Pignola, al secolo Hector Garcìa, esce come una furia dal bagno dove si era rintanata.
Vestita di un abito tradizionale variopinto, con un lungo sottanone ed una camicia di pizzo allacciata sul davanti, in testa un velo che la fa assomigliare ad un famoso dipinto di Frida Kalho non fosse altro che per i generosi baffetti neri, la salsera inferocita carica il malcapitato Miguel.
«Tu e le tue maledettissime idee!» sbotta la cubana. «Facciamo solo una piccola deviazione per trovare i miei… dovevamo andare ad Acapulco e guarda in che buco mi hai portato! Ed hai perso anche le valigie!»
«Ma mi amor, non è stata colpa mia… come potevo sapere che l’autista dell’autobus fosse un ubriacone e si addormentasse mentre guidava? Per fortuna siamo riusciti a saltare fuori prima che si capottasse nel burrone…»
«Se mi amassi veramente, come dici, avresti salvato almeno il mio beauty case! E invece eccomi qua, sembro una suora di clausura!» afferma Paio, sollevando il sottanone.
«Ma quale suora, Paio, sei elegantissima. Lo so che sei nervosa per la festa, ma non devi preoccuparti, i miei genitori sono persone alla buona, vedrai!»
«E non dire che sono nervosa, ti ho detto che non sono nervosa!» strilla Paio in falsetto. «E prega che vada tutto bene, se no nel burrone ci finiranno i tuoi gingilli!»

Gilda, riflettendo sulle qualità del fido tuttofare, formula un auspicio: «Bè, speriamo proprio di no, mi dispiacerebbe perdere un collaboratore così variopinto» poi, guardando con interesse il maggiordomo:
«James, te l’hanno mai detto che i pantaloncini con le bretelle ti donano? Anche il cappello con la piuma, ma di più i calzoncini. Potresti metterli più spesso, magari nelle cene informali»
«Grazie signora» risponde James con modestia «in gioventù ho praticato la Schuhplattln² con il mio amico boscaiolo Hans. Ricordo che abbiamo partecipato a diverse gare e riscuotevamo un discreto successo nello Jodel a due voci»
«Davvero, James? Mi sarebbe piaciuto assistere. Ma come mai la coppia si è sciolta?»
«Ehm, ecco, per divergenze artistiche, signora» risponde James, ripensando agli schiaffi veri che il boscaiolo gli aveva affibbiato quando lo aveva scoperto nel capanno del guardaboschi Ulrich.
«Bè, è un vero peccato James. Ma, come si dice, the show must go on the table, con o senza gatto» poi, come se avesse un ripensamento, la Calva Tettuta continua:
«James, sai che ho una alta opinione di te, vero? Perciò non prendere questa mia domanda come una mancanza di fiducia. E’ stata allertata la cavalleria? Natascia, intendo. Non so perché ma sento che potremmo aver bisogno di una consistente potenza di fuoco.»
James risponde senza scomporsi «Mi sono preso la libertà di avvisare la nostra Natascia appena saputo dell’accaduto, dovrebbe già essere sul posto », ripensando a quanto successo due giorni prima.

All’uscita dalla miniera, Olena accende il telefono satellitare per avvisare la sua committente Priscilla Presley dell’avvenuta liberazione del suo amico Tom Jones. Prima che possa digitare il numero viene preceduta da una chiamata, ed il nome che compare sul display le procura un sorrisetto che le increspa l’angolo destro delle labbra.
«Amuoruccio! Tu non riesce proprio a stare senza di me. Tu carino, ma ora io lavoro, può tu chiamare più tardi?»
«Natascia, abbiamo un problema» annuncia un compìto James. «Servirebbe la tua presenza a Monaco di Baviera, pensi di farcela per domani mattina? E ti sarei grato di soprassedere sull’amuoruccio»
«Quando tu capirai mio nome io smetterò di chiamare tu amuoruccio, capito finuocchietto?» mette in chiaro la russa, tornata seria. «Cosa successo a Muonaco?»
Il maggiordomo concede solo un assaggio di risposta:
«Presentati dal direttore Matthäus. Il caso è rognoso, la polizia brancola nel buio, il direttore annaspa aspettando che il trombettiere annunci l’arrivo dei nostri»
«Piatto ricco mi ci ficco» risponde Olena, chiudendo la conversazione.

Gilda annuisce in segno di approvazione ed elogia il suo maggiordomo.
«James, poche persone sono efficienti come te. Ti confesso che adesso sono più tranquilla, perlomeno di russi, cinesi e pigmei non dobbiamo temere. Possiamo muoverci, adesso?»
«Senz’altro, signora, faccio strada» e James solleva le valigie e si avvia verso il taxi che li sta aspettando per andare all’aeroporto,

a017_M17_0141GELMAN_D_1

¹ Il Lederhosen ed il Dirndl sono costumi tipici bavaresi, l’uno maschile e l’altro femminile
² Lo Schuhplattler è una danza bavarese e tirolese dove ci si tira degli schiaffoni

Una birra per Olena (VI)

Fritz Gunnerbaum arriva a casa, nell’appartamento al terzo piano in un condominio di Werinherstrasse, non distante dal cimitero Ostfriedhof, infila la chiave nella toppa e apre la porta con delicatezza.
«Tesoro? Sono io, cara, il tuo coniglietto» si annuncia appena varcata la soglia. Dalla saletta lo accoglie un grugnito:
«Umpf, grumpf… pattine! Crunch, tele? Munch, coglione del vostro capo…»
Fritz decifra i suoni emessi da sua moglie, Ursula Schutzentagger, ex campionessa di sollevamento pesi della DDR, e risponde con calma:
«Si cara, ho messo le pattine. No, non ho sentito la televisione. Cosa sta dicendo quel coglione del nostro capo?» ed entra finalmente nel piccolo soggiorno dove Ursula, 130 chilogrammi di peso per 1,66 centimetri di altezza è sprofondata nel divano con in mano un bretzel al formaggio, davanti al televisore 52” dove troneggia il faccione del giornalista Leo Breitner che intervista il capo della polizia.
«Herr Muller, a che punto sono le indagini su questi attentati?» chiede a Dieter Muller, capo della polizia federale. Muller, un quarantacinquenne alto, biondo, molto attento all’immagine, risponde senza scomporsi:
«Le indagini procedono a 360 gradi, abbiamo messo in campo le nostre migliori risorse» e su questa affermazione Ursula commenta con uno “Sgrunt” che trasuda scetticismo «e stiamo circoscrivendo il campo dei sospetti»
«Ci sono state rivendicazioni?» chiede il giornalista. «Dieci attentati in pochi giorni sembrano opera di un gruppo organizzato. Sarebbe azzardato ipotizzare una pista islamica, o di anarchici ambientalisti-vegani?»
Questa volta è Fritz a commentare scuotendo la testa «Si, come no… e perché non la mafia, allora? » e come se gli avesse letto nel pensiero il capo della polizia risponde:
«Come dicevo, al momento non escludiamo alcuna pista, compresa quella della criminalità organizzata, dato che sono stati colpiti solo stabilimenti italiani. Rassicuro l’opinione pubblica che stiamo producendo il massimo sforzo e non lasceremo niente di intentato per assicurare alla giustizia i responsabili. Grazie, signori» e così dicendo Dieter Muller saluta l’intervistatore e se ne va.
«Chomp… crunch… scoperto niente, eh? Munch, figurarsi, crunch, ubriacone…»
«No cara, ancora non abbiamo scoperto, raccogliamo indizi. E non parlare così del commissario capo, non è un ubriacone… anzi, scusa un attimo…» e Fritz va in bagno a chiamare al telefono il suo superiore, cercando di non farsi sentire da sua moglie.
«Pronto, commissario Tupperware, chi parla?» risponde Horst.
«Capo, sono Fritz. Ha sentito alla tele quel cogl… ehm, il capo della polizia?»
«Si Fritz, ho appena spento l’apparecchio, perché?»
«Capo, non pensa che una volta tanto possa avere ragione? Che sia una faccenda di mafia, sa, questi italiani…»
«Fritz, Fritz, mio buon Fritz» lo interrompe il commissario capo «Ragiona: hai visto in giro delle Punto, delle Panda, delle pizze, dei mandolini, per caso?»
«No capo, ma….»
«E dunque come possono essere stati gli italiani? Senza contare che i calzini bianchi nel belpaese sono vietati per legge. Rimaniamo con i piedi per terra, Fritz, niente voli pindarici. Come sta Ursula? Salutami la tua dolce metà» e chiude la comunicazione.
Fritz rientra nella saletta e lancia uno sguardo alla moglie, considerando che la definizione di “metà”, data la stazza, è abbastanza riduttiva, poi tanto per cambiare discorso chiede:
«Cara, cosa c’è per cena?»
Ursula, senza alzarsi dal divano, indica al marito il forno; Fritz lo apre spargendo per la casa un delizioso profumo di stinco di maiale e patate arrosto.
«Ti amo, Ursula» dichiara il vicecommissario.
«Sgrunt, vaffanculo» risponde l’amorevole mogliettina.

Horst Tupperware entra nel piccolo bilocale che si affaccia su piazza Karlsplatz e si toglie l’impermeabile, poi rivolge uno sguardo di saluto al poster dell’Ispettore Derrick che ha appeso su una parete del corridoio e si dirige verso il frigorifero, dove può solo constatare che è desolatamente vuoto a meno di due bottiglie di birra, una confezione di rape ed un tubetto di senape. Sconsolato ritorna sui suoi passi e riprende l’impermeabile per dirigersi verso la vicina birreria Augustiner, quando si accorge della segreteria telefonica che lampeggia. Schiaccia i tasti per avviare la riproduzione:
«Bip! Volete risparmiare sulla bolletta telefonica? Offertona, un anno intero a 20 euro ed in più avrete a casa Ulla, la segreteria telefonica multilingua…»
«Bip! Passa a Sofronia, l’energia rinnovabile e ecologica! In regalo Frida, la bicicletta collegabile al contatore di casa…
«Non sanno più che inventare…» commenta Horst scuotendo la testa, prima di passare all’ultimo messaggio.
Il messaggio è in russo e la voce inconfondibile:
«Ciao Panzerotto, sono Marlene Dietrich. Chiamami.»
Horst Tupperware ha un sussulto, e la cornetta del cordless gli scivola di mano e cade a terra.

Dresda, 9 novembre 1989.
Davanti all’ambasciata russa una folla è accalcata ai cancelli e preme per entrare. Il muro è caduto e la DDR sta crollando con esso, la sede della Stasi è già stata presa d’assalto ed ora tocca a quella del Kgb. All’improvviso la porta dell’ambasciata si apre, e dalla scalinata scende un giovane tenente-colonnello, con una pistola in mano, che si rivolge con calma a quelli più vicini:
«Signori, questo è territorio sovietico, vi prego di allontanarvi. Questa pistola ha 12 colpi. Gli undici che vogliono morire si facciano avanti, l’ultimo colpo lo tengo per me»
Mentre gli invasori si chiedono se sia il caso di andare a vedere se quanto minacciato dall’uomo che hanno davanti è un bluff, al suo fianco si materializza una giovane donna alta, con dei capelli biondi a caschetto, due occhi blu ghiaccio ed un paio di stivali che le arrivano al ginocchio.
«Questo ha qualche colpo in più» afferma la donna senza accenno di sorriso, mostrando il Kalashnikov AK-47 che imbraccia. «Tornate a casa e nessuno si farà male»
La determinazione dell’amazzone consiglia i primi della fila a frenare, considerando che in fondo è stupido farsi sforacchiare poco prima di poter vedere i supermercati pieni di salami. Dall’interno un uomo, anch’esso con un’arma in pugno, richiama la coppia:
«Andiamo, compagni, dietro c’è un’auto che vi aspetta. I documenti sono stati tutti distrutti»
La donna si volta verso l’uomo, un bell’uomo sui trent’anni, e gli sorride.
«Alla buonora, Panzerotto, ce ne hai messo di tempo» lo saluta «Solo un attimo, arriviamo subito» dice risalendo la scalinata, facendo scudo al colonnello. Una volta dentro e chiusa la porta, chiede al suo superiore:
«L’avreste fatto veramente, colonnello? Voglio dire, sparare sulla gente»
L’ufficiale guarda la pistola, poi rivolge lo sguardo verso la ragazza e, con un sorriso beffardo, le chiede a sua volta:

«Secondo voi, sottotenente Smirnoff?»

sollevamento-peso

 

Una birra per Olena (V)

«Quindici uomini, quindici uomini… craa! Sulla cassa del morto… craa!! E un barile di rhum! »
Flettàx, il pappagallo padano sovranista, dalla coffa del drakkar vichingo aguzza la vista per individuare terre emerse. Sul capo un cappellino da pirata e sull’occhio destro una benda nera, arruffa le penne ciangottando al vento.

Uppallo I e Uppallo IV, i cantanti gemelli monozigoti reduci dal successo nell’Air Guitar World Championship di Oulu, la bella cittadina nel centro della Finlandia che si affaccia sul Golfo di Bothnia, in pratica un festival di suonatori di chitarra senza chitarra¹ , dove hanno spopolato simulando di suonare in coppia uno dei loro più grandi successi: Sockerkaka Dragan Len, che alla lettera starebbe per stampo da forno – set per bagno da 4 pezzi – cuscino da allattamento ma nella cultura norrena è un inno alla trasgressività e alla libertà di costumi, strimpellano un vecchio Kantele² componendo il prossimo successo.

Il cinese Po, ultimo rimasto della guardia personale dell’ultimo imperatore Pu Yi, sulla tolda della slanciata nave da guerra esegue i consueti esercizi con la sua arma preferita, la racchetta elettrica, facendo particolare attenzione alla respirazione diaframmatica in modo che lo jin e lo jang entrino in armonia tra di loro.

Svengard il vichingo, con l’elmo cornuto in testa, è al timone e dirige l’agile barca verso l’aurora boreale. La voce di Uppallo I, il più importuno dei due gemelli, lo strappa ai suoi profondi pensieri:
«O Svengard, amico fraterno, compagno (senza riferimenti politici) di tante battaglie, perdona se ti distolgo dalle tue gravi meditazioni, ma non c’è modo di far star zitta quella bestia?»
Ma Svengard, assorto nei suoi pensieri, non dà segno di aver inteso la domanda.
Allora Uppallo IV, il più impulsivo dei due, lato del carattere che gli ha causato non pochi dispiaceri, lo riporta alla realtà usando meno tatto di quello che sarebbe forse necessario:
«Svengard, gran cornuto!» dice il cantante, in relazione all’elmo. «Vuoi far star zitto quel pappagallo? Che altrimento gli tiro il collo»
All’accenno alle corna Svengard ha un soprassalto e Uppallo I si scosta dal fratello, temendo che la somiglianza gli possa causare spiacevoli conseguenze.
«O amici cari» risponde finalmente il norreno. «Quel pappagallo ha più cervello di tutti noi tre messi insieme, ma non è per questo che vi impedirò di tirargli il collo, idea peraltro che mi ha accarezzato la mente non poche volte»
«Ah, si?» si sorprende Uppallo I. «E perché non l’hai fatto, allora?»
«Ahi, amici! Il pappagallo mi è stato affidato dalla dolce Gilda, e se dovesse succedergli qualcosa me la passerei parecchio male. Fatemi combattere contro mille nemici, ma non contro una Gilda infuriata. Perciò, miei aedi, il pappagallo resta ed ha facoltà di cantare quanto vuole. Fatevene una ragione»
Mentre i due Uppalli stanno per accennare una protesta, dal posto di vedetta si sente Flettàx lanciare un allarme:

« Terra! Craa…!! Terra! Craa…!! Terùn!!»

Il pappagallo ha infatti visto la sagoma della terraferma, probabilmente nelle vicinanze di Kokkola, e lancia i suoi richiami ai compagni di viaggio. Insieme alla fragranza della terra umida, però, al becco del pappagallo arriva un altro, inconfondibile odore: femmina! E’ un attimo e Flettàx, buttato il cappello e tolta la benda, si da una scrollata alle piume variopinte e parte alla volta dell’origine dell’effluvio.

Svengard, gli Uppalli e Po rimangono con il naso all’aria osservando le evoluzioni dell’uccello, che strillando il suo grido amoroso: «Sun chì, ammorre! Craa…!!!» si allontana dalla barca.
Un brivido percorre la schiena dell’impietrito Svengard, e proprio in quel momento squilla il telefono satellitare. Il norreno guarda il numero e impallidisce; il suo primo impulso è quello di gettare in mare l’apparecchio ma resiste. Infine, con voce che definire ferma sarebbe improprio, risponde alla chiamata:
«Ehm… pronto?»
«Sven, sei tu? Che voce strana che hai, ti sei ricordato di fare i gargarismi mattutini tesoro? » poi, non sentendo risposta, continua: «Svengard sono Gilda, non mi riconosci? Sven, che stai facendo?»
«Ecco, ehm, cara, sto navigando…»
«Perfetto Sven, allora fai una bella cosa, naviga fino a Monaco di Baviera che c’è bisogno di te»
«A Monaco, mia amata? Ma io stavo andando in Lapponia. E a Monaco non mi risulta ci sia il mare»
«Svengard Sundström, non cominciare a mettere scuse. Tieni presente che non facciamo l’amore da una settimana, tre giorni e quattro ore, e sono al limite. Perciò lascia stare la Lapponia e dirigiti subito dove ti ho detto. Ah, a proposito, come sta Flettàx? Passamelo che lo saluto»
All’udire la parola Flettàx Svengard inizia a sudare freddo, e coprendosi la bocca con la mano imita il verso del pappagallo: «Cra…!! Cra..!! Legittima difesa! Va a ciapà i rat!»
«Oh, sono proprio contenta che Flettàx stia bene. Allora ci vediamo domani, eh, amoruccio? E vedi di essere puntuale. Baci baci» e interrompe la comunicazione, lasciando Svengard a rimirare la cornetta grattandosi l’elmo.

 

drakkar_vichinghi

¹ Giuro che esiste.
² Strumento tradizionale finlandese e non solo.

Una birra per Olena (IV)

Il commissario capo Horst Tupperware è in piedi davanti alla finestra del suo ufficio in Ettstrasse, nel centro di Monaco, ed osserva con apparente concentrazione le evoluzioni di due artisti di strada che si esibiscono mimando una danza maori. Davanti alla scrivania il suo aiutante, l’agente scelto Fritz Gunnerbaum, attende il responso al suo quesito.
Finalmente il commissario capo si scuote e si volta verso il suo aiutante.
«Che stavamo dicendo, Fritz?»
Fritz alza gli occhi al cielo, considerando che è la terza volta che ripete la stessa domanda.
«Stavo dicendo, commissario, che forse dovremmo concentrarci sulla pista islamista»
Horst Tupperware, un sessantenne allampanato con capelli biondicci pettinati all’indietro, scuote la testa e lo blocca.
«Fritz, scusa se te lo dico ma la tua ipotesi mi sembra leggermente viziata da preconcetti. La prima dose del buon investigatore è osservare i fatti con obiettività, dico bene Fritz? Per quale motivo gli islamisti dovrebbero sabotare una fabbrica di wurstel?»
«Magari questi fanatici avranno voluto fare un’azione dimostrativa contro il troppo uso di carne di maiale che facciamo?» insinua l’aiutante.
«Fritz, a parte che le tue affermazioni sono politicamente molto scorrette e ti inviterei a non usare i social per diffonderle, ti pare la modalità preferita dagli integralisti musulmani, questa? Quelli avrebbero infiltrato un kamikaze in fabbrica e fatto saltare tutto. Oppure avrebbero noleggiato un pullmino e arrotato le maestranze alla fine del turno di lavoro. La tua ipotesi non mi pare affatto fondata, caro Fritz» afferma il commissario Tupperware, del quale tutto si può dire tranne che difetti di apertura mentale.
Fritz Gunnerbaum. soprannominato il mastino della Baviera per la tenacia nelle indagini e soprattutto per la scia di bava che lascia al passaggio del superiore, annuisce e lascia che la sua fervida fantasia faccia il suo corso:
«Allora saranno stati gli ambientalisti vegani!»
«Tu pensi, Fritz, ambientalisti e vegani? Troppa grazia, non ti sembra? Non bastavano ambientalisti o vegani? Apprezzo che tu voglia puntellare la tua teoria con quante più pezze di appoggio possibile, ma per quanto mi sforzi di venirti incontro mi sembra un po’ deboluccia»
«E perché, capo? Quelli sono fanatici peggio dei talebani» insiste l’agente scelto.

Horst Tupperware sorvola sull’ultima affermazione del sottoposto, e cambia discorso.
«Caro Fritz, hai visionato la ripresa delle telecamere?»
«Certo capo, perché? Ma non si vedeva niente, erano coperti da capo a piedi, non c’era nessun elemento di identificazione»
«Non è del tutto esatto, mio buon Fritz. Osserva attentamente questa» e così dicendo gli porge una foto tratta da un fermo immagine della registrazione. Fritz la prende in mano e la guarda, senza però capire a cosa il commissario capo si riferisca.
«Non capisco, capo, è come dicevo io, non si vede niente di strano»
«Guarda i piedi, Fritz»
Fritz avvicina ancora di più la foto, ma ancora non nota nulla di strano, e la restituisce al superiore scuotendo la testa.
«Non hai notato il calzino, Fritz?» poi vedendo che la luce negli occhi del sottoposto non si accende, continua: «Il calzino, Fritz, quello lì in basso sulla destra, lo vedi?»
Fritz aguzza la vista, e stavolta annuisce, non riuscendo comunque ancora a capire dove il capo voglia andare a parare.
«Si, lo vedo, ma…?»
«E?» chiede come incoraggiamento Horst Tupperware.
«E cosa? E’ un calzino, cos’ha di speciale?»
«E’ bianco, testa di rapa! » sbotta infine il commissario capo «Non lo vedi che è bianco? I vegani sono naif, fricchettoni, non metterebbero mai calzini bianchi. E i musulmani non portano calzini, lo sanno tutti. Quindi, caro Fritz, rimane solo una conclusione» e rimane in attesa che l’altro finisca la battuta ma Fritz, come un attore che ha dimenticato la parte, si gira dall’altro lato tossicchiando.
«E’ un tedesco, Fritz! Solo un tedesco indosserebbe calzini bianchi sotto una tuta cachi. Quindi non ci resta che indagare su tutti i fanatici tedeschi. Su, animo, Fritz, al lavoro!»
«Ma capo, sono milioni! Come facciamo a trovarli, e senza nemmeno un movente!»
«Fritz, non cominciamo a mettere scuse. Volere è potere, è il mio motto. Gambe in spalla, sursum corda e quant’altro. Cominciamo a interrogare i vicini, coraggio! E che diamine, non siamo mica nati ieri, non è vero sergente?
Fritz, mortificato, risponde a voce bassa:
«Va bene, capo, però…»
«Però cosa, Fritz?» lo interrompe Horst. «Non ho appena finito di dire Mors tua vita mea?»
«No, veramente ha detto sursum corda, commissario capo»
«Fritz, non cominciare a fare il pignolo o mi arrabbio sul serio. Ordina un paio di birre qui all’angolo e comincia a interrogare a tappeto, forza!»

calze-di-spugna-1547047048

 

Una birra per Olena (III)

La Calva Tettuta, poggiato il telefonino sul vassoio argentato, si alza dal divano Frau personalizzato ed avanza fino alla finestra scorrevole dalla quale si accede alla grande terrazza prospiciente il giardino botanico Rana, dove vengono coltivate piante esotiche e rare come il Nanocellus Officiantes volgarmente detto prete nano e la Scamarcia Fracitia, dal colore bumbia acceso.
Gilda apre la finestra e va ad appoggiare, pensosa, il generoso petto che le è valso il meritato soprannome alla balaustra in pietra leccese; dopo qualche minuto di meditazione emette un sospiro e si rivolge interrogativa al maggiordomo James, che è rimasto in rispettosa attesa.
«James caro, pensi che Jürgen possa fronteggiare questa faccenda da solo? Francamente non mi pare attrezzato»
«Tenderei a dubitarne signora. L’ingegnere nei frangenti concitati non mantiene la freddezza necessaria» afferma il maggiordomo, ricordando il momento in cui aveva dovuto strofinargli i glutei con lo straccio intriso di acquaragia.
«Già, lo penso anch’io. Dovremo attivarci, giusto? Prendere il toro per la coda o giù di lì. Si ma, James?» chiede la vedova Rana, con la fronte corrugata dalla preoccupazione.
«Signora?»
«James, non vorrei essere pessimista ma mi sembra che siamo a corto di truppa. Dove sono finiti tutti quanti?» indicando il giardino desolatamente vuoto.

A Blaenavon, in Galles, nella grande miniera di carbone in disuso che ospita il Big Pit Mining Museum (Museo minerario del pozzo grande) si sta svolgendo un concerto fuori programma. Un gruppetto di attempate casalinghe, accese d’entusiasmo, applaudono e fischiano il proprio idolo, il famoso cantante Tom Jones, incitandolo a concedere il bis del suo cavallo di battaglia “Sex bomb”. L’artista appare decisamente provato e vorrebbe declinare l’invito, ma l’orgoglio del vecchio leone e soprattutto  un pungolo elettrico che una delle sue fan brandisce minacciosamente lo convincono ad attaccare il refrain. Non sono certo le esigenze di scena a richiedere che Tom sia legato alle caviglie da una lunga catena, e che sia vestito soltanto di un perizoma, per di più leopardato: l’anziano sex symbol è stato rapito dalla banda di babbione ostili alla sua amicizia con Priscilla Presley, l’ex moglie di Elvis.
«Vi prego, care signore, sono stanco…» chiede Tom, con la sua voce calda e roca che attizza ancor di più le indiavolate groupies.
«Nudo! Nudo!» urlano queste scatenate, strappandosi i capelli e lanciando verso l’improvvisato palchetto mutandoni e reggiseni, cosa quest’ultima che causa un crollo delle attrezzature da questi sorrette.
«Cazzo! Ma sono già nudo!» protesta il cantante. «E mi scappa pure da pisciare, con tutta la birra che mi avete fatto bere, fatemi uscire di qua!» e così dicendo cerca di liberarsi dalle catene, beccandosi immediatamente una scarica elettrica nel fondoschiena che lo riporta a più miti consigli.
«E va bene!» cede Tom «ma ancora una volta e poi basta, eh!» poi, sebbene, riluttante, inizia a cantare:
Aw, aw baby, yeah, ooh yeak, huh, listen to this
Spy on me baby use satellite
Infrared to see me move through the night
Aim gonna fire shoot me right
Aim gonna like the way you fight
And I love the way you fight

Improvvisamente la base si spegne, ed un mormorio di delusione serpeggia tra le ammiratrici. Dal buio del vecchio tunnel si sente cantare:
«Sex buomb, sex buomb, gliù ar a sex buomb…»
Con la bocca leggermente aperta dalla sorpresa tutte si girano lentamente verso l’origine del suono, da dove avanza una figura vestita con una tuta militare completamente nera, con la faccia striata di nero e con un berretto, anch’esso nero, in testa. Anche gli stivali che le arrivano sopra al ginocchio sono neri. Con un mitra Spectre M4 a tracolla, Olena avanza verso il palco, canticchiando.
«Molto pratico questo attrezzo» dice alla donna che impugna il pungolo elettrico. «Tu provato prima su tuo marito, sì? Brava» la elogia muovendo la testa in segno di approvazione.
«Ora da brave liberate uomo, prego. Bello giuoco dura puoco» consiglia Olena, togliendo la sicura al mitra.

Poi rivolgendosi al prigioniero, rimasto a bocca aperta:
«Signor Jones, mi manda Priscilla. Belle mutandine, ma ora voi potete rivestire, prego.»

mars attacks

Una birra per Olena (II)

L’ingegner Jürgen Matthäus, un sessantenne non molto alto, rossiccio, rubicondo e sovrappeso, direttore responsabile degli impianti Rana in Germania, siede sprofondato nella poltrona del suo ufficio alla Rana Tower di Monaco di Baviera, a due passi dal Deutsches Museum, ed a stento riesce ad articolare qualche parola.
«Jürgen, carissimo, che piacere sentirti» lo saluta la Calva Tettuta, nel tentativo di metterlo a suo agio. «Tutto bene con i nipotini? Salutami la cara Hilga, quando la vedi. Volevi parlarmi, caro?»
«Ja, frau Rana,» attacca l’ingegnere, con un marcato accento tedesco che l’agitazione accentua:
«E’ terripile, terripile! Non posso kretere ke questo successo in Cermania. Inconcepipile!»
«Ma di cosa stai parlando, caro? Non avrete anche voi un governo gialloverde per caso?» chiede Gilda, che ha a cuore la stabilità politica dell’Unione Europea.
«Nein, nein, peccio, molto peccio!» e un brivido serpeggia per la schiena di Gilda, ma prima che questa possa fare supposizioni su derive nazionaliste l’ingegnere continua:
«Hafete presente nuofo makkinario ke afremmo tofuto installare in Stalag Rana-1?»
«Ecco, adesso su due piedi non proprio, Jürgen, tra l’altro non ti avevo detto di cambiare nome a questi stabilimenti? Il nostro marketing trova che non diano un’immagine rassicurante¹. E i sindacati ci stanno col fiato sul collo, lo sai» lo rimprovera Gilda, preoccupata per le relazioni sindacali. «Comunque, che è successo a questi macchinari?»
«Ieri pomericcio appiamo portato nuofe makkine nei kapannoni. Makkine ti nuofa cenerazione, potentissime! Protucono il toppio tell’impasto Krakatofeln ti kuelle fecchie con la metà tegli attetti.»
«Krakatofeln? Ah, già, crauti e kartoffeln, da quelle parti ne andate ghiotti. Ma addirittura raddoppiare la produzione mi sembra esagerato, caro Jürgen. Chi ha ordinato queste macchine?»
«Ehm, siete stata foi signora, ciusto un mese fa, ho kuì la mail con l’ortine…»
«Io, dici? Mah, chissà dove avevo la testa. Aspetta un attimo, Jürgen» lo ferma la padrona, e coprendo la cornetta con la mano chiede a James:
«James, che tu sappia Flettàx ha imparato ad inviare le mail? Non vorrei che oltre ad imitare le voci si metta ad inserire ordini»
«Tenderei ad escluderlo, signora» risponde il maggiordomo «le zampe zigodattili non sono compatibili con le tastiere Qwerty»
«Gli uccelli non hanno segreti per te, grazie caro» lo loda Gilda, e riprende la conversazione interrotta:

«Ma senti Jürgen, e dell’altra metà di operai che ne facciamo? Quelli sono specializzati in Krakatofeln, come li riconvertiamo?»
«Nostro ufficio ricerka stutiato nuofo prototto che potrà afere successo krantissimo!»
«Davvero Jürgen? Stento a crederlo. Ricordo ancora la Kakkuzza, il ripieno cavolo cappuccio e zucca, una boiata che persino la buonanima di Toshiro Laganà si rifiutò di avallare» osserva Gilda, con una smorfia di disgusto.
«Kvesta itea rivoluzionaria, frau Rana! lo appiamo kiamato Wurstellino»
«Che nome grazioso, Jürgen! Di che si tratta stavolta?» chiede una dubbiosa Gilda.
«Appiamo pensato una krossa innovazione! Non useremo la karne come ripieno, ma useremo wurstel come involukro e lo riempiremo ti tortellini. Ceniale!»

La Calva Tettuta rimane qualche secondo in silenzio per elaborare la proposta del suo direttore dopodiché, non prima di essersi sistemata la bandana in seta di colori cangianti, emette il verdetto:
«Contrordine, Jürgen. Lascia stare il nome dello stabilimento. Fammi un piacere, però»
«Tica, signora»
«Impacchetta tutto il tuo reparto di creativi e mandalo alla catena di montaggio, gli operai in avanzo sforneranno senz’altro idee migliori e con un costo sensibilmente minore. Da parte mia cercherò di dimenticare questa telefonata e di ricordarti com’eri, caro Jürgen. Ma, a proposito di telefonata, non mi hai ancora detto perché mi hai chiamato. E’ per questa storia dei wurstellini?»

«Nein, frau Rana, nein… atesso kvesto non è problema… le makkine! Kvesta notte le makkine sono state fatte saltare in aria ed i kapannoni tati alle fiamme! Polizei parla ti attentato, siamo kiusi!»

merkel-wurstel-876627_tn

¹ Gli Stalag (abbreviativo di Stammlager) erano campi di concentramento tedeschi per prigionieri di guerra della Seconda Guerra Mondiale. Niente a che vedere con gli Stalag Rana, abbreviativo di Stabilimenti Laganà così chiamati in onore dell’ex  direttore R&S Toshiro Laganà, deceduto tragicamente (cfr. Niente sushi per Olena – 2018)
² Ara Macao insolente e scurrile scappato ad un senatore padano e rifugiato nel parco di Villa Rana (cfr. Ferragosto con Olena – 2019)