A Madrid allevano prosciutti?

Se qualcuno si fosse preoccupato per l’assenza di questo ultimo periodo ci tengo a rassicurarlo; i motivi sono diversi e vanno da: a) i due ponti del 25 aprile e primo maggio che hanno stimolato la pigrizia; b) un picco di lavoro (va bè, lavoro forse è una parola grossa) che alla mia età sopporto malvolentieri; c) la dirittura di arrivo per una commediola parrocchiale che andrà in scena questa domenica e che ha messo a dura prova i miei nervi di norma saldi; d) una gita a Madrid e Toledo molto gustosa; a Madrid c’ero stato più di un quarto di secolo fa…

Sono riuscito a NON fare tante cose, tra cui andare alla corrida, visitare lo stadio del Real Madrid ed assistere ad uno spettacolo di flamenco. Ritenterò tra 25 anni.

Poi magari scriverò qualcosina, intanto cercherò di mettermi in pari con quello che avete scritto! Buona serata a tutti.

Il padre di tutti i bombi

<<E io chi sono, il figlio della serva?>> – sembra abbia detto il padre di tutti i bombi –

<<Appena torna a casa la sistemo io, quella zozzona!>>

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foto: http://www.focus.it/ambiente/animali/fotografo-immortala-un-bombo-intento-a-far-pipi

Non nominare il nome di Dio invano

Nello stringato  discorso con cui il presidente degli Stati Uniti ha annunciato l’attacco all’aereoporto siriano è stato citato 3 volte Dio.

Nessun figlio di Dio bla bla , la sapienza di Dio bla bla, Dio benedica l’America.

Sarebbe il caso, davvero, di non nominare il nome di Dio invano.

 

Cappelli

Mio nonno materno, Gaetano, è nato nel 1911. In quello stesso anno suo zio, il fratello di suo padre, emigrava in Argentina; se l’intenzione era quella di tornare, non la realizzò mai.

Il mio nonno paterno invece, Ernesto, che non ho mai conosciuto perché scomparso (letteralmente: disperso è la dicitura burocratica) nelle pieghe delle vicende di guerra civile che occorsero anche nel maceratese, era arrivato qualche anno prima dall’Argentina; purtroppo chi lo portò qua, orfanello, non si prese cura di regolarizzarlo, e rimase così con lo status di apolide, con tutto quel che ne conseguiva, fino alla morte.

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Ci sarebbe molto da discutere di Argentina, emigrazione, apolidi, fascismo e guerra
 civile; ma adesso veramente volevo parlare di cappelli, lo faremo un’altra volta.

Da che ricordi nonno Gaetano indossava sempre il cappello. Non in casa, intendo, ma quando usciva aveva sempre il suo cappello in testa. Anche la giacca, sopra la camicia ed una maglia o gilet. Me lo raffiguro sempre vecchio anche se, quando sono nato io, era molto più giovane di quanto sia io adesso; fumava Nazionali senza filtro e beveva bianchini con gli amici. Forse in gioventù era una buona forchetta, dato che era soprannominato “magnó”, ma io invece non lo ricordo mangiare tanto, anche perché era tornato dall’Etiopia con la malaria ed i postumi se li portò dietro per sempre: pollo lesso e patate lesse erano la sua dieta quotidiana. Verso la fine lo ricoverarono e gli proibirono fumo e vino. Scappò dall’ospedale e lo ritrovarono in piazza in pigiama: a chi lo ammoniva che così si sarebbe ammazzato rispondeva: “Oh, c’ho settantacinquanni, non me vole fa fumà, non me vole fa bé, che campo affà?” Così continuò a fare di testa sua ed accorciò probabilmente di qualche minuto la permanenza su questa terra.

A proposito di Etiopia, l’altro giorno un padre comboniano ha tirato fuori la strage fatta dai fascisti di Graziani ad Addis Abeba nel ’37 per dire che gli italiani dovrebbero accogliere gli immigrati, se non altro come risarcimento per le atrocità commesse all’epoca. Detto con rispetto, non mi sento di assumere questa colpa. Accogliamo chi va accolto e chi merita di essere accolto, ma non mi va di assumere responsabilità di altre epoche e fasi della storia. Pensiamo alle responsabilità attuali, che sarebbe già abbastanza, e cerchiamo di capire i fenomeni e governarli, non subirli passivamente. Chi è innocente scagli la prima pietra,e mi fermo qui.

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Ma nemmeno di immigrazione, stragi, divieti assurdi e accanimenti terapeutici volevo
 parlare; dicevamo: ah, si, i cappelli.

Il fatto è che i cappelli non è che li portassero solo i “signori”. Li portavano tutti, almeno alla domenica, insieme a quel vestito buono, spesso solo l’unico, con cui si andava alla messa; o anche, per quelli a cui il fumo delle candele dava l’orticaria, per chiacchierare con gli amici in piazza. La generazione successiva, quella dei nostri padri, aveva perso questa abitudine, quella del cappello dico, perché quella del vestito buono invece rimase; la domenica poi per i lavoratori era l’occasione per “sistemarsi”, cioè andare dal barbiere a farsi accorciare i capelli e radere la barba.

Mi sembra che oggi abbiamo più vestiti ma siamo diventati un po’ più sciatti di una volta. Va bene, concordo che lo scopo primario del vestirsi è quello di ripararsi dal freddo e dal caldo. Ma forse, almeno in certe occasioni, un po’ più di cura andrebbe usata. Io di cura ne ho anche troppa, ad esempio quando compro un vestito nuovo lo lascio ad invecchiare nell’armadio per paura di sciuparlo. Così quando lo tiro fuori è già vecchio e se si rovina ho meno rimorsi. Forse perché non sono abituati a vedermi in ghingheri, ogni volta che mi presento al mio coro con un bel completo ed una bella cravatta qualcuno si preoccupa di non essere stato avvisato della cerimonia incombente. Tutto perché non siamo più abituati a metterci il vestito buono. Lo riteniamo un’esagerazione, quasi uno sfoggio; un anacronismo, diciamo.

La forma è sostanza, ci insegnavano a militare; l’affermazione è un po’ forzata, specie quando si applicava alla capacità di piegare perfettamente in squadra il materasso; la forma è forma e la sostanza è sostanza, ma se si intende come forma non tanto il mero rispetto pappagallesco degli aspetti esteriori quanto l’abitudine alla cura e la disciplina applicata prima di tutto a se stessi si deve ammettere che sono attitudini che possono irrobustire la sostanza.

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Oggi mi sto proprio perdendo, che c’entrano forma e sostanza con i cappelli?

Il cappello tra l’altro può essere usato come unità di misura. Ad esempio, volendo intendere a qualcuno di testa grossa ma di scarso comprendonio, da queste parti gli si dice “te ghé ul cò che ghé va ben ul capèl del to nono!”. Ma se i nonni i cappelli non li portano più, tra poco questo affettuoso rimbrotto non avrà più senso! Per questo ho deciso: da oggi, mai più senza cappello! Deve pur rimanere un metro di paragone per tutti i testoni del mondo.

(167 – continua)

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Una ragazzata trasformatasi in tragedia

A Siracusa, Sicily, Italia, più di due mesi fa due ragazzi hanno dato fuoco, per gioco, ad un uomo, un anziano inerme di 80 anni, dentro la sua stessa abitazione. Nei giorni precedenti erano già entrati in casa e avevano fatto le prove: una volta lo avevano “solo” cosparso d’alcool, un’altra gli avevano bruciato i lobi delle orecchie. La squadra mobile ha indagato bene, ed ha acciuffato uno dei due subumani, appena maggiorenne, e individuato l’altro che ha le ore contate.

Sapete, mi piace ridere e scherzare, parlare del più e del meno, a proposito e spesso a sproposito. Ma di fronte a questi episodi, indice di un vuoto totale (cosa hanno in testa questi zombie e chi gliel’ha messo?) l’unico pensiero che mi viene in mente è uno sproposito: c’è bisogno di una guerra. La barbarie avanza a passi veloci, che almeno si faccia un pò di pulizia.

Mi chiedo perché ci prendiamo la briga di andare ad arrestare o bloccare quelli che vogliono andare a combattere in Siria. Vicino casa mia c’è un Centro Islamico, e proprio ieri è stato espulso uno dei frequentatori che sembra arruolasse o inneggiasse per l’Isis. Ma che vadano! Anzi, mandiamoci anche eroi come quei due minorati siracusani! Facciamo di più, paracadutiamoli direttamente sul luogo! Là non troverebbero vecchietti indifesi, però, ma tizi che le orecchie gliele taglierebbero e gliele farebbero mangiare, e sarebbe esattamente quello che meriterebbero.

E non mi si venga a rompere l’anima con il diritto, il pentimento o il carcere che serve al recupero! Buttate le chiavi, santoddio! E fateli faticare, ma a spaccare le pietre mica a fare il decoupage o la cucina etnica! Ma già, nel paese dei balocchi diranno che è stato uno scherzo finito male, che magari l’accendino è sfuggito di mano, o addirittura l’anziano si è suicidato… gli avvocati compariranno senza vergogna in televisione a chiedere comprensione, leggeranno una lettera di pentimento, i giornalisti chiederanno ai parenti del morto se perdonano, e poi ci saranno le attenuanti, il patteggiamento, la buona condotta… basta, perdio! Finiamola! Siamo un paese che dopo dieci anni ha già lasciato libero un uomo (?) che ne ha bruciato un altro… un limite lo vogliamo mettere o no?

Ma che limite ci può essere quando tutti i giorni ci viene inoculata la nostra piccola dose di barbarie? Nei comportamenti, nelle parole, sempre più aggressive, sprezzanti verso qualsiasi interlocutore… ieri ho sentito un deputato “progressista”, candidatosi alla guida della città di Roma, venendo sconfitto e a questo punto direi più che meritatamente, dare del “faccia di culo” ad un suo compagno di partito. Avrei voluto vedere se una cosa del genere fosse successa ai tempi di Giancarlo Pajetta: avrebbe tirato fuori la pistola. Ma non c’erano uomini lì? Ma un cazzotto non potevate darglielo? Almeno per togliersi la soddisfazione!

A proposito di limiti… oggi scadeva il mandato del presidente del Congo, Kabila. Questo non lo rispetterà, e bagno di sangue sarà. Ieri il papa ha esortato al dialogo, perché evidentemente le notizie che arrivano dai vescovi, molto coinvolti nei negoziati, non sono rassicuranti. Spero che basti, temo di no. Ecco, i due assassini possiamo mandarli anche laggiù, magari nel Kivu, a lavorare nelle miniere di coltan. Li accoglierebbero a braccia aperte, ne sono certo.

 

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Jesus bleibet meine Freude

Se Johann Sebastian Bach, nel 1723, accingendosi a completare la Cantata Sacra “Herz und Mund und Tat und Leben” (catalogata BWM 147 per gli esperti) avesse immaginato che il decimo e ultimo movimento, il celeberrimo corale Jesus bleibet meine Freude (Gesù rimane la mia gioia), dopo quasi due secoli di vita sarebbe stato oggetto di violenza vocale da parte di qualche migliaio di cantori tra cui il sottoscritto con il Piccolo Coro di Santa Brigida (piccolo per l’esiguità del numero, niente a che vedere con il Piccolo coro dell’Antoniano: età media molto più elevata, se mi capite), forse avrebbe vacillato. La mano avrebbe avuto un tremito; l’inchiostro si sarebbe sparso sul pentagramma; il genio, accigliato, avrebbe osservato le note generate a caso e ne avrebbe concluso che si, tanto, per quello che ne avrebbero combinato dopo duecento anni non valeva la pena mettersi a cambiarle.

Quest’anno, per non essere da meno dell’anno scorso dove avevo partecipato incoscientemente ad una tre giorni Gospel, con duecento altri cantanti tra i quali, se avessimo fatto una classifica di merito, non mi sarei classificato ai primi posti e nemmeno in quelli centrali, ho deciso di fare le cose ancora più in grande ed a gentile richiesta ho iscritto tutto il coro di cui sopra al Giubileo delle Corali, a Roma tra il 21 ed il 23 ottobre.

Questo è il secondo Giubileo a cui partecipo, a distanza di 40 anni. In quello del ’75 accompagnai mia nonna, che non aveva nessun bisogno di essere accompagnata. Ci andai soprattutto perché c’erano delle ragazzine che mi piacevano, ma il controllo nonnesco fu ferreo e non mi fu possibile ottenere quei momenti di privacy a cui aspiravo.

Il Giubileo, credo lo sappiate tutti, è indetto ogni 25 anni tranne quando il Papa in carica decide di indirne uno straordinario, come ha fatto Papa Francesco con il Giubileo della Misericordia. Il Giubileo delle Corali, e cioè il raduno delle corali per celebrare insieme il Giubileo, aveva come padroni di casa il Coro della Diocesi di Roma ed il suo direttore, monsignor Frisina; evento  strutturato su tre giornate dove la prima, venerdì, prevedeva un convegno sul tema della musica nella liturgia, con interventi autorevolissimi, che il nostro anziano parroco ha etichettato: “una palla cosmica”, lasciando intendere che due di palle sarebbero state più appropriate per descrivere l’evento. Il suo incoraggiamento a disertare tuttavia non ci ha fatto desistere e non ce ne  siamo pentiti perché gli interventi sono stati di altissimo livello così come il buffet.

Due parole su Monsignor Marco Frisina. Ho appreso in questi giorni che in Italia ci sono più di 20.000 parrocchie; se ognuna in media ha una decina di cantori, vuol dire che almeno in duecentomila cantano o hanno cantato un qualche suo pezzo. E’ una star della musica liturgica: due mie coriste alla fine della prima giornata si sono lanciate sul palco per farsi autografare il CD con gli ultimi successi, e la sicurezza ha avuto il suo bel daffare a tenerle a bada. Scrive musica molto bella e sta contribuendo, meritoriamente, a spazzare via tanto ciarpame musicale dalle sacrestie. Un musicista a tutto tondo che compone anche per film e fiction, oltre che una persona entusiasta e disponibile.

Al mattino del sabato era prevista l’Udienza Papale ed al pomeriggio un grande concerto con la partecipazione di tutte le corali registrate. Non avendo mai partecipato ad un’Udienza papale, ho pensato che fosse doveroso presentarsi con l’abito migliore del guardaroba, così ho spolverato un impeccabile completo nero, camicia bianca e cravatta blu disegnata a mano. Insieme alle corali erano presenti le più svariate associazioni: i camperisti cattolici; i farmacisti cattolici _ che mi sono chiesto se siano quelli che si rifiutano di vendere preservativi o addirittura li sabotano _ ; svariati gruppi diocesani; tanti polacchi perché ricorreva l’anniversario dell’insediamento di papa Giovanni Paolo II: a questo proposito il nostro gruppetto ha cercato di farsi riprendere dalla televisione fingendoci polacchi, sventolando un cartello in formato A4 scritto a penna, ma gli scaltri cameramen non hanno abboccato; l’associazione dei rianimatori cattolici insomma una babele di associazioni. Non ho fatto in tempo a chiederlo, e se qualcuno lo sa me lo dica: in che differisce un camperista cattolico da uno protestante?). Credo di non sbagliarmi troppo se affermo che tra i centomila presenti all’udienza  io fossi il più elegante.

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Il nostro gruppetto è abbastanza caratteristico, ve lo presento premettendo che i nomi, ma solo quelli, sono inventati. La nostra direttrice, Antonella, è una sacerdotessa vestale di Mons. Frisina e Renato Zero, una bi-sorcina. Conosce tutti i canti a memoria e credo che in casa mantenga una fiamma perennemente accesa. Apparentemente è una persona normale ma se d’estate, passeggiando sulle spiagge della Liguria o della Toscana, doveste incrociare una bionda con l’auricolare che canticchia in gregoriano, non preoccupatevi, è lei ma non è pericolosa. Pare che anche a letto, dopo che il consorte si è addormentato, ascolti in modalità random Zero e Frisina. E’ una grande cantante che potrebbe cantare dove vorrebbe se solo ne avesse voglia ma siccome si diverte troppo con noi, pur minacciando di abbandonarci con frequenza regolare  rimane qua.

La positività (e l’appetito) è il nostro forte, e se c’è una persona positiva per antonomasia è la nostra Gemma. Basta darle il la e lei vi allieterà con la sua risata squillante. Fa coppia con Gianna, ed a entrambe basta uno sguardo per scoppiare a ridere beate. L’altra sera hanno attirato l’attenzione di un attempato cameriere che, essendosi scottato portando incautamente quattro piatti alla volta, voleva comprensibilmente un bacino sul ditino. La richiesta, a differenza della pasta ed i saltimbocca con le patate che comunque non erano un granché,  è stata rifiutata sdegnosamente rattristando il Ganimede. Di Gemma c’è anche da dire che è una stoica. Soffre ridendo. Incurante  della mia raccomandazione di indossare scarpe comode, che Roma non è propriamente piccola, è accorsa ad acquistare un paio di stivaletti il giorno prima della partenza. La sera del sabato glieli hanno dovuti togliere in due, insieme a vari strati di pelle. La domenica, non contenta, le ha rimesse; potrebbe trattarsi di un nuovo ordine religioso, che ha sostituito il cilicio dell’Opus Dei con le scarpe strette? Indagherò.

In rinforzo dalla vicina parrocchia sono arrivati Arcangelo e Cristina, due fuoriclasse. Il loro coro, di cui uno era il maestro e l’altra una delle soliste,  fortunatamente per noi si è sciolto e li abbiamo potuti ingaggiare a parametro zero. Colgo l’occasione per invitare il resto del disciolto coro a riunirsi. Da noi, però.

Ad un certo punto ho temuto che tutto potesse andare a rotoli. Il concerto previsto al pomeriggio sarebbe dovuto iniziare alle 18; l’ingresso all’Aula Paolo VI dalle 16, ed alle 17 era prevista una prova. Avendo finito l’udienza verso mezzogiorno, ci siamo detti: andiamo a mangiare qualcosina, poi facciamo un giro almeno di piazza di Spagna e piazza Navona, poi torniamo indietro e facciamo le prove. Gianna, Gemma e Antonella si sono offerte volontarie per precedere il gruppo e riservare i posti: tutto bene, missione compiuta. Hanno sparpagliato magliette sulle sedie circostanti e riservato i posti.

Poi qualcosa è andato storto.

Il resto del gruppo è stato purtroppo rallentato da due sfortunate circostanze di cui una conseguenza dell’altra. In prossimità di Piazza Navona abbiamo incontrato un gruppo di conoscenti (tra cui una corista del coro disciolto!), pervenuti a Roma per fatti loro e ignari sia del Giubileo delle Corali che della nostra presenza. Ci vorrebbe un matematico per calcolare quante probabilità ci siano di incontrare per caso qualcuno che si conosce in una città diversa, ma deve essere bassa perché succede in continuazione. L’incontro comunque è stato propiziato dal fatto che non stavamo passando proprio inosservati. Avevamo le nostre borsette azzurre con la scritta “Giubileo delle Corali” e soprattutto le nostre quattro dell’Ave Maria, Lorella, Maura, Dina e Marianna si stavano scompisciando di risate. Infatti la decana del gruppo, Marianna, avendo intravisto un personaggio familiare intento a farsi gli affari suoi si era sentita in dovere di andare ad importunarlo. Si trattava di Barillari, il re dei paparazzi, che nonostante le frequenti letture dei  Grand Hotel di mia suocera non ho riconosciuto; sono così fiorite le più fantasiose illazioni su come e quando la nostra Marianna, in gioventù evidentemente una bellezza, avesse conosciuto il famoso fotografo, con richiesta di visione del book fotografico. E’ stato in questo momento ilare che il gruppetto ci ha incocciato, costringendoci a ricomporci.

Di gran carriera ci siamo diretti verso l’Aula Paolo VI, ai cui controlli di sicurezza siamo arrivati verso le 16:20. Purtroppo a quell’ora tutti si erano concentrati lì, e la fila era quella classica all’italiana: tutti contro tutti. Non si creda che questi zelanti fedeli siano meglio dei miscredenti! Quando c’è una fila da non rispettare, l’italiano non si trattiene, è più forte di lui. L’organizzazione non è stata delle migliori; se avessero chiesto a Gardaland di fornire qualche metro di nastro per disciplinare il serpentone, si sarebbe evitato che tanti il giorno dopo avessero dovuto confessarsi.

Ad un certo punto, dopo più di un’ora che eravamo fermi, con la coda dell’occhio ho visto un buco sulla sinistra. Quando c’è un buco aperto bisogna infilarcisi con decisione, è uno di quegli insegnamenti di cui faccio tesoro da sempre, e così mi sono buttato con fermezza a sinistra, senza voler fare riferimenti politici, e anche aiutato dall’abito nero e il dito appoggiato all’orecchio che mi ha fatto scambiare per addetto alla sicurezza, sono arrivato in un baleno ai metal detector. Purtroppo girandomi non ho visto più il mio coro! Digiuni di storia patria, il motto “Se avanzo seguitemi!” era per loro sconosciuto; ho saputo più tardi che si erano fatti irretire da un prete umbro, che ha raccontato loro la rava e la fava finché lo Stargate in cui mi ero catapultato non si è richiuso. Da Maura me l’aspettavo, che ogni tanto sparisce per farsi una vacanzina con la scusa di accompagnare i vecchietti con l’ossigeno: ma gli altri!

Entrato nella sala, già stracolma (6000 coristi!), ho raggiunto a fatica le nostre avanguardiste, che avevano difeso le posizioni conquistate a costo della propria vita e virtù; lo stato d’animo della nostra direttrice non era dei più sereni, immaginate Mick Jagger che salga sul palco, si giri, e non veda l’ombra di Keith Richards, Charlie Watts e Ronnie Wood fermatisi a bere un Mojito al bar: contrarietà e corruccio segnerebbero il suo volto, già segnato di per sé da decenni di stravizi. A questo proposito vorrei chiedere al dottor Veronesi: ma è proprio vero che le droghe facciano male? No perché mi pare che questi ragazzotti ne abbiano prese di ogni, e non mi sembra di vederli così malandati.

In extremis anche il resto del gruppo è riuscito ad entrare, ma si sono dovuti accomodare dove capitava. Non credo che nell’economia globale dell’evento si sia notato, comunque.

Il concerto è stato bellissimo! Sul palco c’erano circa 200 elementi, più un coro di voci bianche e l’orchestra; l’aula era piena zeppa, e anche ipotizzando che sui seimila presenti un terzo non abbia cantato, si trattava sempre di  4000 persone che emettevano suoni (che definirci tutti cantanti è un po’ esagerato)! Vi assicuro che un accordo tenuto da quattromila persone si sente vibrare fino alla cellula più piccola del corpo, per non parlare dell’anima.

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Alla fine del concerto siamo riusciti a radunarci, per la gioia di  Lorella. Che è la persona più cara e disponibile del mondo, nonna entusiasta e fantastica, sempre pronta a dare una mano per ogni attività ma con un unico limite: fatica a decifrare il linguaggio del corpo. Se avesse letto, come io ho fatto fin dai primi colloqui di lavoro, quanto scritto su questo argomento da Alexander Lowen , avrebbe saputo che se una direttrice ha le gote imporporate, gli occhi fiammeggianti e i canini in evidenza che puntano la giugulare, non è consigliabile contraddirla. Lei ignara lo ha fatto, un po’ come quei pincher che vanno a stuzzicare i pitbull tenuti al guinzaglio; ma dato che sfasciare la corale proprio nel giorno del giubileo delle corali sarebbe stato un risultato magari gradito ai nostri parrocchiani ma francamente inaudito, la notte ha portato consiglio e forse anche il ricordo delle parole mattutine del Papa: discutere, discutere, mai lasciarsi arrabbiati.

Alla domenica ci siamo ritrovati a Castel Sant’Angelo, per il pellegrinaggio alla Porta Santa e la messa nella Basilica di San Pietro, che era riservata alle sole corali. Qui è successo un altro di quei fenomeni, che secondo me solo con forzature si può definire “caso”. Dovete sapere che per l’evento, come per qualunque cosa ormai, era stata aperta una pagina Facebook. A questa pagina i partecipanti potevano lasciare delle foto, dei commenti, dei saluti. Anche noi l’abbiamo fatto, ovviamente, ed abbiamo ricevuto immediatamente il saluto di un certo Columbro, che si presentava come maestro tenore. Sbirciando gli altri post abbiamo visto che questo maestro Columbro salutava tutti, al che io ho pensato che fosse l’incaricato dell’accoglienza e mi sono anche un po’ preoccupato del dover passare al vaglio del suo giudizio la mia voce, cosa che mi avrebbe automaticamente fatto espellere dal Giubileo e forse addirittura dal Vaticano. Il maestro aveva chiesto l’amicizia alla nostra Dina; che prudentemente si era riservata di concedergliela. Ci sediamo nei banchi riservati, e Dina comincia ad agitarsi. Noto un conciliabolo tra le donne, che mi indicano una persona seduta proprio davanti alla nostra direttrice: è Columbro! Quello che aveva annunciato che avrebbe fatto tremare San Pietro con la voce! Dina ovviamente non si trattiene, e come biasimarla? Va a presentarsi al maestro, chiede informazioni, ma dopo un breve dialogo si accorge che il maestro non è completamente in se. E’ euforico, agitato, si alza come per dirigere, ride tra di se e fa degli strani movimenti con le mani. Scopriamo quindi l’arcano, non di cerimoniere si tratta ma di evidente fenomeno; vi consiglio di segnarvelo questo nome, Columbro, perché uno così prima o poi finisce in televisione.

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Durante la messa sono stati eseguiti diversi canti gregoriani. Sinceramente temevo parecchio il momento in cui migliaia di coristi avessero tentato di salmodiare in gregoriano. Eppure è andata, e anche questo va considerato tra i miracoli della musica.

Poi ci siamo precipitati fuori per ascoltare l’Angelus del Papa, e nella ressa abbiamo purtroppo perso di vista il maestro Columbro, al quale mando i nostri saluti. Durante l’Angelus sempre il nostro anziano parroco mi ha telefonato per chiedermi dove avessimo intenzione di andare a mangiare. Eh, effettivamente s’era fatta ‘na certa. Poi dice uno diventa musulmano.

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E dunque, a mangiare! Cacio e pepe e amatriciana per ricordo, ed è arrivato il momento di tornare.

Per cantare in un coro, secondo me, non c’è necessariamente bisogno ne di conoscere la musica ne di  avere una gran voce. Un po’ di orecchio si, di intonazione pure, ma soprattutto tanta gioia. Per i cori parrocchiali, o anche gospel, sarebbe richiesta anche la fede, ma su quella come sapete devo lavorare. Ricordo che una quindicina di anni fa, per lavoro, conobbi un ingegnere informatico russo. Assolutamente ateo, si meravigliava di come potessi frequentare la chiesa. Era un grande giocatore di scacchi, ma della letteratura del suo paese non sapeva un accidenti, e si limitò a scrollare la testa quando cercai di spiegare la mia posizione con le parole del suo compatriota Fëdor Dostoevskij: «Sono un figlio del secolo del dubbio e della miscredenza e so che fin nella tomba continuerò ad arrovellarmi se Dio sia. Eppure se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».

Il Giubileo della Misericordia: speriamo che infine il buon vecchio Johann Sebastian, se da lassù ci ha ascoltato, abbia avuto misericordia di noi!

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(111 – continua)

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Bomba o non bomba, noi, arriveremo a Roma

Così cantava Antonello Venditti nel 1978, senza ne Italo ne Frecciarossa ne voli low-cost ad accorciare le distanze; cantautore bravissimo ma che allora non apprezzavo semplicemente perché delle canzoni tendo a non captare le parole e di conseguenza, ascoltando solo le melodie, le trovavo abbastanza ripetitive e noiose. Colpa mia, intendiamoci. Per colpa di questo approccio ai testi musicali non avrei mai potuto assegnare il Nobel al cantautore Bob Dylan, di cui peraltro conosco pochissime canzoni, ma mi fido del giudizio della giuria di Stoccolma. Stamattina leggevo un commento che affermava che tutta la poesia di Dylan, senza musica, non vale un solo verso di Montale, premio Nobel 1975: ogni tempo ha i suoi poeti, mi verrebbe da dire, e forse per questo tempo il buon Dylan è persino troppo.

Qualche giorno fa avevo annunciato una marcetta su Roma, e finalmente ci siamo. Con tempismo perfetto abbiamo rischiato di essere bloccati da uno sciopero generale, tra cui quello dei trasporti, indetto da alcuni sindacati autonomi con una sobria piattaforma rivendicativa che riassumerei con la famosa frase di Gino Bartali: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!” (1).

Partiremo prima dell’alba ed arriveremo a Roma giusto all’ora di colazione per i meritati cappuccino e maritozzo; ma a fare cosa vi chiederete? Ma si, ve lo dico: per cantare! Con il coretto della parrocchietta parteciperemo al Giubileo delle Corali, con altri 2490 cantori (noi saremo in dieci). In realtà il gruppo della marcetta è ben più nutrito, ma rispecchia l’andazzo italiano per cui uno lavora e due stanno a guardare: quindi i 10 di cui sopra saranno impegnati full time per le tre giornate canore in Vaticano, mentre gli altri andranno in giro per Roma a visitare monumenti e gozzovigliare a panini e porchetta e vino dei Castelli.

Ma non voglio dilungarmi troppo adesso, quello che faremo ve lo racconterò al ritorno.

Voglio invece riportare qualche considerazione condita con pillole di saggezza:

  • le cose non succedono da sole. Ci vuole che qualcuno ci creda, che qualcuno ci si impegni, che ci si incoraggi e sostenga a vicenda specie quando non tutto va come ci si aspetterebbe;
  • l’attività principale delle suore di Roma è quella di gestire case di accoglienza (di accoglienza ho detto, non tolleranza)? e soprattutto pagano l’Imu? Ce ne sono a bizzeffe, e tutte le strutture che ho contattato erano piene. Abbiamo dovuto occupare cinque B&B diversi per sistemarci…
  • perché in qualsiasi locale di Trastevere non è possibile prenotare al sabato sera? (un quesito per Roberto Giacobbo);
  • perché l’assistenza Italo è a pagamento? (mi hanno ciucciato 30 euro di ricaricabile per poter spostare i biglietti). E fortunatamente quando poi, avendo finito la ricarica, ho chiamato il numero gratuito, mi hanno fatto lo stesso servizio (un angelo di nome Elena)… l’assistenza non poteva dirmi subito di chiamare il numero gratuito?
  • ricordarsi sempre di essere fortunati e vivere la vita con passione, gioia e amore (con questa dovrei essermi meritato l’agognato titolo di fra’ Giò, che come ricorderete qualcuno mi aveva assegnato indebitamente).

La composizione del coro, anomala a dir poco, è: 2 soprani, 1 contralto, 5 non definibili; 1 tenore e 1 così così (io). Cioè, quando dico così così non mi riferisco all’identità sessuale, per chiarire, è solo che alcune voci non rientrano nei canoni standard: io ad esempio non sono ne tenore ne basso, e mi arrangio qua e là; le 5 donne indefinite non sono classificabili nelle categorie musicali ma in compenso vengono usate come cavie in laboratori di fisica, in quanto a volte emettono degli ultrasuoni che disturbano gli animali più delicati. Scherzo, sono brave (a cucinare poi ottime).  Notate la percentuale di cui ho già parlato in passato di 4 donne per ciascun uomo, che mi sembra rispettata in tutti i cori che conosco tranne quelli alpini.

Dunque Roma, arriviamo! E’ stata impegnativa ma ci siamo quasi…


(1) Riporto pari pari dal sito dell’Usb (che non è la chiavetta, sta per Unione Sindacale di Base):

per l’occupazione, il lavoro e lo stato sociale e contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi dettate dall’Unione Europea;
per la difesa e l’attuazione della Costituzione e il NO alle modifiche proposte dal governo;
per la scuola e la sanità pubblica e il diritto all’abitare;
contro l’attuale sistema previdenziale e la controriforma Fornero, la riforma Madia, il jobs act, l’abolizione dell’art.18, il contratto a “tutele crescenti”, la precarietà sul lavoro, l’attacco al potere d’acquisto dei salari e al Contratto nazionale;
per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, per l’aumento di salari e pensioni, per il reddito per tutti, per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per la piena ed efficace tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei territori;
contro le privatizzazioni, la deindustrializzazione del paese, le delocalizzazioni e per la nazionalizzazione di aziende in crisi e strategiche per il paese, contro la cosiddetta ‘Buona Scuola’;
contro la Bossi-Fini e il nesso permesso di soggiorno – contratto di lavoro per garantire pari diritti a tutti, indipendentemente dalla nazionalità, per i diritti sociali e di cittadinanza, contro la guerra e le imprese militari;
per un fisco giusto senza condoni agli evasori;
per la democrazia sui posti di lavoro ed una legge sulla rappresentanza che annulli l’accordo del 10 gennaio 2014 e preveda il riconoscimento di diritti sindacali in tutti i luoghi di lavoro del pubblico e del privato per i sindacati legalmente costituiti.

Condivido in toto, stranamente mancano la pace nel mondo ed il disarmo nucleare, deve essere una svista.

(110. continua)

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Chi l’ha visto?

E’ sparito un blog a cui ero affezionato. Quello di Andrea. O sono solo io che non lo vedo? Prima delle vacanze c’era, e adesso non c’è più. Ritorna! Hai lasciato una piazzetta vuota, c’è gente che ciondola e non sa dove andare. Io dovevo ancora finire di leggere Filangieri e la legislazione borbonica! Dai, su, non scherzare! Andreaaa!!! E su, esci fuori che stiamo in pensiero!

felicità è…

… una birretta fresca dopo aver portato a spasso l’abito medievale, che quello è il compito di noi figuranti,  possibilmente cercando di restare seri. Caldo, molto caldo! Il mio borgo ha (quasi) vinto: non mancò il valore, ma la fortuna! L’anno prossimo però conto di non esserci. O se ci sarò voglio una spada, vera. Alla salute!

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Basta politicamente corretto!

Di ritorno dalle ferie, pieno di astio verso tutti quelli che non le hanno ancora consumate e di fraterna empatia verso quelli che non possono farle e giustamente odiano quelli che le hanno fatte o le faranno, voglio dare il peggio di me stesso ed esternare una serie di opinioni politicamente scorrette, come Clint Eastwood che non prova alcun disagio a fare outing a favore di mr. Trump. Perderò molti consensi, ma è il prezzo da pagare per la verità.

 Non sono un grande amante della natura. Voglio dire, apprezzo un bel tramonto sul mare, specie se con la giusta compagnia possa essere foriero di un lieto tornaconto, ma oramai il vantaggio è relativo; così come ammiro quei panorami da cartolina che mi accontententerei comunque di ammirare anche solo in cartolina.

Sarà che non sono competente: non capisco un’acca di rocce, concrezioni calcaree o vulcaniche che siano; di erbe riconosco quelle quattro-cinque utili all’alimentazione, meglio se prodotte in orti e cotte in padella; di mare so che è grande e pieno di pesci, la maggior parte commestibili, e che i più buoni se li stanno accaparrando i giapponesi per il loro assurdo sushi.

Mi intriga, invece, il lavoro dell’uomo sulla natura; i campi coltivati, specialmente quelle belle colline ricoperte da vigneti, infondono tenerezza nel mio animo sensibile.

Ammiro quelli che, insomma, la natura sanno dominarla; se vado in montagna non sto troppo a recriminare sulla perdita della primigenia selvatichezza, ma la domanda che mi sgorga dal cuore è: ma come diamine avranno fatto a costruire la chiesetta lassù in pizzo, senza nemmeno un elicottero?

Se mi trovassi da solo in una foresta inostipale non credo che sarei capace di sopravvivere più di qualche giorno; non ho la preparazione da boy-scout, per capirci, che dev’essere abbastanza vasta se spazia dal riconoscere il nord dalla posizione del muschio sui tronchi delle piante alla partecipazione alla Ruota della Fortuna o alla modifica di Costituzioni.

Non sono certo John Rambo, che si nutre di bacche e larve e si ricuce le ferite da solo, in quel cult immortale con Sylvester Stallone, dell’82, che seguiva il grande Rocky del ’76.

Sbaglia secondo me chi legge quel primo film come l’esaltazione del super-uomo militarista, così come chi ravvede nel secondo l’esaltazione della violenza. Tutt’altro, a parer mio.

Il primo Rambo è un film che racconta il disagio della gente che è stata mandata a “servire” la patria, ed al ritorno si trova buttata in un angolo come rifiuti, vergogne da cancellare. E’ un fenomeno che non riguarda solo l’America: in Europa dopo la prima guerra mondiale trattamenti simili li subirono tanti combattenti, che andarono a fornire parecchia manodopera ai nascenti fascismi e nazismi. Se posso azzardare un parallelismo, i recenti attacchi ai poliziotti americani che avevano ucciso dei neri sono venuti da veterani neri, che hanno fatto un ragionamento molto semplice: quando devi mandarmi a morire ammazzato ti va bene che sono nero, e quando torno a casa invece divento un “negro di merda”? E no ciccio, e mó basta.

Rocky invece è semplicemente una favola: Rocky Balboa incarna il mito americano, l’uomo che dal niente può diventare tutto, con il cuore e il duro lavoro; il sogno del paese dove è possibile che il figlio di un immigrato keniota diventi Presidente degli Stati Uniti. Paradossale poi che proprio durante la prima presidenza nera della storia riaffiorino tensioni razziali che sembravano reperti fossili, ma forse proprio strano non è.

Ovviamente mi riferisco al primo Rambo ed al primo Rocky; dopo è arrivata la propaganda reaganiana ed il buon Stallone è stato arruolato: overdose di guerra fredda, ostaggi da liberare (dimenticati naturalmente dagli stessi traditori che non avevano voluto vincere la guerra, i Viet Cong e Ho Chi Min erano particolari trascurabili per gli sceneggiatori unbedded), il perfido Ivan Drago e la giunonica Brigitte Nielsen.

Per un breve periodo, tornato dal militare dove come ormai sapete ho servito da sottotenentino, mi sono ritrovato anch’io con la sindrome di Rambo: là guidavo un carro armato, rispondevo di attrezzature per milioni di dollari, qui non riesco neanche a trovare lavoro come parcheggiatore! Melodrammatico, considerando che non avevo neanche la patente B, altro che guidare carri armati. Di lavoro, comunque, se ne avessi voluto da mio padre a bottega ne avrei avuto a bizzeffe, ma il lavoro come è noto stanca.

Ed a proposito, avete notato come le idee migliori vengano oziando? O pensando, direbbero i filosofi. In questi giorni di riposo ho quindi avuto un’illuminazione sul come risolvere contemporaneamente due problemi che affliggono il nostro territorio: l’abbandono di tanti borghi disagiati e la disoccupazione.

Cioè, sono in vacanza su queste isolette, in Sicilia. Che già la Sicilia è un’isola, andare a cercare isolette mi sembrava eccessivo ma ubi maior etc. etc. , ci siamo capiti.
Che poi, come riflette tra se e se il ginecologo novizio, che sarà mai, vista una viste tutte.

Acqua tutto intorno, un cucuzzolo in cima, paesini disabitati d’inverno che d’estate si riempiono di vacanzieri vocianti; gli autoctoni superstiti passati da occupazioni onorevoli quali quelle di agricoltori o pescatori a venditori di cineserie spacciate per artigianato locale, o ristoratori improvvisati; antiche famiglie di pescatori portano in giro i turisti con motonavi dai nomi altisonanti, fornendo informazioni di dubbia attendibilità.

C’è chi teorizza che l’Italia, essendo un paese così ricco di bellezze, potrebbe permettere a tutti di vivere di solo turismo: una enorme Disneyland, insomma. Personalmente non mi ci vedrei a fare da Cicerone a mandrie di cinesi o russi; nel caso però potrei interpretare un appassionato Pulcinella, accompagnandomi al mandolino e intonando con sentimento canzoni amorose napoletane, con accento plausibile. A proposito di Pulcinella, vi raccontai tempo fa di quando con l’orchestrina di cui ero co-fondatore, l’R7, fummo lì lì per essere ingaggiati da un personaggio che si millantava impresario, tale Ciccio ‘e Napule; questi aveva già in mente un tour, a cui avremmo dovuto partecipare come band di supporto alle star, che sarebbero state lui e sua moglie già avanti con gli anni, ed un chitarrista molto bravo preso dall’istituto dei disabili di Porto Potenza Picena. Non se ne fece niente perché tra le clausole del contratto ce n’era una che recitava che avremmo dovuto anticipare qualche spesuccia, che ci sarebbe stata rimborsata con i proventi delle numerose serate; mi chiedo ancora oggi come sarebbe andata a finire se avessimo accettato: una fulgida carriera ci si sarebbe schiusa davanti o più probabilmente qualcosa di duro ci avrebbe colpiti didietro.

Tornando all’ideona, mi è venuta a Filicudi, in un pomeriggio abbastanza assolato: saputo che l’isola ad inizio ‘900 contava circa 5.000 abitanti, ed ora d’inverno appena 300, con intere frazioni abbandonate, isola già di per se sfortunata alla quale hanno voluto portare il loro contributo gli ex ministri Rutelli e Melandri costruendovi un loro pied-a-tèrre, dove credo che accedano separatamente, nonché Luca Barbareschi, osservando con il pianto nel cuore quei terrazzamenti di uva malvasia abbandonati mi è venuto spontaneo unire i miei due vecchi cavalli di battaglia: la zappa obbligatoria ed il servizio di leva obbligatorio: il servizio di zappa obbligatorio, per ripopolare e ricostituire territori incolti e abbandonati.

Seguitemi perché qua non si scherza: a far data dal 2018 (un minimo di tempo per la preparazione logistica), partendo dalla leva del 2000, zappa obbligatoria per un totale di 300.000 effettivi; esonerati solo quelli con documentati problemi fisici (i piedi piatti non sono sufficienti) o che già si trovino a fare lavori manuali; in caso di esuberi la selezione viene fatta per sorteggio; in carenza, ci si rivolge alla leva precedente, sempre a sorteggio. Corsia preferenziale a chi ha intenzione di andare in Australia a lavorare nelle farm, o magari in Madagascar a fare volontariato: prima bisogna zappare qua ben bene, non vogliamo mandare in giro per il mondo gente impreparata. La durata la stabilirei in dodici mesi di servizio, ad almeno 500 km da casa. Vitto ed alloggio gratuito, ed una piccola diaria giornaliera. Non vogliamo discriminare nessuno: l’obbligatorietà vigerebbe sia per i ragazzi che per le ragazze. Alloggiamenti separati ma non troppo, se si deve ripopolare qualcuno deve pur farlo. Cellulari vietati dall’alba al tramonto; dopo il tramonto chi li usa è solo perché non ha niente di meglio da fare, ed è tutto a suo disdoro.

Credo che chi di dovere dovrebbe prendere molto sul serio questo suggerimento, ben più concreto del generico “i giovani devono lavorare” dell’attuale ministro del lavoro. Da quanto ho capito anche lui vorrebbe farli lavorare a gratis, con molta meno utilità pubblica però.

Il costo, che posso dettagliare in un progettino, sarebbe di circa 2 miliardi l’anno, molto meno del truffaldino jobs act; vantaggi indubbi, tra calo del tasso di disoccupazione e indotto che si attiva. Gestione rigorosamente statale e militarizzata. Non allargherei la mangiatoia a regioni e cooperative, si sa come andrebbe a finire.

Fondamentale è il coinvolgimento di brigate di pensionati: chi meglio di gente del posto, attaccata alla terra e con solido background, per controllare degli inesperti cittadini? Quale migliore occasione per fornire consigli e suggerimenti non richiesti?

Mi è anche tornato alla mente, per risolvere un altro problema che per qualcuno problema non è, cioè quello dell’immigrazione, di ripristinare una vecchia norma in uso nell’Impero Romano, come venni edotto durante un viaggio in Turchia da un maresciallo in congedo dei servizi, non ricordo se segreti o di logistica. Tra quegli antichi civilizzatori era costume concedere la cittadinanza a quei barbari che avessero effettuato cinque anni di servizio militare; certo date le guerre e battaglie che l’esercito romano sosteneva in giro per il mondo conosciuto non c’era la sicurezza di arrivare alla fine, e non credo esista una statistica dei casi di successo; tuttavia l’idea mi sembra buona, e se pure al momento non me la sentirei di affidare dei kalashnikov a chiunque chieda la cittadinanza, una bella zappa non gliela negherei.

Segnalo che, nel parco della stazione di Como San Giovanni, quotidianamente da circa un mese stazionano decine se non centinaia di persone, in prevalenza di provenienza eritree o somale, che rifiutano di farsi identificare perché sperano così di non incappare nelle regole assurde di Dublino e poter partire per il nord Europa, tramite Svizzera. Anime buone li accudiscono come possono. Ma, amici, qui non si tratta di essere anime buone. La Svizzera non li farà passare mai. E’ accettabile tenere delle persone (e sottolineo persone) così? E per quanto, fino a quando non succederà qualcosa che scatenerà una reazione popolare? E’ questo che si vuole? Shock e reazione? Non è ora che diventiamo un paese serio, e le regole che noi stessi abbiamo accettato e controfirmato le facciamo rispettare? Domanda retorica, che giro ai responsabili dell’ordine pubblico, prefetto in testa.

Chiuderò con qualcosa di idoneo a farmi ancor più detestare, seppur cordialmente. Adoro la tauromachia. Disprezzo però il fatto, come ho appreso da fonte spagnola anzi catalana, che quando il toro infilza il torero tutta la famiglia (del toro) venga macellata, lo trovo ingiusto e poco sportivo. Inoltre sono uno sfegatato sostenitore del ponte sullo stretto di Messina, è inutile che si continui a dire che ci sono cose più urgenti da fare se poi non si fanno mai. E poi basta postare foto delle vacanze. Io le vacanze le ho finite! Abbiate pietà.

(105 e 106. continua ma a piccole dosi, non preoccupatevi)

 

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