Niente sushi per Olena – 16

«James caro, chi è quella gente laggiù? Non mi sembra di conoscerla. Sono operai in pausa? Non saremo un po’ troppo liberali con le maestranze? Non vorrei che se ne approfittassero, si sa come vanno a finire queste cose. Dagli un dito, prendi un braccio, quelle cose lì insomma»
Gilda, la Calva Tettuta, in divisa mimetica leopardata e babbucce foderate di pelo, in testa un foulard di seta Mantero ed in spalla un sovrapposto Beretta Imperiale Montecarlo con il quale il defunto cavalier Rana si esercitava nella caccia ai pigmei, osserva dal limite del bosco domestico un gruppetto di persone discutere animatamente all’ingresso del laboratorio.
«Tenderei ad escluderlo, signora, gli operai non possono uscire prima della fine del turno» risponde il maggiordomo abbigliato come Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia, mostrando di essere ben al corrente delle regole aziendali. «Le fisionomie di alcuni di loro non mi sono nuove, potrebbero essere fornitori. Vuole che spari un colpo di avvertimento, signora?» continua James, non vedendo l’ora di provare un vecchio fucile Mauser trovato in soffitta. Gilda lo guarda interessata.
«James, sei un birichino. Dove hai trovato quel costume? Ti dona, dovresti vestirti più spesso da beduino. Niente spari però per adesso, non vorrei mi si risvegliasse l’emicrania»
«Come vuole, signora» dice James, leggermente deluso.

Se James nel ristorante cinese in cui era stato condotto da Olena non fosse stato distratto da un colpo di karatè all’orecchio ed un pugno nell’occhio, probabilmente nel capannello antistante il laboratorio avrebbe riconosciuto Luisito, Ambrogio e Memo come tre degli altri avventori di quella serata, e nei cinesi alcuni degli aggressori; anche se per quanto riguarda i cinesi bisogna ammettere che occorre essere più che fisionomisti per riuscire a cogliere sfumature somatiche. Non capita anche a voi di essere colti dal dubbio che la stessa persona tagli i capelli e contemporaneamente arrotoli involtini primavera, e che pratichi persino massaggi rilassanti? Ma non divaghiamo.

«Compagni lavoratori delle lavanderie!»
La voce di Luisito esce metallica dal megafono portatile da manifestazione, mentre si avvicina al gruppetto di cinesi vestiti di nero che sorvegliano l’entrata. Dietro di lui Memo e Ambrogio sorreggono uno striscione del Sindacato Unitario Lavoratori Lavanderie Industriali, il Sulli, realizzato con un lenzuolo di un letto king size espropriato dall’hotel Villa d’Este di Cernobbio.
«Compagni!» continua Luisito «Mi meraviglio di voi! In questo momento in cui il padronato ci vuole schiavi delle politiche neoliberiste e della globalizzazione, ed è stata trovata una intesa per una piattaforma unitaria di lotta, contro la precarizzazione ed il ricatto occupazionale, ed il vostro sindacato ha proclamato quattro ore di sciopero, voi che fate? Siete qui come cani alla catena a lavorare, contro i vostri stessi interessi! Vergogna! Crumiri!»
I cinesi, sorpresi dall’apparire del corteo, osservano interdetti i tre personaggi che avanzano verso di loro. Alla fine quello che sembra essere il capo, riavutosi dalla sorpresa, fa qualche passo in avanti e alzando un braccio con gesto autorevole intima:
«Felmi! Divieto di inglesso»
Al che Memo, facendo finta di niente, chiede ad Ambrogio: «Katanga, l’hai portata la chiave del 18?»
«Fidati, Zagor» risponde Ambrogio, recuperando parte della baldanza di quando entrambi facevano parte del servizio d’ordine alle manifestazioni sindacali.
«E allora mena!» e così dicendo Memo inizia a mulinare l’asta del cartello per crearsi un varco verso la porta, mentre Ambrogio estrae da un tascone dei pantaloni una chiave inglese e si accinge a picchiarla in testa al cinese più vicino.
Il generoso tentativo scatena un tafferuglio nel quale i nostri, digiuni di arti marziali, stanno avendo la peggio, quando uno sparo interrompe la lotta:
«Fermi tutti e alzate le mani! La prossima palla la pianto in testa al primo che si muove»

E’ un James impavido quello che esce allo scoperto, fiero del suo bel turbante e seguito da una fiammeggiante Gilda, anch’essa con turbante, e avanza verso il gruppetto spianando il vecchio Mauser 1903.
Ad un cenno del capo, uno dei cinesi si stacca dal gruppetto e va verso il maggiordomo. «Spala pule, tanto noi cinesi essele un milialdo quattlocento milioni, hai voglia a spalale» è la sfida che il cinese lancia a James. Questi, punto sul vivo, mira ad una spalla anziché alla testa, preme il grilletto ma al posto del rassicurante “bang” si sente solo un misero “clic”: il fucile si è inceppato. Cavallerescamente James si pone tra il cinese e Gilda, e brandendo il fucile per la canna si appresta ad usarlo come mazza, quando due ninja lo attaccano contemporaneamente e James è costretto a parare con l’occhio sano.
«All’anima e ci t’è stramuert’» scappa detto al maggiordomo in dialetto gallese. Mentre i cinesi iniziano a tempestarlo di colpi si sente una voce sbarazzina:
«Uhuh! Amuoruccio! Smetti te giocare con tuoi amici. C’è qui tua gattina per fare giuochetti insieme, da? Vieni casa e metti body in lattex, che poi io frusto te come piace tanto»

Una russa statuaria, in pantaloncini e maglietta attillati, stivali di pelle fino al ginocchio, occhiali neri e berretto da baseball in testa avanza tranquilla verso di loro.
«Grazie a Dio, Natascia. E mó è cazzi vóstri» proclama una inviperita Gilda, mani ai fianchi, recuperando l’idioma familiare.
Arrivata a tre passi il sorriso di Olena si trasforma in una smorfia, getta occhiali neri e berretto a terra, e dal fodero nascosto dietro la schiena compare una katana. Gli occhi di ghiaccio fissano i cinesi, e quasi senza muovere le labbra sibila:
«Finuocchietto, togli te da mie palle»

James, recepito il messaggio cifrato, si volta verso Gilda.
«Con permesso, signora» e senza attendere risposta si getta sulla Calva Tettuta buttandola a terra e coprendola col proprio corpo.
«Babushka, la finestra a destra» indica Olena a nonna Pina, piazzata al limitare del bosco con il fucile di precisione. Un attimo dopo si sente un colpo ed un cinese che vi era appostato vola di sotto.
«Che mi venisse un colpo, l’ho beccato!» esulta la centenaria.
Nel frattempo quattro teste stanno rotolando per il prato, e Olena ripulisce la lama della katana sul kaftano di James. Questi si rialza, con una mano sull’occhio dolorante, si avvicina ad Olena e senza farsi sentire dagli altri le chiede:
«Perché dovevi tirare in ballo il body in lattex? E’ roba da zoccola»
«Fatto bua all’occhietto, piccolino? Poi mammina da bacino te »
«Vaffanculo!» e James aiuta Gilda a rialzarsi. Quest’ultima, ancora un po’ stordita, si sistema il turbante in testa, poi recuperando un minimo di padronanza, dichiara:
«Non ho capito che sta succedendo ma adesso mi sono proprio rotta le scatole! Mo’ entro e li faccio neri» e, imbracciando il sovapposto, avvicina l’occhio al lettore di iride fino a quando sente, con soddisfazione, il clic attutito dell’apertura della porta blindata.

Nel buio del laboratorio una cinese claudicante si sta affaccendando attorno ad un pentolone dal quale spunta un paio di gambe.
«Toshiro!» un urlo strozzato esce dalla gola di Gilda.
«Nagatomo!» urlano Luisito, Memo e Ambrogio.
«Ma è la cameriera!» indica James ad Olena.
Nonna Pina entra per ultima, puntando il fucile sulla sagoma zoppicante. La squadra un attimo, e poi esclama:

«Evaristo, allontanati immediatamente da quel pentolone!»

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Niente sushi per Olena – 15

«Luisito, ma non era meglio chiamare la polizia?» chiede preoccupato Ambrogio, dal cespuglio nel quale lui, Luisito e Memo sono nascosti e dal quale osservano un gruppetto di cinesi scaricare da un furgoncino di una lavanderia industriale un sacco di consistente pesantezza.
«Niente polizia Ambrogio, questo affare ce lo smazziamo da soli. Lo dobbiamo al compagno Olindo! Che non sarà stato questa gran cima, ma non meritava di finire così. Dico io, non gli basta aver riempito Milano dei loro puzzolentissimi locali, adesso devono anche tappare la bocca a chi si oppone alla loro invasione! Il Pinna è stato fatto fuori perché evidentemente si stava avvicinando a verità scomode, il movimento No-Sushi dava fastidio ai poteri forti…»
Ambrogio e Memo si guardano perplessi, per niente convinti dalla tirata complottista del loro amico.
«Dì un po’» chiede Ambrogio a Luisito «non è che cominci anche tu a vedere le scie chimiche? Non sappiamo nemmeno se Olindo sia stato ammazzato o è morto per fatti suoi!»
«Per fatti suoi? Ma sentilo!» Luisito cerca comprensione da Memo, il quale però da buon migliorista non si sbilancia più di tanto.
«Altro che per fatti suoi!» continua Luisito infervorato «Olindo deve aver capito qualcosa, ve lo dico io, e l’hanno eliminato con qualche veleno strano… come quelle spie russe a Londra!»
«Luisito, da quando hai smesso di leggere Il Capitale e ti sei dato ai gialli svedesi non sei più tu» osserva Ambrogio, il pragmatico, e continua:
«Comunque facciamo così: andiamo a vedere che combinano ‘sti cinesi, e se c’è qualche movimento strano chiamiamo la polizia, ok?»
«Va bene, d’accordo, ma adesso sbrighiamoci, dai, che quelli sono entrati!» e i tre emergono dal cespuglio e si dirigono rapidi verso l’ingresso del fabbricato.

«O saggio Po, nonostante tu non abbia tirato il carretto nemmeno per un metro, devo ringraziarti» dice un accaldato Svengard al sornione Po, maestro di caccia alle zanzare con la racchetta elettrica e dispensatore di consigli di cuore.
«Fatica fisica è semple buona consigliela!» osserva Po, con gli occhi semichiusi da gatto mammone. «Dai letta a questo saggio, o glande uomo del Nold: la zappa è la migliole amica dell’uomo! Altlo che cani»
Svengard, ripensando alla predisposizione dei compaesani di Po nel fare stufato dei simpatici quattrozampe, scuote perplesso la testa.
«Sia come sia, Po, ci ho pensato e ripensato, nei limiti delle mie possibilità»
«Non cluccialti noldico, scienziati affelmano che uomo usa solo quindici pelcento del potenziale della mente. Tu sei un po’ sotto la media, ma se ti splemi qualcosa puoi tilale fuoli»
«Non interrompermi che sennò perdo il filo» dice Svengard spazientito «ecco, vedi, che dicevo? Ah, si, ci ho pensato»
Il cinese fissa Svengard, notando in lui uno sforzo creativo non proprio congeniale.Dopo un po’, lo sollecita a continuare:
«Bè, e allola? Che hai pensato?»
«Ho pensato… ho pensato…» Svengard tormenta l’elmo cornuto, torcendolo tra le mani.
«Ho pensato… ma chi se ne frega se Gilda vuole solo il mio corpo? Non le interessa quello che penso? Ma se nemmeno io mi interesso a quello che penso! Sai invece che ti dico, caro Po?»
«Tu essele su via di illuminazione! Vai a pallalle, dunque?»
«Ma che parlarle, Po! Mi pare di essere stato chiaro, io non sono capace ne di pensare ne di parlare!»
«Non posso contladdilti su questo punto, ma allola che vuoi fale glan.. ehm glosso uomo del Nold!»
«Farò quello di cui sono più capace! Adesso vado là, la sollevo di peso e la porto a letto. Chiamami tra una settimana, Po!» e così dicendo, Svendard apre il cancello della grande villa e si appresta ad entrare. Po lo guarda allontanarsi con passo deciso. Poi il cinese si alza, si guarda intorno circospetto e controlla che nessuno veda, prende il risció e lo nasconde in un cespuglio. Vede qualcosa brillare per terra, e incuriosito la raccoglie.
«Una tessela dell’Alci ghei? Chi è che lascia in gilo tessele? Luigi Cazzaniga… chissà chi è questo pilla» e così dicendo straccia la tessera. Poi apre il baule posto sul retro del risció, ne estrae la fida racchetta elettrica, si cala in testa un passamontagna ed entra nella villa, richiudendo il cancello lasciato aperto da Svengard dietro di sé.

«James caro, non potremmo prendere il treno per andare al laboratorio, come al solito?»
«Mi dispiace, signora, non è possibile» risponde un impassibile maggiordomo.
«Ah, no, caro? E come mai, c’è qualche sciopero? Non sapevo che il nostro macchinista aderisse a qualche sindacato. Se voleva un aumento, bastava chiederlo, no?»
«Non si tratta di rivendicazioni  salariali, signora. L’autista è stato trovato sotto il treno»
«In che senso “sotto” il treno, James? Stava controllando qualcosa, il motore, le pastiglie dei freni?»
«La dinamica non è ancora chiara, signora, tuttavia Hidetoshi è stato trovato schiacciato sotto il treno. Sembra che si stesse allacciando le scarpe sui binari indossando delle cuffiette per l’I-Pod, quando il treno si è messo in moto da solo»
«Ma santo cielo, e si che non era più un ragazzino! Ed ora che facciamo, James?»
«Ora andiamo a piedi, signora» poi si ferma, notando un dettaglio fuori posto nell’abbigliamento di Gilda.
«Signora?»
«Si, James, che c’è? C’è qualcosa che non va?» risponde Gilda sulla difensiva, già sapendo dove il suo maggiordomo vuol andare a parare.
«La tuta leopardata mimetica è ottima, signora, tra l’altro si intona con la doppietta. Però…»
«Però che, James?» poi seguendo la traiettoria dello sguardo di James, ne previene l’obiezione:  «No James, gli anfibi non li metto! Mi dispiace ma su questo punto sono ir-re-mo-vi-bi-le. O le babbucce col pelo, o niente» e con la bocca imbronciata, esce dalla grande portafinestra e si avvia nel giardino.

«Come vuole, signora» sussurra con un sospiro James, apprestandosi a seguirla.

Svengard ha sfruttato davvero tutta la potenzialità della sua mente? Cosa ha in mente Po, oltre al passamontagna? Le babbucce col pelo saranno davvero adatte per aiutare Toshiro? Lo scopriremo alla prossima puntata?

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Niente sushi per Olena – 14

Il biondo e aitante Svengard, reduce dai campionati internorreni di Laivaniemi dove ha dominato nella specialità della corsa con il barile, è in piedi pensieroso sul molo di Varazze. Ha appena lasciato gli  amici Uppallo I e Uppallo IV, che prima di dirigere il loro agile drakkar verso le terre dell’Aurora Boreale l’hanno salutato con il virile canto vichingo: “O-oh! O-oh! Gurli Korken! Proppmätt Arv! Flitighet o Ofantligt? O-oh? A-Ah!”.
Guardandosi in giro si gratta la testa, dopo aver scostato l’elmo cornuto ricevuto come premio, quando ode una voce amica che lo chiama:«O glande uomo del Nold, avele bisogno di passaggio?»
Svengard non crede ai propri occhi. Po il cinese? Ma se l’aveva lasciato su un catamarano azionato dal suo risciò!
«O saggio Po!» esclama meravigliato il vichingo «A parte che mi pare di averti già detto un po’ di volte di non chiamarmi glande, ma lasciamo stare, come diavolo hai fatto ad essere già qui se ti ho lasciato indietro di mille leghe?»¹
«Glan… ehm, glosso uomo del Nold, mio catamalano molto veloce!» dice con orgoglio il cinese.
«Non lo metto in dubbio, o membro della tua dinastia, ma dato che lo spingevi col tuo risció permettimi un po’ di stupore. Hai un motore fuoribordo, per caso?» chiede uno scettico norreno.
«No, ma avele cugino con glande motoscafo che avele tlainato me fino a liva.» Poi il cinese, ritenendo di aver concluso i convenevoli, passa agli affari:
«Andiamo in Blianza, uomo del Nold? Plezzo buono, venti euli.»
«Perché venti euri?» chiede un indispettito Svengard. «L’altra volta abbiamo fatto 15, ed ho tirato quasi sempre io.»
«Va bene, allola quindici euli ma consigli di amole a palte»
«Eh no, così allora ci rimetto. Ok, facciamo venti euri e non se ne parli più. Togliti da lì, che vai troppo piano» e così dicendo Svengard solleva il cinese e lo mette seduto a cassetta, e posizionandosi alle stanghe del risció comincia a correre verso casa.

«Ma bando ai sentimentalismi» dichiara nonna Pina tirando su col naso rumorosamente:
«Allora, come è andata coi cinesi?»
Olena guarda la nonna, con una certa ammirazione per la capacità di questa di lasciarsi tutto alle spalle. Poi sistema un ciuffo di capelli biondi che il vento le ha scompigliato, e risponde:
«Babushka voi aveva ragione, locale cinese è copertura. Appena arrivati, due scagnozzi hanno provato a fermare noi. Dentro notato cose molto interessanti, prima di arrivo di altri quattro finuocchietti di Triade. Sushi da schifo, comunque» puntualizza Olena, precisa.
Nonna Pina sbotta: «Ma possibile, Natascia mia, che con tutti i delinquenti che abbiamo in Italia dobbiamo importarli pure dalla Cina? Non mi pare logico. Che bei tempi quando ai cinesi bastava un pugno di riso e un libretto rosso… Credevano in qualcosa, cara mia. Adesso in che credono, me lo sai dire? Nel comunismo non penso proprio. In che cosa allora, nei soldi, nell’arricchitevi tutti? Un miliardo e mezzo di ricchi? Illusi… alla fine si ritroveranno con un pugno di milionari e milioni di poveracci, ne più ne meno che da noi, ma almeno noi non lavoriamo 24 ore al giorno stipati come topi. Chissà che ne penserebbe Mao? Si rivolterebbe nella tomba, secondo me»
«Pochi riescono a rimanere fedeli a ideali» osserva Olena, e la mascella le si serra leggermente. Poi continua:
«Dopo avere neutralizzato finuocchietti, maggiordomo andato a casa, io tornata indietro. Visto la cameriera ed una squadra di ninja portare via un uomo imbavagliato. Potevo provare fermare loro ma rischio per sicurezza prigioniero troppo alto. Messo segnalatore Gps sotto loro furgone, e ora so dove loro andati.»
«Natascia, sei una bomba figlietta mia! Che facciamo adesso, chiamiamo la polizia?»
Olena fa un sorrisetto divertito, prima di rispondere «Polizia, Babushka? Niet, non c’è bisogno di polizia. Andiamo noi a prenderli» e presa in spalla nonna Pina, inizia la discesa verso terra.

«James, sarà prudente recarci da soli nel laboratorio? Toshiro non sembrava essere del tutto in sé. Non sarà meglio aspettare che torni Sven?» dice una preoccupata Gilda.
«Temo non ce ne sia il tempo, signora. Ho preso comunque qualche precauzione» e così dicendo porge alla Calva Tettuta un giubbetto antiproiettile ed una Smith & Wesson M&P22. Gilda solleva il giubbetto con due dita, e chiede scandalizzata:
«Non vorrai che indossi questo orrore, vero James? Dico, se mi vedesse qualcuno?»
«C’è anche in verde oliva, la signora preferisce?» chiede premuroso James.
«Ma non si tratta del colore» protesta Gilda «E’ che mi… mi… ingrassa!» sbotta la Calva Tettuta, restituendo il giubbetto al maggiordomo.
«E poi, James, questa da te proprio non me la aspettavo» accusa Gilda, rigirandosi la pistola tra le mani.
«Una calibro 22? Ma per chi mi hai preso? Tira fuori la doppietta della buonanima di Evaristo, altro che pistoletta!»

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¹ Alzi la mano chi sa  a quanti metri corrisponde una lega. Anzi, esistono le leghe come unità di misura? Jules Verne oggigiorno si sarebbe guardato bene dallo scrivere “Centomila leghe sotto i mari”, sarebbe stato reputato politicamente scorretto. Per i curiosi comunque dirò che la lega nautica è pari a tre miglia nautiche.

Niente sushi per Olena – 12

Olena e nonna Pina stanno salendo in cima alla ciminiera in disuso del vecchio laboratorio Rana. Da lontano vederle arrampicare usando le vecchie scalette metalliche è uno spettacolo, la russa con la nonna attaccata alla schiena e questa a sua volta con un fucile di precisione a tracolla.
Arrivate alla piccola piattaforma, mentre la nonna scruta i dintorni con un binocolo, Olena monta con calma il cannocchiale ed assicura il fucile, un DSV Dragunov modificato, al suo treppiede.
La nonna prende posizione e punta verso la bocciofila, distante un paio di chilometri. Nel mirino inquadra perfettamente il pensionato Osvaldo Mazzoleni che si sta grattando la testa pensando all’effetto da dare alla boccia per spostare quella dell’ amico Beppe Calderoli e accostare la sua al pallino.
«Babushka, appoggiate bene calcio fucile, o fare voi male» suggerisce premurosa Olena «e attenzione, ultima volta quasi preso piede. Pensa sempre che da partenza ad arrivo pallottola passano più di due secondi»  ricorda  con pazienza all’anziana tiratrice.
«Ok, ok, sshh, adesso zitta Natascia che mi deconcentri» protesta la nonna. Mira al pallino; aspetta che Osvaldo prenda lo slancio, e quando è certa che il movimento del giocatore non si possa più fermare, trattiene il respiro e preme delicatamente il grilletto. La pallottola parte, seguita un attimo dopo dalla boccia.
«Uno, due…» conta mentalmente nonna Pina, e prima del tre si vede il pallino sparire in una nuvoletta, polverizzato.

Osvaldo osserva incredulo la boccia dirigersi nel punto dove fino a un attimo prima c’era il pallino. Con la bocca ancora aperta, si volta verso Beppe.
«Come cazzo hai fatto? Rimettilo immediatamente a posto!» al che l’amico, più meravigliato di lui e nondimeno offeso dall’accusa rivoltagli, risponde per le rime:
«Ma sei scemo? Come cacchio facevo a spostarlo, gli sparavo?» non immaginando di essere alquanto vicino alla realtà.

Olena, osservato il colpo con il binocolo, sorride e commenta a bassa voce:
«Oтлично»¹
Nonna Pina osserva i due pensionati litigare, poi si mette seduta, si batte una mano sulla coscia e scaracchia di sotto. Infine, ridendo, esclama:
«Ah, ah, che mi venisse un colpo! Guarda quei due rincoglioniti, tra poco se le suonano! Quasi quasi gli sparo, che dici eh, Natascia?»
«Babushka…» scuote la testa Olena, come si fa con i bambini un po’ discoli.
«E va bene, va bene…» concede a malincuore la ultracentenaria. Poi, mettendosi più comoda, e facendo cenno ad Olena di avvicinarsi, chiede:
«E dimmi Natascia, coi cinesi come è andata?»

Gilda, seduta in soggiorno nella sua poltrona preferita, sta sfogliando l’ultimo numero di Vogue, incuriosita da un completino di Girifalchi ispirato al signor Bonaventura², con la variante di un paio di pantofole di pelo. In piedi al suo fianco James, reduce dalla seduta mattutina di capoeira con Miguel.
«Sobrio questo giovane stilista, dicono sia l’erede di Armani. Mah, sarà, a me pare che debba ancora mangiarne di pagnotte. Tu che ne pensi, James?»
«Una rivisitazione particolare, se posso esprimere la mia opinione. I pantaloni a pinocchietto sono molto estivi»
«Suvvia, James, chi mai si metterebbe quel cappellino in testa? Opprime» constata l’esperta Gilda.
«In una giornata assolata e con i giusti accessori potrebbe avere il suo perché» dice James, maledicendo tra sé e sé il cugino Tano Lomuscio, in arte Girifalchi, per non aver ascoltato il suo consiglio riguardo la sostituzione dell’orrendo cappellino con una bandana in seta stampata.

In quel mentre, a rompere la tranquillità della conversazione si ode lo squillo dell’interfono. Gilda sobbalza, ripensando a quando era il suo defunto marito, il cavalier Rana, a far squillare imperiosamente l’apparecchio. James va al ricevitore:
«Pronto, casa Rana. Chi parla?» rendendosi immediatamente conto, dall’occhiata che Gilda gli rivolge, di essere ricaduto nel suo vecchio vizio. Dall’altro capo del filo si ode una voce concitata:
«Noo! Questo no, non posso! Mi lasci stare, vada via, via!»
«Lasciarti stare? Ah, ah, te lo faccio vedere io come ti lascio stare!»
«Aahh…»
James rimane un attimo pensieroso con la cornetta in mano, cercando di mettere a fuoco quanto ha sentito. Poi, scuotendosi, si rivolge alla Calva Tettuta:
«Mi dispiace disturbarla, signora, ma temo dovremo recarci al laboratorio. Toshiro non mi sembra in forma»
«Toshiro? Cos’ha, mal di pancia? Non sarà stata la sua ultima creazione, papaya e cozze?»

«Tenderei ad escluderlo, signora»

Che è successo al povero Toshiro? E’ la giusta punizione per aver abbinato papaya e cozze? Girifalchi sarà davvero l’erede di Armani?

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¹ Ottimo
² Famoso personaggio di un fumetto del Corriere dei Piccoli. L’autore, pur non essendo un bambinetto, non ha mai letto questo giornalino, comunque.

Niente sushi per Olena – 11

«Compagni, facciamo il punto della situazione» dice Luisito a Memo, Ambrogio e Olindo, seduti insieme a lui ad un tavolo del ristorante Wang Chung, in via Paolo Sarpi a Milano.
«Questo è l’ultimo posto dove è stato visto Nagatomo prima di sparire. Che era venuto a fare? C’è una relazione con la sparizione?»
«Magari è venuto anche lui a mangiare gli involtini primavera» suggerisce Ambrogio, dubitativo.
«O magari aveva un appuntamento con qualcuno» insinua Memo per poi uscirsene con una domanda off-topic: «Ma secondo voi i cinesi ce li hanno i cani da compagnia?»
«Memo, non romperci i coglioni adesso con i tuoi cani» dice Luisito attenendosi all’ordine del giorno.
«Per me è stata la mafia cinese» afferma convinto Olindo.
«Ma perché mai la mafia cinese dovrebbe interessarsi a Nagatomo, me lo spieghi? Tra l’altro quello è giapponese, mica cinese!» argomenta Ambrogio con competenza.
«Cinesi, giapponesi, sempre gialli sono» ribatte Olindo
«Pinna, non dire vaccate, che mi sembri un leghista» lo redarguisce Luisito. «Cerchiamo di agire con discrezione e capire che gli è successo. Ah, ecco che arriva la cameriera»

La cameriera, sorridente con gli incisivi prominenti e lievemente claudicante, arriva al tavolo sorreggendo un vassoio con i piatti ordinati dal quartetto.
«Signorina, la salsa wasabi l’ha portata?» chiede Memo, da uomo di mondo.
«E’ in quella ciotolina, signoli» risponde con grazia la cameriera.
«Ah, è quella verde? E senta, compagna, lei ha visto per caso questa persona qua?» continua Memo, tirando fuori dalla tasca della giacca la foto del terzino giapponese in divisa da trasferta. La cameriera rimane un attimo interdetta, dà un’occhiata alla foto e poi, scuotendo la testa, risponde:
«Mi dispiace, non mi intendele di calcio» e poi con un inchino torna in cucina.
I quattro si guardano. Luisito rompere il ghiaccio:
«E questo me lo chiami agire con discrezione?» chiede a Memo «Ci mancava solo che ti mettessi a ballare sul tavolo!»
Memo sta per rispondere per le rime, quando dall’altra parte della sala nota un trambusto che lo distrae.

«Ammorree! Mmhh, io aduoro pesce crudo tagliato a striscioline fini fini. Mangia raviolone piccante, poi io graffia tutto te come piace tanto, micione mio» e così dicendo Olena mostra le unghie ad un James non del tutto a suo agio.
«Natascia, per la miseria, quando finisce questa recita?» chiede il maggiordomo, al quale il pesce crudo non va troppo a genio.
«Sshh, tu zitto e sorridi» intima Olena avvicinandosi pericolosamente al lobo dell’orecchio  destro del maggiordomo «ora inizia divertimento»
Fingendo di abbracciare James, Olena tiene d’occhio l’ingresso, dal quale sono entrati quattro cinesi vestiti di nero. La solita cameriera si fa loro incontro premurosa. Questi le chiedono qualcosa   bruscamente, al che la cameriera irrigidendosi fa un cenno verso l’interno della sala e si ritira in cucina. I quattro si avviano decisi verso il tavolo di Olena e James.

Olindo detto il Pinna ha seguito la scena. Si batte una mano sulla fronte, poi appallottola il tovagliolo e lo butta sul tavolo.
«Aspettate qua, torno subito» dice alzandosi con decisione, diretto alla toilette.
«Pinna, ma dove vai? Ti si freddano gli involtini!» lo richiama Ambrogio, ma Olindo ha già varcato la porta dei servizi.
«Sono i diuretici che prende» rivela Memo, «quando scappa scappa»

«Temo che abbiate sbagliato locale, signori» dice il più atletico dei quattro ad Olena e James, ostentando un impeccabile accento italiano. Olena, giocherellando con i bastoncini, si guarda intorno meravigliata, e poi dice a James:
«Ammorre! Ma questo non essere Ritz! Dove tu hai portato me! Cattivo, cattivo bambino» picchiando James con i bastoncini.
«Esatto, questo non è il Ritz e adesso voi vi togliete dai piedi» e afferra Olena per un polso, con l’intenzione di farla alzare. La russa rimane inchiodata al suo posto e protesta verso James:
«Ma amuoruccio! Vedi cosa fanno questi brutti a tua Natascia… tu difende me, prego!» al che James, punto sul vivo, si alza in piedi con fierezza vestito del suo changshan e intima al cinese, scandendo bene le sillabe:

«To-gli-le su-bi-to le ma-ni di dos-so»

Un attimo di silenzio, poi i quattro cinesi scoppiano a ridere, e quello più arretrato parte con un destro di taglio diretto verso l’orecchio del maggiordomo.
La vecchia saggezza cinese non frequenta evidentemente il Wang Chun, perché nei dieci secondi successivi succede che:

  • James para l’attacco del cinese, gli blocca il braccio e con una torsione di judo lo fa volare sopra al tavolo;
  • Olena conficca le bacchette nel naso del cinese che la tiene per il polso, facendolo somigliare ad un indigeno della polinesia;
  • James para anche l’attacco del terzo cinese, ma stavolta con un occhio;
  • Olena afferra il quarto cinese per la cintura dei pantaloni ed il collo del maglioncino girocollo e lo usa come clava per abbattere il terzo;
  • Olena controlla l’occhio di James e gli fa segno che non è niente;
  • Olena infila a testa in giù il quarto cinese nel portaombrelli finto Ming dell’ingresso, lasciandolo fuori dalle ginocchia .

«Andiamo amuoruccio, questo non è locale di classe» dice Olena rimettendosi la pelliccia.
«Lo segnalerò a Tripadvisor» promette James premendosi un fazzoletto sull’occhio, prima di chiudersi la porta alle spalle.

I nostri tre hanno osservato la scena paralizzati. Si scambiano un rapido sguardo e prendono la decisione.
«Ragazzi, è meglio smammare prima che ci sgamino» suggerisce Memo.
«D’accordo, vado a chiamare Olindo che così ce ne andiamo» si offre Ambrogio.
«Signorina! Signorina, ci porta il conto? Signorina? Ma dov’è finita la cameriera?» chiede Luisito, che tiene la cassa comune, a Memo. «Vai un po’ a vedere, che se no facciamo notte»
Memo si alza e va fino in cucina. Dopo qualche secondo torna indietro confuso:
«Di là non c’è più nessuno!» ed in quel mentre Ambrogio rientra dal bagno, dove ha approfittato per liberare la vescica, e dichiara:
«Il Pinna è sparito!»

Dove sono finiti Olindo e la cameriera? Come mai James pratica il judo? I cani di compagnia dei cinesi si sentono tranquilli? Vi infilereste un bastoncino nel naso? Eppure c’è qualcuno che lo fa, ed anche gratis!

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Niente sushi per Olena – 10

«Ya viene el negro zumbon
Bailando alegre el baion
Repica la zambomba
Y llama a la mujer
Tengo gana de bailar el nuevo compass
Dicen todos cuando me ven pasar
“¿ Chica, donde vas?”
“Me voy a bailar, el baion!”»

Gilda, avvolta da una morbida vestaglia di seta amaranto e con in testa un turbante in tinta, sta sorbendo il caffè che il premuroso maggiordomo James le ha appena servito. Dalla portafinestra del balcone che si affaccia sul giardino entra una melodia allegra, e la nostra Calva Tettuta si ferma un attimo ad ascoltarla col mignolino alzato. Si avvicinano entrambi al balcone ed osservano inteneriti un gioioso Miguel  ballare un bajon imitando le movenze di Silvana Mangano nel film “Anna”, intonando però la canzone nella più recente versione dei Pink Martini.

«Si muove bene il nostro Miguel, non è vero James?»
«Decentemente, signora. Il bacino è mobile, ma la tecnica non è perfetta» minimizza James, battendo il piede a tempo.
«Per essere un dilettante non mi sembra malaccio. Piuttosto, pensi che “zumbon” sia politicamente corretto, James? Non vorrei avere noie dai vicini»
«Nulla osta per lo zumbon, signora. Anche la Crusca lo ammette.»
«Pochi sanno rasserenare come te, James caro»
«Dovere, signora» risponde James con un piccolo inchino.

«James, caro?» continua Gilda, cambiando discorso.
«Signora?» chiede James inarcando lievemente un sopracciglio.
«Senti anche tu questo rumore? Sembra un ticchettio, qualcosa che batte a intervalli regolari.»
«L’ho notato, signora. Credo sia Natascia che si esercita al tiro con la carabina. L’ho vista salire sulla ciminiera del vecchio laboratorio portando in spalla la signora Pina»
«Con nonna Pina? Che bizzarria. Ma che ci fanno lassù in cima, James?»
«Natascia sta insegnando alla signora a sparare ai pensionati, signora»
«Ai pensionati, James? Un bel passatempo. Ma non sarà illegale?»
«Affatto, signora. Mi sono espresso male, le due hanno preso di mira una bocciofila situata ad un paio di chilometri da qua e si divertono a spostare i boccini ai pensionati che si apprestano ad andare a punti. Un divertimento innocuo, signora»
«Bè, beata giovinezza! Quand’è così lasciamo pure che si divertano» concede Gilda, di larghe vedute.

Poi la Calva Tettuta posa la tazzina e osserva il suo maggiordomo. Colpita da un particolare che in precedenza non aveva notato, inclina leggermente la testa, con l’indice appoggiato pensosamente all’angolo della bocca. Infine, con un cenno di approvazione, dice:
«Quel violetto che hai messo intorno all’occhio destro è delizioso, James, risalta parecchio»
James risponde con modestia: «Troppo buona, signora. L’abbinamento è del tutto involontario, sono stato infatti vittima di un piccolo incidente»
«O povero caro, sei caduto, ti sei fatto male?»
«Niente di preoccupante, signora, una piccola disattenzione, cose che capitano»
«Non prenderlo come un rimprovero caro, ma ultimamente sei un po’ distratto. Spero non si tratti di affari di cuore, sa il cielo quanto si possa soffrire per quelli! » declama teatralmente Gilda, pensando allo scomparso Cavaliere ed al lontano Svengard.
«Niente di grave, le assicuro, signora» dice James mentre solleva il vassoio d’argento con la tazzina vuota e si appresta a lasciare il soggiorno «Con permesso» ed esce.

«Incidente un par de palle» dice tra sé James ripensando a quanto accaduto la sera prima.

Una graziosa cameriera, leggermente claudicante, si avvicina al tavolo di Luisito e compagni.
«Avele scelto, signoli? Potele plendele oldinazione?» chiede gentilmente, mettendo in mostra i denti superiori sporgenti.
Luisito dà uno sguardo alla tavolata, e visti gli sguardi sfuggenti dei commensali prende in mano la situazione:
«Allora… io vado sul classico, ravioli al vapore e pollo alle mandorle» decide compiaciuto, tra i cenni di approvazione dei compagni.
«A me riso alla cantonese e gamberetti in salsa matrigna» chiede Memo, e poi sottovoce al vicino: «Io qua la carne non la mangio. Lo sai che in Cina mangiano i cani, no?»
«Come sei provinciale! A Vicenza allora mangiano i gatti, che vogliamo fare, siamo internazionalisti o no? E comunque in Cina non mangiano solo i cani, si mangiano tutto, pure gli insetti e le larve» afferma con competenza Ambrogio.
«Tanto fra poco li mangeremo anche noi gli insetti» interviene Olindo detto il Pinna. «Non avete sentito che l’Unione Europea ha dato il via libera all’utilizzo per alimentazione umana?»
«Opponiamoci, compagni! Contro il sovvertimento delle abitudini alimentari e lo sfruttamento intensivo degli insetti, indiciamo una grande assemblea di lavoratori e studenti e promuoviamo una petizione popolare!» rilancia Ambrogio, buttandola subito in politica. «Per me tempura di pesce e verdure, compagna» conclude comunque il sindacalista.

Gli sguardi di tutti sono puntati ora su Olindo, che scorre freneticamente il menu con il sudore che gli cola dalla fronte.
«Entro domani, Pinna» lo incita amichevolmente Ambrogio.
«Uffa, ma che ne so, mi pare tutto uguale… ma che cavolo vi guardate?» poi prendendo finalmente  una decisione si raddrizza sulla sedia e spara: «Signorina, per me involtini primavera. Senza salsa di soia però!»
La ragazza recupera i menu e si dirige zoppicando verso la cucina. Luisito, Memo e Ambrogio fissano Olindo, che si torce nervosamente le mani. Alla fine sbotta:
«E va bene, vaffanculo! Gli involtini primavera mi piacciono, andate a cagare!»

Come si è procurato il livido James? Mangereste involtini di cavallette? Osservando Silvana Mangano capite perché oggi si fanno meno figli di allora? 

 

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Niente sushi per Olena – 9

Due giorni prima.

Nonna Pina siede sul suo letto, con la schiena appoggiata alla spalliera in ferro battuto, protetta da due grandi cuscini con le federe ricamate in pizzo di Cantù.
Olena è in piedi vicino alla finestra, i suoi grandi occhi blu scrutano il giardino, nel quale si aggira il nuovo badante Miguel in tenuta da gondoliere veneziano. Si gira lentamente verso la vecchia, che ha in mano la lettera trovata in tasca al defunto Emilio Pallavicini.
La nonna sospira, raschia per bene la gola ed inizia a leggere:

“Cara Eusebia,
anche se leggendo il tuo vero nome, Eusebia, vorresti stracciare la lettera te ne prego, resisti all’impulso. Sei sempre stata troppo impulsiva, Eusebia. Per farti contenta ti chiamerò Wanda, come ai bei tempi!  Quando tu, soubrette sorridente e scintillante, discendevi la scalinata in fondo alla quale eravamo in attesa noi boys, con le braccia tese verso di te. Ricordi, Wanda? Eri bellissima e giovane, ed io più giovane ancora, ma bruttino e senza una lira. Come avrebbe potuto funzionare la nostra storia? Dovevamo rubare qualche attimo di amore tra una scena e l’altra, tra una trasferta e l’altra, sempre clandestini, sempre nell’ombra. Tu avevi mille corteggiatori, ma anch’io avevo mille corteggiatori e questo mi creava imbarazzo! Che tormento dover rimanere nell’ambiguità per non destare sospetti. Ricordi quando ci rincorrevamo felici sulle rive del Mincio e tu mi chiamavi trottolino amoroso dudù dadadà?” (l’ultima sillaba è macchiata da una lacrima)

«Truottolino amuoroso?» chiede la siberiana inarcando il sopracciglio destro, il più espressivo.
«Lascia perdere Natascia, dubito che tu possa capire. Stento io stessa a farlo» concede la vegliarda, e poi continua:

“Ma non è di questo che voglio parlarti, Wanda cara. E’ evidente che se stai leggendo questa lettera io sono morto e non di morte naturale.
Dio solo sa quanto avrei voluto rivederti in tutti questi anni. Perché non siamo scappati insieme, quando ormai la nostra missione era finita? Quante notti ho pianto ripensando a quell’anno in Argentina… la tournée, le serate alle ambasciate, le informazioni che riuscivamo a carpire ai diplomatici… poi successe quello che successe, tu fosti richiamata in patria, ed io dovetti rimanere. Giurammo di ritrovarci, ricordi? Ma la guerra travolse tutto, e alla fine seppi che avevi sposato un pastaio. Io nel frattempo ero rifugiato in Uruguay, salvando la pellaccia e la cosa più preziosa che possedevo, il frutto del nostro amore: tuo figlio, nostro figlio!”

«Che cosa? Nostro figlio?» esclama nonna Pina drizzandosi sul letto. «Figlio di puttana, mi aveva detto che era morto!» dice rivolta ad Olena, che la guarda stavolta con tutte e due le sopracciglia inarcate.

“Immagino il tuo stupore, Wanda. Quel bambino che partoristi in quella buia stanza d’albergo di Buenos Aires, e che ti avevo fatto credere morto, lo avrei dovuto portare al convento delle suore dell’Assuncion. L’avessi fatto! Invece lo portai dalla mia vecchia balia, Maricarmen Del Boca, che lo allevò come fosse suo figlio e forse proprio per questo lo fece diventare quello che è poi diventato: un perfetto coglione.”

«Tutto suo padre!» è la acida constatazione della cariatide.

“Purtroppo, Wanda mia, quel figlio che non hai mai visto e di cui non ti ho mai fatto avere notizie era tanto bello quanto scemo. Figurati che da grande si rifiutava di far vaccinare il figlio perché sosteneva che i vaccini erano stati creati da società segrete per controllare le menti delle persone. Così il figlio, oltre ad essere anche lui un perfetto coglione, era anche brutto perché si beccò il vaiolo che non se lo portò via per un miracolo ma lo lasciò tutto butterato in faccia.
Ora seguimi Wanda, è complicato ma se ti applichi ce la puoi fare”

«Ma va’ a cagare Emilio! Anche da morto fai il saputello? Sputa il rospo, testa di pigna! » intima alla lettera nonna Pina.

“Quel nostro nipote butterato si chiamava Dieguito, per distinguersi da Diego che era il padre (avrei voluto chiamarli Emilio ed Emilito ma Maricarmen non me lo permise); ad un certo punto si mise a commerciare pentolame con l’Oriente, e tra una fumata di oppio e l’altra trovò moglie, una florida giapponese, Haruka Nagatomo, famosissima per interpretare pantomime kabuki fingendo di essere un uomo che interpreta una donna. Era lei che portava i pantaloni in quella famiglia. Anche se mi è difficile immaginare come, Haruka e Dieguito ebbero un figlio, Yuto; questo figlio non avendo ne arte ne parte ad un certo punto venne ingaggiato come mascotte da una famosa squadra di calcio italiana.”

«Nagatomo?» la russa drizza le antenne. «”Quel” Nagatomo?»

“Wanda, c’è in ballo qualcosa di molto grosso, come ai tempi di Enigma… devi scoprire che è successo al nostro bisnipote, e sventare questa minaccia terribile… Wanda… devi andare al Wang Chung… lì potrai avere risposte… addio Wanda,
cordiali saluti,
tuo Emilio”

«Cordiali saluti? Ma sei proprio deficiente Emilio! Ti pare il caso di chiudere una lettera del genere con cordiali saluti? Sempre così tu, preliminari per ore e poi una volta al dunque una punturina e via!»

Poi nonna Pina, rileggendo le ultime righe, si rivolge a Olena con decisione:
«Wang Chung… Natascia, vai tu a dare un’occhiata?»
«Nessun problema, babushka, nessun problema»

Ma qual’è questa minaccia terribile a cui allude il prolisso e defunto Emilio? E che c’entra il pur valido terzino nipponico? Olena è al Wang Chung apposta per scoprirlo, mi pare. Un pò di pazienza!

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Niente sushi per Olena – 8

E’ sera a Milano. Olena la siberiana, altera e glaciale, elegante nella sua pelliccia viola con cappuccio foderato di ermellino e stivali di pelle alti fino al ginocchio, sta attraversando a passo regolare via Braccio da Montone, traversa di via Paolo Sarpi, per recarsi nel ristorante cinese Wang Chung, dove ha prenotato un tavolo per due. Un osservatore attento potrebbe notare un insolito rigonfiamento nella sacca in tinta che la russa porta in spalla, ma è raro che incontrandola qualcuno faccia caso alla sacca.
All’improvviso, da un portone laterale, sbucano due cinesi di grosse proporzioni. Minacciosi, le si piazzano uno davanti per bloccarle il passaggio e l’altro dietro per impedirle la fuga. E’ quello di fronte, all’apparenza il più integrato dei due ed in regola col permesso di soggiorno, a parlare:
«Dove andale tutta sola bella signola? Zona pelicolosa questa. Ching e Chang aiutale voi»
Olena stringe appena le palpebre e risponde educatamente, come suo costume:
«Sto andando nel bosco dalla nuonnina, finuocchietto, vuoi tu fare cuompagnia sì? Togli tua brutta faccia da mia strada entro dieci secondi. Nove, otto, sette…»
Il cinese, facendo  mostra di non badare all’avvertimento amichevole, continua:
«E cosa tenele dentlo bolsetta, Cappuccetto viola?» – chiede ridendo, con l’altro che gli fa eco – «Da blava, fale vedele ai tuoi amichetti Ching e Chang»
Olena interrompe il conto alla rovescia ed un sorriso increspa l’angolo sinistro della sua bocca.
«Speravo tanto tu chiedessi questo me» e così dicendo si toglie di spalla la sacca e ne estrae la mitraglietta micro Uzi dono di un ammiratore israeliano passato a miglior vita.
I due cinesi, con velocità considerevole data la mole, se la danno a gambe tentando di uscire dal vicolo, spingendosi a vicenda. Olena imposta l’arma sul colpo singolo e prende con calma la mira.
«Tre, due, uno…»

Ad un tavolo del ristorante Wang Chung, dall’ambiente che vorrebbe richiamare il Palazzo Imperiale della Città Proibita di Pechino ma ricorda piuttosto un centro massaggi di Busto Arsizio, siedono quattro autorevoli esponenti dell’area antagonista milanese: Luisito Lenìn del PIR-Partito degli Interisti per la Rivoluzione, Ambrogio Cantaluppi del Sindacato dei mimi di strada e falsi bambini in carrozzella, Alcide Remigi detto Memo del Mo.Di.Ca., Movimento per la dignità del cane e Olindo Gervasoni, il Pinna, dell’Unione No-Sushi. E’ proprio quest’ultimo a prendere la parola:
«Compagni, non sarà stata un’imprudenza venire in questo posto? Che tra l’altro, una volta, qua c’era la trattoria di Armando, con la moglie Rosina che cucinava una büseca eccezionale»
«E dell’Oss Büs con la polenta, vi ricordate? E dietro l’angolo c’era ul prestinée, Tino… con quell’odore di michetta fresca…» rimembra un sognante Ambrogio.
«Eh, Tino è da un pezzo che è andato… adesso cari miei il panettiere si chiama bakery, fa un pane che fa cacare ma in compenso costa dieci volte tanto. Và a da’ via el cü…» sospira Memo.
E’ Luisito che si incarica di riportare i commensali alla realtà dei fatti.
«Compagni, basta rivangare il passato. Avanti, bisogna guardare! Ammiriamo piuttosto le conquiste dei compagni della Repubblica Popolare Cinese, da cui dovremmo prendere tutti esempio» e così dicendo fa una panoramica sul locale, soffermandosi sulla porta della cucina da cui provengono rumori ed odori inquietanti. I compagni compiono con lo sguardo lo stesso tragitto.
«Una bella merda» commenta in modo equilibrato Olindo «comunque sia chiaro, io gli involtini primavera non li ordino nemmeno morto»

All’altro lato della sala, ad un tavolo separato dal resto tramite un paravento decorato con rappresentazioni di tigri e dragoni, un uomo distinto sui trentacinque anni, capelli e barba neri, attende l’arrivo di una donna. Inganna il tempo recitando scioglilingua silenziosi e facendo ruotare tra le dita le bacchette di bambù fornite come posate.
Nel bel mezzo del “sopra la panca la capra campa” viene distolto dall’occupazione da un trambusto proveniente dall’ingresso, e poco dopo un codazzo di camerieri accompagna al tavolo la sua ospite.
«Ammorre!!! Ecco dove tu essere» saluta la donna, e poi rivolta ai camerieri «Grazie cari, potete andare adesso»
I camerieri inebriati dalla carica sensuale della dea e intimoriti dalla prestanza fisica rinculano inchinandosi.
«Come rinculano male» non può fare a meno di notare James, che di quell’arte è maestro. «Era ora che arrivassi, avevo finito gli scioglilingua»
«Ho avuto piccolo problema, ma ora sistemato» dice Olena, sedendosi. Poi, facendo in modo di essere udita dagli altri avventori:
«Carooo! Grazie avere me aspettato, tu vero tesuoruccio!» James rimane imperturbabile, sebbene un po’ perplesso.
«Natascia, è proprio necessaria questa pagliacciata? E’ imbarazzante»
Olena da un’occhiata intorno e ribatte sottovoce:
«E quello era pruoprio necessario? Tu sembra inserviente di circo» riferita al variopinto abito Changshan¹ indossato dal maggiordomo.
«Ho pensato che fosse il più adatto al luogo» risponde James «e comunque almeno io non sembro una battona di viale Porpora» rivendica piccato.

Che ci fanno tutte queste belle persone al Wang Chung? Perché le panetterie adesso si devono chiamare bakery? Tra James e Olena è sbocciato l’ammorre? Lo scopriremo presto, Trenord permettendo.

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¹ tradizionale abito manciù

Niente sushi per Olena – 7

Gilda Quacquarini, vedova Rana, è elegantemente seduta nella confortevole poltrona Frau realizzata appositamente per le sue misure da abili artigiani tolentinati, e sbocconcella assorta una oliva ascolana. Ha appena salvato il suo direttore della R&S, Toshiro Laganà, dal suicidio a causa del flop della nuova linea di ripieni, ma non è serena.
«James?» chiama la Calva Tettuta. Il maggiordomo appare come per magia, preceduto da un’onda di profumo. Gilda arriccia il nasino e scuote il turbante su e giù in segno di apprezzamento.
«Volevo dirtelo da tempo, James, il tuo after shave è delizioso»
James sorride con modestia, come prescrive il manuale del buon maggiordomo nei casi in cui il maggiordomo medesimo sottragga i profumi alla sua padrona e se ne cosparga senza parsimonia, e con un piccolo inchino risponde:
«E’ un estratto di saliscardo mescolato con essenze di lavanda e bergamotto, signora»
«E’ buonissimo, James. Potresti procurarmene una boccetta, magari con qualche aringa al posto del saliscardo? Non è tipo da saliscardi il mio Sven»
«Naturalmente, signora. Contatterò il mio fornitore di Aix-en-Provence»
«Splendido, James, splendido.» Poi, tornata assorta, si alza e va alla finestra. Guarda fuori e con tono preoccupato chiede:
«James, che ne pensi della faccenda?»

James si avvicina rispettosamente. Nel giardino Miguel, il nuovo badante di nonna Pina, sta potando un cespuglio di rose indossando i pantaloncini con cui Heather Parisi ballava “Cica-Cicà, io son qua”. Un sospiro sfugge all’integerrimo maggiordomo, mentre inizia il suo racconto:
«E’ un caso umano, signora. Deve sapere che l’uomo in Messico aveva una avviata carriera di attore di telenovelas e doppiatore di film porno. La sua specialità erano i gridolini in falsetto, le majors se lo contendevano. Purtroppo ad un certo punto fu vittima di molestie, e dovette abbandonare le scene»
Gilda, incuriosita e commossa, chiede lumi:
«Ma che peccato, James. Un ragazzo con un così bel gusto nel vestire non merita questo, non trovi?»
«Purtroppo il mondo dello spettacolo è una giungla, signora. Nel periodo del fattaccio egli stava recitando in “Lacrime e laterizio” nel ruolo del carpentiere Manolo innamorato di Conchita, la donna barbuta, e contemporaneamente doppiava “La bella Violante ha la passione del pulsante” del genere hot-catastrof-politico. Fu lì che venne preso di mira da una baby-gang di chierichetti che controllavano il racket dei doppiaggi porno. Al rifiuto di presentarsi in canonica travestito da prevosto, questi scambiarono gli interruttori del doppiaggio e Miguel andò in onda nel telegiornale delle 20:30 con i suoi gridolini sovrapponendosi, anziché alla pornostar Pamela Lanzarote, alla conduttrice Juanita Garzon, amante del presidente della TV messicana. Lo scandalo fece cadere molte teste; Miguel perse il lavoro e fu costretto ad emigrare; sbarcò il lunario facendo diversi lavoretti e prestandosi persino a suonare le maracas nelle orchestrine mariachi di Porto San Giorgio»
«Che tristezza, James. In ogni caso ha un bel paio di pantaloncini. Ma comunque, caro, non era questa la faccenda per cui volevo sentire il tuo parere»

Sorpreso, James, solleva il sopracciglio prediletto, il destro.
«Chiedo venia, signora. Si riferiva alla fabbrica, suppongo» ipotizza il maggiordomo.
«Pochi maggiordomi sono perspicaci come te, James caro» dichiara Gilda con involontaria ironia
«Faccio quel che posso, signora»
«James, non ci capisco più niente. Un momento sembra che nessuno voglia più comprare i nostri prodotti, e un attimo dopo… guarda qua» e così dicendo Gilda porge a James una busta.
James prende la busta con sussiego e ne estrae compunto un foglio scritto a mano. Inforca gli occhialini modello Elton John che tiene ripiegati nel taschino della giacca e ne scorre il contenuto. Infine ripiega il foglio, ripone gli occhialini nel taschino e restituendo il foglio dice:
«Un’offerta interessante, se posso esprimere il mio parere. La signora è intenzionata a prenderla in considerazione?»
«Non lo so James, non lo so. Non ci vedo chiaro e quando non ci vedo chiaro le cose non mi sembrano limpide, non so se mi sono spiegata»
«Perfettamente, signora»
«Sai che ci vorrebbe James? Un buon caffè. Qualche suggerimento?»
«Vuol assaggiare del caffè verde, signora? Dicono faccia dimagrire, non che lei ne abbia bisogno, naturalmente»
«Ma si James, proviamo a cambiare colore. Dai e dai anche il nero stufa»

Di che offerta parla James? E Gilda la prenderà in considerazione? Il caffè verde fa veramente dimagrire? Ma intanto Olena che fa? Lo scopriremo finalmente nella prossima puntata? 

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Niente sushi per Olena – 6

Svengard il vichingo, elmo cornuto in testa,  è in piedi a prua del suo drakkar, assorto, con le braccia conserte. L’erede di una lunga stirpe di guerrieri scruta l’orizzonte con aria pensierosa.
Dietro di lui echeggia un canto virile, una antica melodia che rievoca l’epopea di quei popoli avventurosi:
«Trulla-llà! Trulla-llà! Trensum Storjorm Silverån! Karmsund Rågrund Soknedal! Trulla-llà! Trulla-llà!»
Svengard, distogliendo lo sguardo dal mare, volta lentamente capo ed elmo annesso, e rivolge un pensiero affettuoso agli autori di testi e musica, i suoi amici Uppallo I e Uppallo IV, gemelli monozigoti.
«O amici, compagni di innumerevoli bisbocce! Spero non prendiate queste mie parole come una critica, lungi da me questa intenzione. Ma sono due ore che cantate ‘sta lagna, non potreste cambiare disco? Ve ne sarei riconoscente»
«O Svengard, vecchio alce scornacchiato» – qui Uppallo IV rifila al gemello maggiore Uppallo I una gomitata nelle costole, per fargli notare l’indelicatezza del suo preambolo, ma quest’ultimo non se ne avvede –  «Finalmente hai parlato!» continua il maggiore degli Uppalli «Pensavamo che avessi inghiottito una lisca di balena, è dalla partenza che non apri bocca! Si può sapere che ti è successo?»

I tre erano salpati all’alba da Laivaniemi. Nella simpatica cittadina lappone si era svolto il campionato internorreno dei giochi vichinghi: le specialità più spettacolari erano come sempre la corsa con il barile, in cui Svengard aveva primeggiato, il lancio dei pigmei, la camminata sulle braci ardenti e la gara dei tagliaboschi ad occhi bendati.
Quest’anno era stata ammessa una nuova competizione, il salto della corda con la figlia in groppa, ma era scoppiato uno scandalo in quanto il vincitore, Kronon da Svartöstaden, si era rivelato essere un certo Cosmo da Bitonto¹, pugliese, che grazie all’affinità del suo dialetto con il norreno era riuscito ad intrufolarsi e vincere con largo margine. Una volta scoperti, Cosmo e figlia erano stati portati nel bosco dei taglialegna bendati e di loro non si era saputo più nulla.
Uppallo I e Uppallo IV avevano allietato i convenuti con tutto il loro repertorio di canti tradizionali e moderni, favorendo brindisi e mescolanze di generi.
Solo Svengard, nonostante le sollecitazioni, si era tenuto lontano dai baccanali, con il volto corrucciato.

«Insomma, si può sapere che hai?» insiste Uppallo I, il meno discreto dei due gemelli. Lentamente, Svengard risponde:
«O amici, fratelli, sedetevi, per quanto possa sembrare strano ho bisogno di un vostro consiglio.»
I due, colpiti dalla serietà del loro amico, si siedono su due ceppi dove sogliono tagliare le teste delle aringhe prima di salarle.
«Ci ho pensato tanto, amici, e sono arrivato ad una conclusione: Gilda non mi ama»
I gemelli spalancano gli occhi e si guardano increduli. Che cosa? La Calva Tettuta, la donna per la quale il loro amico ha spasimato una vita ed è ora finalmente diventata sua compagna, non lo ama, ma che storia è questa?
«Che cosa? Gilda non ti ama? Ma che storia è questa?» ripete a pappagallo Uppallo I.
«Ma non è possibile!» dice il gemello, più fantasioso. «Ma se dici sempre che passate tutto il tempo a fare l’amore! Allora millanti!» insinua Uppallo IV tra lo stupore dei due che ignorano il significato del verbo millantare.
«E’ proprio quello il problema, caro Uppallo» scandisce gravemente Svengard «Lei ama solo il mio corpo, non la mia mente!»
A questa rivelazione i due gemelli seduti sui ceppi, uno a destra e l’altro a manca, fissano sbalorditi l’amico. Poi, partecipando del suo struggimento, si guardano e scoppiano contemporaneamente a ridere, così forte che sono costretti a reggersi le pance ed appoggiarsi ai parapetti per non rotolare a terra. Svengard, offeso, stacca l’ascia bipenne dall’albero maestro a cui era appesa, pronto ad usarla sulla zucca dei suoi amici, quando sente una voce:

«O glosso uomo del nold, che vuoi fale con quell’ascia?» Svengard si gira verso la voce e chi vede? Po il cinese, il cacciatore di zanzare con la racchetta elettrica, su un catamarano spinto con un ingegnoso sistema di trazione dal suo risció; approfittando della momentanea distrazione dei norreni  si è avvicinato al drakkar senza essere visto.
«Glan… glosso uomo, leggo nella tua anima soffelenza e colluccio. Cosa ti tolmenta? Dillo a Po»
Svengard, sollevato nel sentire una voce amica, ripone l’ascia bipenne con gran sollievo dei gemelli e risponde al cinese:
«O saggio Po, la mia donna mi ama solo per il mio corpo, ma io voglio essere amato anche per la mia mente, che posso fare?» chiede al cinese.
Po scruta a lungo il vichingo: fronte non particolarmente spaziosa, mani come due badili e spalle come un armadio a due ante, ed infine dando mostra di aver compreso perfettamente il problema rivolge a Svengard parole di consolazione:
«O possente uomo del nold, te lo dico flancamente: lascia stale. Lassegnati, è meglio. C’è chi è nato pel fal andale le mani, chi la testa e chi qualcos’altlo. La testa non fa pel te»
«Ma io devo sapere, o cinese, se sto vivendo con una donna che mi ama solo parzialmente!» sconfina nella poesia un ispirato Svengard.
«Sapele è soplavvalutato» dice il saggio cinese. «Non c’è bisogno di sapele quando due cuoli sono in sintonia. Anzi molto meglio non sapele» dice Po rivolto all’elmo; poi scrutando di nuovo in viso il vichingo: «Pelché voi siete in sintonia, velo glan… glosso uomo del nold? O pel tutti questi anni ti eli fatto tutto un cinema sbagliato?»
«Non so più niente, o saggio» risponde un confuso vichingo
«Hai messo a nudo i tuoi sentimenti, come già ti dissi tempo fa?»
«Fosse facile, o mandarino! Ogni volta che mi metto a nudo quella esclama “Frèchete!” e mi tappa la bocca! »
«Allola, o glan… glosso, non c’è che una soluzione: pallale! Adesso devo andale, ma mi laccomando: pallale!» e così dicendo il catamarano di Po, preso il vento e sospinto dalla corsa del cinese, si allontana dal drakkar dei norreni.

Svengard guarda malinconicamente il saggio Po allontanarsi. Poi prende una decisione, e drizzandosi sulla schiena annuncia:
«E così sia, Uppalli! Rotta a Varazze!»

Serviva proprio questa puntata? Vogliamo arrivare al dunque che la minestra si fredda? Che c’entrano i crucci amorosi di Svengard con il sushi, sempre che c’entrino qualcosa?

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¹ Per quanto possa sembrare strano Cosmo da Bitonto esiste veramente, l’ho visto con i miei occhi in televisione, e saltava la corda con in groppa la figlia venticinquenne di 53 chili. Si ignorano i motivi per i quali lo faccia.