Allarme caldo

Sta arrivando l’estate, e come sempre accade da qualche anno a questa parte, porta con se l’ “allarme caldo”. Va da se che l’inverno porterà l’ “allarme freddo”: di “allarmi così così ” per primavera e autunno ancora non si parla ma si sa, non esistono più le mezze stagioni, nemmeno per gli allarmi.

Sembra che lo scopo principale dei mezzi di informazione ultimamente sia quello di tenerci in uno stato di costante ansia. Già abbiamo abbastanza preoccupazioni con crisi economiche, guerre, epidemie, fondamentalismi: dobbiamo pure stare in ansia se d’estate fa caldo. Partono i moniti: attenzione ai bambini e agli anziani; portateli in ambienti freschi (meglio se in supermercati dove già che ci sono possono spendere qualcosa). Ora, a parte che non ho ancora visto statistiche di anziani morti di caldo in Italia, dico, non in sub-Sahel, e quanti invece di complicazioni polmonari legate all’esposizione all’aria condizionata dei supermercati, forse varrebbe la pena riprendere norme antiche ma evidentemente dimenticate.

I miei nonni tutti i pomeriggi facevano la pennichella. Non sulla poltrona, ne sul divano, no, no: proprio a letto. Un’oretta, e ne uscivano ritemprati. La casa era su tre livelli: al piano terra un bagnetto una cantina e una stanzetta di lavoro; al primo piano cucina e stanza da letto, di sopra la soffitta. La chiave di casa era sempre nella toppa, sarebbe stato uno sgarbo verso i vicini, una mancanza di fiducia, toglierla; che ricordi io nessuno se ne è mai approfittato, e se qualche furto c’è stato è stato per opera di forestieri di passaggio. E’ sempre una buona politica avere a portata di mano dei forestieri di passaggio a cui dare la colpa.

Fino alle cinque del pomeriggio in giro non avreste visto molta gente. Si stava in casa, essendo in collina un refolo d’aria c’era sempre; quando rinfrescava, si usciva.

L’altra regola di buonsenso era: se hai caldo spogliati, se hai freddo copriti. Noi veramente portavamo i pantaloncini corti per un bel pezzo, sia d’inverno che d’estate; d’inverno con i calzettoni e d’estate con i pedalini; dotarci di pantaloni lunghi nella fase della crescita più tumultuosa avrebbe voluto dire continuare a cambiarli, cosa inimmaginabile, oppure andare in giro con pantaloni a “zompafossi”, così si chiamavano quelli a cui il malleolo era esposto in bella vista. Tutto doveva durare, e quello che si rompeva si aggiustava. In genere i fratelli minori ereditavano gli indumenti dismessi dai maggiori: per i miei fratelli maschi non fu possibile perché nati a distanza troppo ragguardevole da me, e tempi e gusti erano decisamente cambiati. Indossare i pantaloni corti, comunque, era una condizione sociale. Finchè i pantaloni erano corti si era bambini: con il diritto di indossare i pantaloni lunghi si acquisivano purtroppo anche i doveri dei grandi.

L’indumento virile per eccellenza era la canottiera. Accessorio indispensabile per i lavoratori edili, era preferita a quei tempi alla maglietta della salute, quella con le maniche. A mio avviso in effetti era più confortevole, a patto di procedere a frequenti abluzioni delle ascelle che non andavano per alcun motivo decespugliate. Ora sembra caduta in oblio, come le ghette o la cravatta a papillon. Faceva il paio con le mutande da uomo, cioè gli slip con lo spacco laterale; non comodissimi, per la verità, in caso di urgenze immediate.

Nello spogliarsi attuale riscontro una certa ineleganza. Fortunatamente sembrano passati di moda gli orribili pantaloni a vita bassa. Dovrò chiedere a qualche gastroenterologo quanti attacchi di colite abbiano provocato, di sicuro in me provocavano imbarazzo, specialmente quando seduto in metropolitana mi ritrovavo ad altezza occhi qualche esemplare, meglio femminile ma purtroppo spesso maschile, col pantalone calato fino all’inguine; e non è che col lato B andassero meglio.

A Parma l’arrivo dell’estate si notava dalla lunghezza delle gonne delle cicliste. Vi sarà noto che a Parma tutti vadano in bicicletta, dalla nascita alla morte, così come tutti possiedano un’affettatrice, non di rado a volano. La pausa pranzo durava circa 2 ore – 2 ore e mezza, per permettere ai locali di tornare a casa, mangiare i tortelli di erbetta innaffiandoli di lambrusco o malvasia, e poi dedicarsi al salutare pisolino. Io e il mio amico Massimo, paesano di Gene Gnocchi, essendo gli unici non residenti avevamo molto tempo a disposizione, che impiegavamo per lo più in lunghe passeggiate.

C’era una biondina, che scoprimmo più tardi essere amica della ragazza del ping-pong di cui vi ho parlato, che sembrava facesse apposta a passare proprio all’ora della nostra digestione. Sarà stata un’impressione ma secondo me rallentava apposta l’andatura e, con lieve malizia, interrompeva il ritmo della pedalata, altrimenti fluido. Prendeva un po’ d’aria, insomma, con in faccia un sorriso angelico. Non credo si notasse il leggero filo di bava che scendeva dall’angolino sinistro della mia bocca, cercavo di dissimularlo guardando le vetrine. Per Massimo, essendo affetto da lieve strabismo, non avrei potuto garantire.

(45. continua)

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Incompreso

Uno dei libri indispensabili per la formazione del fanciullo era “Cuore” di Edmondo de Amicis. La dose di buoni sentimenti ivi contenuta sarebbe letale per le menti disincantate dei moderni bimbi tecnologici, cresciuti a pane (anzi merendine) e cartoni animati; le gesta della piccola vedetta lombarda, abbinate magari alla visione ripetuta di “Marcellino pane e vino”, sarebbero ben lungi dall’infondere amor di patria e santità.

Veramente a me Marcellino pane e vino non piaceva. Un lieto fine consistente nell’andare in Paradiso lo avrei tenuto in considerazione ma come dire, non a breve termine; più forte della commozione era il sentimento di ingiustizia verso lo sfortunato bambino, bersagliato dalla sorte fin dalle fasce.

Invece Garrone mi ispirava molto. Nello stesso periodo degli attentati ai pupazzetti di pongo del presepe, di cui vi ho raccontato, qualcuno ruppe un vaso di fiori che faceva bella mostra di se sopra la cattedra. La maestra chiese al colpevole di farsi avanti, il giudizio sarebbe stato clemente. L’invito comprensibilmente non venne accolto: un’aria pesante spirava sulla giovane classe. Pervaso di altruismo, alzai il braccino e confessai: “Sono stato io”. La maestra Bianca alzò la testa per vedere da dove provenisse la vocina, e individuata l’origine mi freddò con un: “Giorgio, non dire bugie!”.  Da Garrone all’Incompreso: il mio slancio non era stato premiato e i compagni, evidentemente digiuni di de Amicis, mi considerarono un esibizionista. Il Franti di turno, dal canto suo, ridacchiava: dalla sua aveva la certezza che nessuno avrebbe fatto il delatore. I più idealisti per imitare il Nemecsek dei Ragazzi della Via Pal, se siete pratici di Ferenc Molnar; quelli un po’ più terra terra per attenersi al monito: “Chi fa la spia non è figlio di Maria / non è figlio di Gesù / quando muore va laggiù / va laggiù da quell’ometto / che si chiama diavoletto”.

Rare le storie che finivano bene: Pattini d’argento dopo un diluvio di lacrime alla fine esagerava, con una gragnuola di felicità che lasciava sinceramente increduli.

Avrete presente quell’accessorio di arredamento che in genere è posto accanto al letto: il comodino. Una delle sue funzioni principali ora è quella di fungere da base per la ricarica del cellulare; una volta se aveste aperto lo sportellino posto sotto al cassetto non di rado ci avreste trovato dentro un vaso da notte. Contenitore più che mai utile, specialmente nelle notti d’inverno, per quanti avessero il bagno posto all’esterno della casa o ad un livello diverso dalle stanze da letto. Dopo l’utilizzo, veniva posto sotto al letto; dal contenuto veniva svuotato la mattina seguente.

Mia zia Caterina (Catò, la ricorderete sicuramente) mi aveva regalato una raccolta di fiabe di Hans Christian Andersen. Un bel libriccino, antico, forse appartenutole da bambina. Aveva una copertina in tela, con le scritte in rilievo; le pagine erano consumate dall’uso ed ingiallite, qua e la qualche macchia di pianto. Nelle fiabe di Andersen, almeno in quelle più belle, il protagonista muore. Era più forte di lui, era fatto così. Pensate alla Piccola fiammiferaia, al Soldatino di stagno, la Sirenetta. A proposito della Sirenetta, la versione di Disney ha previsto il lieto fine: per non turbare il pubblico infantile, dicono. Dunque edulcoriamo tutto, per non turbare il pubblico infantile: la piccola vedetta scende dall’albero spolverandosi la giacchetta, Nemecsek guarisce e diventa calciatore del Ferencvaros, Marcellino si fa frate e va a cantare ad X-Factor. E all’undicesimo fratello di Elisa, quello rimasto con un’ala al posto del braccio perché l’eroina non era riuscita a completare l’ultima tunica d’ortica che aveva tessuto a mani nude prima di essere avviata al rogo, vogliamo lasciarlo così?

Quel libro me lo leggevo e rileggevo. Un po’ di nascosto, perché comunque leggere favole non era un’occupazione dignitosa per i “grandi”, qualifica alla quale si accedeva non appena nasceva qualcuno più piccolo, e che io raggiunsi a 5 anni grazie a mia sorella; ma liberamente quando qualche linea di febbre mi costringeva a letto. Anche in quel caso l’uso del pitale era consigliato, per non alzarsi e prender freddo; purtroppo nell’espletare una di quelle funzioni non ricordai del libriccino posato sulle coperte, che mi cadde dentro. Potreste divertirvi a misurare il potere drenante di un libro stagionato, qualora non l’abbiate mai fatto: se vi fidate, vi assicuro che è notevole. Il mio generoso tentativo di salvare il salvabile sciacquandolo sotto al rubinetto non ebbe successo: appiccicati in un unico blocco il re rimase nudo, e la principessa giacque per sempre sul pisello.

(44. continua)

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Si, la vita è tutta un quiz

Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui bisogna stabilire chi comanda. Tramontati i tempi in cui era sufficiente roteare con maestria una clava, o quelli più recenti in cui come ci suggeriva la millenaria civiltà orientale: “Appena arrivato a casa picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei si”, la figura del capofamiglia si è via via annacquata. Tali abitudini in alcuni angoli del pianeta, non necessariamente meno civili, persistono; nel nostro angolino di mondo e nella contingenza storica che attraversiamo, sono biasimate. Anche la moda non aiuta: se una volta bastava un’occhiata ai pantaloni, e quindi a chi li indossasse in casa, ora il dubbio persisterebbe. Resta, per affermare il predominio, il possesso di oggetti simbolici, dei feticci: gli antropologi saranno d’accordo con me che cedere il telecomando alla moglie, o compagna, o fidanzata che sia, per permetterle di piangere all’ennesima replica di Dirty Dancing o Ghost mentre su un canale concorrente è in corso la semifinale di Champions League Real Madrid – Juventus è un’abdicazione inammissibile. Sconsiglierei, se il rapporto non fosse già regolarizzato o se il cedimento non fosse motivato da biechi scopi opportunistici (do ut des), dal proseguire la frequentazione di tale partner, specialmente nei mercoledì di coppa.

Intendiamoci, non che sia un fissato del calcio. Mi piace, ma il troppo stroppia: l’eccesso di palle rotolanti a tutte le ore mi ha sfiancato. Sono persino arrivato a sostenere l’unica idea sensata del professor Monti, che era quella di sospendere per almeno tre anni tutti i campionati, alla quale naturalmente, forse per non intristire ulteriormente i lavoratori esodati dalla ministra piangente, non ha dato seguito.

Del resto l’ultima mia partita di calcetto risale al secolo scorso: Franco, che già conoscete, è finito all’ospedale con una caviglia rotta, ed un altro ha cercato di distruggere un paletto con un orecchio. E senza nemmeno avversari, cosa che mi ha ancor più impaurito.

Dunque non è per passione pallonara, ma per puro esercizio del potere, che affermo come Renzo Arbore nell’87 in Si, la vita è tutta un quiz: “tu nella vita comandi fino a quando, ci hai stretto in mano il tuo telecomando!”.

Prima sarebbe stato anacronistico. Fino al ’79 i canali erano solo due, e per cambiare si schiacciava un pulsantino posto sotto al video. I televisori avevano dentro delle enormi valvole e il tecnico era un po’ come un medico: veniva in casa, faceva la diagnosi, e poi decideva per il ricovero o la sostituzione in loco. Da noi veniva Manfredo, un amico di babbo, e se diceva “ahia, Nino” bisognava temere il peggio.

Sarò vetero ma penso che se ci fossimo fermati a tre, numero perfetto, ne avremmo avuto più che abbastanza. Invece ad un certo punto ci siamo fatti mettere in testa che più televisioni fossero sinonimo di più libertà; della qual cosa si è avvantaggiato un discusso imprenditore edile per creare un impero economico e una carriera politica. Una conoscenza almeno per sentito dire del romanzo “1984” di Orwell avrebbe dovuto metterci in guardia, per non parlare della Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco e qui mi fermo per non sembrare troppo saputello. Ora ho 300 canali, e quando ho voglia di vedere qualcosa di decente vado al cinema.

Da piccoli, la tele ci veniva concessa con parsimonia, anche perché i programmi adatti a noi erano concentrati in un’oretta, nella Tv dei ragazzi. C’erano degli sceneggiati strepitosi: il più bello, per me, Giovanna la nonna del corsaro nero, con Lina Volonghi: “Marabooo lei fa il judo’, e tutti i suoi nemici metterà kappaò!”. La sera, dopo il telegiornale a cui si assisteva in religioso silenzio, il Carosello. Calimero, con la sua dichiarazione politicamente scorretta: “Ce l’hanno tutti con me perché sono piccolo e nero.” “Tu non sei nero, sei solo sporco”; Ercolino sempre in piedi, Carmencita, la mucca Carolina… simpaticissima, ma che non mi ispira ricordi lieti.

I miei, come vi ho accennato, avevano avuto un grave incidente stradale, ed erano stati ricoverati entrambi all’Ospedale Civile di Macerata. Io ero affidato ai nonni materni; dalle finestre della loro casetta, sopra le mura del paese, a pochi chilometri in linea d’aria si vedeva il capoluogo, che allora mi sembrava su un altro continente. Quando chiedevo dove fossero i miei, nonna mi rispondeva: “là”, ed io aiutato da uno scalino rimanevo affacciato per ore a vedere se per caso riuscissi a scorgerli; e quando chiedevo quando sarebbero tornati, nonna teneva un atteggiamento dilatorio che avrebbe dovuto tranquillizzarmi ma non raggiungeva lo scopo. Avevo già sentito di mamme volate tra gli angioletti, non mi sarebbe piaciuto che la tappa di passaggio fosse Macerata. Cavalcavo la mucca nel vicolo delle Monache, ma non ero sereno.

Io mi chiedo, e lo svilupperò prima o poi in qualche commedia, cosa possa pensare di noi un alieno che dovesse capitare sulla terra e sintonizzarsi sulla prima rete dopo il telegiornale (oddio, non è che durante avrebbe chissà quali impressioni): sui Pacchi. Leggevo proprio ieri che una puntata dei pacchi ha avuto 15 milioni di spettatori. Vivi e lascia vivere, è il motto a cui in linea di massima cerco di attenermi, ma quando è troppo è troppo. Toglietegli il telecomando!

(43. continua)

silavitaetuttaunquiz

Il pelo nell’uomo

C’è stato un tempo in cui i sarti non erano stilisti, i cuochi non erano chef ed i barbieri non erano coiffeur, men che meno unisex. L’onorevole professione di barbiere era svolta nel mio paese da due rami della stessa famiglia, i Pisani: barbieri e artisti, derivavano i nomi dalla passione operistica dei loro avi: Otello, Adelchi, Orfeo… il mio amico Aldo, autore, regista e attore, ne prosegue la tradizione. E’ dottore e non barbiere, però.

Per breve tempo, dopo sposato, ho frequentato un salone unisex. Devo dire la verità, mi sentivo un po’ a disagio. Voglio dire, dal barbiere si va per: a) leggere Tuttosport b) commentare le partite di calcio c) inveire contro le tasse d) parlare di donne. Il massaggio alla cute è inessenziale.

I barbieri erano aperti la domenica mattina. Servizio utilissimo, in quanto davano la possibilità ai lavoratori indaffarati di darsi una sistemata. I capelli si lavavano rigorosamente a casa. Per Natale era molto ricercato il calendarietto con foto di donnine svestite ma non interamente, figurarsi: se andava bene erano costumi a due pezzi, ma era già qualcosa visto che al mare regnavano i pezzi interi.

I tagli ammessi erano due: o con la riga, o all’indietro, alla “mascagna”. Il compositore di Cavalleria Rusticana era morto da un pezzo, ma il taglio di capelli gli era sopravvissuto. Io (allora) avevo i capelli dritti (soprattutto li avevo), perciò li facevo con la riga.

Anche mia zia Raffaella (guarda caso sposata con un Pisani, ma falegname) era parrucchiera. Tagli, tinture, messe in piega, e caschi dalla forma aerodinamica. Fra 2000 anni chissà cosa penseranno gli archeologi che troveranno i caschi sotterrati. Una mosca che volasse da un barbiere ad una parrucchiera avrebbe una buona probabilità di sentir parlare dello stesso argomento. No, non le tasse. Le donne amano molto parlare di altre donne, specie se assenti.

L’estetica odierna è contraria al pelo. Il vecchio detto “Donna baffuta sempre piaciuta” non è più credibile, ma che addirittura si vedano così tanti uomini ricorrere alla depilazione è inquietante.

Ad Ancona, frequentando un corso di formazione di quadri intermedi, avevamo molto tempo a disposizione. Con l’amico Carlo e la sua Ford Capri, di cui vi ho già parlato, all’ora di pranzo scappavamo al mare, dove passavamo un paio d’ore nella spiaggetta più vicina. Non essendo del posto, ignoravamo che la spiaggetta fosse frequentata da coppiette che allora si definivano equivoche. Personalmente ho maturato la convinzione che la vita sessuale di persone adulte e consenzienti sia affar loro, come dire, i gusti son gusti: tuttavia non sono così moderno dal negare che effusioni tra persone dello stesso sesso, in pubblico, mi mettano in imbarazzo. Potrei definire stupore o meraviglia o incredulità quella con cui vedemmo alzarsi, da un telo poco vicino, una coppia di uomini abbracciata, di cui uno indossante un tanga: visione da vietare ai minori, ed anche ai maggiori sensibili. Ecco, in quel caso avrei auspicato che l’esibizione fosse avvenuta dopo opportuna depilazione. Subentrò poi un’altra preoccupazione: e se qualcuno ci avesse visto, e accostati all’affettuoso quadretto? La volta dopo, per sicurezza, andai a prendere il sole sulla terrazza del capannone dove si teneva il corso. Non calcolai però l’effetto amplificante delle lamiere: mi ustionai di brutto e il corso pomeridiano non mi ebbe tra gli allievi più attenti.

Le creme solari erano roba per femminucce. L’uva era quella che si coglieva in grappoli d’autunno: dei raggi Uva e dell’ozono che poi avrebbe avuto il torto di bucarsi non sapevamo niente. Il sole si prendeva in questo modo: primo giorno, nessuna precauzione se non a volte un cappellino: ustioni di primo grado. In serata, se non proprio il delirio di Fantozzi, insorgeva comunque una leggera febbre. La schiena veniva spalmata di crema Nivea o olio d’oliva, e nei casi più gravi da acqua e amido. Il giorno dopo riposo. Il terzo giorno, si tornava al sole. Le nostre capacità di recupero erano prodigiose, gli scienziati dicono che le pagheremo col tempo, tié.

Un paio di annetti fa, notando che i capelli diminuivano ma le tariffe aumentavano, comprai una macchinetta. Affidai il taglio a mia moglie, che ha il pollice verde. Prese ispirazione dai due attori che più ammira,  lo scomparso Yul Brinner e lo Zingaretti di Montalbano. Il risultato fu soggettivo: per lei ero irresistibile, mentre i colleghi il giorno dopo, con delicatezza, mi chiesero a che ciclo di chemio fossi arrivato.

Sono tornato dal barbiere. Da Leo, prossimo alla pensione, a leggere il Tuttosport del giorno prima, a commentare le partite di calcio di vent’anni fa e a inveire contro il governo di turno, tanto le tasse salgono sempre. Sulle donne, no comment.

(39. continua)

Edoardo-Vianello

Demografia e libertà

Quando è stato il mio turno, in Italia nascevano 900.000 bambini l’anno. Ora poco più di 500.000, e solo perché un quinto di questi ha almeno un genitore straniero: sembrerebbe, insomma, che gli italiani di far figli non ne vogliano più sapere o, peggio, non ci riescano più. Io di lezioni non posso farne a nessuno, essendo rimasto abbondantemente al di sotto delle performance dei miei, ma il dato fa comunque riflettere.

Ai fini pratici, il ridotto nucleo familiare comporta che se una volta il controllo dei figli più piccoli poteva essere delegato ai maggiori ora tocca fare tutto ai genitori, con una notevole riduzione degli spazi di manovra sia per gli uni che per gli altri. Io credo, ma fior di sociologi potranno smentirmi, che i bambini di adesso siano molto meno liberi di quanto eravamo noi. Gli stiamo addosso H24, non gli diamo tregua.

Alcune cose che un tempo erano normali ora sono inimmaginabili. Provate oggigiorno a lasciare solo in casa un bambino di sei anni. Vigili, servizi sociali, se non peggio. Mia madre quando aveva delle commesse da fare mi lasciava eccome, e non da solo ma con la sorellina piccola: ho un’immagine viva di me, in prima elementare, che faccio i compiti seduto al tavolo in formica rossa della cucina; al fianco la culla di mia sorella Cinzia, che faccio dondolare. Ogni tanto qualcuno, qualche zia, qualche vicina, veniva a controllare: il quadretto contribuiva ad alimentare la mia fama di santità. Io su questo un po’ ci marciavo: come diceva il Nerone di Petrolini, il popolo “Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!”. Perciò nessuno avrebbe potuto sospettare che, per calmare i singhiozzi della piccolina, le facessi leccare un cucchiaino intinto nel vino. A lei non dispiaceva: poi è diventata astemia, ma non credo per colpa mia.

Direi che anche la soglia di tolleranza rispetto ai bambini si è abbassata: sembra che si faccia fatica ad accettare che i bambini oltre ad andare a scuola, a nuoto, a scuola calcio (possibile che ci voglia una scuola anche per il pallone?) e di violino possano anche giocare; e che giocando possano fare un po’ di rumore. Certi condomini sono diventati decisamente paesi per vecchi, e anche senza memoria. Bè, non è che le cose siano sempre state rose e fiori, però.

Come ho detto, in banda suonavo il clarinetto; mio fratello Ernesto, per puro spirito di contraddizione, scelse la tromba. Siccome non si nasce “imparati”, nemmeno per una attività a prima vista frivola come suonare la tromba, bisogna esercitarsi: e se si dovesse scegliere un aggettivo per definire le prime note soffiate da una tromba, la scelta non cadrebbe su “esaltante”. Trasferitici nelle nuove case popolari, sotto di noi venne ad abitare una famiglia che veniva dalla campagna; questo non per dire che la provenienza rurale impedisse di avere inclinazioni musicali, ma perché avendo in precedenza avuto a disposizione spazi larghi pativano un po’ la convivenza forzata.

Quando mio fratello iniziava le sue scale Maringio’, il capofamiglia, cominciava ad ululare.
Ricordo uno degli epiteti più gentili che ci lanciava: “Popolo incivile!”, che trovavo sommamente ingiusto: avessimo suonato all’ora del riposino quotidiano avrei capito, ma qualsiasi ora era buona. All’inizio mia madre rispondeva per le rime, poi la moglie di Maringiò (la Maringiona) pregò di portar pazienza: il riflesso era condizionato, purtroppo la tromba gli ricordava la guerra (la prima, credo) e la rimembranza di antichi assalti lo mandava in bestia. Per fortuna mio fratello non suonava la carica!

Anche lo spirito imprenditoriale aveva modo di svilupparsi.

Io e Stelvio facevamo la pesca. Piazzavamo fuori di casa, sulla strada, un tavolino su cui riponevamo le poche cosine che avevamo: perlopiù giornalini vecchi. In un bicchierino mettevamo dei bigliettini piegati, ciascuno con un numerello. Il ricavato ci serviva per comprare altri giornalini, e magari delle figurine. Impietosito da qualche sorriso timido, qualche generoso ogni tanto ci dava 10 lire. Forse calcammo un po’ troppo la mano sul versante pietà, e raccontammo storie di bisogno e denutrizione: allarmato dalle voci che aveva raccolto, Peppe de Sittì (sapete già che il cognome spesso da noi è un accessorio; Sittì _Settimio_ era il padre di Peppe), fotografo, attore comico nonché titolare del negozio di cartoleria in piazza, volle sincerarsi delle nostre condizioni e il nostro stato lo convinse che le notizie non fossero infondate. Ci lasciò ben 100 lire.
Avremmo auspicato un’accoglienza migliore da parte delle nostre mamme ma a quei tempi il ricordo dei patimenti, di guerra e dopoguerra, era ancora vivido.

Non si scherza con la fame,  soprattutto per comprarsi le figurine.

(36. continua)

petroponi

Viva le lasagne!

Con motu proprio stamattina il mio sopracciglio sinistro si è alzato. Sbirciando il giornale del mio compagno di viaggio (il mio non riporta certe notizie, siamo su altri livelli) un titolo in evidenza l’ha costretto a questa intemperanza, a cui non è solito indulgere: “Genitori contro lasagne e polpette”.

Detta francamente, e con rispetto per la posizione dei suddetti, mi è sembrato un comportamento contro natura. Cioè, si può essere contro il buco dell’ozono, lo scioglimento dei ghiacciai, l’estinzione dei panda ma una battaglia contro lasagne e polpette non mi troverebbe al fianco dei promotori.

Nemmeno mio nonno Gaetano, credo, ne sarebbe stato entusiasta. Tornato dalla guerra d’Africa (dove ricorderete era partito inaugurando il vestito bianco) dove la prigionia e la malaria l’avevano ridotto pelle e ossa, dovette assoggettarsi tutta la vita ad un menu di patate lesse, carote lesse, e pollo (lesso). Tenendo conto che mia nonna era cuoca, un bel supplizio. Nella dieta stranamente era ammesso il vino, credo come disinfettante. Avrei sconsigliato qualcuno dal perorare un boicottaggio di piatti conditi, siano primi o secondi, in sua presenza.

Da noi le lasagne si chiamano vincisgrassi e l’Unesco a mio parere dovrebbe proclamarli patrimonio dell’umanità. Quelli di mia madre, sicuramente.

Da piccolo, nella nostra casetta, capitava che avanzasse del pane e venisse posto a seccare. Il pane secco non si butta, è un peccato mortale: mio padre ancora oggi ama farci colazione. Qualche pomeriggio, per merenda, questo pane avanzato veniva ammollato con l’acqua e condito con lo zucchero; oppure con olio e aceto. Mio fratello, piccolino, non deve aver vissuto tali variazioni al regolamento con animo sereno: ancora oggi sostiene che ci veniva dato quando non c’era nient’altro da mangiare.  Non mi sento di escluderlo: comunque una zuppetta di pane e zucchero non ha mai fatto male a nessuno.

Tornando al casus belli, sembra che in precedenza in qualche piatto siano state trovate tracce di peli di cotenna (di maiale). La protesta fortunatamente non parte da pregiudizi religiosi altrimenti qualche parte politica facinorosa se ne approprierebbe per propugnare menu a base di cotenne pelose, ma esclusivamente sul merito della composizione dei ragù.

In tempi meno opulenti il dialogo sarebbe stato: “C’è un pelo!” “Scansalo e mangia” “No, non mi va più” “Lascia lì, che mangio io”. Il senso di colpa del lasciare cibo nel piatto mentre nel mondo chissà quanti bambini stavano morendo, in quello stesso preciso momento, di fame, impediva il reiterare di capricci. Per noi poi che eravamo in quattro più che fare storie bisognava essere veloci a finirlo, quel che c’era: gli altri non avrebbero avuto pietà.

Un altro punto di vista, fatalista ma non privo di verità, era: “quello che non strozza, ingrassa”. A parte che il concetto di strozzare varia da persona a persona: ad esempio qualcuno potrebbe essere refrattario alle carrube (teche marine si chiamano da noi, chissà perché; cronache antiche riportano che fossero vendute da Pietro de Claudina, insieme alla lavanda africana), e qualcun altro andarne ghiotto perché gli ricordano i bei tempi; il kebab nutre milioni di turchi, ma col sottoscritto è incompatibile. Detto ciò, concordo che magari dal punto di vista nutrizionale una setola di porco non valga granché ma come dire, non c’è ciambella senza buco ne cotica senza pelo.

A proposito di carrube, mi è venuto in mente che quando da piccolo mio padre mi portava a vedere le partite, c’erano i venditori di lupini, semi di zucca e appunto carrube; sono sempre stato un ammiratore dei virtuosi del lupino e seme di zucca. In entrambi i casi, si tratta di togliere la buccia senza l’uso delle mani; l’operazione va fatta con i denti e con la lingua, e la buccia deve essere rigorosamente sputata nel posto antistante. Come esecutore ero scarso, e una buccia su due la mangiavo. Le carrube però proprio non mi piacevano, a mio padre invece ricordavano le fiere di gioventù.

Mi capitò negli anni ’80 di andare a cena, con la mia futura dolce metà, in un ristorante storico di Milano, “La mamma”, vicino al Piccolo Teatro. All’ingresso c’era un cartello che diceva ”attenti alle tartarughine” e quindi entravi in questo locale buio con cautela, guardandoti i piedi: così concentrato non ti accorgevi dell’arrivo del gestore (uomo) che ti urlava un “Buonasera! Io sono la mamma!” facendoti sobbalzare. L’antipasto veniva servito in un vaso da notte, dei pezzetti di bologna e grana; e come frutta, appunto, le carrube, sempre in un vaso da notte. Il locale era tappezzato da foto di gente famosa, e sinceramente pensammo che fossero millanterie per impressionare i turisti. Con sorpresa ma anche tenerezza anni dopo sentimmo addirittura al telegiornale che il locale storico aveva chiuso i battenti. E le tartarughine?

Tornando alle lasagne, credo che l’unico motivo sensato per cui esse, con o senza peli, dovrebbero essere proibite ai bambini sia un altro ma quei genitori, lo dico con rammarico, non ne hanno accennato.

Le lasagne non sono un piatto normale. Sono un piatto della festa. Della domenica, e non di tutte le domeniche ma solo di quelle importanti, un piatto da mangiare tutti insieme in famiglia, un piatto che da solo mette allegria e voglia di stare insieme. Non si può far assurgere un semplice mercoledì, per dire, a livello di domenica. Altrimenti va a finire che ogni giorno è domenica, col risultato di passare le domeniche negli abominevoli centri commerciali. A mangiare, ancora, lasagne e polpette.

(34. continua)

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La bicicletta rossa

Pur non essendo particolarmente appassionato di  sport motoristici, confesso di essere rimasto impressionato dall’incidente occorso al pilota di formula uno Fernando Alonso, che a seguito di una scossa (almeno così sembra) ha perso la memoria. Perbacco, mi sono detto: e se succede anche a me,  e dimentico tutto? Va bene, la Ferrari non devo guidarla, ma magari qualcosina da salvare c’è. Così la mattina di Pasqua, scambiando gli auguri con i miei fratelli, mi sono ritrovato a condividere questa preoccupazione. Ridendo, mi hanno precisato l’accaduto: Alonso non ha perso la memoria, gli si sono solo cancellati gli ultimi 15 anni.  Lì per lì mi sono sentito rassicurato, ma poi mi è sorto un dubbio: visto che mi vengono in mente solo storie vecchie, avrò preso la scossa anch’io?

Il giorno della prima comunione è solitamente un giorno di letizia. Il vestitino blu per i maschietti, o l’abitino bianco per le femminucce, era l’abbigliamento che identificava i nuovi ammessi alla mensa del Signore; per quanto mi riguarda, un paio di scarpe di vernice completava la divisa.

Ero senz’altro un bambino obbediente, non abituato a lamentarsi per niente. Così, orgoglioso delle mie scarpe nuove, passavo sopra al fatto che mi stessero un po’ strette. Un po’ tanto, strette. Da un lato mi sentivo in colpa: forse quando le avevo provate non ero stato abbastanza attento. Dall’altro, ben sapendo che mica si potevano comprar scarpe nuove tutti i giorni, e nemmeno mesi, pensavo: portandole si allargheranno. Trascorsi quindi tutta la messa, e le foto, e il seguente pranzo (la durata di un pranzo con scarpe strette è almeno il triplo di uno con scarpe comode), con stoica concentrazione. Lo sforzo mi causava una lieve ruga sulla fronte che  confermava la mia fama di bambino buono (del tentativo di farmi entrare in seminario ho già raccontato).

Fu solo tornati a casa, finito tutto, che togliendo le scarpe mia madre si accorse di un particolare che ad un bambino meno distratto di me non sarebbe sfuggito.  “Ma non sentivi che erano strette?” – mi chiese allibita – “non hai visto che c’era la carta?”. Mi ero dimenticato di togliere la carta che serve solitamente a tenere in forma le punte. Ci sono momenti, e passano nella vita di ognuno,  in cui non ci si sente di un’intelligenza acuta (l’ora del cojo’), e quello ne fu uno; alla domanda pleonastica credo di aver risposto balbettando, forse un diffuso rossore imporporò il mio viso. Ed io che pensavo che per fare la comunione si dovesse soffrire.

In quell’occasione gli zii materni mi regalarono la bicicletta. Bella, rossa. Ora ci sono biciclette di tutte le misure, e man mano che i bambini crescono si cambiano: allora la bicicletta da bambino doveva durare fino a quando si prendeva quella da uomo. Perciò all’inizio erano grandi, e si faceva fatica a toccare i piedi per terra; alla fine invece le ginocchia toccavano il mento.

La tecnica per diventare ciclisti non è molto cambiata nel tempo. Qualcuno più grande ti regge in equilibrio, solitamente dalla sella; quando si accorge, dopo qualche pedalata avanti e indietro, che bene o male stai dritto, ti molla e vai. E così difatti il mio genitore fece: ad un certo punto, fiducioso, mi mollò. La bottega di mio padre, come ho già accennato, dava sulle mura del paese, intorno alle quali scorre la strada di circonvallazione; ed è proprio lì che mi lanciai per il mio primo viaggio solitario.

Le mani piccole non riuscivano a tirare i freni, ma ero confidente in un modo o nell’altro di riuscire a fermarmi.

Quando pensavo già di essere padrone del mezzo, il cielo sopra il novello Gimondi si oscurò. Un inconfondibile suono strombazzante annunciò l’arrivo della corriera di Damiani, della linea Pollenza-Macerata, ed il panico si impadronì di me. Con le mani sudate, i freni scivolavano; cercai di spostarmi a destra, ma tutto impegnato a cercare di tirare quei maledetti freni, mi accostai un po’ troppo ai veicoli parcheggiati. Per fermare mi fermai, ma con uno stile che non mi sentirei di consigliare ai neofiti : come freno usai la faccia. Cioè, mi impastai sul retro di un camioncino. Col senno di poi sarebbe stato meglio mettere almeno le mani avanti: ma l’idea di mollare il manubrio nemmeno sfiorò la mia mente. Tornai alla bottega, pesto e insanguinato, e con i miei bei dentoni davanti spezzati. Mio padre, che sapeva cosa l’avrebbe aspettato appena arrivati a casa, non aveva un aspetto sereno.

Qualche tempo dopo, a causa della nuova pista di pattinaggio, scoppiò un’epidemia di denti rotti: su di me non attecchì, ero stato vaccinato.

(32. continua)

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Testasecca e Martelloni

Le menti più ingegnose si stanno spremendo per trovare il modo di produrre meno rifiuti, e per riciclare nel miglior modo possibile quelli che si producono. Il problema, a mio modesto parere sia chiaro, forse risiede un po’ più a monte, e cioè che si consuma troppo. E troppo spesso, roba che serve a niente.

A dieci metri dalla nostra casetta, c’era una drogheria. Quei negozi che, come nel far west del cinema, vendevano di tutto: dalle sigarette alle caramelle, dagli alimentari ai bottoni. Il negozio di Testasecca.

Confesso di essere uno che non ricorda i nomi delle persone che incontra. Sono capace di stare a parlare per ore con qualcuno, ma se poi mi si chiede: “allora, che vi siete detti con Fassina?” Di solito rispondo: “Fassina chi?” Qualcun altro deve avere lo stesso problema, recentemente.

Per dire, all’inizio della mia residenza a Parma feci un intero viaggio, fin da Civitanova Marche, con una ragazza pugliese molto carina che stava andando a studiare a Milano. Non c’erano ancora i cellulari, e per essere rintracciato avrei dovuto lasciare il numero della cabina telefonica sotto casa: così mi lasciò il suo, di numero. Con ottimismo, che col senno di poi definirei eccessivo, evitai di appuntarmi sia il numero che il nome. Una volta a casa azzardai qualche combinazione: Amanda, Amalia, o Antonia? Prefisso 02 ok, ma finisce con 73 o 45? Feci qualche chiamata a caso; dopo un po’, non potendo chiamare tutte le Amande di Milano, desistetti. Non la biasimerei se mi avesse giudicato poco serio.

Qualche anno fa partecipai ad un corso di gestione dei conflitti interpersonali. A Roma, in un bellissimo convento restaurato per il giubileo e trasformato in albergo di lusso. Con questo non voglio tirarmela, è solo per dire che c’era un’insegnante, la dottoressa Martelloni, che per ricordare il cognome di qualcuno ci suggeriva di associarlo ad un oggetto, una situazione, una sensazione. Martelloni, facile: un grande martello. Magrini, anche: qualche bambino denutrito. Testasecca, Pelagalli: fate voi.

A metà degli anni 60 non esistevano i supermercati, almeno nella mia zona. C’era una Upim a Macerata, ma non smerciava cibarie. Del resto sarebbe stato inutile fare incetta di generi alimentari, pur se di prima necessità: si sarebbe oltretutto fatto fatica a conservarli, dato che i frigoriferi non erano ancora alla portata di tutti. D’inverno ci si sarebbe anche potuti arrangiare ponendo le vivande fuori dalla finestra, ma nelle altre stagioni sarebbe stato un po’ più difficile.

Tutto aveva un ordine: la frutta dall’ortolano, il pane dal fornaio, la carne dal macellaio, il pesce fresco dalla pescivendola (la pesciarola) che veniva una volta la settimana direttamente dal mercato di Civitanova. Ovviamente essendoci tanta campagna, chi poteva faceva rifornimento a chilometro zero.
Per certi acquisti occorre perizia, e non possono essere delegati ad un bambino: ci vuole l’occhio di una massaia allenata per distinguere il pesce più fresco, il taglio più tenero, la verdura più bella.

Io venivo usato per compiti più facili, come andare da Testasecca a comprare la cioccolata per far merenda. Intendiamoci, mica c’era sempre la cioccolata, non eravamo così viziati. Andavo, e la cioccolata veniva tirata fuori da un barattolone e spalmata con una paletta su della carta oleata, avvolta poi da altra carta marroncina. Il rispetto della tara e del peso netto era affidato alla correttezza professionale del droghiere. Di cioccolata ce n’era due tipi: quella di un colore, tipo Nutella, e quella a due colori, la Ciao Crem. La prima costava più della seconda: chi si contentava, godeva.

Per andare a comprare il tonno mi offrivo volontario. La carta era la stessa, la paletta no. Da grandi latte (buatta rende bene l’idea, ma è un termine che da noi non esiste) il tonno veniva, con delle lunghe pinze, spezzato a tocchi, estratto e scolato dall’olio; i giapponesi possono fare incetta di tonno rosso quanto vogliono, ma buono come quello non lo troveranno più. In un’altra incartata, venivano messe un po’ di alici sotto sale.

Poche cose sono sicure a questo mondo ma se foste capitati a pranzo a casa nostra al venerdì, avreste trovato immancabilmente spaghetti al tonno; e per secondo, tonno e alici. Il contorno poteva variare, ma quello speciale era quello invernale: olive nere (quelle amare!) e arance tagliate a fette.
Mi riservo appena arrivato alla pensione di riprendere questa dieta.

A volte penso, non so se sarete d’accordo con me, che se ogni città, ogni paese, ogni quartiere avesse saputo conservare i propri Testasecca, tanti problemi ce li saremmo risparmiati.

(29. continua)

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Era una casa molto carina

L’appartamento dove ho abitato da bambino era molto carino. Si trovava in una casa del centro storico (“dentro le mura”), quelle case che si toccano tutte l’una con l’altra, sulla via che taglia l’intero paese dalla Porta di Sopra alla Porta di Sotto (non ci si può sbagliare), Via Roma.

I miei l’avevano preso in affitto dal padrone di una fabbrichetta di casse da morto. Uno stabilimento artigiano come altri: ad esempio ce n’era uno che produceva cappelli e borse di paglia ma a differenza del primo questo, dopo qualche anno, passò di moda.

La casa aveva due piani: noi occupavamo quello superiore e di sotto c’era la famiglia del mio amico Stelvio. Il nostro appartamento godeva di qualche privilegio: innanzitutto la vista, e poi avevamo il bagnetto (tazza e lavandino) a cui si accedeva uscendo sul balconcino della camera matrimoniale.  Stelvio invece per farla doveva uscire proprio di casa perché il suo, di bagno, dava sul cortile e ci si accedeva dal pianerottolo.

Non c’era l’acqua calda ma non era strano, erano pochissime le case dotate di tale comfort signorile: l’acqua si scaldava sulla stufa in un pentolone, e poi si miscelava con quella fredda nella tinozza (la “conca”) dove si faceva il bagno; la preparazione era abbastanza impegnativa perciò nel giorno stabilito (sabato) il lavaggio riguardava tutti, a scaletta dal più piccolo al più grande. Bei tempi quando il più piccolo ero io; ma quando mi ritrovai ad averne due in vasca prima di me (il quartogenito si è risparmiato la conca) ero abbastanza timoroso che i frugoletti non resistessero all’impulso di far pipì nell’acqua tiepida.

Quando fui abbastanza grande, mio padre mi portò con lui ai bagni pubblici. Un’emozione come quella che ebbi la prima volta che mi trovai sotto una doccia vera poche volte l’ho riprovata in seguito. Si andava la domenica mattina: si metteva il ricambio in una sacca a tracolla, e via. Il posto era a due passi dalla piazza principale, Piazza della Libertà: in una viuzza in discesa, la Pescheria, proprio sotto l’ospedale:  si apriva un portoncino, e sceso qualche scalino ci si imbatteva nell’inserviente che fungeva da custode. Si pagava qualcosina, una sciocchezza, ed in cambio si riceveva un asciugamani: il sapone e lo shampoo si portavano da casa.

Entravamo in una cabina dove mio padre, che ha sempre avuto un alto senso del pudore, non si spogliava mai completamente: indossava per l’occasione uno slip da mare modello Johnny Weissmuller in Tarzan. Dopo l’iniziale getto d’acqua ghiacciata al quale bisognava resistere stoicamente, dal grande sifone iniziava a scendere acqua calda. Bollente. Che goduria! Non durava molto, e quindi bisognava sbrigarsi: mio padre mi frizionava con le sue mani non proprio vellutate (sempre di fabbro si trattava) e ne uscivo rosso come un peperone, vuoi per la temperatura e vuoi per lo strofinamento.

Ora sembra naturale cambiare la biancheria intima tutti i giorni. Una volta sarebbe stato considerata un eccesso, una effeminatezza. La durata standard era di una settimana.

Non c’era nemmeno il gas. E anche questo non era strano, la metanizzazione era ben lungi dall’arrivare.  I fornelli della cucina economica venivano alimentati dalla bombola del gas. Il riscaldamento si irradiava invece da una stufa a legna posta in cucina, dove si svolgevano le attività principali della famiglia (cucinare, mangiare, fare i compiti, guardare la televisione).

Avevamo una soffitta alla quale si accedeva con una scala di legno; ci si accatastavano i ciocchi di legno, ci si teneva qualche bottiglia di vino, e c’era qualche vecchio giornaletto di sport di mio padre; in autunno vicino alla finestrella venivano messi dei grappoli di moscato a passire . Stelvio invece aveva la grotta; dire cantina è un po’ troppo, si trattava proprio di una grotta, nella cui parte anteriore Antonio, suo padre, aveva ricavato un mini-laboratorio di intaglio; ma quello che c’era dopo ci era ignoto e misterioso.

Si diceva (e c’è ancora gente che sta cercando le prove) che le grotte del paese fossero tutte collegate; che ci fossero dei passaggi segreti ricavati in epoche antiche per avventure amorose o per sfuggire agli assedi. Per certo sotto casa del mio amico trombonista Marco, proprio sotto alla torre civica, c’era un grande ambiente, una cripta con volte a botte, che si allagava spesso per le infiltrazioni delle acque di falda, e noi bambini fantasticavamo di esplorarlo con una barca per vedere fino a dove portasse. E si mormorava di gente sparita nel tentativo.

Ogni tanto, ma non sempre, avevamo degli ospiti. Dei topolini, ma piccoli, mica delle pantegane.  Ci si accorgeva della loro presenza quando di notte, nel muro tra la saletta e la cucina, si udiva un inconfondibile grat grat. Allora si correva ai ripari: ricerca dei buchi, trappola. Alla mattina magari qualche topino rimaneva dentro: non avendo a disposizione dei pitoni a cui darli in pasto, li si affogava.

Forse per questo, o solo perché lo trovammo per strada, prendemmo un gattino. Bello, dolcissimo, nero, Codadritta si chiamava: l’aveva battezzato mia sorella. Aveva l’abitudine di uscire dalla finestra e saltare sul tetto vicino: poi però non riusciva a risalire, e miagolava finché qualcuno non scendeva a salvarlo. Di topini non ricordo ne abbia mai acchiappati. Un giorno cadde dal tetto, e tutte le sue sette vite non gli bastarono. Povero Codadritta: sebbene fossi ormai nell’età de “i maschi non piangono”, qualche lacrimuccia mi scappò.

(27. continua)

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Lo sai che i papaveri

Quando sarò vecchio i nipotini potrebbero chiedermi: ma nonno, che storie ci racconti? Bè, piccolini, quelle che so, accontentatevi. Perché la mia è una generazione di mezzo: non abbiamo vissuto storie epiche e a volte tragiche come i nostri genitori, forgiati dalla guerra, e non siamo stati nemmeno dei sessantottini: l’anagrafe ci ha penalizzato.

Quindi non ci avreste trovati radunati vocianti sotto i pochi lampioni dei vicoli per farsi spidocchiare dalle madri sedute in cerchio, facendo friggere gli animaletti su un pentolino riscaldato da una candela, come succedeva a mio padre; o non avreste avuto la casa invasa dai soldati polacchi in procinto di attaccare la Linea Gotica, come mia madre; e non ci avreste nemmeno trovati arrampicati di notte sugli alberi da frutta per cercare di alleviare la fame.

Noi di fame per fortuna non ne avevamo; però questi racconti ardimentosi ci avevano permeati, e sentivamo in qualche modo di doverne esser degni. Siccome rubare la frutta di notte dagli alberi dei contadini non si poteva, soprattutto perché di notte gli stessi che ai loro tempi avevano fatto razzie non ci facevano uscire, dovevamo osare ancora di più: in pieno giorno, a rischio di essere visti.

Ci muoveva una pulsione, come dire, estetica: non era importante l’oggetto della scorribanda, ma l’atto in se stesso. Rivolgemmo allora il nostro interesse ai fiori, di cui sapevamo nulla se non che fossero colorati e a volte emanassero odori.

Saprete, credo, che i papaveri prediligono i campi di grano, dove il loro colore rosso acceso spicca tra il verde-giallo delle spighe non ancora mature; il proprietario del campo in genere non apprezza che qualcuno pur mosso da passione floreale vada a passeggio sulle future pagnotte.

Perciò quel giorno partimmo abbastanza guardinghi: in quel campo, in contrada Rotelli, c’era un contadino che sparava a sale. Non sapevamo quanto la sua triste fama fosse meritata; avevamo deciso di affidarci, per l’impresa, alla guida del nostro compagno G. , che sapeva il fatto suo. Arrivati sul posto, dopo una pedalata in discesa, nascondemmo le bici, ci sparpagliammo per il campo e iniziammo la raccolta. G. si era offerto di guardarci le spalle, e di avvisarci se all’orizzonte fosse comparso il giustiziere, o almeno il suo cane. Eravamo sparsi per il campo, stando attenti a non lasciare scie come gli odierni cerchi alieni, con le braccia già colme di bottino, quando da lontano udimmo la vedetta dare l’allarme, e sbracciarsi: “arriva, arriva, via, correte!” Ci precipitammo verso il luogo dove giacevano i mezzi mimetizzati; ma poiché scappare in bicicletta in salita con un mazzo di fiori in mano non era agevolissimo, G. ci consigliò di lasciarli nascosti, e tornare più tardi a riprenderli. Ci sembrò una buona idea.

Dopo un centinaio di metri, sentimmo un urlo: “ah, m’ha sparato!”. Era G.! Era rimasto indietro e si era sacrificato per tutti. Con la foga della pedalata, il rumore dello schioppo ci era sfuggito; confesso che fummo tentati di abbandonare l’amico al suo destino (mors tua, vita mea) ma l’onore ebbe il sopravvento. Tornammo indietro, pronti alla pugna o a scappare più veloci di prima: ma sul posto del nostro amico non c’era più traccia. Un brivido freddo ci attraversò la schiena: era stato preso prigioniero.

Non avevamo cavalleria ne droni per tentare il salvataggio; dopo un breve conciliabolo stabilimmo di ritirarci: funesti presagi si addensavano sul nostro capo.

Appena arrivato a casa, raccontai tutto a mia madre. Immaginavo il mio amico lacero e ferito immobilizzato in una cantina buia: l’unica era rivolgersi alle autorità. Mia madre mi costrinse ad accompagnarla dalla madre dell’eroe. La signora, una donna austera e sobriamente riservata, venne alla porta; venni invitato ad enunciare sommariamente i fatti, ed alla fine del riassunto offrimmo tutto il sostegno necessario per intraprendere i passi necessari alla liberazione.

Fu prima con sorpresa, poi con sgomento, che vidi l’angolo destro della bocca della madre del mio amico sollevarsi. Una smorfia, un ghigno a stento trattenuto. Lì per lì pensai che stesse per diventare pazza, perciò feci un po’ fatica a decifrare le sue parole. Ci ringraziò della premura, ma doveva esserci senz’altro un equivoco: suo figlio non era mai stato così bene, anzi era tornato a casa con un magnifico mazzo di fiori, le aveva fatto proprio una bella sorpresa.

Per un attimo vidi l’occhio di mia madre brillare di una luce poco benevola nei miei confronti; strattonandomi via riuscì ad evitare che, quando fossi riuscito a richiudere la bocca rimasta spalancata, potessi coprirmi ancor più di ridicolo protestando di essere sicuro di aver sentito uno sparo, e il sangue, e di aver portar via G. ferito da una squadraccia di coltivatori diretti vestiti con cappucci del Ku Klux Klan.

In genere non sono uno che porta rancore, tuttavia non posso negare che il compagno G. non rientrò più nella lista dei miei top ten friends; da allora evitai accuratamente di incrociare anche sua madre.

Anche per i papaveri, tutto sommato, non sento più una grande attrazione.

(26. continua)

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