Olena regina d’Abissinia – 2

Nonna Pina si siede, scossa. Olena, preoccupata, lascia le due lottatrici sguazzare nel fango e si avvicina alla vegliarda alla quale la lega un affetto filiale, cementato nei due anni in le ha fatto da badante, infiltrata in casa Rana per sventare le trame di dominio del mondo del nipote Evaristo¹.
«Babushka, voi sente male?» chiede tastandole il polso, riscontrando fortunatamente un battito forte, anche se accelerato dall’agitazione. Intanto James si è avvicinato con un bicchiere di acqua fresca e la Calva Tettuta, sfilato il sombrero dalla testa dello zio Ramon, lo sventola per farle aria, mentre un capannello di invitati si appressa al tavolo, ognuno desideroso di dare una mano e soprattutto dispensare consigli non richiesti.
«Che succede, nonna? Sembra che abbiate visto un fantasma» chiede Gilda, guardandosi intorno per cercare di individuare la presenza del de cuius, il cui spirito vaga inquieto a Villa Rana ma solitamente non va in trasferta.
Nonna Pina fa un gesto di fastidio con le mani per allontanare i curiosi; poi ignorando l’acqua fresca offerta da James abbranca la bottiglia di tequila e se ne versa una dose abbondante.
«Un fantasma… non sei molto lontana dalla realtà. E’ una storia lunga e ve la racconterò ma non oggi, non voglio rovinare questa bella festa con una storia triste» vorrebbe glissare nonna Pina, ma nel frattempo una buona fetta delle invitate, appassionate di telenovelas e di storie tristi, ha spostato le sedie e si è piazzata a semicerchio attorno alla ultracentenaria. Notando un certo assembramento anche l’orchestra si ferma, e il bassista cubano Giorginho Torres è pronto ad estrarre dal fodero la bottiglia di Rum Mathusalem delle grandi occasioni, ma i musicisti vengono subito richiamati all’ordine dal maestro Dieguito Guardatì preoccupato che don Ignacio non versi il saldo di quanto pattuito, indispensabile per pagare la rata in scadenza degli strumenti e soprattutto gli alimenti alla ex-moglie Luana Patacon.
Nonna Pina, vedendo che l’uditorio si è fatto numeroso, e persino Dona Antonieta ha preso posto in prima fila, scrolla la testa.
«E va bene, ma poi non dite che non vi avevo avvisato» dichiara, invitando Olena a sedere vicino a lei; poi inghiotte un sorso generoso di tequila ed inizia il racconto.
«Era il 1935 e l’Italia fascista decise di invadere l’Abissinia. Detto così fa un po’ ridere, anche perché l’Etiopia è grande tre volte l’Italia: comunque Mussolini inviò un esercito per conquistarla e nel giro di nove mesi gli etiopi, coraggiosi ma decisamente meno armati, furono sconfitti anche grazie all’uso spregiudicato di gas come l’iprite e le arsine che tante stragi avevano fatto nelle trincee della Prima Guerra Mondiale ed erano stati messi fuori legge, ma cosa importava ai conquistatori? Io ero giovane, ero arrivata da poco al successo come soubrette e vivevo in un mondo ovattato, ma ricordo che in Italia c’era molta euforia, l’Etiopia era un paese dove esisteva ancora lo schiavismo e ci raccontavano di civilizzazione, di spazio vitale, di posto al sole: Adua era vendicata, e tutto il Corno d’Africa (tranne una piccola parte rimasta agli inglesi) era italiano! Furono commesse innumerevoli atrocità, alla faccia degli italiani brava gente, che raggiunsero il culmine dopo il 19 febbraio 1937, quando due giovani patrioti etiopi lanciarono delle bombe a mano contro un gruppo di autorità italiane tra cui il maresciallo Graziani che dopo la campagna era stato nominato Viceré, che venne ferito seriamente.
Addis Abeba venne allora messa a ferro e fuoco, abitazioni date alle fiamme, gente trascinata per strada e lì trucidata; forse avrete sentito parlare di Debra Libanòs, un grande monastero preso di mira perché si riteneva che appoggiasse i ribelli, dove vennero sterminati tutti i preti, i monaci, i diaconi, gli studenti di teologia, i maestri… ma tutto questo lo scoprimmo anni, decenni più tardi: allora dovevamo costruire l’Impero per la gloria dei Savoia, quei disgraziati, e convincere gli etiopi con le buone o le cattive che il nuovo imperatore Vittorio Emanuele III era meglio del loro. Perché loro un imperatore ce l’avevano già: il Negus neghesti, o re dei re, Hailé Selassié che voleva dire “Potenza della Trinità”.»

«James?» chiama sottovoce Gilda, per non disturbare il racconto.
«Signora?»
«Mi sto perdendo. Chi sarebbe questa Adua, la famosa abissina della canzonetta “aspetta e spera eccetera eccetera”? Che tra l’altro è la sigla del nuovo governo, sbaglio?»
James sorride, indulgente verso le lacune storiche e non solo della sua datrice di lavoro.
«No signora, Adua è una città del nord dell’Etiopia, nella regione del Tigrè, abbastanza vicina all’Eritrea. In questa zona nel 1886 si svolse una battaglia, tristemente famosa, dove l’esercito italiano subì una disastrosa disfatta da parte degli abissini guidati dall’allora imperatore Menelik II. Il mio trisavolo Filiberto vi prese parte ed ebbe la fortuna di tornare a casa sano e salvo ma non fu più lo stesso, pare che di notte si mettesse di vedetta sul tetto del fienile con il suo Carcano modello 91 in attesa dell’arrivo degli abissini. Fu uno scontro impari: gli italiani erano meno di 18.000 compresi 7.000 àscari, soldati indigeni; gli abissini erano circa 120.000 e oltretutto conoscevano bene il terreno, mentre i nostri avevano delle mappe approssimative. Insomma fu un massacro, che ebbe ripercussioni politiche e che oltretutto interruppe le ambizioni coloniali italiane per molto tempo, fino appunto al 1935»

Il lieve russare della Calva Tettuta, alla quale è calata la palpebra complice senz’altro l’abbondante libagione, induce il maggiordomo a sospendere la lezione di storia patria; sfilato un cuscino dallo schienale di una poltroncina lo pone tra il tavolo ed il capo di Gilda e, vedendo che persino i koala si sono seduti ai piedi di nonna Pina, si appresta a seguire il prosieguo del racconto.

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017

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6 pensieri su “Olena regina d’Abissinia – 2

  1. un pezzo di Storia nella storia che cade a fagiolo nel tempo presente. Ah, Gio’ sto imparando più Storia dai tuoi post e dalle avventure di Olena che dal mio professore ai tempi (o forse è proprio che, pur non avendo l’età di nonna Pina, l’ho dimenticata in toto)
    PS: Luana Patacon… mi ha fatto morire, ahah, ma dove li prendi ‘sti nomi?

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  2. Se rinasco faccio il maestro. O il prete? Vedrò lì per lì. Luana Patacon è un’artista a 360 gradi, Dieguito quando lei l’ha lasciato ha passato dei brutti momenti e stava facendo un gesto disperato, voleva iscriversi a Italia Viva. Poi si è scolato una bottiglia di rum e gli è passata, meno male!

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