Olena regina d’Abissinia – 1

“Ho solo una vaga idea di dove approderemo.
Intanto partiamo, poi si vedrà.”
Cristobàl Pallançon, esploratore portoghese, 1512

«E tu, Paio, vuoi prendere come tuo legittimo sposo il qui presente Miguel per amarlo, onorarlo e rispettarlo, in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà finché morte non vi separi?»

Paio Pignola, raggiante nell’abito a sirena realizzato nell’atelier di Jean-Astolphe Girifalchi, in testa una coroncina di perle Akoya, si volta sorridente verso i paggetti che le hanno retto lo strascico durante la marcia nuziale ovvero il piccolo Chico, frutto di una notte d’amore tra Miguel e Conchita la donna barbuta, e due koala suoi amici conosciuti a Villa Rana dove la colonia di cui facevano parte era stata ospite per un lungo periodo quando dei devastanti incendi avevano distrutto il loro habitat in Australia. Torna poi a guardare il suo Miguel, che per l’occasione ha scelto un sobrio completo fucsia con scarpe Cucchiaroni in tinta e camicia senape, rimasto in trepida e preoccupata attesa.
«Sì! Yo lo quiero tambien!»
Un sospiro di felicitazione ma soprattutto di sollievo si leva dagli oltre trecento invitati, seduti su poltroncine in velluto verde poste in file parallele nel cortile dell’hacienda Pedro Pineda di proprietà di don Ignacio, padre di Miguel, invitati che accaldati dal sole marzolino accolgono con soddisfazione la formula finale che spianerà la strada al ricco banchetto:
«Con i poteri conferitomi dallo stato di Zacatecas vi dichiaro marito e mogl… marito e marit… insomma fate voi. Per me siete sposati.»
L’ufficiale di stato civile Aloysio Tamburron, per gli amici Lisetta, delegato dal sindaco di Laguna Seca, conclude così la breve ma toccante cerimonia con la quale i fidanzati di lungo corso coronano il sogno d’amore.
«Evviva gli sposi!» urlano gli invitati entusiasti , gli uomini sventolando i larghi sombreri e le donne gli scialli variopinti; Paio effettua il lancio del bouquet, momento atteso dalle damigelle Pamela e Lulù, nella vita affiatata coppia di lottatrici nel fango, ma eccede in entusiasmo e il mazzo atterra in decima fila in grembo all’anziana zia Candelaria, zitella e perpetua del parroco don Apolinario, che lo accoglie come presagio di buon augurio e si rifiuta di cederlo alle speranzose donzelle.
Don Ignacio, con la pancia trattenuta a stento nell’abito tradizionale, si liscia i mustacchi mentre discute con sua moglie, la rotondetta e baffuta Dona Antonieta:
«Non capisco perché non si sono sposati in chiesa. Chissà che ci avrà trovato quella stangona in quel fregnone di nostro figlio? Comunque spero che arrivi presto qualche nipotino, lei sembra portata, che ne dici moglie?»
Dona Antonieta alza gli occhi al cielo, scoraggiata.
«Ignacio, a guardarti mi verrebbe da dire che se abbiamo fatto un figlio noi può darsi che ci riescano anche loro. Andiamo dagli invitati adesso, prima che quelle cavallette spazzolino tutto il buffet. E non bere come al solito, che diventi ridicolo»
«Porca miseria Antonieta, non cominciare subito a rompere los cojones. Si sposa il nostro unico figlio, quando ci ricapita? Orchestra, attacca con la musica!» ordina don Ignacio al famoso complesso Los Vincisgraçias assoldato per l’occasione.

Le tavolate si animano man mano che le portate si susseguono e vino e pulque¹ scorrono copiosi ; gli ospiti d’onore sono fatti oggetto di mille premure: Gilda, che a coprire la calvizie sfoggia il nuovo turbante in seta Mantero con farfalle stampate, tra assaggi di nachos e sopitos , enchiladas e tamales volteggia in pista dividendosi tra lo zio dello sposo Ramon e il cugino Fulgencio, che la coinvolgono in scatenati huapando, bamba e jarana; Svengard, che dopo un triplete di tequila si è liberato di giacca e camicia, è impegnato in una gara di tiro alla fune contro una decina di ragazzotti del posto, suscitando sguardi di ammirazione unisex; nonna Pina pilucca delle chapulines, cavallette fritte, intingendole nella salsa guacamole e sorseggiando un margarita, godendosi l’esibizione delle due damigelle per le quali è stata allestita una piscinetta piena di melma e che, istigate dalla sposa, hanno avuto la discutibile idea di sfidare Olena la quale, dopo averle immobilizzate, invita il pubblico a schiaffeggiare loro le terga con dei rami di salice piangente; e last but not least James, impeccabile nel suo abito Diego de la Vega, fuma il sigaro offertogli dall’ufficiale di stato civile Tamburron, un Robusto Revolution Ovalado di cui non gli sfugge il nome della marca, Te Amo.

La pace e la serenità della festa vengono disturbate da un uomo a cavallo che varca l’arco del portone dell’hacienda; arrivato nelle vicinanze di don Ignacio scende agilmente di sella ed estrae da un capiente borsone in pelle una busta che gli consegna prontamente. Il padrone di casa ignora la mano protesa in attesa di mance e si dirige, accigliato, verso la destinataria della missiva.
«Mi dispiace disturbarvi ma il postino dice che è urgente, señora. Spero non sia niente di grave»
Gilda, ancora arrossata dopo l’ultimo norteño², guarda allarmata la busta e si rivolge al fido maggiordomo:
«James! James caro, puoi venire un attimo?»
James accorre solerte, lasciando momentaneamente sola Lisetta.
«Desidera, signora?»
«James, che tu sappia abbiamo in sospeso qualche affare con l’Agenzia delle Entrate? I contributi Inps sono a posto? Non vorrei ritrovarmi alle calcagna qualche esattore»
«Che io sappia, signora, non abbiamo pendenze significative. Ci sarebbe quella piccola vertenza con gli addetti all’imbustamento ai quali un quinto dello stipendio è stato pagato in tortelli della linea vegana in scadenza, ma niente di cui preoccuparsi eccessivamente»
«Be’, se è così togliamoci il dente. Chi è che ci scrive, James?»
Mentre don Ignacio, discreto, si allontana, James apre la busta, ne estrae un foglio e lo scorre brevemente.
«E’ lo studio del notaio Bernasconi di Lugano. La convoca in merito ad un testamento»
«Un testamento dici? Sarà morta zia Varna a Serrapetrona, finalmente? Aveva promesso di lasciarmi gli orecchini del suo matrimonio del ’54. Però mi sembra un po’ esagerato metterlo per iscritto con un notaio svizzero, gli sarà costato più del valore degli orecchini»
«Non credo si tratti di questo, signora. Il notaio accenna ad una eredità del Negus»
«Negus, Negus? Il nome non mi dice niente. Sarà mica un parente di Evaristo?» ipotizza la vedova Rana, alludendo al defunto marito. «Nonna Pina?» decide allora di dissipare il dubbio Gilda, agitando un braccio per richiamare l’attenzione della centenaria. «Nonna, conosce per caso un certo Negus? Pare che ci abbia lasciato un’eredità» chiede allora, interpretando come risposta affermativa lo sguardo stupito di nonna Pina, con la bocca rimasta aperta, e il rumore del bicchiere di margarita che le scivola dalle mani e cade in terra rompendosi in mille pezzi.

¹ ll pulque è una bevanda alcolica prodotta dalla fermentazione della linfa dell’agave, tra 5 e 10% di gradazione alcolica. Assieme alla tequila è considerata la bevanda nazionale messicana.
² Un tipo di polca messicana

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13 pensieri su “Olena regina d’Abissinia – 1

  1. Oh dear! I am not a football fan, so I know nothing about this sad or joyful event, whichever way you want to look at it. “Des einen Freud, des anderen Leid”, as they say in German. The proverb means that one and the same thing has two sides: joy for the one side, sadness for the opposite side. Wishing you a good weekend, dear Giorgio. Enjoy it!

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