Tre stelle per Olena – 35

Montesi, con il panciotto dello smoking sbottonato, ancora arrossato dopo l’ultimo giro di fox-trot, siede interrogativo davanti a Palmira, che come niente fosse si è messa a sgranare dei fagioli.
Il maresciallo fatica a inquadrare la situazione; con un cenno della testa indica a Corinaldi lo chef polinesiano in piedi in un angolo della cucina, rivolgendogli un gesto eloquente con la mano destra per chiedere cosa ci faccia quell’omone da quelle parti, ma l’appuntato si stringe nelle spalle, ignaro; perplesso squadra l’aiuto cuoca seduta all’altro capo del tavolo, che piange asciugandosi le lacrime con il zinale, o grembiule che dir si voglia. Infine, considerato che la faccenda sembra andare per le lunghe, si toglie il papillon mettendolo in tasca, allarga il colletto della camicia con un sospiro di soddisfazione, e comincia l’interrogatorio.


«Signora Palmira? Il signor Timu, qua presente, mi ha detto che ha delle dichiarazioni da fare a proposito dell’omicidio. Ho capito bene?»
«Signorina, prego» puntualizza Palmira. «E sì, ha capito bene. L’ho ammazzato io, ma è stato un incidente, non volevo»
Montesi guarda affascinato le mani della donna che continuano velocemente ad aprire i baccelli, estrarre con i pollici i fagioli facendoli cadere in una grande ciotola e buttare le bucce in un secchio. Con tutta la calma di cui è capace si rivolge alla donna:
«Si spieghi meglio, ehm, signorina. Ha ucciso qualcuno? E in che senso è stato un incidente?»
Palmira inspira profondamente, quasi a prendere la rincorsa per il racconto.
«Vede, maresciallo, era un po’ che ci pensavo. Fin da quando avevo capito chi era. Mi ero procurata il veleno, ho aspettato che un concorrente si distraesse, sa, erano tutti gelosissimi dei loro piatti e non facevano avvicinare nessuno, così quando la cinese è venuta in cucina ed ha lasciato il suo tegame incustodito ce l’ho versato dentro. Pensavo che il primo boccone spettasse a lui, invece l’ha preso il presentatore. E’ stato un incidente, gliel’ho detto»
Il maresciallo guarda Corinaldi, che si sta grattando la testa.
«Lei mi sta dicendo che ha avvelenato Borghese, ma è stato uno sbaglio? E chi è che voleva ammazzare, invece?»
«Ma lui, no? Quello antipatico, il francese» dice Palmira, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Ma mica volevo ammazzarlo perché era antipatico, non sono matta, cosa crede.» continua la cuoca, mettendo finalmente da parte la ciotola di fagioli.


«Lo vede quello?» chiede Palmira indicando Amaru. «E’ mio nipote. Sì, lo so, è stato difficile da credere anche per lui, ma si fidi. Sua madre è morta a causa delle radiazioni degli esperimenti atomici dei francesi e americani, e suo padre è stato ammazzato dai servizi segreti francesi. E quelli che l’hanno ammazzato hanno fatto appena un anno di carcere… »
«Alt, alt, per l’amor del cielo, lei mi fa scoppiare la testa! Nipoti improbabili, radiazioni, servizi segreti, ma che storia è questa? Senta, io non ho tempo da perdere, mi faccia il favore» dice Montesi, poggiando le mani sul tavolo per alzarsi e andare via.
«Auguste Trésomarie» lo ferma Palmira, mettendo una mano sopra la sua. «Lui è il figlio di quelli che l’hanno ammazzato. E sono ancora vivi, quei criminali! Volevo far provare anche a loro cosa vuol dire perdere un figlio. Non ci sono riuscita, mi dispiace per Borghese…»
Montesi si risiede, fissando negli occhi Palmira, e trovandovi dentro un dolore antico.
«Vendetta dunque, un classico» afferma Montesi, che per niente convinto chiede:
«Come ha fatto ad avvelenare solo un raviolo?».
«Ma che raviolo, mica sono stata lì a scegliere. Ho buttato il veleno, gli ho dato una girata col cucchiaio e via. Non so perché è finito tutto su un raviolo.»
Montesi, sempre più scettico, insiste ancora:
«Come ha fatto a procurarsi quel veleno, Palmira? Non è roba che si compra al supermercato»
«Figurarsi, veleno per topi se ne trova a bizzeffe qua in villa. Proprio l’altra settimana sono venuti i disinfestatori…»

Montesi scuote la testa, constatando che il racconto non collima con gli eventi, e la conferma ai suoi sospetti gliela fornisce la giovane aiuto cuoca:
«Scusate, posso dire una cosa?» chiede Isolina, tirando su con il naso.
«Se è inerente al caso sì, altrimenti lasci stare signorina» risponde il maresciallo.
«Sì, c’entra, c’entra… vedete, la cinese mi aveva chiesto di tenerle in caldo i ravioli, perché lei doveva fare una faccenda. Mi era sembrato strano, perché il regolamento della gara non permetteva che ci fossero interventi esterni… però la cinese mi promise una mancia, mia zia non c’era, insomma non mi sembrava di fare niente di male… ho messo a scaldare il tegame, però visto che la cinese non tornava sono andata a cercarla. L’ho trovata in cortile, stava parlando fitto fitto con qualcuno che però quando sono arrivata si è allontanato. Quando tornai vidi che il tegame era stato tolto dal fuoco e la zia stava uscendo dalla stanza… ho preso il tegame ma sono inciampata in quel maledetto gatto che gira sempre qui intorno e mi è caduto tutto in terra. Non sapevo come fare, mi avrebbe ammazzata… ho buttato via tutto e ho cucinato altri ravioli. Avevo visto un po’ come facevano, non era difficile. Ho preso i ravioli nostri, quelli pronti in tre minuti, li ho messi in una pentola a pressione con un po’ di brodo di carne e li ho cotti al vapore. Alla fine li ho messi in un altro tegame, speravo che nessuno se ne accorgesse, e l’ho portato personalmente alla cinese»
«Quindi lei mi sta dicendo che i ravioli che sua zia aveva avvelenato li ha buttati?»
«Sì, ma io non lo sapevo… scusa zia» dice Isolina sinceramente dispiaciuta.
«Non deve scusarsi, signorina. Anzi, ha appena salvato sua zia da una accusa di omicidio, anche se preterintenzionale, dovrebbe essere contenta» dice Montesi, sollevato.
«Corinaldi, prendi tu le deposizioni dei signori? Io dovrei tornare da Ines, se non le faccio fare una polca diventa una jena. Ci sentiamo più tardi, rimanete a disposizione. Signori!» saluta Montesi, esibendosi in un perfetto battito di tacchi. Uscito dalla stanza chiude la porta e si rimette il papillon. Poi mentre trattiene il respiro per allacciarsi il panciotto, ripensa a quando invece del panciotto indossava il giubbetto antiproiettile, e copriva le spalle ad un capitano delle truppe scelte russe.


«Olena, per la miseria, ma dove sei finita? Non fare cazzate…» pensa tra sé e sé, prima di tornare al ballo.

25 pensieri su “Tre stelle per Olena – 35

    • Wasted fantasy, Olivia! I had to use It better… But this stories help me, are therapeutic in a certain sense. Mere escape from reality… no care if sometimes seems that I lost the thread… no editor, pure freedom. And, between two episode, a bit of diary and actuality. Actuality that often exceeds the fantasy, unfortunately. Future is impredictable, but don’t appears rosy… Have a good day!

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