Tre stelle per Olena – 34

Amaru scuote la testa, confuso.
«Ancora non capisci, vero?» gli chiede Palmira. «Lo so, non è facile, ma ci arrivo, dammi solo qualche minuto ancora» dice la cuoca alzandosi a controllare il ragù d’agnello che bolle lentamente.
«Isolina, ti ho detto di stare attenta a non farlo attaccare!» rimprovera la nipote, incantata a seguire il racconto, prima di risedersi a tavola.
«Dopo una ventina di giorni cominciai a sentire delle nausee; la signora si accorse dei miei malesseri, io le dissi che forse avevo mangiato qualcosa che mi aveva fatto male, ma lei aveva capito subito di cosa si trattava. Una mattina, invece di andare in farmacia, si fermò e mi chiese senza giri di parole chi era stato, e se i miei lo sapevano. Le raccontai tutto, pregandola di non raccontarlo a nessuno, e di aiutarmi… mi abbracciò, dicendo di non preoccuparsi, che tutto si sarebbe risolto. Pensai che mi avrebbe aiutato ad abortire, a quei tempi c’erano le mammane che facevano quei lavori, ma lei aveva un’altra idea. I suoi genitori avevano una casa al mare, dove passavano l’estate; così chiese ai miei se potessi trasferirmi per qualche mese, per aiutarli: mi avrebbero ricompensato bene, e i miei genitori accettarono senza sospettare niente. Passai un bel periodo, il lavoro era leggero ed i miei padroni erano gentili e premurosi, stavano attenti che non mi stancassi; ogni tanto passava a visitarmi una levatrice, che quando vide che era ormai ora di partorire chiamò la signora, che nel giro di qualche ora arrivò dal paese. Per controllare che stessi bene, e che onorassi il patto fino in fondo»
«Il patto? Che patto?» chiede Amaru, sempre più confuso.
«Lei mi aveva protetta dalla vergogna, dallo scandalo, dai pettegolezzi, ed io avrei partorito il bambino che sarebbe andato ad una coppia che non poteva avere figli. Non mi disse chi erano, mi disse solo che erano suoi amici dell’alta Italia, gente che stava bene, non gli sarebbe mancato niente, io che potevo dargli? Partorii senza problemi, la levatrice ridendo disse che ero portata, ne avrei fatti tanti… ebbi solo il tempo di vedere che era una femmina! Di stringerla al petto e baciarla; spezzai il ciondolo che mi aveva lasciato Torello, e gliene misi metà al collo, con un nastrino preso dalla cuffietta che avevo preparato. Poi mi addormentai, e quando mi risvegliai non c’era più»

Il silenzio seguito alla rivelazione di Palmira viene interrotto da Isolina, che si soffia rumorosamente il naso per ricacciare indietro le lacrime che le scendono copiose.
«Dopo qualche settimana tornai a casa; smisi di andare a servizio, trovai lavoro in una trattoria dove iniziai come sguattera e poi piano piano imparai a cucinare.»
«Ma poi li hai avuti altri figli?» chiede Amaru, commosso anche lui.
«No, sono stata alla larga dagli uomini… per un po’ ho aspettato Torello, che però non è più tornato; qualcuno mi disse di averlo visto in Belgio dove aveva messo su famiglia e faceva il minatore, ma non ho mai indagato. Qualche moscone che mi ronzava intorno c’è stato, ma l’ho sempre scacciato. Stavo bene da sola… ogni tanto pensavo a quella bambina, a come sarebbe stato se l’avessi tenuta con me, ma poi ricacciavo indietro l’idea. Indietro non si torna… finché mi capitò sottomano un giornale con quella fotografia, e il passato mi ripiombò addosso all’improvviso» dice Palmira, indicando la foto che Amaru tiene in mano.
«Questa?» chiede Amaru incredulo. «Ma perché, cosa ha di straordinario?»
«Guardala bene, lo vedi cosa indossa al collo?»
«Al collo? Aspetta… sembra un ciondolo, assomiglia al mio…»
«E’ il tuo, te lo assicuro. Non ne esistono due uguali, era stato cesellato dal nonno di Torello in una trincea della prima guerra mondiale, con un bossolo di cannone austriaco. La vedi? E’ una Madonnina che tiene in braccio il suo figliolo. A lei ho lasciato la Madonnina…»
«Ma non è possibile, deve essere una coincidenza! » sbotta Amaru «Santo cielo, ma non mi vedi? Io sono un maori, come faccio a essere suo figlio? Perché ti sei fissata con questa storia assurda?» protesta ancora il gigante, che scruta tuttavia il volto sorridente nella foto con una strana emozione che gli sale alla gola.

«Oh sì che sei un maori!» conferma Palmira, annuendo. «Se non lo fossi stato sarebbe stato strano, tuo padre lo era. Quel padre che però non hai conosciuto, giusto?»
«Sì, è vero, mio padre era un pescatore, e morì poco prima che nascessi durante una tempesta, ma tu come fai a saperlo?» chiede ancora Amaru, sempre più confuso.
«Non importa come l’ho saputo. Però ti hanno raccontato male la storia, figlio mio. Tuo padre non era un pescatore. Forse si può definire più un aviatore che un pescatore: volava con la fantasia, figurarsi che voleva cambiare il mondo! E ci ha provato, eccome se ci ha provato, insieme a tua madre. Erano due idealisti, ma mica di quelli astratti che scrivono libri, fanno prediche, no, no, loro si rimboccavano le maniche, si opponevano alle ingiustizie, lottavano contro le prepotenze, erano guerrieri! E i guerrieri, quelli puri, di solito muoiono giovani… perché vedi Amaru, quella notte, quando affondarono il Rainbow Warrior, non ci fu solo un morto. Fu ucciso anche tuo padre, e il corpo fatto sparire; tua madre non si diede pace, smosse mari e monti finché le forze non le vennero meno, era incinta di te e iniziava a stare male. Purtroppo aveva assorbito troppe radiazioni nelle campagne precedenti, e si era ammalata di leucemia; i dottori le dissero che non poteva sostenere una gravidanza, ma lei non ne volle sapere. Fece appena in tempo a vederti nascere; l’infermiera che la accudì disse che ti sorrise dicendo che era un’ingiustizia, di lei avevi preso solo le fossette sulle guance; ti mise al collo la collanina col ciondolo che le avevo lasciato io, per riconoscerla se un giorno ci fossimo incontrate: poi iniziò a tossire, e poco dopo morì»

Amaru, vinto dall’emozione, si alza e va verso la finestra, dando le spalle a Palmira e Isolina. Guarda il volto riflesso sul vetro, con quelle fossette e quegli occhi incredibilmente chiari di cui il nonno, che l’aveva accudito fin da piccolo, non gli aveva mai dato una spiegazione, e capisce che quella donna incontrata a 18.500 chilometri da casa gli sta raccontando la verità. Poi si volta, ritorna al tavolo dove è poggiato il ciondolo, finalmente riunito, ed abbraccia la madre di sua madre. Palmira lo abbraccia con tenerezza, accarezzando le spalle poderose che arriva appena a toccare; poi lo sposta di lato, guardandolo negli occhi, e gli dice seria:
«Adesso però devi farmi un favore»
«Se posso, volentieri…» risponde il maori.
«Dovresti chiamarmi il maresciallo Montesi»
«Il maresciallo? Ma perché, è successo ancora qualcosa?» chiede Amaru, preoccupato.
«No, niente. Solo che Borghese l’ho ammazzato io, volevo dirglielo prima che incolpi qualcuno che non c’entra niente»

9 pensieri su “Tre stelle per Olena – 34

    • Too much characters, too much plots and sub-plots… but this Is my way of writing, a big confusion. Originally there was a cooking-show, the announcer was killed: each competitor was suspected. The investigation was conducted by the Marshall Montesi, helped by the beautiful and implacable Olena (russian, former soviet Spy… _ a stereotip_) knowed during an Onu Mission in Bosnia; there are many grotesque dialogue between the characters, specially between Gilda, the owner of Villa Rana, and James, her butler; and some serious flashback, like this of Palmira. By the way, my grandmother was adopted (I never knowed her, died in 1940 and leave three child orphans _ my mother was one of them _) so this is a recurring theme (I wrote a post time ago about this story…). Right now I have a problem: returning to the original plot and unravel the mistery: Who Is the killer? And why? Usually I write a complete story every year, but I am late…

      Piace a 1 persona

    • Me lo dice anche nonna Pina. Che è abbastanza indispettita perché Palmira la sta oscurando. La trama è così fitta che non ricordo più da dove sono partito e dove volevo arrivare. I personaggi non ci capiscono più niente e per la verità nemmeno l’autore. Solo per raccapezzarmi mi serviranno altre dieci puntate, con questi ritmi per Natale sarò ancora al caro amico… vorrà dire che quando ci vedremo dovrò portarti il libro vecchio, quello almeno so com’è andato a finire… 😂

      Piace a 3 people

    • Già, era il 1985, e i servizi francesi affondarono la nave di Greenpeace che voleva bloccare gli esperimenti nucleari, avvicinandosi a Mururoa, come già aveva fatto con gli esperimenti americani. Fu una porcata; morì un fotografo, che dopo la prima esplosione (misero due bombe) salì a bordo per recuperare la sua attrezzatura. I responsabili materiali fecero sì e no un anno di carcere, del resto erano ben altri quelli che avrebbero dovuto pagare. Ma Palmira non dimentica… 😉

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...