Tre stelle per Olena – 30

Amaru Timu stenta a comprendere quello che l’anziana cuoca gli sta dicendo.
«Mia madre? Ma è assurdo, come fai a sostenere una cosa del genere, non mi vedi? Io sono maori, tua figlia è…» dice indicando la fotografia, con una strana inquietudine che gli sale alla gola.
Palmira lo guarda con tenerezza, cogliendo lo smarrimento negli occhi del gigante.
«Lascia che ti racconti questa storia, poi deciderai tu stesso se è assurda o meno» risponde Palmira, prima di iniziare il suo racconto.
«Sono nata nel 1949, mio padre volle chiamarmi Palmira perché l’anno prima c’era stato l’attentato a Palmiro Togliatti, il capo del Partito Comunista Italiano. I miei erano contadini, la vita era dura, non c’erano mica tutte le macchine che ci sono adesso, e noi bambini cominciavamo presto ad aiutare dove c’era bisogno, nei campi, nella stalla, nell’orto… adesso lo chiamano lavoro minorile, che fortunati. Da ragazzina mia madre per tirar su qualche soldo mi mandava a vendere le uova in paese; ero caruccia ed educata, così la moglie del farmacista mi notò e siccome aveva bisogno di qualcuno che tenesse in ordine la casa e curasse il bambino ed io ero già pratica con i miei fratelli, chiese ai miei genitori se potessi andare da loro qualche ora al giorno. Così, senza nemmeno chiedermi se io fossi d’accordo, i miei dissero di sì e così dalla settimana dopo iniziai ad andare a casa loro. In realtà io ero ben contenta, figurarsi, i signori erano molto gentili, il lavoro per niente faticoso, mi sentivo quasi in vacanza. Piano piano mi chiesero anche di fare qualche commissione, andare al mercato, consegnare qualche medicina a qualche anziano che faceva fatica a muoversi… per me era tutta una scoperta, abituata alla campagna la vita di paese mi sembrava tutta diversa, mi sentivo quasi una signora… mi davano solo un po’ fastidio, quando mi capitava di passare davanti al bar della piazza, gli sguardi degli uomini che stavano seduti ai tavolini a bere e giocare a carte, o dei ragazzi che facevano battutine parlando sempre a voce troppo alta. Tra questi però ce n’era uno che mi piaceva, e ogni volta che mi capitava di incrociarne lo sguardo mi faceva arrossire»
«Un giorno, mentre tornavo a casa dopo aver fatto la spesa, me lo trovai davanti nel vicolo che portava alla casa dei farmacisti. Mi sentivo il cuore in gola, e ricordo che mi guardai intorno per vedere se ci fosse qualcuno, ma eravamo soli… mi si avvicinò sorridendo, aveva qualche anno più di me, moro, abbronzato… mi disse solo: “Lo sai che Palmira era soprannominata la Sposa del Deserto?” Io rimasi inebetita, non mi aspettavo che mi rivolgesse la parola, non sapevo di che stava parlando e non sapevo nemmeno come facesse a sapere il mio nome. Arrossii come un peperone, e balbettai un “No” chiedendomi chi fosse la Palmira di cui parlava e cercando di scansarlo, ma si era messo davanti e non mi lasciava passare. Continuò a parlare: “Palmira deriva da palma, dalle palme delle oasi attorno a cui sorgeva la città… ci passavano le carovane che attraversavano la Siria, era una città importantissima, un regno addirittura”. Alzai gli occhi e vidi che stava sorridendo, mi stava prendendo in giro, parlava di una città, non di una donna! Allora presi un po’ di coraggio ed a mia volta gli chiesi: “E Torello allora da che deriva?”. Vidi che rimase colpito, non pensava che conoscessi il suo nome… sorrise ancora di più, e mi rispose “Quando sono nato pesavo 4 chili e duecento grammi, mi hanno chiamato Salvatore, come mio nonno, ma quando il prete mi ha battezzato si è mise a ridere “Salvatore Salvatorello… torello di nome e di fatto!” e da allora per tutti sono rimasto torello”. Poi si avvicinò ancora di più, sentivo il profumo della brillantina che aveva nei capelli, mi sentivo morire… mi chiese “Ti dispiace se quando torni a casa ti accompagno per un pezzo?” in un modo che non seppi dire di no… così da quel giorno mi aspettava fuori dalle mura del paese, e mi accompagnava fino alla stradone di casa mia, e facevamo la strada insieme stando attenti che nessuno ci vedesse insieme perché si sa, le voci corrono…»
«E brava Palmira» la canzona Amaru. «Quindi aveva un fidanzato… continuo però a non capire cosa c’entro io in tutto questo»
Palmira alza un braccio, a frenarne l’impazienza.
«Se hai ancora un attimo di pazienza, capirai»

«Porco mondo, quella pollastra mi sta facendo andare via di testa. Non capisco, non mi era mai successo…»
Fiona, la cavalla, si scrolla di dosso i rametti spezzati del cespuglio nel quale i due amanti clandestini si sono rifugiati.
«Non preoccuparti Flettino, sono cose che capitano…» dice muovendo la lunga coda.
«No che non capitano! O almeno, a me non era mai capitato, non sono mica un parrocchetto!» dice l’Ara Macao padano, con stizza.
«E va bene, non farne una tragedia adesso. Anzi, sai che ti dico: è meglio così»
«Meglio così un corno, non abbiamo fatto niente!» strepita il pappagallo innervosito.
«Appunto, non abbiamo fatto niente. Così almeno non dobbiamo sentirci in colpa con la povera Kocca, non l’abbiamo tradita. Non ti senti meglio?» chiede la cavalla, sbocconcellando un ciuffo d’erba.
«Sentirci in colpa, stare meglio? Ma che diamine stai dicendo, pezzo di equina, quella mi cornifica H24 e io dovrei sentirmi meglio se non riesco a renderle la pariglia almeno una volta? Ma questo è un mondo a rovescio!» arruffa le penne Flettàx.
«Allora venivi con me solo per ripicca!» lo attacca la cavalla. «Non era vero niente che ti affascinava il mio mantello, il mio incedere regale e la forma artistica dei miei quarti posteriori! Sei un bugiardo!» nitrisce Fiona, sdegnata.
«Ma no, non prenderla così… i tuoi quarti posteriori tra l’altro sono notevoli. Quello che volevo dire è che se lei vuole l’amore libero renderle pan per focaccia non è nemmeno da considerare tradimento» argomenta il pennuto, non rendendosi conto di aggravare la propria posizione.
«Ha ragione Kocca a metterti le corna, te le meriti tutte! Sei solo un prepotente, un maschilista, un buzzurro, un vanitoso, e pure impotente! Sei… sei… sei… una cocorita!» lo apostrofa Fiona, andandosene ondeggiando e lasciandolo a becco aperto.
Flettàx, inebetito dall’enormità dell’offesa, stenta a riprendere fiato, poi infine recupera un po’ dell’antico orgoglio e grida dietro alla cavalla:
«Brava, vattene, vattene, è meglio per te! Ronzina spelacchiata, porta il tuo tafanario lontano dal mio becco! E per tua norma e regola, io non sono per niente vanitoso!» garrisce il pappagallo sovranista, gonfiando le penne del petto.

15 pensieri su “Tre stelle per Olena – 30

    • Buona notte a te, sono appena tornato dal corso di danze popolari, sono una vera schiappa, tra l’altro stasera abbiamo sfiorato la tragedia, una è caduta mentre ballavamo… per fortuna non era con me, c’è l’avrei avuta sulla coscienza! 😂 Questi animali in effetti sono un po’ scurrili. Bisogna capirli, lo lasciano allo stato brado! Dovrò decidermi a dargli una fine a questo racconto, ormai non ha più ne capo ne coda… 😇

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      • 😂 Giò le code ci sono, le teste “de cavolo” pure .
        E tu sbrogliarai la matassa intanto è divertente il filo conduttore tra tanto grigio piombo , è una tragedia insomma . veramente Potrebbe esserci un finale su questa scia …Tragicomico… Bo !
        Che ne so io … sei tu l’ideatore, lo scrittore ! Io sto solo dilagando ,pardon ,divagando …Ciao ☮️

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