Tre stelle per Olena – 23

«Svengard Sundström, dove credi di andare?»

Nell’oscurità della sera l’aitante Svengard, che si dirige circospetto verso il torrente che scorre ai limiti del parco, sobbalza al richiamo inaspettato.
«Perché sei vestito da marinaretto? Non mi risulta che sia in corso un ballo in maschera. E quella? Intendi portare anche lei? Fareste una bella coppia, in effetti» continua la voce, riferendosi alla canoa che l’uomo tiene alta sopra la testa con entrambe le mani.
Liza Maelström, la giovane chef svedese, emerge dall’ombra, vestita semplicemente con un paio di jeans ed una maglia girocollo bianca, con in mano un lungo coltello da pesce.
Svengard, memore delle raccomandazioni di sua nonna che gli sconsigliava di discutere con una donna che impugna un coltello, men che meno se è da pesce, indietreggia indeciso se darsela a gambe o tirare la canoa addosso alla sua connazionale.
«O intendevi forse svignartela?» continua Liza divertita, controllando il filo della lama. «Tsk, tsk, cattivo bambino. La tua bella ti sta aspettando dentro, e tu avresti il coraggio di abbandonarla così, senza nemmeno un saluto? Ah già, ma tu sei esperto in queste cose, non è vero? A proposito, come mai sei qui solo, senza i tuoi compagni di bisbocce? Non mi dire che ti hanno lasciato anche stavolta con il cerino in mano…»
Svengard, timoroso, poggia la canoa a terra, sempre mantenendosi a distanza di sicurezza, poi con le braccia tese avanti a sé ed i palmi delle mani bene in vista risponde alla donna:
«Liza, ehm, potresti posare quel coltello? Capisco che sei ancora arrabbiata, ma non potremmo parlare da persone civili? E’passato tanto tempo, e io…» cerca di giustificarsi il vichingo, interrotto dalla chef.
«Coltello? Ah, dici questo? Scusa, lo porto sempre con me, ho appena finito di squamare le aringhe. E poi sai, non si sa mai che brutti incontri si possono fare…» continua Liza guardandolo ammiccando. «Comunque, se proprio ti dà fastidio lo metto via, ecco qua» conclude buttandolo nel torrente dove Svengard avrebbe voluto calare la canoa.
«Liza, fammi spiegare, è stato solo uno scherzo… pesante, lo ammetto, ma non volevamo farti soffrire…»
La svedese si ferma, colpita. Rimane qualche secondo immobile, poi pian piano inizia a ridere, finché la risata diventa irrefrenabile.
«Ah, ah, soffrire… soffrire? Per tutto questo tempo avete creduto questo, tu e i tuoi amici svitati?» chiede Liza, tenendosi la pancia dalle risate.
Svengard guarda la donna scompisciarsi, chiedendosi se per caso non le fosse dato di volta il cervello, poi chiede sconcertato:
«Quindi non sei arrabbiata con noi?»

Alla domanda Liza scoppia in una risata ancora più forte finché, riuscendo finalmente a riprendersi, risponde.
«Quindi è questo quello che avete pensato da allora? Che carini che siete. E dimmi un po’, è per questo che avete messo la boccetta di veleno nel mio armadietto? Questo però non mi pare molto carino. Volevate liberarvi di me?»
«Di che boccetta parli?» protesta Svengard. «Noi non c’entriamo niente! I gemelli se ne sono andati, se no te lo confermerebbero anche loro»
«Se ne sono andati? Che peccato, avremmo potuto brindare ai vecchi tempi, fuori uno dentro l’altro, che pacchia, non è vero Sven? Be’ certo per te sarebbe potuto essere imbarazzante, non so se la signora Rana avrebbe approvato»
«Liza ti prego, farò quello che vuoi, ma lascia fuori Gilda da questa storia!» supplica il nerboruto norreno, allarmato. Liza lo guarda come se lo vedesse per la prima volta:
«Ma davvero pensavate che non mi fossi accorta di niente? Santo cielo, allora siete pure più scemi di quello che pensavo» afferma scuotendo la testa, incredula.
Svengard, confuso, si gratta la testa e si siede su uno dei tronchi da lui abbattuti a colpi di ascia nel corso della ginnastica mattutina.

«Tu sapevi? E da quanto? E perché non hai detto niente?»
«Ma perché avrei dovuto dire qualcosa?» ribatte la chef. «Era così comodo! Ci divertivamo, facevo l’amore tutte le sere, non avevo certo da lamentarmi. Poi quando i due furboni hanno cominciato a perdere colpi ho attaccato con te, e devo dire caro mio che tre è il numero perfetto. Non ho mai capito perché accidenti siete scappati così, da un momento all’altro, andava tutto così bene!»
«Ma come bene? Liza, tu volevi sposare Uppallo I !» protesta Svengard, accorato.
«Uffa, come siete noiosi voi uomini. Uppallo I, Uppallo IV, avrei sposato anche te, ma che differenza avrebbe fatto? Avremmo potuto continuare come prima, solo molto più comodi. E poi magari avrei potuto cercarmi anche un amante» ridacchia Liza, maliziosa.
«Quindi non sei venuta a cercarci per vendicarti?» chiede lo svedese, definitivamente sconcertato.

«Per vendicarmi? E di che, è stato il periodo più bello della mia vita! Sono rimasta sorpresa quando vi ho rivisti qua, lo ammetto, e magari una spaventatina ve l’avrei data volentieri ma quei cagasotto se la sono data, mi avete tolto tutto il gusto» conclude Liza con un pizzico di delusione nella voce.
«E allora che sei venuta a fare?» chiede il compagno della padrona di casa, ormai nel pallone.
«Ma che dovevo venire a fare? Santo cielo, Sven, sono una chef! Il povero Turchese è capitato l’anno scorso nel mio ristorante, ci siamo conosciuti, siamo andati a let… ehm, abbiamo fatto amicizia, e mi ha invitato nel suo programma. Sono venuta per vincere la gara, chi se ne frega di voi! »
Svengard si alza lentamente, con la testa china, e si rivolge a Liza in un sussurro.
«Scusaci Liza, siamo stati degli stupidi»
«Sì, lo so, non c’è bisogno di ribadirlo. Adesso Sven ti consiglierei di andare a cambiarti al più presto e raggiungere la tua donna. Dimmi, avete fatto anche a lei lo scherzetto? No, eh? Ci credo, quella non è mica accomodante come me, vi avrebbe strappato le palle, le avrebbe trifolate e messe in uno dei suoi ripieni mari e monti. Vai, vai…» conclude Liza sospirando mentre Svengard, sollevato, saltella a piedi nudi verso la villa.

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