Tre stelle per Olena – 15

Nella grande cucina di Villa Rana c’è fermento, agitazione, nervosismo. Quattro anzi cinque chef stellati discutono animatamente in un angolo mentre Palmira, la cuoca di casa, spignatta per tutti borbottando.
La voce stridula di Auguste Trésomarie sovrasta le altre:
«Questo è un abuso di potere, non possono trattenerci ancora qua! Hanno già preso l’assassina, cosa aspettano a rilasciarci? Io ho il mio ristorante da portare avanti, i miei clienti mi reclamano!» proclama il francese indignato.
«Non sei mica l’unico ad avere un ristorante da portare avanti» lo rintuzza Ahmed Marrakech «se poi vogliamo chiamarlo ristorante. I clienti li spenni, più che dargli da mangiare»
«La mia clientela non si accontenta certo di semolino con qualche pezzetto di verdura come in certe locanducce di mia conoscenza» risponde piccato Trésomarie «La qualità si paga, caro mio!»
«Sì, la qualità, ma fammi il piacere. Comunque una volta tanto sono d’accordo con te: è una vera indecenza che ancora non ci lascino andare! Insomma, sono stato invitato per partecipare a questo show, l’ho fatto anche volentieri perché insomma, si tratta sempre di pubblicità, ma adesso mi pare che il gioco stia durando un po’ troppo! Sapete che vi dico? Io appena posso scappo e me ne torno a Marrakech, al diavolo il contratto ed i ravioli!»
«E come faresti?» lo canzona Liza Maelström, la svedese. «Se riesci a superare il servizio di sorveglianza della russa, accomodati… io invece penso che la pubblicità non sia mai troppa, meglio positiva, è ovvio, ma anche questa alla fine non ci nuocerà… Sapete che vi dico? Che se anche è stata Li Wok, a noi converrebbe che la verità venisse scoperta il più tardi possibile, anzi meglio se non venisse scoperta affatto. Il fascino del mistero, il brivido, la morbosità, i clienti faranno la fila per poter venire nei nostri locali, per capire se siamo degli assassini…»
«Oh, in quanto a questo tu lo sei di sicuro, carina» la interrompe Joao do Patimento, il brasiliano.
«Che vuoi dire? Stai attento a quello che dici, o ti affogo in una delle tue pentole di fagioli!» lo minaccia la svedese.
«Voglio dire, carina, che con le tue aringhe hai stufato. Aringhe a pranzo, a cena, a merenda, a colazione! La gente dopo che è venuta a mangiare da te muore sì, ma di noia!»
«Non ti permettere, sai?» si inalbera Liza. «E poi parla lui, che mette i fagioli dappertutto. Ritira immediatamente quello che hai detto o io…» e così dicendo la svedese, col viso arrossato, avanza minacciosa verso il brasiliano.
«Ti avverto, carina, sono Formado in Capoeira¹, non provare a toccarmi!» dice Joao alla svedese che lo sovrasta in altezza di una buona spanna.
«Ehi, buoni, buoni!» li ferma Amaru Timu, il maori, frapponendosi fra i due.
«E’ inutile che ci mettiamo a litigare tra di noi. E’ frustrante stare qui ad aspettare, ma non pensate che possa essere anche per la nostra sicurezza? Potrebbe anche esserci in giro un pazzo che ha deciso di ucciderci tutti, per quello che ne sappiamo!»
«Perché dici questo?» chiede Trésomarie, preoccupato. «Hai qualche informazione che non abbiamo? Se è così devi dircelo, perché non possiamo rimanere con le mani in mano se l’assassino è ancora qui intorno!»

«Ao’, e ammó basta, eh! Ve volete mette a fadiga’, che fra un po’ è ora de cena?»
Palmira Rosticini, settantenne minuta madrina di battesimo di Gilda, che l’ha voluta a servizio strappandola alla tranquillità della sua Serrapetrona dove cucinava per il ricovero degli anziani pietanze così gustose che i vecchietti rimanevano attaccati alla vita fino all’inverosimile, li interrompe brandendo un matterello, spazientita.
«A proposito de sta’ con le mani in mano, fatevela finita de chiacchierà e venete a da’ na ma’! Tu, signorina, affetta la cipolla, marsh! Francese, tu rosola l’agli, duvristi sapello fa’, no? Lu mettete dapertutto l’agliu, voantri francesi. Tu, capoeira, pulisci li fascioli visto che te piace tanto. E tu, marocco, va’ a pela’ le patate»
«Perché io devo pelare le patate?» protesta Marrakech. «Io sono uno chef, non sono uno sguattero. Io faccio il cus cus! Questo è razzismo!»
«O negus, se pronunci ancora quella parola te cionco, sappilo! Dentro la cucina mia non esiste ne bianchi ne niri, c’è solo lavoratori e scansafadighe, e tu me pare proprio che fai parte de quist’urtimi! Tu peli le patate perché te lo dico io, perché se no te ‘rria su la testa ‘stu rasagnolu², me so’ spiegata?»
Ahmed, convinto, si accinge a pulire le patate, mentre Amaru, rimasto fino a quel momento in disparte, si alza e chiede, timoroso:
«E io? Che faccio, io?»
Palmira squadra il gigante che ha davanti che gli ricorda il compianto marito Torello scomparso in viaggio di nozze, scomparso nel senso che era sparito senza più dare notizie; i maligni sostenevano che si fosse allontanato volontariamente, i più maligni ancora che fosse stata Palmira a suggerirgli di sparire senza farsi più vedere appena scoperto che in viaggio di nozze si era portato anche l’amante. La cuoca pensosa si sofferma sulle spalle, sui muscoli delle braccia e sulle mani del maori, poi annuisce e risponde:
«Tu, che si’ granne e grossu veni co mme alla cella frigorifera. C’è da ‘ncollasse una pacca de manzu¹, de solito lo faccio da sola, ma stasera sento un dulurittu a an ginocchiu. Te dispiace?»

¹ Maestro di Capoeira, l’arte marziale brasiliano misto tra lotta e danza.
² Matterello.
³ Quarto di manzo.

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