Tre stelle per Olena – 5

«Svengard, fratello, compagno di scorribande su e giù per i sette mari, come ti saltano in mente certe idee? Di certo il peso dell’elmo cornuto che hai portato in testa per troppo tempo si fa sentire. Ti dico che è una coincidenza!»
Seduto su un tronco posato sulla riva del ruscello che costeggia il bosco che ricopre un’ampia area della tenuta Uppallo I, il cantante norreno autore con il gemello minore Uppallo IV di canzoni popolari come Bejublad Äpplarö e Skarpö Brusen Ingmarsö¹, cerca di rassicurare l’agitato amico.
«Ma quale coincidenza, quella è venuta qua apposta, altroché! Ce l’ha ancora con voi, e lo credo bene dopo lo scherzo che le avete tirato!» insiste l’amico, con i lunghi capelli biondi scarmigliati dal vento.
«Se non avessimo esplorato insieme tutti i fiordi della Norvegia penserei che tu abbia dimenticato il vecchio detto vichingo “acqua passata non macina più”. Sono passati più di due anni…» minimizza il cantautore.
«Acqua passata un corno di bue muschiato! Il veleno l’hanno trovato proprio nel suo armadietto e non credo che ci volesse condire le aringhe. Dovete andarvene!»
«Ma chiunque avrebbe potuto metterlo lì, quegli armadietti sono chiusi con un lucchettino, basta una forcina per aprirlo. E poi la polizia ha detto di non allontanarsi» fa notare Uppallo I, esperto di effrazioni ma ligio alle regole.
«Tu pensala pure come ti pare, ma io ti dico che se siete furbi dovete stare lontani da quella donna come farò io, perché quella per colpa vostra ce l’ha anche con me!» e così dicendo Svengard si alza, abbranca il tronco lasciando appena il tempo al cantante di scendere e lo getta di slancio dall’altra parte del corso d’acqua.

Consumata con soddisfazione l’energetica colazione Gilda si dirige verso il suo Santa Sanctorum, dove la pratica di assumere tisane a base di erbe di mellifrace la sospinge con regolarità e dove nessuno è ammesso tranne l’anziana balia Serafina che l’ha vista nascere. Riscontrando una certa urgenza accelera il passo tacchettando sulle pantofole rosa, riuscendo comunque a scambiare qualche altro parere sulla serata precedente.
«James, chi ha scelto i candidati di quest’anno? Saranno dei bravi cuochi, ma certo non brillano per simpatia. Oddio, anche come cuochi non è che si siano sprecati: aringhe, cous cous, fagioli… e quell’altro, quel marcantonio di aborigeno, te lo raccomando. Per fortuna non ha portato il boomerang!»
«Il signor Timu è di origine māori, signora, il suo popolo per la caccia preferisce usare mazze ricavate da ossa di balena. Erano gli abitanti originari della Nuova Zelanda prima che arrivassero i coloni, li sottomettessero e li aggregassero alla Corona Inglese. Gli aborigeni abitavano invece l’Australia e…»
«James sei un divulgatore straordinario e starei volentieri ad ascoltare la tua puntata di Superquark» lo interrompe la Calva Tettuta, alla quale una fitta consiglia di accelerare il passo. «Mettiti in stand-bye, continuiamo più tardi. Potresti sondare con il māori se sa giocare a rugby? Vorrei ingaggiarlo per insegnare la haka² ai capiturno del pastificio, pensi che possa avere problemi sindacali?»

Dopo un breve stacchetto pubblicitario in cui vengono illustrate le proprietà benefiche di un preparato contro gonfiori intestinali e flatulenze, Alessandro Turchese riprende la presentazione:
«Signore e signori, una novità assoluta per il nostro concorso: dalla Nuova Zelanda, Amaru Timu! Amaru appartiene al popolo māori, pensate che discende addirittura dal capo Rewi Manga Maniopato che nel 1863 combattè contro gli inglesi. Amaru gira la Nuova Zelanda con il suo ristorante mobile, lo Hau Hau³, proponendo piatti della tradizione come l’Hangi di carne e verdure, o la Paua, la prelibata lumaca di mare, in brodo. Amaru, tu che sei considerato un ambasciatore della vostra cultura, potresti togliermi una curiosità?» chiede Turchese, con finto candore.
«Dici bene Alessandro, tramite i nostri piatti mi onoro di veicolare la nostra storia e la nostra cultura, che si impernia sull’amicizia tra i popoli e la tolleranza: sarò perciò lieto di rispondere alle tue domande» risponde il gigante dalla pelle bruna con un inchino.
«Mi domandavo, Amaru, e sono sicuro che anche i nostri spettatori se lo chiedano: visto che per preparare il vostro Hangi è necessaria una buca scavata nel terreno, come fate in scittà?» sogghigna il presentatore, suscitando l’ilarità del pubblico. Il fiero indigeno si erge in tutta la sua altezza e risponde con calma, mentre Turchese fa qualche passo indietro mettendosi a distanza di sicurezza.
«Ti ringrazio della domanda, Alessandro, che mi permette di chiarire un punto fondamentale della nostra cucina. Ma prima devo fare una premessa, e cioè che mio nonno Tangaroa mi ha sconsigliato di partecipare a questo concorso, perché sostiene che non avreste capito una mazza delle nostre usanze e pietanze. Ah, anche che il conduttore è un deficiente dice mio nonno, affermazione alla quale non ho ovviamente dato credito. Fino ad ora. Comunque, se proprio lo vuoi sapere, prendiamo un martello pneumatico e facciamo un buco nell’asfalto» conclude Amaru, seraficamente.
«Ehm, grazie Amaru. Vuoi presentarsci il tuo piatto?» taglia corto Turchese, rimanendo a distanza.
«Volentieri, sono qui apposta. La mia creazione sono gli agnolotti ripieni di kiwi ripieni di kiwi»
«In che senso, scusa?» chiede il presentatore, confuso.
«Nel senso che gli agnolotti sono ripieni di kiwi ed i kiwi sono ripieni di kiwi. Non è difficile capirlo, se uno ha un QI appena nella media» risponde Amaru, che comincia ad innervosirsi. «Mio nonno mi aveva avvisato che nel vecchio mondo siete de coccio, ma non immaginavo tanto. Il kiwi, hai presente il kiwi? L’uccello col becco lungo. Viene farcito con il kiwi frutto, il frutto, quello verde. V-E-R-D-E. Entrambi formano il ripieno per gli agnolotti. Ti è chiaro adesso?» chiude il māori, avviandosi verso la sua postazione scuotendo la testa.

¹ Obladì Obladà e Pa’ diglielo a Ma’.
² La Haka è una danza tipica māori resa celebre dagli All Blacks, la nazionale di rugby neozelandese.
³ Pace e Bene in lingua māori.

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