Olena à Paris – epilogo

A Buenos Aires, e precisamente nello storico quartiere di San Telmo, è in corso una importante cerimonia a cui partecipano il ministro dei Beni Culturali Ramon Diaz, il governatore Fulgencio Sbandado, il sindaco Nestor Figueroa Alcorta, il vescovo Guillermo Colasanto ed altri esponenti politici, imprenditoriali e del mondo dello spettacolo e della cultura. L’occasione per il raduno è data dall’inaugurazione, a pochi passi dal MALBA, il Museo d’arte moderna latinoamericana, del nuovo Museo RANONE, progettato dall’archistar Alexandro Ciavapedra, che in onore delle committenti ha progettato un edificio a forma di vasetto di yogurt rovesciato al centro di un enorme tortellino.
L’evento, trasmesso in diretta dalla Televisión Pública, riguarda appunto l’apertura dell’avveniristico spazio multifunzionale destinato ad ospitare le opere d’arte ritrovate rocambolescamente in territorio argentino e che le due promotrici, Gilda Rana e Antonietta Talnone, hanno voluto dedicare alla memoria dei compianti mariti.
Gilda, appena conclusa l’intervista con l’anziano giornalista Bruno Mosquito, più interessato alla sua scollatura che alle sue dichiarazioni, scende dal palco dove l’orchestra “Las Vincisgraçias” sta accordando gli strumenti per il ballo che seguirà e si dirige al suo posto, aggrappandosi al braccio che l’elegante e premuroso accompagnatore gli tende.
«James, caro, come me la sono cavata, ti sono sembrata abbastanza compìta? Ho infilato quelle due paroline, come mi avevi suggerito, e mi è parso che perfino l’assessore approvasse, quel macaco, anche se in privato mi ha chiesto se non fosse possibile aggiungere al progetto un centro massaggi e una sauna. Gli ho detto che devo pensarci, tu pensi sia abbastanza multifunzionale?» chiede la Calva Tettuta, distribuendo sorrisi agli astanti.
«Accogliente ed inclusivo è un passepartout per tutte le situazioni, signora. In quanto alla sauna lascerei decantare la cosa, se posso permettermi. Le amicizie nate in quegli ambienti non sono delle più solide» risponde James, ripensando con un brivido ad un capanno nella tundra dove qualche anno prima si era trovato a tu per tu con Dimitri, il domatore di elefanti del circo Nikulin.
«A proposito James, sai che quegli occhiali ti donano? Il colore della montatura si intona con l’ematoma all’occhio destro. Ti hanno maltrattato quei bruti a Parigi? Ma quella ragazzotta, l’amica di Natascia, li ha sistemati per le feste. Peccato tu ti sia perso la scena madre, ma dov’eri finito? Siamo stati in pensiero»
«Desolato di avere involontariamente arrecato preoccupazione, signora, ma ho avuto un piccolo contrattempo. Vede, Serge…»
«Il tuo amico battitore?»
«Precisamente, signora. E’ stato quando gli ho confessato che non avrebbe avuto l’esclusiva per la vendita dei quadri, non l’ha presa molto bene. Mi ha dato dello spergiuro, del traditore, del matto da legare, finché non è passato alle offese inaccettabili»
«Davvero, James? Sembrava un armeno così a modo, chi l’avrebbe detto. Ma cosa ti ha detto, di preciso?» chiede Gilda, partecipe.
«Ha sostenuto _ faccio fatica a ripeterlo _ che ha visto attaccapanni più eleganti di me, il mio stilista dovrebbe essere carcerato e bisognerebbe istituire una lista nera di tutti i suoi clienti. Ed inoltre, e questo è quello che più mi ha fatto male, che il caffè che preparo è merde»
Gilda sbarra gli occhi e porta una mano alla bocca, inorridita dal racconto e commossa dalla lacrima che spunta dall’angolo dell’occhio pesto del suo maggiordomo.

«Oh, Gilda, eccoti qua, vieni, siedi vicino a me cara» li interrompe Antonietta Talnone, che affranta sorseggia un calice di Cruzat «Lascia che ti ringrazi ancora, non so cosa avrei fatto senza di te. Detto tra noi poi, quest’idea del museo è geniale: una pubblicità planetaria, sgravi fiscali per decenni, e diritti di sfruttamento di immagine… ho già dato disposizioni al nostro marketing di lanciare il Roquefort Caravaggio, ammuffito tre anni, sarà un successone!»
Gilda rabbrividisce all’idea e si affretta a ingollare a sua volta un calice dello spumante argentino, rimpiangendo peraltro il Franciacorta di casa; poi si stringe alla fresca vedova, e le confessa:
«In realtà l’idea non è stata mia, Antonietta. Lo vedi quello? » dice indicando una macchia variopinta.
«Ma chi, il pappagallo?» chiede Antonietta, sorpresa.
«Sshh, per l’amor del cielo, non farti sentire, è di un permaloso… Si chiama Flettàx, ma vuol essere chiamato Dottore. Pensa che una volta era un sovranista, poi ha avuto una crisi mistica ed è diventato commercialista. Ad essere sincera lo preferivo prima, era molto più divertente, anche se si rende molto utile. Per farlo divagare un po’ l’ho portato a vedere l’Amazzonia dove è nato, non si sa mai trovi la fidanzata»
«Ma Gilda, qui in Argentina non c’è l’Amazzonia, quella è in Brasile. Qui c’è la Patagonia» la corregge la francese, più ferrata in geografia.
«Ama, Pata, non stiamo a sottilizzare Antonietta. Ma piuttosto» e qui la Calva Tettuta avvicina il viso a quello della vedova Talnone, e abbassa la voce «hai avuto problemi dopo… l’incidente?»
«Assolutamente, tutto a posto. Le tue ragazze hanno fatto un lavoro perfetto: le impronte sulla pistola erano già quelle di Carlos, sul fucile hanno messo quelle di mio marito; le registrazioni delle telecamere di sicurezza sono state tutte cancellate, le nostre tracce nella stanza ripulite e l’ufficio messo a soqquadro a regola d’arte. Aggiungi che il capo della polizia è un mio caro amico e tutti gli anni faccio generose donazioni all’associazione delle famiglie dei caduti in servizio e insomma, il caso è chiuso. Sono libera come l’aria!»
«Libera, insomma… adesso ti toccherà prendere in mano le redini dell’azienda, ti assorbirà un sacco di tempo… » dice Gilda, ripensando alla sua esperienza.
«Non ci penso nemmeno!» risponde Antonietta, alzando le mani come ad allontanare un pericolo. «Hai presente la segretaria, Geneviéve, quella bruttarella? Lei conosce la ditta meglio di chiunque altro, ed erano anni che mio marito faceva fare a lei tutto il lavoro che avrebbe dovuto fare lui. Poverina, era innamorata, chissà quanto ha sofferto sperando che arrivasse il suo turno di essere sdraiata sul divano, ma ogni volta c’era una Chantal o una Juliette che aveva la precedenza. L’ho nominata direttore generale, ho fatto bene?» chiede la fresca vedova, guardandosi intorno con interesse.
«Furba! Hai fatto benissimo, così finalmente potrai dedicare del tempo a te stessa… ma c’è qualcosa che non va, cara?» chiede Gilda, vedendo l’amica distratta.
«Come? Ah, no, no… senti Gilda, pensi che qualcuno avrà da ridire se mi allontanassi per, diciamo, un paio d’ore? Sento che sto per avere un mancamento»
«Ti senti male Antonietta? Chiamiamo un medico, se vuoi…»
«No, no, non è necessario. Ecco, è che avrei un… ehm… appuntamento con quel ragazzo, quello laggiù…» indica Antonietta con un lieve cenno con la testa.
«Ma chi, Adalgiso?» chiede Gilda, scoppiando a ridere. «Stai attenta Antonietta che quello è rimasto disoccupato da poco, farà di tutto per farsi… apprezzare»
«Ah, ah, spero che sia all’altezza, perché non hai un’idea da quanto tempo non lo faccio…» confessa Antonietta che, vedendo il palestrato Adalgiso avvicinarsi si alza, si china su Gilda, le stampa un bacio sulla guancia e la saluta.
«Au revoir, mon ami» e si aggrappa al braccio muscoloso dell’uomo fingendo un malore; da sotto il ventaglio che sventola per farsi aria, dà disposizioni per il lieto proseguo.
«Suite Imperiale, caro. I muscoli non sono male, vedremo il resto… hai portato le manette? Bene, la frusta è in camera»

All’improvviso le luci si abbassano, e l’orchestra attacca Por me cabeza di Carlos Gardel, un classico del tango. Un occhio di bue illumina i due ballerini che, tenendosi per mano, avanzano regalmente dal fondo della sala verso lo spazio che si è creato sotto il palco: lei, affascinante, con il corpo inguainato in un lungo abito di seta nera, aperto ai lati per permettere i movimenti, lunghi guanti che le arrivano fin sopra il gomito, ed una rossa scarlatta fra i capelli candidi; lui, elegante in un completo immacolato di lino, che ben contrasta con la sua carnagione, emozionato ed orgoglioso di essere al fianco della sua partner.
Gilda, che sta addentando una empanada, allunga il calice verso James e rimane paralizzata, così come il maggiordomo, che per lo stupore continua a versare lo spumante finché non trabocca.
«James?» chiede sostegno Gilda, deglutendo.
«Signora?» risponde James, recuperando a fatica l’aplomb.
«Trovi che sia sveglia? Voglio dire, non sto sognando, è vero?»
«Lo escluderei, signora. Desidera che le dia un pizzicotto?»
«Lascia stare, casomai lo chiedo all’assessore. Stai vedendo anche tu quello che vedo io?»
«Temo di sì, signora» conferma il maggiordomo.
«Passi uno, ma due fantasmi mi sembrano un po’ troppi, non trovi? Non sarà un difetto di famiglia? Prima Evaristo, adesso nonna Pina. E guarda come balla! Sembra più in forma adesso di quando era viva»
«In effetti è inusuale anche per gli standard patagoni che una defunta balli il tango, a quanto ne so» dichiara James, ancora incredulo.
«Sarà colpa del 5G?» si chiede Gilda, che diffida delle novità tecnologiche. «Comunque direi che non è il caso di crucciarci, nel solaio di Villa Rana c’è un sacco di spazio, fantasma più, fantasma meno, basta che non si mettano a litigare tra di loro. Ma a proposito di fantasmi, dov’è sparito Svengard? Sempre il solito, la mondanità proprio non la sopporta. Senti James, come te la cavi col tango figurato?»
«Discretamente, signora. Mio cugino mi ha insegnato i passi fondamentali, anche se in cambio pretendeva che indossassi gli abiti di mia zia.»
«Ottimo, allora. Balliamo?»
«Con piacere, signora. Conduco io o conduce lei?»

«Chi sono quei due, capitano?» chiede Vassilissa, incuriosita dalla strana coppia che sta eseguendo una caminada. Olena guarda i due, intenerita, ed un raggio del faretto colpisce i suoi occhi blu e si riflettono in quelli della sua amica.
«Lei è Babushka Pina» dice lentamente, ammirando la donna alla quale ha fatto da badante per due anni.¹
«Lei è Leggenda» continua alzandosi in piedi, ed applaudendo la parada² dei due, che sembrano sospesi nell’aria. «Lui l’ha amata tutta la vita, ed è la prima volta che ballano insieme. E’ tango, Vassilissa, tango. Balliamo, vuoi?» le chiede, fissandola negli occhi.
«Temevo non me lo chiedesse mai, capitano» risponde la giovane, sostenendo lo sguardo, e alzandosi a sua volta.

«Juanito, mettici un po’ più di energia, per la miseria, non siamo ancora all’Ospizio. Hai paura di spezzarmi?» redarguisce il suo cavaliere nonna Pina.
«Ma querida, la ferita non è ancora cicatrizzata del tutto, il medico si è raccomandato, non devi sforzarti…»
«Ma chi se ne frega del medico, Juanito! Pensi che sarei ancora qua se avessi dato sempre retta ai medici?» chiede la centenaria, apprestandosi al molinete.
«Non ti ho ancora detto grazie per tutto quello che hai fatto» appoggiandosi più decisamente al ballerino.
«Grazie? E di cosa, sono io che devo ringraziare te. Questo è un regalo per me, un sogno che ho coltivato fin da ragazzo, ballare con la grande Wanda Del Rio…»
«Lascia stare quella là, Juanito» lo ferma l’antica diva. «Wanda è morta, lei sì, morta e sepolta da un pezzo. Ti ringrazio perché hai salvato me, nonna Pina, e non so ancora come hai fatto»
«Fortuna, solo fortuna» si schermisce l’anziano spasimante. «Quando ti ho caricata sul cavallo per riportarti a casa, non ho resistito alla tentazione, e ti ho voluto dare un bacio»
«Ti eri montato la testa, Juanito, pensavi di essere il principe azzurro? E se invece ti avessi trasformato in rospo?» ride la vegliarda, eseguendo i suoi adornos.
«La principessa sei tu, amada mia. Se non ti avessi dato quel bacio non mi sarei accorto di quel piccolo soffio, e non sarei corso al paese, dal dottore… il resto l’hai fatto da sola, con la tua tempra, il tuo temperamento…»
«Non essere modesto Juanito, tu mi hai salvato la vita. Anche se, sai, a pensarci mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto partecipare al mio funerale»
«Capisco, cara, ma quella donna, il Capitano, non ha voluto si sapesse che tu eri ancora viva, temeva che quelli che ti avevano sparato venissero a completare l’opera. Ma ti ha fatto fare una statua di cera, come quella di Evita»
«Tu l’hai vista, Juanito? Com’era, mi somigliava?»
«Si, querida, ti somigliava. Ma tu sei molto più bella»
La musica termina con i ballerini impegnati in un lento casquet; gli invitati sono tutti in piedi, e tributano ai due anziani innamorati un applauso scrosciante. Juanito e nonna Pina rispondono con un inchino, si rialzano e si abbracciano.
«E adesso, che ne sarà di noi?» chiede l’uomo, commosso.
«E chi lo sa, Juanito. Intanto viviamo, poi si vedrà»

E stavolta è davvero The End… ma non perdetevi i titoli di coda!

¹ cfr. “Natale con Olena”, 2017
² Caminada, Parada, Molinete, Adornos sono passi del tango argentino. L’autore ammira sconfinatamente i ballerini e soprattutto le ballerine di questo ballo affascinante, languido e sensuale.

10 pensieri su “Olena à Paris – epilogo

    • L’avevi capito che non potevo lasciarla morire, brava! E come facevo senza babushka Pina… se mai mi deciderò a scriverne un altro, rinunciare alle storie della centenaria sarebbe stato un delitto. Manca ancora un pezzetto però, arriva presto…

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