Olena à Paris – 40

«Ottimo, ottimo, bel lavoro!»
Jean Biscuit, seduto sulla sua poltrona presidenziale, sottolinea la esclamazione di soddisfazione picchiando la mano libera sulla scrivania in legno di mogano. Il dolore che il palmo della mano gli rimanda, nonché il picchiettìo lieve alla porta dell’ufficio, lo inducono a chiudere la telefonata.
«Avanti!» grida verso la porta con malagrazia, salvo ricomporsi alla vista di chi sta entrando.
«Antonietta! Che sorpresa cara, come mai da queste parti?» chiede Biscuit alla moglie, non abituato ad averla tra i piedi al lavoro, e per la verità nemmeno a casa.
«E’ tutta la mattina che sto cercando di parlarti» risponde Antonietta «il tuo telefono è sempre occupato, così dato che ero qua vicino ho pensato di venirti a trovare di persona»
«Ma amore, che bisogno c’era? Potevi lasciar detto a Geneviéve, ti avrei richiamata io…»
«Sì, figurarsi, te ne saresti dimenticato e poi avresti accampato qualche scusa, come al solito. Ah, vedo che sei solo, dove hai mandato Chantal, a fare fotocopie?» chiede Antonietta, con un lieve sarcasmo nella voce.
«Chantal? Non so, mi ha chiesto una settimana di permesso, doveva accudire una vecchia parente venuta a visitarla, o almeno così mi ha detto. Ma dicevi, cara, mi cercavi per…?» chiede Jean, cambiando discorso.
«Avevo intenzione di invitare Gilda Rana alla settimana della moda, ma non riesco a rintracciarla. Tu sai per caso se c’è in giro qualche fiera alimentare, del tortellino o roba del genere?»
«Fiere? No, non mi sembra che ci siano manifestazioni in calendario al momento. Ma scusa se te lo chiedo, cara, come mai questo invito?» chiede Biscuit, sospettoso. «Lo sai come la penso in questi casi, mai legarsi troppo a quelli che potrebbero diventare concorrenti. Negli affari le amicizie sono una bella cosa, ma possono anche diventare pericolose…»
«Fammi capire Jean, io ho mai avuto niente da ridire quando te ne andavi in Argentina a sparacchiare con suo marito? E io non dovrei essere libera di invitarla quando voglio? Guardami negli occhi, Jean, e stammi bene a sentire. Gilda è una mia amica, conosci questa parola? Amica. Spero che ci siamo capiti, “amore” » e Antonietta lascia l’ufficio senza dar tempo al marito di rispondere. Jean guarda la moglie allontanarsi, stringe le mascelle e batte ancora una manata sul tavolo, stavolta di rabbia.

Il cicalino dell’interfono lo riporta alla calma.
«Dottore, c’è una chiamata per lei, è molto insistente» comunica Geneviéve.
«Chi è?»
«Una certa contessa Kasprowicza, dice di essere una sua vecchia amica.»
«Passamela» dice Jean sorridendo, e saluta l’interlocutrice con esagerata deferenza «Contessa, i miei più sentiti omaggi».
«Monsieur Biscuit, che piacere sentirla. Volevo dirle che ho ricevuto il suo messaggio e naturalmente sarò lieta, per quanto mi è possibile, di aderire alla sua squisita proposta»
«Ne sono onorato, “contessa”» continua Biscuit, sempre recitando. «Le va di vederci stasera al Ritz, in Place Vendôme, per discutere diciamo i… ehm, dettagli?»
«Lei è un diavoletto, Biscuit. Ma non voglio incomodarla, sono sicura che la sera avrà di meglio da fare che discutere di affari con una anziana signora»
«Da quanto mi risulta lei è tutt’altro che anziana, madame…»
«Lei è molto galante, monsieur, ma non deve scomodarsi. Aspetti lì, verrò a trovarla io dopo la chiusura degli uffici. Ah, Biscuit, non si azzardi a chiamare la sicurezza o fare qualche altro scherzo, non vogliamo scandali, non è vero? Chiami il suo scagnozzo e gli dica di portare la signora. Da solo»
«Non credo che lei sia in grado di dettare condizioni, contessa o capitano o chi diavolo è» minaccia Biscuit, sprezzante. Dall’altro capo una voce carica di delusione risponde scandendo lentamente le parole.
«Biscuit, tu mi sembri una persona intelligente, perciò te lo dirò una volta sola. Fai quello che ti dico, e nessuno si farà male. Fai qualcosa di stupido ed io ti strappo le palle, te le trifolo e te le servo con gli champignons. M’avez-vous bien compris?»

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