Cronachette dall’isolamento

Amiche e amici, anche questo weekend è passato e la libertà si avvicina a grandi passi. Da quando è iniziato il secondo isolamento fa un tempo di schifo e quindi non mi posso lamentare più di tanto del dover rimanere tappato in casa, tanto non sarei andato da nessuna parte.

Da sabato sera l’isolamento si è allentato, la casa è diventata zona arancione e quindi posso uscire per mangiare insieme ai miei congiunti, a debita distanza (abbiamo un tavolo allungabile che quando abbiamo comprato non pensavamo potesse venire utile anche per queste evenienze) e comunque sempre con piatti, stoviglie e tovaglioli monouso. Rimango un po’ anche dopo cena però dovendo indossare la mascherina la permanenza non è piacevolissima, preferisco starmene nella mia stanzetta, a costo di passare da asociale. Inoltre ho notato che quando non ci sono io, mia moglie e mio figlio parlano molto di più tra di loro, e ho quasi la sensazione di essere troppo ingombrante, di tornare al centro dell’attenzione ma di togliere loro qualcosa…

Comunque, giusto per stare in compagnia, mentre l’altra sera in Tv c’era non so più che cosa mi sono (ri)letto i primi capitoli de “I misteri della jungla nera” di Salgari, in un’edizione di lusso che ho in libreria da anni ma non avevo mai aperto, con prefazione nientemeno che di Giovanni Spadolini, repubblicano, presidente del Consiglio negli anni ’80, ed è stata una goduria: Tremal-Naik, Kammamuri, i thugs… visto che stasera ci sarà l’ennesima replica di Montalbano penso proprio che continuerò la lettura. Ieri sera invece approfittando dell’abbonamento di mio figlio abbiamo visto un bel film su Netflix, “I misteri di Crooked House”, tratto da un romanzo di Agatha Christie, con un bel cast di attori tra cui spicca la bravissima Glenn Close. Insomma, continua la vacanza, anche se ho ripreso il lavoro a pieno ritmo: anzi a dire la verità ieri se avessi lavorato in ufficio avrei fatto solo mezza giornata, dato che a Milano era Sant’Ambrogio, ma visto che a Como il patrono è Sant’Abbondio ho fatto tutta una tirata, anche per recuperare i giorni persi a novembre.

Stamattina per curiosità ho provato ad aggiornare la App IO, quella che serve per inserire i dati per avere il famoso Cashback di Stato, ovvero un ritorno del 10% sugli acquisti fatti con carte di credito, bancomat, ed altri sistemi di pagamento tracciabili in negozi fisici, non on-line; il governo l’ha messa in campo come strumento di lotta all’evasione, in questo momento più che altro sembra una specie di sconto per invogliare gli acquisti, tutto fa brodo.  Probabilmente c’è stato l’assalto, come quando hanno fatto il click-day per il bonus monopattino (no comment)  e proprio la parte per inserire i dati di pagamento non è disponibile. Ma tanto per me non c’è questa urgenza, anche perché non riuscirò quasi certamente a fare dieci spese in negozio da qui a fine anno…

Oggi come botta di vita abbiamo ordinato il pranzo in un ristorante qua vicino, molto buono, per golosità e anche per dare una mano a questi ristoratori: menu unico per l’Immacolata, vi farò sapere.

Una cosa che mi ha dato fastidio del ritorno in soggiorno è la visione del telegiornale. Venti giorni senza mi avevano disintossicato, ma sono bastati due giorni per rincattivirmi: va bene coltivare la negatività, ma sentire ancora e sempre ricicciare le stesse cose, tre quarti di tempo sul Covid, e Mes si Mes no (senza mai spiegare di che si tratta) con dichiarazioni di tutti gli esponenti politici, inframezzati dai danni del maltempo e lamenti sulla mancata cura del territorio (qualcuno si deciderà a mettere mano e soldi per questa benedetta cura del territorio? O continueremo a rincorrere le emergenze come se ogni volta fosse una sorpresa inaspettata?), con qualche articolo in fondo assolutamente demenziale: e nel mondo che succede? Ma esiste un mondo fuori dai nostri telegiornali?

Il commissario Arcuri ha detto che chi ha avuto il Covid verrà vaccinato per ultimo. Personalmente la cosa mi fa piacere, tanto avrei aspettato fino all’ultimo, ma visto che l’immunità dura tre o quattro mesi magari agli anziani che l’hanno fatto non sarebbe male dargli una vaccinatina. Va bene che quest’anno, almeno qui in Lombardia, non si trovano nemmeno i vaccini per l’influenza, e diversi comaschi se lo sono andato a prendere in Svizzera, con la quale sembra sia stata fatta una specie di convenzione (le farmacie svizzere accettano la ricetta italiana, non mi pare fosse mai successo prima).

I miei hanno fatto l’albero; il presepe che spetta a me, quest’anno sarà in formato ridotto, Sacra Famiglia bue e asinello un paio di pastori qualche pecorella e metterò anche il San Francesco preso a Greccio quest’estate, che male non fa. Il minimo sindacale per mantenere viva la tradizione…

A presto amiche e amici, buona festa dell’Immacolata: non affollatevi nelle vie dello shopping, mi raccomando!

Olena à Paris – 26

Nel salone delle feste di Monterrey l’orchestra Los Melograños ha appena attaccato il classico South of the Border, o Stella d’Argento, ed i ballerini iniziano ad affollare la pista.
DONNA TERESA: Non fare quella faccia, che sembra che stai andando a un funerale. Ecco Don Carlos, sorridi, sorridi!
ROSA: Non ce la faccio, madre!
DONNA TERESA: (le da una gomitata nelle costole) E sorridi, ingrata.
DON CARLOS: Donna Teresa, i miei omaggi. Siete un incanto! Degna madre di una bellezza come la mia prossima sposa… come state, Rosa?
ROSA: Serva vostra, Don Carlos… per la verità ho un leggero mal di testa, e voi come state?
DON CARLOS: Mai stato così bene, figliola mia. Siete pronta per il grande annuncio?
ROSA: Ecco, io… (donna Teresa le pesta un piede) Ahi!
DON CARLOS: Cos’è stato, vi sentite male?
ROSA: Niente, la mia emicrania… (entra Ramon, Rosa tra sé) Cielo! Ramon è qui! Signore del cielo… ma che sta facendo? Balla con mia cugina Carmelita, quella smorfiosa? E guarda come la stringe… Ah, traditore!
DON CARLOS: Se non vi sentite bene, magari vorrete tornare a casa, posso farvi accompagnare con la mia carrozza…
DONNA TERESA: No! Ehm, cioè, sono cose di poco conto, adesso mia figlia si darà una rinfrescata al viso e sarà pronta per riprendere il ballo. Con permesso… (trascina Rosa in bagno)
Che stai facendo? Guarda che con me i tuoi trucchetti non attaccano… te la faccio venire io l’emicrania, a forza di bastonate se non ti sbrighi a tornare dentro e fare il tuo dovere!
ROSA: Come volete, madre. (Tornano in sala e Rosa vede Ramon ancora avvinghiato a Carmelita) Ah, vigliacco!
DON CARLOS: Vi sentite meglio, Rosa?
ROSA: Benissimo, don Carlos, anzi mi è venuta voglia di ballare.
DON CARLOS: Andiamo, dunque. Mi permettete questo ballo?
(i due vanno verso al centro della pista ed iniziano a ballare, quando si avvicinano a Ramon e Carmelita Rosa fa uno sgambetto alla cugina e la fa cadere)
ROSA: (fissando Ramon) Oh, come mi dispiace!
CARMELITA: L’hai fatto apposta!
ROSA: (sottovoce) Ladra e baldracca!
DON CARLOS: Orchestra, si fermi la musica! (l’orchestra tace) Rosa, te lo chiedo qui, davanti a tutti: (si inginocchia) vuoi sposarmi e rendermi un uomo felice?
ROSA: (guarda Ramon e Carmelita e risponde con rabbia) Si!
RAMON: Ah, traditrice!
CARMELITA: Bene, così Ramon sarà mio!
DONNA TERESA: Era ora, vecchio caprone, così si fa, figlia mia!
ROSA: Cielo, che ho fatto? Aiutami tu…

“Cielo, cielo” ripetono i koala e il piccolo Chico, partecipando al dramma della protagonista della telenovela. Dal balcone del grande soggiorno Gilda osserva i marsupiali, con un sorriso materno.

«James caro, dovremmo organizzare qualcosa, che ne pensi? Una veglia funebre, un momento di rimembranze, potremmo coinvolgere qualche suo amico di infanzia… oddio, questo mi pare parecchio difficile… non so, qualcuno che possa portare qualche testimonianza, ad esempio quei pensionati della bocciofila… I figli sono morti tutti da un pezzo, bisognerà rintracciare qualche nipote. Te ne puoi occupare tu, James?»
«Senz’altro signora» risponde il maggiordomo, compìto.
«E per il funerale? Ai fiori ci pensa Miguel, ma mi piacerebbe tanto un corteo come quelli che si svolgono in Louisiana, con gente variopinta che suona, canta e balla… pensi sia possibile ingaggiare una cinquantina di comparse, James?»
«Non ravviso problemi signora. Ricorderà che le ho parlato di quel mio amico che suonava nell’orchestra di Hengel Gualdi¹, ebbene con lui ci siamo recati diverse volte a New Orlens, in Bourbon Street, per il Mardi Gras, ed ho mantenuto dei buoni contatti; mi attivo immediatamente per ingaggiare una brassband² e qualche decina di avventizi, col suo permesso» dice James, accingendosi a lasciare la stanza.
«Ottimo, tutto a posto allora, eppure ho la sensazione che stiamo dimenticando qualcosa… James?» chiama Gilda, improvvisamente resasi conto di una falla del piano.
«Signora?» chiede James, fermandosi sulla soglia.
«E la salma, James? Che diamine di fine ha fatto la salma?»

¹ cfr. “Ferragosto con Olena”, 2019
² Banda di ottoni

Olena à Paris – 25

All’ultimo piano della Tour Bifidus, a La Defénce, nell’ufficio di Jean Biscuit squilla il telefono. L’uomo, impegnato in un proficuo scambio di opinioni e fluidi con la stagista Chantal, pigia il bottone per prendere la linea ed alza spazientito la cornetta.
«Che c’è, Geneviéve?» chiede con malagrazia alla stagionata segretaria «Ti avevo detto di non disturbarmi per nessun motivo, mi pare»
«Mi perdoni dottore ma ha chiamato il direttore Calderon, da Buenos Aires, era molto agitato e chiede di essere richiamato urgentemente. Ah, dottore, sua moglie sta venendo da lei» chiude Geneviève, con una smorfia maliziosa.
«Che cosa, mia moglie?» si allarma Biscuit. «Su, svelta, allacciati la camicetta» ordina alla giovane.
«Non mi hai lasciato segni di rossetto, eh? Su, dammi una mano a sistemare la cravatta… ma che diamine vorrà mia moglie, non si fa mai vedere da queste parti!»
Jean fa appena in tempo a sistemare la camicia e sedersi sulla poltrona presidenziale che la porta si apre ed entra una donna magra sulla quarantina, curata ma un po’ sciupata, con uno splendido tailleur Christian Dior.

«Antonietta, mia cara, ma che sorpresa!» dice Biscuit, alzandosi e andando incontro a sua moglie. «Come mai da queste parti, sei venuta per fare shopping?»
«No, niente shopping, caro» dice Antonietta avvicinando appena la guancia a quella del marito «Hai cambiato dopobarba, caro? » chiede con nonchalance, sentendo un profumo inatteso. «No, avevo una riunione con padre Jacques per i festeggiamenti del patrono, e mi sono detta “perché non passare a trovare Jean, lavora così tanto ed abbiamo così poche occasioni di incontrarci”… ti dispiace caro? Oh, ma non mi presenti la signorina?» chiede la signora Talnone prima di dargli il tempo di rispondere.
«Chi? Ah, lei… lei è qui per uno stage, vero signorina… signorina?» si incespica Biscuit.
«Chantal Aubreil, molto piacere signora» si presenta la ragazza porgendo la mano ad Antonietta, che la tiene tra la sua un attimo più del dovuto, guardando il marito.
«Lei è molto giovane, Chantal, sono sicura che qui potrà fare parecchia esperienza, del resto è evidente che lei è molto… volenterosa» la incoraggia con un filo di sarcasmo Antonietta, fissandola.
«Grazie signora, farò del mio meglio»
«Oh, su questo non ho dubbi, Chantal. Sono sicura che mio marito potrà darle dei consigli molto utili per la sua carriera futura»
«Bè, sai com’è cara,» bofonchia Jean «il tempo è quello che è, non ho certo molto tempo da dedicare agli stagisti, devono saper cogliere al volo quello che si fa in questo posto, affari, strategie…»
«Su, Jean, non fare l’orso. Sono sicuro che qualche minuto per la signorina potrai trovarlo»
«Che devo dirti? Mi sforzerò, ma non prometto niente»
«Ecco, bravo, fai uno sforzo» dice Antonietta, in un tono che fa correre un brivido alla schiena del marito, che si affretta a cambiare discorso:
«E come sta il nostro bravo padre Jacques? Sempre intento a pascolare le sue pecorelle?»
«Padre Jacques è molto impegnato anche lui in questo periodo» risponde Antonietta fingendo di non aver colto l’accento ironico del marito. «I bisognosi aumentano sempre, c’è la mensa, l’accoglienza per i senzatetto… per fortuna c’è tanta gente di buona volontà ad aiutarlo»
«Come te, mia cara… bene, posso offrirti qualcosa prima di andare, un thè, un caffè? Chantal, potresti…» dice Jean, con l’intento di congedarla.
«No, grazie, caro, sono a posto, non preoccuparti. Ah, non dimenticarti che stasera siamo invitati dai Renaud»
«I Renaud? Mi ero completamente dimenticato. Ma dobbiamo proprio andare, cara? Sono terribilmente noiosi, e io avrei parecchio da fare…»
«Jean, i Renaud sono nostri amici e soprattutto hanno un bel pacchetto di azioni della nostra società. Quindi fai questo sacrificio caro, so quanto il lavoro ti impegni, ma cerca di esserci, puntuale alle otto» poi si volta senza dargli il tempo di ribattere e si rivolge alla stagista:
«Arrivederci, signorina» e, avvicinandosi per stringerle la mano, le dice di sfuggita:
«Complimenti, ha un buon busto per il profumo. Eau d’Hadrien, vero? Ottima scelta» e senza dire altro lascia l’ufficio.

Jean Biscuit rimane a fissare la porta, pensieroso.
«Zietto, secondo me tua moglie sospetta qualcosa»
«Sospetta? Ma cosa vuoi che sospetti, quella ha la testa piena solo di opere pie e ricevimenti, l’hai sentita no? Bisognosi, carità… tutte sanguisughe. E anche se sospettasse, che potrebbe fare? Sono io che mando avanti la baracca, qua. E ti ho detto mille volte di non chiamarmi zietto»
Innervosito, prende in mano la cornetta e chiama la sua segretaria.
«Geneviève?»
«Signore?» risponde solerte la segretaria.
«Chiamami Calderon»
«Subito, signore» e dopo pochi secondi Biscuit ha in linea una voce concitata.

«Monsieur Biscuit, c’è stato un pasticcio…»
«Pasticcio? Che pasticcio?»
«Ehm, ecco… agli uomini è scappata un po’ la mano…»
«Scappata la mano? Ma che avete combinato, incapaci?»
«Una delle due donne è morta, monsieur»
«Che cosa, morta? Ma santo Dio, dovevate solo sorvegliarle! E l’altra? Avete ammazzato anche l’altra?»
«No, monsieur, al contrario. L’altra ha fatto fuori parecchi dei nostri e ora ha in mano il deposito»
Jean Biscuit sente girare per un attimo la testa e si siede, incredulo.
«Avete perso il deposito? Siete degli idioti! Assolda altri uomini, recuperalo, o sei un uomo morto!»
Una voce diversa da quella di Calderon risponde a Biscuit:
«Señor, il vostro direttore è già un uomo morto. Ordinategli di pagare il mio onorario»
«Che cosa? Onorario?» strilla Jean «E avete anche la faccia tosta di parlare di onorario, vi siete fatti soffiare il deposito da due donne, anzi da una sola, perdio! Potete andare a farvi fottere voi e l’onorario!»
«E’ la vostra ultima parola, señor?» chiede Carlos, glaciale.
«Certo che è la mia ultima parola! E dì a quel deficiente di Calderon che se non riprende il deposito io…» ma la frase è interrotta dal rumore attutito di uno sparo, e di una testa che batte violentemente sul tavolo.

Neve

Niente paura amiche e amici, non ho intenzione di parlarvi dell’omonimo libro dello scrittore turco premio Nobel per la letteratura 2006 Orhan Pamuk, che sullo sfondo del colpo di stato militare del ’80 e di una storia d’amore senza speranza parla del conflitto tra islamismo e occidentalismo (ad oggi da quelle parti vinto alla grande dall’islamismo), ma solo del fatto che nevica, e di brutto! Questo mi rende felice ed allevia il disagio del dover rimanere ancora rinchiuso nella mia stanzetta, tanto ci sarei rimasto lo stesso.

Era da un bel po’ che non nevicava così, in questi casi si apprezza il lavorare da casa, infatti l’ultima volta che c’è stata una nevicata significativa a Milano c’era il delirio e tornare a casa è stata quasi un’odissea: i treni di Trenord non andavano e per fortuna mi hanno salvato quelli delle FS, che però fermano in una stazione più lontana dalla mia e quindi sono arrivato a casa bagnato come un pulcino.

Ricordo una bellissima nevicata nell’85 quando ero andato a trovare quella che allora era la fidanzata e rimanemmo bloccati in albergo: quella si che fu una vacanza con i fiocchi!

Ricordo anche la prima volta che il mio cane vide la neve: prima di uscire dal portone mi guardò, quasi a chiedere “che roba è questa?”, poi mise fuori cautamente una zampa e la ritirò subito sentendo freddo; infine, convinto e baldanzoso, saltò nel giardinetto davanti casa e cominciò a rotolarsi tutto soddisfatto, con le palle di neve che gli si attaccavano al pelo nero.

Nevica si, ma non siamo in montagna e nemmeno in Siberia: eppure tanto è bastato per bloccare il traffico sotto casa. Dovete sapere che la via dove abito sarebbe una via tranquilla, anche perché a cento metri in linea d’aria c’è un cavalcavia che dovrebbe incanalare tutto il traffico: ebbene quel cavalcavia, costruito appena una quindicina di anni fa (su un progetto di una quarantina d’anni, per dire la tempestività) da un paio d’anni è vietato al traffico pesante per il quale principalmente era stato costruito. Sembra ci siano stati dei cedimenti strutturali; i vecchi del posto raccontano che lì quella cosa non si sarebbe mai dovuta fare, perché poggia su di un terreno riempito di materiale di risulta; da quando è stato rilevato il pericolo ovviamente non è stato fatto niente se non mettere dei new jersey per non far passare i camion; sia come sia, adesso quei camion passano tutti sotto casa mia, e si trovano ad affrontare alla fine della strada una strettoia con un ponticello ferroviario che avrà più di cento anni e miracolosamente invece regge: solo che stamattina per la neve un camion è slittato ed ha bloccato il ponte, così si sono fermati tutti, e sono riusciti a muoversi solo verso mezzogiorno.

Ieri sera c’è stata la conferenza stampa del premier Conte che non ho seguito, ho sentito invece il presunto governatore Fontana affermare che con i numeri attuali l’11 dicembre saremo in zona gialla. Ma di che numeri parla? La Lombardia è sempre la regione più contagiata, ieri in Italia ci sono stati quasi 1000 morti (in proporzione il paese con più morti al mondo) e secondo lui i numeri vanno bene? Ma si, liberi tutti governatore, così dalla Befana riempiamo di nuovo gli ospedali…       

La Cei ha dato disposizioni per cui la Messa di Natale si celebri non più tardi delle 20, mi sembra una decisione di buonsenso; i miei informatori mi dicono che nella nostra parrocchia si sta spingendo per farla alle 18, ancora meglio, così torneremo a casa in tempo per il cenone!

Cenone che da queste parti non è tradizione, per la verità, ma con il tempo nella mia famiglia sono riuscito a introdurre questa usanza civile, e quindi prima o dopo la Messa si farà.

Del menu ne parleremo un’altra volta, va bene amici? Ah, ho ricevuto l’appuntamento per il prossimo tampone. Mi rimandano all’ex-manicomio, ricominceremo da capo? Mi auguro di no… a presto!

Troppo positivo!

Amiche e amici, l’eccesso di positività che mi contraddistingue ha debordato ed è finito sull’esito del tampone di verifica. Quando per scaramanzia dicevo che quasi quasi mi sarebbe dispiaciuto lasciare la stanzetta ebbene mi sono dato la zappa sui piedi perché adesso mi toccherà rimanerci ancora per almeno dieci giorni. Dopodiché tampone o non tampone potrò uscire, perché saranno passati ventun giorni senza sintomi: dovrò stare attento a mantenere il distanziamento perché suppongo che, se dovessi risultare ancora positivo, potrei contagiare qualcuno… comunque le linee guida sono queste, probabilmente penseranno che dopo tre settimane senza sintomi la carica virale sarà molto bassa, e allora come mai il tampone la rileverebbe? Mistero.

Così come è un mistero il fatto è che l’esito mi sia arrivato da un laboratorio di Napoli. Napoli, vi rendete conto? Tutti i giorni camion di tamponi si fanno più di 800 chilometri per essere analizzati a Napoli. Non so voi ma a me questa pare una follia bella e buona; pare che questo laboratorio abbia vinto una gara, dato che l’azienza sanitaria locale non aveva abbastanza macchinari, e se tanto mi dà tanto mi chiedo: ma in quanti in giro per l’Italia (e spero solo per l’Italia) stanno mangiando con ‘sti benedetti tamponi? Possibile che fosse proprio necessario arrivare fino a Napoli?

Questa storia mi ricorda quanto successo ad una mia amica, che lavora per una lavanderia industriale che ha come clienti alberghi e ospedali: bene, fino a un paio di anni fa questa ditta aveva l’appalto per l’ospedale pubblico della città; rifatta la gara d’appalto, questa è stata vinta al ribasso da una ditta di Bologna, che ovviamente non avendo interesse a far fare avanti e indietro alle lenzuola ha subappaltato il lavoro alla lavanderia della mia amica che così si ritrova a fare lo stesso lavoro di prima, con molti meno margini che ovviamente si ripercuotono sulla qualità del lavoro e sui salari, e con questo appaltatore che in sostanza è un parassita. Dicono che così la pubblica amministrazione ha risparmiato, ma a che prezzo per l’economia locale? Ha senso tutto ciò? Io dico di no.

Fa freddo e nevica, era da molto che non lo faceva e spero che si pulisca un po’ l’aria; così ho meno rimpianti nel non poter uscire, dato che non l’avrei fatto lo stesso…

Ieri sera volevo vedere una commedia e invece ho visto “Santiago, Italia”, un film-documentario di Nanni Moretti che parla delle vicende cilene del ’73, ovvero del colpo di stato militare che depose il presidente eletto Salvador Allende, ucciso (o suicidatosi) nel palazzo presidenziale della Moneda addirittura bombardato dall’aviazione cilena. Colpo di stato ovviamente fomentato e sostenuto dagli Stati Uniti per i quali un paese socialista nel cortile di casa, così considerano il sudamerica, non era tollerabile: prima con boicottaggi e scioperi dei trasporti si blocca l’economia, mentre si soffia sul fuoco dei media e della stampa prezzolata e poi, naturalmente per evitare la guerra civile come ha avuto il coraggio di dichiarare uno dei militari intervistati, si interviene militarmente. Oggi la trama è appena poco più sofisticata, ma se si va a vedere quello che è successo in Brasile, Bolivia, Venezuela, si può fare due più due…

Tanti cileni furono uccisi, la nostra ambasciata si distinse tra quelle che riuscì a ospitare più rifugiati e riuscì a farne arrivare parecchi in Italia, dove tutti trovarono un’accoglienza solidale, un lavoro (commovente quello che racconta un vecchio delegato sindacale: mi assunsero in regola, allora non esistevano mica tutte quelle boiate che esistono adesso), una nuova patria. L’Italia di allora, cari miei, era infinitamente migliore di quella di adesso, sotto tutti i punti di vista, e la caricatura che se ne vuol fare definendoli “anni di piombo” è per non ammettere che c’era una coscienza politica, civile e perfino religiosa che è venuta meno. Di fatto l’Italia non riconobbe mai la giunta militare di Pinochet come legittima, mentre ci sarebbe parecchio da ridire sul comportamento di “San” Wojtyla con il dittatore cileno, con il quale nel corso di una sua visita in Cile nell’87 si affacciò ad uno dei balconi di quella Moneda bombardata nel golpe…

Come vedete amiche e amici cerco di coltivare la negatività, ci riuscirò? Ho dieci giorni di tempo, potrebbe essere alla mia portata!

Recondite armonie

Amiche e amici, sono in spasmodica attesa dell’esito del tampone di verifica, ormai scalpito dato che sto bene ma la prudenza non è mai troppa e quindi finché non ci sarà l’ufficialità della guarigione continuerò l’isolamento nella mia stanzetta. A fare il tampone, sempre in modalità drive-in, sono andato ieri mattina; confermo che il processo mi sembra organizzato bene, non ho dovuto aspettare molto, solo una mezz’oretta di coda; la cosa strana è che per il primo tampone ero stato chiamato da ATS Insubria, e come ricorderete mi ero dovuto recare all’ex ospedale psichiatrico, mentre per questo mi ha chiamato l’Asl Lariana, ed il luogo è il vecchio Ospedale, a due passi da casa. Un’altra diversità è che qui mi hanno fatto compilare un foglio di consenso informato: ma a che serviranno tutti questi fogli? Nel pomeriggio ha fatto il tampone anche mio figlio, finalmente; essendo passati quattordici giorni dalla mia segnalazione avrebbe già potuto uscire, ma per sicurezza ha preferito farlo anche lui. Aveva paura che l’auto non partisse, dato che è stata ferma quindici giorni: invece si è avviata quasi al primo colpo, e forse per ringraziarla l’ha portata a lavare, cosa che a memoria d’uomo non mi pare sia mai successa.

Ho ricominciato a lavorare (quasi) a tempo pieno, e questo se da un lato, quello economico, mi fa piacere, dall’altro mi dà quasi un senso di fastidio, sembra che mi tolga il tempo per fare cose più interessanti: o Giò, direte, mica vorrai lamentarti del lavoro, in questo momento che tanti lo perdono o ce l’hanno estremamente precario! Per carità, sarebbe perfino immorale; non vorrei essere frainteso, ma in questi giorni sono entrato quasi in un’ottica da pensionato, ovvero del potersi dedicare solo a quello che piace, che diletta (tranne ovviamente quei pensionati che devono fare i baby sitter ai nipoti: ma magari a loro diletta questo). Ad esempio l’altro giorno invece di pigiare i tasti del computer mi sono sentito la Tosca: volete mettere?

Erano passati ormai più di tre anni dall’ultima volta in cui vi avevo assistito dal vivo, a Torre del Lago Puccini, vicino Viareggio, nel Gran Teatro all’aperto; avevamo approfittato di una breve vacanza a Marina di Massa per fare una puntata alla casa museo di Puccini e lì, per caso, avevamo notato le locandine per la serata. Siccome a Marina di Massa non è che ci sia tutta questa gran vita, di sera, decidemmo su due piedi di andare; arrivammo senza molto anticipo, al botteghino c’era una gran fila e ricordo che comprammo i biglietti da un signore che ne aveva presi una decina per una comitiva che però non sarebbe arrivata: li svendeva, praticamente un bagarino a rovescio. A parte lo Sferisterio di Macerata, molto più raccolto, era la prima volta che assistevo ad un’opera all’aperto: belle scenografie, maestosi movimenti corali ma che vi devo dire, sarà stata la lontananza dal palco, sarà stato che avevo dimenticato di prendere il libretto (alcuni vicini lo seguivano sul tablet e la luce era parecchio fastidiosa), non me la sono goduta. L’opera va vista in teatro, c’è poco da fare… l’unica eccezione che sarò disposto a fare nel futuro sarà per l’Aida all’Arena di Verona: e lì voglio anche gli elefanti, sia inteso!

La pusher di vino ha richiamato, e stavolta ho ceduto: mi ha proposto del Recioto, e come si fa a rifiutare? Diciamo che mi sono fatto il regalo di Natale, e ovviamente non mi sono limitato al Recioto, fino a Pasqua dovrei essere coperto. Ho considerato che quest’anno grazie ai lockdown di Conte (non saranno mica in società?) ho consumato un sacco di vino in più; a mensa il vino non c’era (per fortuna), ma a casa un bicchiere anche a pranzo non lo disdegno (tranne in quest’ultimo periodo, ma conto di rifarmi).

Stasera quindi potrebbe essere l’ultima sera di prigionia, ne approfitterò per vedere un bel film (ieri sera ho visto Child-44, un giallo angosciante ambientato nella Russia dei tempi di Stalin, dove uno pscicopatico uccide dei bambini ma il clima di terrore abiezione delazione e arbitrio che regna è persino più violento degli omicidi stessi. Dopo questo, penso proprio che cercherò una bella commedia!)

Amiche e amici, l’ora si avvicina, tra poco potrò tornare alla normalità, a comprare il giornale, a guardare il telegiornale, ad incazzarmi per l’Eredità: ma sono proprio sicuro di volerlo?