Olena à Paris – 28

Gilda, con indosso una tuta di cotone organico di color rosa antico, dopo aver compiuto due volte il periplo del parco di villa Rana come riscaldamento, raggiunta la collinetta degli eroi così chiamata in quanto vi sono sepolti i resti dei portalettere che hanno avuto la sfortuna di avventurarsi nel boschetto sottostante ai tempi in cui era abitato da una tribù di pigmei antropofagi, si ferma un attimo per riprendere fiato con le mani ai fianchi, flettendo in avanti il busto che l’ha resa famosa come Calva Tettuta, ma il battito di mani dell’esperto istruttore la richiama subito all’ordine.
«Pausa, generale, non ce la faccio più, non sono più una ragazzina!» chiede comprensione Gilda, con un pizzico di civetteria.
«Pausa non buona, laffledda muscoli. Il movimento non deve essere intellotto di colpo, deve fluile a valle come acqua di solgente che scolle velso il male»
«Se non mi siedo un attimo un colpo prenderà a me, generale Po» protesta la vedova Rana. «E poi oggi non sono dell’umore adatto»
«Capisco, la peldita della vecchia signola ha colpito molto tutti quanti. Facciamo cinque minuti di pausa» concede il cinese.
«In realtà, Po, non è tanto quello che mi preoccupa. Non vorrei sembrare cinica, se è questa la parola giusta, ma in fondo aveva più di cento anni, da quanto sappiamo è morta senza soffrire, quanto voleva campare ancora? Io ci metterei la firma»
«Allola cosa la cluccia, signora?» chiede l’ultraottuagenario Po, toccandosi gli attributi senza darlo a vedere.
«Po, ho bisogno di un tuo consiglio»
«Se posso, signola, glielo dalò volentieli. Devo pelò avveltilla che se si tlatta di questioni di cuole sono un po’ allugginito. Ligualda il glande uomo del Nold?» chiede l’antico combattente, riferendosi all’amante norreno di Gilda.
«Il glan… no, non si tratta di Svengard. Povera stella, a lui basta dargli qualche albero da tagliare e una bella cavalcata di notte ed è a posto. Un paio di volte l’ho sorpreso mentre leggeva un libro di nascosto e mi sono preoccupata, ma poi quando ho visto che si trattava di fiabe islandesi mi sono tranquillizzata»
«Allola cosa la angustia, signola?»
«Po, mi hanno offerto una piccola fortuna per vendere l’azienda. Non l’ho fatto, non so se più per tigna che per razionalità. La responsabilità di tutte queste persone pesa sulle mie spalle… e se avessi sbagliato? Se dovesse andar male, e questa gente perdesse il lavoro per una mia impuntatura? A volte penso di non essere all’altezza, io non ho il pelo sullo stomaco come Biscuit, o come l’aveva Evaristo… ogni giorno sembra di essere in guerra, ma io non sono tagliata per questo… Po, che devo fare?» chiede la vedova Rana, preoccupata.
Il cinese Po, l’ultima delle guardie del corpo dell’ultimo Imperatore cinese, raddrizza le spalle e scruta l’orizzonte, come cercarvi un lontano passato.
«Si può perdere tutto, ma non si deve perdere l’onore. L’onore è quello che conta. Io avrei potuto abbandonare l’Imperatore al suo destino, come hanno fatto in tanti, nessuno avrebbe potuto biasimarmi. Ma chi sarebbe stato quell’uomo che ogni giorno avrei guardato allo specchio? Un vile, un traditore, un opportunista. Lei non ha bisogno di pelo sullo stomaco, il suo pelo è al posto giusto… io non credo affatto che lei non sia tagliata per la battaglia, signora. Lei è una donna speciale ed una brava imprenditrice. Qual’è la donna che vuol vedere quando si specchia?»
«Po, ma tu hai pronunciato le erre!» constata Gilda, sorpresa.
«Quali elle?» chiede Po, sopreso a sua volta.
Gilda rimane assorta qualche secondo, poi alza il mento, fiera.
«Grazie, Po, anche se non ho afferrato tutto, le tue parole mi hanno rincuorato. Tutto quello che ho l’ho guadagnato con anni di lavoro duro e non lo lascerò in mano a degli squali senza combattere.»
«Bene» dice Po, con un sorriso di compiacimento «Allola liprendiamo allenamento. Pausa finita»

«E’ incredibile…»
James, arrivato a Buenos Aires dopo un volo di tredici ore con l’Air Force Rana e di altre quattro con un elitaxi, senza nemmeno un attimo per riposarsi è stato portato immediatamente nel magazzino del deposito di Tres Lomas. Alla vista del contenuto della decina di casse che Olena ha aperto per fargliele visionare, rimane a bocca aperta.
«Allora, cuosa tu dice?» lo incalza la russa.
«Un attimo, per la miseria, fammi riprendere fiato!» protesta James, ancora incredulo.
Gira qualche minuto intorno ai quadri, si avvicina per esaminarli meglio, scuotendo la testa… «Impossibile…» dice tra sé e sé.
«Cuosa impossibile?» chiede Olena, impaziente.
James reprime l’istinto di dare una rispostaccia, si avvicina ad uno dei quadri ed inizia a spiegare.
«Natascia, io non sono un critico d’arte, ma se questi quadri sono quello che sembrano, non dovrebbero essere qui…»
«Perché tu dice questo?» lo interroga la siberiana.
«Perché si tratta di quadri spariti durante la seconda guerra mondiale, che erano considerati perduti, distrutti dai bombardamenti o trafugati dai tedeschi e finiti in qualche caveau in Svizzera o magari nella stessa Germania, o in Unione Sovietica dopo la caduta del Reich… senza offesa, naturalmente» precisa James, vedendo l’angolo sinistro della bocca di Olena corrucciarsi, come sempre quando si parla di Unione Sovietica. «Se fossero autentici staremmo parlando di valore inestimabile, vedi quello? E’ un Raffello, “Ritratto di giovane uomo”, si trovava a Cracovia, fu confiscato dai tedeschi e non se ne seppe più nulla… e quello un Caravaggio, “Ritratto di una cortigiana”, lo si credeva bruciato nell’incendio della Flakturm Friedrichshain, a Berlino, poco dopo la fine della guerra… e quello è un Van Gogh, quell’altro un Cezanne…»
James prende fiato e si asciuga il sudore con la pochette in seta stampata con una fantasia di amorini, poi continua:
«Natascia, mi pare che questa faccenda sia un po’ troppo grande per noi. Questo è un patrimonio dell’umanità, dobbiamo farlo studiare, stimare, dobbiamo avvisare le autorità…»
Olena ferma James e lo fissa con uno sguardo che non ammette repliche:
«Niet autorità. Io, sono l’autorità»

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