Olena à Paris – 23

«Aahh…»
Olena, legata ad una sedia con le mani dietro la schiena, si risveglia bruscamente. Nella piccola stanza senza finestre due uomini la osservano con un ghigno beffardo, dopo averle rovesciato addosso un secchio di acqua gelida. La russa, con la testa che pulsa, mette a fuoco i due e si guarda intorno, valutando la situazione.
«Chi voi siete, finuocchietti?» chiede sprezzante, sputando sullo stivale di quello più vicino.
L’uomo, con una smorfia schifata, si avvicina e pulisce lo stivale sui pantaloni della tuta mimetica della russa, e le molla poi un manrovescio. Olena, incassato il colpo, gira lentamente la testa leccandosi l’angolo della bocca da cui esce un filo di sangue. Stringe leggermente le palpebre e sorridendo lo fissa negli occhi:
«Tutto qua quello che tu sa fare? Ci vuole altro per soddisfare vera duonna» dice passandosi la lingua insanguinata sui denti.
L’uomo si avvicina, pronto a colpire ancora, ma il compagno gli afferra il braccio .
«Manolo, lascia stare. Carlos ha ordinato di non avvicinarsi, è pericolosa»
Manolo si ritrae, stizzito.
«Pericolosa… siamo in due e lei è da sola, legata e disarmata, che può fare? Divertiamoci un po’…» e riprende ad avanzare verso Olena, che lo provoca:
«Da, noi divertiamo, tu proprio mio tipo… o preferisci tuo amichetto? Io capito subito, tu vuole lui, non me…»
«Brutta puttana, ti faccio vedere io adesso chi…» sbraita Manolo, gettandosi sulla russa. Olena si spinge all’indietro con le punte dei piedi, e l’impeto dell’uomo li fa cadere a terra, uno sopra l’altra; la donna gli pianta i denti nella giugulare, resistendo al suo tentativo di divincolarsi, e molla la presa solo quando vede sprizzare il sangue; Manolo prova a rialzarsi barcollando, cercando di tamponare la ferita con una mano, ma Olena lo rovescia ancora a terra gettandoglisi addosso rotolando con la sedia; finalmente l’uomo si rimette in piedi ma quando cerca di estrarre la pistola dalla fondina legata alla coscia constata con un brivido di raccapriccio che la sua arma non si trova al suo posto; e l’ultima cosa che vede nella sua vita è lo sguardo gelido di Olena che, da terra, gli punta contro la sua stessa pistola che tiene tra le mani legate. L’altro uomo, che non ha avuto modo di intervenire, prova ad allungare la mano verso la sua arma ma Olena lo dissuade con un invito amichevole.
«Non muovere te di millimetro se tieni a tue palle, fruocietto»
L’uomo saggiamente valuta che non sia il caso di offendersi per l’epiteto politicamente poco corretto, e non può che ammirare la russa che spara sulle corde per allentarle, ed in un baleno è libera ed in piedi.
«Ora tu puorta me da Carlos» gli ordina Olena.
«Ma mi ammazzerà!» protesta l’uomo.
«Lui, forse. Io, sicuro. Scegli tu»

Dieci anni prima, in Bolivia.

La Bolivia è la terza nazione produttrice di coca al mondo, dopo Colombia e Perù; le foglie della pianta sono tradizionalmente masticate dagli indigeni come energetico e per combattere i malesseri dell’altitudine. La coltivazione è legale e regolata dal governo; purtroppo però dalla coca si fabbrica la cocaina, che viene prodotta in loco in laboratori improvvisati nelle vicinanze di corsi d’acqua, laboratori che vengono allestiti e smantellati in poco tempo per non essere scoperte dal Felcn, il corpo dell’esercito che combatte il narco-traffico. Spesso i laboratori sono sorvegliati da guardie armate e, quando i soldati riescono a superare la rete di informatori e sentinelle che li protegge, vengono ingaggiati scontri a fuoco che fanno vittime da entrambe le parti.

Il fiume Chapare, nella regione del Chocabamba, è uno dei siti principali per queste installazioni, grazie alla vicinanza alle piantagioni ed alla possibilità di una rapida fuga. Olena, ingaggiata dai servizi boliviani per sradicare una cellula colombiana infiltrata senza creare tensioni tra vicini, al comando di una squadra search and destroy di otto uomini anzi per la precisione di sette uomini ed una donna, Vassilissa Kutnesova, nipote di quello che all’epoca era stato uno dei più eminenti proconsoli di Breznev, esperta di esplosivi e combattimento corpo a corpo, si sta avvicinando all’obiettivo con una formazione a ventaglio, protetti dalla boscaglia, dopo aver neutralizzato la doppia linea di sentinelle. Gli informatori parlano di un carico da una tonnellata di cocaina, già lavorata e pronta per essere trasportata. Un bell’uomo, dal sangue decisamente indio, si avvicina a Olena.
«Quanti, Osvaldo?» chiede rapida la russa.
«Dodici armati, capitano, armi automatiche standard. 4 dietro, possiamo avvicinare fino a 50 metri senza essere visti. Gli altri davanti meno due che sono all’interno»
«отлична¹» sibila Olena. «Ci dividiamo, tu prendi con te Vassilissa e due uomini e vai sul retro. Appena arriveranno a prendere il carico io attaccherò, e tu seguirai dopo 5 secondi.»
«C’è un problema, capitano, hanno degli ostaggi»
«Ostaggi? Quanti?»
«Due famiglie di raccoglitori con i loro bambini, capitano, dieci persone»
«Dove li tengono?»
«Addossati alla parete sul retro»
«Понимаю²» annuisce Olena. «Volerà parecchia coca tra poco, preparate le maschere»
«Si, capitano»
«Sento dei motori Osvaldo, stanno arrivando, vai, svelto»
«Capitano, e il segnale?»
«Lo capirai, Osvaldo, lo capirai»

Mentre Osvaldo si allontana, due motoscafi con altri quattro uomini armati attraccano. Dal laboratorio esce uno uomo alto e abbronzato, con i capelli biondi.
«Forza, rapidi, il carico è pronto»
«Carlos, dì ai tuoi uomini di darci una mano che facciamo prima» risponde uno degli uomini
Carlos lo guarda con uno sguardo da rettile, e quasi senza aprire bocca risponde:
«I miei uomini non sono facchini. Sbrigatevi a portar via quelle casse che l’aria è pesante»
L’istinto animalesco gli dice infatti che c’è troppa tranquillità; si rivolge ad uno dei suoi uomini:
«Niente dalle sentinelle?»
«Niente, Carlos»
«Da quanto non le senti?»
«Da dieci minuti…»
«Dieci minuti? Chiama, chiama, perdìo» lo scuote Carlos. L’uomo chiama, ma senza risposta.
«Non risponde…» dice confuso. «Non ci sarà campo…»
«Idiota…» fa appena in tempo a sibilare Carlos, quando i due razzi sparati da Olena tranciano in due il laboratorio, alzando una nuvola di fumo e di polvere di coca. La sparatoria dura esattamente 48 secondi, durante i quali tutti gli uomini sul retro vengono annientati, mentre di quelli davanti si salvano solo quelli che hanno il buon senso di arrendersi; nella confusione però Carlos è rientrato nel laboratorio ed ha preso una ragazza, Juanita, ed è con lei che si fa scudo balzando su uno dei motoscafi. Osvaldo, che ha lasciato a Vassilissa il compito di bonificare il terreno, si avvicina con il suo fucile di precisione, e chiede ad Olena:
«Lo elimino, capitano?»
Olena, scuote la testa. «Lascia stare, Osvaldo, troppo pericoloso, ha la ragazza, va bene così. Libera gli ostaggi, diamo una ripulita qui intorno e andiamocene.»
«Ai suoi ordini, capitano»
«Ah, Osvaldo»
«Si, signore?»
«Ottimo lavoro»

¹ Ottimo
² Capisco

10 pensieri su “Olena à Paris – 23

  1. Quanta azione! Che ritmo incalzante! A giudicare da come hai scritto questo episodio mi sa che nche te mangi pane e covid, Gio’. ahahah!

    e che dire di Vassilissa? Che piacere vederla qui con tanto di cognome e tanto di pedigree… :-DDD
    (l’ho cercata in rete e… mi è spuntato: Olena a Paris – L’uomo che avrebbe voluto essere grave … più famoso di così… 😉 )

    [ psst, Gio’ mi sa che in quel “chi punta contro” c’è un refuso. In verità, credo ce ne sia anche uno in”chiede rapina la russa” Però non so…. 😉 ]

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