Cultura a secchiate!

Domenica scorsa, per distrarmi un po’ da contagi, movide, Mes, coprifuochi e tristezze varie,  di cui magari parleremo un’altra volta, sono andato a visitare i beni aperti dal FAI nella mia zona in occasione delle Giornate d’Autunno. La location, come si dice adesso, è stupenda, infatti i posti prescelti si trovano in alto lago di Como e già di per se stessi valgono una visita, non fosse altro che per i panorami che vi si possono godere: si tratta infatti di due paesi sulle rive del lago, Gravedona e Dongo (quest’ultimo tristemente _ si fa per dire _  famoso perché da queste parti fu catturato il Duce dai partigiani mentre fuggiva nascosto in un camion di tedeschi in ritirata e fucilato poco distante, a Giulino di Mezzegra, insieme alla sua amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi, da dove vennero poi portati a Milano in Piazzale Loreto ed appesi a testa in giù, nello stesso punto dove i nazifascisti, l’anno prima, avevano fucilato 15 partigiani ed esposto i corpi al vilipendio ed all’oltraggio) e di due paesini arrampicati sulla montagna dietro Gravedona, Peglio e Livo, poco distanti l’uno dall’altro.

L’organizzazione, a cura dei giovani del Fai di Como, è stata impeccabile; gli assembramenti sono stati evitati grazie ad un sistema di prenotazioni che ha limitato sicuramente l’accesso ma ha dato modo a chi ha partecipato di godere molto di più delle visite. Il Fai quest’anno ha perso, a causa delle chiusure imposte dal Covid, ben 11 milioni di euro di contributi di soci e visitatori: e sarebbero andati tutti o quasi al restauro e salvaguardia di beni storici, dunque è proprio una grave perdita…

La visita è iniziata da Peglio, perché la mia strategia era quella di passare la mattinata in alto, mangiare in una qualche trattoria o crotto e poi scendere in basso: avevo sbagliato i conti, amici cari, perché purtroppo ho trovato tutto chiuso (tranne un posto, ovviamente pieno) ed ho capito perché i miei sforzi di due settimane per prenotare nella trattoria Sant’Anna a cui miravo sono stati vani: ha chiuso, e pare per sempre. Anche questa è una grave perdita..

Peccato ci sia un po’ di foschia…

La Chiesa dei SS.Eusebio e Vittore a mio avviso è stupefacente e le assegnerei il primo posto tra i beni visitati. Completamente affrescata, con un sontuoso organo con il quale ancora oggi vengono tenuti concerti, e tanta storia: queste sono zone che hanno visto passare il Barbarossa, dove si è combattuto tra cattolici e protestanti, che alla dominazione milanese ha visto succedere quella spagnola, dove Napoleone ha voluto pure lui dire la sua per non parlare poi degli austriaci: insomma un guazzabuglio di scontri e intrecci religiosi e politici davvero affascinanti, che varrebbe davvero la pena approfondire, ci vorrebbe una puntatina di Alberto Angela… Curioso, e dovrebbe far riflettere, il culto di Santa Rosalia, sì, quella siciliana: infatti questi paesi videro una forte emigrazione di uomini verso Palermo, che partivano per andare a lavorare lasciando a casa mogli e figli (tanto che, mentre nel resto d’Italia a qualcuno che aveva fatto fortuna si diceva “hai trovato l’America”, qua si diceva “hai trovato Palermo”…) e, tornando, portarono con loro il culto della eremita del monte Pellegrino. Ve l’ho raccontato di quando siamo saliti sul monte Pellegrino portati da uno di quegli apecar che trasportano turisti? Che sagoma, non ci si spiccicava più, e voleva perfino farci andare a mangiare da un suo cuggino… ma questa è un’altra storia.

La seconda tappa è a Livo, alla Chiesa di San Giacomo “vecchia”, anche questa un gioiello, più piccola dell’altra, con affreschi forse meno pregiati ma pieni di colori; anche qui si nota l’influsso degli emigranti di ritorno, e accanto alla presenza di Santa Rosalia si nota quella di Sant’Angelo patrono di Licata, oltre alla coloratura degli archi a sesto acuto dipinti a strisce bianche e nere come si possono trovare appunto in diverse chiese siciliane. Il visitatore può divertirsi a contare le Madonne raffigurate: ce ne sono ben ventitré!

Di Livo mi ha colpito il racconto che al momento del massimo fulgore contava duemila anime, ed ora appena duecento, destino comune agli abitati montani in tutt’Italia: chissà, lo smart working potrebbe contribuire al ripopolamento? E se invece di buttare soldi per i monopattini cominciassimo a finanziare gente che si riappropri di questi luoghi e li faccia rivivere invece di rimanere depositi di seconde case quando non ruderi fatiscenti? Senza guardare al colore della pelle, però, perché mi sa che di italiani disposti a stare scomodi ce n’è rimasti pochi…

Godendoci ancora il panorama scendiamo a Gravedona; qui nel cercare parcheggio cerco di imbucarmi in un ricevimento di battesimo (ma non erano limitati a trenta persone?) ma vengo sgamato; andiamo allora sul lungolago e ci fermiamo in un baretto dove, seduti ad un tavolino al sole come turisti nordici ma molto più freddolosi di loro prendiamo una bruschetta ed una pizza, ad un prezzo tutto sommato onesto. La visita qui riguarda Palazzo Gallio ma c’è ben poco da vedere, le sale sono quasi tutte non visitabili, alcune adibite ad uffici della Comunità Montana, il piano di sotto a ristorante, ed in una era in corso un Corso sulla Sicurezza di volontari della protezione Civile. Il pezzo pregiato è la terrazza con una fenomenale vista sul lago, purtroppo c’è un po’ di foschia altrimenti sarebbe stata davvero una visione celestiale. Da regista avrei consigliato ai giovani ciceroni volontari di raccontare qualche storia, ma l’entusiasmo e la buona volontà non sono certo mancati.

La giornata finisce a Dongo, alla Biblioteca Storica del Convento Francescano presso il Santuario della Madonna delle Lacrime. Questa visita, amiche e amici, mi rimarrà impressa nella memoria finché vivrò, e vi spiego perché. Innanzitutto, a differenza delle altre visite dove le presentazioni erano fatte da volontari Fai o da giovani di licei perlopiù ad indirizzo turistico, qui le visite erano guidate dal bibliotecario in persona, che si chiama Alberto ed è un signore di 82 anni. Che non si limita a mostrare la biblioteca, ma racconta la storia del convento e quindi dei francescani, guida nella visita del chiostro e della Chiesa, dove sono presenti due gruppi lignei, la Crocifissione e l’Ultima Cena, davvero notevoli, specialmente quest’ultimo; illustra le targhe più significative del corridoio, quelle che di solito nessuno legge mai e invece, a saperle leggere, raccontano storie interessantissime come quella della famiglia che, quando Napoleone confiscò il convento, lo comprò per poi ridonarlo ai frati quando Napoleone cadde… e infine la Biblioteca, il suo Sancta Sanctorum, dove ci ha parlato delle tecniche di stampa, delle rilegature, del sistema antincendio, ci ha mostrato i libri più antichi, con una competenza ed  una lucidità che mi hanno fatto sentire piccino piccino ed anche, lo confesso, commosso: che ne sarà di tutta la passione che quest’uomo ha incamerato in tutta la sua vita di studio, ma direi di più, di devozione alla sua missione? La visita avrebbe dovuto durare un’ora, ed è durata quasi due: io ci ho visto un’esigenza, da parte di questo uomo, di trasmettere un messaggio, per chi lo vorrà cogliere. Per chi fosse interessato, le visite sono possibili anche senza giornate Fai, bisogna contattare direttamente i responsabili del convento, consiglio di approfittarne finché Alberto sarà disponibile…

Amiche e amici, siamo davvero fortunati a vivere in questo paese, e dell’eredità che ci è stata lasciata da chi ci ha preceduto; un dono che è anche una responsabilità… vi ricordo che sabato e domenica prossima saranno aperti altri siti, al virus piacendo…

Panorama montano dalla chiesa di Livo

27 pensieri su “Cultura a secchiate!

  1. Bella l’ ultima cena con le figure in legno. Davvero una chicca, non il solito dipinto. Queste sono le cose che ti risollevano il morale, che lasciano da te lontano il pensiero del ” corona.” Viva la nostra bella Italia e il Fai che ci regala bellezza. Grazie caro Giorgio per questo giretto. Un abbraccio. Isabella

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    • Davvero un bel giro, ringrazio anch’io il Fai perché probabilmente senza questa giornata in quei posti non ci sarei mai andato… l’ultima Cena è davvero toccante, le espressioni, i movimenti delle mani… anche il gruppo della Crocifissione esprime una grande drammaticità, ma purtroppo era controluce e la foto non mi è riuscita bene… ci sarebbe voluto mio figlio ma… era tra i volontari! 😉

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  2. Ma quante sorprese riserva quel lago, Gio’?! e quanto è paradisiaca (naturalisticamente, architettonicamente e artisticamente parlando) la nostra Italia tutta, Gio’?!

    Io ‘sto post lo salvo tipo pagina TouringClub nella cartella ‘da visitare assolutissimamente’ 😉

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  3. Meraviglia delle meraviglie, sembra impossibile come gli italiani di oggi possano avere avuto simili tracorsi. é un po’come se si fosse elaborata una cesura tra passato e presente, al punto che solo pochissimi, come quell’Alberto, siano in grado di riannodare le fila tra passato e presente.

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    • Mi chiedevo infatti, quando Alberto non ci sarà più, chi lo sostituirà… non ci sono allievi, chi subentrerà dovrà ripartire da zero, uno spreco… hai ragione Sal, quello che ci hanno lasciato i nostri avi lo vediamo, ma noi cosa lasceremo ai nostri discendenti? Plastica, rifiuti, schifezze?

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  4. Pingback: la settimana blog – 42.. – Cor-pus 2020

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