Olena à Paris – 18

Il pranzo è ormai finito, la tavola è stata liberata e sono rimasti seduti solo nonna Pina e Juanito, mentre tutti gli altri hanno spostato le sedie davanti, come per assistere ad uno spettacolo teatrale; i bambini siedono in terra, affascinati da quella donna che racconta di quella Evita di cui hanno sentito parlare tante volte dal nonno; Olena è in piedi sulla porta, pronta a intervenire in caso di allarme da parte di Osvaldo, che è rimasto fuori di guardia.
«Alla fine della guerra l’Italia era tutta da ricostruire; io mi tuffai nel lavoro insieme a mio marito, e di fatto abbandonai le scene» riprende nonna Pina, bevendo un bicchierino di sherry.
«Che peccato, un’artista come voi…» si rammarica Juanito, tirando fuori un sigaro cubano, vincendo le occhiate di riprovazione di figlie, nuore e nipoti.
«In un certo senso fu una scelta obbligata, per me si erano chiuse tutte le porte; gli impresari dicevano che ero troppo compromessa col vecchio regime, che bisognava far calmare le acque… Evita mi fece sapere che alcuni suoi amici stavano allestendo una rivista e sarebbero stati felicissimi di avermi come soubrette; confesso che ne fui lusingata e ci feci un pensierino, ma evidentemente non era destino.»
«Perché, che successe?» chiede l’anziano gaucho.
«Dovresti saperlo, Juanito… nell’ottobre del ’45 Perón venne arrestato. Era diventato troppo popolare, pericoloso; Evita dopo un primo momento di smarrimento si batté per la sua liberazione e  facendo appello al popolo, ai lavoratori, a quelli che vennero poi chiamati sprezzantemente “descamisados”, senza camicia, costrinsero il governo a liberarlo: pochi giorni dopo si sposarono e divenne Evita Perón.  Lei non dimenticò mai questa gente, e da allora si dedicò anima e corpo a loro, seguendo le idee del suo uomo, ed il popolo la contraccambiò, la adorò… La rividi nel ’47 quando venne visita in Europa, in visita diplomatica in Spagna, Italia e Francia, splendida ambasciatrice del proprio paese; in Italia fu persino ricevuta dal Papa, Pio XII; era ormai una leggenda, e fui molto sorpresa quando quella sera mi chiamò: “Eusebia, sono Evita, perché non sei venuta a salutarmi?” Ma come facevo, le sue visite erano strettamente programmate, e gli invitati attentamente selezionati… “Quante storie!” mi disse, “Senti, sono in partenza per la Francia ma prima dobbiamo assolutamente incontrarci. Ti aspetto domani sul lago di Como, va bene? Per favore però non parlarne con nessuno, non voglio fotografi o giornalisti a disturbarci, c’è già abbastanza gente a controllarmi…” Ci demmo appuntamento al Grand Hotel Britannia di Cadenabbia, pieno di turisti, ci truccammo un po’ con dei cappelli a falde larghe, occhiali neri, nessuno fece caso a noi. All’inizio feci fatica a riconoscerla, sembrava un’altra persona, persino più alta, più bella, matura anche se aveva solo 28 anni… Era conscia ed anche un po’ spaventata dalla responsabilità che il marito le aveva accordato, di rappresentare all’estero l’intera nazione, ma in realtà quel furbone sapeva bene che lui non sarebbe certo stato accolto bene quanto sua moglie… Parlammo per ore, mi raccontò del lavoro che stava facendo per il popolo, per le donne, delle resistenze che aveva dovuto superare ed anche delle umiliazioni… aveva sposato ed amava incondizionatamente Perón e le sue idee, si definiva una fanatica della giustizia sociale, odiava gli oligarchi e quelli che pensavano di ripulirsi la coscienza con un po’ di carità, soffriva fisicamente per quelli che non riconoscevano la grandezza della rivoluzione che stavano portando avanti… io non mi occupavo di politica ma ammirai nelle sue parole una passione genuina, e temetti anche che si stesse mettendo contro forze troppo grandi, che ne finisse stritolata. Mi chiese anche del mio lavoro, e mi disse che l’Argentina era una grande produttrice di carne, se ne avessimo avuto bisogno per la nostra attività sarebbe bastato chiederla… Ci salutammo con affetto, al momento di lasciarci però mi disse una cosa che mi fece preoccupare: “Eusebia, mi prometti una cosa?” Ma certo, le dissi, qualsiasi cosa. “Promettimi che se dovesse capitarmi qualcosa difenderai la mia memoria” Cercai di sdrammatizzare, dicendo che non le sarebbe di certo successo niente, con la sua forza e la sua grinta, ma mi lasciò dentro un brutto presentimento… Juanito, posso chiederti una cosa?» cambia discorso per un attimo la centenaria.
«Certo, donna Pina, che cosa?»
«Tu sei stato peronista?»
Il vecchio allevatore scoppia in una risata:
«Sono un figlio del popolo, donna Pina, come potevo non esserlo? Ma aspettate, ve lo faccio dire dai miei nipoti. Pronti, muchacos?»
Ad un cenno del nonno i nipotini di Juanito si alzano in piedi e iniziano a cantare:
Los muchachos peronistas
todos unidos triunfaremos,
y como siempre daremos
un grito de corazón:
¡Viva Perón! ¡Viva Perón!¹

«Ah, ah, okay, okay, ho capito, basta così» ride nonna Pina, applaudendo alla performance dei nipotini, che avevano iniziato a marciare inquadrati per tre. Poi, dopo un altro sorso di sherry, continua:
«Continuammo a sentirci di tanto in tanto, lei era sempre impegnatissima ai limiti dello sfinimento; aveva fondato il partito peronista femminile, qualcuno cercava persino di contrapporla a Perón stesso…»
«A dicembre del 1951 mi arrivò a casa un libro, “La ragione della mia vita”, con una dedica autografata che mi commosse “Alla cara amica Eusebia, la splendida Wanda da cui ho imparato tanto”. Provai a chiamarla per ringraziarla non so quante volte, ma ogni volta rispondeva una persona diversa, sembrava facessero apposta a non passarmela… chiesi ad amici a Buenos Aires e mi dissero che era molto malata. Seppi dopo che aveva un tumore che non aveva voluto operare; e la sua morte mi lasciò inebetita, senza parole… aveva solo 33 anni, avrebbe potuto fare ancora tanto… Ma la sua storia non era ancora finita.»
«Raccontaci della mummia!» la incita uno dei nipotini.
«Nestor! Un poco de respeto!» lo sgrida la mamma.
«No, lo lasci dire, señora» lo difende nonna Pina «ha ragione il ragazzo, la mummia c’entra, eccome… Alla sua morte Perón volle che Evita fosse mummificata, per questo chiamò il migliore specialista del tempo, che fece un lavoro superlativo, chi la vide disse che sembrava viva… per sicurezza ne vennero fatte tre copie, identiche anche loro, tanto che era impossibile distinguere la vera dalle false. E infine successe l’inimmaginabile: nel ’55 Perón fu deposto e pur di evitare una guerra civile rinunciò a battersi ed andò in esilio e sono sicura, Juanito, che se la moglie fosse stata in vita non si sarebbe mai arresa così facilmente; la salma di Evita rimase in Argentina ed era un grosso problema per il nuovo governo, troppo ingombrante… i nemici di Perón la odiavano e avrebbero voluto farla sparire perché il popolo l’adorava, gli amici invece avrebbero voluto prenderla per usarla come bandiera della loro lotta. Decisero così di sotterrare la salma e le copie in posti nascosti e diversi, in modo che non potessero essere ritrovate. Un giorno mi chiamò un vecchio amico, un repubblichino che dopo la guerra era riparato a Buenos Aires; mi disse che mi stava arrivando un container di carne, e di preparare la cella frigorifera. Veramente non aspettavo nessuna carne, chiesi spiegazioni ma mi disse che le avrei avute a tempo debito. Il giorno dell’arrivo della nave ero sul molo in attesa, mi si avvicinò un uomo e mi mise in mano un biglietto. Si diceva che nel container c’era una bara che conteneva la salma di Evita, e che avrei dovuta farla sotterrare nel Cimitero Maggiore di Milano, in una tomba intestata ad una certa Maria Maggi De Magistris. “Perché io?” Mi ricordo che chiesi. “Perché Evita di fidava di lei” mi fu risposto, e tanto mi bastò. E lì è stata per tredici anni, ed ogni settimana passavo a portarle un fiore…»
Una lacrima scivola attraverso le rughe del volto della vecchia, che se la asciuga col dorso della mano. Juanito, commosso, le porge un fazzoletto, mentre il più piccolo dei nipoti le porge un mazzo di fiori di Ceibo.
«Muchas gracias niño» lo ringrazia nonna Pina che poi si raddizza e rischiara la voce e, finito lo sherry, si volta verso il vicino e gli dice:
«Bene Juanito, adesso che ne diresti di parlare di affari?»

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¹ Prima strofa del vecchio inno argentino “Los Muchacos peronistas” – Hugo del Carril (1949)

12 pensieri su “Olena à Paris – 18

    • In effetti quando si pensa alle mummie si pensa sempre agli egizi, a Tutankhamon… invece è una pratica che arriva fino ai giorni nostri, quasi a voler sfidare l’eternità. Evita avrebbe voluto finire imbalsamata, aveva chiesto a Peron di non lasciare che il popolo la dimenticasse ma anche che nessun uomo la toccasse dopo la morte, ma oramai non era più una persona, era un’icona da venerare, che anche da morta portava consenso… Io ho chiesto espressamente di non venire imbalsamato, non vorrei vedere processioni di amici di Olena davanti casa, più che altro per non disturbare i vicini… 😂

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  1. Mi hai affascinata con questa storia che conoscevo solo per sommi capi, Gio’. Mi sono così incuriosita che ho fatto ricerchina (le faccio spesso anche quando leggo i romanzi. ^_^ son curiosa come una scimmietta) per approfondire e ho scoperto che Peron ha rocambolescamente riavuto la sua Evita. Una storia d’amore commovente la loro.

    Grazie, Gio’ ☺

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    • Una figura leggendaria quella di Evita, che in pochissimi anni da sconosciuta attrice diventa una leggenda, che non si accontenta di essere semplicemente la moglie di Peron ma ne diventa il primo apostolo, addirittura più peronista dello stesso Peron… Amata, riverita e idolatrata dal popolo, quanto odiata dai nemici (e anche da parecchi “amici”)… e la vicenda della imbalsamazione, del rapimento della salma, vanno oltre il romanzo, entrano nel sublime. Non sono pochi a dire che, viva lei, Peron non avrebbe lasciato il potere così “facilmente”, certo non ce ne sarà mai la riprova… certo il Peron che tornò al potere nel ’73 era ormai vecchio, bolso, manovrabile, cosa inimmaginabile con Evita vicina. Da noi sono passati per anni come personaggi quasi folcloristici, sempre un po’ visti dall’alto in basso, fenomeni possibili solo da quelle parti, intendendo con parecchia spocchia ambienti arretrati, superstiziosi, facilmente orientabili. Come se noi non avessimo avuto venti anni di Mussolini… (di cui peraltro Peron era ammiratore, specialmente per le politiche corporativistiche). Ma mi fermo qua, dato che ti sei già informata non voglio annoiarti. Ti consiglio, se avrai tempo e voglia, un bel libro: Santa Evita, di Tomas Eloy Martinez, oltre naturalmente a Le Ragioni della mia vita, il suo testamento spirituale… Grazie sempre per le tue belle parole, adesso cercherò davvero di accelerare, punto a finire per Natale… 🙂

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