Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXXIII)

Venerdì 27 marzo

Solita uscita mattutina per il giornale, un paio di persone incrociate; Giuseppe l’edicolante mi dice che ha avuto notizie del nostro amico, si era messo in auto-isolamento a Milano. Gli chiedo che cosa tenga aperto a fare, venderà una decina di giornali al giorno, se va bene…

Sto diventando ipocondriaco: l’altra sera ero particolarmente stanco e mi sono addormentato guardando “La concessione del telefono”, cosa che di solito mi succede solo dopo qualche minuto di Alberto Angela: che sarà? Ieri avevo un occhio arrossato e dato che mi pare di aver capito che uno dei sintomi può essere la congiuntivite, mi sono messo alla ricerca di qualche collirio nascosto per casa: e se non passa? Facendo le scale avevo il fiatone (e ti credo, dopo giorni e giorni fermo, e in più con addosso la mascherina…): come sarà la saturazione dell’ossigeno del sangue (sto studiando da Medicina for dummies)? E’ come se il sollievo per la fortuna che si è avuta per non essere (finora) contagiati volesse essere messo sempre alla prova… sono i momenti in cui si riflette sull’esistenza, sul senso della vita e forse anche del destino: se in metropolitana avessi incrociato… se in treno… in ufficio…  il caso governa la nostra vita, ne sono sempre più convinto.

Ma, dopo questa riflessione che filosofi illustri avranno fatto prima e meglio di me, una luce di ottimismo: mia cognata di Udine si è laureata, ad oltre cinquant’anni! Ed a pieni voti, in Letteratura… non è mai troppo tardi, diceva il maestro Manzi; era un desiderio che ha coltivato per tanto tempo, si è impegnata alla grande e ce l’ha fatta. Peccato che la tesi abbia potuto discuterla solo online, e la festa si è dovuta limitare alle quattro mura di casa; complimenti vivissimi per l’impegno ed il risultato!

Ryanair ha risposto dicendo che il nostro volo non rientra nel perimetro di quelli definiti dal nostro governo. Stanno tirando per le lunghe, è ovvio; è vero che la prima tranche del fermo voli arrivava fino al 3 aprile, ma come pensano che 10 giorni dopo si possa andare in Spagna, se la Spagna è messa come se non peggio di noi? Ma io non mollo, il 4 aprile ci riprovo…

In questo periodo si perde il contatto con quello che succede nel mondo, anche perché il coronavirus monopolizza le TV: ma forse è meglio non sapere, come il fatto che Trump che forse dovrebbe preoccuparsi un po’ di più del fatto che il suo paese ha superato la Cina come numero di contagiati, vuol incriminare Maduro, il deposto presidente del Venezuela con un colpo di Stato bianco, per narcotraffico; la cosa è ridicola, considerando ad esempio che tra gli alleati Usa contro Maduro c’è la Colombia che di narcotraffico ne sa più che qualcosina; e andando indietro nel tempo di qualche anno basti pensare all’appoggio che gli Usa hanno dato ai Contras di Somoza, in Nicaragua.. per chi volesse documentarsi c’è un bel film con Tom Cruise, “Barry Seal – una storia americana”.  Ma di citazioni se ne potrebbero fare a decine…

Le guerre in giro per il mondo, sante o meno, continuano: Siria, Yemen, Afghanistan , Nigeria… certo morire per virus o di pallottole non cambia molto, anzi forse si soffre meno per una pallottola penserà qualcuno di questi “misericordiosi”.

Vorrei che la si smettesse di dire che stiamo combattendo una guerra. Dobbiamo impegnarci per sconfiggere l’epidemia, per supportare i medici e gli infermieri, per curare i malati, per confortare le famiglie. Mettere a disposizione le risorse necessarie, prendendole in primis da chi ce le ha prima di chiederle in prestito, mobilitare la produzione necessaria, sacrificarsi per uscirne al più presto, possibilmente vivi. Ma non c’è un nemico che ci spara addosso, nessuno che ci bombarda, ci gasa, ci sbudella, ci distrugge le case. E pensare al dopo, perché dobbiamo uscirne con una visione del bene comune diversa e più giusta. Altrimenti sì, che sarà stata una lotta inutile.

Un bel discorso vero amici? Quasi quasi mi candido per Strasburgo. A domani neh? Io cerco di esserci.

anastasiyakvitko

21 pensieri su “Vita quotidiana al tempo del coronavirus (XXXIII)

  1. La prima cosa che mi viene in mente vedendo la foto (perchè è chiaro che è la prima cosa che ho guardato) è che le fabbriche di reggiseni dovrebbero fare mascherine. Da ogni reggiseno due mascherine, minimo, uscirebbero assicurate. Sbaglio? Perchè, scusa, se la FCA che fa automobili decide di convertire una fabbrica… Che poi una mascherina magari con dei pizzi… vuoi mettere?

    Ipocondriaco? Non sei il solo. I processi mentali sono molto analoghi ai tuoi, tanto che nemmeno occorre cheio li citi.

    Su Trump, Bolsonaro, Boris Johnson – per non citare gli analoghi di casa nostra – applichiamo un’opportuna mascherina ma speciale: di quelle che fanno ringoiare le parole e impediscono il propalare del contagio.

    Il tuo post è troppo ricco di spunti che meritano, ma mi fermo perchè… oddio, è il caso che vada a misurarmi la febbre?

    A Ciribicerci!

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    • Per Giuseppe l’edicola è una missione. Vecchio comunista, si rifiuta di vendere gratta e vinci e persino biglietti del tram. Fosse per lui non venderebbe nemmeno i gadget con cui riempiono i giornali (adesso un po’ di meno, ma c’era un periodo che il giornale serviva solo come scusa per vendere qualcos’altro…). Eh, certo che devi esserci, non facciamo scherzi! 🙂

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  2. Ciao Gio, non ti si addice l’immagine dell’ipocondriaco, però al comando politico io ti voterei. Sono d’accordo che questa non è una guerra, è una tragedia, come ne sono passate tante nel corso dei secoli, ma che forse non pensavamo avremmo vissuto anche noi nel 2020

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